rp: mario balotelli

Le nuove storie sono in alto.

Genere: Commedia.
Pairing: Davide/Mario, Zlatan/José.
Rating: PG-13.
AVVERTIMENTI: Slash, What If?.
- Per un disguido tecnico, dopo il triangolare con Juve e Milan per il Trofeo Tim 2009, l'Inter è costretta a passare la notte a Pescara...
Note: Partecipante al Pigiama Party su Fanworld.it.
Se scrivessi con questa velocità e con questa continuità anche per il BBI, a quest’ora le mie sette storie sarebbero tutte pronte. *sospira* Comunque! Storia idiota nata da una serie di idiozie, elencabili più o meno in quest’ordine, dalla meno importante alla più fondamentale: il mio amore per Lorenzo Crisetig, il mio amore per Rene Krhin, il mio amore per Andrea Butti, il mio amore per José Mourinho, il mio amore per Bedy Moratti, il mio amore per l’Everlasting!Jobra e il mio amore per il Santonelli che più canon di così si muore. Yay XD
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LA TRAGICA LEGGENDA DELLO SPIRITO DEL MAL DI PANCIA

- Cosa vorresti dire con “non ci sono voli disponibili fino a domani mattina”, Andrea?
Il team manager esitò appena, stringendosi timorosamente nelle spalle e schiarendosi rumorosamente la gola, prima di spiegare meglio il concetto appena espresso. Era abbastanza ridicolo da osservare un uomo della sua stazza perdersi in tante incertezze a causa di un ometto alto più di venti centimetri in meno e pure decisamente più avanti di lui con gli anni, ma José tendeva ad avere quest’effetto di terrorismo psicologico sul mondo circostante, e se i ragazzi, essendo causa di problemi e rimbrotti continui, potevano dire di essercisi abituati piuttosto in fretta, altrettanto non era possibile affermare del povero Andrea, che per contro il suo lavoro lo faceva sempre e cercava sempre di farlo bene, perciò di fronte a quello sguardo intransigente e severo era costretto a ritrovarcisi decisamente meno spesso.
- Intendo dire che purtroppo il volo che avevamo prenotato è stato cancellato per problemi tecnici, mister, e non sarà possibile trovarne un altro prima di domattina, perciò-
- Chiama il presidente e fatti mandare un dannato aereo privato! – sbottò l’uomo, gesticolando animatamente, - Che razza di storie, chissenefrega se non c’è un aereo di linea disponibile fino a domani! Dopodomani abbiamo l’ultima amichevole prima del campionato, ed io ho bisogno che i ragazzi tornino a casa e si riposino, in modo da poterli obbligare a sputare sangue domani in allenamento! Perciò datti una mossa e risolvi questo problema, ora!
- Mister, se posso permettermi… - s’intromise Bedy, avvicinandosi con un sorriso e con la solita incontrastabile grazia, - Comprendo perfettamente le sue rimostranze, ma è troppo tardi per allertare il nostro pilota personale, soprattutto per circostanze che difficilmente si potrebbero definire di vita o di morte. – spiegò pacatamente, di fronte ad un José incapace di protestare di fronte a lei con la stessa veemenza utilizzata appena pochi istanti prima nei confronti di Andrea, ancora abbacchiato in un angolino a causa della sfuriata, - Perché non seppelliamo tutti l’ascia di guerra e chiediamo ad Andrea di trovare una soluzione ad un problema meno complesso? – concluse con un altro sorriso smagliante, piegando appena il capo e lasciando che la ciocca biondo platino sul davanti ricadesse graziosamente lungo i tratti tondi ma non sgraziati del viso senza età.
- Che donna. – mormorò Dejan, sgomitando Marco fra le costole, - Una botta gliela darei anche, cazzo. Pure due, in caso.
- Sei sposato. – rispose laconicamente il difensore, sollevando gli occhi al cielo, - E comunque daresti una o due botte a chiunque, tu. Ne sa qualcosa il povero Christian.
- Ehi! – borbottò Dejan, quasi offeso dall’insinuazione, - Non ho mai alzato un dito che fosse uno su Christi, lo rispetto troppo per portarmelo a letto.
Marco scosse il capo e sospirò platealmente, mentre Christian, accanto a lui, si tirava una rassegnata manata in piena fronte. Mario smise di ascoltare il discorso e ridacchiò appena – il peso di Davide ancora pressato contro una spalla e la solita interminabile tiritera di lamentele a scivolare fuori dalle sue labbra come una cascata. Seguì con gli occhi il mister mentre si rassegnava a sospirare e chiedere ad Andrea di trovar loro un albergo per la notte, prima di rifugiarsi in un angolo e cominciare a smanettare col cellulare, e poi Davide gli pizzicò un fianco talmente forte che lui, temendo per la propria vita, si rassegnò a concedergli un po’ d’attenzione.
- Sì, Dade. – rispose meccanicamente, - Hai ragione su tutto.
- Non hai la minima idea di cosa ti abbia detto, vero? – protestò il ragazzo, offeso a morte, tirandogli un mezzo calcio contro uno stinco, - Non hai ascoltato una parola!
- Per la verità, hai ragione. – annuì naturalmente Mario, sollevando un braccio e tirandoselo contro in un abbraccio sbrigativo, - Non ti stavo ascoltando. Ma so cosa stai pensando.
- E sarebbe? – lo sfidò lui, inarcando un sopracciglio.
- Che è tutta colpa tua se abbiamo perso, che se solo avessi segnato quel rigore noi ora avremmo un’altra coppa in bacheca e che il mister dovrebbe sgridarti perché è evidente che non hai dato il meglio di te. – tirò a indovinare, sulle labbra il sospiro rassegnato di chi sa già di avere ragione.
- …ecco. – ammise Davide, sistemandosi meglio sul suo petto, - …e pensi davvero che io abbia ragione?
- No, Dade. – sospirò ancora Mario, esasperato, - Penso che tu sia stato bravo, penso che tu abbia fatto il possibile e penso che tu ti sia mosso molto bene. Penso inoltre – specificò, - che entrambe le partite siano andate alla grande, abbiamo giocato bene, compatti, chiusi, organizzati, e che l’unico motivo per il quale abbiamo perso sia che i rigori sono un terno al lotto e la palla è tonda e, in quanto tale, gira, e non sempre nel verso che uno vorrebbe o si aspetterebbe.
- Parli bene, tu. – continuò a lagnarsi Davide, dispiaciuto, - Hai segnato, sei comunque l’idolo delle folle. – Mario inarcò un sopracciglio, come a dire “idolo delle folle? Io? Ma in che universo alternativo vivi?”, e Davide tossicchiò, affrettandosi a correggersi, - Intendo, il mister di sicuro starà comunque pensando un gran bene, di te. Si era tanto raccomandato di non sbagliare quel rigore, Mà, la voleva proprio quella coppa…
- Be’ – scrollò le spalle Mario, decisamente poco impressionato dal piagnisteo, - avrebbe voluto che Zlatan restasse ma non è successo, e s’è rassegnato. Avrebbe voluto Deco, Carvalho, Lampard, Drogba e un altro milione e mezzo di uomini, e nessuno di loro è arrivato, e s’è rassegnato anche a questo. Penso che potrà sopravvivere anche ad un Trofeo Tim in meno, considerando che in bacheca ne abbiamo ancora comunque, più di tutti gli altri, ti pare?
- Tu sei un cocciuto insensibile presuntuoso supponente e rompipalle. – borbottò ancora Davide, tirandogli un pugnetto parzialmente giocoso e parzialmente risentito fra le costole, costringendolo ad usa risatina divertita mentre lo fermava con un gesto tenero, - Ecco cosa mi pare.
- Intanto – continuò Mario, adocchiando nuovamente il mister muoversi in mezzo alla sala d’aspetto come un animale in gabbia, ancora attaccato al cellulare, - mi sa che per stanotte si resta qui. Chissà con chi cavolo sta parlando…
- Ma che ti frega, scusa? – chiese Davide, sollevandosi appena per guardarlo negli occhi, prima di crollargli nuovamente contro la spalla mentre, senza volere, ascoltava il mister biascicare un incerto “ma no… lascia perdere, i bambini” alla cornetta, - Sarà la moglie. Si aspettava che tornasse in serata, l’avrà avvertita.
- Mhmh… - mugolò dubbioso Mario, mentre il mister continuava a biascicare una sequela di “davvero, lascia perdere, ci vediamo domani a Milano”, - Sì, mi sa di sì.
-  Allora, ragazzi! – richiamò la loro attenzione Andrea, battendo sonoramente le mani, - Stanotte si resta a dormire qui, ho appena trovato l’albergo. – l’annuncio venne accolta con un fragoroso noooo di lagnoso disappunto, ed Andrea faticò non poco a ristabilire l’ordine, prima di poter continuare a parlare, - Dovremo stringerci un po’, - proseguì con un sospiro, - purtroppo l’albergo è molto bello, ma piccino. Molti di voi dovranno dividere la stanza, ma abituati come siete in Pinetina di sicuro la cosa non vi turberà più di tanto. Per il resto, avvisate mamme e mogli, così che non si preoccupino. Rientreremo a Milano nella mattinata di domani-
- E badate di riposare bene, stanotte. – lo interruppe burbero José, finalmente libero dalla conversazione con la signora, - Domani vi voglio freschi e pimpanti per l’allenamento, e se stanotte vi trovo svegli a bighellonare in giro giuro sui miei figli che vi sbatto in panchina fino alla finale di Champions, se ci arriviamo, vita natural durante se non ci arriviamo. Sono stato chiaro?
Il coro di sìììì che accolse le sue minacce non presentò sfumature di lagnoso disappunto molto diverse dal coro precedente, e la discussione si chiuse così – con tutti i ragazzi che prendevano posto sul bus, diretti alla volta del Victoria Hotel.

*

- Be’, almeno il posto è bello. – commentò Andrea di fronte all’edificio. José gli passò accanto, ruminando acredine.
- I balconi somigliano alle valve di una conchiglia. – borbottò aspramente, - Se volevo nascere mollusco, mi infilavo in un blocco di gelatina rosa e mi piazzavo una perla gigante in bocca, ti pare?
Bedy cercò di forzare una risata e consolò brevemente Andrea, mentre quest’ultimo si abbatteva in un angolo, disperato, e José prendeva posto nel centro del marciapiede, arringando i giocatori.
- Allora! – cominciò tuonando, - Le camere sono state sistemate in modo che possiate utilizzarle in quattro. – spiegò, spegnendo l’ennesimo coro di lagne con un’unica occhiata omicida, - Cos’è, volevate per caso che la camera della signora Moratti fosse aperta anche a voi, per distribuirvi meglio? Deki, non provarci nemmeno. – lo minacciò, prima ancora che il serbo potesse proferire parola, zittendo la sua battutina sul nascere e sfumandola in una risatina furba, - Allora, i gruppi sono… - cominciò ad elencare, e Davide smise immediatamente di ascoltare. Mario se ne accorse perché se lo sentì crollare rovinosamente sulla spalla con uno sbuffo annoiato, come al solito.
- E dire che prima per poco non mi mandavi in orbita, spintonandomi. – lo prese in giro, dandogli un colpetto tenero con la tempia contro la sua. Davide mugolò contrariato.
- Eravamo in mezzo al campo, c’erano ventimila tifosi e un altro centinaio di gente fra compagni, avversari e staff vario ed eventuale. – si lamentò, strusciando una guancia contro la sua spalla, - E tu prendi e mi salti addosso, chiaro che mi viene voglia di mandarti in orbita.
- Che palo in culo, Dio mio. – rise ancora Mario, osservando Diego guardare con una certa curiosità gli sguardi da belve inferocite che Deki e Marco gli lanciavano, traendo Christian fuori dalla sua portata prima ancora che lui provasse effettivamente a mettergli le mani addosso. Ah, calciatori. – E adesso va bene se ti strusci tu, invece? I compagni intorno ci sono sempre.
- Sì, ma ora sono stanco e ho sonno, – sbottò Davide, arpionando la sua maglietta e sprimacciandogli la spalla neanche fosse stata un cuscino, - per cui me ne frego.
- Sonno? – chiese Mario, cercando la sua fronte con le labbra, - Quindi stasera non si gioca?
- Non si giocherebbe comunque. – pigolò Davide, delusissimo.
- Balotelli, Crisetig, Krhin, Santon! – annunciò ad alta voce il mister, e Davide sospirò ancora, in sincrono con Mario. – E questo è quanto, diamoci una mossa prima che la mia naturale bontà si esaurisca e mi venga voglia di lasciarvi per strada solo per guardarvi arrotolarvi nelle coperte agli angoli della strada dalla comodità del mio letto.
Le camere non erano purtroppo particolarmente grandi. Pittoresche quanto si voleva, con quei dipinti sulle porte e tutto il resto, ma occupate per il cinquanta percento dal letto matrimoniale situato nel bel mezzo dell’ambiente e per il restante cinquanta dai due lettini singoli che vi erano stati trascinati e ficcati a forza, così che, per muoversi all’interno della stanza, si doveva praticamente camminare scalzi sui letti, o azioni di una normalità disarmante per un qualsiasi essere umano – come raggiungere il bagno o allungarsi verso il minibar alla ricerca di una bottiglietta d’acqua – si sarebbero rivelate impossibili.
Davide piantò un piede sul materasso occupato da Lorenzo – che per contro si spostò il più possibile per non intralciarlo nel movimento – lo superò, poggiò l’altro piede sul materasso immediatamente successivo, occupato da Rene, e naturalmente-
- Ah- cazzo, Davide! – si lamentò lo sloveno, scalciando furiosamente da sotto le lenzuola, - Le palle!
- Re- ferm- - poco da fare, non ebbe nemmeno il tempo di concludere la frase che si ritrovò a perdere l’equilibrio, ondeggiare incerto sul posto fra le urla di Rene e le occhiate incerte e divertite di Mario, prima di franare con pachidermica grazia proprio addosso a quest’ultimo, ficcandogli entrambi i gomiti e le ginocchia un po’ ovunque, fra pancia, palle e petto, ma ottenendo nonostante tutto in risposta solo un ahouff sbuffato in una mezza risata e un abbraccio protettivo e un po’ ondeggiante, condito da un sorriso tenero.
- Dio, perché? – continuò a lagnarsi Rene, massaggiandosi lentamente fra le gambe, - Perché mi odi così? Perché il mister non mi ha messo in camera di Tia e Luca, perché?
- Uh? – azzardò Lorenzo, stendendosi su un fianco e ripiegando un braccio sopra il cuscino, per tenere il capo sollevato e poterlo guardare più facilmente, - Perché dici così?
- Perché quei due – ringhiò Rene, infastidito, indicando Mario e Davide intenti a non dare l’impressione di volersi saltare addosso e stare in effetti ponderando la possibilità con o senza pubblico pagante, - sono due piaghe sociali. Al di là di quello che fanno continuamente e di cui hai anche avuto prova oggi sul campo… - raccontò roteando gli occhi, mentre Lorenzo ridacchiava al ricordo di Mario che si gettava a peso morto su Davide coinvolgendolo in un mezzo rotolio a centrocampo, proprio durante il blackout allo stadio, - sono incasinati, fanno rumore e chiunque vada in giro con loro il giorno dopo è talmente rincoglionito da fare per forza qualcosa di talmente idiota da mandare il mister su tutte le furie e giocarsi il posto in squadra. Matematico.
- …oh. – deglutì a fatica Lorenzo, tornando a voltarsi fra le coperte, dando la schiena agli altri tre, come sperasse che prendere le distanze in quel modo fosse abbastanza per continuare a mantenere il proprio posto fra le riserve.
Davide e Rene riuscirono appena a scorgere il sorriso semplicemente demoniaco sul volto di Mario, prima che tutte le luci si spegnessero, sprofondando quello che, a guardare fuori, sembrava l’intero quartiere in un buio talmente pesto da fare paura.
- …che città di merda. – commentò distrattamente Davide in un sospiro esausto. Mario rise, Rene si chiese un’altra volta il perché di tanta sfiga e Lorenzo chiuse gli occhi e cercò di astrarsi da tutto ciò che lo circondava, almeno fino a quando la porta della loro camera si spalancò, mostrando un inedito Andrea in versione notturna, completo di canottiera vecchia di cinque anni e boxer a righine, che li guardava con aria allucinata, illuminato appena dalla luce bianchiccia di una torcia elettrica.
- Tutto a posto, ragazzi? – chiese allarmato, illuminandoli uno per uno mentre Rene gli chiedeva per pietà di spegnere la dannata cosa, che gli infastidiva gli occhi.
- Aha. – annuì tranquillo Mario, Davide ancora steso sul petto neanche fosse stato perfettamente naturale, - Successo qualcosa?
Andrea sollevò gli occhi al cielo, mentre – dal profondo abisso del fondo scuro del corridoio – giungevano le urla belluine di José, impegnato ad imprecare in portoghese contro una lunga sfilza di divinità cristiane e non.
- …è saltata la luce. – biascicò stremato. – Che città di merda. – concluse quindi, richiudendo la porta. Davide rise piano e Mario gli fece il solletico, guadagnando in cambio uno schiaffone sul braccio talmente rumoroso che Lorenzo saltò a sedere e si guardò celermente intorno, allarmato dal fragore.
- Sapete che storia sarebbe perfetta da raccontare adesso? – chiese invece l’attaccante, mettendosi seduto così velocemente da costringere Davide a cadergli in grembo con un urletto sorpreso, - La vecchia storia del fantasma del mal di pancia.
- Mario… - cercò di rimproverarlo Davide, ritrovandosi immediatamente una mano schiacciata delicatamente sulle labbra, per impedirgli di proseguire.
- Oh, ti prego. – protestò Rene, tirandosi le coperte fin sopra la testa, - Risparmiami almeno questo.
- Che… che storia? – chiese invece Lorenzo, incrociando le gambe sul materasso e protendendosi interessato verso il matrimoniale.
- Mmh, non so se posso raccontartela… - rifletté Mario, mentre Davide roteava gli occhi e lo mandava discretamente a fanculo, tornando a stendersi sulla propria metà del letto nel tentativo di dormire, - Sei un po’ piccolo, ti pare?
- Ho sedici anni! – protestò lui, spalancando gli occhi. Mario sembrò considerare molto seriamente la possibilità di tacere e mettersi a propria volta a dormire, ma alla fine, fortunatamente, sospirò ed annuì.
- D’altronde, è giusto che anche tu sappia. Così potrai difenderti. – asserì serio, mentre Rene, dal fondo delle coltri che lo coprivano, lanciava al cielo un pietoso lamento.
- Mario, sei un cretino. – borbottò Davide, tirandogli un mezzo calcio da sotto le lenzuola, - Piantala, è solo un ragazzino.
- Non sono un ragazzino! – ruggì Lorenzo, profondamente offeso, ma Davide lo ignorò in modo così plateale da convincerlo a desistere da quell’inutile opera di persuasione e tornare a concentrare tutta la propria attenzione su Mario. – Che storia è?
- Be’, - scrollò le spalle lui, - naturalmente sai chi è Zlatan, no?
- Ovvio. – annuì Lorenzo, interessato. Lui non aveva avuto il piacere di conoscerlo, solo di osservarlo da lontano quelle poche volte che la Primavera s’era incrociata con la prima squadra durante gli allenamenti, ma la fama di Zlatan Ibrahimović non teneva conto né del tempo né dello spazio. E quindi sì, ovviamente sapeva chi fosse, e una volta fatto il suo nome anche tutto il resto della storia assunse un’importanza del tutto diversa.
- E, altrettanto naturalmente, - proseguì Mario, dosando attentamente i gesti e le pause per mantenere l’aspettativa al livello più alto possibile, - hai sentito parlare dei suoi numerosi mal di pancia.
Lorenzo annuì ancora, mentre Rene tornava a mostrarsi al di sopra delle lenzuola, solo per lanciargli un’occhiata sconvolta e mormorare un incerto “non vorrai mica…” che Mario ignorò apertamente, costringendolo a sospirare frustrato e tornare a nascondersi in un luogo sicuro.
- Insomma, la verità su Zlatan… - disse Mario a bassa voce, in tono cospiratorio, - è che era posseduto dallo spirito del mal di pancia.
- Lo sp-… - sbottò Rene, risorgendo ancora dalle coperte appena in tempo per notare Davide riemergere a propria volta e guardare quello che a buon diritto era possibile definire “il suo ragazzo” con un’occhiata a metà fra l’incredulo e l’ammirato, - …ma tu non puoi aspettarti che ci creda! – sbottò esasperato, - Lori, per carità. Mandalo a fanculo e mettiti a dormire.
Lorenzo si lasciò andare ad una risatina di puro disagio, grattandosi la nuca.
- Già… - biascicò incerto, - è… è sicuramente una cavolata, no? Mi stai prendendo in giro…
Mario scrollò disinvoltamente, come non gl’importasse certo se essere creduto o meno. Davide sospirò teatralmente e si spiaccicò una manata sulla fronte, tornando a stendersi su un fianco.
- Puoi credermi o non credermi. – buttò lì Mario, tranquillissimo, – Ma per quale altro motivo credi che uno dovrebbe voler rinunciare a un compenso da urlo come quello che Ibra aveva qui, per andarsene in un posto in cui lo pagano di meno, è odiato dai tifosi e non è nemmeno la stella della squadra? Semplicemente, - aggiunse con una scrollatina di spalle, - se non fosse andato via, lo spirito del mal di pancia avrebbe continuato a perseguitarlo per sempre. E adesso è ancora qui che si aggira in mezzo alla squadra, sotto forma di uno Zlatan scuro come la notte, impalpabile come una nuvola e con gli occhi rossi come quelli di un ratto bianco, e luminosi come stelle, che aspetta solo di prendere possesso del corpo di qualcun altro, per costringere anche lui a soffrire le pene dell’inferno finché non si rassegnerà ad andare via.
Un lungo silenzio seguì la dichiarazione di Mario. Un silenzio che fu riempito appena dal movimento degli occhi di Davide e Rene, che tornarono a fissarsi prima su Mario e poi su Lorenzo, come a volersi chiedere del primo come potesse essere così assurdamente perfido da perseverare in quell’atto di pura crudeltà verso un animale indifeso, e del secondo come potesse essere così assurdamente sciocco da cascarci.
Poi, Lorenzo ridacchiò imbarazzato, con considerevole difficoltà, e si ravviò la frangetta lungo la fronte.
- …andiamo… - deglutì a vuoto, - sono… voglio dire… non possono… - ma la sua frase, se mai aveva avuto intenzione di concludersi, non riuscì mai a farlo, perché venne presto sovrastata da un rumore nel corridoio, appena fuori dalla stanza, seguito da una serie di indistinguibili imprecazioni in una strana lingua a metà fra l’italiano, lo spagnolo e qualcos’altro che non era davvero possibile decifrare.
Lorenzo, Davide e Rene scattarono a sedere, trattenendo il fiato e portando entrambe le mani al cuore, mentre perfino Mario, che pure sapeva perfettamente di aver detto una marea di cazzate fino a quel momento, non poteva fare a meno di irrigidire tutti i lineamenti, fissando la porta con aria timorosa.
- Cosa… - biascicò Rene, inumidendosi le labbra, - Cosa è stato…?
- …non ne ho la più pallida idea. – ammise Davide, già moderatamente spaventato, - Qualcuno dovrebbe… andare a vedere.
Mario annuì, e per un secondo sembrò che dovesse essere lui l’eroe designato ad uscire, praticamente seminudo, per affrontare lo spirito del mal di pancia o chiunque altro avesse causato quell’improponibile tramestio là fuori. Poi, i ragazzi lo videro incrociare le braccia sul petto ed inspirare profondamente.
- Lori. – disse quindi, serissimo, quasi sacrale, - Vai tu.
- Cosa?! – strillò il ragazzino, portando le coperte a coprirsi fin quasi a metà viso, terrorizzato, - Assolutamente no! Se è lo spirito io non-
- Non esistono gli spiriti! – cercò di rabbonirlo Mario, alzando la voce, - Ti stavo prendendo in giro!
- E allora perché non esci tu? – replicò quello, ostinato, e Mario inarcò un sopracciglio.
- Perché – rispose Mario, ghignando supponente, - posso farti passare dei guai non indifferenti, se non obbedisci.
- Mario! – cercò di rimproverarlo Davide, ottenendo in risposta un mezzo cazzotto sulla spalla che lo stese letteralmente sul letto, mugolante di dolore.
- Va… va bene. – annuì quindi Lorenzo, sempre terrorizzato dallo spirito del mal di pancia ma indubbiamente più terrorizzato da Mario, - Esco.
I tre compagni lo osservarono sgusciare silenziosamente fuori dal letto, cercare a tentoni le proprie pantofole e poi muoversi lento verso la porta, appoggiandosi a qualsiasi superficie incontrasse con la mano tesa in avanti, per evitare di inciampare e cascare rovinosamente a terra. Poi lo osservarono schiudere la porta, trarre un profondo respiro e infine spalancarla e catapultarsi all’esterno della stanza, coinvolgendo lo spirito del mal di pancia in una capriola rotolante fino alla parete di fronte.
- Whoa! – esclamò stupito lo spirito del mal di pancia, battendo di spalle contro il muro. Davide sollevò la testolina arruffata dal cuscino, e Mario poté quasi vederlo tendere le orecchie e arricciare il naso, come subodorasse una presenza molesta o fuori posto.
- Zlatan. – disse quindi il ragazzo, prima di voltarsi verso di lui, - Zlatan! – ripeté, - Era la voce di Zlatan!
- Davide?! – strillò quindi Mario, turbato, - Che cazzo dici?!
- È impossibile! – rincarò Rene, saltando giù dal letto. La stessa cosa fecero anche gli altri due, iniziando poi a correre a perdifiato verso l’uscita della stanza, per poi fiondarsi in corridoio, inciampare nel peso morto del corpo di Lori ancora per metà steso in terra e carambolare anche loro contro lo spirito del mal di pancia, schiacciandolo ulteriormente contro la parete ed ascoltando non senza un certo stupore misto ad inquietante paura dovuta al fatto che effettivamente l’essere aveva la voce di Zlatan, si lagnava come Zlatan ed aveva perfino il suo stesso profumo.
- Cosa cazzo sta succedendo qui?! – strillò José apparendo da qualche parte in corridoio. E in quel momento si accese la luce, mostrando impietosa l’immagine di quattro adolescenti incastrati l’uno con l’altro come mattoncini del Tetris addosso al corpo di un ben noto svedese imprigionato senza scampo fra quegli stessi corpi, il muro e il pavimento. – Zla… Zlatan…? – mormorò l’allenatore, sgomento.
- Er… ciao… - biascicò Zlatan, sollevando una mano per salutarlo ed abbozzando un sorriso incerto.
- …ti avevo detto di aspettare a Milano! – protestò immediatamente José, gesticolando come un ossesso, - Mai che tu mi dia ascolto, Cristo santo! Mai!
- Scusa se avevo voglia di vederti! – sbottò Zlatan, sconvolto e offeso, scrollandosi di dosso i quattro corpi inerti ed alzandosi in piedi, per affrontare José da una posizione più vantaggiosa.
- Oh, non prendermi in giro con le romanticherie, adesso! Helena ricomincerà a rompere le palle. – sbottò l’altro, incamminandosi disinvoltamente verso la propria camera, subito seguito da Zlatan.
- La mia donna non rompe le palle più di quanto non faccia la tua! – corresse in un moto d’orgoglio, - E comunque non ho mica tutto questo tempo, io! Aspettarti! Domani devo tornare a Barcellona, che credi? Sono un uomo importante!
- Oh, certo, vostra maestà, scusatemi se ho dimenticato che ora siete voi la reginetta del ballo delle maturande, in quel di Spagna… - si fermò a due passi dalla porta, voltandosi a squadrare i ragazzi con aria truce, mentre loro cominciavano a riprendere i sensi dopo la collisione, - …parlatene con qualcuno e siete fuori squadra finché questo culo non lo vedrete sul campo. – minacciò, indicando con precisione il culo di cui stava parlando; per tutta risposta Zlatan si voltò indietro ad autoammirarsi con un sorrisino divertito. – Sempre che appunto ci si arrivi, come vi ripeto sempre. E ora, marsch! A fare la nanna! E di corsa! – e, così dicendo, si chiuse in camera con Zlatan.
Lorenzo, finalmente nel pieno di tutte le sue facoltà fisiche e mentali, si sollevò da terra e si spolverò i pantaloncini.
- Ma quindi… - azzardò, e se quello era il pieno di tutte le sue facoltà fisiche e mentali, non c’era da meravigliarsi che il mister non si fosse ancora convinto a fargli fare il salto di qualità per intero, - …mister Mourinho va a letto con lo spirito del mal di pancia, o che?
Davide, Mario e Rene lo guardarono con aria allucinata per molti secondi. Poi si alzarono in piedi ed entrarono in camera, chiudendo la porta. Rene si affacciò pochi secondi dopo, giusto per dirgli “tu dormi fuori”, e poi tornò a chiudersi dentro. A chiave.
Andrea passò per il consueto giro di controllo solo verso le sei dell’indomani mattina, ancora in canotta e boxer, e lo trovò seduto per terra in corridoio, spalle alla porta e testa pesante, ciondolante avanti e indietro.
- Lorenzo…? – lo chiamò appena, - Che ci fai qua fuori?
- Mmhn…? – biascicò lui, guardandolo con sincera gratitudine, - Sto attento che lo spirito del mal di pancia… non torni… per impossessarsi di qualcuno… - spiegò confusamente, fra un balbettio e l’altro. Andrea inarcò un sopracciglio, poi si chinò, lo tirò in piedi sollevandolo per le spalle e cercò di svegliarlo con qualche schiaffetto sulle guance, senza ottenere risultati granché rilevanti.
- Va be’. – annuì compiaciuto, - Dai, ti offro un caffè. – concluse, trascinandolo al piano di sotto. Lorenzo non trovò la forza di opporsi. 

Genere: Introspettivo, Romantico, Drammatico.
Pairing: José/Davide.
Rating: R.
AVVERTIMENTI: Slash, Angst, Lime.
- "È come se non fosse mai passata neanche un’ora, ed è vero. Quanto di bello c’era, fra loro, è rimasto uguale. Quanto di brutto anche, però."
Note: Un altro anno è passato, e con esso è arrivata una nuova celebrazione del mio matrimonio ormai quadriennale con il Def, a fronte di sei anni (e mezzo) di conoscenza XD Non passa giorno che io non ripensi al passato e mi dica con sempre più convinzione che, quando si è trattato di fare una scelta, io ho fatto quella giusta. (Io e pochi altri. Posso vantarmene.)
E siccome a quest'uomo voglio bene, ma bene veramente, è per me importantissimo offrirgli in dono i suoi adottini preferiti. CHE SOFFRONO E SI STRUGGONO, because that's how I usually express love. Lui lo sa, ed è indulgente con me u.u
Buon pianto, unico womo della mia vita XD ♥
(Come da tradizione, scritta per il P0rn Fest, su prompt Davide Santon/José Mourinho, Come se non fosse mai passata neppure un'ora, che potrebbe o non potrebbe - ma al 99% è - un prompt dello stesso Def. Così, ipotizzo XD)
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FORMALDEIDE

Rivedersi è, apparentemente, molto meno complesso di quanto entrambi non avessero immaginato. Hanno passato giorni in spasmodica attesa, pensandoci tanto – pensandoci troppo –, e tutto quello che riesco a pensare adesso, di fronte a questo caffè – nero per José, macchiato per Davide, “se continui così comincerai a ingrassare”, “Mister, me lo dice da quando avevo diciassette anni, le sembro ingrassato adesso?” –, è che avrebbero dovuto farlo prima.
Sì, avrebbero dovuto farlo prima, nei lunghi mesi trascorsi in attesa di Newcastle-Chelsea, prima, quando incontrarsi non sarebbe sembrata una questione di stato, prima, quando all’ansia di rivedersi non si era aggiunta l’ansia dell’attesa, e della paura, e del desiderio irresistibile di procrastinare il più possibile, fino alla fine del mondo, magari, per evitare di guardarsi negli occhi e scoprire che qualunque fosse la cosa che li aveva tenuti avvinti per due anni, ai tempi dell’Inter, era scomparsa per sempre.
È ancora lì, negli occhi di entrambi, invece, e nel riconoscerla si sentono entrambi sollevati. Ci sono parti di te che ti si attaccano addosso con gli uncini, mentre cresci, mentre invecchi, parti di te che sono le altre persone a cucirti sulla pelle. Cose che non conoscevi, che non sospettavi, che non potevi neanche immaginare, mondi segreti, attimi rubati al flusso del tempo, che scopri per la prima volta quando guardi qualcuno negli occhi e te ne senti attratto anche se sai che non dovresti. Anche se sai che non puoi. Anche se sai che, pure se ti prendi la libertà di sperarci, di crederci, di rubare alla vita di quella persona istanti preziosi per prenderli per te, per tenerli nascosti da quel momento in poi, alla fine non ti resterà niente di concreto, fra le dita. Niente, a parte un po’ di rimpianto. E il rimpianto ha un suo peso specifico, che impari a riconoscere col tempo.
Davide guarda José, e si sente risuonare nelle orecchie – stranamente – la voce di Mario. Rivede i suoi occhi sgranati, le labbra dischiuse, l’espressione stranita mentre ascoltava la sua confessione isterica – niente lacrime, ma un attacco di panico in piena regola, una roba da singhiozzi, da mani tremanti, da difficoltà respiratoria, da pallore spettrale, che Mario aveva impiegato ore a domare, parlandogli piano, ascoltandolo in silenzio, come solo lui sapeva fare –, e poi sente la sua voce, la sente distintamente, “Dade,” nel silenzio della stanza, “Dade, ma quanto cazzo ti vuoi male?”
Per José è diverso, José guarda Davide e non sente nessuna voce, a parte quella del suo proprio senso di colpa. Una voce identica alla sua, talvolta identica a quella di Davide, ma più cattiva, più aspra, in un rimprovero insistente, martellante, privo di pietà. “Cosa stai facendo?” diceva la sua voce, “Cosa mi stai facendo?” diceva quella di Davide. E non era facile sopportarla. Ma era ancora più difficile resistere agli occhi di Davide, alla sua vicinanza, alla sua voce – i suoi sussurri, i suoi gemiti –, a tutte le altre piccole cose che José notava quando stavano insieme, e che erano sue, sue soltanto, il tubetto di dentifricio spremuto a metà, il letto rifatto appena in piedi, il latte, il latte ovunque. Dividere una stanza e immaginarla come una casa, un piccolo regno. Immaginare le mille possibilità che avrebbero potuto avere, se.
- E insomma, - chiede José, con un sorriso stentato, - Come stai?
Ma non è la domanda che vuole porre, perché di questa domanda conosce già la risposta. La legge negli occhi di Davide, ed è una risposta senza parole, che gli basta perché lo conosce abbastanza bene da tradurla in lingua senza nessun aiuto. Sono altre, le domande che vuole porre. Ti fa felice, la tua vita, com’è adesso? Ti manco, io? Ripensi mai a noi? Spremi ancora il tubetto del dentifricio al centro? Dio quanto lo odiavo. Dio quanto mi manca. Dio quanto mi manchi.
Davide sorride.
- Sto bene. – risponde. Non è la risposta che vorrebbe dare, ma se la fa bastare.
José lo guarda, ed aspetta che accada qualcosa. Una cosa qualsiasi, che possa spezzare l’immobilità fra loro. Una cosa che torni ad unirli, che stringa il laccio, qualcosa che possano ricordare ancora fra vent’anni, come ancora ricordano il primo bacio, la prima volta, gli abbracci e i litigi e la gelosia e tutti quegli stupidi rituali con cui gli amanti non smettono mai di corteggiarsi anche dopo essere stati insieme.
Davide si alza in piedi quasi subito, l’espressione per un secondo dura, quasi severa, che poi si scioglie in un sorriso indulgente.
- Sei solo in camera? – domanda.
Basta quello.
*
Si scivolano addosso come gli anni passati dal loro ultimo incontro, lentamente ma con leggerezza. Le mani di José corrono sotto i vestiti di Davide, sfiorano la pelle calda, cercano punti precisi di cui anni prima conosceva la mappatura a memoria, e che adesso basta solo un minimo di esplorazione per ritrovare. Le sue labbra si arrampicano e ridiscendono su e giù per la curva elegante del collo di Davide, stupendosi della sua pelle ruvida, del retrogusto lievemente amaro che il dopobarba gli ha lasciato appiccicato addosso. Il suo bambino è cresciuto, pensa, e il pensiero non gli dà i brividi come pensava avrebbe fatto. È una nota divertente, un piè di pagina minuscolo sulla storia ridicola del loro rapporto, qualcosa a cui ripensare con allegria nella nostalgia, eri mio prima che fossi di chiunque altro, poi le labbra di Davide si schiudono in un gemito nervoso e impaziente, e il passato non conta più, o meglio, è la parola a perdere di significato, perché gli anni della loro unione non sono più prima, sono adesso, non sono mai finiti. Come fossero rimasti intrappolati nel ghiaccio di un inverno improvviso e fulminante nel mezzo di un’estate che sembrava non dovesse finire mai, riemergono adesso nella primavera più fredda di cui entrambi abbiano mai avuto memoria. E poi ci pensano, e ridono insieme del fatto che si sono lasciati a maggio, e tornano insieme in novembre.
Davide si stende sotto di lui, schiude le gambe ed accoglie il corpo di José sul proprio. Lo sente avvicinarsi, percepisce il suo calore sulla pelle e se lo stringe contro in un abbraccio infantile, che fatica a lasciarlo andare. José si muove goffamente, intrappolato fra le sue braccia, ma non gli importa, finché sente il suo sapore sulla lingua, i suoi respiri affannosi sulle labbra, il suo calore contro di sé. E quello non è un albergo, quella è la Pinetina, e in camera c’è Mario che aspetta Davide, pronto a rimproverarlo quando lo vedrà sciogliersi in lacrime senza vergogna davanti a lui per tutto quello che non potrà mai avere, e José conta i secondi che può passare con Davide perché sono l’unica cosa che lo separa dalla solitudine, e da quella voce che scalpita per farsi ascoltare, che cosa fai, José, che cosa fai. E si stava male, e si piangeva un sacco. Ed era bellissimo.
Il piacere esplode dentro di loro lasciandoli confusi e intontiti, e il desiderio di non lasciarsi andare – non ancora, non così presto – si traduce in una strana stanchezza improvvisa che rende i loro corpi pesanti, che costringe José a restare drappeggiato addosso a Davide come una coperta. Faceva freddo, prima. Ora non più.
*
José riapre gli occhi, svegliato dallo scrosciare dell’acqua nel lavandino, in bagno. Poi arriva il rumore dello spazzolino, e José capisce che Davide dev’essersi svegliato prima di lui. Si chiede distrattamente che ore siano, pensa di volersi voltare per lanciare un’occhiata alla sveglia sul comodino, poi capisce che non vuole davvero saperlo e rinuncia. D’altronde, non importa che ore siano, quello che importa è che ormai è tardi, e che Davide deve andare via.
Il pensiero lo colpisce quasi con violenza, e non è piacevole affatto. È come se non fosse mai passata neanche un’ora, ed è vero. Quanto di bello c’era, fra loro, è rimasto uguale. Quanto di brutto anche, però.
Si alza faticosamente in piedi, tirandosi su i pantaloni e camminando verso il bagno a piedi nudi. Si appoggia allo stipite della porta con una spalla, incrociando le braccia sul petto, e lo osserva lavarsi i denti con attenzione quasi maniacale, come ha sempre fatto. Sorride a metà nel notare il tubetto del dentifricio spremuto nel centro. Questi dettagli sono i frammenti di lui che si porterà dentro per sempre.
Davide si sciacqua la bocca e il viso, ripone lo spazzolino, poi si volta a guardarlo.
- Oh. – dice, lievemente imbarazzato, - Scusa, non ti ho sentito. – si stringe nelle spalle, offrendogli un sorriso.
- Non preoccuparti. – José scuote il capo, - Non volevo che mi sentissi.
Davide ride, avvicinandoglisi.
- Non essere inquietante. – gli dice quindi. Poi guarda altrove, una luce più triste negli occhi. – Devo andare.
- Lo so. – annuisce José, un sorriso paterno come dipinto sul volto.
Davide torna a guardarlo, gli tremano le labbra. Non è facile da dire. Non pensava che l’avrebbe mai fatto.
- Non credo che ci rivedremo più.
Il sorriso di José si allarga, mentre lui si sporge in avanti, stringendolo in un abbraccio affettuoso.
- Sei cresciuto bene. – gli dice, - Sono fiero di te.
Davide approfitta del momento, mentre José non lo guarda, per concedersi un pianto breve e silenzioso.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Davide/Mario, Davide/Chloe.
Rating: PG.
AVVERTIMENTI: Slash, Het, What If?.
- "Sienna è la bambina più buona, più tranquilla del mondo."
Note: Scritta per la Notte Bianca #11 di maridichallenge (♥) su prompt T'es mon tempo, mon inlassable écho (Grande Rio, BB Brunes). Obbligatorio dazio nottebianchiano pagato al Santonelli :) (E poi avevo una voglia matta di giocare un po' con Sienna-Mae *O* Non è di certo l'ultima volta.)
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MON TEMPO

T'es mon tempo, mon inlassable écho

Sienna è la bambina più buona, più tranquilla del mondo. Da che è nata, né Davide né Chloe possono dire di ricordare una sola occasione in cui abbia pianto per noia o per capriccio o, in generale, per qualunque motivo che non fosse il pressante bisogno di cibo o l’altrettanto pressante bisogno di essere cambiata. Ed anche in quelle occasioni, si è limitata a due o tre latrati di precisione, lanciati all’indirizzo di mamma e papà perché capissero esattamente cosa stesse accadendo all’interno di quella sua testolina perfettamente rotonda, e si affrettassero a risolvere il problema prima ancora che si presentasse.
Ciononostante, il ventitré novembre dell’anno duemilatredici, esattamente alle ore ventuno e diciassette, senza alcun apparente motivo, Sienna ha cominciato a piangere. Uno di quei pianti uggiosi e infastiditi, tipici di quei neonati che vorrebbero addormentarsi ma non riescono, o che si annoiano ma non sanno cosa fare per distrarsi, o che sono stanchi di stare sdraiati ma non hanno intorno nessuno che voglia o possa prenderli in braccio, in quel momento.
- E la bambina? – ha domandato ad alta voce Chloe, sollevando lo sguardo dalla rivista che stava sfogliando pigramente per lanciare un’occhiata nella vaga direzione della stanza della piccola.
Davide le ha ricambiato un’occhiata incerta, poi si è sollevato in piedi ed è andato a prenderla, sperando che cullarla un po’ potesse calmarla, ed aiutarla a riaddormentarsi. Ma quello non era un pianto normale, e niente di normale è stato in grado di calmare Sienna. Coccole, paroline dolci, offerte di ciucci, latte e sonaglini multicolore— niente.
Sta ancora piangendo quando, più di due ore dopo, il cellulare di Davide prende a vibrare.
Lui sta scorrendo le ultime notizie sul tablet prima di andare a dormire, avvolto nel pigiama con le pecore che la mamma di Chloe gli ha regalato per il suo compleanno e tutto raggomitolato sulla poltrona accanto alla lampada da tavolo, in salotto, e se ne accorge solo perché, per una fortunata coincidenza, si ritrova a lanciare un’occhiata al tavolino sul quale il cellulare è appoggiato proprio mentre il display comincia ad accendersi e spegnersi furiosamente per catturare la sua attenzione.
Chloe, stremata dopo un’ora e mezza di tentativi di placare Sienna, è andata a dormire una ventina di minuti fa, e Sienna, al momento, è tutta imbacuccata nella sua tutina da notte e legata al passeggino, che Davide spinge pigramente avanti e indietro sperando che quell’ondeggiare continuo contribuisca a darle un po’ di sonnolenza. (Inutile dire che non sta funzionando, e Sienna continua a piagnucolare agitando i pugnetti per aria, infastidita da qualcosa che non è in grado di spiegare, e forse nemmeno di capire.)
Davide non smette di spingere il passeggino, mentre si allunga a recuperare il cellulare per leggere il nome del disgraziato che ha scelto proprio questa sera, di tutte le sere, per rompere le palle. E quando riconosce il numero – perché il nome dalla rubrica l’ha cancellato, ma il numero dalla testa mai – capisce tutto, ed anche il pianto improvviso ed apparentemente immotivato di Sienna ha improvvisamente un suo perché. D’altronde, non sono i bambini che percepiscono le catastrofi naturali prima che si verifichino? (O forse erano i cani. Davide non potrebbe giurarci, al momento.)
- Mario. – lo chiama a bassa voce, rispondendo al telefono.
Dall’altro capo della cornetta, Mario non risponde subito. Resta in silenzio per un paio di secondi, respirando piano, come assaporando il suono della sua voce.
- Oh. – dice quindi, - Com’è?
- Com’è? – ripete Davide, fissando un punto a caso nel vuoto con evidente sconcerto, - Ma sei serio? Non ci sentiamo da mesi.
- Eh, infatti. – ribatte lui, - Per questo m’informavo.
- Ma t’informavi di cosa?! – sbotta Davide, e per il nervosismo dimentica perfino di spingere il passeggino, dettaglio che Sienna non manca di notare e per il quale non si risparmia una rumorosa, piagnucolante protesta.
- Non lo so. – ribatte lui, - Ma che succede?
- Niente, lascia stare, è la bambina… - risponde Davide con un sospiro sconsolato. Poi si rende conto che, da quando è nata Sienna, lui e Mario non hanno mai parlato. In realtà non parlavano già da un po’, quando la bambina è nata. Ma fa un po’ strano, pur sapendo che Mario deve per forza essere a conoscenza della sua nascita, parlare di lei senza avergli mai detto che era venuta al mondo. – Ho avuto una bambina. – dice quindi, un po’ stupito dal suono della sua stessa voce mentre pronuncia quelle poche parole, - Si chiama Sienna-Mae.
- Ma lo so. – risponde Mario, sbrigativo, - Che discorsi fai?
- Non lo so… - risponde lui, un po’ confuso, - Pensavo di dovertelo dire.
- Lo navigo anch’io l’internet, Dade, piantala di fare il cazzone. – sbotta Mario.
Il tono, il soprannome, lo slang da ragazzini. Mezza frase, e Davide torna indietro di cinque anni. Un viaggio a ritroso che gli dà la nausea e gli fa girare la testa.
- …Mario, - sospira, - Perché mi hai chiamato?
Di nuovo, Mario non risponde subito. Resta in silenzio per qualche secondo, sembra riflettere sulla sua domanda e poi rilascia un sospiro profondo, prima di parlare.
- Stasera è stata una merda. – mugugna in un borbottio continuo ed infantile, di quelli che Davide ricorda di avergli sentito fare spesso quando dividevano la stanza in Pinetina e qualcosa gli andava storto (sempre troppo spesso) e Mario sentiva il bisogno di lamentarsi. – Non so come andrà, ma non… - sospira, - Questo non è più il posto giusto per me.
Davide non può trattenere un sorriso sghembo, mentre si appoggia con la schiena alla spalliera della poltrona, piegando le gambe sotto il sedere.
- Cos’è, stai diventando uno zingaro anche tu? – domanda quasi teneramente.
- Forse lo sono sempre stato. – risponde Mario. Davide può sentirlo scrollare le spalle con finto disinteresse. Sarebbe quasi comico, se non fosse impossibile. – In ogni caso, - prosegue, e Davide trema, perché la sente arrivare, come il fischio di un treno in corsa, - Credo tornerò in Inghilterra.
Davide trattiene il respiro solo per un paio di secondi, il tempo di sentire l’eco furiosa del proprio cuore che batte al triplo della velocità, forte abbastanza da scacciare, anche se solo per qualche istante, perfino il piagnucolio continuo di Sienna.
- Lo sapevo già. – dice in un soffio.
- Eh? – risponde Mario, interdetto, - Come?
- Mourinho. – ribatte lui, - L’ho incontrato qualche giorno fa e… insomma, mi ha accennato. – borbotta vago.
- Ah, certo. – sbuffa Mario, contrariato, - Certo, ovviamente. Lui lo sapeva già.
- Eddai, Mario… - ride appena lui, - Dammi pace. Mi hai appena detto questa cosa e mia figlia sta piangendo ininterrottamente da ore, mi merito una tregua.
- Ma che ha la bambina? – sospira Mario, ma c’è una nota di curiosità, nella sua voce, che accende qualcosa nel petto di Davide.
- Non lo so. – risponde, - Ha cominciato a piangere un paio d’ore fa, del tutto a caso, e non s’è più fermata.
- Mh… - mugola lui, - Sai cosa, passamela.
- Che?
- Passamela, ti dico.
Trova l’idea più piacevole di quanto avrebbe mai potuto pensare. Lentamente, scosta il cellulare dall’orecchio e lo accosta al viso paffuto e arrossato della bambina, abbassando il volume delle casse in modo che non possa ferirle l’udito.
Mario le dice qualcosa, qualcosa che Davide non riesce a sentire, e Sienna, improvvisamente come quando ha cominciato, smette di piangere.
Davide spalanca gli occhi, riportando il cellulare all’orecchio.
- Dimmi come hai fatto. – ordina perentorio.
Mario ride, divertito.
- Abbiamo fatto quattro chiacchiere. – risponde.
- Semmai un monologo. – lo corregge Davide, - Lei non parla.
- Stessa cosa. – scrolla le spalle Mario in un’altra risata.
- No, dai, sul serio. – insiste lui, quasi piagnucolando come sua figlia (adesso serenamente sonnecchiante nel proprio passeggino) stava facendo fino a pochi istanti fa, - Cosa le hai detto?
- Che aveva rotto il cazzo. – risponde Mario, ridendo come un bambino.
- Mario! – lo rimprovera Davide, oltraggiato.
- Scherzo, scherzo! – ride ancora lui. Poi la sua voce si fa più dolce. – Le ho detto “a fra poco”.
E di nuovo, nel silenzio, il cuore di Davide gli rimbomba nelle orecchie. Stavolta, senza brusii di sottofondo.
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario/Davide, Davide/Zlatan, Zlatan/José più varie assortite.
Rating: NC-17.
AVVERTIMENTI: Slash, AU.
- La Fondazione Paramilitare per la Sicurezza, la Protezione e il Contenimento dei Soggetti e dei Fenomeni Scientificamente Inspiegabili, comunemente conosciuta come SCP Foundation, si occupa di identificare, mettere in sicurezza, conservare e procedere alla classificazione e allo studio approfondito di tutti quei fenomeni e soggetti paranormali/sovrannaturali che comunemente interagiscono, più o meno evidentemente, con la realtà di tutti i giorni. Davide Santon è un Agente alle dipendenze di José Mourinho, direttore generale del distaccamento milanese della Fondazione, nonché suo padre adottivo. Sta ancora riprendendosi dall'addio forzato al suo partner precedente, Zlatan Ibrahimovic, trasferitosi recentemente al distaccamento parigino, quando suo padre gli affida un novizio, Mario Balotelli. E i due danno inavvertitamente inizio all'Apocalisse.
Note: Il mondo è un posto bello in cui io posso scrivere anche di queste cose non solo senza sentirmi in colpa, ma anche gloriandomene e divertendomi un casino XD Dunque, breve storia di questa storia: l'idea di base, il fulcro su cui tutto si sviluppa, l'idea di scrivere una storia sovrannaturale "a episodi", divisa in stagioni come una serie tv, nasce un paio d'anni fa, quando incappo per caso nella community LJ paranormal25, che decido di utilizzare come una traccia generica, seguendo i vari prompt proposti dalle varie tabelle. Ho subito capito che sarebbe stata una storia sul Soccerdom, perché la tipologia del racconto richiedeva tipo un fottio di personaggi, che solo il Soccerdom poteva darmi con l'adeguata abbondanza, ma per il resto un enorme velo nero è calato sulla storia e sui modi, finché Julie non ha inventato il Genetics Fest. Sono rimasta a brancolare nel buio chiedendomi cosa avrei potuto scrivere a riguardo, visto che avevo già deciso di prendere piume come prompt, quand'ecco che il progetto di questa storia è tornato a bussare alle porte della mia memoria, e giù a cascata tutto l'headcanon che in due anni non mi era mai passato per la testa XD
Dunque, in sostanza, per i primi quattro episodi dovresti essere abbastanza sicuri di poterli ricevere per tempo, uno a settimana, in coincidenza con le scadenze del Genetics Fest. Per i successivi, chissà! XD Mi conoscete, sapete che scrivo a cazzo di cane, ma prometto che cercherò di essere se non puntuale almeno dignitosa con le consegne e i postaggi ♥
Ciò detto, aspettatevi una storia potenzialmente infinita -- Supernatural ci fa una sega. E buon divertimento XD
L'ispirazione per la SCP Foundation viene da qui.
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THE UNSPEAKABLES
1x01 – Pilot

Avrebbe potuto voler diventare un avvocato, riflette fra sé, le gambe accavallate, le braccia incrociate sul petto, un piede che sbatte nervosamente contro il pavimento in resina lucida e bianca, il culo poggiato controvoglia sulla seggiolina in plastica grigia più scomoda mai concepita da mente umana. Avrebbe potuto diventare un avvocato, o chissà, un medico. Avrebbe potuto voler essere un poliziotto, o un professore. O un pilota automobilistico. Perfino un calciatore.
Ma no. Lui voleva seguire le orme paterne. Paterne, poi. Un blocco di cemento attaccato a una caviglia e in caduta libera giù da un ponte verso il mare sarebbe stato più paterno di quanto José Mourinho era stato nei confronti di Davide per tutta la sua intera esistenza, da che era stato adottato in poi, cosa che, davvero, aveva del crudelmente ironico. Se la natura non ti ha dato dei figli, perché disturbarti ad andartene a cercare uno fino in Italia per poi non stare mai con lui? Sempre lontano, suo padre, sempre immerso nel suo lavoro, sempre chiuso in ufficio, sempre impegnato ad incontrare gente che inevitabilmente finiva per non essere Davide. Un padre assente, per voler usare un eufemismo ancora gentile. Un trascurante figlio di puttana, a volere invece descrivere in termini più propri la realtà dei fatti.
Forse è per questo motivo che, posto di fronte alla scelta della vita, non appena concluso il liceo, Davide ha scelto la pillola rossa. Ha scelto di aprire gli occhi e guardare, uscire dalla realtà per cui “papà è il direttore generale di un’importante organizzazione che lo tiene molto, molto occupato, tesoro” per tuffarsi di testa nella verità che ha continuato a sfuggirgli per tutti gli anni della sua infanzia.
Una verità che ora vive quotidianamente, che gli piace più di quanto non ammetterà mai, e che a fasi alterne gli regala quanto di meglio la vita abbia da offrirgli, e subito dopo quanto di peggio.
I suoi pensieri si soffermano distrattamente sul profilo di Zlatan che si staglia contro il tramonto, in spiaggia, la tenda da campeggio appoggiata sulla sabbia qualche metro più in là, il carbone che scoppietta ed arde allegro nel braciere fra di loro mentre nell’aria si diffonde l’aroma invitante delle puntine di maiale annaffiate nel salmoriglio. “Andrà tutto bene, Dade,” la sua voce sempre così ruvida, dai semitoni così improvvisamente soffici, “Non hai davvero bisogno di me.” Il sapore di sale, chissà se dovuto alle lacrime o all’acqua di mare.
Scaccia via il pensiero con forza, chiudendo gli occhi e aggrottando le sopracciglia. È arrabbiato, con se stesso, principalmente, per essere nonostante tutti gli anni di servizio che ha ormai alle spalle ancora così ridicolmente debole. Ricorda ancora le parole di suo padre il giorno in cui, completato l’addestramento, gli ha consegnato il suo nuovo tesserino di Agente, e la sua arma. “Ti affido a Zlatan,” ha detto, e poi ha sorriso, “Anche se so che sto facendo un errore.” Davide si rivede, infinitamente più piccolo, la faccia ancora brufolosa tipica degli adolescenti ed una massa confusa di capelli castani sulla testa, l’uniforme ancora da riempire che gli cadeva addosso sformata come un sacco di patate, chiedere perché. E rivede di nuovo quel sorriso a piegare le labbra di suo padre, e quel suo “Non crescerai mai, attaccato al culo di Zlatan, ti proteggerà sempre. Ma sei mio figlio, e non posso mandarti lì fuori con nessun altro.” La prima volta che s’è sentito vagamente amato da lui.
Si decide a deviare nettamente dal viale dei ricordi quando sente le lacrime cominciare a pungere sotto le ciglia, ed in quel momento la porta metallica accanto alla quale era seduto in attesa si apre con un clic discreto, mostrando la mano abbronzata e dalle dita lunghe di Pep, che si affaccia dallo spiraglio e gli posa addosso un’occhiata che non presagisce nulla di buono.
- Tuo padre può riceverti, adesso. – dice con un breve cenno del capo, aprendo la porta per lui.
Davide si solleva con un sospiro ed entra nell’anticamera di medie dimensioni che funge da ufficio di Pep Guardiola, fedele segretario tuttofare e primo consigliere di suo padre da ormai più di dieci anni.
In quell’edificio, ed anche al di fuori dei suoi confini, tutti sanno che è il figlio adottivo di José Mourinho. Lui s’è premurato di spargere la voce non appena ha saputo della decisione di Davide di entrare nella Fondazione. Un misto di orgoglio paterno e desiderio di buttare giù qualche paletto per tenergli lontano qualche Agente anziano in vena di scherzi di cattivo gusto. Quelli della Fondazione Paramilitare per la Sicurezza, la Protezione e il Contenimento dei Soggetti e dei Fenomeni Scientificamente Inspiegabili, comunemente conosciuta come SCP Foundation, sono quanto di più simile ai ranghi di un esercito sia possibile trovare all’infuori di un esercito, e che qualcuno potesse voler mettere le mani sul nuovo arrivato senza conoscerne l’origine era un’eventualità che andava necessariamente presa in considerazione.
- Qualsiasi cosa accada lì dentro, - gli dice Pep, accompagnandolo di fronte alla porta chiusa dell’ufficio di suo padre e poi aprendola per lui, - Sappi che ho provato in ogni modo a fargli cambiare idea, ma non ha voluto ascoltarmi.
Davide gli lancia un’occhiata dubbiosa, ma è troppo tardi per indagare oltre. La porta è aperta e suo padre è seduto dietro la sua scrivania, tutto intento ad apporre il proprio timbro e la propria firma su una pila di documenti la cui altezza sfiora i venti centimetri. Un foglio via l’altro, ogni tanto scambia qualche parola con un tizio alto, scuro di pelle e coi capelli rasati secondo un pattern assolutamente ridicolo, seduto scompostamente su una delle due sedie metalliche di fronte al tavolo.
Davide decide di ignorarlo ed entra, richiudendosi la porta alle spalle con un tonfo.
- Papà. – lo saluta quindi, alzando un po’ la voce per costringerlo a guardarlo.
- Ah!, Davide. – annuisce José, invitandolo ad avvicinarsi con un breve cenno della mano, - Vieni, vieni. Sei perfettamente in orario, come al solito.
- Non avevamo un appuntamento. – ribatte lui, aggrottando le sopracciglia.
- Questo è del tutto irrilevante. – sorride José, - Vieni, dai, siediti. Di cosa volevi parlarmi? – Davide lancia un’occhiata al tizio, che gliela ricambia con aria un po’ stupita, e sta per dire che vorrebbe parlargli in privato quando la fragorosa risata di José lo interrompe. – Non preoccuparti, puoi parlare di fronte a lui. Dimmi.
Davide prende posto sull’unica altra sedia libera di fronte alla scrivania, serra le mani sulle ginocchia e prende un respiro profondo.
- Non voglio essere assegnato a nessun altro partner. – dice quindi, - Voglio lavorare da solo.
José inarca le sopracciglia, sollevando gli occhi su di lui ed interrompendo la propria interminabile trafila di apposizione di timbri e firme.
- Impossibile. – dice quindi, tornando ad abbassare lo sguardo.
- Non è vero. – insiste Davide, - Non sarei il primo.
- I casi si contano sulle dita di una mano. – gli fa presente José, riprendendo a siglare documenti.
- Vuol dire che si conteranno sulle dita di due, da oggi in poi. – ribatte Davide, appoggiando una mano sulla scrivania. – Non intendo essere assegnato a nessun altro. Non voglio qualche stronzetto nuovo arrivato attaccato al culo, e non voglio nemmeno fingere di dover portare rispetto a qualche stronzo più navigato che si sente più bravo o più intelligente di me solo perché ha all’attivo qualche anno di servizio in più. Non voglio, lo rifiuto. Posso lavorare da solo, sono pronto.
José lo guarda senza cambiare espressione, appoggia la penna sul tavolo e scambia una rapida occhiata col tizio seduto accanto a Davide. Poi sospira, congiunge le mani a qualche centimetro dal viso ed appoggia i gomiti sul tavolo, tornando a guardare Davide con aria seria.
- Ti sei mai chiesto il motivo per cui gli agenti sono obbligati a lavorare in coppia? – domanda. Davide si irrigidisce sulla sedia, ma scuote il capo con fare orgoglioso, come fosse fiero del fatto che, in realtà, della risposta non gli interessa niente. – Ovviamente. – sorride José, e poi prosegue. – È necessaria una grande quantità di forza spirituale e psicologica, oltre che fisica, per portare a termine gli incarichi che la Fondazione affida ai suoi Agenti. Non tutti gli individui sono in grado di fornire quello che serve da soli. Anzi, si tratta di casi estremamente rari ed estremamente preziosi. – si interrompe per qualche secondo, il suo sguardo è duro, severo, proprio come quello di un padre intento a rimproverare il figlio, a dargli una lezione che non sarà in grado di dimenticare facilmente. – Tu non sei uno di quei casi, Davide.
A giudicare dal bruciore che sente sottopelle, suo padre ha fatto centro.
Davide abbassa gli occhi, ritraendosi come una lumaca nel suo guscio, velocemente. Si ripiega su se stesso, sconfitto, e non dice una parola.
- Mi dispiace, Dade. – aggiunge José, il tono di voce improvvisamente tenero. Tutto quello a cui Davide riesce a pensare al momento è quanto lo irrita non essere solo con lui in questa stanza. Sente lo sguardo dell’altro ragazzo addosso ed è imbarazzante, è degradante, è mortificante. – Sapevo che avevi intenzione di chiedermi una cosa come questa. L’avevo intuito. Ecco perché ho ritenuto opportuno essere molto chiaro, con te, di modo che ti convincessi a lasciar perdere. Ed ecco anche perché ho scelto di farlo di fronte a Mario. – dice, e Davide gli solleva immediatamente lo sguardo addosso. Sentire chiamato l’altro ragazzo per nome suona come una nota stonata, per quale motivo dovrebbe volerlo includere nella conversazione al punto da riferirsi direttamente a lui col suo nome di battesimo?
Davide si volta a guardarlo, e il tipo lo sta ancora fissando di rimando, le iridi nere piantate sul bianco abbagliante dell’occhio e, sullo sfondo, l’uniformità scurissima della sua pelle.
Sta per domandare chi sia, ma José lo precede.
- Lui è Mario, appunto, - spiega con un sorriso, - E da oggi è il tuo nuovo partner.
Sull’ufficio cala un silenzio nervoso e imbarazzato. Mario non spiccica una parola e Davide, gli occhi fissi sulle proprie mani, serrate strette attorno alle ginocchia, non si azzarda nemmeno a sollevare lo sguardo.
Lo odia, lo odia come non l’ha mai odiato prima di quel momento, e di motivi, e ragioni, e occasioni, ne ha avute parecchie, nella sua vita. Ma questo momento, ora come mai prima d’ora, riassume tutta la loro relazione. Non è mai stato un figlio, per lui, quanto più un prodotto. Qualcosa da crescere, instradare, indirizzare. Qualcosa da concimare ed osservare alzarsi robusta verso il cielo. Avrebbe potuto diventare un giardiniere, con una vocazione simile, ed invece è diventato il direttore generale di un’organizzazione segreta per la protezione della stabilità del mondo conosciuto. Due occupazioni solo in apparenza totalmente dissimili, che si riducono in realtà allo stesso nocciolo, perché niente di quello che José gli ha mai detto è mai stato qualcosa in più che banale fertilizzante. Lezioni da imparare per rendere più dura la sua corteccia.
- D’accordo, ho capito. – si alza in piedi senza degnare suo padre di un altro sguardo. Per quello che gl’importa, un SCP potrebbe emergere dalle pareti e staccargli la testa a morsi in questo esatto istante, e lui non muoverebbe un muscolo per salvarlo. Si volta verso il ragazzo e gli fa un cenno col capo. – Muoviti.
Il ragazzo inarca un sopracciglio e non muove un muscolo. José piega le labbra in un sorriso amaro.
- Bene. – dice, - È così che vuoi farlo, dunque. BÈ, è una tua prerogativa. L’Agente anziano sei tu, adesso, lui è una tua responsabilità.
- Che non ho chiesto. – dice Davide, tagliente, - Che non mi sono scelto.
Il sorriso di José si allarga impercettibilmente.
- Come tutte le responsabilità. – risponde serafico. Poi sembra come ricordarsi all’improvviso di qualcosa. – Prima che andiate, - dice, rovistando nella sua bella pila di carte, - Il tesserino di Mario, - dice, porgendogli il suo tesserino plastificato, - La sua arma, - continua, aprendo il primo cassetto della scrivania e recuperando l’arma ancora sigillata, - E, già che siete qui, il vostro primo caso.
Davide osserva i suoi movimenti con aria incolore, fin quando non scorge come in un flash il giallo della cartellina portadocumenti passare dalle mani abbronzate di José a quelle scure di Mario.
- Un attimo. – dice, aggrottando le sopracciglia e intercettandola a mezz’aria, sottraendola alla stretta delle dita di Mario prima che possa rafforzarsi attorno al cartoncino, - Me l’hai appena affibbiato e devo già portarlo fuori?
- Anche tu sei uscito quasi subito, dopo essere stato affidato al tuo partner anziano. – risponde José, facendo spallucce.
- Due giorni dopo l’assegnazione. – precisa Davide, irritato, - Non ho avuto il tempo di testarlo. Non ho ancora neanche sentito la sua voce!
- Guarda che sono stato addestrato anch’io. – dice finalmente Mario. La sua voce è profonda e gutturale, e venata da un marcatissimo accento del bresciano. Davide la trova istintivamente antipatica. Quella cadenza strascicata, quella punta di orgoglio infantile, gli danno subito sui nervi.
Si volta verso di lui, sferzandolo con un’occhiata severa.
- Non ti ho chiesto di parlare. – dice.
Mario non la prende bene. I suoi occhi si velano di un’ombra scura, una punta di rabbia che frena evidentemente solo a fatica. Ma non compie nessun movimento brusco. Conserva il tesserino nel portafogli, lega la cintura con la fondina attorno ai fianchi e poi resta in piedi, le braccia ritte lungo i fianchi.
- Lo testerai sul campo. – chiude la questione José, alzandosi dalla propria sedia girevole ed indicando la porta in un gesto di congedo, - Quale migliore occasione.
*
Nessuno dei due dice una parola mentre attraversano i lunghi e bianchi corridoi degli uffici milanesi della SCP Foundation. Non si sente nessun suono, attorno, eccezion fatta per il ticchettio degli stivaletti di pelle di Davide, e lo scricchiolare insistente delle suole di gomma delle scarpe da tennis di Mario.
Davide cammina guardando dritto davanti a sé, stringendo la cartellina fra le dita. Fa strada attraverso l’ingresso e fuori dall’edificio, verso l’ascensore che conduce al parcheggio sotterraneo. E poi attraverso i grigi corridoi di cemento del parcheggio stesso, illuminati a stento dalle luci al neon, biancastre e tremule, fino al SUV nero e lucido dal disegno squadrato che è stato l’ultimo lascito di Zlatan prima di partire. “Dove vado, non mi servirà,” la sua risata sguaiata mentre gli lanciava le chiavi in aeroporto, “Ho una Citroën GT ad attendermi non appena metto piede a Parigi!”.
Davide respira forte, profondamente, poi fa scattare le sicure. L’automobile lo saluta lampeggiando e uggiolando di gioia un paio di volte. Davide apre lo sportello e si siede alla guida senza neanche invitare Mario ad accomodarsi. Fortunatamente, almeno per quello il ragazzo sembra non aver bisogno di alcuna direttiva, perché lo fa di propria spontanea iniziativa e, una volta sedutosi alla destra di Davide, resta composto ed immobile a fissare la parete grigia oltre il parabrezza. Davide lo imita per qualche secondo, cercando di concentrarsi, cercando di ricordare che è un uomo, ormai, che non deve lasciarsi manipolare così da suo padre, che deve essere professionale e che ha un compito da svolgere.
Solleva la cartellina e la appoggia al volante, aprendola ed esaminandone il contenuto.
- SCP di classe E, livello di pericolo due. – legge a bassa voce, scorrendo il documento di presentazione. Gli si piegano le labbra in un sorriso divertito, - Una succube! Mai vista una dal vivo? – chiede, voltandosi a guardare il ragazzo.
Lui è ancora piccato per la sua risposta sgarbata di prima, e si limita a scuotere il capo, silenzioso. Davide sospira e mette via la cartella.
- Non fare così. – gli dice, - Dobbiamo lavorare insieme.
- Sì, hai già espresso più che chiaramente il fatto che preferiresti leccare un cesso pubblico piuttosto che lavorare con me, ma sembra che non ci sia alternativa, per cui. – ribatte quello, guardando altrove.
Davide lancia un’occhiata esasperata al tettuccio e poi si passa una mano fra i capelli.
- Senti, non è una questione personale. – dice.
- Lo è diventata. – risponde Mario.
- No, non lo è diventata. – insiste lui, - Non lo diventa, se non vogliamo. Non è con te che ce l’ho.
Mario si degna di voltarsi a guardarlo. Con le sopracciglia aggrottate e le labbra piegate in un broncio infantile, sembra più piccolo di quanto non gli sia sembrato ad una prima occhiata. L’imponenza del suo corpo e la freddezza del suo sguardo traggono in inganno, ma Davide si rende conto adesso che devono avere più o meno la stessa età.
- Ce l’hai con tuo padre? – domanda.
Davide sospira, scrollando le spalle ed appoggiandosi allo schienale del sedile.
- Anche, sì. È tutto un insieme di cose, - agita una mano a mezz’aria, - Non preoccupartene. Quello che è importante, adesso, è portare a termine questa missione e chiudere questa giornata nel modo meno disastroso possibile. Per il resto, avremo tempo. – conclude. – Pensi di potercela fare?
Mario scrolla le spalle.
- E proviamoci. – dice, - Abbiamo una foto?
- Un’illustrazione. – risponde Davide, sospirando teatralmente, - Vedi, questi sono i momenti in cui verrebbe voglia di andare negli uffici del reparto Classificazione e Identificazione, e dare fuoco a tutto. – borbotta, sollevando la fotocopia di un’illustrazione in bianco e nero visibilmente antica. Mostra un demone dalle zampe caprine e dal seno prosperoso. Ha lunghi capelli scuri e ricci, intricati come un labirinto, che svolazzano nel vento, una larga bocca piena di denti aguzzi dalla quale fa capolino una lunga lingua biforcuta ed occhi come due tagli orizzontali, privi di pupilla. Da dietro la schiena spuntano due enormi ali dalle piume nere. Ha le unghie adunche come artigli e zoccoli ai piedi.
Mario inarca un sopracciglio.
- Non andrà mica in giro così? – dice.
- Naturalmente no. – sbotta Davide. – Coi tempi che corrono, è più probabile che si sia trasformata in qualche Barbie bionda superdotata, o in una velina. Ma naturalmente non abbiamo foto della sua forma corrente. Sembra che avremo a che fare con del sangue blu, comunque.
- Prego? – domanda Mario, cercando di sbirciare i documenti. Davide ride e gli solleva davanti al viso un’altra fotocopia.
- La tipa in questione dovrebbe essere Mahalath, una delle quattro regine dei demoni.
- Yuhuu, - sbuffa Mario, senza neanche premurarsi di fingere entusiasmo, - La famiglia reale.
- Già. – ride ancora Davide, tornando a sfogliare il contenuto della cartella.
- Niente di utile, là dentro? – domanda curioso Mario.
- Mmh. – Davide scorre il testo con attenzione, - Citazioni dal Malleus, descrizioni di vittime sfuggite al rapporto per tutto il secolo scorso… roba standard. Niente di che.
- In pratica, dobbiamo arrangiarci per conto nostro. – conclude Mario, e poi annuisce. – Okay, - dice quindi, - Si va?
Davide inarca un sopracciglio, le labbra che si piegano in un sorriso furbo.
- Prima passiamo dagli alloggi. – dice. E, di fronte all’espressione poco convinta di Mario, spiega, - Non vorrai mica andare in discoteca conciato così?
*
Mario non ha niente di adatto per l’occasione, solo qualche paio di jeans sdruciti e qualche maglietta sbiadita. Le sue cose sono già state sistemate fra l’armadio e la cassettiera addossata in fondo alla stanza. Qualche cosa è stata poggiata sul letto, perfettamente rifatto come il suo gemello a qualche metro da lui.
Le due metà della stanza non potrebbero essere più diverse l’una dall’altra, piena di poster e fotografie e libri che strabordano dagli scaffali della piccola libreria angolare quella di Davide, completamente spoglia ed anonima quella di Mario – nonostante le tracce di scotch sulle pareti dimostrino la presenza di qualcuno in quel luogo nel recente passato, qualcuno che ormai è andato via. Davide ha chiesto almeno cinquecento volte che le pareti venissero ridipinte, ma è stato ignorato ripetutamente, e niente riesce a togliergli dalla testa che si tratti in realtà di una delle piccole torture quotidiane che suo padre si diverte ad infliggergli nel tentativo di renderlo forte e duro e corazzato abbastanza da potergli cedere le chiavi dell’ufficio in un non troppo distante futuro.
Dopo un breve esame dei vestiti di Mario, Davide decide di prestargli qualcosa di proprio. Gli lancia addosso un paio di jeans aderenti blu scuro, una maglietta bianca così stretta da avvolgerlo come una seconda pelle ed un gilet nero, lucido e dal taglio moderno, che gli dice di indossare aperto sopra la maglietta. I jeans gli stanno corti ed il suo torace possente esplode nella maglietta, ma dovrà farsi bastare questo finché non riceverà il suo primo stipendio.
Davide prova a dargli un paio delle proprie scarpe, ma non portano la stessa misura, e Mario ritorna alle proprie sneaker consumate con un flebile sorriso di autentica gioia sul volto. Poi si alza in piedi e si sente scricchiolare tutto.
- Che palle. – borbotta, tirandosi giù la maglietta lungo i fianchi, - Perché stiamo facendo questa cosa?
- Perché i succubi frequentano esclusivamente locali notturni, preferibilmente discoteche. Dove si rimorchia meglio. – risponde Davide, sistemandogli il gilet sulle spalle e sollevandogli un’occhiata di rimprovero addosso, - Non hai studiato?
- Girano pochi libri in casa mia. – risponde Mario, guardando altrove, - I miei non credono nella parola scritta.
- Bella questa. – sbotta Davide, inarcando entrambe le sopracciglia e guardandolo adesso con curiosità, - Sai leggere, almeno?
- Sì, ovviamente. – grugnisce lui, offeso, - È solo che i miei preferiscono l’apprendimento sul campo a quello in classe.
Davide lo scruta con occhi attenti per qualche secondo, in perfetto silenzio. Poi scrolla le spalle.
- Che roba da pezzenti. – conclude, voltandosi e dirigendosi verso il proprio armadio per cambiarsi, - È come pretendere di diventare uno chef senza aver mai studiato come si cucina una frittata.
Irritato, Mario aggrotta le sopracciglia e serra i pugni lungo i fianchi.
- I miei genitori non sono dei pezzenti. – ringhia.
Davide si volta appena a lanciargli un’occhiata sufficiente da sopra una spalla.
- Non importa. – dice quindi, tornando ad esaminare i propri abiti, - Ragionano come se lo fossero.
- Ritira immediatamente quello che hai detto! – abbaia Mario. Davide si sente afferrare per un braccio e fa mezzo giro su se stesso. Mario lo schiaccia contro la porta chiusa dell’armadio e ringhia a due centimetri dal suo volto. – Non costringermi a ripetermi.
Davide lo affronta a muso duro, le sopracciglia aggrottate, le labbra serrate in una linea carica di disappunto. Gli pianta entrambe le mani contro il petto e lo spinge lontano da sé. Mario, sorpreso dalla sua forza inaspettata, finisce a sbattere contro la parete di fronte e gli solleva addosso un’occhiata smarrita. Davide si sposta il ciuffo da davanti agli occhi e mette le mani sui fianchi.
- Un’altra insubordinazione di questo tipo e faccio rapporto. Tre rapporti negativi sono un’ammonizione ufficiale. Tre ammonizioni sono una sospensione. Tre sospensioni portano all’espulsione. – elenca atono, - Questo giusto per avvisarti. Sono un Agente anziano, il tuo partner anziano, e devi portarmi rispetto.
- Be’, anche tu dovresti portarmene. – ribatte Mario, rimettendosi dritto e fronteggiandolo senza timore, - Sono un essere umano. O in questo posto del cazzo contano solo i gradi?
Davide non risponde subito. Lo guarda per qualche secondo, vagliando le sue parole, e poi cede.
- Ti chiedo scusa se ho mancato di rispetto ai tuoi genitori. Non li conosco e non ho il diritto di giudicarli. – dice, - Ciò non toglie, però, che ritengo il loro approccio alla materia assolutamente insufficiente. E penso che seguire i loro insegnamenti abbia fatto di te un Agente incompleto. Non so come tu abbia fatto a passare il test selettivo, ma—
- Non ho fatto nessun test per entrare. – risponde Mario, senza neanche lasciarlo finire di parlare.
Lo sguardo di Davide si incupisce, restando sempre fisso su di lui. Si illumina appena di un’intuizione indistinta quando Davide somma i fattori ed ottiene l’unico risultato possibile.
- Di chi sei figlio? – domanda.
Mario solleva il mento e gonfia il petto, prima di parlare. È una reazione ridicola ed esagerata, ma a suo modo tenera.
- Francesco e Silvia Balotelli. – risponde quindi. La voce gli trema d’orgoglio.
Davide è stupito dalla risposta. Non sapeva che i Balotelli avessero un altro bambino, oltre ai tre già da tempo entrati nella Fondazione, men che meno avrebbe mai potuto immaginare che l’avessero adottato. Quindi sì, è stupito dalla risposta, ma non esattamente sconvolto. José non avrebbe potuto accettare senza test d’ingresso nessuno che non fosse un prodotto certificato della famiglia Balotelli. Silvia e Francesco erano stati due Agenti di fama mondiale, negli anni ’80. Se ne studiava ancora le tecniche e le imprese, all’Accademia, durante l’addestramento.
A Davide non è mai piaciuto il loro stile. Sono noti per la loro intraprendenza ed il loro coraggio, ma anche per l’assoluta mancanza di programmazione e pianificazione dei loro assalti, che risultava spesso nella morte violenta dell’SCP che si sarebbe invece voluto acquisire. Lui preferisce altri tipi di tattiche.
- Capisco. – dice quindi, voltandogli nuovamente le spalle e tornando a passare in rassegna i propri vestiti. Sceglie per sé un paio di jeans neri ed una maglietta dello stesso colore, dalla profonda scollatura a v. – Insomma, un raccomandato. – conclude.
La rabbia di Mario è di nuovo chiarissima nella sua voce, quando parla.
- Sei un figlio di papà anche tu. – ringhia, i pugni che tremano lungo i fianchi.
Davide gli lancia una mezza occhiata ed un mezzo sorriso ironico. Poi si sfila la maglietta.
- Io i miei test ho dovuto sostenerli tutti. – ribatte, - Fra i banchi e sul campo.
Ignora la velocità con la quale Mario distoglie lo sguardo di fronte alla sua pelle nuda.
*
Sono di fronte all’Hollywood per le undici in punto, tardi abbastanza per trovare già un po’ di movimento ma presto abbastanza per avere di fronte almeno quattro ore buone di pattuglia. Entrano mostrando al buttafuori il tesserino e, una volta dentro, Davide si dirige dritto verso il bar, senza neanche guardarsi attorno. Almeno fino a quando non capisce di essersi perso Mario da qualche parte lungo la via.
Si volta per cercarlo in mezzo alla folla e lo trova immobile e rigido come un pezzo di legno a pochi passi dall’entrata, che si guarda intorno con aria smarrita. Sospirando e lanciando uno sguardo colmo di rassegnazione e pazienza in esaurimento al soffitto, gli torna accanto e lo strattona bruscamente, riportandolo alla realtà.
- Trovati. – borbotta, - Comportati con naturalezza.
- Con naturalezza? – esala Mario, fissandolo sconcertato, - Non riesco ad immaginare un comportamento più naturale di questo! Ma ce l’hai presente Concesio? Il buco del culo della Val Trompia! Quindicimila anime all’anagrafe! La cosa migliore che ne sia uscita dopo i miei genitori è stata un Papa! Ti pare che io possa mai aver visto cose di questo genere? – domanda, allargando le braccia in un gesto ecumenico che include tutta la discoteca, che si sviluppa di fronte a loro in un incessante rincorrersi di luci e suoni confusi, di corpi che si schiacciano fra loro al ritmo sempre uguale di tutti gli svariati successi dance dell’estate e dell’odore pesante ed avvolgente del sudore misto a quello più forte dei profumi da uomo e da donna ed a quello fruttato ed alcolico dei cocktail.
Per Davide, ambienti come questo sono la norma. È stato costretto a frequentarli più di quanto volesse per lavoro, e Zlatan ne andava matto nel tempo libero. Ma può comprendere come, per un tipo come Mario, siano invece una novità assoluta, da fissare con gli occhi sgranati e l’aria di un cieco miracolato del dono della vista che, come prima cosa dopo anni e anni di buio assoluto, posi gli occhi su un corpo di donna spogliato di ogni abito.
- Trovati lo stesso. – sbuffa Davide, afferrandolo per un polso e trascinandolo più in profondità all’interno del locale. – Concentrati sull’obiettivo, adesso. Qualunque bella ragazza è potenzialmente una succube.
- E come faccio a riconoscere quelle che lo sono da quelle che sono solo belle ragazze? – domanda lui, incerto.
Davide sbuffa, annoiato.
- Che ne so. – sbotta, - Lo percepisci, insomma. Non hai mai provato?
- Be’, abbiamo un piccolo Cerbero, a casa. – risponde lui, - So riconoscerlo rispetto a un cane normale.
- Sarà perché ha tre teste invece di una sola? – ribatte Davide con sufficienza, lanciandogli un’occhiata sarcastica.
- Intendevo ad occhi chiusi. – precisa Mario, offeso, - Dalla sua aura.
- È più complicato per i succubi. – sospira Davide, scuotendo il capo, - Sono demoni, la loro aura non è molto dissimile da quella degli esseri umani. Devi imparare a leggere le sfumature.
- Sì, certo. – sbuffa Mario, incrociando le braccia e raggiungendolo di fronte al bancone del bar, - Sono molto utili, le tue indicazioni, sai? Dimmi qualcosa di pratico, cosa stiamo cercando? Una donna eccezionalmente bella?
- Non saprei. – scrolla le spalle Davide, guardandosi intorno, - Sono tutte diverse.
- D’accordo, - insiste pazientemente Mario, - Ma nella tua esperienza, cos’hai visto? Ne avrai incontrate altre.
- Sì, - annuisce lui, - Un casino di volte.
- Bene. Ed erano belle?
Davide scrolla di nuovo le spalle, tornando a guardare altrove.
- Suppongo di sì. – dice, - Non faccio mai granché caso alla bellezza delle donne. Per me sono tutte abbastanza uguali.
- Ah. – dice Mario, lasciandosi cadere seduto su uno sgabello. – Ah. Okay.
Davide si volta a guardarlo, inarcando le sopracciglia.
- Problemi? – dice.
- No. – si affretta a rispondere Mario, - No, assolutamente.
Davide lo fissa ancora per qualche secondo, pensando che Mario dovrebbe rivedere il suo dizionario personale, visto che, chiaramente, alla definizione della parola “no” c’è quella della parola “sì”, ma taglia corto e torna a fissare la folla che sciama imperturbabile dentro e fuori dal locale quando si rende conto che una semplice occhiata non sarà in grado di scollare quello sguardo ebete dalla faccia di Mario.
- Okay. – dice quindi con una punta di presunzione, piantando lo sguardo su una ragazza dall’aspetto provocante, - Sta’ seduto qui e osserva il maestro all’opera.
Si allontana da lui senza degnarlo di un’occhiata, camminando a passo svelto a sicuro verso la ragazza. È vestita completamente di nero – pantaloni in pelle aderenti e dalla vita bassissima che mettono in evidenza le ossa appuntite del bacino e l’ombelico, top dello stesso materiale dei pantaloni incrociato sul petto, spalle nude, i capelli biondi lunghi e lisci che spiovono sulla schiena abbronzata in una cascata lucida che riflette tutto l’arcobaleno di colori che le luci stroboscopiche vomitano sulla folla. Ha un’aura appena più brillante delle altre ragazze, e sembra sola. Inusuale, per una ragazza di quell’età. A dir poco.
- Ehi. – la saluta con un mezzo sorriso, appoggiandosi al bancone vicino a dove è seduta lei, - Serata fiacca?
Lei gli solleva addosso un paio d’occhi enormi, da cerbiatta, di un colore indefinibile a causa della penombra multicolore della discoteca.
- Cosa te lo fa pensare? – domanda con un sorriso da Monna Lisa, le labbra piene dal disegno elegante appena appena arricciate agli angoli.
- Be’, - sorride Davide, avvicinandosi appena, - Una ragazza bella come te, in un posto come questo, a quest’ora, ancora tutta sola? O il mondo gira alla rovescia, o è una serata fiacca. Dimmi tu.
La ragazza ride, scuotendo il capo.
- Che fai, ci provi? – domanda.
Lui si concede una mezza risata, facendo cenno al barista di portargli la stessa cosa che sta bevendo lei, un cocktail che sa di albicocca dal colore talmente rosato e dall’odore talmente zuccherino da fargli venire la nausea senza averlo neanche assaggiato.
- Dipende. – dice, - Vuoi che ci provi?
Lei ride ancora, una risata cristallina e nitida, tentatrice. E quando ride la sua aura si illumina appena di sfumature rossastre.
- Spiacente. – dice quindi, e poi dà una risposta che Davide non si aspettava. – Non sono più sul mercato.
Deve guardarla in modo piuttosto esplicito, perché lei scoppia di nuovo a ridere, divertita, e sorseggia un po’ del proprio cocktail, chiudendo le belle labbra a cuoricino attorno alla cannuccia colorata.
- Non è possibile. – dice, e lei ride ancora.
- Dovrei offendermi? – chiede, - Mi avevi preso per una facile?
- Non esattamente. – risponde lui, passandosi le dita fra i capelli per scostarsi la frangia dalla fronte.
Lei ride un’altra volta.
- Oh. – dice quindi, - Allora i miei vecchi occhi avevano visto bene. – il suo sorriso si tinge di una sfumatura maliziosa, - Sei un Innominabile.
- Ah, per piacere. – sbuffa lui, - Ci chiamano ancora così, nei gironi infernali? È un vocabolo caduto in disuso da almeno un centennio.
- Be’, è più o meno da un centinaio d’anni che non rimetto piede all’Inferno. – risponde lei, - Quindi non saprei dire se adesso vi chiamino in altro modo. Per me siete rimasti Innominabili.
- Siamo Agenti, adesso. – sospira Davide, - E tu devi essere caduta.
- Da tempo, sì. – ride lei, allungando una mano verso di lui, - Chloé, piacere.
- Piacere mio. – risponde lui, stringendole la mano, e poi arrossisce appena, imbarazzato, - Non posso rivelare il mio nome.
- Ragioni di sicurezza? – chiede lei. La sua voce sembra ridere sempre, trilla come campanelli. – Non preoccuparti, capisco. – lui le sorride ancora e poi si abbatte sul ripiano del bar. Nel frattempo, il suo drink è arrivato, e lui ne assaggia un sorso e poi subito si ritrae con una smorfia. Come aveva previsto, troppo dolce. E lei si avvicina appena, e profuma di mandorle e zucchero filato. Certe caratteristiche non ti abbandonano neanche quando perdi l’anima, il profumo della pelle, la brillantezza dell’aura, la malizia negli occhi. Certe caratteristiche non ti abbandonano neanche quando te ne vai. – Giornata pesante? – chiede.
Davide sbuffa, chiudendo gli occhi.
- Annata pesante. – la corregge, - Ma è del tutto irrilevante, adesso.
- Immagino. – annuisce lei, e poi finge la voce grossa e misteriosa, - Sei in missione segreta?
- Già. – ride lui, voltandosi a guardarla, - Cerco un tuo superiore.
- Ah, sì, ho sentito. – Chloé piega il capo, i capelli le scivolano morbidi sulla spalla come una cascata dorata mentre lei accavalla le gambe, - Sua maestà, o almeno una delle, è scesa in campo.
- Corrono veloci le notizie all’Inferno. – commenta lui, inarcando un sopracciglio.
- Corrono più svelte in superficie. – precisa lei con un’altra risata cristallina. – Quindi sei alla sua ricerca, mh? Be’, mi spiace dirti che l’hai mancata di una manciata di secondi, letteralmente.
Davide spalanca gli occhi, piantandole addosso uno sguardo sconvolto.
- Prego? – domanda incerto.
Lei si stringe nelle spalle, gettando indietro i capelli in un gesto vezzoso.
- È appena andata via con un tipo, - dice, - Un bel ragazzo di colore, dall’aura potente. Il classico tipo che avrei preso di mira anch’io, se fossi stata ancora in servizio.
Davide ha appena il tempo di lanciarle un breve ringraziamento e una scusa impacciata, prima di saltare giù dallo sgabello e lanciarsi a rotta di collo verso l’uscita.
*
Li trova poche centinaia di metri più avanti, nascosti nell’ombra profonda di un vicolo. Segue l’odore dell’eccitazione di Mario nell’aria, prima, il suo profumo selvaggio appeso alle molecole di ossigeno. Poi comincia a sentire gli ansiti e i gemiti e a quel punto, più che seguire una traccia, imbocca una superstrada a duecento all’ora.
Mario sembra cosciente, ma è evidentemente fuori come un balcone. Ha gli occhi rossi e lucidi, le labbra dischiuse ed umide, gonfie di baci e di piccoli morsi, la maglietta strappata sul petto. La sua maglietta, pensa Davide con un certo risentimento.
Mahalath non è riuscita ad aspettare di trovarsi in un posto chiuso, in una camera d’albergo o chissà, magari proprio a casa sua. Gli Agenti hanno sangue forte da generazioni, hanno sangue potente, hanno resistenza e uno spiccato sesto senso, e non mancano in tutti loro una predisposizione verso il soprannaturale ed un’innata capacità di connettersi al paranormale molto più facilmente rispetto ai normali esseri umani. Per i demoni, rappresentano una tentazione più forte della mela per Eva. Se Mario si fosse degnato di aprire un libro e studiare, nella sua vita, lo saprebbe.
La regina dei demoni non ha avuto il tempo neanche di ritornare alla sua forma originaria, prima di iniziare l’accoppiamento. Si agita veloce, seduta sul grembo di Mario, tenendolo per il colletto stropicciato della maglietta come fossero redini e lui un cavallo che lei stesse cavalcando. La lunga e rigonfia massa dei suoi capelli riccissimi si agita lungo la sua schiena abbronzata e flessuosa, piegata in un arco elegante, quasi regale, mentre i suoi fianchi pieni ondeggiano avanti ed indietro. Dalle sue labbra dischiuse sfugge un gemito ed un sibilo da serpente ogni volta che l’erezione di Mario penetra dentro di lei e poi sguscia fuori, veloce, bagnata, pronta ad esplodere.
- Mahalath! – la chiama Davide, sperando di interromperli in tempo. Naturalmente, Mario viene in quell’esatto istante. – Merda. – ringhia lui, portando la mano alla propria arma ed estraendola velocemente dalla fondina. Un attimo dopo, Mahalat ruota la testa di centottanta gradi e gli offre uno sguardo spiritato e serpentino, poi soffia come un gatto e lui le punta la pistola addosso, l’indice già sul grilletto. – Ferma o sparo! – minaccia, il pollice che accarezza l’impugnatura decisamente, spostando verso l’alto il caricatore. Dall’arma comincia ad emanarsi un ronzio a bassa frequenza, e la bocca si illumina di un riflesso azzurrognolo.
Mahalath non reagisce bene. Si allontana dal corpo di Mario – il quale, non più sostenuto dalle sue braccia, si accascia per terra, svenuto – e gli ringhia contro. Quando parla, la sua voce è come divisa in due, una nota più bassa e cupa, l’altra acuta e stridula.
- Non puoi toccarmi, mortale! – gli urla contro, investendolo con l’onda d’urto della propria energia. Davide ha imparato a non contrastare questo tipo di colpi, a lasciarsi accompagnare dolcemente, perciò lascia che l’impatto con l’aria calda lo sollevi dal suolo e lo sposti di una decina di metri indietro. Quando sbatte contro i cassonetti in fondo alla strada e poi finisce di schiena per terra, però, fa un male fottuto lo stesso.
Si solleva da terra a fatica, stringe le dita aspettandosi di trovarci in mezzo la pistola e, quando non la trova, lancia un’occhiata allarmata tutta intorno a sé. La vede a pochi metri di distanza, per terra, spenta, probabilmente danneggiata. Mahalath non sembra interessata ad impadronirsene.
- Perché proprio ora? – le chiede, aggrappandosi ad un cassonetto per tirarsi in piedi. È persa, ormai, le possibilità che ha di catturarla viva o morta sono meno di zero. Tanto vale cercare di scucirle di dosso qualche informazione e sperare che Mario sia ancora vivo.
Mahalath si lascia andare ad un sorriso sghembo, la lingua che saetta fra le labbra.
- Il tempo è propizio. – dice semplicemente. Poi si solleva per aria, il corpo avvolto in una luminescenza rossastra. Lancia un urlo mentre getta il capo all’indietro e le si lacera la pelle all’altezza delle scapole. Due moncherini premono per uscire, sono solo ossa, all’inizio, poi le piume crescono, avvolgono la struttura e nel giro di pochi secondi sue enormi ali nere le si aprono alle spalle. Mahalath le sbatte pigramente a mezz’aria, una cascata di gocce di sangue si sprigiona dalle piume e piove su Davide, sulle pareti degli edifici, sulla strada, sull’immondizia, sul corpo di Mario disteso nell’ombra.
Le ali si chiudono svelte attorno al corpo nudo del demone, e Davide ha appena il tempo di scattare in piedi seguendo un riflesso involontario, afferrare la pistola e puntargliela contro – rendendosi conto che effettivamente non funziona – prima di vederla svanire in una fiammata rossa che divampa a mezz’aria e si consuma prima di toccare il fuoco.
Il vicolo rimpiomba nell’ombra, e Davide ripiomba seduto per terra quando le gambe lo abbandonano senza troppi ripensamenti. Fatica a processare l’enorme quantità di fallimenti che è riuscito ad impilare alla sua prima uscita senza Zlatan. È una situazione terribilmente imbarazzante. Come si possa passare da una percentuale di successo del novantanove virgola nove percento ad una catastrofe di epiche proporzioni come questa, durante la quale in meno di due ore è riuscito a sfasciare un’arma d’ordinanza, farsi rapire e violentare l’Agente di grado inferiore (cosa che potrebbe o non potrebbe avere conseguenze devastati per l’umanità se Mahalath è stata ingravidata), lasciarsi sfuggire un SCP e non riuscire neanche a strappargli dalla bocca un minimo di informazioni utili per farsi perdonare tutto il resto, è una cosa che francamente non riesce a spiegarsi, e che non ha idea di come spiegherà a suo padre.
Lentamente, si rimette in ginocchio, e poi in piedi. Barcolla fino al corpo di Mario, ancora riverso per terra, e gli si inginocchia a fianco. Ha i pantaloni calati fino alle ginocchia ed è passato direttamente dall’incoscienza al sonno profondo, almeno a giudicare dal compiacimento evidente col quale ha preso a russare.
Davide sospira, lo afferra per le spalle e lo scuote bruscamente.
- Oh! – borbotta, - Svegliati!
- Che?! – Mario apre gli occhi e glieli pianta addosso. È ancora così evidentemente confuso che, anche quando riesce a mettersi seduto, non la pianta un secondo di guardarsi intorno e sbattere le palpebre, cercando di mettere a fuoco il posto. – Che… Cos’è successo?
- Il nostro obiettivo ha fatto di te il suo obiettivo. – sbotta, alzandosi in piedi e trascinandolo con sé nel movimento, - I succubi hanno una predilezione per gli individui con una predisposizione per il paranormale. Se ti fossi degnato di studiare su un qualsiasi testo preparatorio per meno di mezz’ora, lo sapresti.
- Ah. – biascica Mario, la bocca impastata, - Ah. – poi si ferma, si china di lato e sputa per terra, - Che schifo di sapore di merda. – sbuffa, - Zolfo.
- Chiamiamolo battesimo del fuoco, - sospira Davide, - E rivestiti, che sei nudo come un verme. Se penso che potresti essere appena diventato padre…
- Che cosa?! – sbraita Mario, voltandosi repentinamente verso di lui. Davide sospira ancora.
- Lascia perdere, - dice, - Te lo spiego dopo.
- D’accordo. – annuisce Mario, placandosi istantaneamente, ancora scosso dall’esperienza, mentre tenta con scarso successo di riabbottonare i pantaloni e continua a mancare spettacolarmente l’asola anche di cinque centimetri buoni a tentativo.
- Lascia, da’ qua, - sbuffa Davide, irritato, prendendo letteralmente in mano la situazione. – Sei un soggetto impossibile.
- Okay. – annuisce Mario, - Ma offrimi una pizza.
- Come, scusa?
- Ho questo sapore orrendo in bocca e ti giuro che se non mi offri una pizza adesso mi metto a vomitare a spruzzo come ne L’Esorcista.
- Ah. – Davide inarca un sopracciglio, - Quello lo conosci, dunque.
- Quello l’ho studiato! – ribatte Mario, annuendo, - Lo so a memoria.
- Non ne dubitavo. – sospira Davide, facendo strada.
Finisce comunque per offrirgli una pizza, ed intimargli di godersela, anche, mentre manda giù un boccone dopo l’altro come non mangiasse da mesi. Visto che, con ogni probabilità, è l’ultima che mangeranno prima dell’Apocalisse.
*
- Insomma, che dire. – sospira José, scorrendo distrattamente il report dettagliato che Davide ha posato sulla sua scrivania non più di cinque minuti fa. Lui e Mario stanno dritti in piedi di fronte a lui, le braccia dietro la schiena, le gambe unite, il mento sollevato. Davide ci ha messo tre quarti d’ora ad insegnare a Mario come posizionarsi correttamente di fronte ad un suo superiore, e adesso è abbastanza convinto che l’Apocalisse incombente non sia più una minaccia così spaventosa. Se è riuscito a far sì che Mario avesse anche solo la vaga parvenza di un Agente per bene, può fermare a mani nude tutte le Apocalissi dell’universo. – Un vero disastro. – conclude l’uomo, mettendo giù la relazione. Un’ombra di sorriso gli piega le labbra e non sembra davvero irritato dall’accaduto.
Davide inarca un sopracciglio, stringendo le mani dietro la schiena.
- Non sarebbe successo niente di tutto questo, se non mi avessi affidato un impiastro simile. – dice, - Me la sarei cavata perfettamente da solo.
- Sì, provandoci con una ex-succube decaduta. Osserva il maestro all’opera. – lo prende in giro Mario, lanciandogli un’occhiataccia.
- Mario! – sbotta Davide, arrossendo violentemente prima di poterselo impedire, - Sta’ zitto!
José scoppia a ridere, voltando le pagine del rapporto fino all’ultima ed apponendo in calce il proprio timbro e la firma.
- Non battibeccate come bambini. – dice quindi, rimproverandoli bonariamente.
- Stronzate a parte. – riprende Davide, tornando a guardare suo padre, - Non puoi ritenermi responsabile. Me l’hai consegnato, tralasciando di informarmi che era completamente sprovvisto di una anche minima istruzione teorica di base, e non mi hai neanche dato il tempo di conoscerlo, ci hai buttati per strada cinque minuti dopo averci consegnato l’incarico! Rifiuto qualsiasi conseguenza disciplinare collegata a questo evento.
José gli solleva gli occhi addosso, inarcando le sopracciglia. Richiude il report nella sua cartella e poi si solleva per inserirla nel grosso archivio metallico alle sue spalle.
- Il blob di via Sforza, aprile 2010. – dice, estraendo lentamente la propria chiave dalla tasca posteriore dei pantaloni dell’abito ed aprendo il cassetto giusto, scorrendo le pratiche fino a trovare il corretto posto per il report, - A causa di una tua distrazione, sei stato contaminato dall’SCP. Ricordi su chi è ricaduta la responsabilità del fatto?
Davide si irrigidisce, serrando le labbra. Mario aggrotta le sopracciglia, lanciandogli un’occhiata indagatrice, ma dal momento che nessuno aggiunge altro, evita di chiedere.
- Bene. – riprende quindi José, richiudendo il cassetto con un tonfo e poi voltandosi verso di loro e tendendo entrambe le mani, - Le vostre armi, prego.
- La mia è stata danneggiata. – confessa Davide in un borbottio, consegnando la propria.
- Lo vedo. – commenta José, esaminando la pistola ed il meccanismo di caricamento inceppato, - Il costo del pezzo di ricambio sarà addebitato sul tuo conto corrente e detratto dai prossimi stipendi in tre rate bimestrali. – lo informa, - Per quanto riguarda il resto, siete sospesi per una settimana, durante la quale dovrete sottoporvi alla consueta profilassi preventiva. Vi prego di presentarvi dal dottor Combi per iniziare la procedura quanto prima.
- Cosa?! – Davide si lascia sfuggire un gemito strozzato. Non c’è niente che odi al mondo più della profilassi post-contatto, niente, nemmeno suo padre.
- Non lasciarti ingannare dalla mia aria tranquilla, Davide. – risponde José, sollevandogli addosso uno sguardo severo, - Il casino che avete combinato mi costerà lunghe e tediose ore di spiegazioni al presidente, una fastidiosa ammissione di responsabilità di fronte al consiglio e, ultimo ma non ultimo, probabilmente un grande numero di vite umane quando la gravidanza di Mahalath sarà giunta al termine. Dal momento che tutte queste cose sono conseguenze che un tuo errore mi costringerà ad affrontare, farai il bravo bambino e la pianterai di lagnarti perché ti obbligo a sottoporti ad una procedura che sarebbe comunque uno standard nel tuo caso.
- Non è uno standard affatto! – insiste Davide, sbattendo il pugno sul tavolo, - Ti ho già spiegato che tutto questo non è una mia responsabilità, e comunque soltanto Mario è entrato in contatto con l’SCP, io non l’ho nemmeno sfiorato, non—
- Agente. – la voce con cui José interrompe il suo sproloquio è fredda, ferma come il ghiaccio. Non lo chiama per nome e questo, per qualche motivo, dà i brividi anche a Mario. – Presentatevi dal dottor Combi istantaneamente per cominciare la procedura. Dopodiché siete sospesi per una settimana. E se non vuoi che le settimane diventino due, ti converrà obbedire agli ordini all’istante.
Davide si irrigidisce istantaneamente, raddrizzando la schiena e serrando i pugni lungo i fianchi.
- Agli ordini. – risponde quindi, con una voce cavernosa che chissà da quale anfratto di quel corpicino da eterno adolescente sta tirando fuori. – Mario, vieni. – lo richiama, prima di voltarsi ed abbandonare l’ufficio.
Mario lo segue docilmente lungo i corridoi, avrebbe mille domande da fargli, ma si rende conto di non poterlo fare adesso. José li osserva andare via, in piedi dietro la propria scrivania, e sospira pesantemente. Lo aspettano un paio di giorni letteralmente infernali, per non parlare di quello che accadrà fra qualche mese. Sospirando ancora, ripone entrambe le pistole nel doppio fondo dell’ultimo cassetto della sua scrivania, premurandosi di chiuderlo a chiave prima di raccogliere le proprie cose nella valigetta portadocumenti, indossare il cappotto ed uscire.
Come al solito, è rimasto l’ultimo negli uffici. L’eco dei suoi passi rimbomba rumorosamente per i corridoi e all’ingresso, e poi ancora all’interno del garage, nel quale la sua Mercedes è rimasta l’ultima macchina parcheggiata. Sta per far scattare la serratura ed entrare quando una voce conosciuta lo raggiunge alle spalle e lo inchioda sul posto.
- Ti trovo bene. – dice Zlatan, appoggiato ad uno degli enormi pilastri di ferro che reggono la struttura.
José si volta a guardarlo, ravviandosi una ciocca di capelli brizzolati sulla fronte.
- Sei stato via appena un mese, stavolta. – commenta con un mezzo sorriso, - Dev’essere un record.
- Che posso dire, - ride Zlatan, scrollando le spalle prima di allontanarsi dal pilastro con una discreta spinta del bacino, - Mi mancava Milano. – conclude, avvicinandosi a lui.
- Lo immagino. – annuisce José. – Sai già dove andrai a dormire stanotte? – domanda.
- Non posso fermarmi. – scuote il capo Zlatan, - Blanc e Leo mi aspettano a Parigi in tarda serata.
- Davvero? – ribatte José, piccato. Non vuole darlo a vedere, ma la risposta lo delude. – Dunque? Che ci fai qui?
Zlatan gli offre un breve sorriso di scuse non richieste ma ugualmente necessarie, e si stringe nelle spalle.
- Torno adesso da una breve visita a Yolee, in quel di Istanbul. – dice, e José subito lo interrompe con una smorfia.
- Per piacere, - borbotta, - Non ci vediamo da un mese e torni per parlarmi dei deliri di una ridicola fattucchiera?
Zlatan ride, divertito.
- Ha avuto una crisi proprio mentre ero lì. – riprende, - Visioni.
- Non mi interessa. – José gli volta risolutamente le spalle, infilando la chiave nella serratura, - Il giorno che vorrò seguire le indicazioni di una veggente pazza, ne comprerò una a dieci centesimi sul mercato nero. Fino ad allora—
- Il diavolo canta, Zay. – lo interrompe Zlatan. La sua voce è seria e, quando José si volta a guardarlo, scopre che lo sono anche i suoi occhi. – Sarà padre, presto, e non sarà piacevole per nessuno che non sia lui. Ne sai qualcosa?
José deglutisce, cercando di mantenere la calma. È impossibile che la notizia della disavventura di Davide sia già giunta alle orecchie di Yolanthe. La visione dev’essere stata reale. Mahalath è incinta.
- Qualcosa, sì. – ammette con un sospiro, - Ma è tardi. Sono stanco. E non mi va di parlarne.
Zlatan annuisce, e sulle sue labbra torna ad aprirsi un mezzo sorriso. I suoi lineamenti spigolosi si illuminano tutti assieme all’improvviso.
- Può aspettare. – dice quindi, avvicinandosi di un altro passo, - Non ci siamo ancora salutati per bene.
José schiude le labbra per ribattere, ma non ha il tempo di farlo. Si ritrova schiacciato contro la portiere della macchina pochi secondi dopo, la bocca di Zlatan premuta contro la sua, il suo sapore familiare e nostalgico sulla lingua, e decide che possono aspettare anche le battute e le proteste.

continua

Genere: Introspettivo, Erotico.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: NC-17.
AVVERTIMENTI: Slash, Underage, AU.
- "Ah, è il tizio che diceva il coach prima. È nuovo, si è trasferito qui da poco. C’è tipo un universo di leggende che circola su di lui."
Note: Scritta per la Notte Bianca #10 su prompt RPF Calcio, Davide Santon/Mario Balotelli, swimmers!AU. Solito obolo nottebianchiano pagato al Santonelli. Swimmers, because of reasons. (Yeah, I know.)
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
I DON’T NEED TO HEAR YOU SAY THAT IF WE WEREN’T SO ALIKE YOU’D LIKE ME A WHOLE LOT MORE

- E quello? – domanda Alberto, indicando il ragazzino nuovo con un cenno del capo. Sembra molto più grande di loro, Davide gli darebbe almeno diciott’anni, ma potrebbe anche essere tutta un’illusione data dal fatto che ha spalle larghe come una portaerei e una schiena sulla quale si potrebbe tranquillamente correre una fottuta maratona, tanto è lunga. Per non parlare delle sue gambe.
- Ah, è il tizio che diceva il coach prima. – annuisce Mattia, scrollando distrattamente le spalle mentre stringe la banda di gomma degli occhialini, - È nuovo, si è trasferito qui da poco. C’è tipo un universo di leggende che circola su di lui.
- Tia, ma che cazzo dici? – sbuffa Alberto, roteando gli occhi, - Ma mi dici che minchia di leggende possono circolare su un pischello che s’è appena trasferito?
- Be’, tanto per cominciare, - comincia Mattia, imbronciato per essere stato preso poco sul serio, - Intanto dice che viene dal sud.
- Dal sud del mondo, tipo dall’Africa? – domanda Alberto, inarcando un sopracciglio, - Grazie, Tia, contributo veramente leggendario. E poi non l’avrei mai capito, così a partire solo dall’insignificante indizio del colore della sua pelle.
- Quello che hai appena detto è molto razzista. – ribatte Mattia, incrociando le braccia sul petto ed annuendo a se stesso, - Dare per scontato che tutti i neri vengano dall’Africa, intendo.
- Tia, Cristo Iddio, - rantola Alberto, passandosi entrambe le mani sulla faccia, - Intendevo solo dire che era presumibile che fosse africano, visto il colore della sua pelle! Cosa c’è di razzista in questo, non ho mica detto che i negri mi fanno schifo! Ma io dico.
- Be’, non fai che portare avanti uno stereotipo razziale basato su concezioni vecchie più di due secoli. – scrolla le spalle Mattia, - Dovresti leggere qualche social justice blog online, magari ne capiresti di più.
- E tu magari potresti tirarti fuori la testa dal culo, magari ti riempiresti la bocca di meno stronzate. – ribatte Alberto, acido.
- Come vuoi. – Mattia gli agita una mano davanti alla faccia e poi torna a guardare il ragazzo che, adesso, fasciato in un costume aderente al ginocchio, fa stretching a bordovasca. – Comunque, giusto per dimostrarti che gli stereotipi sono spesso bugie, no, non viene dall’Africa. Cioè, i suoi genitori tipo sì, credo, ma lui è nato a Palermo, però dice che tipo era gravemente ammalato, una roba da romanzo di formazione dell’800. E niente, ha vissuto in ospedale tipo fino a cinque anni, e poi una famiglia di qui l’ha adottato, e voilà.
- Come leggenda fa abbastanza cagare. – commenta Alberto, infilando le mani nelle tasche dell’accappatoio.
- No, ma c’è altro! – annuisce Mattia, tutto preso, - Tipo che pare che sia un soggetto poco raccomandabile. Prima frequentava un altro centro sportivo, e litigava sempre con tutti. Ma non nel senso di “mi hai preso la mia cuffietta, ridammi la mia cuffietta!”, no, litigate serie, con botte e tutto. E poi un giorno pare che un tizio l’abbia fatto incazzare al punto che lui ha preso e gli ha pisciato addosso.
- Che schifo, Tia, santoddio. – protesta Alberto con una smorfia. Mattia scrolla le spalle.
- Eh, che vuoi, non me lo sono mica inventato. Dicono così in giro. Comunque, - aggiunge, - si chiama Mario. Ha la nostra età, ed entra in squadra da oggi.
- Spero che si tenga il pisello nelle mutande, già mi basta quando pisci tu in piscina. – sbuffa Alberto, tirando una manata a Mattia. Poi si volta verso Davide, come accorgendosi della sua presenza solo in quel momento. – Dade, come mai così silenzioso? Niente da dire sul nuovo arrivato?
Davide sbatte le ciglia un paio di volte, e poi si volta nuovamente a guardare il tipo, che adesso si è sollevato sulla pedana e si piega in avanti, preparandosi al tuffo. I suoi occhi scivolano senza vergogna sull’intera superficie liscia e levigata del suo corpo, sulla perfetta torsione del busto, sull’angolo delle sue ginocchia piegate, sulla tensione dei muscoli delle spalle e delle braccia. E poi parla.
- Vorrei andarci a letto insieme.
Alberto spalanca la bocca, fissandolo con sconcerto evidente mentre Mattia scoppia a ridere, allontanandosi verso le pedane.
- Con questa, per oggi ho sentito tutto. – conclude Alberto con un sospiro. Si allontana a propria volta, e Davide resta solo, gli occhi ancora fissi su Mario. Che, a un certo punto, solo per un secondo, gli ricambia l’occhiata, prima di sparire con un salto oltre il pelo dell’acqua.
*
Davide lo osserva da lontano per giorni. Sa cosa vuole, sa perché lo vuole, da qualche parte dentro di sé sa di averlo sempre voluto – Mario è stato, per così dire, conveniente, nel posto giusto e nel momento giusto, nella posizione perfetta per fargli decidere che sì, doveva essere lui, ma non è che sia stata una rivelazione scioccante, non è che Davide non lo sospettasse da tempo, non è che Mario sia stato il primo che Davide si è fermato a fissare con lo stomaco sottosopra, Mario è solo bello al punto da fargli pensare che vale la pena provarci nonostante i rischi – l’unica cosa che non sa è come ottenerlo.
Mario non sembra molto facile da gestire, così dalla distanza. È abbastanza preso da se stesso, sembra trovare tutti incredibilmente antipatici, o almeno questo traspare dalle lunghe occhiate poco impressionate che lancia a chiunque cerchi di approcciarlo in qualunque modo. Non sembra interessargli niente a parte tuffarsi e nuotare, e risponde perfino con un certo fastidio quando qualcuno cerca di trattenerlo.
Non parla quasi mai, e Davide non cerca di parlare con lui. D’altronde, non è discutere che gli interessa. Non è mai stato innamorato, non è mai stato neanche interessato a qualcuno, ed alle volte gli capita di pensare che, probabilmente, non succederà mai. Certe persone ci sono portate, certe altre no, lui non si sente particolarmente talentuoso nel campo. Ed in effetti Mario non è certo un’eccezione alla regola: di lui, non gli importa niente; quali siano le sue origini, le sue motivazioni, cosa gli piaccia e cosa no, non gli interessa.
Vuole solo andarci a letto insieme. Ogni volta che lo vede, il pensiero gli esplode in testa con una detonazione assordante. Non riesce a vedere né a pensare ad altro. Le sue mani, le sue labbra, quelle cosce, quelle spalle, le vuole addosso, vuole sentirle sotto i polpastrelli, vuole sentire lui sopra e sotto e dentro e ovunque, vuole respirare l’odore del cloro e della sua pelle direttamente dal suo corpo, vuole sentirlo spingere e vuole sentire la sua voce nelle orecchie così vicina da sembrare una voce da dentro se stesso. Ne ha una voglia così assoluta che, quando lo vede, non ascolta più nessuno. Ignora gli amici, i discorsi, i cazziatoni del coach, le battute, lo squillo del cellulare. Quando il suo sguardo incontra il corpo di Mario, tutto il resto può attendere, perché tutto il resto non ha più nessuna importanza.
Per la maggior parte del tempo, comunque, Mario ignora anche lui. Sembra che non lo veda neanche, i suoi occhi lo trapassano come fosse fatto d’aria. Mario non vede niente oltre se stesso e l’acqua, e Davide pensa distintamente che, se è così, allora dovrà mettersi in mezzo a loro.
A dargli speranza, solo le occhiate che, ogni tanto, quando nessuno guarda, Mario gli ricambia per qualche secondo, prima di scappare.
*
Lo scopre per un puro caso, un pomeriggio che si attarda ad aspettare che suo padre finisca di lavorare per passarlo a prendere dalla piscina. Non ha visto Mario uscire dagli spogliatoi, ma d’altronde non l’ha mai davvero visto abbandonare la piscina, è come se ci vivesse dentro. Mentre, annoiato, cerca un modo per passare il tempo in attesa di suo padre, passeggia un po’ per il centro sportivo, anche se sa che ormai perfino l’impresa di pulizia è andata via, ed è mentre passa accanto alla piscina senza nemmeno vederla che, invece, vede lui.
È solo, seduto su una delle pedane di partenza sul lato corto della piscina. Ha un ginocchio stretto al petto e l’altra gamba stesa fino a sfiorare con la punta delle dita la superficie dell’acqua. Davide non riflette, non considera la situazione, non conta il tempo che gli resta né le possibilità che ha di riuscire nell’impresa: entra, si sfila di dosso tutti i vestiti, li ammucchia in un angolo, rimette il costume e corre fino a bordovasca. Il suo corpo si tende tutto durante il salto, il capo chinato per non opporre resistenza all’acqua, le braccia unite, le cosce e le natiche serrate, la linea della colonna vertebrale più dritta possibile, e poi l’impatto, gli schizzi – pochi – e gli occhi di Mario che si fissano su di lui, e la sua pelle che ne percepisce il calore nonostante lui non possa vederli.
Riemerge qualche metro più avanti, e finge di non accorgersi di lui. Un paio di bracciate e si immerge di nuovo, una capriola sott’acqua e poi riemerge, questa volta di fronte a lui. Inizialmente vorrebbe fingere stupore, provare a vedere cosa può ricavare dalla situazione se gioca la carta dell’innocenza, se prova ad attirarlo in acqua subdolamente, ma gli occhi di Mario sono assolutamente inespressivi, e sembrano accorgersi di lui solo perché la sua figura increspa la superficie dell’acqua, più che perché davvero lo veda, e Davide decide che, se questa è l’unica possibilità che ha, tanto vale essere onesti.
- Mi piaci. – dice, galleggiando pigramente, gli occhi nei suoi.
Mario lo fissa di rimando, dondolando un po’ la gamba a mollo.
- Neanche mi conosci. – risponde. Ha una bella voce, profonda e maschile, e un accento marcatissimo. Riecheggia nella piscina vuota, avvolgendo Davide come vapore. È piacevole.
- Che importanza ha? – ritorce, scrollando le spalle sott’acqua, - Non ho detto che mi sono innamorato di te. Mi piaci, per questo basta guardarti.
Le labbra piene di Mario si piegano in un sorriso sarcastico.
- Quindi non ti piaccio come persona. – dice, inarcando un sopracciglio.
- Non ho idea di che persona tu sia. – scrolla ancora le spalle Davide, - Quello che ho visto di te non mi piace granché, sei taciturno, egocentrico e te ne sbatti di chiunque altro non sia te stesso. – piega appena il capo, sulle labbra un sorriso malizioso, - Ci assomigliamo.
- Eppure hai detto che non ti piaccio. – dice Mario, sbuffando una mezza risata.
- Non mi piaccio granché neanch’io. – risponde Davide. Questo sembra bastare a Mario, che annuisce, ma resta in silenzio. Davide lascia passare qualche secondo, aspettando di vederlo muoversi, o dire qualcosa, ma Mario continua a fissarlo senza aggiungere altro, e dopo un po’ Davide sbuffa, impaziente. – Allora?
- Allora cosa?
- Ti ho detto che mi piaci.
Mario aggrotta le sopracciglia.
- E questo dovrebbe avere qualche conseguenza?
Sentendosi colto in fallo, Davide digrigna i denti, irritato, ma cerca di non darlo a vedere.
- Io ti piaccio? – domanda, invece di rispondergli.
Mario sorride ancora, divertito.
- Quello che ho visto di te non mi piace granché. – risponde, - Sei presuntuoso e supponente e ti comporti come ce l’avessi d’oro, come una ragazzina, anzi peggio, visto che non hai neanche un paio di tette e una fica per supportare la tua vanità.
Ferito, Davide arrossisce ed indietreggia appena nell’acqua.
- Improvvisamente parli un sacco, eh? – domanda sarcastico.
Mario scrolla le spalle.
- Quando serve.
Davide si avvicina ancora una volta, ostinato. È diventata una questione di principio, ormai. Non importa se uscirà da questa piscina odiandolo per tutto il resto della sua vita, vuole averlo, deve averlo, e lo avrà.
- Quindi ti piaccio o no? – domanda in un ringhio frustrato.
Mario gli lascia scivolare gli occhi addosso senza vergogna, poi appoggia le mani sulla pedana e si solleva appena, lasciandosi ricadere in acqua un secondo dopo. Si immerge completamente fin sopra la testa, sprofondando verso il pavimento della piscina dritto come un chiodo, e poi ritorna su, saltando come una molla, riemergendo a pochi centimetri dal viso di Davide.
Lo afferra per il collo, stringendo troppo forte. Solo per un secondo, ma abbastanza perché Davide, spaventato dal movimento improvviso ed inaspettato, porti le mani sulle sue e tiri un po’, cercando di fargli mollare la presa. Quando Mario la allenta, sta bene attento a fargli capire che non sono le sue mani ad averglielo imposto, ma solo la propria stessa volontà. Lo lascia andare coi suoi tempi, dosa la quantità di ossigeno che può andare a riempirgli i polmoni, dirige il traffico in entrata e in uscita. Davide lo sfida con lo sguardo, mordendosi un labbro nel tentativo di concentrarsi su qualcosa di diverso da lui, per mantenere il controllo su se stesso abbastanza da non cedere.
Lascia scivolare le mani sotto i suoi polsi, aprendo le braccia in un movimento improvviso per scrollarselo di dosso. Mario lo lascia fare e non si allontana.
- Quanto ti senti figo a mettermi le mani addosso? – domanda, - Omofobo del cazzo.
Mario solleva le braccia un’altra volta, in un movimento così veloce che Davide quasi nemmeno lo vede, e di sicuro non riesce a fermarlo. Se le ritrova premute contro la nuca, ampie e forti, i polpastrelli ruvidi che gli accarezzano la pelle sensibile riempiendolo di brividi. E poi le labbra di Mario, all’improvviso, forti e fameliche come lui, aperte e bagnate, premute contro le proprie in un bacio avido e vorace.
Davide gli si aggrappa alle spalle, geme nel bacio e nuota più vicino, il corpo che aderisce perfettamente a quello di Mario, bollente nonostante la temperatura dell’acqua. Lo sente già gonfio e duro oltre il tessuto sottilissimo del costume aderente, e non può aspettare oltre. Infila una mano oltre l’orlo e lo cerca con le dita, e quando lo trova lo stringe avidamente, accarezzandolo svelto dall’alto verso il basso. La sua pelle è calda come il fuoco, può quasi sentire sotto le dita il sangue che pulsa, rendendolo ancora più duro. Stringe con più forte, perché vuole sentirlo di più, ma ottiene in risposta solo un ringhio e le dita forti di Mario che si chiudono attorno al suo polso, strattonandolo via.
- Non è mica di marmo. – dice, accarezzandosi per qualche secondo mentre il fastidio scema. Davide sorride, sollevando solo un angolo della bocca.
- Avrei detto di sì. – commenta. Mario inarca un sopracciglio e si concede mezzo sorriso ironico.
- Non ho bisogno dei complimenti. – dice, - Voltati.
Davide non aspettava altro da giorni, e se ne rende conto mentre si volta velocemente e si aggrappa con furia al bordo della piscina, sollevando appena il bacino sott’acqua. Mario gli appoggia le mani sui fianchi, stringendolo senza riguardi, imprimendogli sulla pelle la traccia arrossata delle proprie dita. Poi afferra il suo costume con entrambe le mani e lo tira verso il basso, lasciandoglielo arrotolato attorno alle cosce, rendendogli praticamente qualsiasi movimento impossibile. Inizialmente Davide pensa sia solo un caso, un frutto della fretta, ma si rende conto che non è così quando capisce che, in queste condizioni, non può fare altro che affidarsi completamente a lui perché lo tenga sollevato sopra la superficie dell’acqua, perché lo pieghi in modo da poterlo penetrare piacevolmente, perché non gli faccia troppo male.
Chiude gli occhi e decide di fidarsi. Non di Mario, ma del momento. Di quello che stanno facendo, di quello che stanno condividendo in quella piscina. È superficiale, è brutale, è stupido, è solo sesso, ma sarebbe sbagliato dire che non ha importanza. Ha tutta l’importanza del mondo, specie adesso che Mario gli stringe le natiche fra le dita, saggiandone la consistenza sotto i polpastrelli prima di allargarle piano, per esporlo. Davide sente scivolare il suo cazzo enorme e bollente contro la sua apertura, verso l’alto e verso il basso, e poi di nuovo, e di nuovo, e sta per ringhiare, frustrato, quando Mario finalmente solleva i fianchi e si preme contro di lui, aprendolo lentamente ma senza mai fermarsi.
Davide si lascia sfuggire un lamento mentre si sente teso fino allo stremo, poi contrae i muscoli e Mario si sente risucchiato dentro di lui, e spinge più forte. Davide caccia un urlo corto che termina in un ansito senza fiato, ma poi non sente più dolore, schiude gli occhi e sente solo Mario, piantato così in fondo dentro di lui da non riuscire più a capire dove finisce uno e dove comincia l’altro.
Mario si avvicina di più, gli gira le braccia attorno alla vita e solleva le mani, stringendogli i capezzoli fra le dita mentre comincia a muoversi dentro di lui. Davide abbassa lo sguardo e osserva quelle dita così scure e ruvide strofinarsi insistentemente contro i suoi capezzoli, e pensa tutto insieme che adora il contrasto fra i loro colori, che non avrebbe mai pensato di poter sentire un piacere così intenso per carezze simili e che dentro di lui è in atto una rivoluzione. Una rivoluzione vera, una chiamata alle armi, un cambiamento che lo segnerà per sempre. Mario lo penetra svelto, l’acqua schiocca come uno schiaffo fra di loro, i fianchi appuntiti e possenti di Mario sbattono con un suono secco e bagnato contro le natiche di Davide, e Davide geme senza ritegno, coprendo tutti gli altri rumori, la voce che riecheggia nel silenzio assoluto del centro sportivo.
Si sente duro come non è mai stato, e l’acqua non serve a mitigare la sensazione di frustrazione assoluta che il suo cervello gli rimanda. Vorrebbe abbassare una mano, lasciarla scomparire sotto il pelo dell’acqua e masturbarsi, ma Mario spinge con tanta forza che Davide è sicuro che, se lasciasse andare la presa sul muretto, finirebbe per sbatterci contro, o affondare. Perciò si avvicina alla parete, usandola come sostegno mentre afferra Mario per un polso e porta la sua mano fra le sue stesse cosce, strofinandosi contro il suo palmo aperto e trattenendolo lì sotto finché Mario non capisce la sua richiesta. Solo quando lo sente chiudere le dita attorno a lui si convince a lasciarlo andare e tornare ad aggrapparsi alla parete con entrambe le mani.
Mario riprende a spingere, forte come prima, e stavolta c’è anche la sua mano a chiudersi ritmicamente attorno al suo cazzo dolorosamente teso, ed è tutto diverso. Davide getta indietro il capo, geme e poi geme più forte quando sente le labbra di Mario chiudersi attorno alla pelle sensibile del suo collo e succhiare affamate. Sente la pressione dei denti, la carezza bagnata della lingua, e poi di nuovo le sue labbra, chiude gli occhi e Mario lo penetra più profondamente di quanto abbia fatto fino a quel momento, e Davide vede bianco, si aggrappa con tutta la forza che gli resta alla parete e viene con un urlo soffocato, il corpo ricoperto di brividi, i muscoli che si contraggono in spasmi incontrollabili attorno all’erezione di Mario, strappandogli di dosso un orgasmo potente, che si diffonde dentro di lui in fiotti caldissimi di cui è solo vagamente consapevole, ma che sono quasi sufficienti ad eccitarlo di nuovo se solo ci pensa.
Mario non aspetta molto, prima di separarsi da lui. Dopo aver ripreso a respirare appena meno affannosamente, si allontana, scivolando fuori dal suo corpo ed immergendosi completamente in acqua mentre nuota fino al bordo. Davide non ha idea di come faccia ad avere voglia di fare qualunque cosa che non sia crollare addormentato proprio in quel punto, ma lo osserva issarsi fuori dalla piscina con uno sforzo delle braccia e sente un’ondata di calore diffonderglisi nel bassoventre.
- Vado a farmi una doccia. – dice Mario, sistemandosi il costume da bagno attorno ai fianchi e camminando spedito verso gli spogliatoi senza mai voltarsi indietro, - Ci si vede.
*
- Quello che dico è che non so come il coach si aspetti che noi si faccia squadra con Mario, se quello a stento ci rivolge la parola. – protesta Alberto, frustrato dopo l’ennesimo tentativo abortito di provare ad attaccare bottone con Mario per fare amicizia in vista della staffetta di prova di sabato prossimo.
- Che ti devo dire, - scrolla le spalle Mattia, chinandosi a recuperare la merendina che ha scelto dal cassetto a scorrimento del distributore automatico, - Magari sei noioso, oppure odia la tua brutta faccia.
- Invece a te è andata da Dio. – lo prende in giro Alberto, lanciandogli un’occhiataccia, - Quando hai provato tu ti ha trattato alla grande.
- Be’, - scrolla le spalle Mattia, - Almeno mi ha risposto.
- Ti ha detto “lasciami in pace, per favore”. – gli fa presente Alberto, scuotendo il capo. Mattia scrolla le spalle un’altra volta e non dice altro. – Dade, - si lagna dunque Alberto, appoggiandogli la fronte contro una spalla, - Com’è che con te si comporta quasi in maniera decente? Ti saluta, ti guarda quando lo guardi, voglio dire, quantomeno sembra accorgersi della tua presenza. Come hai fatto?
Davide accenna un sorriso divertito, piegando lateralmente il capo.
- Credimi, non vuoi saperlo.
Dall’inclinazione di quel sorriso, Alberto deduce che ha ragione, e stabilisce di non riprendere mai più la discussione.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Mario/Davide, OFC/OFC.
Rating: PG-13.
AVVISI: Slash, Femslash, Future!Fic.
- "Per la prima volta, dopo una vita passata a pensare a Davide come ad un essere umano diverso da qualsiasi altro, particolare, riconoscibile fra mille nella folla come portasse con sé un odore privato e penetrante che solo Mario, fra tutti, riusciva a percepire, si ritrovava a realizzare che Davide non era una persona diversa. Era una persona come mille altre. Una persona che, probabilmente, nella folla non sarebbe più riuscito a riconoscere.
Chissà da quanto.
"
Note: Solito tributo della sottoscritta al Santonelli in occasione della Notte Bianca #9. Cosa accade durante ogni Notte Bianca? Liz scrive Santonelli. E stavolta vale doppio X'D
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EMBRACE THE PAST AND YOU CAN LIVE FOR NOW

Il tempo era passato su di loro cancellando ogni traccia della loro vita insieme. Era un’evidenza così schiacciante da costringere quasi Mario a rifuggirne, spaventato. C’era qualcosa di strano, di sbagliato negli occhi di Davide, qualcosa di sbagliato nella sua figura, nell’aria attorno al suo corpo, nei colori dei suoi abiti, nel chiarore così preciso della sua pelle. In ogni centimetro esposto della sua persona, Mario leggeva la propria assenza come fosse scritta su di lui in parole di inchiostro. C’erano lunghi, profondi segni scuri che tracciavano la storia implicita di una vita senza Mario, negli occhi di Davide, nella sua espressione, nei suoi atteggiamenti.
Era straniante. Sbagliato nel modo peggiore. Era come guardare un quadro aspettandosi di trovare un certo dettaglio in un dato posto, e poi trovarlo dislocate altrove, o peggio non trovarlo affatto. Davide era diventato un’altra persona, lontano dagli occhi di Mario, lontano dal calore della sua pelle e dalla carezza delle sue labbra. Non avrebbe saputo dire se fosse cresciuto o meno, era semplicemente diverso, diverso al punto che avrebbe potuto essere un altro.
Eppure era lui. I dettagli non mentivano. I suoi polsi, ad esempio. Le ossa sottili e fragili, gli angoli spigolosi e aspri del suo corpo, il pomo d’Adamo sempre così in evidenza. La sfumatura brillante di quegli occhi grandi e un po’ stupidi, quel modo tutto particolare di piegare la bocca in una smorfia di disappunto improvviso, l’ondeggiare fluido dei fianchi nello spostare il peso del corpo da un piede all’altro.
Era come se qualcuno avesse preso il corpo di Davide, lo avesse svuotato di ciò che lo rendeva Davide e lo avesse riempito con tutt’altra cosa. Era uguale al suo Davide, a quello assieme al quale aveva condiviso gli anni della sua adolescenza prolungata, ma non era lui. Per la prima volta, dopo una vita passata a pensare a Davide come ad un essere umano diverso da qualsiasi altro, particolare, riconoscibile fra mille nella folla come portasse con sé un odore privato e penetrante che solo Mario, fra tutti, riusciva a percepire, si ritrovava a realizzare che Davide non era una persona diversa. Era una persona come mille altre. Una persona che, probabilmente, nella folla non sarebbe più riuscito a riconoscere.
Chissà da quanto.
- Posso offrirti qualcosa, Mario? – domandò Chloe, sorridendo un po’ in imbarazzo mentre si alzava dal divano, chinandosi verso di lui con atteggiamento quasi servizievole, da donna d’altri tempi. Arrossendo a causa della sostanziale scarsa abitudine a frequentare donne come lei, Mario arrossì all’improvviso, scuotendo energicamente il capo. – Oh, andiamo, - rise a quel punto Chloe, stringendosi nelle spalle, - un aperitivo? Le lasagne saranno pronte in una ventina di minuti.
- Va bene. – sorrise Mario, grattandosi la nuca in un gesto nervoso, - Grazie mille.
- Non c’è di che! – trillò Chloe, entusiasta, voltandosi per andare in cucina in un frullare di graziose sottane di pizzo tese a gonfiare la gonna a pois lunga al ginocchio che indossava. Era ancora piuttosto bella, Chloe. Era ancora piuttosto bella ed era ancora piuttosto di Davide, nonostante fossero ormai sposati da qualcosa come quindici anni. Mario aveva visto molto matrimoni invecchiare prima degli sposi, avvizzirsi e poi morire, sbiadendo come il colore dei petali dei fiori secchi. Due di questi, fra i propri. Davide, però, aveva sempre avuto una certa consistenza. Una certa capacità di rimanere fedele a se stesso nel corso degli anni. Supponeva che dovesse essere questo, il segreto. Non è difficile, per una persona, continuare ad amarti, quando resti la persona di cui si è innamorata la prima volta. È più difficile, invece, restare accanto a qualcuno che continua a cambiare giorno dopo giorno, mescolando opposti anche talmente estremi da sembrare addirittura inconciliabili.
Mario era quel tipo di persona. Quella accanto alla quale era impossibile restare, ovviamente.
- Quante possibilità c’erano? – chiese Davide a mezza voce, guardando ostinatamente le proprie mani abbandonate in grembo, le dita intrecciate.
- Che le nostre figlie si mettessero insieme? – domandò Mario a propria volta, lanciandogli un’occhiata un po’ allucinata dal presupposto stesso della conversazione, - Poche, immagino. Pochissime. Diciamo che era praticamente impossibile, ma è successo lo stesso.
- Cosa pensi che sia stato? – chiese ancora Davide, rassegnandosi finalmente a sollevare gli occhi su di lui, - Destino?
- Lo sai che non ci credo. – ridacchiò Mario, stringendosi nelle spalle.
- E allora com’è possibile? – insistette Davide, senza cambiare espressione. Sembrava turbato dalla realtà dei fatti, più di quanto Mario non si sarebbe aspettato, più di quanto forse non fosse giustificabile. Era un po’ ridicola quella sua espressione così sconcertata, così addirittura spaventata dalla terribile eventualità che Pia e sua figlia si fossero conosciute ed innamorate. – Come lo spieghi tu l’impossibile?
- Non lo so. – rispose Mario sinceramente, - Non lo spiego? Serve una spiegazione? Insomma, è successo. Spiegarlo non cambierà la realtà. Non cambia il fatto che è accaduto.
- Non voglio cambiare il fatto che sia accaduto! – sbottò Davide, apparentemente offeso, lanciandogli un’occhiata risentita, - Sto solo cercando di capire.
- Guarda, non c’è niente da capire. – rispose Mario, scrollando le spalle, - E sarebbe un errore volerlo fare, anche perché non sono fatti nostri. Voglio dire, le ragazze sono grandi, presto saranno maggiorenni, sanno cosa stanno facendo. Soprattutto, stanno insieme da quanto, tre anni, ormai? Voglio dire, se anche avessimo dovuto porci delle domande, ormai sarebbe tardi.
Davide aggrottò le sopracciglia, le labbra strette in un’espressione carica di fastidio. Per quanto vero fosse ciò che Mario affermava, era altrettanto vero anche il fatto che quella fosse la prima volta che s’incontravano da quando le ragazze avevano cominciato a frequentarsi. Ed era pertanto probabilmente altrettanto vero il fatto che, in qualche modo, questo avrebbe dovuto portarli a porsi delle domande. Se non sulle ragazze stesse, quantomeno su loro due.
- Non ci arrivi proprio, vero? – chiese Davide a bassa voce, le dita pressate contro i braccioli della poltrona, - Sto cercando di dare un senso alla coincidenza del secolo perché non so se posso sopportarla, altrimenti. È… davvero troppo assurdo. – concluse con un sospiro, rilassandosi contro lo schienale.
Mario non riuscì a impedirsi una breve risatina un po’ amara, sospirando a propria volta.
- Lo so. – disse quindi, annuendo brevemente, - Lo so, ci arrivo anch’io. È un po’ strano, vero?
- La prima cosa che ho pensato quando l’ho saputo è stata “non può essere vero”. Dai, queste cose succedono nei film. – disse, gesticolando animatamente, - Nei libri, nelle serie tv, nei cartoni animati, checcazzo, mica nella realtà. Ho pensato “com’è stato possibile? Come!”, ed ero talmente sconvolto che anche cercando di pensarci razionalmente, non ci riuscivo mica. Cioè, Mario… - si concesse un piccolo sorriso, lanciandogli un’occhiata incerta, - Mia figlia e tua figlia. Se il destino non esiste, davvero, qualcuno sta facendo uno sforzo per farci credere che invece esista eccome, e sia pure stronzo.
Mario rise, accavallando le gambe in un gesto finalmente rilassato, mentre ascoltava la risata di Davide fare eco alla propria dopo pochi secondi di incertezza. Guardandolo, sembrava non fosse cambiato niente. C’era ancora quella traccia così fisica e indelebile degli anni trascorsi, quella traccia che aveva scritto addosso a Davide una realtà diversa, una verità diversa. Una traccia che Mario non si sentiva addosso, della quale faticava a comprendere il peso specifico.
C’era anche qualcos’altro, però. Qualcosa di spaventosamente somigliante a una mano tesa a riallacciare due lembi di un filo in un nodo che l’usura, gli strattoni e la distanza avevano sciolto anni prima, silenziosamente, delicatamente, quasi apposta perché nessuno dei due se ne accorgesse ed arrivasse a fermarlo con un dito prima che si disfacesse del tutto.
Come aveva potuto non capirlo prima?, pensò con un sorriso più sereno, mentre Chloe tornava in salotto portando con sé una bottiglia di rosé frizzante, tre calici e qualche stuzzichino su un elegante vassoio da portata.
Era solo il nodo, il problema. Il nodo si era sciolto, ma il filo, quello era sempre lì. Ad affrontare tutto il resto avrebbero imparato poi.
Genere: Erotico, Commedia.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: NC-17.
AVVISI: Slash, Underage, Lime, Crack.
- Una mattina, Davide si sveglia e scopre che lui e il suo nuovo compagno di stanza in Primavera, Mario, per ragioni non meglio identificate durante la notte si sono scambiati i corpi. Perché è accaduto tutto questo? Chissà. La storia fornirà una risposta? No. Volete sapere cosa fornirà, però? Un po' di p0rn.
Note: Volevo dire grazie alla Nemi, prima di tutto, perché in realtà questa storia del tutto priva di senso si ispira ad un prompt che lei ha lasciato nel corso dell'ultima Notte Bianca, solo che, anche a causa della sua enorme lunghezza, non sono riuscita a fillare in tempo XD Ma mi ero innamorata dell'idea così tanto che non potevo lasciarla andare così facilmente, e così, anche se in ritardo, l'ho conclusa. Non sono proprio contentissima di com'è venuta fuori, però mi sono divertita molto a buttarla giù, questo sì XD
La fic partecipa alla missione speciale per soli Suthi della sesta settimana del COW-T3 con prompt legno (aha! Legno! Morning wood! See what I did there? Okay, vado a nascondermi), e già che c'era filla anche il prompt #223 (Toccami) della 500themes_ita.
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MORNING WOOD

La sensazione è simile al solletico. Non è tanto forte da dargli veramente fastidio, ma neanche tanto debole da poter essere del tutto ignorata finché non sia passata, e così, dopo qualche minuto passato a rigirarsi nervosamente fra le lenzuola in un coro di mugolii insoddisfatti, Davide si decide a svegliarsi definitivamente ed aprire gli occhi, solo per trovarsi di fronte un duplicato esatto di se stesso che lo fissa con una tale quantità di sconcerto e paura da costringerlo a indietreggiare spaventato sul letto.
- Minchia. - dice, spalancando gli occhi e fissandoli sulla sua copia con, immagina, la stessa quantità di sconcerto e paura. C'è qualcosa che suona strano nella sua voce, ma inizialmente non ci fa caso. Dà la colpa al sonno prolungato, alla stranezza della situazione, e poi, oh, mica s'è ascoltato tanto bene, era troppo impegnato a fissare l'altro Davide e quella sua espressione così sconvolta chiedendosi "ma davvero ho quest'aspetto così ridicolo?" per poi stabilire definitivamente che no, dev'essere una copia venuta male. Lui è molto più carino di così.
- Dade. - dice la sua copia, sollevandosi in piedi dal letto - il suo letto, pensa Davide, mentre si rende conto di essere finito chissà come nel letto di Mario, durante la notte; a proposito, dove diavolo sarà finito Mario? Lui e quella sua continua risatina idiota e i suoi continui "Dade, meno male che sei uno solo, se ce ne fosse un altro uguale sarebbe la fine per l'umanità". Siccome lui invece l'umanità è sceso dal cielo per salvarla, proprio - ed allungando entrambe le mani verso di lui, come in un preventivo tentativo di calmarlo, - Non spaventarti, adesso, okay?
- Ma chi cazzo sei?! - sbotta Davide, afferrando l'orlo del lenzuolo e sollevandoselo fin sotto il mento in un improvviso quanto immotivato e sommariamente fuori luogo accesso di pudore, - Che cosa vuoi?!
- Calma... calma. - dice la sua copia, avanzando lentamente, con aria quasi intimorita e circospetta, - So che sei confuso. Lo ero anch'io, quando mi sono svegliato e ti ho visto... così. All'inizio avevo pensato che fossi una mia copia o chissà che, mi sono anche preso paura, perché, voglio dire, Cristo, già io mi gestisco male da solo, figurati doverne gestire due. Per cui niente, sono andato in bagno, e quando mi sono guardato allo specchio ho capito. Cioè, prima mi è venuto un mezzo infarto, sono indietreggiato terrorizzato e nel farlo ho gettato in terra il cesto con la biancheria sporca, ma poi quando mi sono calmato ho capito. Per cui non devi preoccuparti, Dade, è tutto sotto controllo.
Davide lo ascolta parlare, ma non sente davvero cosa sta dicendo. Percepisce il suono della sua voce ed è sconvolto da quanto sia simile alla propria, da quanto, anzi, assomigli alla propria ben più di quei quattro grugniti che è riuscito a scollare da quando s'è svegliato. La somiglianza è davvero impressionante, nel senso più ampio possibile del termine. E inoltre, quella sensazione continua a tormentarlo, quella specie di solletico in tutto il corpo, sotto la pelle, come non vi si sentisse a suo agio dentro.
- Cos'hai capito? - sussurra incerto, gli occhi fissi sull'altro Davide, che gli sorride rassicurante, sedendosi al suo fianco sul letto ed appoggiandogli una mano sulla spalla.
- Ci siamo scambiati i corpi. - risponde quindi.
Il silenzio che segue la sua rivelazione si prolunga così tanto che Davide ha tutto il tempo di convincersi di essere diventato sordo e muto. Poi, un rantolo confuso gli nasce nella gola, e sforzandosi al massimo delle sue possibilità sbotta un "tu sei pazzo" che porta l'altro Davide a corrugare teatralmente le sopracciglia, esibendosi in un broncio da manuale mentre incrocia le braccia sul petto.
Davide conosce quell'atteggiamento. Non è un atteggiamento tipico di se stesso, ed osservarsi, come nello specchio, prodursi in espressioni che non gli appartengono affatto ha uno strano effetto su di lui. Indietreggia con una smorfia, estremamente, irrazionalmente disgustato da ciò che vede, ma il disgusto non può che trasformarsi immediatamente in curiosità e sorpresa quando di quello stesso disgusto vede una sfumatura molto simile dipingersi sul volto dell'altro Davide.
- Dio, non fare quella faccia, - dice, - sul mio viso fa impressione.
In quel momento, finalmente, Davide capisce. La sua coscienza sembra risvegliarsi all'improvviso, rimettere a posto i pezzi del puzzle allucinato e confuso che l'altro Davide gli ha gettato alla rinfusa addosso appena s'è svegliato. Ogni particolare adesso ha senso, da quel pizzicorino fastidioso sottopelle allo strano suono della propria stessa voce.
- Mario. - sillaba incerto.
Il sorriso dell'altro Davide si apre repentino, ampio e luminoso come ha visto aprirsi solo quello di Mario. Non si conoscono da molto tempo, per la verità - Mario è arrivato da poco, e in realtà non condividono la stanza da più che qualche settimana -, ma Mario sembra un po' programmato per restare impresso nella memoria a breve termine della gente con una certa facilità, e perciò adesso che Davide lo vede sorridere così capisce di non avere più alcun dubbio, né motivo di continuare a dubitare, o sperare di essersi sbagliato.
- Com’è successo? – domanda con un filo di voce. Mario, dentro al suo corpo, si stringe nelle spalle.
- Non ne ho idea. – ammette. Nella sua voce non c’è neanche una traccia della preoccupazione che invece si sente fortissima in quella di Davide. – Mi sono svegliato ed eravamo già così. Forse qualcuno ci ha fatto una macumba?
- Ma sei scemo?! – sbotta Davide, scattando in piedi, intenzionato a dirigersi verso il bagno per guardarsi allo specchio, mentre una piccola parte dura a morire dentro di lui ancora spera che, quando guarderà il suo riflesso, lo troverà ancora identico a se stesso, pallido, smunto e banale com’è sempre stato, coi capelli come spaghetti incapaci di stare a posto e una fioritura costante di fastidiosi brufoli sul mento e sulle guance.
La sensazione che prova dopo essere scivolato fuori dal letto è quella straniante di sentirsi nudo, esposto. In un primo momento la attribuisce alla generica sensazione di disagio che sembra confondergli tutti i sensi, ma quando vede lo sguardo di Mario – con la sua faccia, santo Dio – scivolare verso il basso capisce che non si tratta solo di una sensazione.
- Cristo! – strilla, abbassando entrambe le mani a coprire nudità non proprie, in preda ad un imbarazzo che, non trattandosi del proprio corpo, non dovrebbe neanche provare, - Nudo, Mario? Dormi nudo? Seriamente?!
- Be’, sì. – annuisce lui, tranquillo, - Lo trovo liberatorio. Ma cosa ti copri?
- Sono nudo! – insiste Davide.
- No. – scuote il capo Mario, - Io lo sono. È il mio corpo, quello.
- Sì, ma… - comincia Davide, prima di accorgersi di non avere, in effetti, niente da obiettare a quanto Mario ha appena detto. Torna a sedersi sul letto, quasi senza forze, sospirando profondamente. – Okay. – dice quindi, - Dobbiamo trovare una soluzione.
- Ah, - ride Mario, - prego, proponi qualcosa. Io sto cercando di pensare a una soluzione da ore, ma non mi viene in mente niente. Dal momento che non so com’è accaduto, sai.
- Be’, qual è la tua proposta brillante, allora?! – strilla ancora Davide, sollevando le mani per gesticolare e lasciandosi così nuovamente nudo, - Andarcene in giro, io a fingermi te e tu a fingerti me sperando che passi da solo e rischiando di restare in queste condizioni per sempre?! – chiede. Si ferma per qualche secondo, in attesa di una risposta, ma quando non ne sente alcuna, sbotta: - Mario, santo Dio, smettila di guardarmi l’uccello! È il tuo! Lo conosci!
- Ma è diverso! – si difende Mario, sollevando gli occhi solo per qualche secondo prima di lasciarli ricadere nuovamente fra le sue gambe, - È diverso osservarlo dall’esterno. Certo che è enorme.
- Mario! – bercia Davide, arrossendo violentemente.
- No, sul serio! – insiste Mario, - Guardalo! Hai mai visto niente di simile? Intendo nella realtà, non in un porno. Ma quelli se li allungano con le pompe, si sa.
- Mario, di cosa cazzo stai parlando?! – si lamenta Davide, alzandosi in piedi e dirigendosi spedito verso la cassettiera per recuperare un paio di mutande da indossare per pronto accomodo. Mario, però, è – come spesso accade anche e soprattutto fuori da questa stanza – più veloce di lui nell’allungare un braccio e stringergli le dita attorno al polso, trattenendolo.
- Aspetta, aspetta, che fretta c’è? – domanda, tirandolo indietro e spingendolo a sedersi nuovamente sul letto, dove Davide provvede immediatamente a coprirsi con un lenzuolo. – Mado’, ma la smetti di coprirti? Ma mi dici che senso ha? Non è mica il tuo corpo nudo.
- Lo so! Ma mi sento in imbarazzo lo stesso. – borbotta Davide, guardando altrove. Sente le guance caldissime, ed è ridicolo pensare che il rossore a stento si vedrà, sulla pelle scura di Mario.
- Be’, ma non ne hai motivo. – scrolla le spalle Mario, assolutamente sereno e tranquillo nonostante la situazione. Davide lo osserva scivolare sulle ginocchia e poi sistemarsi fra le sue gambe appena divaricate, e i suoi occhi si riempiono di terrore.
- Che… - deglutisce a fatica, - Che stai facendo?
- Voglio guardarmi più da vicino. – annuisce Mario, stringendo un lembo del lenzuolo fra le dita ed allontanandolo dal proprio corpo, lasciandolo scoperto.
- Mario! – strilla Davide, agitandosi tutto sul posto, - Non— Stai fermo!
- Ma perché? – sbuffa Mario, lanciandogli un’occhiata annoiata dal basso verso l’alto. Davide serra le labbra e deglutisce a fatica. Vedersi così inginocchiato fra le gambe di Mario lo confonde, è imbarazzante e ridicolo e degradante e gli stringe lo stomaco in una morsa che non riesce a tradurre adeguatamente in pensieri, figurarsi in parole. – Voglio toccarlo.
- Vuoi fare cosa?
- Voglio toccarlo. – ripete Mario, annuendo a se stesso. Letteralmente. In entrambi i sensi.
- Mario, no! – Davide prova a serrare le gambe per costringerlo ad allontanarsi, - Queste sono molestie e io non le tollererò oltre!
- Molestie? – Mario inarca un sopracciglio, - Sul mio stesso corpo?
- Ma ci sono io dentro! E useresti il mio corpo per molestarmi, poi! Dio mio, questa cosa è così sbagliata
- Davide, ma piantala di lamentarti tutto il tempo e lasciami fare, okay?! – strilla a quel punto anche Mario, stringendogli le ginocchia fra le mani e forzandolo a spalancare le gambe, - Conosco il mio corpo, so quando vuole essere toccato.
- Cosa?! – sbotta Davide, sconvolto. Abbassa lo sguardo solo per incontrare lo spettacolo desolante di un’erezione a sorpresa, e nel momento stesso in cui la vede quella sensazione alla bocca dello stomaco si ripresenta, costringendolo a collegare le due cose. – Dio… - mormora, coprendosi il viso con entrambe le mani, - Ma perché?!
- Boh, - scrolla le spalle Mario, - non lo so, c’ho voglia. Forse s’è tirato su per questo! – pondera, illuminandosi in viso, - Ha percepito che avevo voglia e whoop! ecco che si tira su.
- Whoop un cazzo! – sbotta Davide, lanciandogli un’occhiata estremamente disapprovante. E inoltre, pensa, senza azzardarsi ad esprimere questo pensiero ad alta voce, Altro che percepire la tua voglia. Ha percepito la mia.
- Sì, esatto! – ride Mario, - Whoop un cazzo, il mio per la precisione. E io voglio che venga toccato. È mio, quindi posso decidere della sua sorte.
- E di quella delle mie mani? – biascica Davide, - Come la mettiamo con la sorte delle mie mani?
- Preferisci che usi qualcos’altro? – propone Mario con commovente quanto ridicola ingenuità. Davide arrossisce ancora più violentemente.
- Le mani andranno benissimo! – urla, - Purché te le lavi, dopo!
Mario ridacchia – il suono della sua risata è così strano, così diverso, che Davide stenta a riconoscere la propria stessa voce – ed allunga una mano verso di lui, sfiorandolo appena.
- Tranquillo. – dice con un sorriso nell’osservare la smorfia che gli piega le labbra quando Davide percepisce il suo tocco, - So come toccarmi. Non sarà strano.
- Lo è già. – sbuffa Davide, ma non riesce ad impedire ad un gemito di sfuggirgli dalle labbra quando le dita di Mario si chiudono attorno alla sua erezione, strofinandola piano. – Mario… - mugola, chiudendo gli occhi ed appoggiandosi indietro sulle braccia tese, le dita dei piedi che si arricciano man mano che i tocchi di Mario cominciano a farsi più svelti, - Aspetta—
- No, è troppo una figata. – ride Mario, osservandosi con estrema attenzione – il movimento delle dita, la pelle che scopre la punta del suo cazzo e poi torna a coprirla, l’intreccio di vene in rilievo su tutta la lunghezza, la forma, i colori in contrasto, - Cioè, devi troppo vederlo anche tu.
- Lo vedo, Mario, lo vedo. – geme Davide, stringendo le dita attorno alla coperta nel tentativo di non mettersi a tremare per le scariche di piacere che gli infiammano il bassoventre.
- No, dico, il tuo! – Mario lo lascia andare, costringendo Davide ad un gemito sinceramente addolorato di cui lui, naturalmente, nemmeno si accorge. – Scommetto che ti farà esplodere il cervello. Cioè, è proprio un’esperienza da fare, se lo chiedi a me. Quello è il mio cazzo! E lo stavo toccando io! Mentre non ero io! Cioè, BOOM!
- Mario… - Davide si lamenta, coprendosi il viso con entrambe le mani e strofinandosi energicamente gli occhi per cercare di scacciare almeno in parte quel torpore che sembrava essersi impossessato del suo corpo mentre Mario lo toccava, - Non voglio vederlo, e soprattutto non credo che il mio affare si sia-- Cristo! – si ritrova costretto ad urlare come una femminuccia quando, abbassando le mani e voltandosi per guardarlo, trova Mario che scalcia via i pantaloncini, mostrandoglisi completamente nudo.
E non è che Davide non si sia mai visto nudo, prima, ovviamente, ma la sensazione stavolta è così diversa, così strana, così sbagliata da fargli desiderare di essere capace di distogliere lo sguardo nonostante l’apparente paresi che sembra averlo colto negli ultimi venti secondi.
- “Affare”? – inarca un sopracciglio Mario, salendo in ginocchio sul letto, - Quanti anni hai, per chiamarlo così? Dodici?
- Mario, sta’ lontano da me con quel coso! – strilla, indietreggiando sul letto più vicino al cuscino.
- Ma è il tuo uccello, cazzo. – ride Mario, avvicinandosi sfrontato, - Cos’è, ti fa schifo? A me non sembra malissimo. – commenta, lanciandogli un’occhiata dal basso.
- Non posso credere che questa cosa stia succedendo… - piagnucola Davide, e il miagolio ridicolo in cui si trasforma la voce di Mario quando è lui ad usarlo è talmente imbarazzante da costringerlo a distogliere lo sguardo e tacere.
- Oh, buon Dio, Dade, piantala! – sbotta Mario. Davide, arrossendo per il soprannome improvvisato con cui non gli pare di ricordare Mario si sia mai rivolto a lui prima d’ora, si volta a guardarlo all’improvviso. – Divertiti un po’! Vivi! Ma ci sei nato così vecchio dentro o ti ci hanno fatto diventare crescendoti come una monaca di clausura? Sei frustrante da morire, ma si può?
Davide abbassa lo sguardo, l’imbarazzo che gli brucia negli occhi.
- Scusa… - mormora, torcendosi le dita, e poi realizza: - …ehi. – sbotta, tornando a guardarlo, - Ma per quale motivo dovrei essere io a chiedere scusa?! Sei tu quello che— - prova, ma non riesce a concludere la frase quando le labbra di Mario si posano sulle sue, strappandogli un bacio fin da subito profondo e affamato, breve abbastanza da lasciarlo sconvolto ma non sazio.
Mario si allontana da lui sorridendo, e la curva maliziosa che Davide vede assumere alle proprie stesse labbra quando è Mario e governarne i movimenti è allo stesso tempo così innocente e così consapevolmente oscena da fargli mancare il respiro.
- Toccami. – gli sussurra divertito, - O forse dovrei dire “toccati”? – aggiunge con una risatina.
Davide deglutisce, e quando guarda in basso ed osserva il proprio corpo così teso di desiderio non ha proprio nessuna voglia di ridere. Trattiene il respiro mentre solleva una mano e sfiora tutta la lunghezza dell’erezione di Mario col palmo della mano aperta, mordicchiandosi nervosamente l’interno di una guancia. È la propria stessa pelle che sta toccando, le proprie stesse forme, ma pur risultando al tatto così incredibilmente familiari Davide non riesce in alcun modo a sentirle proprie, come se, a poco a poco, si stesse abituando al corpo di Mario così tanto da trovare il proprio alieno, imbarazzante, perfino indigesto.
Quando Davide stringe la presa attorno al suo cazzo, Mario chiude gli occhi e si lascia sfuggire un lamento arreso.
- Cristo, Mario, controllati! – protesta Davide, imbarazzato dal suono osceno della propria voce, - Non fare questi versi.
- Davide, santoddio, sta’ un po’ zitto, una buona volta. – dice Mario, chinandosi ancora una volta su di lui per catturare le sua labbra con le proprie. Lo bacia a lungo, lentamente, ed a Davide sembra che gli piaccia particolarmente esplorare la sua bocca in cerca del proprio stesso sapore. Come d’altronde fa lui stesso mentre schiude le gambe e lo accoglie fra le proprie cosce, un gemito che sfugge al suo controllo nel momento stesso in cui i loro bacini collidono, e Mario comincia a muovere i fianchi.
- Mario… - biascica lui, mentre si accorge di inseguire i movimenti del bacino di Mario col proprio, andando incontro alle sue spinte e cercando di forzarsi a non guardare in basso, perché percepisce ogni centimetro della propria erezione scivolare con una deliziosa frizione contro ogni centimetro dell’erezione di Mario, ed il piacere che scaturisce da quei movimenti così semplici è già così intensi da fargli temere per il proprio stesso autocontrollo se tutto quel piacere dovesse istantaneamente concentrarsi in un’immagine definita. Se lo vedessi, pensa quasi disperatamente, Poi finirei per non riuscire più a pensare ad altro. – Che stai facendo…?
- Sto smettendo di chiedermi perché per cominciare a chiedermi cosa. – gli sussurra Mario sulle labbra. Davide lo scruta attraverso le palpebre semichiuse, la pelle ipersensibile, ogni tocco una scarica elettrica, mentre Mario comincia a muoversi più velocemente contro di lui.
Ricorda di essersi trovato carino, a volte, guardandosi allo specchio, in una giornata particolarmente buona. Una di quelle rare giornate in cui l’acne sembrava volergli dare tregua, i capelli miracolosamente decidevano di stare ognuno al proprio posto e riusciva a beccare la maglietta e il paio di pantaloni giusti per non sembrare un completo imbecille infilato a forza in abiti di seconda mano.
Non si è comunque mai visto più bello di adesso, che guarda se stesso muoversi velocemente sul corpo di qualcun altro, i lineamenti tesi, gli occhi concentrati sul piacere, le labbra umide e lievemente dischiuse per lasciare uscire quei gemiti così carichi di voglia inespressa.
Non si è mai visto più bello di adesso. Adesso che si guarda con gli occhi di Mario.
Ma è un pensiero più che fugace, un’ombra, un lampo, un sussurro di vento, poi viene contro lo stomaco bianco che Mario gli ha preso in prestito ed ogni singola fibra del suo corpo si tende per un attimo in uno spasmo quasi doloroso, prima di rilassarsi in un colpo, e lasciarlo ricadere esausto e sconvolto sul letto.
*
Quando si sveglia, probabilmente non più di mezz’ora dopo, la prima cosa che nota è che il solletico è scomparso, ed anche la generica sensazione di inadeguatezza e disagio che provava prima di essersi addormentato sembra averla seguita, dovunque sia andata a finire.
Gli basta sollevare una mano per capire di essere, chissà come e chissà perché, tornato all’interno del proprio stesso corpo.
- Mario. – sbuffa, cercando di spingerlo via da sé nel momento in cui si accorge di averlo ancora addosso, - Mario, svegliati.
- Mmmhno, ho mal di pancia, non ci vado a scuola oggi. – risponde lui in un mugugno scontento, arricciandosi su un fianco e rotolando via da lui fin quasi alla sponda opposta del letto.
- Mario! – strilla Davide, tirandogli un ceffone su una spalla, - Svegliati, ho detto!
- Che c’è?! – sbuffa Mario, mettendosi seduto controvoglia e lanciandogli un’occhiata infastidita, - Cristo, Davide, sei insopportabile, giuro che ora vado dal mister e lo imploro di cambiarci stanza, così… - si interrompe quasi stupito, e Davide capisce che finalmente ha realizzato cosa si trova davanti, e decide di accompagnare la ritrovata capacità di comprendere la realtà di Mario con uno sbuffo impaziente. – Oh. La situazione si è risolta. – dice, annuendo compiaciuto.
- Sì, be’, non certo grazie a te! – protesta Davide, - Lo sai che potrei denunciarti per molestie?!
- Guarda, fallo. – sbuffa Mario, passandosi una mano sulla testa e poi alzandosi in piedi e stiracchiandosi con evidente compiacimento, - Ti sfido a convincere chicchessia che quello che abbiamo fatto non fosse pienamente consensuale.
- Sai cosa? – ringhia Davide, alzandosi in piedi a propria volta e poi seguendolo verso il cassettone, - Non ti conosco ancora tanto bene, ma sono abbastanza convinto di non volerci neanche provare! Sei in assoluto la persona più irritante, insopportabile e stupida che io abbia mai incontrato, e se qualcuno andrà dal mister a chiedergli di cambiare stanza, quel qualcuno sarò io.
Mario sospira, lo lascia finire di blaterare a casaccio, poi si gira, gli sorride e lo bacia lentamente sulle labbra.
- Facciamo che invece fingiamo che non sia mai accaduto e non ne parliamo più? – domanda tranquillo, mentre Davide si riappropria del rossore violento delle sue guance, e si copre la bocca con entrambe le mani. – E non fare quella faccia, Dio mio. – aggiunge Mario con una risata, - Sei ridicolo!
Davide abbassa lo sguardo, inspira, espira e poi abbassa anche le mani.
- Va bene… d’accordo. – cede, passandosi una mano fra i capelli, - Ma la prossima volta che provi a mettermi le mani addosso, in qualunque situazione accada, giuro che quel cazzo gigante che ti ritrovi te lo taglio mentre dormi con una motosega. Sei avvertito. – conclude, arraffando alla cieca un paio di mutande pulite dal cassetto che Mario ha aperto e correndo a chiudersi in bagno.
Mario ci mette un po’ a realizzare e strillargli “però hai ammesso che è gigante!”, ma Davide è sveltissimo a rispondergli di andare a fanculo.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Nessuno.
Rating: NC-17.
AVVISI: Gen, Angst, Violence, Blood, AU.
- Dopo aver ucciso a mani nude quindici uomini bianchi, Mario è stato catturato e rinchiuso in una buca guardata a vista da due uomini, in attesa del processo e della praticamente certa condanna a morte. Davide, però, ha dei piani diversi, un passato di cui non vuole parlare e un obbiettivo molto chiaro da raggiungere, e quando gli propone di collaborare per riavere in cambio la propria libertà Mario non può fare altro che accettare e seguirlo.
Note: Insomma, questa storia è un po' una reazione, anzi, direi che più che un po' è totalmente una reazione a quanto successo qualche giorno fa XD Il video non lo linko, anche perché, se non avete vissuto sotto un sasso, probabilmente avrete anche voi sentito in quale alta considerazione Paolo Berlusconi, attuale vice-presidente del Milan, tenga "il negretto della famiglia". Insomma, dopo aver sentito quelle parole su Twitter ha preso piede il TT #BaloUnchained e da lì sono partita per scrivere questa storia che più che una storia è una riflessione sul razzismo e sulle differenze e sulla cattiveria e su ciò che si è disposti a sopportare, suppongo XD Oh, insomma, l'ha letta la Tab in anteprima, una roba che ha del miracoloso, e le è pure piaciuta, una roba che ha del quasi mistico barra impossibile, per cui sono contenta XD
La storia partecipa appropriatamente alla prima missione terza settimana del COW-T3, con prompt pelle, e già che c'è filla il prompt #35 (In catene) della 500themes_ita.
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UNCHAINED

Il primo raggio di sole che gli colpisce il viso dopo più di sei mesi di reclusione è talmente forte da ferirgli gli occhi. Mario solleva entrambe le mani per coprirsi, abbassando istintivamente il capo e raggomitolandosi su se stesso. Il calore del sole sulla pelle è una cosa bellissima ed è una cosa dolorosa. Come la libertà.
- Che pena. - dice qualcuno là in alto. Mario cerca di lanciargli un'occhiata, ma sullo sfondo del cielo più azzurro mai visto e dei raggi abbaglianti del sole non riesce a vedere che una sagoma scura. La voce è di ragazzo, ma il tono che usa è quello di un uomo adulto. - Non riesco neanche a capire se sei nero davvero o se sei solo lurido.
Mario sfida il dolore e gli lancia un'occhiata furiosa, le labbra tese sui denti, un ringhio di bestia nel fondo della gola.
- Attento. - dice, - L'ultima volta che qualcuno ha scherzato sul colore della mia pelle, non è finita bene.
Il ragazzo resta in silenzio per un po', come riflettendo sulle sue parole.
- So chi sei. - dice quindi, - Conosco la tua storia. Sono pronto a liberarti. E a pagarti. Profumatamente. In cambio del tuo aiuto.
Mario aggrotta le sopracciglia, lanciandogli un'occhiata dubbiosa. La luce del sole non lo ferisce più, ma il ragazzo continua ad essere solo un'ombra, una macchia nera sull'azzurro uniforme del cielo.
- Chi sei? - domanda, - Cosa vuoi?
Il ragazzo risponde srotolando una corda lungo il fianco della buca, ma non dice una parola. Mario potrebbe ignorarla, ma l'alternativa la conosce già, e se tutte le domande che può porre all'oscurità nella quale ha passato gli ultimi sei mesi hanno già ricevuto abbastanza risposte dal silenzio assordante che l'ha circondato durante la sua permanenza, almeno ha la certezza che, fuori da quella buca, lo aspettano risposte che ancora non conosce, ed è quelle che insegue quando le sue dita coperte di polvere si chiudono attorno alla corda e le sue braccia lo issano fuori da lì un centimetro dopo l'altro.
Uscire da lì, si dice, quando ancora una volta la luce del sole torna ad abbagliarlo, ed il fresco venticello primaverile torna ad accarezzare la sua pelle bagnata di sudore e dell'umidità della terra, è facile.
Facile esattamente come è stato caderci dentro.
*
Il ragazzo è bianco, e sembra più giovane di lui. I ragazzini bianchi lo sembrano spesso. Tuttavia, c'è qualcosa nei suoi occhi, quello stesso dettaglio che Mario aveva già sentito nella sua voce, che in qualche modo lo rende più maturo di quanto il suo aspetto non denunci ad una prima occhiata.
Seduti sul bordo della buca, si guardando a lungo senza parlare. Solo il rumore del vento nelle orecchie, la terra polverosa sulla pelle, il suono lontano di qualche uccello predatore fra le montagne, distanti sulla linea dell'orizzonte.
- Potrebbero arrivare in qualsiasi momento e catturarmi. Rimettermi in quella buca. Ne scaverebbero un'altra apposta per te, e la chiuderebbero con una pietra, come hanno fatto con la mia.
- C'erano solo due persone, a guardia della tua buca. - dice il ragazzo, guardandolo dritto negli occhi senza un briciolo di paura, - Le ho uccise entrambe prima che potessero dare l'allarme.
- Se ne accorgeranno lo stesso. - insiste Mario, - Al tramonto. Ne arriveranno altri due per dare loro il cambio.
- Saremo già ad almeno sei ore di vantaggio, per allora. - risponde con noncuranza il ragazzo.
Mario aggrotta le sopracciglia, stringendo i pugni.
- Cosa ti fa pensare che verrò con te? - domanda, - Potrei fuggire. Ora sono di nuovo libero. Se mi conosci come dici, sai che potrei ucciderti e semplicemente andarmene.
Il ragazzo lo guarda senza cambiare espressione, a lungo. Si passa entrambe le mani sui pantaloni, sospira e poi si sistema il cappello sulla testa, scuotendo il capo.
- Se non vieni con me, non mi servi. Se non mi servi, non ho alcun motivo di tenerti in vita. Se non ho alcun motivo di tenerti in vita, ti ucciderò.
Mario piega le labbra in un ghigno sfrontato.
- Puoi provarci. - dice.
- Ci riuscirei. - insiste il ragazzo, fissandolo con occhi di ghiaccio, - So che conosci la forza della disperazione. - i suoi occhi si tingono di un verde più cupo e brillante, e Mario aggrotta le sopracciglia nel notarlo. - Non mettermi alla prova.
Mario soppesa in silenzio le sue parole, finalmente in grado di riconoscere quel dettaglio che sembrava dargli maturità per ciò che è: quella nota di tristezza profonda di tutti i ragazzini costretti a crescere controvoglia e troppo in fretta. C'è anche nella sua voce, ecco perché ha faticato a riconoscerla subito ed ecco anche perché, ora che invece c'è riuscito, suona così familiare.
- D'accordo. - dice quindi, - Posso d'arti mezz'ora della mia libertà per lasciarti spiegare cosa vuoi da me. Tu cosa mi offri in cambio?
Il ragazzo sorride, ma è un sorriso freddo. Apre l'ampia borsa di pelle che pende dal suo fianco e ne tira fuori una lattina di fagioli. Mario non mangia da quasi due settimane.
- Un pranzo? - chiede ironico il ragazzo.
Mario annuisce.
- Affare fatto.
*
Ne parlano fra un cucchiaio di fagioli e l'altro, seduti sui cadaveri riversi delle due guardie che il ragazzo ha ucciso per liberarlo. Si chiama Davide, e non intende dirgli da dove viene. Non intende raccontargli la sua storia, tutto ciò che vuole è offrirgli un lavoro.
- A cosa ti servo io? - gli domanda Mario, dubbioso, dopo avere ascoltato le sue richieste, - A quanto ho capito sei bravissimo anche da solo a far fuori la gente. - aggiunge con un ghigno, battendo un paio di pacche sulla testa sfondata del cadavere sul quale è seduto.
- Due, tre per volta. - annuisce Davide, - Ma io voglio una strage.
Ci sono degli uomini, dice. In un posto. Mario gli chiede dove si trovi questo posto, chi siano questi uomini, per quale motivo Davide li voglia morti e perché proprio in modo così cruento, ma Davide scuote il capo.
- Non ti dirò niente, finché non accetti. - dice, - E non posso assicurarti che lo farò anche dopo. I dettagli non ti servono.
- E se fossi solo curioso? - chiede Mario con un mezzo sorriso.
- Ti direi di fartela passare. - risponde Davide, gelido, e Mario lascia perdere.
- Va bene. - dice quindi, - Dimmi cosa ti serve esattamente.
Davide mette via la lattina mezza vuota e si pulisce sommariamente le mani sui pantaloni.
- Quanti uomini hai ammazzato quel giorno? Quando ti hanno preso. - gli chiede, invece di rispondere.
- Quindici. - risponde Mario senza battere ciglio.
- Armato di cosa? - domanda ancora Davide. Mario risponde alzando semplicemente le mani e mostrandogliele. - Bene. - annuisce Davide, - E ancora ti chiedi di cosa posso avere bisogno?
Mario stira le labbra in un ghigno divertito.
- Tu sei pazzo. - commenta. - Quanti sono?
- Una ventina di persone. - risponde Davide, - Conosco le loro abitudini. So dove trovarli quando sono tutti assieme.
- Sarebbe molto più facile prenderli uno per uno. - gli fa notare Mario, - Di notte, magari. Col favore delle tenebre. Mentre dormono sereni nei loro letti.
- Sarebbe più facile, è vero. - annuisce Davide, - Ma non sarebbe quello che voglio. Come ti ho detto prima, voglio una strage. E voglio il sangue. Voglio che la loro sia una fine esemplare.
- Cos'è, - chiede Mario, a metà fra l'incuriosito e il divertito, - una dichiarazione politica? Rivoluzionaria, terroristica?
- No. - risponde Davide. Mario resta in attesa di sentirgli aggiungere altro. Se non è l'ideologia a muoverlo, sarà qualcos'altro. Si aspetta di sentirgli confessare cosa, ma la confessione non arriva.
- Non intendi dirmi niente, ho capito bene? - sospira, lasciandosi andare ad un mezzo sorriso divertito.
Davide scuote lentamente il capo.
- Non finché non accetti. - ribadisce, - Probabilmente neanche dopo. - poi sospira, alzandosi in piedi e cominciando a coprire con un po' di terra il piccolo falò che hanno acceso. - Senti, la cosa in realtà è molto semplice. A me serve una certa prestazione. So che tu sei la persona adatta per il lavoro. Non ti infilerò in una casa gremita di bianchi senza un'arma e senza aiuto, sarò con te. La faremo insieme, questa cosa. La farei da solo, se potessi, ma non posso. Non sono un pazzo, non sono un suicida, voglio che questa cosa riesca e voglio uscirne vivo. E se ne uscirò vivo, puoi stare certo che farò il possibile e l'impossibile perché tu ne esca vivo insieme a me. - Si passa una mano fra i capelli, sospirando ancora pesantemente. - La mia moneta di scambio l'hai capita. Io posso portarti via di qui, posso farti partire, posso ridarti la libertà, e posso pagarti. Se la merce ti interessa, seguimi. Se non sei interessato, torna pure nella tua buca, là sotto, o prova a scappare, vediamo quanto lontano arrivi, e se sei più veloce tu dei miei proiettili.
Mario lo osserva muoversi, ascolta il suono della sua voce. Non si muove, ed anche una volta che Davide ha finito di parlare resta in silenzio a lungo, riflettendo sulle sue parole.
Poi si alza in piedi.
- Avrò bisogno di vestiti nuovi. - dice quindi, indicando la casacca e i pantaloni luridi e sdruciti.
Davide sorride.
- C'è una cittadina di poche centinaia di abitanti a due chilometri da qui. Ho portato un cavallo anche per te, è nascosto nel boschetto oltre quella radura. - dice, indicandola con un cenno del capo.
Mario lo segue senza altre domande.
*
Un cappello, una camicia e un paio di pantaloni nuovi dopo, di fronte ad una pinta di birra scura consumata sul portico della locanda per viandanti a qualche chilometro dal villaggio nella quale hanno deciso di pernottare prima di mettersi in viaggio, Davide consegna a Mario la sua pistola.
- Non ne ho bisogno. - dice lui.
- Lo so. - risponde Davide, - E' un regalo. Considerala un anticipo sulla paga, se vuoi.
- Devo detrarla dalla somma finale, quindi? - domanda acido, e Davide sorride.
- Sai anche far di conto. Sono stupito.
- Perché? - insiste Mario, lanciandogli un'occhiataccia, - Perché sono negro?
Davide ride, solleva entrambe le braccia e si volta, appoggiando il boccale mezzo vuoto sulla ringhiera in legno massiccio.
- Mi arrendo, mi arrendo. - concede, senza aggiungere altro. Mario lo osserva appoggiarsi di spalle alla ringhiera, i gomiti ben piantati sul corrimano, e piegare un po' indietro il capo per scrutare il cielo puntellato di stelle.
- Non hai la faccia del bandito. - commenta quindi, osservando i suoi lineamenti eleganti, quasi austeri, nobili. - Hai la faccia del figlio di papà.
Davide si volta a guardarlo, le labbra serrate. Lo studia con occhi attenti, quegli occhi pesanti da adulto nel corpo di ragazzino, e poi sorride.
- Tu che faccia pensi di avere? - gli domanda.
Mario scrolla le spalle.
- La faccia da schiavo.
Gettando indietro il capo, Davide ride. Una risata chiassosa, sguaiata, la risata di uno che ha imparato a ridere troppo tempo fa, la risata di uno che ha smesso e fa fatica a recuperare l'abitudine.
- Ti racconto una storia. - dice quindi, allungandosi a recuperare il boccale per sorseggiare ancora un po' di birra. - Nella città da cui vengo, c'era una vedova. Una bella signora nel fiore degli anni. Il marito l'aveva lasciata sola a gestire la piantagione, e lei non aveva fratelli, né sorelle, né lontani parenti, insomma, nessuno che potesse prendersi cura di lei. Andava avanti con le sue sole forze e non aveva alcuna intenzione di risposarsi. Quando un giorno arrivano una decina di nuovi schiavi alla piantagione, lei li esamina e fra loro c'è Joel.
- Joel. - sorride curioso Mario, invitandolo ad andare avanti.
- Joel. - annuisce Davide, - La bella signora non aveva mai visto niente di più bello. Il ragazzo doveva avere la metà dei suoi anni, ma era alto il doppio di lei, e aveva due spalle sulle quali si sarebbe potuto tranquillamente cavalcare. "Allora," dice il negriero alla bella signora, "Se vanno bene, li porto alle baracche". La bella signora lo guarda e gli dice "questi vanno bene, ma lui lo voglio per me". Così.
Mario spalanca gli occhi, lasciandosi andare ad una risata divertita mentre lo fissa, allibito.
- Stai scherzando.
- E' tutto vero. - scuote il capo Davide, ridendo a propria volta. - Insomma, Joel diventa l'amante della signora. Vive nella casa padronale, con lei. Divide il suo letto che scopino o no, divide i suoi pasti, passa con lei le giornate. Lei scopre che lui è stupido come una capra, ma che sa disegnare. Ogni pomeriggio si siedono in terrazza, lui di fronte alla sua tela e lei sul divanetto poco distante, un tè in una mano e un libro romantico nell'altra, e passano le ore così, in silenzio, felici come mai nella vita avrebbero pensato di poter essere. Sposarsi non possono, ma è come se già lo fossero, in qualche modo, e a nessuno dei due manca la fede al dito. Insomma, è tutto perfetto.
- Ma? - domanda Mario, impaziente di capire dove la storia voglia andare a parare. Davide ride ancora.
- Non c'è nessun ma. - risponde. - Un giorno, succede una roba strana. La bella signora offre a Joel del tè al gelsomino. Joel lo assaggia e gli piace. Come se fosse normale, si volta verso la cameriera lì accanto e le chiede di portarne una tazza anche a lui. Lei si inchina e risponde "sì, padrone", e si affretta ad obbedire. - Davide si volta a guardare Mario e nota che ha aggrottato le sopracciglia, confuso. Il suo sorriso si allarga. - In quel momento, - riprende, - un lampo di intelligenza attraversa gli occhi di Joel. Si volta verso la bella signora e balbetta "hai visto cos'è successo?". Lei lo guarda senza capire. "Ho dato un ordine," spiega lui, "E lei ha obbedito." La bella signora sbatte le lunghe ciglia, e continua a non capire. E allora Joel chiarifica. "Io sono negro," dice. E allora la bella signora capisce. E trova la cosa così divertente che scoppia a ridere, così, senza il minimo pudore, e mentre Joel la guarda senza capire cos'abbia detto di tanto divertente lei si asciuga una lacrima dall'angolo di un occhio e gli fa "tesoro mio, se la tua pelle fosse bianca, non riusciresti ad essere più bianco di quanto sei adesso".
Il racconto si ferma, la voce di Davide sfuma nella notte, gentilmente. Mario sembra assorto, guarda il fondo del suo boccale vuoto, le labbra piegate in una smorfia pensosa. Davide lo guarda e sorride.
- Tu che faccia pensi di avere, dunque? - chiede ancora. Stavolta Mario non risponde subito.
- Non lo so ancora. - dice quindi. Davide annuisce.
- E io che faccia ho? - domanda. Mario si volta a guardarlo.
- La faccia di un pazzo. - risponde. Davide scoppia a ridere un'altra volta.
- Ecco, questo ci si avvicina molto di più. - ammette, allontanandosi dalla ringhiera con uno scatto dei fianchi, e battendogli una mano sulla spalla. - Vieni, dai, andiamo a dormire. Ci aspetta un lungo viaggio, domani mattina.
Mario annuisce, seguendolo all'interno della locanda e al piano di sopra. In camera non ha un bagno, ma c'è una scodella di metallo piena d'acqua, ed il necessario per radersi la barba. Oltre al sapone, alla schiuma, al pennello, al rasoio e ad un asciugamano, c'è anche un piccolo specchio rotondo col manico di legno. Mario lo stringe fra le mani, si stende a letto - non è un esperto di musica, ma la sinfonia delle molle del materasso che cigolano adattandosi al suo peso dev'essere la più bella mai composta da uno strumento costruito dall'uomo - e lo solleva alto sopra il proprio viso, scrutandone attentamente il riflesso.
"Che faccia ho," si domanda, "se non è una faccia da schiavo?"
Cerca di vedere la sua faccia oltre il colore della sua pelle, ma la notte è scura, e fa fatica a distinguere i contorni del proprio stesso viso alla debole luce della candela già mezza consumata. Dopo un po' si spegne del tutto, e lui per allora sta già dormendo.
*
Sono in viaggio da due settimane, quando vengono sorpresi dall'imboscata. Improvvisamente, mentre attraversano un piccolo bosco, vengono circondati da guardie armate, chi a piedi e chi a cavallo, venute fuori da dietro gli alberi a fucili spianati.
- Arrendetevi! - strilla isterico il sergente, il soldato di grado maggiore nel gruppo, la faccia rossa e le mani che tremano per il freddo intenso dell'altopiano in questa stagione. Non nevica ancora, ma nevicherà presto. Davide sperava di poter passare almeno l'inverno senza dover già spargere sangue, e per questo, quando osserva Mario sfiorare discretamente l'impugnatura della pistola, lo ferma con un'occhiata severa.
- Signori, - comincia educatamente, - posso chiedere il motivo di una simile irragionevole richiesta? Parlate con uomini liberi che non hanno commesso alcun crimine.
Il sergente gli lancia un'occhiata stupefatta, le labbra dischiuse.
- Stronzate! - sbotta quindi, - Un negro a cavallo io non l'ho mai visto, e la descrizione corrisponde perfettamente al prigioniero evaso dalla buca qualche giorno fa. Scendete da cavallo, immediatamente.
Davide inarca le sopracciglia, voltandosi a guardare Mario in un gesto quasi teatrale. Mario gli ricambia l'occhiata senza sapere cosa aspettarsi, tutti i suoi nervi si tendono in attesa di un ordine, ma quando questo non arriva, e Davide torna a guardare il sergente, tutto il suo corpo si rilassa.
- Per dirle la verità, sergente, io non saprei riconoscere un negro da un altro neanche se mi ci mettessi d'impegno. Hanno tutti la stessa faccia. Se questo signore è davvero un evaso, io non lo so. - aggiunge con una scrollata di spalle, - L'ho incontrato un paio di giorni fa e, dal momento che viaggiavamo entrambi da soli, gli ho proposto di viaggiare insieme per compagnia e sicurezza. Se davvero lo ritenete colpevole di qualche crimine, disponete della sua libertà come più vi aggrada, io non muoverò un dito. - conclude, facendo indietreggiare il cavallo di un paio di passi e sollevando entrambe le mani.
Il sergente fissa Davide come fosse convinto di doversi aspettare qualcos'altro da lui, Davide lo fissa di rimando come non capisse cos'altro stia aspettandosi di vedere, Mario fissa entrambi con la convinzione di essere stato preso per il culo a dare battaglia alla convinzione che sia tutto un trucco nel fondo dello stomaco.
Alla buon'ora, il sergente si convince. Raddrizza il fucile e lo punta deciso contro Mario.
- Scendi. - dice. Mario lancia un'occhiata a Davide, e Davide sbatte le ciglia senza dire una parola. Mario sospira ed obbedisce, sollevando entrambe le mani in un gesto di resa. - Voltati. - intima il sergente. Mario si volta, le mani protese indietro perché possano ammanettarlo, e lanciando un'occhiata tutta attorno a sé nota di avere una quindicina di fucili puntati contro. Solo ed esclusivamente contro di lui.
E' in quel momento che le testa cominciano a scoppiare. Saltano una dopo l'altra, con un suono come di frutta matura che si schianta per terra spaccandosi in due, e Mario approfitta del momento di confusione per voltarsi, disarmare il sergente ed utilizzare il suo fucile per contribuire alle esplosioni.
In meno di due minuti è tutto finito, e la terra ai loro piedi è macchiata di neve, sangue e cervella spappolate. Ci sono quindici cadaveri immobili, sul sentiero, e di alcuni non è più possibile riconoscere i lineamenti.
Mario si volta ansante a guardare Davide. Non è nemmeno dovuto scendere da cavallo. E' rimasto lì, le redini strette in una sola mano, l'altra serrata attorno al manico della pistola ancora fumante. I suoi occhi sono tornati torbidi e freddi com'erano prima di macchiarsi della finta ingenuità con la quale ha raggirato il sergente, i suoi degni colleghi ed anche lui.
Vorrebbe chiedergli perché l'ha fatto, ma realizza anche da solo che sarebbe perfettamente inutile. Quando Davide gli dice di muoversi, che devono allontanarsi prima che qualcuno li veda, Mario non se lo fa ripetere due volte. Monta in sella e cavalca al suo fianco in silenzio per chilometri.
Al tramonto, si fermano. Sono lontani da qualsiasi centro abitato ma forse, per stavolta, è meglio così. Sarà una nottata rigida, ma perdere tempo non ha senso. Accendono un falò e siedono sul tronco secco di un albero abbattuto dal vento, stringendosi nelle spalle e protendendo le mani verso il fuoco per assorbire un po' di calore.
- Cosa saresti disposto a fare per ottenere quello che vuoi? - chiede alla fine Mario, mentre le fiamme gli danzano negli occhi.
- Qualsiasi cosa. - risponde Davide.
- E quanti uomini saresti disposto a uccidere? - insiste lui.
- Quanti sarà necessario ucciderne. - risponde il ragazzo senza un'incertezza.
Mario si morde l'interno di una guancia.
- Quegli uomini erano innocenti. - dice quindi, - Stavano soltanto eseguendo gli ordini.
- Ti avrebbero imprigionato. - spiega Davide, - Ti avrebbero catturato e riportato indietro alla buca. Ed avrebbero catturato anche me, come complice, quando gli avresti confessato che ero stato io a farti evadere.
- Non l'avrei mai fatto.
- Avrebbero trovato il modo di fartelo fare.
Su di loro cala il silenzio, interrotto solo ogni tanto dal crepitio della legna nel fuoco, e dai lievi nitriti dei cavalli infreddoliti e legati a qualche metro di distanza da loro.
- Che faccia ho adesso? - chiede Davide in un soffio qualche minuto dopo.
Mario osserva i suoi lineamenti fieri, duri, come scolpiti nella roccia. Non risponde.
*
Quando infuria la tormenta, si rinchiudono in una vecchia baita di montagna. E' piena di spifferi e sembra abbandonata da anni, ma spaccare la serratura per entrare è facile, ed è tutto ciò di cui hanno bisogno al momento.
La casa è ancora piena di vecchi mobili polverosi. C'è un divano, ci sono un paio di poltrone, nel cassetto di un mobile ci sono delle coperte che usano per tenere al caldo i cavalli, visto che la stalla, fuori, ha il tetto sfondato. Probabilmente, al piano di sopra ci sono le camere da letto, ma nessuno dei due intende avventurarsi per le scale, specie considerando quanto scricchiola la struttura dell'edificio sotto il lamento del vento e il peso della neve.
- Reggerà? - chiede Mario, sfregando con forza le mani l'una contro l'altra nel tentativo di riscaldarle.
- Non lo so. - risponde Davide, - Speriamo di sì. Ora aiutami ad accendere il fuoco.
Il camino è sporco e non viene palesemente usato da troppo tempo per poter funzionare a pieno regime. Ciononostante, riescono a trovare un paio di tronchi solidi non del tutto marci e qualche rametto più sottile per aiutare il fuoco ad alimentarsi all'inizio, e nel giro di una mezz'ora la temperatura all'interno della stanza si è già fatta più accettabile. Spostano le poltrone più vicino al fuoco e si siedono l'uno di fianco all'altro, dividendo una porzione di piselli in scatola.
Davide è stanco, ma i suoi occhi sembrano volersi rifiutare di chiudersi. Scruta il fuoco con aria imbronciata, quasi delusa, come se non solo potesse leggervi dentro, ma non gli piacesse neanche granché quello che racconta.
- Raccontamela tu, una storia, Mario. - dice ad un certo punto, raggomitolandosi sulla poltrona, le ginocchia al petto, come nel tentativo di mantenere più calore.
- Dev'essere la mia? - domanda Mario, dubbioso. Davide scrolla le spalle.
- Può essere quella che vuoi. - risponde, - Anche finta.
Mario annuisce lentamente, concentrandosi sul fuoco a propria volta.
- Volevano frustarmi. - dice quindi, - Avevo provato a scappare. Non ero arrivato da molto, alla piantagione. Ma non importa, perché il problema non era il carico di lavoro. Non ero stanco, non ero sfruttato oltre i miei limiti, semplicemente non riuscivo a concepire di dover restare lì e lavorare per un mucchio di uomini bianchi viziati, come dovessi ringraziarli per il favore che mi facevano a tenermi in vita.
Davide si sposta appena sulla poltrona. Mario gli lancia un'occhiata e nota che ora lo sta guardando con interesse.
- Mi hanno preso meno di un paio d'ore dopo. Mi hanno trascinato nell'aia in mezzo ai baracconi nei quali noi schiavi vivevamo. Galline che scappavano ovunque, e tutto intorno tutti gli altri negri che guardavano questo negro trascinato per i capelli verso il centro della piazzola. C'era un palo, lì, lo usavano per legarci quando dovevano frustarci. L'avevo già visto accadere e non potevo lasciare che si ripetesse. Non a me. Per cui sono saltato in piedi, ed al primo ho spezzato il collo con la corda che mi legava le mani. Ho stretto così tanto che alla fine anche la corda si è spezzata, e ha fatto lo stesso suono delle sue ossa, una specie di schiocco, come quando frusti il cavallo. Ad uno ho dato una testata, e poi, quando era a terra, mentre altri due cercavano di fermarmi, gli ho spaccato la testa con un calcio. L'osso, sotto, è veramente bianco, sai? - domanda, sollevando gli occhi su Davide. Davide annuisce. - Una volta, uno schiavo s'è rotto un braccio. Stavamo lavorando alla macina, gli è rimasto incastrato il braccio fra le due pietre, non siamo riusciti a fermarci in tempo e crack, si è spaccato di netto. - si interrompe per qualche secondo, il calore del fuoco gli plastifica il sorriso sul viso. – Anche lui aveva le ossa bianche.
Davide sospira, cambia posizione un'altra volta. Mario lo guarda e vede che ha gli occhi chiusi ed ha appoggiato il capo contro il bracciolo della poltrona. Sente il ritmo dei suoi respiri farsi più lento e regolare, e poi si concede un sorriso a metà amaro e a metà divertito.
- La prossima volta che mi chiedi una storia, ti mando a fanculo. - commenta, incassando la testa nelle spalle e calandosi il cappello sugli occhi per dormire. Non lo vede sorridere.
*
Quando arrivano alla città giusta, Mario se ne accorge perché Davide cambia completamente atteggiamento. Gli si accende qualcosa negli occhi, e diventa allo stesso tempo più circospetto e più euforico, quasi esaltato.
- Ci siamo vicini, vero? - gli chiede con un sorriso, interrompendolo all'improvviso mentre divora una coscia di pollo parlando entusiasticamente di una delle cameriere al servizio fra i tavoli. Davide ride divertito, e poi annuisce.
- Riposati, questo pomeriggio. - gli consiglia. Mario inarca un sopracciglio, dubbioso, e Davide chiarifica. - Stanotte non dormiremo.
Mario lo prende in parola, e si ritira in camera a riposare finché non è Davide stesso a svegliarlo, molte ore più tardi. E' nervoso, non riesce a stare fermo, tiene una mano costantemente a riposo sopra la fondina, come volesse essere sicuro di riuscire ad estrarre la pistola il più velocemente possibile in caso di necessità.
- Calmati. - gli dice Mario, stringendo la cintura in vita e calcandosi il cappello in testa, prima di scoccargli un'occhiata penetrante, - Nervi saldi.
- I miei nervi sono saldissimi. - risponde Davide, quasi offeso, aggrottando le sopracciglia.
- Non giocare a fare il bambino con me. - sorride Mario, le mani sui fianchi, - Ti conosco.
Lo sguardo di Davide si fa più serio, mentre sospira.
- Tu non mi conosci affatto.
Mario non può fare a meno di ammettere che ha ragione.
Montano a cavallo all'imbrunire, ed affrontano il viaggio con calma. Nessuno deve notarli, dice Davide, non più di quanto già non si facciano notare un bianco e un negro a cavallo per il solo fatto di essere tali. Il posto verso il quale sono diretti è una piccola capanna sulla proprietà di uno dei proprietari terrieri della zona.
- Aspetta un secondo. - dice Mario, lanciandogli un'occhiata incerta, - Stiamo andando verso una piantagione? Entreremo a cavallo all'interno di una piantagione, così, come se niente fosse, mentre non è ancora neanche sera?
- Non preoccuparti. - sorride Davide, - Conosco il posto. Posso farci entrare senza che nessuno se ne accorga.
Mario rinuncia a cercare di convincerlo circa quanto sia rischiosa la sua idea. D'altronde, da che lo conosce Davide non ha mai avuto un'idea che non fosse anche potenzialmente un suicidio, e Mario ha cominciato a rassegnarsi al fatto di dovergli stare dietro anche in questo, se non altro perché, per quanto rischiose, tutte le loro imprese al momento si sono risolte in loro favore.
Quando intravedono la sagoma elegante della casa padronale all'orizzonte, cambiano bruscamente direzione, dirigendosi alle sue spalle piuttosto che verso la porta principale. Poi, quando Mario comincia a pensare che tutto il geniale piano di Davide si riduca ad entrare dalla porta sul retro, cambiano direzione un'altra volta, allontanandosi di qualche centinaio di metri ancora, finché non incontrano un piccolo corso d'acqua oltre il quale si vedono solo campi di grano a perdita d'occhio.
- Libera il cavallo. - dice Davide, - Da questo momento in poi, non ci servirà più.
- E come faremo a scappare, stanotte? - domanda Mario, aggrottando le sopracciglia.
- Ne ruberemo due dalle stalle. - scrolla le spalle lui. Mario lo osserva smontare da cavallo e lo imita, poi lo osserva schiaffeggiarli entrambi sul dorso per incitarli ad allontanarsi. Aspettano di vederli sparire all'orizzonte, prima di guadare il fiume e perdersi poi fra le spighe alte come uomini.
Mario cerca di non perdere Davide di vista, di stargli dietro anche se lui si muove spedito, quasi senza curarsi di controllare che lui riesca a tenere il passo o meno. E' lì che la consapevolezza lo colpisce: Davide non solo conosce questo posto, ma si muove al suo interno come se gli appartenesse.
Arrivano alla capanna in meno di un'ora, girano intorno al piccolo fabbricato, camminando rasenti alle pareti, e poi si accucciano sul retro, spalle contro la parete, mentre la sera si fa più scura. Sono protetti dall'erba alta e da un mucchio di macchinari per la semina e il raccolto, e tutto intorno non c'è che silenzio.
- Vivevi qui, è vero? - domanda Mario. Davide gioca con un paio di sassi e non risponde. - E' casa tua, questa?
Davide lo guarda in silenzio per qualche secondo.
- Io non ho casa da nessuna parte. - dice poi. Mario lo sente sospirare. - Ti interessa davvero così tanto sapere perché siamo qui, che relazione ho con questo posto, perché lo conosco così bene? Se ti dicessi la verità, cambierebbe qualcosa?
- Forse mi sentirei ancora più spinto ad aiutarti. - butta lì lui, vago. L'espressione di Davide si fa dura come quella di una statua.
- Se è così, vai via. - dice. - Se c'è la possibilità che la tua determinazione si rafforzi, c'è anche la possibilità che si indebolisca. Io non posso correre rischi, Mario. - conclude, tornando a guardarlo, - Sei con me, o te ne vai. Ed è l'ultima volta che te lo dico.
Mario non risponde. Riflette, questo sì, sulla possibilità di andarsene. Non è un pensiero fugace che appena gli sfiora la mente, è una riflessione seria e ponderata sulle opzioni che gli restano.
Resta una riflessione inutile, però, perché nel momento in cui si rende conto di voler restare capisce anche di averlo voluto fin dal primo istante.
Aspettano sera in silenzio, e solo quando la luna è alta nel cielo cominciano a sentire il rumore di zoccoli, il nitrire dei cavalli lanciati al galoppo, il vociare degli uomini che li incitano ed il lieve crepitare delle fiamme delle torce.
- Ci siamo. - dice Davide, alzandosi in piedi. Nel buio, la sua sagoma non si distingue dal resto della parete. Mario gli è subito al fianco, quando entrambi si sollevano appena sulle punte per spiare all'interno della capanna attraverso l'unica finestra che possiede.
Gli uomini hanno lasciato i loro cavalli all'esterno, legati, e stanno parlando fra loro a bassa voce, con aria seria e grave. Indossano lunghe tuniche bianche che coprono interamente i loro corpi, e tengono in mano un altro panno bianco. Molto presto, alcuni di loro cominciano ad indossarlo, rivelando che si tratta in realtà di un cappuccio.
- Sono ridicoli. - commenta Mario, inarcando le sopracciglia come di fronte a dei pagliacci particolarmente tristi.
- L'hai detto. - sorride Davide. - Io ne conto sedici. Confermi? - Mario annuisce. - Che ne dici?
Mario scrolla le spalle.
- Mi sembra che abbiamo delle ottime possibilità. - commenta ironico. Davide si concede una mezza risata silenziosa, e poi annuisce.
Si allontanano dalla finestra, girano attorno alla capanna. Pistole alla mano, sfondano la porta a calci e fanno irruzione sparando all'impazzata. Tre, quattro persone cadono a terra ferite. Nessuno muore, non ancora, almeno. Nel panico e nelle colluttazioni che seguono, Mario perde l'arma che Davide gli ha regalato, ma non quelle per cui Davide l'ha voluto con sé. Quando, abbattuta da un proiettile vagante, l'unica candela che rischiarava la stanza si spegne, per molti minuti tutto quello che si sente sono le urla degli uomini, lo schioccare delle ossa, le esplosioni dei proiettili e il suono ovattato con cui penetrano i vestiti e la pelle, conficcandosi nella carne per lacerarla.
Mario grida come un animale, la sua sagoma scura resta perfettamente riconoscibile anche nel buio. Davide lo segue con gli occhi mentre combatte per la propria vita contro sconosciuti senza volto, senza nome e, ben presto, senza più sangue da versare nelle vene.
I rumori della colluttazione vanno affievolendosi poco a poco, e nel giro di mezz'ora la notte ritorna calma. Si sentono perfino i grilli frinire nell'erba alta attorno la capanna. Il respiro di Mario è pesante, affaticato. L'ultimo uomo, Davide, ormai disarmato, l'ha ucciso ficcandogli una mano giù per la gola. Gli è crollato addosso, scosso dai singhiozzi e dalle convulsioni per la mancanza d'aria, ed è morto così, affondandogli i denti nell'avambraccio, come se il suo corpo stesse cercando di suggerirgli di strapparglielo e ingoiarlo per liberare le vie respiratorie.
Ci mette dieci minuti a liberarsi. Il braccio sanguina e non riesce a muovere bene le dita, ma sa che non è niente di grave, per cui si divincola senza troppe cerimonie, liberandosi del peso del corpo dell'uomo su di sé, e poi si alza in piedi. Fruga all'interno della tasca dei pantaloni per recuperare un fiammifero, cerca a tentoni la candela sul tavolo e la accende, guardandosi intorno.
Mario è appoggiato contro una parete, i suoi vestiti nuovi sono tutti strappati. E' coperto di sangue dalla testa ai piedi. Forse è ferito, ma è in piedi e respira ancora. Davide gli si avvicina, incerto sulle gambe, e dopo essersi appoggiato alla stessa parete colpisce appena la sua spalla con la propria.
- Ehi. - lo chiama, - Stai bene?
Mario annuisce lentamente e poi appoggia la testa indietro, sospirando.
- Sono esausto. - dice.
Davide sorride.
- Anch'io. Sei ferito?
Mario scuote il capo e poi lo guarda.
- Tu sì, però. - dice, accennando alla ferita sul braccio. Davide ride divertito.
- Se ti racconto come me la sono procurata, non ci credi. - lo stuzzica.
Mario sorride, inarcando un sopracciglio.
- Mettimi alla prova.
Davide annuisce.
- Sì, - dice, - ma prima prendiamo due cavalli e filiamocela. Ce la fai a cavalcare?
Ce la fa, sì.
*
Cavalcano senza mai fermarsi per tutta la notte. Nonostante la stanchezza, il dolore per le botte prese e quelle inferte e il peso schiacciante delle vite umane che hanno rubato in quella capanna, l'adrenalina scorre in un rombo impetuoso nelle vene di entrambi, tenendoli svegli e attivi. Incitano i cavalli urlando nella notte, ridono fra loro senza scambiarsi battute, e quando si fermano nei pressi di un lago, all'alba, vorrebbero smettere di ridere, anche solo per riuscire a tirare il fiato, ma non riescono.
Legano i cavalli ad un albero, si strappano i vestiti di dosso e, nonostante l'aria e l'acqua siano gelide, si immergono per una nuotata. L'acqua si tinge di rosso nel punto più vicino alla riva che scelgono per lavarsi, ma quando nuotano verso il centro del lago quella traccia è già scomparsa. Galleggiando sul pelo dell'acqua, guardano il cielo tingersi dei primi colori del mattino e dividono un silenzio pieno e confortante, almeno fino a quando Davide non si decide a mantenere la sua promessa e raccontare come si sia procurato la ferita al braccio.
- Non ci credo neanche se lo vedo. - lo prende in giro Mario, ridendo, dopo aver ascoltato il racconto.
- Ecco, hai visto? - gli fa eco la risata di Davide, - Te l'avevo detto che non ci avresti creduto.
Restano in silenzio ancora qualche minuto, mentre il sole fa capolino dalle montagne all'orizzonte, macchiando il cielo di rosa e arancione.
- Hai indovinato, prima. - dice Davide quindi, a bassa voce, - Quella era casa mia.
Mario annuisce lentamente.
- Chi erano quegli uomini? - domanda.
Davide si stringe nelle spalle.
- Non ne conosco i nomi. - risponde, - Ma so che sono gli uomini che hanno sterminato la mia famiglia. Mio padre era un brav'uomo, trattava gli schiavi con rispetto. Ne aveva promosso qualcuno perché lo consigliasse riguardo il lavoro nei campi. La piantagione, sai, era nell'eredità di mia madre. Mio padre non era che un mercante, non avrebbe mai pensato di diventare un proprietario terriero. - sospira appena, rimettendosi dritto e poi immergendosi, per riemergere qualche secondo dopo. Per allora, Mario lo sta già guardando, anche lui stufo di galleggiare.
- Immagino che questo non lo rendesse particolarmente simpatico ai suoi colleghi. - commenta.
- Per niente. - ride amaramente Davide. - Sono entrati in casa una notte, uccidendo tutta la servitù in silenzio. Gli schiavi, sai, avevano i loro quartieri, distaccati dalla casa padronale. Avevano la loro società, le loro tradizioni, mio padre non voleva interferire con quello. Nessuno ha sentito niente, mentre legavano mio padre e lo costringevano ad assistere allo stupro di mia madre e... - Davide serra le labbra all'improvviso, abbassando lo sguardo, - ...a tutto il resto.
Mario solleva un braccio, posandoglielo sulla spalla e scuotendo il capo.
- Va bene se non vuoi parlarne.
Mario scrolla le spalle, offrendogli un mezzo sorriso incerto.
- Ormai non fa più alcuna differenza, ti pare?
Mario annuisce, e poi segue Davide quando lo vede riprendere a nuotare verso la riva.
- Pensi di tornare alla piantagione, adesso? - gli chiede, mentre si asciugano prima di indossare nuovamente gli abiti sporchi, gli unici che posseggono. - Puoi fingere di essere tornato per caso. Puoi riprenderti ciò che era tuo.
- Nah. - scuote il capo Davide, sorridendo serenamente mentre indossa il cappello, - Sono stato pianto come morto, come tutto il resto della mia famiglia. Sono vivo per distrazione, per una casualità, perché hanno creduto che bastasse quello che mi hanno fatto per uccidermi. Si sbagliavano, ma non del tutto, perché se è vero che sono sopravvissuto è altrettanto vero che vivo non lo sono più da tempo.
Mario lo guarda con attenzione. Gli si avvicina, posandogli entrambe le mani sulle spalle per costringerlo a guardarlo.
- Questo può cambiare, però. - dice.
Davide sorride ed annuisce.
- E' vero, ma non in quel posto. Quella piantagione non significa più nulla, per me. La persona che ero non c'è più. Quella che sono stata nell'ultimo mese, da quando ci siamo conosciuti, be', credo che anche quella sia già morta. - si indica il viso, ridendo. - Che faccia ho, adesso, Mario? - domanda divertito.
Mario ride a propria volta, scuotendo il capo.
- Sai cosa? - dice, - Non me ne frega niente.
Davide annuisce come se Mario avesse detto chissà che grande verità, e per un po', finché non montano nuovamente a cavallo, restano in silenzio.
- Dici che se ne potrebbe fare un mestiere, di questa cosa? - chiede a un certo punto Mario, lanciandogli un'occhiata incuriosita.
- Di cosa? - domanda Davide, - Dell'omicidio?
Mario annuisce, genuinamente interessato, e Davide ride, scrollando le spalle.
- Non lo so, ho sentito dire che più a nord i cacciatori di taglie hanno una certa libertà, in questo senso. - risponde, rendendosi conto di stare effettivamente ponderando l'ipotesi.
Mario annuisce seriamente.
- Che dici, - propone, - andiamo a dare un'occhiata?
Davide ride, passandosi una mano sul viso prima di incitare il cavallo.
- E andiamo a dare un'occhiata.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Mario/Davide, Davide/OFC.
Rating: PG-13
AVVISI: Angst, Slash, Het, OC.
- Sono passati dieci anni dal giorno in cui Mario e Davide si sono detti addio senza però mai dirselo per davvero. Ed è proprio approfittando di questa distrazione che Mario decide di rifarsi vivo - nel giorno meno indicato di tutti.
Note: Prima di tutto, un po' di random facts XD
1) Dundrum Castle è davvero un castello dalle parti di Newcastle; è un castello molto antico, risalente al 1100 circa, ed attualmente è in rovina, ma io ho graziosamente immaginato che fra dieci anni possa tranquillamente essere stato rimesso a nuovo ed adibito come luogo fèsciòn in cui le celebrità vanno a sposarsi 8D
2) Christine è mia e mi appartiene e la amo, e lei e Dade avranno mille figli bellissimi insieme. #headcanon
3) Altro #headcanon: Enrico è il testimone di nozze di suo fratello, il quale gioca ancora a calcio al tempo del matrimonio (mentre Mario, naturalmente, s'è bruciato molto prima, da bravo pirla). #headcanonbitschenonsonoentratinellastoriamaiosocomunqueequindilicondivido #amen
Inoltre, la fic ha partecipato alla Notte Bianca #7 su prompt But my heart was colder when you'd gone / And I lost my head but found the one that I love (Whispers In The Dark, Mumford & Sons), e già che c'era risponde anche al prompt #060 ([RPF Calcio] Mario Balotelli/Davide Santon, tra dieci anni.)) del Santa Fest e al prompt #37 (Dolce/Salato) della Maritombola. Sono. Troppo. Brava.
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
WISH ME WELL (YOU CAN GO TO HELL)

Christine ride oltre la pesante porta di legno chiusa sulla stanza di cui lei, sua madre e le sue sorelle hanno preso possesso quando sono arrivate al castello, stamattina. Davide, addossato alla porta, ride a propria volta, battendo pigramente il pugno contro il legno.
- Dai! – insiste giocosamente, - Apri!
- Porta sfortuna! Porta sfortuna! - ride lei, tirandogli idealmente addosso un cuscino che, invece di schiantarsi contro la sua faccia, va ad abbattersi con un suono soffice e ovattato contro la porta stessa.
- Vai a prepararti, Davide! - lo rimprovera la sua futura suocera, ma lui ride e finge di non capirla, come fa sempre quando vuole continuare a fare di testa propria. Lui e Christine scherzano su questa storia dell'abito ormai da mesi, da quando la data delle nozze è stata fissata. Lei insiste per fare tutto come da tradizione, ed ogni volta Davide ride e le dice che non ha senso nascondersi per due ore solo perché indossa l'abito bianco, quando, in pratica, convivono ormai da quasi cinque anni. Lei non vuole sentir ragioni, e lui la adora per questo. No, la ama per questo. La ama per questo. La parola amore è ancora terribilmente difficile da pronunciare, ma questo non cambia la realtà dei fatti.
Enrico spunta da dietro un angolo, le sopracciglia aggrottate, il colletto della camicia aperto ed il cravattino slacciato che pende ai lati del collo. Davide lo nota e, prima ancora che lui possa rimproverarlo come sa che farà entro breve, si allontana dalla porta, sollevando entrambe le braccia in un gesto arreso.
- Scusa, scusa, la lascio in pace, d'accordo. - sospira e poi ride, - Comunque sono già pronto, non ho bisogno di nient'altro. Andrò ad intrattenere gli ospiti in giardino, la nonna di Christine ne sarà entusiasta visto che continua a scambiarmi per suo marito morto in guerra e tornato dalla morte per unirsi a lei come le era stato unito in vita.
- No, Dade, aspetta. - lo ferma Enrico, posandogli entrambe le mani sulle spalle e costringendolo ad indietreggiare, - Ti ho cercato dappertutto, è arrivata una... persona, e chiede di te. Gli ho detto che non era il caso, ma insomma... - Enrico sospira come se si sentisse estremamente in colpa e al contempo non riuscisse a capire per quale motivo si senta così, - Vedrai tu stesso. Non è che potevo buttarlo fuori a calci.
Davide si sente scorrere lungo la spina dorsale un brivido freddo che sembra una premonizione di morte. Ad Enrico non chiede niente - d'altronde è evidente che, se suo fratello avesse voluto rivelargli il nome del visitatore, l'avrebbe semplicemente fatto -, si lascia semplicemente condurre lungo i corridoi riverniciati di fresco delle vecchie mura di Dundrum Castle, e quando Enrico lo porta nello stanzino minuscolo all'interno del quale sono state stipate le bomboniere in attesa di distribuirle prima del pranzo, gli basta scorgere la figura alta e massiccia voltata di spalle ed avvolta in una pesante giacca nera per capire tutti i numerosi motivi per cui suo fratello non s'è azzardato a nominarlo finché lui non ha potuto vederlo con i suoi occhi.
Primo perché sarebbe stato pericoloso.
Secondo perché a Davide sarebbe scoppiato il cuore.
Terzo perché probabilmente non gli avrebbe nemmeno creduto.
- Mario.
Pronuncia il suo nome come un incantesimo, come un esorcismo, chiedendosi "scomparirà? Se lo riconosco, se lo chiamo per nome, svanirà nel nulla come certe streghe e certi mostri delle leggende?". Ma Mario non scompare, semmai diventa ancora più reale quando si volta a guardarlo, offrendogli un sorriso sghembo del quale Davide non sa proprio che farsi.
- Vi lascio un po' da soli. - dice Enrico a bassa voce. Davide riesce appena a percepirle, le sue parole. Sente con molta più forza il rumore secco del chiavistello della porta quando, chiudendosi, scatta, isolandoli dal resto del mondo.
- Mi dispiace per l'improvvisata. - dice Mario. La sua voce è profonda, ruvida, Davide se la sente scorrere addosso in carezze lente ed insinuanti e non riesce a impedirsi di indietreggiare sulla difensiva, - Ma non potevo non venire a farti le congratulazioni. Anche se non mi hai invitato.
- Ci sarà stato un motivo. - risponde lui, tagliente, aggrottando le sopracciglia. La sua rabbia scivola addosso al sorriso un po' triste di Mario, e quando se ne accorge Davide la mette da parte, perché è inutile continuare ad odiare così qualcuno che palesemente non prova lo stesso per te.
Non c'è più neanche quello, pensa distrattamente. Non c'è più neanche l'odio.
- Mi dispiace di non essere venuto prima. - riprende Mario, avvicinandosi lentamente, con circospezione.
- Ah, non preoccuparti, - ribatte Davide, - non avrei avuto alcuna voglia di vederti neanche se fossi passato a trovarmi mesi fa.
- E se fossi passato a trovarti anni fa? - chiede Mario, sollevandogli addosso all'improvviso un paio d'occhi scuri sorprendentemente lucidi e presenti a se stessi. Davide ricorda gli occhi di Mario dieci anni fa, e ricorda che non assomigliavano a questi. Erano pozzi neri e confusi, luoghi pericolosi, mortali, come una foresta selvaggia di notte. C'erano cose, cose che si agitavano dentro gli occhi di Mario. Cose che, a sfiorarle appena, potevano afferrarti e non lasciarti più andare, trascinarti a fondo con loro.
"Io sono una punizione divina," ripeteva Mario, citando a memoria, "Se non aveste commesso peccati tanto grandi, Dio non vi avrebbe mandato una punizione come me."
Lo ripeteva spesso, sembrava crederci per davvero. Di sicuro ci credevano i suoi occhi.
Gli occhi di Mario, adesso, raccontano una storia completamente diversa. Davide non è sicuro di voler lasciare che lui gliela racconti, ma di sicuro non è una storia che fa paura. E' una storia triste, di rassegnazione e di scoperta. Una storia di crescita.
Da ragazzino, Davide pensava che questa storia l'avrebbero scritta insieme. Ci ha messo anni a rassegnarsi al pensiero che non sarebbe mai successo. Ci ha messo anni a sovrascrivere il sapore salato delle lacrime con quello dolce delle labbra di Christine. Ci ha messo anni a provare a tornare ad essere in grado di pronunciare la parola amore senza sentirsi soffocato e stordito da un peso enorme nel mezzo del petto, senza lasciare scivolare la mente sopra il terreno accidentato di associazioni emotive che lo gettavano nello sconforto. Ci ha messo anni a cancellare l'influenza assoluta del nome di Mario sui propri pensieri e sulle proprie azioni. E Mario non è cambiato abbastanza da capire che vederlo di nuovo adesso è l'ultima cosa di cui Davide abbia bisogno.
- Perché sei qui? - domanda a bassa voce, lo sguardo fisso sulle punte delle proprie scarpe lucide e nere. Dal corridoio giunge l'incessante chiacchiericcio degli ospiti, le risate tintinnanti delle donne, quelle sgraziate degli uomini, come esplosioni nel buio, quelle allegre e giocose dei bambini, piccoli tacchi che ticchettano senza posa in lunghe rincorse avanti e indietro per gli enormi corridori in marmo bianco del castello.
- Avevo bisogno di vederti. - risponde Mario, - Di sapere come stavi.
Davide stringe i pugni lungo i fianchi.
- Stavo meglio prima. - ammette, sforzandosi in maniera ridicola per tornare a guardarlo. Non dovrebbe volerci tanto, non dovrebbe fare così male, non dovrebbe essere così difficile condividere con lui lo stesso spazio la stessa aria gli stessi fottuti due metri che sembrano restringersi e dilatarsi senza senso col passare dei minuti e dei secondi, ma fa un male del cazzo, è difficile da morire, gli serve molta più forza di quanta non ne possegga al momento e prega solo che Mario non gli si avvicini, perché se lo facesse Davide può già dire l'esatto numero di secondi che impiegherebbe per mandare a fanculo tutto il resto e seguirlo fino in capo al mondo.
- Mi dispiace. - dice invece Mario, indietreggiando discretamente. Davide sente come l'ombra di una corda allentarsi attorno a lui. Gli sembra di essere finalmente libero di muoversi per la prima volta da quando è entrato in quella minuscola stanza. - Lei sembra carina. Sei felice?
Davide deglutisce, si passa una mano fra i capelli scombinandoli e sa che sua madre lo rimprovererà per questo, ed in questo momento vuole soltanto uscire da lì e trovarla in mezzo alla folla e pregarla di rimproverarlo finché ne avrà voglia, mentre lo aiuta a rimettere a posto i capelli col gel.
- Non lo sono mai stato tanto. - dice. Non conclude la frase. Non aggiunge "almeno da quando mi hai lasciato", anche se sa che è così, anche se sa che Mario ne è perfettamente consapevole, anche se sa che non dirlo, che tacere quella parte del loro passato, non fa che rafforzare il loro legame.
E' la forza enorme dei segreti, quella di diventare indistruttibili tanto più a lungo restano celati.
Basterebbe così poco a cancellare tutto. Basterebbe parlare, dirsi le cose chiaramente, basterebbe che Davide dicesse a Mario quanto ha sofferto per lui, basterebbe che Mario confessasse di non essere mai stato felice al suo fianco, di non averlo mai trovato abbastanza per farlo stare bene, e questo chiuderebbe la partita, la chiuderebbe per sempre, perché dopo non ci sarebbe nient'altro da dirsi oltre ad un addio.
Nessuno dei due dice niente. Qualche minuto dopo, Enrico bussa piano alla porta, si schiarisce la voce e chiede "tutto a posto?", e Davide gli risponde di sì, di non preoccuparsi, che arriva subito.
- Fa' in fretta, - dice Enrico, - siamo già in ritardo.
Davide guarda Mario, che sorride.
- E' una parola orribile. - dice, - "Ritardo", intendo. Ti dà un senso come di predestinazione. Come se non potessi mai fare in tempo, indipendentemente da quanto corri.
Davide non è sicuro di avere mai corso per davvero. Verso Mario, o lontano da lui. Forse ha sempre preferito camminare perché aveva paura di quello che avrebbe trovato alla fine del percorso, in un senso o nell'altro. Così, ad un certo punto, ha semplicemente preferito cambiare strada, perché era più facile e meno doloroso così.
Alla fine della sua strada adesso c'è Christine. Fra qualche minuto, vestita di bianco, lo raggiungerà dove lui la starà già aspettando, e poi saranno uniti per sempre.
- Vai. - dice Mario, - Dai. Non sarò fra gli invitati a guardarti male, lo prometto. - aggiunge in una mezza risata.
Davide annuisce, va via senza salutare. Mario non resta per davvero, e dopotutto è meglio così. Fra altri dieci anni, magari non avranno più niente da rinfacciarsi.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario Balotelli/Davide Santon, Papiss Cissé/Davide Santon/Demba Ba.
Rating: NC-17.
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon, Threesome, Crossdressing, Angst.
- Davide e Mario stanno insieme da quando si sono conosciuti, e questa è l'unica cosa che non sia mai cambiata fra loro. Tutto il resto, però, sì. Incapace di accettare la loro relazione così per com'è, Davide si perde fra le labbra degli altri, mentre Mario non riesce a fare altro che perdersi in se stesso. Ma Davide non è ancora pronto a lasciarlo andare, e quando finalmente riuscirà a costringere Mario a parlargli di sé si troverà improvvisamente sul ciglio di un burrone all'interno del quale non può fare altro che saltare.
Note: Anche quest'anno, come quasi ogni anno in tempo di Big Bang, torno a scrivere di Santonelli, con una storia che più esposta di questa non poteva essere. Mentre la scrivevo, mi riferivo a lei come "la Santonelli definitiva", non tanto per eventuali meriti che potesse avere, quanto perché avevo deciso di metterci dentro cose che ho esplorato a lungo in ficlet varie ed eventuali nel corso delle varie Santonelli che ho scritto in tutto il resto dell'anno. Avevo il bisogno di fare un punto e inserire qui dentro tutti quegli argomenti scavando a fondo, quando nelle altre storie mi ero sempre fermata alla superficie, e così ho fatto.
Vorrei ringraziare in particolar modo due persone: la Ary, che mi ha permesso di devastarla dall'interno e che con gioia si è lasciata devastare mentre le inviavo la storia pezzo dopo pezzo in prelettura, e il Def che se n'è innamorato al punto da ricoprirla letteralmente di regali uno più bello dell'altro, a cominciare dal fanmix che rispecchia in pieno la natura della storia per continuare con la cover per concludere con l'ebook che è, credo, il pensiero più carino e originale che un autore possa ricevere da un gifter. Grazie ad entrambi :*
E grazie a voi, chiunque siate, se vorrete leggerla!
Scritta anche per il prompt #76 (Lasciare andare) @ 500themes_ita.
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PER TUTTA LA VITA

Per tutta la vita
Andare avanti
Cercare i tuoi occhi
Negli occhi degli altri

Per tutto il tempo – da quando sale in macchina con Papiss a quando entrano all’interno del locale colorato, fumoso e incasinato di musica, voci e rumori di ogni tipo, ed anche dopo, quando prendono posto sui divanetti in pelle lucida e nera che sono comodi ma ingombranti, e rendono le salette private ancora più claustrofobiche di quanto in realtà già non siano – Davide non fa che ripetersi che lui non è così. Che questo, quello che sta facendo, non lo rappresenta. Che è l’ultima, l’ultimissima volta che lo fa, perché per essere una distrazione che non gli piace poi nemmeno così tanto, se l’è concessa fin troppe volte.
Questo non è lui. Lui non è così. Questa è solo una cosa che fa. Che ha fatto. Che non farà più.
- Lo sai perché sembri più grande dell’età che hai? – gli chiede Papiss, sorseggiando il suo drink colorato dal fastidioso aroma di frutta, - Perché sei sempre imbronciato. Stai sempre a pensare e non ti diverti abbastanza. Guarda me, sembro tuo figlio.
- Quelli come voi sembrano sempre più giovani. – risponde Davide, lo sguardo annoiato perso sulla pista da ballo, affollatissima come sempre. Ci sono decine e decine di corpi sconosciuti, lì. Uomini e donne di ogni età ed etnia che si strusciano languidamente gli uni contro gli altri al ritmo frenetico dei bassi che fanno fremere l’aria e il pavimento coi loro colpi sordi e regolari, che rimbombano nel petto di Davide facendolo sentire come se il cuore gli mancasse un battito ogni volta che, per qualche motivo, la musica si ferma o cambia ritmo. Per qualche secondo, accarezza l’idea di alzarsi in piedi e chiedere a Papiss di ballare. Di lanciarsi in mezzo a quel groviglio di corpi accaldati e sudati e mescolarsi gli uni con gli altri fino a perdere i sensi, o almeno fino a sentire sottopelle l’illusione di potersi scambiare i confini. O di poterli cancellare.
Poi gli viene quasi da vomitare al pensiero, e lascia perdere.
- Grazie mille, Davide, per nulla razzista. – ridacchia Papiss, lanciandogli un’occhiata divertita, e Davide si lascia sfuggire un mugolio frustrato, voltandosi a guardarlo.
- Lo sai che non intendevo in quel senso. – borbotta, e sa di essere sincero, ma si vergogna lo stesso come un cane, - È una questione genetica, di pigmentazione della pelle. Che cazzo ne so. Siete immuni alle rughe di espressione.
- Ma sei già ubriaco o stasera ti pagano a stronzate? – ride Papiss, allungandosi abbastanza per tirargli una manata su una spalla. Davide borbotta qualcosa di incomprensibile, sottraendosi al suo tocco quasi con fastidio, e poi, in parte sentendosi in colpa per quello scatto nervoso e in parte per semplice bisogno fisico di aver qualcuno al suo fianco, tornando a strisciargli penitente accanto, senza toccarlo davvero ma restandogli vicino abbastanza da percepire sulle braccia il tepore che si irradia dal suo corpo. – O forse, - riprende Papiss, guardandolo adesso seriamente abbastanza da rimettere Davide di malumore, - sei solo triste.
È triste, sì, questo è vero. Non avrebbe senso raccontarlo a Papiss, però, perché lui non potrebbe fare niente, da solo, per migliorare il suo stato d’animo in qualsiasi modo. Non è uno di quei malumori sanabili. Almeno questo vorrebbe dirglielo, ma alla fine non lo fa, per pura e semplice vendetta, peraltro, per lasciarlo lì a rotolarsi nell’incertezza, a domandarsi se per caso non sia colpa sua, se abbia detto qualcosa di male. È abbastanza sicuro che Papiss non sia persona da arrovellarsi su questioni simili, ma non gli importa, l’importante è credere di averlo ferito. A volte è sufficiente questo per sentirsi meglio. O almeno, a volte è sufficiente per Davide.
Lo fa incazzare quando la gente lo vede di cattivo umore e subito lo guarda come se fosse fondamentale mettersi a parlarne per risolvere la questione. Rimpiange molto il periodo in cui era solo un ragazzino e, se avesse creato problemi in quel senso, tutti avrebbero scrollato le spalle ed avrebbero lasciato correre, proprio perché era poco più di un bambino e questi bronci, questi capricci, questi stati d’animo cupi e scontenti, facili a presentarsi come a scappare via, sono esattamente la cosa che uno si aspetta dagli adolescenti.
Invece lui da adolescente non ha mai creato problemi a nessuno, ed ora che sta recuperando il tempo perduto sono tutti lì a guardarlo con severità ogni volta che si concede un capriccio, anche minimo. Papiss è un ragazzo sempre di buon umore, uno che si fa i fatti suoi, uno che non ci tiene troppo a psicanalizzarti ogni volta che ne ha l’occasione, e questo è uno dei motivi per cui Davide continua incessantemente a tornare da lui volta dopo volta, ma ogni tanto si fa prendere da questi momenti incredibilmente irritanti in cui ricorda di essere il più grande fra loro due e, solo per questo motivo, si sente in diritto, quasi in dovere, di fargli notare quando sta sbagliando.
Come se Davide non ne fosse perfettamente consapevole, poi.
- Cos’è, ne abbiamo avuto abbastanza di interazione sociale, per oggi? – domanda Papiss, il tono dolce e discreto che utilizza sempre quando si ricorda di avere un bambino per le mani.
Davide si volta a guardarlo e vorrebbe rispondergli “be’, io ne ho avuto più che abbastanza, sì”, vorrebbe aggrapparsi alla grammatica per mettere un po’ di distanza fra loro, per allontanare quel noi così disturbante – Mario non ha mai, mai, neanche una volta, parlato al plurale di loro due – ma quando incontra lo sguardo sereno di Papiss non ci riesce. Non ne ha la forza, e poi sarebbe stupido, stupido e inutile.
Vanno a letto insieme da più di un mese, ormai.
- Sì. – sospira rassegnato, avvicinandosi ancora un po’, abbastanza da sfiorare la sua spalla con la propria.
- Vogliamo andare via? – chiede Papiss, e quel tono carezzevole è ancora lì, e Davide è già stufo di tenerlo a distanza, è già stufo di rifiutarsi di lasciarsi toccare. È molto più semplice il contrario.
- Sì. – ripete, annuendo lentamente. Papiss si volta, gli lascia un bacio discreto sulla tempia, poi gli stringe una mano e si alza in piedi, trascinandolo con sé.
Raggiungono il parcheggio del locale scivolando silenziosi fuori da un ingresso secondario, entrano in macchina rabbrividendo perché, nonostante sia già primavera, fa ancora freddo, la sera, e l’aria è gonfia di umidità, del tipo che ti si attacca sulla pelle sotto i vestiti, che ti senti addosso come una patina appiccicosa fin quando non ti fai una doccia, e Papiss parla per tutto il tempo, degli allenamenti di domani, del cheeseburger che ha mangiato oggi alla faccia del dottor Catterson e della dieta che avrebbe dovuto seguire – il padre di tutti i cheeseburger, a suo dire, una roba surreale, non solo il padre, Davide, la madre, la nonna, il nonno, tutti i bisnonni fino ai trisavoli, il cheeseburger definitivo, insomma – e Davide ride come un ragazzino per tutta la durata del tragitto in macchina fino a casa propria.
Sta ancora ridendo quando sfila il mazzo di chiavi dalla tasca posteriore dei pantaloni, e manca la serratura, col respiro che gli si blocca in gola, quando sente la pressione asciutta e tiepida delle labbra di Papiss sulla nuca. Rabbrividisce da capo a piedi, stringendosi nelle spalle.
- Aspetta… - mormora, sentendosi già cedere fra le sue braccia, - E se ci vedono?
Papiss gli sorride addosso, stringendoselo contro in un abbraccio tenero solo a metà. L’altra metà è affamata, e Davide la desidera così tanto che si sente lo stomaco stretto in una morsa.
- Non ci vede nessuno. – lo rassicura, e Davide chiude gli occhi, si volta, si lascia schiacciare contro la porta e lo bacia quasi con violenza, perché ogni tanto Papiss e Mario si assomigliano più di quanto dovrebbero, ma non è per questo motivo che Davide lo vuole. Non è perché ogni tanto sentendo parlare Papiss gli sembra di sentire parlare Mario, non è perché c’è qualcosa di familiare nelle sue occhiate spavalde e nel modo disinibito e privo di pudore col quale gli dimostra di desiderarlo, non è perché ogni tanto gli sembra di riconoscere sul viso di Papiss la stessa sfumatura di malizia che piega le labbra di Mario quando sorride e sta pensando a qualcosa di particolarmente perverso, no. Tutti questi dettagli non creano neanche una parte dell’illusione di cui Davide ha bisogno per continuare ad andare avanti come va da ormai quasi un anno.
La penombra è la chiave. Quando al buio, in camera da letto, Davide schiude le gambe per far posto a Papiss, e lo accoglie sul proprio corpo e dentro di sé, gli basta aver tirato le tende prima, gli basta socchiudere gli occhi, lasciare che il velo di confusione e piacere così tipico del sesso gli oscuri la vista a sufficienza, gli basta lasciare libera la sua mente di rielaborare le immagini che cattura attraverso il guscio resistente ma impermeabile che lo protegge da sentimenti troppo forti e violenti per poter essere gestiti, e lì, nella penombra, la sagoma di Papiss è del tutto identica a quella di Mario. Lì, nella penombra, l’illusione è completa, perché Davide non ha bisogno di fingere. Gli basta credere. Lì, nella penombra, Papiss è esattamente chi deve essere, è esattamente chi Davide ha bisogno che sia. E come lui Demba, prima che Papiss arrivasse. E come loro Joey, prima ancora che Davide lasciasse Milano.
Lì, nella penombra, è tutta una questione di suggestione. Nella penombra, ognuno di quegli uomini è Mario. E tutti quei Mario sono solo suoi.
*
Sbirciando il corridoio dallo spiraglio della porta appena dischiusa, osserva Mario avvicinarsi a grandi passi, e non riesce a fare a meno di sorridere. È convinto che si tratti di una sorta di riflesso condizionato, in qualche modo. Mario è sempre stato un pessimo fidanzato, sempre che una parola del genere sia stata o sia applicabile alla loro complicata relazione, ma per qualche motivo vederlo arrivare ha sempre provocato in Davide l’esplosione di un fiotto di gioia liquida talmente potente da costringerlo quasi inevitabilmente a piegare le labbra in un sorriso contento, perfettamente soddisfatto.
Niente è mai riuscito a renderlo così genuinamente, stupidamente felice come vedere Mario camminare spedito verso di lui.
Davide è convinto che ci sia qualcosa di malsano, in questo, ma ha smesso tempo fa di provare a trovare un senso alle reazioni fisiche che coinvolgono il suo corpo quando Mario è nei paraggi, ed anche quello strano, spensierato sorriso è diventato un dettaglio ovvio di cui non prende quasi più nemmeno nota.
Apre la porta dell’appartamento, restando ad aspettarlo sulla soglia, convinto che vederlo apparire in corridoio convincerà Mario a camminare un po’ meno velocemente per non travolgerlo nella propria corsa, ma così non è: nel momento stesso in cui Mario lo vede spuntare e salutarlo con la mano, si mette quasi a correre, finendogli addosso senza la benché minima grazia mentre, stringendogli il volto fra le mani, lo bacia impetuosamente sulle labbra dischiuse in una smorfia sorpresa.
- Mhn— Mario! – Davide prova a protestare, ma la risata minuscola che gli nasce sulle labbra quando sente il sorriso di Mario premuto contro la bocca è abbastanza per rendere le sue lamentele assolutamente inutili, - Mario, e se ci vede qualcuno?
Per un attimo, spera intensamente che la risposta di Mario possa essere differente da quella che si aspetta. Poi, lui dice “ma no che non ci vede nessuno”, e quella speranza muore assieme a tutte le altre speranze che, senza nemmeno accorgersene, Mario ha disilluso, una dopo l’altra, fin da quando hanno cominciato a conoscersi. Ormai non fa quasi nemmeno più male, Davide ha rinunciato da un pezzo alla possibilità di poterlo vedere cambiare, o crescere, o qualsiasi altra parola si usi in genere per descrivere quello stato emotivo in cui finalmente ti rendi conto del peso che le tue azioni hanno sugli altri, e cominci a stare attento a come ti muovi nel mondo per evitare di ferire a morte chi ami. Ogni volta, ognuno di quei minuscoli desideri, quelle piccole richieste di un minimo cambiamento, appassiscono e cadono come foglie dai rami di un albero. Ogni tanto, pensandoci, Davide si immagina passeggiare su un prato di cui non riesce a vedere il manto erboso, tanto spesso è lo strato di foglie morte che lo ricopre.
- No… - insiste, ritraendosi e sottraendosi alla sua stretta, afferrandolo per i polsi per trascinarlo all’interno dell’appartamento e chiudendo poi la porta. – Mario, sei un cretino. – lo rimprovera sbuffando, - Hai giornalisti attaccati al culo ventiquattr’ore su ventiquattro, e mi vieni a dire che “non ci vede nessuno”? Forse a te non importa del prossimo scandalo che pubblicheranno a tuo nome, ma io avrei una carriera da mandare avanti.
- Dade, dai, cazzo. – Mario sbotta, roteando gli occhi, - Non m’ha seguito nessuno, ti dico che è tutto a posto, smettila di fare la piaga al cazzo. – si volta a guardarlo, osservando la piega corrucciata delle sue sopracciglia e il broncio che gli arriccia le labbra, e prova a sorridergli, avvicinandosi. – Dai… - lo prega, sollevando una mano per accarezzargli il viso, - Non ci vediamo da settimane, cazzo.
Davide si appoggia al palmo della sua mano quasi nemmeno volendolo. Può solo supporre che si tratti di un altro riflesso condizionato. Forse era davvero troppo piccolo, quando lui e Mario hanno preso ad avvicinarsi l’uno all’altro. Forse gli è rimasta addosso una traccia perenne di lui, forse il suo corpo si è adattato naturalmente alla forma delle sue mani, al tepore e alla grana della sua pelle, al modo in cui lo sfiora. Socchiudendo gli occhi, fra le ciglia solo una massa indistinta di colori scuri, la pelle di Mario, la sua maglietta nera, il bagliore fastidioso della pesante catena d’oro bianco che porta al collo, realizza in un improvviso quanto doloroso risveglio di coscienza che nessun altro uomo al mondo sarà mai abbastanza, per lui, perché nessuno sarà in grado di ricalcare con la stessa precisione forme che Mario ha provveduto a modellare quando erano ancora entrambi troppo giovani e avventati per capire che conseguenze avrebbe avuto questo sul loro futuro.
Vorrebbe allontanarsi, ma non gli riesce. A volte Mario è troppo, lo disturba profondamente, e tuttavia Davide non riesce a sottrarsi al suo tocco. Sono i momenti peggiori, i momenti in cui sa che neanche le sue mani addosso saranno in grado di spegnergli il cervello e impedirgli di pensare. E quindi, mentre Mario lo spoglia, e lo bacia, e lo spinge gentilmente contro il letto, e gli è sopra, e dentro, e addosso, e ovunque, Davide chiude gli occhi e pensa. Un flusso ininterrotto di immagini scollegate l’una dall’altra gli invade la mente, e lui le vede danzare sotto le ciglia. Vorrebbe ignorarle, ma è una sensazione troppo fisica per riuscire a metterla semplicemente da parte.
C’è Mario, sedici anni, sorriso spavaldo, mani sui fianchi, che gli chiede di uscire insieme. “Ci vediamo alle cinque?” gli dice, “Andiamo un po’ in giro.” E poi ci sono loro che non mettono un piede fuori dalla Pinetina per tutto il resto del pomeriggio, perché Mario ha bussato alla porta di camera sua, alle cinque, puntualissimo, e poi l’ha spinto contro una dannata parete e l’ha baciato fino a fargli dimenticare il mondo intero.
C’è Mario, diciassette anni, luccicante di sudore nel sole di agosto, che gli dice “siamo in camera insieme, quest’anno”. La sensazione fisica quasi dolorosa che ha provato nel sentirgli pronunciare quelle parole, un nodo allo stomaco talmente stretto da mozzargli il respiro, bloccargli i pensieri, sospendere la sua capacità d giudizio. Ci sono loro in camera, più tardi, Davide si rivede tremare come una foglia in mezzo alla stanza, senza sapere cosa farsene di se stesso, e poi le mani di Mario, così grandi e dolci, accarezzarlo delicate sulle guance e sul collo. “Rilassati, Dade.” E poi la sua bocca addosso.
C’è Mario, diciott’anni, gli occhi scuri e le sopracciglia aggrottate, steso sul letto disfatto con addosso solo un paio di boxer spiegazzati, che fissa il vuoto, un qualche punto a casaccio nel muro, un qualche altro punto a casaccio all’interno della propria testa confusa. Non parla, e Davide, dal suo letto gemello dall’altro lato della stanza, lo guarda senza capirlo, con la netta impressione che non ci riuscirà mai. E Mario in quel momento è lontanissimo, distante non solo metri, ma chilometri, anni luce, e poi il momento passa, Mario si volta a guardarlo, sorride triste, batte una mano contro il materasso, gli dice “vieni qui, Dade”, e lui annuisce, scivola fuori dal letto, percorre svelto la distanza che lo separa dal suo, i piedi nudi che producono un rumore sordo battendo contro la moquette che riveste il pavimento, e poi c’è un’esplosione di colore, e Davide mette via i ricordi, serra le palpebre, stringe le gambe attorno ai fianchi di Mario, viene con abbandono fra le sue dita scure.
Quando torna a guardarlo, Mario di anni ne ha ventuno, e i suoi occhi sono pieni di dolore e confusione, offuscati da una patina scura di cui Davide non riesce a comprendere l’origine. Si morde il labbro inferiore, sentendosi sopraffatto dalla tristezza. Non ci sono parole per spiegare il modo incredibile e assoluto in cui gli stati d’animo di Mario riescono a cambiare totalmente il suo umore, non c’è un singolo modo scientifico per spiegare come sia possibile percepire tanto dolore anche a distanza di chilometri, e lasciarsene influenzare in maniera così totale anche se non se ne avrebbe nessun motivo. Solleva una mano, gli accarezza la guancia, si sporge verso di lui appena a sufficienza per sfiorare le sue labbra in un bacio gentile.
- Mario, cos’hai? – gli chiede. Mario resta piantato dentro di lui, si regge sui gomiti per non pesargli addosso e lo guarda come se volesse scusarsi di esistere.
- Devo andare. – dice quindi, allontanandosi in uno scatto repentino.
La sensazione di vuoto è talmente improvvisa da far sentire Davide a disagio. Si solleva a sedere, ignorando il fastidio che pulsa nel bassoventre.
- Ma sei appena arrivato. – protesta debolmente, stringendo il lenzuolo fra le dita e coprendosi con imbarazzo, mentre Mario cammina svelto per la stanza, alla ricerca dei propri indumenti. – Mario. – lo chiama, ma lui lo ignora. Recupera i boxer, li indossa, recupera i calzini, si siede sulla sponda del letto, li infila metodicamente, si alza nuovamente in piedi, cerca i pantaloni, li infila, una gamba, poi l’altra, - Mario, - domanda Davide a bassa voce, - cos’è questa storia della Fico?
L’aria si fa di ghiaccio, si solidifica perfino, cristallizzando il momento, paralizzandoli entrambi. Davide vorrebbe avere la forza di prendere quel gelo a calci fino a spaccarlo in mille pezzi, ma non ce la fa. È stanco di essere “quello forte”, non ne può più di essere “quello responsabile”. Mario ha deciso di non esserlo, d’accordo, ma Davide non ha mai deciso di esserlo, eppure ci si è ritrovato in mezzo, e ha seguito il copione scelto dal suo ruolo, e cosa ne ha ricevuto in cambio? Niente che valesse la pena di sopportare tutta quella pressione, tutto quel dolore.
È davvero per questo che sono qui?, si chiede, impaurito dalla risposta, Qui, in questo posto, in questo stato, fra questa gente? Per te? Perché?
Mario si lascia ricadere seduto sulla sponda del letto, le gambe piegate e divaricate, i gomiti sulle ginocchia, gli avambracci e le mani che pendono come senza vita nello spazio fra le sue cosce. Guarda fisso un punto imprecisato sul pavimento, le sue labbra sono piegate in una smorfia infastidita, e Davide si sente in colpa, e poi si dà del cretino perché ci si sente.
- Non lo so bene. – risponde quindi, - Non ancora, almeno. Come hai fatto a saperlo?
- Chiedimi piuttosto come ho fatto a non saperlo fino a pochi giorni fa. – sbuffa Davide, scrollando le spalle e guardando altrove, torturando l’orlo del copriletto con le dita, - Siete su tutte le riviste di pettegolezzi dell’universo.
- Credevo che non la leggessi, quella roba. – sussurra Mario, le labbra che si curvano in un sorriso triste, di scuse. Davide lo odia, vorrebbe prenderlo a schiaffi.
- È il modo più veloce per sapere cosa ti succede nella vita, visto che tu non me ne parli.
- Quindi crederesti a qualsiasi stronzata purché la vedessi in una rivista? – domanda lui, aggrottando le sopracciglia. Davide quasi ringhia, lanciando via le coperte e scattando in piedi.
- Non provarci neanche. – dice, afferrando i boxer ed infilandoli di corsa, mentre gira attorno al letto per fronteggiare Mario, - Non provarci neanche a fare la vittima, quello che i giornali sono sempre pieni di stronzate e invece lui è buono, un santo. È vero che stai con lei, no?
Mario non risponde, guarda in basso, stringe i pugni.
- È vero o no?
- È vero, è vero. – concede, alzandosi in piedi anche lui ed aggirandolo, per tornare a cercare i suoi vestiti in giro per la stanza.
- E quando pensavi di dirmelo? – insiste Davide. È consapevole di avere assunto un atteggiamento odioso, perfino vergognoso, ma in questo momento non gli interessa. In questo momento, l’unica cosa di cui gli importa è che Mario esca da quest’appartamento con la consapevolezza di averlo ferito. Ed a Mario certe cose vanno fatte capire per forza, perché lui da solo non ci arriva. Non è che sia stupido, è che proprio non gliene frega abbastanza.
- Dade, ti prego… - sospira Mario, sollevando la propria maglietta spiegazzata da terra ed infilandosela in fretta e furia, - Senti, devo andare. Ne riparliamo poi.
- Cioè quando ci rivediamo, fra chissà quante altre settimane? – Davide resta in disparte, non si muove nemmeno, solo il tono di voce, tremulo, spezzato dai singhiozzi, sembra incapace di restare saldo e immobile, - O quando mi chiami, cioè mai?
Al contrario di Davide, Mario non parla, ma in compenso non riesce a fermarsi. Afferra tutte le sue cose, l’orologio, quegli stupidi gioielli, non perde tempo neanche a metterseli addosso, li infila alla rinfusa dentro la tracolla e poi si lancia fuori dalla porta come se l’aria, all’interno di quella stanza, non fosse più respirabile.
Ed è vero.
Davide aspetta il suono della porta. Aspetta di sentirla chiudere, e poi si lascia cadere per terra. Si fa male, e non gliene frega niente, c’è qualcosa di molto più doloroso che gli si agita nelle viscere, e quello è un dolore che non passerà. Si aggrappa con forza alle lenzuola tutte stropicciate del letto, ne afferra un lembo, se lo porta al viso, inspira l’odore di Mario, gli piange addosso.
La verità pura e semplice è che non riescono a lasciarsi in pace. Non riescono a volersi bene, non riescono a smettere di farsi del male. Sa con certezza che Mario non lo richiamerà, ma sa con altrettanta certezza che prima o poi tornerà a farsi vivo. Che aspetterà che lui si sia rimesso in piedi, abbia ripreso a camminare, ad uscire, ad allenarsi, a vedere gente, e poi tornerà nella sua vita, e ci sarà un’altra mezz’ora che, esattamente come questa, lo lascerà in ginocchio. Ed anche allora, Davide lo lascerà andare, aspettando solo la volta successiva in cui lascerà che Mario gli spezzi le gambe, ancora e ancora.
Tirandosi in piedi controvoglia, asciugandosi le lacrime e dirigendosi meccanicamente verso il bagno, Davide si chiede se prima o poi raggiungerà un certo limite oltre il quale non potrà più sopportare il peso di ciò che Mario gli fa e di ciò che lui fa a Mario.
Anche questa, però, è una risposta che gli fa paura.
*
Quando arriva a casa di Papiss, è quasi ora di cena. Si vergogna come un cane, ma non vuole andare a rinchiudersi da solo nel proprio appartamento per uscirne solo per forza di volontà chissà quando, perciò non gli importa, gli importa a stento perfino di essere una persona vigliacca e meschina, gli importa a stento di usare gli altri per cercare di dimenticare il modo in cui lui e Mario si usano a vicenda, gli importa a stento del mondo intero, in realtà, ed anche la vergogna non è che un riflesso condizionato dall’educazione che gli hanno inculcato i suoi genitori – e che, se lo vedessero adesso, sarebbero sicuramente molto delusi da lui – perciò quando arriva lì non sta troppo a rifletterci, non pensa nemmeno che avrebbe dovuto chiamare prima, suona il campanello e basta.
Papiss ci mette un po’ ad aprire, probabilmente perché non stava aspettando nessuna visita. Mentre ascolta il suono dei suoi passi pesanti sulla moquette all’ingresso, Davide sorride, immaginandolo già avvolto in quella vecchia tuta da ginnastica che usa come pigiama, nella felpa della quale si è infagottato tante volte anche lui, quando s’è fermato a dormire qui. Casa di Papiss gli piace da impazzire, l’ha arredata lui, è piena di tappeti, è calda, accogliente, non come la sua, che è stata comprata prearredata e ispira solo gelo e distanza da qualsiasi angolazione la si guardi.
Per un attimo, oltre la porta c’è solo silenzio, e poi la porta si spalanca, e sono spalancati anche gli occhi di Papiss, che lo fissa come se gli si fosse appena materializzato davanti un incubo, e resta immobile sulla soglia.
- Davide? – domanda a corto di fiato. Davide solleva una mano e lo saluta, abbozzando un sorriso incerto.
- Sorpresa. – dice. La sua voce suona maliziosa e carica di promesse. È disgustoso, e Davide si odia per questo. – Spero di non disturbare.
- Be’… - Papiss deglutisce, - No, certo che no, è solo… non lo so, strano trovarti qui?
Papiss è chiaramente in imbarazzo, ma a Davide non importa abbastanza.
- Andiamo… - biascica, stringendosi nelle spalle, - Senti, ho avuto una giornata di merda, posso entrare? Guardiamo un po’ di tv, non lo so… hai cenato? Possiamo ordinare una pizza. Dai.
- D’accordo, d’accordo… - Papiss sorride, gli poggia le mani sulle spalle, scuote il capo con rassegnazione, - La pizza però ce l’ho già, e non sono solo.
Gli occhi di Davide si fanno enormi, mentre le sue labbra si schiudono in un sorriso divertito.
- Oh! – esclama, - Donna?
- No, non direi. – Papiss ride, si scosta, lo lascia passare.
- Maiale. – ride Davide, - Pensavo fossi l’unico maschio col quale te la facevi.
- Davvero? – domanda una voce alle sue spalle. Davide si volta, e Demba lo guarda. Papiss si passa una mano sul viso, seccato.
- Davide, una volta o l’altra ti toccherà crescere. – dice. Fra tutte le emozioni che potrebbe provare in questo momento, a cominciare dall’imbarazzo nel ritrovarsi nella stessa stanza con l’uomo che si porta a letto adesso e l’uomo che si portava a letto qualche mese fa, Davide sceglie la rabbia. E si arrabbia non per la situazione in cui si trova, non perché si vergogna di se stesso, e non perché è geloso di Papiss, e di Demba, e di chiunque altro si sia portato a letto nel disperato tentativo di strapparsi di dosso Mario – sono tutti suoi, sono tutti suoi, nel buio erano tutti Mario, ed erano tutti suoi, non hanno diritto ad esistere in nessun’altra dimensione che non sia quella del suo letto e dell’oscurità della sua stanza, non hanno diritto ad emergere dai suoi sogni e diventare fisici nella realtà, non hanno diritto— non ne hanno diritto – ma perché stasera no, stasera non cresce, stasera è un bambino, un fottuto ragazzino idiota e irresponsabile, e non intende lasciare che qualcuno gli ricordi che ciò che sta facendo è stupido e inutile. Lo sa benissimo da sé. Lo sa benissimo da sé.
- Okay, questa cosa è vagamente imbarazzante. – ridacchia Papiss, spingendo delicatamente Davide lungo il corridoio e verso il salotto. La tv è accesa, e ci sono due cartoni di pizza aperti sul tavolino da caffè. Mancano un paio di fette qua e là, ma non sembra che abbiano cominciato da molto, a mangiare. Il profumo del pomodoro, del prosciutto e della mozzarella nell’aria è tanto forte che lo stomaco di Davide non può esimersi dall’esprimere tutto il proprio apprezzamento. Davide, però, sa già che non mangerà.
- Cosa stavate facendo? – domanda piano. La sua voce è diversa dal solito, cupa e rude, quasi un grugnito. Papiss dovrebbe accorgersi della differenza, anzi, sicuramente se ne accorge, perché gli lascia il braccio e lo osserva con aria un po’ smarrita, ed anche Demba, dritto in piedi davanti a lui, fa lo stesso, inclinando il capo ed aggrottando le sopracciglia.
- Niente, Davide. – risponde sinceramente, perfino offeso dai sottintesi che pesano fra una parola e l’altra, - Stavamo solo mangiando una pizza insieme. Mi avevi detto che non ci saresti stato, oggi, per cui mi sono organizzato diversamente. Ora la pianti?
Davide gli lancia un’occhiata tutta irritazione e disappunto, e poi si lascia ricadere sul divano di malagrazia, afferrando una fetta di pizza e fissando il televisore.
- Che guardavate? – domanda. Non gliene frega niente, di cosa guardavano. L’unica cosa che sa, l’unica cosa vera, è che voleva che Papiss fosse solo, per sentirsi addosso le sue mani. La presenza di Demba complica le cose, è fastidiosa, gli riporta alla mente solo ricordi spiacevoli, ricordi di qualche mese prima, di una serie infinita di pomeriggi trascorsi nel suo appartamento e ridere e scherzare, a cercare fra le sue braccia quello che non trovava più fra quelle di Mario. Ricordi dell’espressione disegnata sul suo viso quando gli aveva chiesto di cominciare a fare sul serio, e Davide gli aveva risposto di non cercare niente di serio, al momento.
- Riguardavamo 300. – ride Papiss, - Non che entrambi non lo sappiamo già abbastanza a memoria, ma non importa. Ogni tanto uno ha bisogno di guardare qualcosa che sappia come va a finire.
- E 300 come va a finire lo si sa per forza. – ridacchia anche Demba, prendendo posto sulla poltrona ed allungandosi ad afferrare una fetta di pizza a propria volta.
Davide lo guarda, gli lascia scorrere gli occhi addosso, lo trova bellissimo. Odia il suo sorriso. Odia che sia così felice. Odia chiunque nel mondo sia felice, adesso. Odia chiunque.
Percepisce a malapena Papiss che scivola al suo fianco e si mette comodo, per continuare a guardare il film. Davide non vuole continuare a guardare il film, non gliene frega un cazzo, del film. Perciò, appena si rende conto di quanto Papiss sia vicino, si solleva sulle ginocchia, si volta e, pochi istanti dopo, gli si sistema in grembo, chinandosi a baciarlo affamato.
Papiss si tira indietro, lo osserva con aria severa.
- Non puoi fare sul serio. – dice, le sopracciglia aggrottate, le labbra serrate, le mani chiuse con forza attorno ai suoi fianchi, per tenerlo fermo.
Per tutta risposta, Davide si china ancora su di lui, e lo bacia un’altra volta, senza chiudere gli occhi, fissandolo, anzi, con aria di sfida.
Demba si schiarisce la voce, alzandosi frettolosamente in piedi.
- Forse è meglio se mi tolgo dai piedi. – biascica. Davide sente lo spostamento d’aria sulla schiena, quando lui li supera, dirigendosi speditamente verso la porta.
Non sa cosa muova il suo braccio, quando lo allunga per stringere le dita attorno al polso di Demba, per trattenerlo sul posto. Sente il brivido che scorre contemporaneamente lungo le schiene di Papiss e Demba, lo sente scorrere anche sulla sua. Pensa “che sto facendo?”, ma intanto strattona Demba più vicino a sé e gli sussurra di restare. Gli sussurra che gli dispiace per come s’è comportato con lui. Gli sussurra che sa come farsi perdonare.
Papiss lo guarda come se non l’avesse mai visto. Quando si volta a ricambiargli l’occhiata, Davide scopre che è vero, e vale per entrambi. In questo momento, sono due— no, tre sconosciuti. Non c’è niente, in questa stanza, tranne il suo dolore. La riempie tutta, tracima dalla sua persona, si rovescia come un maremoto su Papiss e Demba, li investe, li annega, è per questo che sono paralizzati, ora, che le sue mani possono scorrere sul petto di Papiss, che le sue labbra possono incastrarsi con quelle di Demba, che i loro corpi possono unirsi in un nodo intricato e confuso nel quale Davide è felice di perdersi, almeno per un po’, un pochettino, giusto il tempo per fingere di poter fare a meno di Mario, di poter essere felice anche senza di lui, di poter far pazzie, di poter essere anche lui uno scemo, un ragazzino, uno stronzo irresponsabile, proprio come Mario, perché Dio, ama Mario da impazzire, e forse se riuscirà ad essere un po’ più simile a lui alla fine imparerà anche ad amare un po’ se stesso.
Poi apre gli occhi, e questo dev’essere un fottuto incubo. Dev’esserlo per forza.
Scatta in piedi, lanciandosi giù dal divano. Fissa Papiss con aria sconcertata, ma Papiss se lo aspettava, e continua a guardarlo con severità e delusione.
- Allora? – gli chiede. Davide trema. Demba s’è scostato appena in tempo per non venire travolto, e lo fissa con occhi enormi, allucinati, ancora annebbiati dall’orgasmo di poco fa. Davide prova a muovere un passo o due, ma anche lui è pieno di brividi, riesce a stento a muoversi. Papiss, coi vestiti scomposti e quello sguardo gelido, è l’unica cosa vera in tutto il mondo, e in quell’istante a Davide importa solo del suo giudizio, ed è un giudizio negativo, e Davide ha voglia di piangere.
- Devo andare. – dice. La sua voce suona proprio come quella di Mario, confusa e impaurita e stupida e Davide la odia, si odia, odia tutto. Si rassetta addosso i vestiti, si lancia per il corridoio, si sbatte la porta alle spalle, poi non ce la fa più, si piega in un angolo, vomita bile perché non ha neanche bevuto un cazzo di goccio d’alcool e questi sono tutti nervi che gli strizzano le viscere dall’interno. Poi si lascia ricadere sulle scale davanti al portone del palazzo, si prende la testa fra le mani e piange forte, come un bambino.
Papiss gli si siede accanto dopo qualche minuto, lo ascolta piangere e poi gli strofina la schiena con una mano. Davide comincia a calmarsi.
- Cosa ti è preso? – gli domanda. Il suo tono di voce è calmo, amichevole. Davide ricomincia a piangere, più sommessamente, però.
- Sono marcio dentro, Papiss. – dice fra i singhiozzi, chiudendo forte gli occhi per fingere di non essere nemmeno lì, - Dico a lui che ha problemi, ma come sto io? Sto di merda, io. Sto male tanto quanto lui, e sono un figlio di puttana tanto quanto lui, e mi dispiace un casino, ti giuro. Sono una merda, dovresti prendermi a calci e urlarmi di non farmi più vedere.
Papiss sospira, continua ad accarezzargli la schiena. In questo momento, fa più male che se lo stesse riempiendo di pugni.
- Forse, ma non risolverebbe il tuo problema. – risponde. – Adesso basta, dai, asciugati il viso e vieni dentro. C’è ancora un po’ di pizza e Demba sta morendo di vergogna. Direi che è la serata giusta per parlarci di questo fantomatico “lui” che ti sta fottendo il cervello.
Davide si morde le labbra. Vorrebbe rispondergli che non ha nessuna voglia di parlarne, ma non è vero, le parole stanno anzi facendo a gare per vedere quale lascerà prima la sua bocca.
Lui vuole parlarne. Vuole parlare di Mario, di tutto il male che si sono fatti, che si fanno ancora. Ha sempre creduto di potercela fare da solo, di volercela fare da solo, anzi, per dimostrare al mondo di esserne capace, ma la verità è che non lo è, e anche se lo fosse il mondo se ne frega di quello che lui vorrebbe dimostrare di essere capace di fare.
Papiss gli tende la mano, lo aiuta ad alzarsi. Davide vuole essere aiutato, e mentre lascia che Papiss lo faccia gli viene in mente come in una considerazione estemporanea, leggera, quasi priva di valore, che forse anche Mario ha lo stesso bisogno, e proprio come lui è incapace di esprimerlo.
*
Il suo appartamento lo accoglie buio e vuoto come al solito. È un posto in cui sta, non che abita. Non lo vive. È un appartamento ammobiliato che ha preso in affitto alla cieca quando si è trasferito a Newcastle. Non ha perso troppo tempo a cercarne uno che si adattasse al suo gusto, ha preso il primo che ha trovato ed ha deciso che sarebbe stato quello giusto.
I mobili, tutti molti piccoli, bassi e in colori neutri, fanno il possibile e l’impossibile per sottrarre personalità all’ambiente, e d’altronde, pensa Davide svuotandosi le tasche sulla consolle all’ingresso, questa è la caratteristica migliore per ogni appartamento già ammobiliato. Si suppone che sia solo una tela con un paio di linee guida disegnate distrattamente sulla superficie, che tu sei libero di completare e colorare a tuo piacimento, a patto che tu voglia.
Non si suppone che un appartamento come questo resti identico a com’era quando è stato affittato. Il suo lo è, però, e questo perché a Davide non è mai interessata l’idea di sistemarlo in maniera più personale. In qualche modo contorto ha sempre creduto che sarebbe stato rischioso, che sarebbe diventata una sistemazione troppo definitiva. Anche se ha sempre saputo di non aver mai avuto una speranza, non ha mai voluto smettere di credere che un giorno avrebbe potuto tornare indietro. O magari fermare il tempo e riavvolgerlo, fingendo di poter dimenticare tutto quello che era passato nel mentre.
Si passa una mano sugli occhi, e quando li chiude li sente bruciare. È stanco da morire, e si sente debole, come se stesse per salirgli la febbre. Ripensa a Papiss e Demba, ai loro sguardi pieni di comprensione e rispetto per il suo dolore. Si sente orgoglioso, di se stesso e di loro, perché non gli hanno mai dato dello stupido, mentre confessava la lunga lista di crimini che ha compiuto contro se stesso nel corso degli ultimi anni. Si sente anche fortunato, perché non è da tutti essere così accorti e sensibili da non cercare di ridimensionare le pene d’amore come fossero dolori irrisori. Lui se ne sente devastato dentro, e non sa come avrebbe reagito se Papiss o Demba gli avessero detto di piantarla di fare il ragazzino e dimenticare Mario. Fortunatamente non l’hanno fatto.
Nel sentirsi così debole, rimugina per qualche secondo sulla possibilità di misurarsi la temperatura e, magari, usare un’eventuale febbre come scusa per rimandare tutti gli appuntamenti di domani e restare tappato in casa a macerarsi nel rancore represso, ma quando si convince che è una grande idea e si dirige verso il bagno viene attirato dalla luce rossa lampeggiante della segreteria telefonica, e si ferma per dare un’occhiata.
Non è usuale che gli lascino dei messaggi in segreteria. Ha sempre con sé il cellulare, quando non è in casa, perciò non è quasi mai capitato che qualcuno dovesse lasciargli un messaggio perché non era riuscito a rintracciarlo in nessun altro modo.
Nello schiacciare il pulsante per ascoltare i due messaggi registrati, pensa distrattamente che chi li ha lasciati non doveva avere per niente voglia di parlare direttamente con lui.
Poi la voce di Mario si diffonde nell’aria, e Davide capisce di averci preso.
“All’inizio volevo chiamarti solo per darti dello stronzo e dimostrarti che avevi torto, su di me.” La voce di Mario si interrompe per qualche secondo, Davide sente un sospiro, un suono soffice di lenzuola che sfregano contro la pelle. “Poi ho pensato che non era vero, che avevi ragione. Non avrei mai voluto chiamarti, se non fossi stato incazzato con te. E questa cosa…” un altro sospiro, “Cazzo, Davide, questa cosa è sbagliata. Ma che stronzata è? Io ti amo. Ma il mio cervello ragiona in modi assurdi. Penso cose che non hanno senso. Dade, l’altra volta sono andato a schiantarmi contro un albero. Non è che mi è sfuggito il controllo della macchina, sono andato a schiantarmi. L’ho fatto io.” Un’altra pausa, più lunga, stavolta. La voce della segreteria che annuncia che mancano trenta secondi alla fine del messaggio. “Dade, senti. Io ci ho pensato. C’è un casino, nelle nostre teste, che basterebbe metà per confondere chiunque. E penso che stare insieme ci faccia più male che bene, perché è una cosa vecchia e ci ostiniamo a credere di poterla tirare avanti all’infinito solo perché la conosciamo, è comoda ed è la cosa più facile. Quindi forse dovremmo lasciarci. Forse sarebbe meglio.”
Il messaggio si interrompe, e Davide si ritrova a fissare la parete di fronte a sé con una macchia di vuoto che gli si allarga all’interno del petto, scivola giù nello stomaco dandogli la nausea e risale su per la gola occludendola ed impedendogli di respirare normalmente.
Poi parte il secondo messaggio.
“Fottuto coso di merda,” dice Mario, incazzato con l’universo, e Davide scoppia in una risata sollevata, mentre le lacrime cominciano a scivolargli lungo le guance senza che lui nemmeno se ne accorga, “Dade, quello che volevo dire è che forse dovremmo lasciarci, ma io non posso crederci che questa è l’unica soluzione, non senza provarci. Chiamami, domani mattina. Vediamoci. Stavolta ti prometto che sarà diverso.”
Il messaggio si interrompe, la voce dolce della segreteria gli chiede se vuole riascoltare tutti i messaggi dall’inizio, e Davide acconsente. Li riascolta tre volte, prima di sentire le palpebre troppo pesanti per continuare a restare lì in piedi.
*
Si risveglia da un sogno strano. Per metà sogno, per metà ricordo. Ci sono lui e Mario, seduti sulla sabbia. La spiaggia è quella di Mondello, la riconoscerebbe fra mille. Le cabine in legno dipinto di celeste, i tetti spioventi rossi, la sagoma già illuminata dalle luci serali del Charleston in lontananza, ed a destra quel punto affascinante e pericoloso in cui la curva dolce e sabbiosa del lido si trasforma in quella più spigolosa e impervia degli scogli dell’Addaura.
Il ricordo si ferma qui, perché per il resto è sicuro di non aver mai vissuto una situazione simile con Mario. Seduti l’uno accanto all’altro sulla spiaggia deserta, guardano l’orizzonte in silenzio. Il cielo è macchiato di rosso, ed il sole è già sparito oltre il pelo dell’acqua, anche se Davide ha la netta impressione di non averlo visto affatto.
Mario sorride. È un sorriso particolare, che Davide non gli ha mai visto addosso. Sembra così imperturbabilmente felice, come se ci fosse dentro di lui tanta calma da portarlo in una condizione di beatitudine. Davide lo osserva e sa che questa è probabilmente una delle cose che vuole di più in assoluto. Vedere Mario così felice, vederlo sorridere in questo modo.
Aprendo gli occhi pensa che vuole scoprire se il sorriso realmente felice di Mario, nella realtà, somiglia a quello che ha visto nel suo sogno.
Volta appena il capo, sbirciando il sole già alto che disegna ologrammi d’ombra sulla parete opposta alla finestra. Le imposte sono rimaste dischiuse, e le tende bianche svolazzano appena, mosse dalla brezza del mattino. Non è presto, ma non dev’essere neanche tanto tardi. Non deve avere dormito più di quattro o cinque ore, ma si sente riposato. Perfino sereno. Gli eventi della sera prima, a riguardarli adesso, con la luce e la lucidità necessarie, sembrano meno spaventosi. Può metterli in prospettiva. Giustificarsi e perdonarsi.
Sospira, allungando una mano verso il cellulare, sul comodino. Papiss gli ha scritto un messaggio, una mezz’oretta fa, e Davide sorride nel leggerlo. “Ricordati di chiamarmi, domani, non lasciarmi qui come una qualsiasi storia di una notte. Per me ha significato tanto!” Scoppia a ridere immaginando la sua espressione divertita nel digitare quelle quattro parole sceme, e la sua risata dura molto più a lungo di quanto dovrebbe. È liberatoria. È qualcosa in più per cui ringraziarlo, per cui si ripromette di chiamarlo più tardi.
Non adesso, però. Adesso sospira, deglutisce, aspetta di sentirsi a proprio agio nel silenzio della stanza e poi compone a memoria il numero di Mario, senza darsi tempo di ripensarci.
Mario risponde immediatamente.
- Cristo, pensavo che non chiamassi più. – dice, sospirando di sollievo. Davide non riesce a trattenere una risatina.
- Sono appena le nove. – gli fa notare, dopo aver controllato l’orario sul display della sveglia, - Un po’ presto per perdere la speranza. No?
- Forse per te. – sbotta Mario, - Io non ho chiuso occhio tutta la notte. Sono contento che tu sia riuscito a dormire, invece. – ribatte piccato. Davide sorride. Può sentire che è nervoso. Dovrebbe infastidirlo, ma in realtà sa che è già un passo avanti rispetto al niente che c’era prima e che cercavano maldestramente di coprire saltandosi addosso ogni volta che si vedevano, non appena i loro sguardi si incrociavano, per non dover essere costretti a guardarsi per davvero e ad ammettere che non c’era più niente a legarli.
- Ero molto stanco. – confessa, - Ieri ho parlato ad un paio di amici di noi.
- Ah, be’. – sbuffa Mario, - Grazie, eh. Quanto si faranno pagare per vendere l’esclusiva al Sun?
- Sono amici fidati, cretino. – ride Davide, scuotendo il capo. E poi sospira, passandosi una mano fra i capelli. – Mario, mi manchi.
- Mi hai visto ieri.
- Piantala di fare lo scemo, dai. – sospira ancora, roteando gli occhi, - Sai cosa intendo.
Mario sospira a propria volta.
- Sì, lo so. Mi manchi anche tu. Ma non è così semplice.
- No, non lo è. – sorride Davide, - Quello che mi hai detto ieri…
- La cosa dell’albero?
- Anche. – Davide annuisce, anche se Mario non può vederlo, - Tutto. Noi abbiamo bisogno di parlare.
- Sì. – Mario deglutisce e lo fa con tanta fatica che perfino Davide lo sente, - Sì, ma dobbiamo essere sinceri.
- Lo so.
- E non giudicarci a vicenda.
- Mario, lo so. – Davide aggrotta le sopracciglia, preoccupato dalla sua insistenza, - Lo so benissimo. Ora fammi solo il favore di infilarti in macchina e portare il tuo culo pigro qui quanto prima. D’accordo?
- D’accordo. – concede Mario, - Ma qualunque cosa vedrai, ricordati che hai promesso di non giudicare.
A questo punto, Davide è abbastanza sicuro che dovrebbe preoccuparsi, e chiedere a Mario di cosa sta parlando in pratica. Non lo fa, però. Decide di fidarsi, di lasciar decidere al proprio intuito, di andare con la corrente, e spera solo che ad attenderlo a valle non ci sia un muro contro il quale andare a schiantarsi.
*
Quando apre la porta e se lo ritrova davanti conciato a quel modo, il primo istinto è quello di fare un passo indietro e sbattergli la porta in faccia dopo avergli urlato di non farsi vedere mai più. Riesce a controllarsi abbastanza da scacciare via l’impulso a mandarlo via, ma non è altrettanto bravo a frenare la necessità dolorosa e fisica di imporre un qualche tipo di distanza fra i loro corpi, per cui lascia andare la maniglia della porta e indietreggia, trattenendo il fiato.
Mario è sempre stato un mistero incomprensibile. È sempre stato anche completamente pazzo, e le due cose sono sempre state ovviamente correlate. Per Davide sono sempre andate a braccetto, perché scoprire la prima lo aveva portato a rendersi conto anche della seconda, ed a capire che si trattava di due sfaccettature della sua persona che erano imprescindibili l’una dall’altra.
Il cervello di Mario ha sempre lavorato per vie tortuose. Davide lo conosce abbastanza da sapere che non si tratta di stravaganza, né di esibizionismo. È completa pazzia. È quella pazzia che ti rovescia il cervello, te lo scuote e lo strapazza fino a che non ne resta niente, ed ogni traccia di pensiero razionale viene estirpata dalla tua coscienza.
È il dolore che rende pazzi, ed è questo che è successo a Mario. Davide l’ha sempre saputo, ma non l’ha mai davvero realizzato. Eppure, guardando Mario adesso è così chiaro. Mario ce l’ha scritto addosso, quanto male sta. Negli occhi, sulla pelle, sulle labbra. C’è una quantità spaventosa di dolore che gli scorre nelle vene, ed è quel dolore a renderlo pazzo.
- Vieni dentro. – dice in un filo di voce. Mario annuisce ed entra in casa. I tacchi delle scarpe straordinariamente alte che indossa ticchettano contro il pavimento nudo, e riecheggiano nel silenzio della stanza.
È spaventoso. Spaventoso come una persona che urla. Le persone che urlano fanno paura perché, nell’urlo, ogni lineamento del viso si deforma. Una persona può diventare irriconoscibile, quando le caratteristiche fino al giorno prima così precise del suo viso vengono distorte e deturpate dal dolore o dalla rabbia.
Il corpo di Mario, tutta la sua intera persona, in questo momento è come se stesse urlando. E fa paura guardarlo.
- Ti chiederai perché sono conciato così. – dice Mario, guardando per terra, mentre Davide chiude la porta e poi vi si lascia andare contro, in cerca di un sostegno.
- No. – risponde lui, ma si rende conto da solo di stare mentendo, - Cioè… sì. Ma in realtà conosco già la risposta. Solo non capisco perché proprio questo.
Mario sospira e si guarda intorno. Sembra improvvisamente cosciente di se stesso, del modo in cui si è presentato. Deglutisce, afferrando l’orlo della gonna e tirandolo giù a coprire le gambe per quanto può. Si stringe nelle spalle, guardando altrove.
- Possiamo sederci? – domanda con un filo di voce.
- Sì… certo. – annuisce Davide, facendogli strada oltre l’ingresso e lungo il corridoio, fino alla cucina. – Siediti, - lo invita, - io nel mentre preparo un po’ di caffè.
- No. – Mario lo ferma, allungando una mano e stringendogli il polso fra le dita in uno spasmo di bisogno terrificato. Si è anche messo lo smalto. Un bel rosso acceso. Sulle unghie mangiucchiate è uno spettacolo deprimente che Davide non riesce a reggere, per cui si libera con uno strattone e torna a guardare Mario negli occhi, come ad implorarlo di lasciargli fare qualcosa, perché senza tenere la mente e il corpo occupati in qualcos’altro, mentre lo ascolta parlare, sicuramente non ce la farà a sostenere il peso di quella confessione.
Mario lo lascia andare, ma continua a guardarlo in un’implorazione disperata.
- Per favore, ho bisogno che resti con me tutto il tempo. – gli dice con imbarazzo.
- Preparo solo un po’ di caffè. – prova a insistere Davide, - Ci metto cinque minuti.
- Per favore. – ripete Mario, - Ho bisogno che resti con me tutto il tempo.
Davide si morde l’interno di una guancia e non è più tanto sicuro di essere forte abbastanza. Non è più tanto sicuro neanche di volerlo davvero. Ripensa ai messaggi che Mario gli ha lasciato in segreteria, all’onestà e a tutto quello che c’era di vero nelle sue parole quando ammetteva che stanno ancora insieme solo perché sono stati loro ad ostinarsi a mantenere in vita qualcosa che, contrariamente, sarebbe morto da solo e in pace nel giro di qualche mese, e non può fare a meno di pensare che forse sarebbe stato più giusto così. Che forse Mario non ha nessun diritto di spalancargli addosso le porte della sua sofferenza, che forse lui non ha nessun diritto di spalancare quelle della propria a Mario. Non c’è davvero motivo di continuare a farsi del male così inutilmente.
Se non fosse che il solo pensiero di non averlo più lo fa sentire perso e vuoto e insignificante. E Davide sa che è sbagliato anche questo, che le persone vanno amate per ciò che sono e non per il modo in cui ci fanno sentire, che una vita non ha davvero senso se l’unico senso che si riesce a trovare è vivere in funzione della presenza di qualcun altro, ma lui non è forte abbastanza per stare da solo. No. Non è forte abbastanza per stare senza Mario.
E quindi deve riuscire ad essere forte abbastanza almeno per restare con lui.
- Va bene. – annuisce, scostando una sedia dal tavolo e lasciandovisi ricadere sopra senza forze, - Va bene. Scusa.
Mario sorride. È un sorriso doloroso e pieno di scuse, e anche lui fa paura. Le labbra tinte di rosso si tendono e si schiudono appena, e Davide vorrebbe distogliere lo sguardo, ma ci vorrebbe troppo coraggio per farlo.
Prima di cominciare a parlare, Mario inspira ed espira faticosamente un paio di volte. Raccoglie il coraggio, stringe i pugni sul tavolo, e solo dopo comincia a lasciarsi andare.
- Io ho un’amica.
Davide deglutisce.
- La Fico?
- No. – Mario scuote il capo, - No, Raffaella è… lascia stare, per adesso. È un’altra cosa. Questa mia amica si chiama Chloe. In realtà più che un’amica è la mia assistente, ma non è importante.
- Quello che è importante è che ci sei finito a letto.
- No. Cioè, sì. Ma non ci sono “finito” a letto. Cazzo, ci hai mai fatto caso? – aggiunge in un mezzo sorriso, mentre si gratta la nuca infastidita dalla parrucca bionda che scivola in boccoli grotteschi lungo il suo collo e le sue spalle, - Al modo in cui usiamo le parole per proteggerci, dico. “Sono finito a letto con” è tipo la frase più paracula del mondo. Che cazzo vuol dire finire a letto con qualcuno? Inciampi e accidentalmente cadi sul materasso dove una tipa a gambe spalancate si trovava casualmente a riposare? – Davide aggrotta le sopracciglia. Il sorriso di Mario si fa più incerto. – Quello che intendo è che io non sono “finito” a fare niente. È quello che ti dicevo ieri, io le cose le faccio perché me le vado a cercare.
Davide sospira, passandosi una mano sul viso.
- Sei innamorato di lei, quindi?
- Di Chloe? No.
- Della Fico, allora.
- Raffaella è un’altra cosa. No, Davide, ascoltami. – Mario sospira, passandosi una mano sopra la testa e sfilandosi di dosso la parrucca, - Non c’entra niente con l’essere innamorati. Non è questo il punto. Ti ho parlato di Chloe perché lei è la ragazza a cui ho chiesto di farmi diventare questo che ora hai davanti.
Davide si mordicchia il labbro inferiore, lo sguardo che saetta dal volto di Mario alla parrucca abbandonata sul tavolo.
- Questa è… intendo. – deglutisce, cercando le parole giuste per chiederlo e chiedendosi quanto ancora più difficile possa diventare, se sono ancora fermi alle presentazioni, - È qualcuno che hai sempre voluto essere? Tipo, la tua vera natura, o qualcosa del genere?
- No. – ridacchia Mario, imbarazzato, - No, questa è solo una maschera. Si chiama Marilyn. Era un gioco.
- Le hai anche dato un nome? – domanda Davide, inarcando un sopracciglio. Mario guarda altrove, il sorriso gli si plastifica addosso, immobile e triste.
- Non io. Chloe… dopo aver finito di prepararmi e truccarmi, per scherzo mi ha chiamato Marilyn, ed è rimasto.
- Mario… - Davide si abbatte contro la superficie del tavolo, le mani sugli occhi, - Faccio una fatica che non ti immagini, a seguirti.
- Lo so. – Mario sorride ed allunga una mano ad accarezzargli i capelli. Le sue dita si muovono esitanti, come se si aspettassero di sentire Davide ritrarsi al primo tocco, ma Davide resta lì, e Mario affonda la mano, ed è così piacevole. – Scusami. Sto cercando di mettere ordine, ma non è così semplice. Non è che io volessi essere Marilyn, non c’entra con Marilyn in sé. Non c’entra coi vestiti da donna o con chi mi porto a letto, per questo ti ho detto che l’amore non c’entra niente. Io, non lo so, penso di aver sempre desiderato soltanto di non essere me stesso.
Davide solleva lo sguardo. Gli occhi di Mario non sono puntati su di lui, ma persi sopra qualche punto casuale della parete, una superficie che, Davide ci scommetterebbe, Mario neanche vede. Fa per parlare, anche se non ha idea di cosa dire, ma Mario schiude le labbra prima di lui, e Davide ne approfitta per restare in silenzio.
- Fin da piccolo, sai. Ce l’hai presente qual è il mio primo ricordo? Non te l’ho mai detto, forse. È l’ospedale. Cioè, cazzo, quale bambino può mai crescere sano e felice quando la prima cosa che ricorda della sua esistenza è di aver vissuto dei mesi in ospedale in mezzo a bambini che andavano e venivano coi loro genitori mentre nessuno mai veniva a prendere me? – si interrompe, riflettendoci come se lo stesse facendo per la prima volta, - Non è che abbia desiderato di essere qualcun altro perché non mi piacevo. Non lo so se mi piaccio. Ogni tanto penso che nessuno si piaccia. Se dovessimo tutti piacerci, forse non cercheremmo di piacere agli altri, ci basteremmo, in un certo senso. Intendo… io non credo di piacermi, ma non mi odio neanche. Voglio essere qualcun altro solo perché penso che sarebbe più facile.
Davide sospira, rimettendosi dritto. Pianta i gomiti sul tavolo ed abbandona il capo sui palmi delle mani aperte, guardando altrove, le labbra arricciate in un mezzo broncio.
- Non è che le vite degli altri siano questo spasso. – borbotta, - Sembrano sempre meglio della tua, finché non le vivi.
- E questo come lo sai? – ride Mario. Davide si volta a guardarlo con severità, come se la sua domanda fosse talmente stupida da non meritare una risposta, ma il sorriso di Mario è aperto e imperturbabile, e questo lo scuote dentro. L’espressione di Mario è diversa da quella che aveva prima. Sembra più libera, sollevata. Qualcosa trema sotto la pelle di Davide, che resta a fissarlo ammaliato mentre Mario riprende a parlare. – Davvero. Che esperienza abbiamo per dire che alla fine tutte le vite fanno un po’ schifo alla stessa maniera e, se fossimo qualcun altro, staremmo comunque male? Nessuno nel mondo è mai stato qualcun altro. Non ci sono termini di paragone per dire una cosa simile. Però ci fa comodo pensarlo, cioè, ci fa comodo pensare che staremmo da schifo anche in un’altra vita, perché tanto sappiamo che non possiamo averne una diversa. È un comportamento da paraculo anche questo.
- Mario, ma che cazzo. – Davide lo fissa con rabbia, passandosi nervosamente una mano fra i capelli, - No, secondo me non è paraculo. È solo che, cazzo, non puoi pretendere di convivere costantemente col tuo dolore senza lasciartene toccare. Voglio dire, succede che uno non regga più. Succede, cazzo, che uno si vergogni di qualcosa, o che voglia credere di non avere alternative per giustificarsi, ogni tanto succede che ad uno vada bene credere in qualche stronzata per stare meglio.
- E tu stai meglio? – la voce di Mario, così pacata e serena rispetto alla sua, risuona nella cucina in modo quasi irreale, - No, perché Dade, io mi sono convinto delle peggiori cazzate, ma alla lunga non è servito a niente. Tu ti senti davvero meglio quando ti ripeti che non hai scelta? Perché io no. Mi sono ripetuto per anni che non avevo scelta, e l’unico modo in cui mi sono sentito alla fine è in trappola.
Davide abbassa lo sguardo, giocando con l’orlo sfilacciato del centrotavola. È una pezza di finto lino giallastro sulla quale è posato un cesto di vimini riempito di frutta di plastica. È una delle cose più brutte che abbia mai visto in vita sua.
- È per questo che è nata Marilyn?
- Esatto. – annuisce Mario, abbassando lo sguardo sul movimento delle sue dita, - È stato divertente. È divertente, in realtà. All’inizio stavo solo in casa, poi ho cominciato a uscire. La gente non mi riconosce. Perché non se l’aspetta, capisci? Questa cosa l’ho imparata, e mi fa schiantare: la gente vede solo quello che vuole vedere. Sono passato conciato così davanti a persone che mi avevano visto il giorno prima, o poche ore prima, e nessuno di loro mi ha riconosciuto. C’è come una barriera nel cervello che rifiuta a prescindere le cose che non vuoi vedere. È una cosa—
- Un sacco paracula, immagino. – conclude per lui Davide con un mezzo sorriso ironico. Mario ridacchia, annuendo piano.
- Be’, è vero. – aggiunge con una scrollatina di spalle.
- In pratica… - sospira Davide, rilassandosi contro lo schienale della sedia e concedendosi un sospiro sollevato ora che i toni della discussione sembrano avere abbandonato l’aria grave e pesante che avevano all’inizio, - Perché mi hai detto questa cosa, Mario?
- Non lo so. – risponde lui, stringendosi colpevolmente nelle spalle, - Forse perché volevo che tu la sapessi. Volevo farti capire quanto poco ci sto con la testa, probabilmente. – ride un po’. – O volevo solo essere sincero, e— non lo so. Anche Raffaella c’entra con questa cosa, e—
- Con Marilyn?
- No, non con Marilyn, deficiente. Lei è… un’altra cosa che sto provando, credo. – sospira, passandosi una mano sul viso. Combina un casino col trucco, e adesso è ancora più inguardabile di prima. – Le voglio bene, e non mi è mai capitato prima d’ora. Intendo, ho la sensazione che sia una cosa seria. Non lo so perché. È solo che quando siamo insieme sembra giusto, proprio come quando siamo insieme io e te. E— ti ricordi quando mi parlavi di Hera, quando stavate insieme? E tutte quelle stronzate sul matrimonio che mi dicevi, e il modo in cui ti rispondevo io? Oggi non ti risponderei più in quel modo. Ci penso spesso.
- Al matrimonio?
- Sì. Con Raffaella, dico.
- Mario… - Davide sospira, passandosi una mano sulla fronte e sugli occhi, - È una che ha messo all’asta per un milione di euro una verginità che probabilmente le difettava dalla nascita, non puoi dire sul serio.
Mario ride di gusto, stringendosi nelle spalle e passandosi ancora una volta una mano sul viso, infastidito dalle tracce di trucco sparse ovunque sulla sua pelle.
- Cosa vuoi che ti dica? Mi sono preso una sbandata e per ora penso anche al matrimonio. È stupido, ma io non ce la faccio più a vivere come ho vissuto fino ad ora.
Davide lo guarda a lungo, lasciando scivolare una mano sul ripiano del tavolo fino ad incontrare le dita di Mario. I loro polpastrelli si sfiorano in carezze lente e misurate, e Davide può sentire che presto sarà il suo turno di dire la verità.
- Vuol dire che potrei anche perderti? – domanda a mezza voce, gli occhi fissi sulle dita di Mario che, adesso, si stringono attorno alle sue.
Mario sorride, allungandosi verso di lui e posandogli un bacio lievissimo sulla fronte. Davide sente la traccia appiccicosa del rossetto lucido sulla pelle. È ancora abbastanza grottesca, ma adesso gli fa quasi tenerezza.
- Questo mai. – risponde Mario.
Davide ride piano, e lo manda a farsi una doccia.
*
La serratura della porta del bagno scatta, e Davide pensa distintamente “secondo tempo”. Non gli è mai capitato di trovare nella propria vita similitudini con una partita di calcio, se non altro perché la vita raramente ti concede quindici minuti di intervallo, ma stavolta è questa la sensazione che ha, ed è chiarissima. Come se con la lunga confessione di Mario si fosse chiuso il primo tempo, ed ora, dopo la pausa, tutti stessero aspettando di vedere se la sua squadra riuscirà a pareggiare.
È abbastanza agghiacciante.
Si aspetta di vedere Mario comparire sulla soglia della cucina in pochi istanti, ma lui non arriva mai, e dopo un po’ Davide si alza e va a cercarlo. Lo trova sdraiato sul suo letto, avvolto nel suo accappatoio azzurro, che fissa il soffitto con aria rapita, come ipnotizzato. Non c’è niente di speciale, là sopra, eppure gli occhi di Mario sono attenti a concentrati come se dovessero imparare quel soffitto a memoria per riprodurlo in un disegno più tardi.
- È tutto okay? – gli domanda preoccupato, muovendo un paio di passi incerti all’interno della stanza. È incredibile come dettagli minuscoli possano cambiare interi ambienti. Davide conosce ogni centimetro di questa stanza, la conosce a memoria, eppure con Mario dentro sembra tutto un altro posto.
- Sì. Scusa. – Mario solleva appena la testa per sorridergli, e poi torna a fissare il soffitto. – Sono uscito dal bagno e la porta era aperta, e mi sono detto “cazzo, questa è la sua stanza”. E volevo passarci un po’ di tempo. Ha senso?
- Non ne ho idea. – Davide sospira, guardando altrove, - Mi sono stancato di farmi questa domanda.
Mario annuisce e sorride, e poi batte la mano aperta contro il copriletto un paio di volte.
- Vieni qui, dai. – lo invita. Davide si sente stringere la gola in un nodo spaventosamente stretto, ma gli si avvicina, si siede e poi si sdraia al suo fianco, il braccio disteso di Mario sotto la testa a mo’ di cuscino.
- Sai cos’ho pensato la prima volta che ti ho visto? – chiede a bassa voce, fissando il soffitto a propria volta, nel tentativo di identificare il punto che Mario sta guardando con tanto interesse, - Che eri pericoloso. Che dovevo starti lontano. Non ho capito veramente perché fino a che non mi hai rivolto la parola.
- Perché? – Mario sorride teneramente, giocando con le dita fra i capelli di Davide, - Cos’hai capito quando ti ho rivolto la parola?
- Che mi piacevi un casino. – sospira Davide, lasciandosi sfuggire una mezza risata. Poi la sua espressione si fa più seria. – Che ti volevo per me. Volevo che fossi mio soltanto. E quando ci siamo conosciuti meglio e ho cominciato a capire quello che c’era nel tuo cervello, ho pensato che volevo guarirti. – Mario si volta a guardarlo, e Davide gli ricambia l’occhiata con imbarazzata onestà. – Già. Ho pensato che fosse un tuo problema. Che tu non stavi bene e che io dovevo guarirti, e quando fossi guarito allora saresti stato solo mio.
- …Dade—
- Lo so. – Davide sorride tristemente, voltandosi su un fianco ed appoggiando una mano sul petto di Mario, cercando il suo calore oltre il tessuto spesso dell’asciugamano, - L’ho capito dopo che il problema non eri tu.
- Non eri neanche tu, Dade. – Mario sospira, voltandosi a lasciargli un bacio soffice sulla fronte.
- Invece sì. – ammette Davide, ed è la prima volta. La prima volta in assoluto che ammette la sua colpa. – Invece sì, perché ero io ad avere paura. Non capisci? Avevo bisogno di sapere che eri solo mio perché se io non ero abbastanza, allora non ero niente. Non valevo niente. Io— Mario— Ho vissuto degli anni convinto che non sarei mai stato abbastanza per te. Lo capisci? Non pensavo ad altro. Io volevo solo essere abbastanza. Perché pensavo che se fossi stato abbastanza allora saresti stato abbastanza anche tu. Viviamo tutti nel terrore di non essere amati abbastanza, che poi che cazzo significa abbastanza? Dio, non facciamo che pensarci. – gli sfugge una risatina dalla sfumatura quasi isterica, le dita che si stringono a pugno attorno al bavero dell’accappatoio, - Non facciamo che pensare a quando saremo abbastanza amati, ma non è abbastanza mai. Siamo ingordi ed egoisti per natura. Facciamo abbastanza schifo, questo sì, e forse è per questo che ci sembra che nessuno ci ami mai a sufficienza.
Nasconde il viso contro il petto di Mario, trattenendo il respiro. Gli fa male lo stomaco. È invaso dai crampi. Non riesce a capire perché, si risponde sbrigativamente che sarà una reazione psicosomatica. Poi capisce che è qualcosa di diverso. È come quando i bambini appena nati scoppiano a piangere cominciando a respirare. Perché fa un male fottuto. È giusto e naturale e necessario ma fa un male fottuto.
- Non abbiamo nessun rispetto per l’amore degli altri. – continua dopo un po’, cercando di rilassarsi. Le dita di Mario hanno preso a scivolargli fra i capelli, districandone i nodi. È così piacevole, è una sensazione così nostalgica. Davide si sente come se gli stesse sfuggendo tutto di mano. Si sente solo e traballante e in bilico su un burrone, non vede niente sotto di sé ed è certo di stare per scivolare e cadere. Si aggrappa a Mario disperatamente, ed in passato è sempre stato sufficiente a scacciare via questa sensazione spiacevole, ma stavolta no. – Siamo convinti che le persone che amiamo debbano cambiare per noi. Come se dovessero dimostrarci qualcosa. Ma quanto è stronzo? Noi non cambiamo mai per gli altri, siamo sempre pronti a dire “io sono così, prendere o lasciare”, ma pretendiamo che gli altri lo facciano per noi. Per amore. Che stronzata. Che schifo.
- Dade, ti prego—
- E siamo gelosi di tutto. Siamo così meschini, è nauseante. Siamo gelosi di cose che non abbiamo mai vissuto, di persone che non abbiamo mai conosciuto. Io non so chi eri tu prima che ci incontrassimo, ma sono geloso di te prima di me. Ucciderei a mani nude tutte le persone che hai conosciuto prima di me, perché hanno visto un Mario che io non vedrò mai, e sono così stupido, così egoista che non riesco ad accettarlo.
Gli si spezza la voce in un singhiozzo stremato, e vorrebbe solo lasciarsi andare e piangere fino a consumarsi, ma sa che sarebbe solo un’impressione. Gli si seccherebbero le lacrime sul volto e gli brucerebbero gli occhi così tanto da volerseli cavare a mani nude, ma poi passerebbe, e lui sarebbe ancora lì, e non sarebbe cambiato un cazzo di niente. E lui non ce la fa più a piangere e basta senza che niente cambi. Non può più sopportarlo.
- Basta così. – Mario si gira su un fianco a propria volta, scivolando appena più in basso sul materasso per guardarlo negli occhi, - Okay, Dade? Basta così. Ho capito. Non c’è bisogno di dire altro.
Davide si rifugia contro il suo corpo, stringendosi forte a lui. Mario sembra avvolgerlo per intero, e mentre tutto attorno c’è solo il suo profumo Davide ha come l’impressione di poter oltrepassare i confini del proprio corpo per spingersi all’interno del suo. Ha l’impressione di potersi nascondere da qualche parte dentro di lui, lasciare un pezzo di sé in un posto nascosto e inviolabile, e poi tornare indietro, riappropriarsi di se stesso, e sente ogni centimetro del proprio corpo vivo e bruciante. Sente tutto il dolore e l’amore e l’infelicità ed è pieno di gratitudine per tutto questo. È pieno di gratitudine per il calore di Mario, per il suo profumo, per averlo avuto anche solo per un attimo, per il privilegio di lasciarsi scivolare il suo nome sulle labbra come se fosse una cosa sua.
E poi ha la percezione chiara e cristallina che adesso è finita. Che qualunque cosa fosse è finita, e che forse potrà rinascere in un altro momento e in un altro modo, ma quello che c’era prima, quello che c’è stato fino ad adesso, quello che li ha tenuti bloccati in una dimensione irreale e inesistente in cui l’amore bastava come giustificazione per farsi del male con cattiveria gratuita, quello non c’è più. Quello è finito per sempre.
Fischio finale.
*
Mario è andato via da un paio d’ore. Davide gli ha prestato i propri vestiti. Un paio di jeans, una maglietta, una felpa, perfino i calzini e un paio di scarpe da tennis. A parte i calzini, che ha pescato a caso dal cassetto, gli ha dato solo vestiti a cui tenesse. La felpa comprata a Londra la prima volta che c’è stato dopo essersi trasferito, i jeans che sua madre ha dovuto rammendare sei volte perché per qualche motivo continuava a scucirsi l’orlo, una maglietta stupida con uno scoiattolo arancione stampato sul petto che gli ha regalato Hera ed un paio di scarpe che hanno comprato insieme una delle prime volte che sono usciti a spasso per le vie di Milano.
L’ha fatto apposta, ovviamente. Ha cercato ogni singolo vestito con cura ed ha preteso che Mario li accettasse nonostante ne conoscesse il valore affettivo. Non gli è pesato separarsi da quei vestiti. Separarsi da Mario gli ha spezzato il cuore in un punto che l’ha reso del tutto impermeabile a qualsiasi altro tipo di dolore. È la cosa giusta, Davide si sente bene. Sta male, ma si sente bene. Si sente. È una cosa meravigliosa.
Non si sono detti niente, non esplicitamente. Mario l’ha guardato e l’ha baciato a lungo. I suoi occhi dicevano addio, anche se la sua voce restava silenziosa. Davide non lo sa. Non ne è sicuro. Addio sembra sempre implicare un tempo lunghissimo, ma in realtà può essere anche una cosa temporanea. Onestamente, Davide non sa se si rivedranno. Qualcosa dentro di lui gli dice di sì, ma non è un istinto al quale sente di potersi affidare. In ogni caso, si sente in pace. Se è finita così, allora va bene. In qualsiasi altro modo sarebbe stato orribile, insopportabile, impossibile, ma in questo modo va bene.
Il display del cellulare lampeggia, è arrivato un messaggio. Davide fa uno sforzo sovraumano per raggiungere il telefono, sollevarlo e leggere sullo schermo le poche parole di Papiss. “Certo che sei uno stronzo, perché non mi hai chiamato? Domani mattina ti chiamo io, farai meglio a rispondere. Buonanotte.”
Sorride. È un sorriso triste, ma non può farci niente. E per la verità in questo momento vuole godersi anche questo. C’è un oceano di tristezza, dentro di lui, e Davide vuole goderselo. Vuole godersene ogni istante.
Fuori dalla finestra si vede la luna. È una falce perfettamente bianca contro il buio uniforme del cielo. È così bella da sembrare finta, ed è consolante sapere che invece non lo è.

Per tutta la vita
Cercare un appiglio
L'autunno che passa
Ma forse sto meglio
Genere: Erotico, Romantico.
Pairing: Mario Balotelli/Davide Santon/Mattia Destro.
Rating: NC-17.
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon, PWP, Threesome, (tripla) Drabble, Raccolta.
- Mario, Davide e Mattia si ritrovano finalmente insieme, per la prima volta, nella nazionale maggiore guidata da Cesare Prandelli. Segue follia.
Note: Questa storia, e la sua gemella ad opera del Def, esiste perché io e mio marito siamo pazzi X'D E quando abbiamo saputo della convocazione di tutti e tre i nostri adorati pupilli in nazionale maggiore (FINALMENTE, CESARE, FINALMENTE) abbiamo sentito il bisogno compulsivo di celebrare questa cosa con una catasta di drabble pornografiche - sì.
Quindi, insomma, ci siamo dati una serie di prompt da seguire per scrivere una serie di cinque drabble gemelle, cinque io e cinque lui, da scrivere e postare separatamente su plot/idee di plot comuni XD Ne nascerà una follia.
Già che ci siamo, le drabbline serviranno anche per sconfiggere il malvagio Moan nel corso dell'undicesimo round della Zodiaco!Challenge @ fiumidiparole, ed a fillare il prompt #393 (Desideri appassionati) per la challenge indetta da 500themes_ita \o\
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LOVEGAME
a game with no name

– Ragazzi, non è divertente.
La voce di Mario, carica di disappunto, attraversa con difficoltà le porta del bagno all’interno del quale Davide e Mattia hanno sentito il bisogno di chiudersi appena i loro sguardi si sono incrociati a metà della sessione di allenamento.
– Non ci perdonerà mai. – ridacchia Davide, mentre si perde nel piacere carico di promesse che le labbra di Mattia distribuiscono in brividi sulla pelle del suo collo, mentre le sue mani si intrufolano sotto i suoi abiti.
– Non perdonerà mai me. – lo corregge Mattia, ridendo, – Tu esci gratis di prigione per cose ben più gravi, figurati se ti terrà il muso per una pomiciata casuale in bagno.
– È questo che sei? – lo prende in giro Davide, inarcando un sopracciglio mentre Mattia struscia il proprio bacino contro il suo, – Sarà contentissimo di saperlo. Fino all’ultima volta che l’ho sentito parlava di te come “il mio ragazzo”.
Mattia ride, incapace di nascondere l’imbarazzo ed anche l’orgoglio che quelle parole gli provocano.
– Non sono anche il tuo? – chiede, sorridendo sulle labbra di Davide fra un bacio e l’altro, mentre Mario, da fuori, prende a picchiare la porta con rabbia.
– È quello che gli ho chiesto anch’io. – ride Davide, inarcando la schiena e lasciandosi andare al piacere quando i movimenti di Mattia si fanno più precisi, – Mi ha risposto “sì, è nostro”.
Una parola che, quasi da sola, è sufficiente a scatenare Mattia al punto che entrambi, pochi secondi dopo, sono già venuti.
Fra una risata e l’altra, girano la chiave nella toppa, e la porta si apre sull’espressione furiosa di Mario e sulle sue braccia serrate sul petto in segno di protesta.
– A fanculo, – rimbrotta, – tutti e due.
Davide e Mattia si guardano negli occhi, due sorrisi maliziosi e gemelli sulle labbra, e poi lo trascinano dentro senza troppi complimenti.

continua...

Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: PG-13.
AVVERTIMENTI: Slash, Flashfic.
- "Non avrebbe mai potuto pensare di trovarsi in una situazione simile, ma adesso che ci si trova è abbastanza sicuro che l’unica cosa sensata da fare per provare a cavarne le gambe, ad uscirne intero, sia chiamare Dade.
Solo che non può."

Note: Scritta su istigazione criminale del Def in occasione della VI Notte Bianca, su prompt RPF Calcio, Davide Santon/Mario Balotelli, "Sulla strada troppe stelle spente / la tua mano ora servirebbe / troppa gente alza il dito e poi lo punta su di me. / Nessuno mi crede davvero innocente, / ma non per questo io non vivo più." (Lontano dal tuo sole, Neffa). A proposito del titolo: le supergiganti blu sono stelle misteriose ed enigmatiche, rarissime. Sono le stelle più brillanti e calde dell'universo, ma proprio a causa dell'incredibile energia che sprigionano sono destinate ad un ciclo vitale relativamente breve. Mi sembrava si adattasse XD
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SUPERGIGANTE BLU

- Senti, vaffanculo. – sbotta, interrompendo bruscamente la chiamata e lasciando cadere il cellulare fra i cuscini del divano in un gesto distratto. Gli prende malissimo a pensare che, fino ad un paio d’anni prima, in un momento come questo non avrebbe avuto altra scelta che chiamare Davide. No, non Davide. Dade. Era la cosa più logica, l’unica, in realtà, che avesse senso fare. Quando tutto, nella sua vita, cominciava a confondersi al punto da impedirgli di capire più dove cazzo si stesse dirigendo e contro cosa cazzo stesse andando a sbattere, bastava chiamare Dade per rimettere tutto a posto. Fosse un litigio coi suoi fratelli, con la ragazza di turno, coi suoi genitori, con l’allenatore, con chiunque cazzo gli paresse, fosse anche solo una delle innumerevoli sfighe giornaliere contro le quali era costretto a combattere, Davide c’era, e c’era la consapevolezza che ci sarebbe stato sempre, perciò chiamarlo non era un’opzione, non era una possibilità, era una fottuta routine, la fottuta normalità.
Due anni, si dice alzandosi in piedi e dirigendosi spedito in cucina per bere qualcosa – una cosa qualsiasi purché lo distragga del numero di Davide che ha già cominciato ad autocomporsi nella sua testa come se ci fosse una tastiera numerica proprio nel centro del suo stupido cervello –, sono una cazzo di enormità di tempo. Non è neanche che lui e Davide non si siano più visti né sentiti, nel corso dei due anni trascorsi in Inghilterra. No, non è questo il punto, non è che siano scomparsi l’uno dal raggio visivo dell’altro o chissà che (Mario è abbastanza convinto che Davide non riuscirà mai davvero a scomparire dal suo raggio visivo, perché i suoi occhi lo cercano, lo cercano sempre, nei luoghi più impensati, fra mucchi di sconosciuti in un bar, sulle pagine patinate delle riviste, nell’oscurità accogliente e rassicurante di un tunnel che si spalanca all’improvviso su un campo di calcio; e, per qualche motivo, si sente egocentrico abbastanza da credere che anche per Davide valga lo stesso principio), ma perché quello che c’era fra loro un tempo, inevitabilmente, si è perso.
C’è un determinato grado di intimità che puoi raggiungere con qualcuno col quale condividi ogni singolo spazio vitale. È un grado di intimità elevatissimo, ma non per questo meno fragile. L’intimità è il primo vetro a spaccarsi, quando entra in gioco la distanza. L’ultimo è l’amore, ed infatti l’amore è l’unico vetro sul quale Mario possa ancora camminare senza preoccuparsi dei tagli alle piante dei piedi. Ma l’intimità, l’intimità è un’altra cosa. È lo strato più esterno, l’ultimo a solidificarsi, il primo a perdere spessore quando due corpi si allontanano, quando si smette di respirarsi addosso.
Non avrebbe mai pensato di potersi ritrovare in una situazione simile, con una stronza che dice di essere la madre di suo figlio e gli impedisce di avere una qualsiasi conversazione sensata facendosi cogliere da raptus isterici ogni volta che Mario cerca di grattarle via di dosso la sottile patina di gloss e brillantina che le avvolge il corpo come uno scudo, per cercare di capire cosa ci sia sotto, se di lei si possa fidare, se davvero può sostenere di tenerla ancora nella sua vita, pur come una semplice conoscenza, per il bene di un bambino che potrebbe essere suo. Non avrebbe mai potuto pensare di trovarsi in una situazione simile, ma adesso che ci si trova è abbastanza sicuro che l’unica cosa sensata da fare per provare a cavarne le gambe, ad uscirne intero, sia chiamare Dade.
Solo che non può.
E naturalmente, è a quel punto che Dade chiama lui.
Stupito dalla suoneria – un vecchio successo della Pausini; lui la odia, la Pausini, ma a Dade piace, per cui gliel’ha associata come suoneria dedicata – si avvicina al divano, scava fra i cuscini ed estrae il cellulare, che luccica fra le sue dita come una gemma. C’è il nome di Davide sul display. Mario trattiene il respiro, e fatica a riprendere a respirare normalmente.
- Pronto? – risponde con voce tremula.
- Senti, vaffanculo. – sbotta Davide. È nervoso e imbarazzato e probabilmente si sta chiedendo cosa cazzo sta facendo e come cazzo gli sia venuto in mente di chiamare. A Mario scappa da ridere. – Adesso noi ci vediamo e tu mi dici tutto.
- Dade… - ride Mario, passandosi una mano sul volto, - Ma sei impazzito?
- No. – ribatte lui, sicuro, - E tu sta’ zitto, stronzo. E la prossima volta che lasci che ci accada una cosa del genere, giuro che mi intrufolo in casa tua a notte fonda e ti sego via le palle.
Mario ride ancora, scuotendo il capo.
- Quindi è colpa mia, se ci siamo allontanati così? – dice con aria fintamente risentita.
- Naturalmente sì. – ringhia Davide, e poi la sua voce si fa più dolce, - No, naturalmente no, sono uno stronzo anch’io. – dice in una mezza risata, - Ma in ogni caso non me ne frega niente. Ti toccherà offrirmi trenta cene almeno, anche perché solo per raccontarmi nei dettagli di tutta la merda che hai combinato in questi ultimi mesi ti servirà un mese. D’accordo?
Mario sorride, annuisce, gli viene da piangere.
- D’accordo.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: PG-13.
AVVERTIMENTI: Slash, Angst, Flashfic.
- "È ironico, pensa, ma non fa ridere affatto."
Note: Scritta per la Notte Bianca #5 @ maridichallenge, su prompt RPS Calcio, Mario/Davide, Don't make me sad, don't make me cry, sometimes love it's not enough and the road gets tough, I don't know why.
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SOMEWHERE ONLY WE KNOW

È difficile identificare il momento in cui ha cominciato a capirlo. Forse è stato quando Mario ha deciso di andare via per primo, forse è stato dopo, quando Davide l’ha inseguito sapendo con assoluta certezza che non si trattava d’altro che di quello, un inseguimento, una corsa disperata verso qualcuno che non voleva più stargli accanto – verso qualcuno che, probabilmente, non voleva stare più accanto a nessuno e basta.
Forse è stato dopo. Sarà stato quando si sono rivisti, a metà strada fra Newcastle e Manchester, in territorio neutro, ha detto Mario scherzando, dove nessuno potrà vederci insieme, ha pensato Davide sentendo il cuore fremere e lo stomaco annodarsi in uno spasmo doloroso. Sarà stato in quel momento, quando si sono incontrati e la stanza d’albergo che li ha accolti è sembrata ad entrambi squallida, inutile, disperata come loro. Sarà stato quando si sono toccati chiedendosi “ma cosa cazzo stiamo facendo, perché cazzo siamo qui, dove cazzo siamo?”, quando nel buio hanno stentato a riconoscere i profili dei loro corpi, quando dopo il sesso – caldo e intimo e appiccicoso come sempre, un’immagine dal passato, la dimensione temporale perfetta nella quale vivere, se solo il tempo non continuasse a scorrere – hanno acceso la televisione e invece delle solite stupide repliche di Spongebob con le quali passavano il tempo in Pinetina fra una scopata e l’altra, fra un attimo di loro e l’altro, hanno trovato un talk show inglese e la consapevolezza di essere lì a chilometri e chilometri da casa – chissà quale casa, poi – ha investito entrambi in pieno con una violenza estrema, spropositata, perfino ingiusta.
Sarà stato dopo, Davide immagina. Ogni singola volta che hanno continuato a vedersi, ogni singolo pomeriggio passato in un letto disfatto, in un albergo sempre diverso, immersi in un silenzio irreale e innaturale, l’esatto opposto delle giornate piene di chiacchiere, piene di tutto e niente, che vivevano quando la parola “insieme” aveva ancora un significato concreto e tangibile nelle loro esistenze. Sarà stato lì, nel buio di stanze sempre nuove, fissando soffitti sconosciuti, riscoprendosi incapaci di sincronizzare il ritmo del loro respiro. Sarà stato lì che l’hanno capito, probabilmente sì.
Come stupidi, hanno deciso di ignorarlo. È diventata una cosa quasi ovvia, ed è assurdo quanto poco tempo ci sia voluto. Quanto poco sia servito smettere di conoscersi. È ironico, pensa Davide, se paragonato a tutto il tempo che c’è voluto anni, prima, invece, per imparare a conoscersi veramente.
È ironico, pensa, ma non fa ridere affatto.
Ed ora che alza gli occhi su di lui, e sono soli, davvero soli, soli l’uno con l’altro in una stanza spoglia, persa nella periferia di una città senza nome che smetterà di essere importante nel momento stesso in cui se ne saranno andati, Davide guarda Mario e Mario guarda Davide ed entrambi sanno di stare pensando esattamente la stessa cosa. Sanno di non avere più niente da dirsi, e sanno che fa male ad entrambi perché la distanza non annulla l’amore, che sia fisica o emotiva non importa, c’è qualcosa di profondo, qualcosa che li lega nelle viscere, qualcosa che stanno per strappare e che farà un male fottuto e sarà insopportabile e odiosa, qualcosa che li renderà delusi e arrabbiati e frustrati e definitivamente soli per tutto il resto delle loro vite, probabilmente, ma che non possono più ignorare, in nessun modo. Perché ora si stanno guardando dentro, e lo stanno facendo sinceramente per la prima volta da quando hanno finto di ritrovarsi per perdersi una volta per tutte.
A volte amare non basta. A volte l’amore da solo è schifosamente troppo poco. E si conoscono abbastanza per sapere che è vero per entrambi.
È ironico anche riuscire a riconoscersi, finalmente, dopo mesi, solo adesso che stanno per non vedersi più.
Ma anche questo, pensa Davide alzandosi dal letto e cominciando lentamente a raccogliere i propri vestiti, anche questo non fa ridere affatto.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: PG.
AVVERTIMENTI: Slash, Flashfic, Fluff.
- "È la prima volta che porta Davide a Palermo."
Note: Testimonianza palese della mia idiozia perenne e surreale, questa storia era stata scritta per il Decapiter alla Coppa delle Lande, ma mi sono dimenticata di postarla per tempo, e quindi sono uscita XD In compenso, sono felice di averla scritta perché ultimamente everything is RPF Calcio and nothing hurts, e io sono molto contenta di starmi pian piano riappropriando di questi uomini che amo alla follia e che non potrò fare a meno di sentire sempre un po' miei. Specie questi due ragazzini, che ormai stanno crescendo e si stanno facendo uomini, ma resteranno per sempre i miei ragazzini ;_; *si aggrappa a Mario e Davide come non ci fosse un domani*
Per cercare di consolarmi dalla mia imbecillità, almeno la storia partecipa al round di aprile/maggio della Zodiaco!Challenge. Sconfiggeremo la malvagia volpe Fez a suon di prime/ultime volte.
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HEAVEN COMING DOWN

- Mario. – Davide sbuffa sonoramente, disegnando ghirigori senza senso sulla sabbia coi piedi, - Mario, seriamente, siamo qui da quattro ore. Non è che non sia entusiasta di questa tua passione per gli orizzonti, i tramonti, i paesaggi suggestivi e tutto, ma quattro ore. Abbi pazienza.
Le labbra piene di Mario si piegano in un sorriso quasi canzonatorio, ma non si volta neanche a guardarlo. Resta lì, seduto sulla sabbia – Davide ha steso il telo, ovviamente, appena arrivato, ma Mario non ha voluto saperne di sedersi accanto a lui, e questo nonostante ci fosse spazio a sufficienza anche senza stringersi; Davide avrebbe preferito stringersi, comunque – gli occhi scuri fissi sulla linea dell’orizzonte sempre netta, sempre uguale, che cambia tinta man mano che il sole si abbassa sulla superficie trasparente del mare.
- Chiedi a me di avere pazienza? – lo prende in giro, le ginocchia al petto, mentre segue distrattamente la traiettoria in linea retta di una nave in partenza all’orizzonte, - A me sembri tu quello impaziente.
- Sì, sono impaziente di tornare in albergo. – sospira Davide, stropicciandosi gli occhi e poi socchiudendoli un po’ quando li sente bruciare: non ha fatto neanche un bagno (Mario gliel’ha sconsigliato, dice che ci sono ancora troppe alghe vicino alla battigia in questo periodo, e che comunque l’acqua è ancora troppo fredda; siamo ancora a maggio, dopotutto), ma l’aria è talmente satura di mare che gli è rimasta la salsedine appiccicata addosso. Ha bisogno di una doccia. – Mario… - riprende a pigolare lamentoso, - Andiamocene, mi sto annoiando.
- Lo sai che ti annoi con una facilità impossibile? – commenta Mario, il tono lieve, rilassato, inspirando ed espirando profondamente il profumo dell’acqua salmastra, della spiaggia riarsa dal sole che solo adesso comincia a scottare un po’ meno, e quello più dolciastro delle creme abbronzati e di quelle protettive, dell’olio protettivo, del balsamo per capelli, del cocco venduto dagli ambulanti, del gelato preso al bar di fronte all’entrata della spiaggia.
- Quattro ore. – ripete Davide, - Fammi il nome di qualcuno che non si sarebbe annoiato a morte dopo quattro ore di immobilità in spiaggia. – Mario si volta appena a lanciargli un’occhiata ironica e divertita, - Qualcuno a parte te. – borbotta Davide, e poi sospira. A dispetto dei consigli di Mario, un sacco di gente del posto ha fatto il bagno, e ci sono alcuni temerari che continuano a farlo anche adesso, nonostante in effetti l’approssimarsi della sera abbia reso l’aria decisamente più fresca. – Sai che non l’avrei mai detto? – dice soprappensiero, osservando le lunghe, languide carezze delle onde sulla sabbia bruna e pesante in riva, - Dico, che fossi un tipo da tramonti.
- Com’è un tipo da tramonti nella tua visione del mondo? – ride Mario, mentre sposta lo sguardo al cielo e si gode le evoluzioni dei gabbiani sullo sfondo rosato del cielo.
Davide scrolla le spalle, imbarazzato.
- Non lo so, un tipo più romantico. – biascica, - Tu non sei molto romantico.
Il sorriso sulle labbra di Mario si fa, per un attimo, perfino più soddisfatto. Scompare del tutto, però, assumendo una sfumatura più seria, quasi grave, quando si volta verso Davide, lo guarda negli occhi e si concede per un secondo di sentirsi scorrere un brivido lungo la schiena quando si rende conto di quanto è ancora capace di farlo arrossire solo con un’occhiata più intensa delle altre. Poi si piega su di lui, posa le labbra sulle sue e lo bacia lentamente, godendosi il suo sapore misto a quello dell’aria salmastra.
È piacevole.
È la prima volta che porta Davide a Palermo. A Mondello. In questo posto che, pur non rappresentando davvero un legame con le sue origini, è quello che più di tutti lo trascina in quel luogo forse fittizio, ma assolutamente irrinunciabile, in cui può essere semplicemente se stesso, senza darsi troppo peso, senza darne agli altri. Tenendo da conto solo le cose che contano.
Si allontana da lui con un sorriso giocoso, premendogli il pollice contro il naso per riscuoterlo dallo stato di torpore in cui quel bacio l’ha ridotto.
- Romantico abbastanza? – domanda con una mezza linguaccia di accompagnamento.
- Cretino. – sbotta Davide, tirandogli uno schiaffo sulla spalla senza nemmeno fingere di volergli fare male, - Possiamo andarcene, adesso?
Mario ridacchia, lancia un’ultima occhiata all’orizzonte. Il sole è già scomparso per più di metà, si intravede perfino qualche stella in alto, verso le montagne.
- Sì.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: PG-13.
AVVERTIMENTI: Angst, Slash, Future!Fic.
- "Io e Davide ci siamo amati per anni."
Note: L'ansia. *inspira ed espira* Tengo molto a questa storia, nonostante la sua brevità, perché è letteralmente un pezzo di cuore. Ho ormai capito che, per tutto il resto della mia vita, ogni tot io scriverò del Santonelli di una tristezza abissale che mi spezzerà il cuore e se ne porterà via un frammento. *ride amaramente* Questa storia, poi, lo fa con la voce di Mario, che è sempre una roba azzardatissima, essendo Mario quello che è. Ora non voglio più postarla... /O\
Ma dovrò farlo, per amor di crossposting. Ebbene sì, perché l'ho scritta per tutta una serie di robe, per cui va postata e punto. Nello specifico, l'ho scritta per la Issue #6 di squeetalia, per la Missione 1 della quinta settimana del COW-T @ maridichallenge (prompt: fate il cazzo che volete, purché il wordcount sia fra le 900 e le 999 parole) e per il secondo round della Zodiaco!Challenge @ fiumidiparole (prompt: bad ending). Anf. #ilcrosspostingèilmiopastore
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MAYBE WE’LL SEE THAT WE WERE WRONG, IF EVER WE LOOK BACK ONE DAY

Quando mi sento chiamare e mi volto a guardarlo, non lo riconosco. Fa male, perché non è come non ritrovarsi per un secondo e avere l’impressione di non stare riconoscendo chi hai davanti ma poi ritrovarlo fra le pieghe della tua memoria, fra un ricordo confuso e l’altro. No, è qualcosa di molto più netto e disturbante. Sono io che mi chiedo “chi è quest’uomo? Perché chiama il mio nome con questa confidenza? Lo conosco?”
Senza rendermi conto che è Davide.
È invecchiato, è questa la prima cosa che penso mentre lo vedo avvicinarsi, ma in realtà è un pensiero stupido. Non dovrei pensare “è invecchiato” come se su di me il tempo non fosse passato. Siamo invecchiati, è questa la verità. Fra l’ultima volta che ci siamo visti ed oggi sono passati quasi vent’anni.
Dio, vent’anni. Ci sono vite più brevi.
- Ehi. – mi saluta con un sorriso sereno, sedendosi sullo sgabello al fianco al mio. Io non riesco a spiccicare una singola parola e continuo a guardarlo con aria smarrita, cercando di collocare da qualche parte all’interno del mio universo quest’uomo adulto dai corti capelli biondi ordinati in un taglio alla moda e con un filo di barba a coprire il mento e le guance. Sembra impossibile. Se penso a Davide, non è questa l’immagine che riaffiora fra i miei ricordi. C’è un ragazzo, poco più che un bambino, dentro la mia testa. Questo non può essere lo stesso Davide, non gli assomiglia nemmeno. – Sapevo che dovevi essere tu. Con quella cresta… - ride un po’, - Ma non cresci mai?
E tu, invece, non sei cresciuto troppo?
- …Davide. – mi rassegno a dire, rendendo tutto più reale, dando finalmente un nome a questa persona nuova che cerca di sovrapporsi ad un se stesso molto più antico ma intramontabile nella mia testa, - Che… che sorpresa.
- Posso leggertelo in faccia, che è una sorpresa. – ride lui, apparentemente molto divertito dalla mia espressione. Ordina un caffè, poi guarda il mio cappuccino ancora intonso e cambia idea, ordinandone uno anche per sé. – Sai, - dice quindi, - non ti ho chiamato subito, appena ti ho visto.
- …che? – domando io, aggrottando lievemente le sopracciglia, incerto su dove voglia andare a parare. Lui si stringe nelle spalle, ridacchia, e per un secondo sembra tornato ragazzino, e l’immagine che avevo di lui si confonde con quella che vedo adesso, e mi sento stringere il cuore in una morsa gelida. È questa la sensazione del tempo passato e perso? Quando non ti accorgi di un dolore così profondo e quello poi, all’improvviso, ti spezza?
- Sì, quando ti ho visto per un po’ ho pensato… - il suo sorriso si fa un po’ più triste, un po’ più incerto. Mi viene voglia di allungare una mano a stringere la sua, ma naturalmente non lo faccio. Io non conosco quest’uomo, non posso fare neanche una cosa che, vent’anni fa, consideravo normalissima. È tremendo pensare adesso a quanto dessi per scontati certi gesti e il pensiero che potessero essere eterni. – Ho pensato che forse non avevi nessuna voglia di rivedermi. Dopo tutto questo tempo.
Io e Davide ci siamo amati per anni. Prima ancora di stare insieme, e poi per un lungo periodo dopo essersi lasciati. Dentro di me c’è una traccia indelebile, un ghirigoro confuso, come quelli che porto tatuati sulla pelle, ma invisibile, segreto, solo mio. È una traccia che ha disegnato lui con le sue dita, con le sue labbra, con ogni sorriso ed ogni parola che mi ha detto fin da quando ci siamo conosciuti, quando non eravamo altro che ragazzini confusi, terrorizzati e spaventosamente felici. È la traccia delle esperienze che abbiamo vissuto insieme, di tutte le prime volte, perfino le più stupide, di tutte quelle emozioni che puoi provare così intensamente solo se non le hai mai provate prima, e che raddoppiano di importanza se le condividi con qualcun altro, specie se così caro.
Era amore, senza dubbio. Non avrebbe potuto essere altrimenti, perché ci faceva sentire potenti, ci rendeva supereroi. A volte, steso sul letto a guardare il soffitto, un braccio ripiegato dietro la testa e l’altro a stringermi con forza Davide contro, ascoltandolo dormire al mio fianco, oltre le pareti potevo vedere l’orizzonte, ed oltre quello l’eternità. Era una sensazione fisica, potevo afferrarla con le dita. Era il respiro di Davide sul mio collo, erano quei versetti ridicoli che ogni tanto si lasciava sfuggire durante un sogno particolarmente coinvolgente. Quelli erano eterni, frammenti di per sempre che non sempre riuscivo a raccogliere.
Se li avessi raccolti tutti, forse adesso potrei incollarli insieme, scoprirne il disegno, vedere ciò che stavano cercando di mostrarmi. Ma non ci ho pensato per tempo, me li sono lasciati sfuggire dalle mani, ce li siamo lasciati sfuggire dalle mani, ci siamo lasciati. E se dovessi cercare un motivo, non lo troverei. Crescere a distanza di tanti chilometri, e poi riavvicinarsi e scoprire che quello che c’era non brucia più con la forza con cui bruciava prima, forse è stato questo il motivo. Ma in realtà non saprei dirlo con certezza. In realtà, a pensarci, mi sembra più un pretesto.
- Certo che avevo voglia di vederti. – rispondo abbassando lo sguardo sul mio cappuccino. Non ne ho voglia, non lo berrò. Arriva quello di Davide, ed anche lui lo guarda come se non avesse la benché minima voglia di toccarlo. Posso capirlo, io ho lo stomaco chiuso. Anche se non è una sensazione completamente spiacevole.
Dispiace solo averla provata così, all’improvviso, per caso. Sapendo di non poterla trattenere fra le dita un po’ più a lungo.
- Va be’. – conclude lui alzandosi in piedi, con un sospiro che è anche un mezzo sorriso, - Facciamo che ci teniamo in contatto?
Lo guardo, scruto i suoi occhi e non riesco a capire se scherza o fa sul serio.
Mi aggrappo alla seconda opzione come ne andasse della mia vita, ma non ci credo nemmeno io.

Né vincitori né vinti, si esce sconfitti a metà
L'amore può allontanarci, la vita poi continuerà
Genere: Introspettivo.
Pairing: Nessuno.
Rating: PG.
AVVERTIMENTI: Gen.
- Mario prova per una volta a salvarsi da sé. E stranamente ci riesce.
Note: Niente, boh, cioè. *ride* Potrei nascondermi dietro un dito e dire che questa storia l'ho scritta per la Maritombola @ maridichallenge (actually, sì, per il prompt #73, "Le favole sono la cosa più importante della nostra vita. Anche da grandi si scrivono favole." (Roberto Benigni)), ma la verità è che, anche senza tombole e binghi di mezzo, questa storiellina l'avrei scritta comunque. Non so perché, è che boh, ogni tanto Mario mi ritorna in testa di prepotenza, e si mette a parlare a macchinetta, e io in qualche modo devo dargli sfogo, o non me ne libero più. *ride*
Vorrei dedicarla alla Ary perché sì, comunque. Avrei voluto che la leggesse in anteprima, ma non siamo arrivate a beccarci, quindi niente XD Però è comunque tutta sua.
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PRINCIPI E PRINCIPESSE

Mario ha sempre creduto nelle favole. Favole un po’ strane, forse, sì, d’accordo, non certo le favole che chiunque altro racconterebbe ai propri figli nel tentativo di aiutarli a dormire, ma lui ci ha sempre creduto, ecco, nella sua personalissima visione favolistica del mondo lui ci ha sempre creduto, così come ha sempre saputo che, quando sarebbe stato abbastanza grande – non adesso, forse mai, non quantifica i tempi, e d’altronde nelle favole è tutto sempre c’era una volta, ma una volta quando?, e per sempre felici e contenti, ma per sempre da quando in poi? – quando si fosse sentito pronto, sarebbero state quelle le storie che avrebbe raccontato ai suoi bambini. Le sue.
Per Mario è importante credere nelle favole, perché lui da una favola è venuto fuori. Abbandonato da genitori troppo poveri per potersi permettere il lusso di amare un bambino che fin dalla nascita pretendeva troppo denaro anche solo per essere tenuto in vita – attaccato a tubicini troppo sottili, aperto in due su un tavolo operatorio fino a lasciargli sulla pelle segni irregolari e indelebili che si sarebbe portato dietro per sempre – poi adottato da due anziani sovrani che di figli ne avevano già avuti tre ma sembravano non poter fare a meno di un altro piccolo erede, poi cresciuto a sgomitate e calci, temprato dai campi di calcetto di una terra in cui resti negher anche quando parli lo stesso dialetto del tuo cazzo di vicino di casa, e poi trasferito altrove, in una realtà più grande, in un posto che invece coi luoghi in cui era cresciuto non c’entrava proprio niente. Un posto tutto pulitino, tutto perfettino, tanto, troppo per sentircisi a proprio agio.
E mentre lui stava lì in Pinetina a fare la principessa sul pisello e a non farsi piacere niente e a lamentarsi di quanto gli mancasse casa angosciando chiunque gli capitasse sottomano in uno stordimento di chiacchiere senza senso sulla polenta di sua madre che oh, come la faceva lei, minchia, nessuno, la favola intorno a lui si andava raccontando, e lui neanche se ne accorgeva.
E poi era successo che un giorno l’allenatore era tipo passato dal campo sul quale lui si allenava assieme a tutti i suoi compagni, e l’aveva visto. E l’aveva fermato. Ed aveva voluto parlare con lui.
- E tu da dove vieni? – gli aveva chiesto, e Mario aveva ghignato.
- Brescia. – aveva risposto, senza preoccuparsi di nascondere l’accento, anzi, sfoggiandolo sfacciatamente.
Mancini s’era fatto quasi indietro di un passo, stupito dalla cadenza inaspettata della sua voce, e poi aveva sorriso.
- Ah, Balotelli! – gli aveva detto, battendogli una pacca di quelle pesanti – di quelle da uomo – sulla spalla, - Proprio te cercavo. Vieni, vieni dall’altro lato.
E Mario era andato dall’altro lato, e da quel lato dal quale era venuto non ci era più tornato. Salvato da un principe in tuta di acrilico, senza mantello, senza cavallo e col più vezzoso ciuffo di capelli bianchi a spiovere sulla fronte che lui avesse mai visto.
*
Mario ha continuato a crederci, nelle favole, ha continuato a crederci intensamente anche quando la sua favola sembrava dovesse andargli a rotoli sotto i piedi. Quando l’idea di gestire il pallone non era neanche un problema perché tanto il pallone, al di fuori dell’allenamento, neanche lo vedeva. Quando tutti intorno a lui diventavano grandi, si laureavano campioni d’Italia e d’Europa e del mondo, e lui restava un po’ indietro, un po’ in disparte, assente a tutti gli appuntamenti importanti, in lotta con l’imperatore crudele che sembrava divertirsi a rifiutarsi di capirlo.
Mario ha continuato a crederci, anche se ad un certo punto della propria vita era arrivato a capire che i principi azzurri, specie se non hanno un cavallo e nemmeno un mantello, non puoi pretendere di restare lì ad aspettarli se non hai mai provato ad andarli a cercare.
È per questo che, a un certo punto, Mario solleva il telefono e chiama il Mancio per primo. Perché non può farcela da solo, ma non ci sta a restare principessa in un mondo in cui le principesse esistono solo per essere addobbate in trine e merletti ed esposte al fianco del loro principe salvatore.
Lui a salvarsi da solo non può riuscirci, ma può provarci, almeno, ad essere il principe di se stesso.
*
Quando arriva a Manchester, piove, e lui ha subito l’impressione di dovercisi abituare in fretta. Guarda il cielo grigio sopra la città e un po’ gli ricorda Milano, e distrattamente pensa che forse abituarsi non sarà poi così impossibilmente difficile.
Poi abbassa lo sguardo e c’è il Mancio che lo guarda con aria schifata, facendo la radiografia alla vecchia tuta da ginnastica che indossa e alle scarpe da tennis devastate dagli anni che calza ai piedi.
- Non credo di averti mai visto conciato così male. – commenta, - Si può sapere da dove vieni?
“Dritto da casa,” vorrebbe dirgli Mario, “avevo tanta fretta di partire che mi sono messo addosso la prima cosa che ho trovato, ho ficcato le prime quattro cose in vista alla rinfusa in un borsone e mi sono precipitato a Malpensa.” Ma non lo dice, perché un po’ si vergogna. Sorride, invece, e quando parla lo fa sfoggiando sfacciatamente il proprio accento come al solito.
- Da Brescia. – risponde, e nel farlo gli viene quasi da piangere. Mancini non capisce, non ricorda, forse, e a Mario non importa.
- Tu ti sei completamente rincretinito. – sospira, voltandogli le spalle e facendogli strada verso la macchina privata che li aspetta appena fuori dall’aeroporto, e Mario è così contento che potrebbe anche scoppiare, perché tutto è nuovo e ci sono mille storie che partono proprio da questo punto, e lui non vede l’ora di riuscire a raccontarsele. Poco importa che per Mancini questo momento non abbia il minimo significato, che per lui non sia un’emozione, forse non lo è stata neanche la prima volta, quando gli ha aperto le porte di una vita diversa senza stare a rifletterci poi molto, l’importante è che Mario lo sappia.
Che lo sappia. Che è stato salvato ancora. Ma stavolta è stato un po’ anche merito suo.
Genere: Drammatico, Introspettivo.
Pairing: Nessuno.
Rating: R.
AVVERTIMENTI: AU, Violence, Angst, Death, Gen.
- "'Sveglia,' ordina il ragazzo, è lo stesso di ieri, 'Fai un bel sorriso,' continua con piglio divertito, un attimo prima di scattargli una foto."
Note: La follia di questa fic. *piange* Dunque, sostanzialmente io le voglio benissimo perché amo tutte le AU che riesco a buttar giù in meno di dieci pagine, ma è palese che essa avrebbe richiesto da me uno sforzo di parecchio superiore, perché qui come minimo c'era da parlarne per 20k... XD Va be', non è detto che non lo si riesca a fare, fra uno spin-off e l'altro, in futuro u.u Nel mentre beccatevi questa cosa incompiuta che non si può nascondere neanche dietro alla giustificazione dello slash, perché è pure gen. Non ho parole. *sospira*
Comunque, il perché di questa trama è tutto da ricercarsi nell'atteggiamento da bulletto di Mario che vive la sua vita principalmente per istigare violenza nel prossimo suo XD Seriamente, tu non puoi realizzare un rigore e poi "esultare" giungendo le braccia sul petto e fissando il portiere battuto con aria di sfida. C'è della perversione in te. Vuoi le botte. Io te la faccio pagare così. *ride*
Scritta per il terzo numero di Squee ♥
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THIS FORTRESS IN MY HEART COMES CRASHING DOWN

Riesce a guardarsi intorno solo quando gli sfilano la benda dagli occhi. Fa fatica ad abituarsi al biancore abbagliante della luce al neon che invade la stanza, e strizza le palpebre con forza, fino a farsi pulsare di dolore le tempie, per cercare di proteggersi dal bruciore fastidioso che gli punge il cervello ogni volta che prova a dare una sbirciata a ciò che lo circonda.
- Datti una mossa. – gli dice qualcuno. Davide non ne riconosce la voce, è sicuro, anzi, di non averla mai sentita prima. Un accento simile lo ricorderebbe.
Prova a parlare, ma il fazzoletto che gli hanno infilato in bocca gli impedisce di farlo, specie visto che la sua lingua è impegnata a cercare di spingere la palla di tessuto bagnato il più lontano possibile dalla sua gola.
Da piccolo gli capitava spesso di sognare di morire soffocato. Puntualmente si sentiva come crescere in gola questa massa morbida e ingombrante che gli impediva di respirare normalmente, ed ogni notte si alzava e correva in camera di papà e gli chiedeva se poteva lasciarlo dormire con lui, e in genere questo bastava per smettere di sognare cose simili.
Quando si è sentito scivolare in bocca il fazzoletto, prima – non saprebbe neanche dire quanto tempo fa, è stato riverso sul fondo del camion per delle ore, prima che si decidessero a trasferirlo qua dentro – è stato come rivivere quei sogni da capo. Erano anni che il pensiero neanche lo sfiorava. Se mai uscirà vivo da questa situazione di merda, manderà a questi stronzi che l’hanno rapito le parcelle di tutte le sedute di psicanalisi che gli serviranno per rimandare tutta questa merda giù per lo sciacquone attraverso il quale era riuscito faticosamente a liberarsene durante i primi anni di pubertà.
- Ti sei ripreso? – chiede la stessa voce di prima. Davide si azzarda a schiudere appena le palpebre, ma vede solo ombre. Quantomeno, stavolta, quando chiude gli occhi, non lo fa con forza. Le sue sopracciglia sono rilassate, sta cominciando ad abituarsi alla luce. Sta cominciando ad andare meglio. Sì, può andare meglio. Può gestire questa situazione. Non è niente di così drammatico, può immaginare perché questi stronzi l’abbiano rapito, ma quando capiranno che non hanno proprio un bel niente da guadagnare lo lasceranno sicuramente andare. A meno che non vogliano combinare un casino ancora più grosso - in quel caso, non c’è molto che Davide possa fare. Non è neanche sicuro che gli dispiacerebbe.
- Cazzo, ma quanto sei una fighetta? – sbuffa il ragazzo, e Davide lo sente prima tirargli un mezzo schiaffo su una guancia, come a cercare di svegliarlo, e poi sente lo strappo. Netto, istantaneo, fa appena in tempo ad accorgersene, ma nel momento in cui il nastro adesivo si stacca con violenza dalla pelle delle sue guance e da quella più sottile e fragile delle sue labbra, la prima cosa che fa è urlare. Poi, piegarsi in avanti e sputare in terra il bolo di tessuto impregnato di saliva.
Gli va di traverso il respiro, tossisce convulsamente per un po’, improvvisamente gli viene voglia di vomitare ma tutto quello che riesce a buttare fuori è solo altra saliva, più densa del normale, ma niente di realmente preoccupante. Deve calmarsi, ha il cuore che batte così forte che gli fa male il petto.
- Ma chi cazzo sei?! – strilla, sollevando repentinamente il volto per guardare in faccia il proprio rapitore. È un ragazzo come lui, non deve essere neanche di molto più grande, al massimo ventitré, ventiquattro anni. Non di più. E’ di colore, però, il che produce un contrasto piuttosto divertente col suo accento marcatissimo. Se Davide avesse una qualche voglia di ridere, probabilmente lo farebbe.
- Sta’ calmo. – dice il ragazzo, accucciandosi al suo fianco. Davide lo osserva molleggiare sui talloni e poi scruta la sua espressione, e tutto quello che vorrebbe fare è prenderlo a schiaffi. Il ragazzo lo guarda come non valesse niente. E’ l’occhiata più irritante che gli abbiano mai rivolto nella sua intera esistenza, lo stronzo è stato furbo a fargli legare i polsi dietro la schiena, o sarebbe già a terra col naso spaccato. Tutti lo sottovalutano, su quel piano, è per questo che finiscono sempre per circondarlo nel cortile sul retro, a scuola. E tornare a casa con un occhio nero in più. – Sei Davide, no?
- Già lo sai, no? – gli fa il verso lui, soffiando minaccioso. Le labbra piene del ragazzo si piegano ad un angolo, arricciandosi in un sorriso strafottente.
- Ti ho fatto una domanda. – gli fa notare.
- La mia era una risposta, stronzo. – ribatte Davide. Il ragazzo si concede una mezza risata sbuffata, ed annuisce, sollevandosi lentamente in piedi. Davide lo segue con gli occhi, quasi ringhiando. Si raddrizza, appende le mani ai fianchi magri ma muscolosi e poi, del tutto all’improvviso, gli tira un calcio nelle costole.
Davide si piega su un fianco e grida. Sbatte il mento contro il pavimento, ma il dolore nuovo non serve a cancellare quello vecchio, che pulsa terribilmente, costringendolo a rannicchiarsi in posizione fetale, sperando quantomeno di riuscire a proteggersi a sufficienza nel caso il tipo decida che merita altre botte.
Non le merita, pare. Il ragazzo si accuccia nuovamente accanto a lui, lo afferra per i capelli più lunghi sulla nuca e lo rimette a sedere di peso, tirando abbastanza da costringerlo a piegare indietro il capo.
- Stammi bene a sentire, - lo avverte, - contro di te come persona non ho nulla. Voglio solo i soldi che vali. È una cosa semplicissima, e se farai la tua parte e starai buono non avremo alcun problema, tornerai a casa tutto intero in meno di una settimana. Hai capito? Fammi segno di sì con la testa.
- Vattela a prendere nel culo. – risponde Davide, ringhiando di gola. Il ragazzo stringe la presa sui suoi capelli e poi lo scaraventa nuovamente contro il pavimento. Stavolta, a sbattere contro le piastrelle gelide non è il mento, ma il naso. Stavolta, fa male abbastanza. Davide non riesce a controllarsi a sufficiente da impedire a due grosse lacrime di formarglisi agli angoli degli occhi e scivolare lungo le sue guance, fino a schiantarsi contro il pavimento. Il ragazzo, in piedi accanto a lui, ride, ironico e cattivo.
- Fai lo spaccone e poi piangi. Che fighetta sei. Sei una truffa. – commenta divertito.
- Vaffanculo... - mugola Davide, cercando di raggomitolarsi di nuovo su se stesso. Gli arriva un altro calcio dritto nello stomaco e lui urla ancora, piangendo più forte.
- Senti, fai un po’ il cazzo che vuoi. – conclude il ragazzo, facendo spallucce ed allontanandosi a grandi passi, - Per quello che mi frega, se anche ti sparo in faccia e poi ti scarico in un fosso, non è un gran problema. Finché tuo padre paga.
- Non vi darà un soldo. – rantola Davide, scuotendo mestamente il capo e stringendo le ginocchia al petto tanto da potercisi nascondere dietro, - Tanto vale farmi fuori adesso.
Il ragazzo neanche gli risponde. Uscendo dal magazzino, spegne la luce, e si chiude la porta alle spalle.
*
Davide si sveglia perché gli tirano una secchiata d’acqua in pieno volto. Nel sentirsi investito dal getto, nel provare per pochi terrificanti istanti la paura di annegare anche se in un primo momento non saprebbe neanche dire dove si trova, spalanca gli occhi e prova a tirarsi su dal pavimento. I polsi legati dietro la schiena non gli permettono di farlo, comunque, e quando cade sbatte di nuovo il mento per terra. Il brivido di dolore che gli si propaga lungo tutto il corpo attraverso la spina dorsale è quasi devastante, lo costringe a tremare fin nelle viscere.
- Sveglia. – ordina il ragazzo, è lo stesso di ieri, - Fai un bel sorriso. – continua con piglio divertito, un attimo prima di scattargli una foto. Davide strizza forte gli occhi a causa dell’effetto combinato della luce al neon e di quella intensa e violenta del flash, e dopo prova a calmarsi. Inspira ed espira e torna a guardarsi intorno e si riscopre molto più spaventato di quanto non fosse prima. Peraltro, il pensiero di non riuscire a capire a quanto tempo fa risalga prima lo spaventa ancora di più. Non saprebbe identificare neanche da quanti giorni è stato rapito. È quasi certo che non sia passata più di una settimana, ma ha i sensi talmente sballati che potrebbero essere stati in realtà anche solo un paio di giorni.
- Da quanto tempo sono qui…? – domanda in un piagnucolio sommesso, cercando di puntellarsi al suolo con i fianchi e le spalle per tirarsi su. Il pavimento è duro e freddo, le sue ossa appuntite premono contro le piastrelle riempiendogli la carne di punture dolorosissime.
- Da quanto tempo sono qui? – gli fa il verso il ragazzo, osservando soddisfatto la foto scattata sul display della fotocamera digitale, - Ma lo senti come ti lagni? Io non ho parole. Sembravi così promettente.
- Vaffanculo. – mugola lui, riuscendo finalmente a raggiungere la parete e utilizzandola per mettersi a sedere, scivolandovi contro con la schiena. Quando ci riesce, ha il fiatone, e può fare il conto di tutte le parti del corpo che gli fanno male. Non ne manca una, all’appello.
- Oh, ma non sai dire altro, cazzo. – commenta il suo gentile ospite, visibilmente deluso dal suo comportamento, - E dire che ti ho osservato tanto, negli ultimi giorni. Sembravi così cazzuto. Immagino che tutti siamo cazzuti finché non finiamo in un casino da pisciarsi nelle mutande, mh? – ridacchia compiaciuto. Davide cerca di sciogliere le spalle doloranti per la posizione in cui sono costrette ormai da ore, e lo guarda con rabbia.
- Dimmi chi cazzo sei. – ordina. Il ragazzo si china di fronte a lui, guardandolo dritto negli occhi.
- Mi chiamo Mario. – risponde, - Piacere di conoscerti. – aggiunge con un sorrisino.
- Non posso dire lo stesso. – ribatte lui, con una smorfia schifata, - Ma non ti ho chiesto come ti chiami. Ti ho chiesto chi sei. È molto diverso.
- Oh. Oh! – realizza il ragazzo, sorridendo più sinceramente mentre un barlume di consapevolezza gli attraversa gli occhi, - Capisco, non un nome, ma una qualifica. Ha senso. – annuisce partecipe. – D’accordo. Ormai l’avrai capito, comunque. Sono uno che vuole i soldi di tuo padre e che ha pensato che tu potessi essere la via più breve per raggiungerli.
- Sei solo? – domanda ancora Davide, incapace di trattenere un sorriso amaro, - Oltre che stupido, intendo. Non ti sei informato bene, sui rapporti fra me e mio padre.
Mario ride, scuotendo il capo e sedendosi accanto a lui.
- Non sono solo, no. – risponde, - E non sono nemmeno stupido. Lo so che fra voi due non corre esattamente buon sangue, altrimenti non saresti qui in Inghilterra, dopotutto.
- Fra me e mio padre non corre nemmeno lo stesso sangue. – gli fa notare Davide, allontanandosi impercettibilmente, - Sono adottato. Quindi fai i tuoi calcoli. Non sono suo figlio naturale, e da più di due anni non ci siamo scambiati neanche una telefonata. Se speri di ottenere qualcosa da lui tramite me, anche sapendo tutto questo, allora non sei solo stupido, sei proprio un idiota.
L’espressione di Mario si fa cupa in pochi secondi. Davide può vedere le sue dita tremare e può immaginare perfettamente cos’è che Mario vorrebbe fargli adesso. È lo stesso effetto che ha su tutti. Chissà perché, quando lo vedono le persone in genere non si immaginano che sia la rottura di coglioni che poi effettivamente è. Per questo motivo, finiscono quasi tutti per trovarlo incredibilmente irritante. Davide non può dire di non trovare il fenomeno perfino divertente, in qualche perverso modo.
- Ora, - sbuffa Mario, ritrovando la calma, - non costringermi a prenderti di nuovo a calci. Voglio essere un ospite premuroso e attento, ma se tu me le tiri via dalle mani, le botte, io non posso certo tirarmi indietro, no? – domanda retorico. – In ogni caso, non mi dici nulla di nuovo. Sapevo già tutte queste cose, e so altrettanto bene che resti suo figlio nonostante tutto. Un figlio è sempre un figlio, Davide. Il fatto che tu abbia un padre naturale e poi anche uno adottivo vuol dire soltanto che, al posto di una sola persona che darebbe tutto per tenerti in vita, ne hai due. Credimi, lo so bene, - aggiunge con un ghigno amaro, - li avevo anch’io.
- Ah, sì? – domanda lui, per niente impressionato, - E cosa ne hai fatto?
- Sono morti. – risponde Mario, seccamente. Il suo sorriso adesso ha perfino un’inflessione più dolce, quasi nostalgica.
- Mi dispiace. – butta lì Davide, più per cortesia che per altro, appoggiando la testa alla parete e lanciandogli uno sguardo stremato. Mario continua a sorridergli. È così evidente, dalla luce dei suoi occhi, che non gli importa niente di lui, che Davide per un secondo riesce perfino a sentirsi a proprio agio. Quello è uno sguardo che conosce bene, è lo stesso che molte volte gli ha lanciato suo padre prima che lui decidesse di interrompere ogni rapporto.
- Risparmiatelo. – dice il ragazzo, scrollando le spalle. Si alza in piedi. – Ti porto qualcosa da mangiare. – conclude, voltandogli le spalle. Torna pochi minuti dopo, reggendo un panino fra le mani. Si accuccia davanti a Davide, glielo tiene sollevato davanti alla bocca, e lui aggrotta le sopracciglia.
- Slegami. – dice, - Lasciamelo mangiare da solo.
Mario sorride cattivo.
- Non mi sembra il caso di darmi così velatamente del coglione. – gli fa notare.
- Non lo sto facendo. – ribatte Davide in un ringhio sommesso, - Ti sto solo chiedendo—
- L’impossibile. – conclude per lui Mario, sorridendo serafico. Davide sospira, abbassa lo sguardo e si rassegna a mangiare direttamente dalle sue mani.
*
Il rapporto fra lui e suo padre ha cominciato a deteriorarsi quando Davide ha capito che niente di quello che José Mourinho aveva sarebbe mai stato suo. Non era una questione di mancanza di legami di sangue, non c’entrava niente la famiglia d’appartenenza, l’adozione o altri discorsi sciocchi e futili. Era una questione di capacità, niente di più. Suo padre non lo riteneva in grado di gestire nessuna delle aziende di famiglia, non gli avrebbe intestato niente neanche se fosse stato costretto a farlo.
Quando, a pochi anni dalla pensione, aveva preferito prendersi in casa quel galletto arrivista di Guardiola per istruirlo a seguire le sue orme, piuttosto che fare la stessa cosa con Davide e senza nemmeno dovergli pagare uno stipendio in più, Davide aveva deciso di lasciarselo alle spalle. Aveva preso l’aereo per Newcastle senza mai guardarsi indietro, lasciandosi cullare solo brevemente dai ricordi più lontani, quelli infantili, quelli degli incubi e degli abbracci consolatori in piena notte, cose che si erano estinte naturalmente col passare del tempo.
A Newcastle ha deciso di ricominciare da capo, e non gli importava della fatica che avrebbe fatto pur di riuscirci. Qualsiasi cosa sarebbe stata meglio che continuare a vivere giorno dopo giorno con la consapevolezza pesantissima di vivere nell’ombra di un padre che a stento lo considerava affidabile abbastanza da mandarlo a fare la spesa.
La spesa, sì. Aveva dovuto imparare a badare a se stesso per quello ed anche per tutto il resto. Ha cominciato a lavorare per pagarsi gli studi all’università, ha cominciato ad organizzarsi la vita in funzione di una serie molto precisa di obblighi da adempiere, sveglia colazione doccia lezioni lavoro bollette spesa casa coma profondo fino all’indomani mattina e poi da capo, una roba completamente diversa da quella a cui era abituato, un’esistenza pigra, priva di regolarità, dove svegliarsi ogni giorno era un obbligo noioso più che una pressante necessità. Dove fare due cose identiche in due giorni diversi, ripetere ciclicamente le stesse abitudini sembrava assurdo anche solo a pensarlo.
Non avrebbe mai immaginato di poter trovare tanto conforto nella normalità. Nella fatica. Nella stanchezza assoluta che gli invadeva il corpo appena riusciva a lasciarsi andare sul materasso in camera propria dopo un’altra giornata di sfiancante routine.
Ora apre gli occhi, all’alba di quello che gli sembra il millesimo giorno di prigionia da quando l’hanno trasferito in quel magazzino, e desidera quella normalità così grigia con lo stesso fuoco carico di passione con cui la desiderava quando era ancora soltanto un miraggio e non aveva neanche avuto modo di provarla. Trova il pensiero confortante, e allo stesso tempo lo devasta sapere che adesso è così lontana. Che forse non la riavrà mai più. Che forse non gli capiterà mai più di doversi lamentare con la signora Fletcher, la padrona di casa, per lo scaldabagno che non va. E che forse non gli capiterà più di assistere alle lezioni di Economia Aziendale del professor Preston desiderando intensamente di possedere un traduttore simultaneo perché nonostante i due anni di permanenza in Inghilterra non è ancora riuscito ad afferrare completamente l’accento di quell’uomo. E che forse non gli capiterà più neanche di litigare con Robert, il suo datore di lavoro al ristorante, perché lo mette sempre a pulire la cella frigorifera solo perché è l’unico in tutta la cucina che abbia troppa paura di perdere il lavoro per rispondergli di farla pulire a qualcun altro.
Forse non gli capiterà più niente di tutto questo, ma nonostante ciò se solo pensa che per tirarsi fuori da questa situazione adesso gli sarebbe bastato essere più accomodante con suo padre quando ancora avrebbe potuto, be’, non rimpiange niente. Non rimpiange di essere scappato, non rimpiange di aver tagliato ogni rapporto con lui, non rimpiange di aver perso tutto. Non lo rimpiange neanche se la paura se lo mangia vivo ogni volta che si apre la porta e Mario entra nell’enorme stanza dalla quale non lo spostano mai, portando con sé la fotocamera digitale con cui gli scatta una fotografia al giorno.
- Fammi un bel sorriso. – lo invita anche oggi, accucciandosi davanti a lui e puntandogli contro l’obiettivo. Davide distoglie lo sguardo. Mario scatta lo stesso. – Mi hai dato una bella panoramica del livido sullo zigomo e di quello sull’occhio destro. Tuo padre sarà contento. – commenta divertito.
- Scommetto che mio padre a stento guarda la mail. – scrolla le spalle lui, e poi si volta nuovamente a guardare Mario. – Scommetto che non ha risposto a nessuno dei vostri patetici messaggi. – aggiunge con un ghigno fra il frustrato e il rassegnato.
Il bagliore furioso che coglie negli occhi di Mario un attimo prima che il ragazzo si alzi e lo abbandoni lì sul pavimento piegato in due da un calcio per l’ennesima volta, gli conferma che ha ragione. E nonostante il dolore, o forse proprio perché le fitte allo stomaco fanno comunque meno male delle stilettate che gli squarciano in due il petto, Davide si concede un sorriso soddisfatto.
*
Mario passa a trovarlo ogni giorno. Ogni tanto due volte al giorno, più spesso una sola. Prima gli scatta una foto, poi gli porta da mangiare, da un paio di giorni gli concede anche di mangiare con le sue stesse mani. Entra nel magazzino, appoggia il panino avvolto nella pellicola trasparente per terra e poi gli si inginocchia alle spalle, sciogliendo il nodo che tiene la corda stretta attorno ai suoi polsi.
Poi si siede lì accanto, e lo osserva.
- Ancora niente? – gli chiede Davide a metà del proprio panino odierno. Gli si sta chiudendo lo stomaco, giorno dopo giorno. Un’altra cosa che non avrebbe mai creduto possibile – smettere di avere fame e sete in una situazione come questa. I primi giorni sì, quelli sono stati strazianti, alle volte stava disteso in terra a fissare il soffitto scuro sognando un bicchiere d’acqua per delle ore, ma forse col passare del tempo il suo corpo s’è abituato, o forse non gliene frega più abbastanza, e adesso non succede più.
- Perché me lo chiedi? – ritorce Mario, squadrandolo attentamente, - Se anche avesse risposto, io non te lo direi. Non avrebbe senso dirtelo. È l’incertezza che ti rende succube. Riuscirò a cavarmela? Tornerò a casa vivo? Queste domande sono il punto, no? Non avrebbe senso darti le risposte.
Davide piega le labbra in una smorfia infastidita, avvolgendo ciò che resta del proprio panino nella plastica e lasciandolo rotolare sul pavimento fino a Mario, che lo prende fra le dita, lo svolge e resta seduto lì davanti a finirlo.
- Hai fame? – gli domanda. Mario scrolla le spalle.
- È per non lasciare tracce. E perché è un peccato sprecarlo. E anche perché ho fame, sì. – conclude con una mezza risata, e le labbra di Davide si piegano in un sorriso talmente fuori uso da tirare quasi dolorosamente. Potrebbe anche essere colpa dei ceffoni che Mario gli rifila ogni volta che lui lo manda a fanculo o si rifiuta di fare qualcosa, naturalmente, ma per qualche motivo Davide è sicuro che, più delle botte, il problema sia proprio che non si ricorda più come si fa a sorridere sinceramente. Ecco perché fa tanta fatica, ecco perché fa male. Perché ritrovare un’abitudine è molto più difficile che perderla. La gente perde un sacco di cose con una semplicità imbarazzante, gli basta smettere di guardarle, anche solo per un attimo. È così che s’è perso anche lui, d’altronde.
- Mario… - lo chiama, quasi dolcemente. Mario gli solleva gli occhi addosso e smette di mangiare il panino. Davide lo sente tendersi tutto in uno spasmo nervoso, e non riesce a fare altro che sorridere ancora. – Mio padre non risponderà mai. – continua lui, stringendosi nelle spalle, - Lascia perdere.
Mario sospira. Avvolge il panino, si solleva sulle ginocchia e si avvicina, sollevandogli il mento con due dita e lasciandogli un paio di schiaffetti sulle guance pallide. Sono talmente deboli che Davide ha quasi l’impressione che il suo unico scopo sia quello di ridare un po’ di colore alla sua pelle. È quasi premuroso.
- Tu non hai capito un cazzo. – gli soffia addosso. Davide aggrotta le sopracciglia, e poi distoglie lo sguardo.
*
Si è appena assopito quando Mario irrompe all’interno del magazzino e accende la luce, svegliandolo con grandi urla.
- In piedi! – strilla, afferrandolo per le spalle, - In piedi, cazzo! Dobbiamo spostarti!
- Cosa…? – balbetta lui, che è stanco, no, esausto, no, stremato, non ha più un briciolo d’energia in corpo, e vorrebbe solo restare disteso sul pavimento con gli occhi chiusi, immobile e congelato, finché non si sarà consumato del tutto. – Lasciami stare…
- Alzati! – strilla ancora Mario, scrollandolo forte, - Cazzo, non costringermi a pestarti, Davide, non costringermi neanche a prenderti in braccio, datti una fottuta mossa!
- Ma cosa vuoi?! – strilla alla fine, rassegnandosi ad aprire gli occhi e guardandolo con rabbia. Gli occhi di Mario sono pieni di terrore. Davide spalanca i suoi sentendo quella stessa paura allargarsi dentro al suo petto e al suo stomaco come una macchia d’olio.
- Ha mandato qualcuno. – balbetta Mario, obbligandolo a voltarsi per sciogliergli i polsi, in modo da non doverlo trascinare. Davide scuote il capo, confuso. Prima ancora che per questioni di convenienza, lo lascia fare perché non capisce cosa stia facendo.
- Chi? – domanda, senza sapere neanche lui se stia chiedendo chi abbia mandato qualcuno, o chi sia il qualcuno che è stato mandato da chiunque abbia deciso di mandarlo.
Mario decide di rispondere ad entrambe le domande.
- Tuo padre. – dice, - Ha risposto fin dall’inizio, ma non ha accettato nessuna delle nostre condizioni. Ha concluso la sua ultima mail minacciando di mandarci lo zingaro se non ti avessimo liberato immediatamente e senza riscatto, ma non gli abbiamo creduto, come cazzo potevamo credergli, d’altronde? Cazzo, nessuno può permettersi lo zingaro, e di quelli che possono permetterselo ne sono rimasti pochi che lui non abbia già fatto fuori per un motivo o per l’altro, e ora— ora dobbiamo spostarti. – conclude annuendo, - Oppure—
Il colpo esplode da qualche parte alla loro sinistra. C’è un flash improvviso, poi lo sparo, il rumore assordante che fa, e poi Davide chiude gli occhi e sente il viso bagnato da gocce che sa per certo non essere lacrime, e quando torna a schiudere le palpebre Mario è morto, è riverso in terra, c’è un buco gigantesco che gli copre metà della faccia e c’è sangue ovunque. Davide si tocca le guance. C’è sangue ovunque. Davide si tocca i vestiti. C’è sangue ovunque.
C’è un uomo, anche. Alto, slanciato, i lineamenti più sgraziati che abbia mai visto. Il naso, grosso e appuntito, gli dà un’aria così cattiva che Davide si ritrae istintivamente. Indossa un giubbotto di pelle nera, e quando si avvicina e si china sul corpo di Mario per verificare che sia morto davvero Davide nota che ricamati sulla schiena ci sono dei disegni. Enormi, particolareggiati, come certi tatuaggi. Si lascia rapire dalle linee precise e complesse, si concentra su quelle per non guardare il sangue che si allarga sotto il corpo di Mario in una chiazza sempre più larga, come non dovesse finire più.
- Sei ferito? – gli domanda l’uomo, risollevandosi in piedi e guardandolo gelido dall’alto in basso. Davide scuote il capo, le labbra dischiuse, il fiato che fatica a passare dalla gola.
- Chi sei? – domanda in un pigolio sconcertato. L’uomo sorride, ghigna, Davide riesce a malapena a guardarlo senza scoppiare in lacrime, da quanto la sua vicinanza lo terrorizza. Ha sparato a un ragazzino a sangue freddo. A sangue freddo, Cristo.
- Il tuo gentile ospite ti stava giusto parlando di me. – risponde quello. Ha un accento duro e stranissimo. Forse viene dal Nord Europa. Davide non potrebbe esserne certo. Se dovesse giudicare la sua nazionalità solo dal suo aspetto, direbbe che è serbo, o comunque esteuropeo. Gli vengono i brividi a pensarci. Da lì vengono sempre i peggiori.
- Sei lo zingaro? – domanda. L’uomo annuisce. – Mio padre ti ha assunto?
- Per riportarti a casa. Non voleva pagare il riscatto.
Davide annuisce, inumidendosi le labbra secche.
- Quanto hanno chiesto?
- Due milioni di euro.
- Tu quanti ne hai chiesti?
L’uomo sorride.
- Tre.
Davide stringe i pugni lungo i fianchi in uno spasmo rabbioso. Il sangue di Mario si è fermato. Un attimo prima di sporcargli le scarpe.
È così tipico di suo padre.
- Non voglio tornare da lui. – dice a mezza voce, scuotendo il capo. L’uomo sembra soppesare le sue parole in silenzio per qualche secondo, e poi lo afferra per un braccio, trascinandolo con sé senza troppi complimenti.
- I miei ordini sono di riportarti a casa sano e salvo. – spiega spiccio, - Quindi non rompere i coglioni e vieni con me.
- Perché l’hai ucciso?! – strilla Davide, provando ad opporre resistenza e rassegnandosi a seguirlo quando si rende conto che se anche puntasse i piedi per tutto il resto della sua vita, come d’altronde ha fatto fino ad ora, non riuscirebbe in alcun modo a sfuggire a quello che gli aspetta. Qualsiasi cosa sia. – Avresti potuto ferirlo e basta, sparargli ad un ginocchio, fargli saltare una mano, una cosa qualsiasi!
L’uomo si ferma all’improvviso. Così violentemente che Davide gli sbatte addosso, e la solidità del suo corpo riesce solo a terrorizzarlo ancora di più.
- Gli ordini erano di non lasciarsi alle spalle testimoni. – dice pratico, guardandolo dritto negli occhi. – Io eseguo e non discuto, ragazzino. Sarà meglio che anche tu impari a fare la stessa cosa.
Davide si morde l’interno di una guancia con forza, fino a tagliarsi. Sente il sapore metallico del sangue sulla lingua, e c’è sangue ovunque anche ora che non riesce più a vederlo.
Dovrà parlare con suo padre. Molto a lungo.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Romantico, Commedia.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Slash.
- Mario e Davide alle prese con la nostalgia di casa -- che è un sentimento un po' complesso da gestire, specie quando casa non sai esattamente nemmeno dov'è.
Note: Questa storia doveva parlare di tutt'altro, in origine, ma poi mi sono accorta che in realtà voleva parlare di questa cosa, della nostalgia di casa, della difficoltà di lasciare un posto amato per andare a cercare fortuna altrove, anche se sai che è giusto farlo. Peraltro, mentre scrivo queste note mi rendo conto che in realtà parla di una cosa che ogni tanto mi sento addosso anch'io quando penso a certe cose XD Ma prometto che nella storia non ci sono io "in disguise". Sono loro, sono più loro che mai, specie nella cretinaggine e nell'essere due ragazzini confusi. *ride*
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FAR AWAY FROM NOW

- Mescola quel brodo di carne, Mario. – sospira Davide, mentre lui, annoiato, piega lievemente la sedia all’indietro, reggendosi in equilibrio sui piedi posteriori, per allungare una mano ad afferrare l’estremità del cucchiaio di legno che sporge dalla pentola gorgogliante sul fuoco.
- Non sono venuto qui per mettermi a cucinare le lasagne, Dade. – sbuffa, mescolando distrattamente un paio di volte, senza neanche guardare la situazione della carne o del brodo, s’è per questo, - Andiamo, non ci vediamo da settimane.
- Lo so. – annuisce Davide, per niente impressionato dall’informazione, - Ti dispiace prestare un po’ d’attenzione a quello che fai? Vorrei che venissero bene. Dunque… - borbotta, scorrendo con un dito sulla pagina del quadernetto un po’ ingiallito e stropicciato dal quale sta leggendo la ricetta delle lasagne di sua madre, - Devo preparare un trito di cipolla, carote e sedano. E poi metterlo a friggere in una padella con olio e burro.
- Olio e burro assieme? – domanda Mario, inarcando le sopracciglia e voltandosi a guardarlo, - Non basta una sola delle due cose?
- Evidentemente no. – risponde seccamente, aggrottando le sopracciglia. – Senti, la ricetta è questa, dobbiamo seguirla, ok? Ora alza il culo e vieni qui, prendi questo tagliere, - sbotta, indicandogli un tagliere di plastica sistemato sul ripiano proprio accanto al suo, - e mettiti a tagliare la pancetta. Fina.
- Va bene, va bene… - borbotta Mario, alzandosi in piedi con uno sbuffo risentito ed ubbidendo all’ordine, - Non c’è bisogno di fare così. Cazzo, sei diventato isterico, da quando stai qui.
- Non è vero. – ribatte lui, rilassandosi immediatamente, in parte per la sua vicinanza, in parte perché Mario ha deciso di smetterla di fare il cretino, e in parte perché è vero che l’Inghilterra non lo rende isterico. Anzi. – È al contrario. Mi piace qui.
- Non si direbbe. Ogni volta che ti vedo sei sempre nervoso.
- Magari sei tu che mi rendi nervoso. – ipotizza Davide, scrollando le spalle e badando al soffritto perché non si bruci. – Dai, butta dentro la pancetta. Ed anche la carne tritata, è in frigo.
- No, ma seriamente, se ti serviva un aiuto-cuoco, potevi anche affittarne uno. – sbotta lui, decidendo comunque di seguire le istruzioni e recuperare la carne dal frigo dopo aver buttato la pancetta nel tegame.
- Meno flemmatico, Mario, qua il soffritto si brucia. Avanti. – lo esorta Davide, mescolando con attenzione, gli occhi incollati al cucchiaio.
Mario sospira e torna verso il piano cottura, rovesciando cautamente il tritato assieme a tutti gli altri ingredienti. L’olio e il burro sfrigolano, qualche gocciolina bollente finisce sulle mani di Davide, che soffia infastidito e si morde il labbro inferiore, per non gemere di dolore.
- Ti sei fatto male? – gli chiede subito lui, - Perché non metti i guanti?
Davide gli concede il primo sorriso vagamente tenero da quando è arrivato.
- Non ne ho bisogno, tranquillo. Piuttosto, mi prendi il vino rosso, per piacere? – domanda, - È lì, sul forno a microonde.
Mario annuisce e recupera la bottiglia, soffermandosi davanti al cassetto delle posate per tirarne fuori l’apribottiglie e poi cominciando a lavorare alacremente attorno al tappo per farlo saltare. Appena ha finito, Davide prende delicatamente la bottiglia dalle sue mani ed annaffia il soffritto. Dal tegame si alza una nuvola di vapore denso, bollente e profumatissimo. Davide e Mario si allontanano insieme, per non essere colpiti in pieno volto dalle goccioline incandescenti, ma appena il pericolo è passato, in sincrono come si sono allontanati, tornano ad avvicinarsi, annusando l’aria con una smorfia compiaciuta e un mugolio di approvazione. Poi si lanciano un’occhiata divertita e ridono, e per un secondo Newcastle somiglia così tanto a Milano che Mario non è più neanche sicuro di dove – nello spazio e nel tempo – lui e Davide si trovino in questo momento.
- Allora… - riprende dopo un po’, tornando a sedersi, - …che stai facendo?
- Be’, risponde lui, - adesso aggiungo la passata di pomodoro, un po’ di sale e pepe e lo lascio cuocere per un paio d’ore. – annuisce tranquillamente, - Nel mentre, possiamo preparare la besciamella. Dai, vieni qui.
Mario sospira, ma si alza in piedi, osservandolo mentre si affaccenda attorno al tegame per un paio di minuti e poi lo copre, stando bene attento a lasciare uno spiraglio fra il bordo del tegame e il tappo, per far prendere aria al ragù, dice.
- Intendevo in generale. Qui. Cosa stai facendo? – precisa. – E io che devo fare?
- Dici cosa devi fare in generale? – domanda Davide con un sorrisetto, e Mario risponde con una spallata gioiosa.
- No, cretino. Cosa devo fare qui per fare la besciamella, e cosa stai facendo tu in generale nella tua vita. – chiarisce una volta per tutte, afferrando un pentolino e piazzandolo su un fornello libero.
- Be’, - risponde Davide, scrollando le spalle, - la prima risposta è semplice. Accendi il fuoco, prendi il burro, mettilo a sciogliere, versa la farina, mescola. Come prime istruzioni possono bastare. Per quanto riguarda la seconda… - sospira, sollevando il coperchio della pentola per dare un’occhiata al ragù e mescolandolo un paio di volte dopo aver aggiunto un po’ di brodo e un po’ di latte. – Be’, questa è più difficile. Mescola bene, eh.
- Sì, sì… - borbotta Mario, continuando a mescolare con un sospiro lamentoso, - Che vuol dire più difficile? Sei incasinato?
- Sì… no… boh. – sbuffa Davide.
- Sei sempre stato incredibilmente loquace. – ridacchia Mario, prendendolo in giro. Davide si allunga a recuperare un cucchiaio di legno dal barattolo accanto al lavello, e gli tira una cucchiaiata sul sedere. – Seriamente, cosa?
- Non lo so. – sospira Davide, stringendosi nelle spalle, - Sto bene, non è che non sto bene…
- Ma?
- Ma boh. – sbotta spazientito, tornando a controllare ossessivamente lo stato del ragù, - Boh, mi sto ambientando e tutto, gioco, mi alleno, sono contento, non è che non sono contento, ma mi manca casa. Ecco, l’ho detto. È un crimine? Ogni tanto mi viene voglia di tornarmene a casa.
Mario ridacchia, continuando a mescolare farina e burro col cucchiaio di legno mentre utilizza la mano libera per trascinare Davide in un mezzo abbraccio intenerito.
- È per questo che mi hai fatto venire fin qui per preparare le lasagne? – sorride, baciandolo dolcemente su una tempia. Davide nasconde il viso contro il suo collo, allungando una mano alla cieca per recuperare il latte e versarlo sul composto che Mario continua a mescolare.
- Sì, forse. – risponde, - Non lo so. È più complesso di così.
- Vediamo se indovino. – cantilena Mario, adocchiando l’amalgama di latte, butto e farina e decidendo che va bene così, può lasciarla cuocere anche se smette di mescolare. – Un quarto d’ora, vero? – domanda.
- Indovinato. – annuisce Davide, e Mario ride.
- No, non parlavo di quello. Cioè, sì, ma non era quello che dovevo indovinare. Dio, che casino, parlare mentre si cucina è complicato. – si lascia sfuggire in un risolino giocoso, - Intendevo te. È complicato perché casa è un posto complicato, vero? – Davide gli lancia un’occhiata dubbiosa, e il sorriso di Mario si allarga. – Pensi a casa e pensi ai tuoi genitori e a tuo fratello e alla tua stanza e a tutte le tue cose… e poi, all’improvviso, bum! La Pinetina. Oppure, bum! San Siro. O ancora, bum! Il D—
- Ho afferrato, ho afferrato. – sospira Davide, agitandogli una mano davanti alla faccia per zittirlo, giusto per non sentire più tutti quei ridicoli bum. – Sì, un po’ sì. – ammette sconsolato, - Non lo so, quanto stupido devo essere? Ho deciso io di andarmene, non è che mi abbiano accompagnato alla porta come hanno fatto con te.
- Whoa, questa era cattiva. – borbotta Mario, controllando lo stato della besciamella e stabilendo che può lasciarla cuocere ancora un po’. – Comunque non c’entra niente, cioè, d’accordo, hai deciso tu di andartene, ma resta il fatto che quella è stata casa tua per un sacco di tempo. Sarebbe assurdo se non ti mancasse. Manca anche a me, ogni tanto. Anche se mi hanno accompagnato alla porta. – sbuffa acido, facendogli una linguaccia.
Usualmente, Davide riderebbe. Stavolta, si limita a lanciare un’occhiata al ragù, sospirando affranto mentre spegne il fuoco e lo rimesta un altro paio di volte, aggiungendo ancora un po’ di latte.
- Non lo so. – sospira, - Tu com’è che fai? Dico, a non saltare sul primo aereo.
- Mi ripeto costantemente che sarebbe una cosa idiota. – annuisce Mario, spegnendo anche lui il fuoco sotto la besciamella. – Che faccio qui?
- Sale, noce moscata, mescola. – risponde sbrigativamente Davide, e Mario sbuffa.
- Ecco perché cucinare non mi piace. Con tutto questo mescolare, mi slogherò una spalla. – commenta.
- Sei un cretino integrale. – lo rimbrotta Davide, scuotendo il capo. – E ora fai sentire cretino anche me, con quel discorso del fatto che tornare sarebbe da idioti. Vaffanculo, tu che ne sai?
- Ne so abbastanza per sapere che non esistono vuoti incolmabili. – sospira Mario, scuotendo il capo ed appoggiandosi con entrambi i gomiti al piano della cucina. – All’inizio può sembrare di sì. Nel senso, tu stesso ti dici che il vuoto che stai lasciando non riusciranno a riempirlo mai, e te lo dici perché ti sembra che non riuscirai mai a riempire quello che si è creato dentro di te mentre decidevi di partire. Ma poi non è vero, non è così. I vuoti si riempiono, solo che le persone ci mettono un po’ di più a riempirli, rispetto alle cose. Le squadre sono cose, e i vuoti li riempiono per contratto. Per noi è un po’ più dura, ma datti tempo. Riempirai anche il tuo.
Davide si morde un labbro, guardando altrove. Poi sospira, recuperando una teglia da uno sportello alto e poggiandola davanti a Mario, per poi abbattersi contro la sua spalla con un mugolio sofferente.
- Forse non sei così cretino, - ammette, le labbra che sfiorano la pelle calda della sua spalla ad ogni parola, - ma quello che dici fa schifo al cazzo.
- L’Inghilterra ti ha reso sboccato. – commenta Mario, voltandosi per appoggiargli un bacio sulla fronte.
- Già. – annuisce Davide, sospirando ancora, - Ho paura che mi cambi.
- Oh, ma lo farà. – Mario ridacchia, voltandosi per abbracciarlo stretto, coccolandolo un po’, - Sta’ pure tranquillo. Lo farà. Sarà spaventoso. E bellissimo. E io sarò qui tutto il tempo. Be’, non qui-qui, diciamo qui-a due ore di macchina, ma insomma, hai capito.
Davide sorride, sollevando il viso.
- Mario, - sussurra, - sta’ zitto. – e si solleva appena sulle punte, per baciarlo dolcemente sulle labbra.
Mario ci si perde subito, in quel bacio. Baciare Davide è fra le tante cose che lo aiutano a confondere i propri sensi abbastanza da darsi l’illusione di possedere la chiave segreta per un tempo immobile e immutabile, il tempo in cui loro resteranno per sempre due sedicenni che si sono appena conosciuti e dividono la stanza in ritiro. Non è un tempo né migliore, né peggiore di quello in cui stanno vivendo adesso. Ma è prezioso. Merita di essere preservato. Mario vuole conservarlo intatto per sempre.
È anche così che si aiuta a non saltare sul primo aereo per Milano ogni volta che gli viene nostalgia. Pensando insistentemente che c’è un posto, dentro di lui, in cui è ancora Milano. È ancora casa. È ancora famiglia. E non ha bisogno di nessun aereo, per raggiungerlo.
- D’accordo. – sentenzia Davide, separandosi da lui con uno schiocco soddisfatto, - Adesso imburra la teglia. Poi un paio di cucchiai di ragù, besciamella e pasta, e ancora, ragù, besciamella e pasta, finché non la riempi tutta. E poi, in forno a centosessanta gradi per un’oretta.
- Oh, andiamo! – sbuffa Mario, lagnandosi rumorosamente, - Non ti è bastato il viaggio sul viale dei ricordi? Dobbiamo per forza anche finire di preparare la pasta?
- Ma che c’entra, io le lasagne le voglio comunque! – protesta Davide, aggrottando le sopracciglia, - Sono quelle di mia madre, lo sai quanto ci tengo! E se vengono male, sappi che la colpa sarà solo tua. E non ti perdonerò mai.
Mario sospira, scuotendo il capo e chiedendosi chi mai glielo stia facendo fare.
Ma il bello è che lo sa perfettamente, e quindi continua a farlo.
Genere: Comico
Pairing: Giorgio/Maicol, Luke/Noah, xddd/xdddddddd.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: IDIOZIA, CRACK, ASSURDITA'. Ottime probabilità che non conosciate la metà delle cose che vi sono menzionate. Altrettanto ottime possibilità di aver bisogno di un supporto psicologico alla fine della lettura XD
- Non esiste un riassunto che possa davvero riassumere quanto accade qua dentro.
Note: Dunque, innanzitutto questa fic partecipa alla challenge da me stessa medesima indetta qui XD Tale challenge consiste nel creare una fic inserendo all'interno della storia le parole della twitcloud generate da Twitter - che poi è il motivo per cui, all'interno del cut, alcune parole sono in grassetto: è per identificarle al volo XD Non poteva venirne fuori una cosa normale, e infatti è una follia totalmente sclerata e senza senso. Ma è ok. Voi ignoratela, andrà tutto bene. *li coccola tutti* (Caska, questa non conta come fic su una soap!) (Ah, la mia cloud, se volete vederla, è qui!)
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Bring The Madness On


La fangirl accese il computer e si sedette.

*

Giorgio non sapeva bene perché si trovava in quel letto. Ciò che era indubitabilmente vero è che lui fosse lì, questo era poco ma sicuro, e che Maicol fosse accanto a lui, sdraiato fra le coperte e intento a fissare il soffitto. Tutto il resto – come ci fosse arrivato, perché in primo luogo si fosse mosso da casa e soprattutto per quale motivo non ricordasse nemmeno di essersi spostato, figurarsi spogliato integralmente e infilato in un letto con Maicol – era una nuvola di confusione. Parole casuali si aggiravano per il suo cervello, dotate di pratiche alucce con le quali si spostavano piroettando da un neurone all’altro. Poteva quasi vederle lasciarsi dietro una scia di vapore azzurrino. Le temeva. Lui e le parole non erano mai andati d’accordo. E nemmeno lui e il cervello.
- Ronchini. – sbuffò Maicol, sospirando e cercando una posizione più comoda, - Piantala di pensare. Hai gli ingranaggi così arrugginiti che si sente il rumore fin qua. Mi disturba.
Una volta, sua madre gli aveva detto “Giorgio, sta’ attento. Un tipo come te avrà un mucchio di problemi, nella vita.” Forse perché era scemo.
Maicol gli tirò addosso un cuscino e poi cominciò a strillare per farsi portare la colazione a letto. Giorgio si alzò mestamente e si diresse in cucina, preparandosi ad una vita ricca di situazioni come quella ripetute ogni mattina per i secoli dei secoli, finché fosse sopravvissuto.

*

“8D”, disse la fangirl, e ricominciò a digitare.

*

Noah e Luke non erano abituati a tutta quella confusione. Oddio, per essere propriamente sinceri, essendo loro due personaggi gay semi-protagonisti di una soap opera americana in onda nella fascia pomeridiana, per la veritàcomprendevano come la confusione potesse regnare in generale sul mondo. Tutti i baci che erano scomparsi dalle loro scene e tutte le volte in cui la regia s’era piegata ad inquadrare il vischio, il caminetto, le stanze vuote o anche i maiali nel cortile pur di non mostrarli al mondo mentre, limonando, rendevano noto allo stesso il loro amore, erano ormai passati alla storia. Ma una confusione come quella, proprio no, era del tutto nuova.
- Ma cosa sta succedendo? – chiese Noah, guardandosi intorno con aria un po’ persa, - Perch ci sono parole che volano intorno a noi?
- …perch? – chiese Luke, guardandolo con aria incerta, - Che fai, ti perdi le lettere?
- …non so che dire. – sbottò Noah, incerto, - Non esce la é finale. Perch. – provò a dire, - Non esce! Perch. Perch! Perch!!! – e subito scoppiò a piangere.
Luke gli fu immediatamente accanto, stringendolo a sé.
- Lascia che io ti abbraccia. – disse, e poi spalancò gli occhi, - Abbraccia. Abbraccia! Non riesco a parlare correttamente!!!

*

La fangirl ghignò soddisfatta. “Pare che le cose stiano andando per il verso giusto,” commentò allegra. E poi scrisse “*muore*” su Twitter.

*

- Okay. - disse Sammy, cercando di darsi un’aria competente, - C’è palesemente qualcosa che non va.
Mario annuì lentamente, fissando Zlatan appena apparso nel mezzo del campo, davanti ad entrambi, dal nulla.
- Ma che cazzo sta succedendo?! – imprecò lo svedese, gesticolando animatamente, - Ma cosa minchia (cont) http://tl.gd/udgy6
- …questa è una cosa ancora più strana. – deglutì Mario, cominciando a pensare che forse sarebbe stato meglio tornare in camera, fingere di non essersi mai svegliato e scivolare tranquillamente nel letto accanto a Davide per qualche coccola o qualcosa in più.
- In pratica, - riprese Sammy, grattandosi pensieroso il mento, - non solo è apparso dal nulla, ma si è anche messo a parlare come, boh, come se i suoi post fossero troppo lunghi per Twitter.
- Ma non ha senso! – sbraitò l’attaccante, - Io non sono un fottuto post di Twitter! Sono un essere umano e (cont) http://tl.gd/f7g6f
- Che poi – ragionò Mario, - è anche un Twitlonger automatico privo di criterio. Voglio dire, se contiamo i caratteri, non sono mica più di centoquaranta. Vorrà dire qualcosa?
- Forse lo scopriremo, - propose Sammy, positivo, - se riusciamo a capire dove cliccare per raggiungere il tweet per esteso.
Mario rifletté per qualche secondo, inclinando il capo per osservare Zlatan con piglio quasi scientifico. Quindi allungò un braccio e gli pigiò il naso.
Zlatan lo guardò senza battere ciglio per qualche secondo.
- Ma andatevene a fan (cont) http://tl.gd/f8g7g

*

La fangirl rise ad alta voce, e quando sua madre, dopo averla ascoltata ridere da sola per minuti interi, preoccupata, si affacciò dalla stanza accanto per chiederle cosa avesse, lei scosse il capo, rispose dolcemente “niente” e riprese a scrivere.

*

xddd era triste. Da quando stava con xdddddddd la sua vita aveva preso pieghe inaspettate e deprimenti. Inizialmente, tutto era sembrato andare per il verso giusto. Si amavano, erano felici insieme, erano anche reciprocamente attratti l’uno dall’altro. Insieme si divertivano, avevano un senso dell’umorismo molto simile – per quanto alle volte xdddddddd fosse decisamente più esagerato, ciarliero e ridanciano di lui – le loro famiglie si rispettavano a vicenda e la loro storia sembrava destinata a fiorire rigogliosa nel prossimo futuro. xddd, da sempre un romantico, amava sognare il giorno in cui avrebbero vissuto insieme, generando milioni di piccoli xd che sarebbero poi cresciuti sani e forti, riempiendoli d’orgoglio.
- Che ti prende, adesso? – gli chiese xdddddddd, stendendosi accanto a lui sul materasso dopo averlo osservato scostarsi e raccogliersi in una piccola palla d’angoscia e frustrazione nel punto del letto più distante da lui in assoluto, - Cosa c’è che non va?
xdddddddd era bello, bellissimo, e xddd non riusciva a parlargli con la disinvoltura di cui avrebbe avuto bisogno. Soprattutto per confessargli una cosa simile.
- Io non… - cominciò incerto, - non te lo posso dire.
- C’è qualcosa che non puoi dirmi? – chiese xdddddddd, quasi inorridito, - Ma no, xddd! Tu puoi dirmi tutto, puoi parlarmi di ogni cosa, ogni singolo problema! C’è forse qualcosa che non va? Non siamo forse felici? Forse non tipiace come mi comporto con te, o come esprimo il mio amore nei tuoi confronti?
- No… - piagnucolò xddd, sempre più abbattuto, - Mi piaci tanto, xdddddddd, e ti amo, e sono felice con te, certo che lo sono, ma… - deglutì, - non posso fare a meno di sentirmi inferiore, guardandoti. Sei troppo lungo, per me.

*

“Insomma,” disse la beta, “è per questa storia che sei rimasta in paranoia tutta la notte fino ad oggi?”
La fangirl chinò il capo, mestamente. “*piange*” digitò su MSN, depressa.
Guarda che puoi pure smettere,” rise la beta, riempiendo tutta la finestra di faccine, “L’avevo detto io che non poteva essere altro che stupenda! E infatti…”
“Ma…” biascicò la fangirl, ancora incerta, “Le ragazze su LJ hanno detto che il tema del duetto doveva comunque essere presente…”
“E cosa c’è di più duettante delle xd che si accoppiano, scusa?!” insistette la beta, ridendo allegramente.
“Ma che ne so!” piagnucolò ancora un po’ la fangirl, “Dici che c’entra col tema della challenge? Mi sento così insicura…”
Vedo!” la prese in giro la beta, occhieggiando l’rss feed di fcinternews che le annunciava che qualcuno era stato visto nudo in allenamento, anche se non si sapeva ancora chi. “Siete delle zoccole,” pensò fra sé ridacchiando, e poi riprese a leggere quello che la fangirl stava blaterando su MSN, trillando per interromperla. “Tu sei assolutamente fuori di melone,” le disse la sua beta, scorrendo il documento word con gli occhi.
“Non ti piace?” chiese la fangirl, angosciata.
“Scherzi?” rise la beta, rovesciandosi indietro sulla propria sedia, “È assolutamente folle! E tu sei pazza! Ossignore, lo sapevo che stare a guardare mentre in giro fiorivano tutti quei challenge ti avrebbe fatto male.”
La fangirl sorrise entusiasta, giungendo le mani sotto il mento.
Grazie! Quindi dici che la posso postare?” chiese speranzosa, gli occhi che brillavano di una nuova luce.
“Ma sì, vai con dio,” concesse la beta, “Adesso devo andare, ho da fare. Pare che ieri Ricky si sia spogliato quasi integralmente durante l’allenamento mattutino, e internet aspetta solo che io mi metta a batterlo in lungo e in largoalla ricerca di foto e video. Divertiti, eh!” si raccomandò, chiudendo MSN.
La fangirl batté le mani, soddisfatta, e cominciò ad organizzarsi mentalmente per aprire Photoshop e realizzare un bannerino degno per la propria fanfiction. Prima, però, passò da Twitter.
NCLPF,” scrisse, e – ridacchiando – aspettò le reply.
Genere: Introspettivo.
Pairing: José/Zlatan, accenni miiiiinimi di Davide/Mario, se proprio li si vuole vedere.
Rating: R
AVVERTIMENTI: Angst, (Serie di) Drabble, Slash.
- Los Angeles, ritiro della squadra nerazzurra negli Stati Uniti d'America. Giunge una notizia inaspettata, e questo è ciò che ne consegue.
Note: È palese che io mi diverto a farmi del maleeeee XD *cerca di recuperare una qualche compostezza* Uhm, dunque. Serie di drabble che in realtà tutte assieme formano una oneshot (pure piuttosto corposa) ispirata ognuna ad un proverbio fra quelli forniti dal Challenge Speciale #5 indetto da It100. Il punto di tutto questo è che probabilmente Zlatan se ne andrà, d’accordo?, e io volevo – ancora – scriverci su. Ho della tristezza da buttare fuori a riguardo, quindi volevo farlo. Poi, fra capo e collo, m’è arrivata la notizia del probabile passaggio di Eto’o al Chelsea, e allora ho cominciato a vedere rosa (la vecchia zia sarebbe qualche dirigente di là XD). Motivo per il quale ho deciso che questa è una fan fiction e me ne sbatto se alla fine non andrà davvero così. È così che vorrei andasse, e le fan fiction esistono per questo. E poi conto molto sui miei poteri di P(l)izia. *accadiaccadiaccadi* ç_ç
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After Wisdom Comes Wit


Al povero mancano tante cose, all'avaro tutte.
Zlatan si guarda intorno – l’immenso campetto dell’UCLA, i compagni intorno che saltano, corrono e fanno stretching, José nel mezzo che impartisce ordini, somministra consigli, stila elenchi e compila programmi – e poi pensa a casa – Milano, Milano sa ancora di casa, la villa, Helena, i bambini, una città che si prostra ai suoi piedi, i tifosi che lo amano ed è amore vero, i tifosi che lo odiano ed è amore anche quello – e poi pensa alla Champions, lui la voleva in nerazzurro, e pensa al campionato, vincerne un altro sarebbe epico – e pensa alla faccia che farebbe José se lui gli dicesse “voglio restare, fammi restare”. E ci pensa, e ci pensa. E non è abbastanza. Non è abbastanza.

Il difficile sta nel cominciare.
La mensa ormai s’è quasi svuotata del tutto. Le signore delle pulizie passano pezze umide sui tavoli più distanti dal loro e l’unico suono che si sente è quello tintinnante delle stoviglie che vengono accatastate e portate via poco a poco. E la forchetta di Zlatan che ancora gioca a rincorrere le patate al forno nel suo piatto.
- Non dovremmo mangiare dell’insalata, con questo caldo? – chiede annoiato, lasciando rotolare una patata fino al bordo del piatto, - A me neanche piacciono le patate al forno.
José, seduto al suo fianco, consulta il proprio taccuino, e quando parla lo fa senza sollevare gli occhi su di lui.
- Hai lamentele, Zlatan? – chiede con un pizzico di fastidio, - Se sono serie, dimmi pure.
Zlatan schiude le labbra e quasi lo dice. Quasi lo dice davvero. Ma alla fine non ci riesce, e José, dopo qualche secondo, si alza e se ne va.

Il sonno della ragione genera mostri.
- Non è per farmi i fatti tuoi… - mormora appena Davide, mordicchiandosi distrattamente una pellicina del pollice, gli occhi fissi sul pallone che rotola pigro da un piede all’altro, - È solo che non capisco perché dovresti volerlo fare. Voglio dire, hai tutto. Le persone… - azzarda incerto, - intendo, già il fatto che pagherebbero così tanto per averti dovrebbe lusingarti abbastanza. Perché hai bisogno anche di andartene?
- Non è ancora deciso. – scolla lui, senza guardarlo.
- E allora! – sorride entusiasta Davide, chinandosi a recuperare la palla e stringendola fra le braccia in un gesto infantile, - È tutto a posto, no? Resta e basta!
Zlatan lo guarda. Aggrotta le sopracciglia, tende le labbra in un sorriso sarcastico e i suoi lineamenti diventano in un colpo se possibile ancora più sgradevoli.
- Hai ragione, Dà, sai? – sospira, e gli occhi di Davide brillano. Solo per un attimo. – Non farti i fatti miei.

La miglior vendetta è il perdono.
C’è una sola persona alla quale Zlatan sente il dovere di chiedere scusa, e quella persona è Mario. Non ha tenuto il conto delle numerose cose che gli ha insegnato nel corso dell’anno scorso e di quello in atto, ma è quasi sicuro che da qualche parte, purtroppo, ci sia stato anche un qualche discorso circa l’attaccamento alla maglia e quanto sia importante avere cura non tanto dei rapporti con la tifoseria quanto di quelli nello spogliatoio. È un discorso che sa di aver fatto e sa anche perché l’ha fatto – perché gli piacerebbe vederlo importante, quel ragazzino, un giorno, ed è una cosa che all’Inter possono garantirgli, è per questo che gli conviene restare – ma al momento non può che pentirsene, per certi versi.
Si avvicina a Mario che lui sta palleggiando distrattamente – testa testa ginocchio testa – e lo chiama a bassa voce. Lui risponde con un mezzo grugnito, senza guardarlo, continuando a palleggiare.
- Senti… - mormora Zlatan, grattandosi nervosamente la fronte, - Mi dispiace per tutto il casino che sta succedendo.
Mario si ferma, posa in terra la palla e sospira.
- Fa niente. – sorride appena, - È tutto ok. – e ricomincia a palleggiare.

Chi semina vento raccoglie tempesta.
Le urla di Helena, dall’altro lato dell’oceano e della cornetta, sono tanto forti che sono perfettamente comprensibili anche se Zlatan cerca di schiacciarsi il telefono contro l’orecchio con tutta la forza che possiede, sperando che il contatto con la sua pelle e la tenda di capelli che vi lascia scivolare addosso siano abbastanza per arginare quell’incredibile schiamazzo.
Non è abbastanza, a giudicare dalle risatine dei più giovani, che si allenano saltellando sul posto all’ombra di una pensilina e non hanno la più pallida idea di quanto tutto ciò che sta accadendo sia devastante.
- Io non intendo muovermi ancora, Zlatan! – urla Helena, furibonda, - Io ci sto bene qua! I bambini stanno bene qua! Cristo santo! Zlatan! – e la conversazione si interrompe che Zlatan non ha avuto neanche il tempo di parlare, di dirle qualcosa di Barcellona, del bel tempo che c’è sempre lì e tutto il resto. Nelle sue orecchie risuona il monotono tuu tuu della linea libera, e Zlatan non può che riporre il telefono nella borsa, restando un po’ fermo all’ombra a massaggiarsi le tempie, prima di tornare dagli altri a cercare di fare finta che sia ancora tutto perfettamente a posto.

Di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
- Io volevo solo- - e la voce gli si spezza in gola, non sa nemmeno perché. Javier lo guarda con una certa curiosità, Zlatan non ha la minima idea del motivo che l’abbia spinto a parlare proprio con lui di tutto quello che gli sta girando per la testa. Forse perché Javi è sempre stato un punto di riferimento, una presenza rassicurante, una sorta di fratello maggiore cui chiedere consiglio nei momenti più confusi. Per lui non è mai stato niente del genere, Zlatan ce l’ha sempre fatta da solo, ovviamente – tutto da solo, sempre da solo – e non ha mai sentito bisogno di riferimenti né di rassicurazioni né tantomeno di consigli, ma in questo momento, il primo veramente confuso della sua intera esistenza, in questo momento sì, ne sente il bisogno, e forse è per questo che ne sta parlando con lui. – Credimi. – aggiunge in un lamento strozzato, - Non volevo che le cose andassero così.
Javier si allunga a tirargli una pacca contro la spalla.
- Deciderai per il meglio, Ibra. – sorride rassicurante. Zlatan non ne è così certo. Però spera che il capitano abbia ragione.

Buon sangue non mente.
- E poi zio Mino mi ha portato un pallone nuovo! – racconta Max, la mente che va più veloce della lingua, attorcigliandosi su se stesso mentre cerca di dire a papà tutto tutto tutto quello che ha fatto nella giornata di oggi, - E poi Vinny ha pianto perché voleva il pallone e io gliel’ho dato ma lui è caduto subito. Pa’, secondo me è scemo, un poco!
- È solo piccolo! – ride Zlatan, mentre la risata di Helena gli fa eco, un po’ attutita, e lui la sente appena.
- Comunque siamo stati al parco! – continua Max, e Zlatan può quasi vederlo scrollare le spalle con aria disinteressata prima di entusiasmarsi di nuovo pensando agli alberi e alle fontane e alla palla che rotola fra le aiuole, - È un parco bellissimo, è nuovo! Quando torni a casa ti ci porto, te lo faccio vedere! E anche la casa è un sacco bella, devi vederla perché mamma ha ri-… ha ri-…
- Ha ridipinto. – suggerisce Helena, incredibilmente lontana.
- Ha ridipinto! – conclude Maximilian, una risata nella voce.
Zlatan sorride e non sa se le vedrà mai, tutte queste cose di cui Max gli parla con tanta gioia. Il sangue buono, è evidente, dev’essere quello di Helena.

Il mattino ha l'oro in bocca.
Zlatan si tira in piedi, il sole entra attraverso le tende tirate disturbandogli gli occhi e lui li stropiccia, sbadigliando rumorosamente. Il cellulare squilla, rompendo il silenzio che ancora grava, pesantissimo, tutto intorno a lui. Si allunga a recuperarlo, stiracchiandosi pigramente e schiacciando il tasto di accettazione della chiamata senza neanche guardare il nome sul display.
- Sei in ritardo. – dice la voce di José, vagamente roca e resa fastidiosamente metallica dal cellulare, - Datti una mossa, non hai sentito le belle notizie?
La chiamata si interrompe, Zlatan guarda il cellulare con una certa curiosità e poi nota il segnale di un messaggio non letto. Smanetta un po’ sulla tastiera, legge il messaggio, rabbrividisce. Mino dice che l’Inter e il Barça hanno trovato un accordo. Improvvisamente, l’idea di uscire e andare ad allenarsi sembra assurda.
 Il più conosce il meno.
L’asciugamano che gli piomba sulla testa all’improvviso è umido e fresco, e per questo Zlatan ringrazia una buona quantità di dei – tanto la sua religione dovrebbe comprenderne un bel po’, o almeno crede, oltre quel dio che è l’unico che dovrebbe poterlo giudicare, anche se Zlatan, molto spesso, non gli lascia né quest’onore né quest’onere.
- Fa caldo, mh? – chiede José, sedendoglisi accanto e giocando distrattamente con quel suo dannato onnipresente taccuino per gli appunti, - Dovresti bere qualcosa.
- Sono a posto così. – borbotta Zlatan, burbero, bagnandosi il viso con l’asciugamano. – Grazie per questo.
José scrolla le spalle.
- Nulla. – sorride, - Sei stressato?
Zlatan ride amaramente.
- Non che a qualcuno importi. – sbotta sarcastico.
José ride a propria volta, decisamente meno cattivo.
- Be’, è vero. – ammette, - Barcellona non è poi tanto bella, sai?
- Ci sei stato?
- Sono portoghese! – ride ancora José, e Zlatan non può che ridere assieme a lui.
- Non è così bella, dici?
José scuote il capo.
- C’è tutto. Ma non è detto che questo la renda migliore del resto del mondo.

La fame è il miglior condimento.
Se fosse solo una questione di soldi, Zlatan al Barça non ci andrebbe mai. Non possono dargli più di quanto gli dia Moratti – nessuno può farlo, forse lui stesso sa di non valerli nemmeno, tutti i soldi che riceve – e per la verità non possono neanche offrirgli condizioni di gioco ottimali. La tifoseria lì già lo odia, parlano di lui come di un mercenario – e lui probabilmente lo è davvero, perciò non ha che smentire. Se “mercenario” è il nuovo nome di chi cerca il meglio per sé stesso, allora d’accordo, è un mercenario. Credeva di essere solo un bastardo egoista ed egocentrico, ma aggiungere l’ennesimo aggettivo a quelli già esistenti e attaccati al suo nome senza possibilità di scampo non sarà poi così traumatico.
Il punto del Barcellona forse è proprio quello. L’Inter non può dargli altro, oltre quello che già gli dà. Il Barça sì, però. Non può dargli di più, ma altro, oh quello è sicuro. E lui ormai ne è quasi convinto. Ne è quasi convinto davvero. È altro ciò che vuole. È altro ciò che vuole?

Mai tardò chi venne.
- Oh, Cristo.
Il sospiro di Marco è un po’ esasperato e un po’ sollevato, quando Zlatan entra in palestra, stringendo i manici del borsone fra le dita di una mano, mentre il borsone stesso pende dietro la sua schiena, ondeggiando ad ogni passo.
- Che c’è? – chiede Zlatan, poggiando il borsone per terra e prendendo dalle mani di un assistente il suo programma di oggi, - Che hai?
Marco si siede su un tappetino con uno sbuffo spazientito, riprendendo quasi subito coi propri addominali.
- Sei sempre in ritardo, ultimamente. – gli fa notare in un mezzo ringhio affaticato.
- Dormo male la notte. – risponde stancamente Zlatan, cominciando a sollevare pesi con le gambe.
Marco ride appena, fermandosi a guardarlo da seduto, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le braccia pendenti nello spazio vuoto fra le gambe.
- Anche se ci preoccupiamo, è bello vederti arrivare, poi. – commenta con leggerezza, prima di riprendere ad allenarsi.

Nel fiume che grida puoi passare sicuro.
Quando si trova imprigionato fra le braccia di José e il muro, Zlatan non può dire di non esserselo aspettato. Anzi, probabilmente è vero il contrario – che non solo se lo aspettava, ma lo aspettava e basta, come una specie di giudizio universale. Quello di quel dio lì. José dovrebbe venire dopo, qualsiasi sia la divinità di cui si stia parlando, ma forse non è vero. Forse José viene prima. Prima di… prima e basta.
- Se vuoi farlo, - gli sibila freddo sulle labbra, - è questo il momento. Quando se lo aspettano. Non posso permetterti di giocare a pallone con tutto, Zlatan, perciò se vuoi andartene fallo adesso. Non fra due mesi, non fra un anno, non la prossima volta che ti girano le palle. Adesso puoi farlo, hai il modo, hai la scusa, fallo, se devi.
Zlatan deglutisce incerto, gli occhi fissi nei suoi e brividi di paura a rincorrersi confusamente sulla sua pelle.
- …non so ancora se è quello che voglio.
José lo lascia andare senza toccarlo ancora, ravviandosi i capelli su una tempia.
- Be’, scoprilo in fretta, stronzo.

A combatter con il fango, che si vinca o che si perda, sempre ci si infanga.
- È che comunque, se vuoi il mio parere, ormai il danno è fatto.
Zlatan sospira pesantemente, incrociando le braccia sul petto mentre cerca di lasciare che i muscoli si rilassino nel bagno di acqua e ghiaccio dentro la piscinetta ai margini del campo.
- Non te l’ho chiesto, Deki. – borbotta scontento, mentre si massaggia le cosce per impedire che s’intorpidiscano.
- Sì, lo so. – risponde lui, vagamente offeso, - Stavo solo cercando di parlarne, visto che non ne parli con nessuno.
- Ma che differenza vuoi che faccia se ne parlo o meno?! – scatta Zlatan, irritato, - Qualsiasi cosa io possa dire adesso, non conta un cazzo! Nessuno vuole davvero ascoltarmi, e io probabilmente non ho nulla da dire, quello che doveva essere fatto magari è già stato fatto, proprio mentre noi stiamo qui a discutere del niente, ti rendi conto?! Cosa dovrei dirti?! Il danno è fatto! Okay! Hai ragione! E ora vaffanculo!
Abbandona la piscina senza una parola di più, e Deki, vagamente stupito ma neanche poi così tanto, invece resta lì.

Chi si è scottato con l'acqua calda ha paura anche dell'acqua fredda.
- Dà. – lo chiama a bassa voce Zlatan, quando se lo vede passare davanti, fresco di doccia e accompagnato dall’onnipresente Mario, sempre al suo fianco nemmeno fosse una specie di cavalier servente. In realtà, Zlatan lo sa, non sono davvero sempre appiccicati. Lo sono ogni volta che c’è nei paraggi lui, però, e questo non può fare a meno di fargli pensare che i due ragazzini abbiano stretto una sorta di tacito patto per cui cercano di evitarsi incontri ravvicinanti di tipo non meglio identificato, per risparmiare a tutti silenzi imbarazzanti e momenti eccessivamente dolorosi. Zlatan non saprebbe dire se questo sia un atteggiamento adulto o infantile. Di solito giudica gli atteggiamenti degli altri usando i propri come metro, ma sta cominciando a pensare di sbagliarsi, e di tanto anche.
Davide non si volta a guardarlo, lui e Mario stanno parlando, e neanche stavolta Zlatan può chiedergli scusa per come s’è comportato con lui qualche giorno prima. Poco da fare. Forse ha ragione Deki, ormai il danno è fatto davvero.

Con le mani di un altro è facile toccare il fuoco.
La risata di Maxwell, al telefono, suona davvero allegra e felice e soddisfatta.
- E quindi arrivi anche tu! – commenta divertito, - Ma sai che non ci speravo? Con tutta la storia del dieci sembrava una follia…
- Sì, eh? – annuisce Zlatan, appoggiandosi esausto alla parete. Non ne può più di sentire parlare di questa cosa. Non ne può più dell’Inter, non ne può più del Barcellona, non ne può più del calcio e non ne può già più nemmeno del numero dieci. Mai ricevute tante responsabilità in così poco tempo. E dire che l’anno prima si sentiva disposto perfino a diventare capitano.
Si chiede se sia davvero cambiato tanto, o se sia cambiato il mondo intorno a lui. Maxwell ride ancora, da quella che forse presto diventerà la sua nuova casa.
- Ehi, Max. – sussurra piano Zlatan, - Com’è lì, bello?
- Bellissimo. – conferma subito lui, - C’è un clima di aspettativa fantastico. Dovresti venire e vedere di persona.
Zlatan ride a propria volta, dell’eccitazione di cui Maxwell parla non riesce a provare nemmeno una briciola.

Errare è umano, perseverare è diabolico.
- Tu continui a non capire il punto.
- Il punto è che tu mi attacchi senza un cazzo di motivo.
- Il punto è che io ti attacco con un motivo ben preciso e tu, forse perché sei stupido, forse perché sei troppo impegnato a pretendere, ioioio! e tutto il resto, Zlatan, ti rifiuti di capirlo!
Zlatan lo guarda, un ringhio inespresso fra le labbra, le sopracciglia aggrottate in un’espressione di furia che in genere gli si vede addosso solo quando gioca e le cose non vanno come dovrebbero.
José lo fronteggia senza fare una piega. A Zlatan viene voglia di odiarlo, perché sembra a suo agio anche se non lo è, mentre lui non riesce a non sentirsi a disagio, anche se non dovrebbe. Forse è una situazione troppo complicata, perché lui possa gestirla tutto da solo lì in America. Mino saprebbe come aiutarlo. O forse peggiorerebbe solo le cose.
- Ho bisogno di te. – dice José, duro, - Prendi questa cazzo di frase nel senso che preferisci, è comunque quello giusto. Poi, fa’ ciò che credi.

Taci tu per primo ciò che vuoi sia taciuto da altri.
Zlatan ha ancora gli occhi chiusi e sente ancora nelle orecchie il respiro un po’ affaticato di José. È piacevole, è così piacevole che, se si concentra solo su quello, gli sembra di poter vivere solo di quel suono. Pensa a Barcellona, pensa che lì questo suono non c’è, e si chiede come riuscirebbe a sopravvivere senza. Ci sono momenti in cui gli sembra una prospettiva inaccettabile, ce ne sono altri in cui invece la voglia di partire è così forte che gli pizzica la pelle.
Quando torna a guardare il mondo, la vista un po’ appannata perché ha tenuto le palpebre serrate troppo a lungo e con troppa forza, José è lì al suo fianco che lo guarda, privo di espressione. È così normale, da parte sua, non lasciare affiorare al viso nulla di ciò che lo sconvolge dentro, che Zlatan ha quasi voglia di sorridere.
Una delle sue mani sale ad accarezzargli uno zigomo, scendendo poi lungo la mascella e fermandosi sul collo, per attirarlo in un bacio umido e stanco.
- Io- - prova a parlare Zlatan, ma José lo ferma.
- Non dirlo. – sospira, sollevandosi in piedi e cercando i propri vestiti in giro per la stanza, - Rendi tutto più facile a entrambi.

In amore e in guerra tutto è lecito.
- Senti, io ci ho pensato, e- - si interrompe quando lo vede parlare al telefono, dopo aver praticamente sfondato la porta di camera sua per entrare senza permesso.
- Aha, - annuisce José, chiunque sia la persona con la quale sta parlando con tanta serietà, - Yeah, thank you. It’s always a pleasure. Bye.
Zlatan inarca un sopracciglio, incrociando le braccia sul petto.
- Con chi parlavi? – chiede dubbioso, spostando il peso del corpo da un piede all’altro.
- Una vecchia zia. – risponde José con una risatina evasiva.
In inglese? – insiste Zlatan, arricciando le labbra in un mezzo broncio.
- Zia poliglotta. – ride ancora José, - Ti va un caffè?
- No, mi va-
- Un bacio. – e poi José lo zittisce. E sì, un bacio gli va, perciò sta bene così.

La goccia scava la pietra.
Non è che sappia esattamente come tutto ciò sia accaduto. Non è che nemmeno voglia starci granché a pensare, in realtà. Ha sempre pensato che la vita fosse un percorso unitario, una cosa che cominci e poi manovri piano piano, mani sempre sul timone, per indirizzarla dove vuoi. Insomma, una cosa in cui tutto ha una conseguenza, ogni cosa è concatenata, non c’è niente che sbavi.
Si trova a ricredersi, e deve per forza, perché in questo momento della sua esistenza è così palese che la fina è fatta di istanti casuali che non potrebbe contrastare quest’asserto neanche volendo. Ci sono cose che decisamente non puoi prevedere, ci sono cose che non puoi manovrare, ci sono cose che non si lasciano manovrare, punto.
- Dici davvero? – chiede Helena al telefono, una punta di sconcerto nella voce. Forse davvero non se l’aspettava. – Zlatan, ne sei sicuro?
Lui annuisce. Poi ricorda che lei non può vederlo, e quindi parla.
- Sì.

Non puoi vedere il bosco se sei tra gli alberi.
Mino annuisce, Zlatan lo sa perché lo sente mormorare tutta una serie di “mh-hm” che sono tipici suoi, quando ti sta ascoltando ma non ti sta davvero dando attenzione, visto che ha tutto un altro milione di importantissime cose da fare e tu sei esattamente l’ultimo della sua lista, ed anzi si sta chiedendo cosa esattamente sia questo ronzio tremendo che lo infastidisce, interrompendo i suoi prodigiosi calcoli.
- Di’, mi stai ascoltando o no? – borbotta Zlatan, infastidito, picchiettando con la punta del piede sul parquet del campo da basket, - Hai capito quello che ti ho detto?
- Mh? – chiede Mino, un po’ confuso, interrompendo un attimo il frusciare convulso di fogli attorno a sé, - Sì, certo che ti ho sentito, Ibra. Ma sono un tantino impegnato, - sbotta infastidito, - Cristo, che caldo. Si può capire perché mi hai chiamato per dirmi qualcosa che era palese da secoli?
Zlatan fa una mezza smorfia, guardandosi riflesso nello specchio dell’armadio di fronte a sé.
- Volevo dirlo a qualcuno! – biascica lamentoso, adesso che tutto è più chiaro ha voglia di urlarlo, perfino.
- L’hai già detto a Helena?
- Qualcun altro! – insiste. Mino non capisce. Nemmeno lui, s’è per questo. Comunque il suo procuratore sospira esasperato.
- Senti, Ibra. Come immaginerai, ho altro da fare. perciò vai a parlarne con chi devi ancora avvisare, su. Non sono nemmeno pochi.
Zlatan annuisce. Interrompe la conversazione subito dopo.

Quando il diavolo ti accarezza, vuole l'anima.
- Al Chelsea?! – spalanca gli occhi Zlatan. Ha fatto irruzione in palestra perché voleva essere lui a parlare, non certo perché voleva sentirsi dire una cosa simile dai suoi compagni, ed invece è esattamente quello che sta succedendo: Eto’o, principale pedina di scambio fra l’Inter e il Barcellona, è stato appena acquistato dal Chelsea, su pressante richiesta di Ancelotti congiuntamente al suo presidente, per uno sproposito di denaro.
- Insomma, non hai più dove andare, pare. – ridacchia Marco, mentre Mario, qualche attrezzo più in là, sgomita con una certa forza fra le costole di Davide.
- Bella fiducia. – borbotta Zlatan, offeso, - E io che ero venuto fino a qui per dirvi che avevo deciso di restare.
I suoi compagni di squadra si congelano ai loro posti, guardandolo sgomenti.
- Prima di saperlo? – chiede Deki, titubante.
- Me l’avete appena detto voi! – risponde Zlatan, sempre offeso, - Certo che l’ho deciso prima. – sospira e volta loro le spalle, lasciandoli lì a mormorare incerti. José lo sta guardando dalla soglia della palestra, un sorriso sornione a increspare le labbra sottili.
- …tu. – lo indica Zlatan, sconvolto, - La vecchia zia!
E José scoppia a ridere.

Uccello in gabbia non canta per amor, canta per rabbia.
- Insomma, cos’è che devo dirti ancora? – borbotta Zlatan, stretto fra le sue braccia, - Non ti dirò che non lo farò più, sarebbe da ragazzini. Non sono un ragazzino, te lo ricordi ancora questo, giusto? Anche se chiami le mamme degli altri bambini per impedirmi di fare cose.
José ride, stampandogli un bacio stupido su una guancia. Zlatan resiste appena all’istinto di mugolare compiaciuto, limitandosi a rigirarsi contro di lui, aderendo perfettamente al suo corpo.
- Lo sai che è assurdo? – chiede con aria sinceramente stupita, - Io sono rimasto per te.
- Per me nel senso che io ti ho impedito di andartene o-
- Per te e basta. – sbotta, pizzicandogli risentito un fianco, - Fattelo bastare, una volta tanto.
José annuisce.
- E tutta la voglia di andare via?
Zlatan lo pizzica ancora, più forte.
- Ahi! – si lagna José, massaggiandosi il punto dolente, - Ma la pianti?
Zlatan sbuffa e si sistema contro il cuscino. E poi la pianta, sì.

Tocca sempre agli scalzi andare sulle spine.
- Ma cosa, quindi sono stato di merda per niente! – piagnucola Davide, tirandogli addosso un asciugamano nel tentativo di fargli del male, - Che stronzo, Dio mio! Ma almeno hai pensato di andare via, almeno per un secondo da quando tiri avanti questa pagliacciata?
Zlatan gli scompiglia i capelli bagnati, mentre Mario ride e si affretta a risistemarglieli sulla fronte e sulle tempie non appena lui lo lascia andare.
- Per più di un secondo, Dà. Non vi ho mandato al manicomio per niente, non le faccio queste cose.
- Sì, sì, certo. – continua a lagnarsi il ragazzo, infilandosi svogliatamente i calzini, - Come se non fossimo già abbastanza sfigati così.
Zlatan si chiede cosa ci sia di sfigato al momento nell’Inter, ma poi sorge spontanea una domanda ben più interessante, perciò pone quella.
- Dà, ma perché ti fai sistemare i capelli da Mario?
Davide scrolla le spalle, mentre Mario, dietro di lui, si lascia andare ad un sorriso vagamente idiota.
- È bravo a maneggiarli. – risponde tranquillo, allacciando attentamente gli scarpini.
- Ah. – risponde Zlatan. Aaaah, si dice poi, annuendo fra sé.
 La rabbia di oggi serbala a domani.
C’è un bel venticello fresco, a Palo Alto. La partita sarà verso le quattro e mezza del pomeriggio, è quasi ora di pranzo, Zlatan ha fame e, in verità, non vede l’ora di sedersi a tavola per chiacchierare e scherzare con gli altri mentre José cerca per l’ennesima volta di rifilargli patate al forno. Però il venticello è davvero fresco e piacevole e un po’ gli secca rientrare in albergo, perciò resta lì, le mani in tasca e l’ampia maglietta smanicata che si gonfia e si sgonfia ad ogni capriccio del vento, a camminare tranquillo per il cortile, canticchiando fra sé. La voglia d’altro c’è ancora, non è scomparsa, è solo sopita, lì, da qualche parte nel fondo del suo stomaco. Zlatan lo sa che un giorno si risveglierà. Ma quel giorno non è adesso, a quel giorno penserà quando sarà il caso.
- Senti, te la dai una mossa? – lo rimbrotta José, affacciandosi dalla soglia dell’albergo e fissandolo con aria accigliata, - Stiamo aspettando solo te!
- Arrivo, un secondo! – sospira lui, simulando una noia che non gli appartiene neanche parzialmente. José torna dentro mormorando qualcosa sulle primedonne, e Zlatan sopprime la voglia di fargli una linguaccia alle spalle. Poi, ridendo a bassa voce, rientra.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Slash.
- Certe domande preferiscono restare sospese, non ricevere mai una risposta. Perché certi rapporti, quando li chiarisci, perdono consistenza.
Note: Storia scritta per la seconda edizione del Challenge Trimestrale di dietrolequinte, su prompt Tra l'amicizia e l'amore c'è la distanza di un bacio, che è una frasaccia da Bacio Perugina, di un anonimo per giunta (cioè le frasi che i creatori dei bigliettini scrivono quando non sanno cosa ficcarci, una roba di una tristezza che non si racconta), ma spero che la fic in sé possa valere qualcosina di più. A parte il Quintino che mi permetterà di guadagnare. In realtà, comunque, l'ho scritta facendo tesoro di tutti i deliri santonelliani sproloquiati su Twitter, ed a questo proposito vorrei ringraziare sia Ary che Jan, anche se poi alla fine le due scene che avevo promesso loro non ci sono \o/ *si suicida* Mi spiace, ma la storia è andata diversamente, quindi alla fine ci sono dei dettagli di cui avevamo parlato ma non le scene in sé X'D Prometto che scriverò delle shot apposite. Fino ad allora, mondo, fatti bastare ciò che c'è \o/ *va a morire*
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To Define Is To Limit
Tra l'amicizia e l'amore c'è la distanza di un bacio.


La prima volta succede una notte che Mario torna a casa dopo una serata intera passata fuori. Davide è rimasto ad aspettarlo finché ha potuto – non per altro: è che Mario s’è dimenticato di avvertire che non sarebbe tornato per cena, o forse neanche gli è passata per l’anticamera del cervello la possibilità di farlo, e lui aveva preso un paio di pizze ed affittato un film, e insomma – imbronciandosi sempre di più man mano che il tempo andava passando, che poi è una cosa che gli hanno sempre detto tutti, che quando è scontento gli si allunga il broncio col passare dei minuti, e qualche volta gli succederà che il broncio arriverà a sfiorare per terra e la sua bocca non tornerà più normale e sarà come avere una proboscide.
E insomma, a un certo punto un po’ perché aveva paura di ritrovarsi addormentato sul divano e con una proboscide in più l’indomani mattina, e un po’ perché aveva sonno davvero, ha mollato sul tavolo la pizza panna e salsiccia di Mario e s’è trascinato stancamente verso il letto, ciabattando scontento. Non che sia riuscito proprio a dormire, naturalmente, tant’è che quando Mario è rientrato in casa l’ha sentito – la porta che si apriva e si chiudeva, i suoi passi strascicati lungo il corridoio, le risatine al telefono con qualche sconosciuto o sconosciuta – e s’è perfino spaventato quando l’ha sentito aprire la porta di camera propria, invece che della sua.
Ha tenuto gli occhi socchiusi, in modo da poterlo guardare senza che, nella penombra, Mario potesse accorgersi che lo stava facendo. L’ha osservato spogliarsi distrattamente, lasciar ricadere maglietta e jeans sullo schienale della sedia accanto alla scrivania dopo aver scalciato via le scarpe fino a far colpire loro la parete di fronte, ed ha trattenuto il respiro per un tempo immenso quando Mario s’è lasciato cadere sul letto, non esattamente al suo fianco, praticamente sopra il suo corpo.
- …Mario? – esala, seriamente spaventato dalla possibilità di morire a trattenere il respiro ancora un po’ più a lungo. Mario mugola un verso vagamente sorpreso, senza premurarsi di alzare il capo dal cuscino, proprio accanto al suo viso, mentre Davide, ormai con gli occhi del tutto aperti, pensa distintamente di non aver mai visto una notte più nera di quella che vede sulla sua pelle scurissima adesso. – Mario, sei nel mio letto. – prova ad aggiungere, deglutendo pesantemente. Mario annuisce.
- Sì, me ne sono accorto in ritardo. – sbuffa, sollevandosi lentamente e stampandogli un bacio asciuttissimo sulle labbra. – Buonanotte. – biascica, prima di tornarsene placidamente a dormire.
Davide prova a dirsi che era più addormentato che sveglio, mentre accadeva. Prova a dirsi che Mario dev’essersi sbagliato, che forse era un po’ ubriaco, che la stanchezza, che la confusione, che il buio, l’impossibilità di prendere decentemente la mira, che sicuramente voleva baciarlo sulla guancia e probabilmente è solo scivolato, ma ormai è successo, e non può fingere che invece così non sia stato.

*

La seconda volta succede una sera che Mario lo invita a uscire con i suoi amici. Non è ancora mai successo, lui e Mario sono usciti insieme qualche volta, ma più che altro da soli, giusto per una bevuta tranquilla quando sapevano di dover tornare a casa presto causa allenamento mattutino l’indomani, perciò Davide è molto emozionato all’idea di poter finalmente conoscere il famoso Anthony e tutto il resto della cricca, visto che Mario non fa che parlare continuamente di loro.
Per questo motivo, s’è vestito meglio che ha potuto ed ha passato tipo tre ore in bagno a rifarsi le sopracciglia. S’è acconciato i capelli con un po’ di gel, s’è infilato un berretto sulla testa, le scarpe migliori e la cintura più vistosa possibile e tutto questo perché, appena uscito dal bagno, Mario potesse guardarlo, strabuzzare gli occhi e poi dirgli con tono quasi offensivamente calmo “Davide, sembri una troia arrapata.”
- Ma come ti permetti?! – protesta inorridito, stringendosi nelle spalle quasi in posa difensiva e guardandolo come volesse prenderlo a coltellate con gli occhi.
- Ma è la verità! – insiste Mario, girandogli attorno ed afferrandolo per le spalle per costringerlo a voltarsi e guardarsi nello specchio sull’anta dell’armadio. – Vedi, - gli dice, restando dietro di lui. Davide dovrebbe fissare il proprio riflesso, e invece fissa il suo. – i pantaloni sono bassi il giusto, - commenta, strattonandoli anzi ancora un po’ lungo i fianchi, - ma la camicia è troppo corta. Cioè, ti si vedono già le mutande e se alzi le braccia, - lo afferra per i polsi e costringe il suo corpo a seguire le direttive della sua voce. E Davide lo lascia fare come se dentro fosse vuoto e il suo respiro fosse l’unica cosa in grado di riempirlo, - ecco, vedi? – annuisce compitamente Mario, lasciandogli scivolare le dita lungo la linea un po’ curva della vita, - Ti si vede tutto. Cioè, è come prendere a sbattere il culo in faccia alla gente, non si fa. È da troia arrapata, appunto. – lo guarda dritto negli occhi e sorride. – Ora puoi anche abbassarle, le braccia.
Davide le lascia ricadere lungo i fianchi con un tonfo morbido, e quando Mario s’allontana lo segue con lo sguardo, aggrottando pensoso le sopracciglia mentre le labbra gli si arricciano nel solito broncio offeso con una naturalezza quasi disturbante.
- Ho capito cosa intendi, - gli dice, - ma potresti anche imparare a dirle un po’ meglio, le cose.
- Mh? – chiede Mario, rovistando all’interno del proprio armadio alla ricerca di qualcosa da prestargli, - Perché? Ti sei preso male?
- Sì! – sbotta lui, allargando le braccia ai lati del corpo. Può ancora sentire sui polsi la pressione delle dita di Mario, - Non si dà della troia alla gente.
Mario ridacchia, recupera un paio di jeans, una maglietta bianca e un gilet nero e torna verso di lui.
- Ma non ti ho dato della troia, ti ho detto solo che lo sembravi. – lo rassicura, come se una dichiarazione del genere potesse rassicurarlo, e quando si sporge in avanti Davide è abbastanza sicuro che Mario voglia solo consolarlo, o scusarsi per averlo offeso, o chissà cos’altro, ma certamente non baciarlo sulle labbra. E invece è esattamente ciò che succede. – Metti questi, - gli dice, poggiando i vestiti sul letto e poi dandogli le spalle per abbandonare la stanza sempre sorridendo, come non fosse successo niente, - io ti aspetto di là.
Davide osserva la porta chiudersi, e poi il suo sguardo si sposta sui vestiti di Mario, sul materasso. Le sue dita, invece, salgono fino ad accarezzarsi le labbra, e lì, molto a lungo, restano.

*

La terza volta sa di brodo di pollo. È passato uno sproposito di tempo dalla seconda volta, e Davide ha potuto comodamente ripensare al fatto più e più volte, digerirlo e poi eliminarlo come una scoria fastidiosa, perciò quando succede è ancora più spaventoso.
Tornando a Milano dopo la partita contro il Siena, in aereo, Mario s’è sentito male. Ha bevuto una birra ghiacciata, gli è venuto mal di stomaco ed è rimasto per tutto il tempo rannicchiato sul proprio sedile mentre di tanto in tanto i compagni gli si avvicinavano per chiedergli se andasse un po’ meglio, provare a consolarlo con qualche carezza tenera sul viso o sulla testa e prenderlo un po’ in giro perché “avrai pure un fisico da paura, Mario, ma sei sempre malaticcio come una femminuccia, ma si può?”.
Davide non gli ha ronzato troppo attorno, non ha voluto infastidirlo più di tanto, anche perché Mario quando non è in forma diventa anche un sacco permaloso, e roba che in genere lo farebbe solo ridere come un cretino è in grado di portarlo ad incupirsi come gli avessero offeso la mamma o chissà che. C’è stato nel momento del bisogno, comunque: l’ha aiutato a portare il bagaglio, tornare a casa – ha guidato lui, dopo uno sproposito di tempo, e come se non bastasse ha potuto guidare la macchina di Mario, una figata che neanche le continue raccomandazioni preoccupate di Mario seduto accanto a lui hanno potuto rovinare – e poi mettersi a letto. È rimasto con lui fino a quando non s’è addormentato, poi è andato in cucina e ha messo l’acqua sul fuoco, col pollo, le cipolle, le carote e il sedano.
Quando Mario si sveglia, lui è già seduto lì accanto al letto, sorridente e con una zuppierina di brodo di pollo fra le mani, armato di cucchiaio.
- Come stai? – gli chiede. Mario lascia andare un lamento poco chiaro. Davide immerge il cucchiaio nel brodo e glielo porge.
- Che fai, m’imbocchi? – chiede a propria volta Mario, scorbutico. Probabilmente non si aspetta che Davide semplicemente annuisca, come invece accade, perché la sua reazione al suo lento movimento della testa in su e in giù è stranita. Inarca un sopracciglio, lo guarda a lungo. E poi schiude le labbra e si lascia imboccare. – Un po’ meglio. – sospira quindi alla fine, rispondendo ad una domanda che Davide, ormai, ha perfino quasi dimenticato. – Che figura di merda, eh?
- Be’, sei stato un po’ ridicolo, sì. – ridacchia Davide, - È buffo, finisci sempre a stare male per cose assurde. Ti prendi una febbre ed è la fine del mondo perché in pratica non ti si può curare, che sei allergico all’universo, poi bevi una birra e quasi ti congestioni… - ride ancora, stringendosi nelle spalle ed imboccandolo un altro po’, - È divertente.
- Be’, grazie. – sbuffa Mario con una smorfia, - È esattamente quello che avevo bisogno di sentirmi dire.
- Però… - continua Davide, abbassando lo sguardo mentre mescola distrattamente il brodo, più per darsi qualcosa da fare che perché serva davvero, - intendo, è una cosa dolce. Cioè, tu sei davvero fortissimo, è dolce che però tu abbia questi punti deboli da bambino. Poi penso a me che ho una salute di ferro e – sorride più faticosamente, dandosi una bottarella al ginocchio destro, - e poi ho lui che non mi lascia in pace un secondo. È buffo anche questo, alla fine.
Davide non riesce a sollevare lo sguardo perché parlare del dannato ginocchio lo deprime sempre un casino. È consapevole di aver praticamente perso un anno a causa sua, e il pensiero di essere riuscito a guadagnarsi un posto nell’Under-21 – anche se c’è chi potrebbe considerarlo un declassamento, dopo la Confederations Cup, ma Davide riesce a vedere la differenza fra l’andare coi grandi restando in panchina ed andare coi piccoli giocando ogni singola partita, e può solo esserne grato – solo per poi farsi spaccare il ginocchio e mandare a puttane il resto della stagione, una stagione già spettacolare, e che può solo migliorare, lo rattrista enormemente.
Può sentire gli occhi di Mario addosso, comunque: lo stanno scrutando decisi, come volessero tirargli fuori dal corpo qualcosa che le parole non potrebbero esprimere altrettanto efficacemente. Resta comunque immobile quando sente le lenzuola frusciare, il corpo di Mario scivolargli accanto sul materasso, il suo calore avvicinarsi. E le sue guance prendono fuoco quando due dita di Mario gli sollevano il mento e gli posano sulle labbra un altro bacio. Una consolazione, forse. Un “ti capisco”, o un “ti sono vicino”. Ma espresso comunque labbra contro labbra, ed è già il terzo.
Mario si allontana poco dopo, e torna a stendersi sul letto, voltandosi dall’altro lato e chiudendo immediatamente gli occhi. Davide cerca di non fare rumore mentre esce dalla stanza portando con sé quel che resta del brodo di pollo, poco dopo.

*

La quarta volta è bagnata, c’è acqua ovunque. Visto che Mario ci stava mettendo un’enormità di tempo ad uscire dallo spogliatoio, Davide è scivolato lungo i corridoi sconosciuti del Bernabéu e l’ha raggiunto, stupendosi di trovarlo ancora sotto la doccia, completamente solo.
- Ma che combini? – gli chiede in una mezza risata, - Sono tutti fuori a farsi intervistare, la conferenza stampa starà già per finire.
Mario non apre gli occhi e non si sposta da sotto il getto d’acqua tiepida. Il suo corpo, ricoperto di goccioline d’acqua e finalmente rilassato, è meraviglioso.
- Lo immaginavo. – annuisce, sorridendo appena, - Volevo prendermi un po’ di tempo per me.
- Volevi lavare via l’onta di non aver giocato? – ridacchia Davide, appoggiandosi sulla parete accanto alla doccia. Mario ride e gli schizza un po’ d’acqua sul viso.
- No, è che continuo a sorridere come un cretino e volevo vedere se stare un po’ tranquillo per i fatti miei poteva farmi smettere. – risponde, scuotendo il capo per scrollarsi un po’ d’acqua dai capelli, - Non posso mica andare in giro con questa faccia.
- È una bella faccia. – commenta Davide, e quando Mario finalmente apre gli occhi per lanciargli uno sguardo strano e un sorrisino ancora più strano, si affretta a correggersi: - Cioè, si vede che sei felice. È bello vederti sorridere così. – prova a metterci una pezza, ma il calore alle guance gli conferma il rossore, e lui sa che Mario non si lascia mai sfuggire particolari di una simile importanza.
- Tu, invece, - dice, tornando ad immergersi sotto il getto d’acqua, - potresti avere una faccia più bella.
Davide si acciglia.
- Stai dicendo che sono brutto? – borbotta offeso. Mario scoppia a ridere.
- Sto dicendo che vorrei vederti sorridere di più. – precisa, e Davide arrossisce ancora, ma riesce, chissà come, a trovare la forza di scrollare le spalle e fingere indifferenza.
- È dura sentirsi questi trionfi addosso e sorridere, quando si sa di non aver contribuito neanche un po’ per ottenerli.
Mario si volta repentinamente a guardarlo, lo stupore talmente evidente negli occhi e sulla piega delle labbra dischiuse che Davide si pente perfino di averla pensata, una cosa simile. I gesti successivi – lui che si allunga verso Davide, lo afferra per il polso, lo trae a sé e poi lo schiaccia contro la parete della doccia, premendo con forza le labbra serrate contro le sue – sono talmente concitati che Davide perde la traccia del loro ordine, non capisce più dove si trova né cosa sta facendo, e non riesce nemmeno a trovare nella propria testa una delle solite motivazioni che in genere lo aiutano a convivere con gesti simili senza doversi arrendere troppo disperatamente a ciò che sono.
- Sono anche tuoi. – gli dice Mario, guardandolo negli occhi dopo essersi allontanato di qualche centimetro. L’acqua cade loro addosso come fossero per strada sotto la pioggia, e il corpo di Mario è così schiacciato contro il suo da rendere tutto ancora più confuso. – Sono tutti e tre anche tuoi.
Quando le labbra di Mario tornano a coprire le sue, non sono più solo labbra. E la sensazione bagnata che Davide sente, quella sensazione bagnata alla quale si aggrappa come da essa dovesse dipendere il ritmo del proprio respiro, non è più solo dovuta all’acqua.

*

Mario è andato a San Siro con la squadra, a festeggiare coi tifosi. La testa di Davide già ciondolava in aereo, perciò ha preferito tornarsene a casa a dormicchiare in attesa del suo ritorno. D’altronde, s’è detto, adagiandosi mollemente fra le coperte e poggiando la testa sul cuscino con un respiro di sollievo, avrà altre occasioni per festeggiare coi tifosi, occasioni che, nonostante le parole di Mario, potrà affermare di sentire più proprie.
Quando Mario torna a casa sono le sette passate, il sole è già alto nel cielo e Davide, con gli occhi socchiusi, ne osserva i raggi giocare fra le tende tirate in camera. Sa che Mario entrerà dalla porta, se la richiuderà alle spalle, attraverserà il corridoio e, quando entrerà nella sua stanza, stavolta non sarà per errore. Perciò lo accoglie schiudendo gli occhi e sorridendogli, quando lui, finalmente, arriva.
- Era bello San Siro? – chiede, la voce ancora impastata dal sonno. Prima di rispondergli, Mario si prende qualche secondo in cui, semplicemente, lo osserva. Davide è spaventato dall’intensità di quello sguardo, dall’enorme quantità di affetto che ci sente dentro. Non s’è mai sentito osservato così da nessuno che non fossero i suoi genitori o suo fratello quando, da piccolino, lo andava a guardare giocare nel Ravenna. Uno sguardo del genere, però, quando arriva da Mario, ha implicazioni totalmente diverse, e per quanto Davide ne sia spaventato fin quasi al terrore non riesce a nascondere il formicolio tutto particolare che lo scuote interamente quando il sorriso di Mario si apre e lui comincia a spogliarsi.
- Bellissimo. – gli risponde, - Pieno come un uovo. Ed erano tutti felici. Avresti dovuto vederli.
- Avrò altre occasioni. – lo tranquillizza lui, sorridendogli sereno. E poi, in un impeto infantile e del tutto ridicolo, solleva le braccia. Come volesse farsi sollevare in braccio o chissà che altra stronzata.
Mario ridacchia, gli si avvicina, sbottona i pantaloni e si siede sul bordo del letto, stringendolo a sé. Davide si appoggia contro il suo petto. È caldo, e il suo respiro si adegua quasi naturalmente al battito del suo cuore che riesce a sentire attraverso la cassa toracica.
Quando chiude gli occhi e li riapre, vede solo il nero della sua pelle. Sa che di fuori è giorno, ma per lui è ancora notte.
- Ma che cosa diavolo sta succedendo? – chiede, con una risatina vagamente nervosa.
Mario lo stringe più forte, e invece di parlarne, lo bacia ancora. E Davide si accorge che una risposta, in realtà, non gli serve nemmeno.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Mario/Davide, se proprio.
Rating: PG
AVVERTIMENTI: Gen, (accennato) Slash.
- "Mario non ricorda di essersi mai sentito così prima d’ora."
Note: Subito dopo Barça-Inter. Titolo da When You're In Love dalla colonna sonora di Sette Spose Per Sette Fratelli. Dedicata ad Ary perché sì. Prompt: Affanno/Calma @ It100.
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WHEN YOU’RE IN LOVE// (AFFANNO)
Mario non ricorda di essersi mai sentito così prima d’ora. Neanche quando stava in Primavera e giocare era una questione di vita o di morte, e ad animare le sue gambe c’era la furia, invece della pigrizia di una storia che gli sembrava stesse andando a rotoli e che ora invece gli fa tremare il cuore e le ciglia in modi che prima di quel momento non aveva mai creduto possibili.
Quando Thiago viene espulso, si alza assieme a tutta la panchina e protesta. Cerca di ricordare un altro momento della propria esistenza in cui si sia trovato in panchina e si sia sentito moralmente costretto ad andare a protestare perché qualcuno – che non fosse se stesso, ovviamente – era stato espulso, e non ne trova. E man mano che la partita va avanti sente il cuore risalire lungo la sua gola e poi piazzarsi da qualche parte lì a metà mozzandogli il respiro, facendogli quasi temere per la sua stessa vita. Cerca di mettere in modo il cervello – nonostante l’ossigeno che scarseggia renda difficili le operazioni – e prova a ricordare un altro momento in cui si sia sentito così. Non c’è.
Quando l’arbitro fischia la fine del match, scatta in piedi e corre a perdifiato finché può, ma dopo un paio di metri all’interno del campo da gioco si accascia su se stesso, piega le ginocchia, poggia una mano per terra e con l’altra si copre gli occhi, e piange, perché il suo cuore è esploso, e in qualche modo lui dovrà riuscire a gettarne via i brandelli.

(CALMA) //THERE IS NO WAY ON EARTH TO HIDE IT
Sono passate svariate ore quando si ritrova nel letto di casa propria con Davide al suo fianco. Si è calmato, il cuore non batte più con tanta prepotenza, da un po’ gli sembra di essere tornato a respirare più tranquillamente, anche se ogni volta che chiude gli occhi si rivede ancora in mezzo al Camp Nou piegato in due e gli si stringe lo stomaco fino a fargli male.
Lui e Davide hanno deciso di dividere il letto, una cosa cretina che in genere fanno solo quando sono terrorizzati a morte prima di qualche partita importante. Stavolta la partita importante è appena finita, ma per qualche motivo dormire soli proprio stanotte sembrava una cosa impensabile, perciò ora fissano il soffitto della stanza, l’uno accanto all’altro, e dall’emozione non riescono nemmeno a parlare.
Mario si volta all’improvviso, e sono tanto vicini che nel voltarsi il suo corpo finisce a sovrastare completamente quello di Davide, che si stringe spaventato nelle spalle mentre lui pianta un gomito al suo fianco, reggendosi sul materasso e guardandolo fisso negli occhi nonostante il buio, ad un centimetro di distanza.
- Penso di essermi innamorato. – sussurra incredulo, - È una cosa assurda. È la prima volta che mi succede. Fa un male cane. – si interrompe per qualche secondo. – A te è mai successo?
Davide gli lancia un’occhiata lunghissima e deglutisce a fatica.
- Sì. – soffia infine, mordendosi un labbro.
Mario gli sorride, tornando a stendersi al suo fianco.
- È bellissimo. – confessa, stringendogli una mano.
- Sì. – ripete ancora Davide, ricambiando la stretta. Il soffitto, per un secondo, sembra il cielo di Madrid. E poi entrambi si addormentano.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Nessuno.
Rating: G
AVVERTIMENTI: Gen.
- "Mi sembra di aver perso qualcosa."
Note: Ambientata poco prima di Barça-Inter. Il titolo è un proverbio di origine che non ricordo dettomi da Tab un secolo fa. Prompt: Perdere/Ritrovare @ It100.
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LA CASA NON PERDE// (PERDERE)
- Mi sembra di aver perso qualcosa. – borbotta Mario, rovistando ovunque e mettendo a soqquadro l’intera camera.
- Qualcosa? – chiede distrattamente Davide, continuando a sfogliare la rivista che ha per le mani, - Qualcosa tipo cosa? La testa, magari?
Mario si lascia sfuggire un mugolio sconfitto, ricadendo seduto sul letto accanto a lui.
- Non lo so, è una sensazione. – sbuffa contrariato, - A te non è mai capitato di avere la sensazione di aver perso qualcosa e non riuscire a capire cosa?
Davide sorride, posa la rivista di lato e lo guarda con un’indulgenza quasi sproporzionata rispetto al loro rapporto e all’età che hanno.
- Sì. – risponde, - Erano le volte in cui avevo perso la testa.

(RITROVARE) //LA CASA NASCONDE
Quando entra in camera, dopo aver parlato col mister per quelle che gli sono sembrate delle ore ed essersi poi sentito candidamente dire che “a Barcellona vieni anche tu, ovvio che vieni anche tu, vengono tutti, figurarsi se non vieni anche tu!”, la prima cosa che nota è il braccialetto elastico nerazzurro che credeva di aver perso eoni fa ed invece era lì a fare bella mostra di sé sotto la lampada alogena sulla scrivania, come niente fosse.
- Ah! – esclama indicandolo col dito puntato, - Eccolo!
- Eh? – biascica Davide, svegliandosi per il suo schiamazzo e mettendosi a sedere con aria ancora pesantemente assonnata, - Ma di che parli?
- Il braccialetto! – strillacchia Mario, quasi saltando fino alla scrivania, recuperandolo e infilandolo senza aspettare neanche un secondo, - Era questo quello che avevo perso, Dade! È sempre stato qui.
Davide sorride ancora, divertito.
- Come la tua testa. – risponde, - A proposito, a Barcellona ci andiamo entrambi, vero?
- Uh, sì. – risponde lui, gesticolando disinteressato come se la cosa fosse della minima importanza, - Mourinho me l’ha appena detto.
Davide ridacchia, stringendosi nelle spalle.
- E allora era proprio la testa. – soggiunge a bassa voce, ma Mario non lo sente e lui non ha nessun bisogno di ripeterglielo.
Fandom: RP: Calcio
Personaggi:
Genere: Introspettivo.
Pairing: Nessuno.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Angst, Gen, (accenni) Het.
- "Di notte tutti i confini si sfumano, e seguirne le linee per Mario diventa quasi un’attività divertente."
Note: Ambientata presumibilmente nel periodo delle non convocazioni, ma in realtà è abbastanza random. Prompt: Offuscato/Definito @ It100.
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AWAY FROM THE DARK// (OFFUSCATO)
Di notte tutti i confini si sfumano, e seguirne le linee per Mario diventa quasi un’attività divertente. Seduto nel privè di qualche discoteca dal nome ridicolo e che a giudicare dal prezzo dell’ingresso dovrebbe essere molto più bella di quanto invece non sia, Mario sta fermo, il proprio cocktail fra le mani, il sapore di una donna sconosciuta fra le labbra e possibilmente anche il suo peso e la sua morbida consistenza spalmata contro un fianco, e si guarda intorno. Le luci si agitano svelte, come i corpi sulla pista da ballo. Fra le sue palpebre socchiuse, fra le ciglia lunghe che si divertono a schermare il novanta percento di ciò che potrebbe vedere – e, in fondo, è una condizione nella quale si ritrova spesso, quella di vedere solo una minima parte di tutte quelle cose che dovrebbe o comunque gli farebbe comodo notare – oltre lo schermo di disinteresse che pone fra sé e gli altri, passano solo informazioni frammentarie, confuse, spezzettate, come i ricordi di un sogno appena sveglio.

(DEFINITO) //THE DARK INSIDE
Di giorno non è altrettanto semplice, di giorno i confini delle cose sono netti, e seguirli non è divertente perché sai già cosa troverai alla fine – e quasi mai si tratta di qualcosa di piacevole. Quando il sole picchia forte sulla Pinetina, a volte Mario non riesce a guardare nemmeno l’erba o le foglie degli alberi, o le divise dei suoi compagni: la luce del sole si riflette sopra ogni superficie, lo colpisce dritto in faccia, gli ferisce gli occhi.
- Mario! – gli urla Mourinho, aggirandosi per il campo e attorno a lui come non aspettasse altro di vederlo cedere per poi annientarlo del tutto, - Mario, non ti distrarre!
E Mario riprende a correre, anche se non vuole, ma tiene gli occhi chiusi, a rischio di inciampare, cadere o spezzarsi in altro modo l’osso del collo, perché almeno così non vede, e può evitare di stare male.
Genere: Introspettivo, Erotico.
Pairing: Mario/Davide, cenni minimi di Mario/José onesided.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Angst, Slash, Lemon.
- "Il loro rapporto è un tacito scambio di concessioni, e può funzionare solo in questo modo."
Note: Storia scritta come immediato seguito di Inter-Fiorentina, valida per l'andata delle semifinali della Coppa Italia 2010. L'idea di dare un seguito alla rabbia di Mario dopo la sostituzione era troppo pressante perché io potessi ignorarla X3 (Precisazione: che il tatuaggio di Mario sull'avambraccio sinistro esista, è quasi certo, ma in cosa consista è un mistero XD Diciamo che ho voluto vederla così sperando di anticipare il canon come a volte succede u.u)
Titolo rubato a Chained To You dei Savage Garden.
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Sudden Sense Of Urgency


L’acqua è talmente gelida che Mario ha come l’impressione di aver perso sensibilità su tutta la superficie della pelle. L’ultima cosa che ha sentito, prima di uscire dal campo, è stata la voce del mister strillare qualcosa di troppo fastidiosamente simile a “fatti una doccia fredda” per poter essere ignorato, ed è stato solo facendo appello a quel po’ di autocontrollo che ancora gli era rimasto in corpo che è riuscito a frenarsi dal girare su se stesso, tornare verso di lui e saltargli addosso per pestarlo a sangue.
Non ha mai capito quale sia il problema fra lui e il mister, sicuramente è qualcosa che ha a che fare con due caratteri incompatibili, forse era vero quel discorso sulla tensione sessuale irrisolta che faceva Zlatan ridendo come un cretino e prendendolo platealmente per il culo prima di allontanarsi troppo per poterselo permettere ancora, comunque non è una cosa che Mario abbia mai voluto comprendere a fondo perché innegabilmente c’è qualcosa che lo blocca, quando si parla di Mourinho. In ogni momento della sua giornata in cui l’allenatore è presente nella sfera di cose che lo circondano, Mario è arrabbiato. Qualcosa nella sua persona lo irrita profondamente, e se già è un sentimento tanto forte quando non ne conosce il motivo, può solo immaginare quanto potrebbe arrivare ad essere devastante se solo arrivasse a spiegarselo anche parzialmente, perciò, per quieto vivere e con buona pace di tutti, ha sempre lasciato perdere.
Negli spogliatoi, da solo, è rimasto a lungo in silenzio, seduto sulla panca davanti alle docce. Lo schermo acceso, nella stanza accanto, ha riempito l’aria della telecronaca di Scarpini, e lui è rimasto ad ascoltare i suoi compagni per niente tranquilli, chiusi in difesa e in qualche modo vincitori nonostante tutto. Guardando il vuoto, s’è ripetuto mentalmente che l’assist per il gol-vittoria l’ha fatto lui. Che dovrebbe andarne orgoglioso, che non dovrebbe comportarsi così – come se tutto fosse sempre una battaglia e perciò fosse suo pieno diritto ringhiare e prendere a unghiate in faccia il mondo – però poi ha pensato che, cazzo, quell’assist sarà stato sufficiente a vincere una partita, ma non ad obbligare Mourinho a concedergli due secondi in più per riprendersi dal dolore della botta prima di ripiegare in difesa. Due secondi, non una vita e mezzo, cazzo. Come fa a non infuriarsi?
Quando ha sentito i suoi compagni entrare nello spogliatoio, stanchi ma soddisfatti, s’è tolto di dosso tutto e s’è infilato in doccia, senza rivolgere una parola a nessuno. È rimasto lì sotto il getto d’acqua ghiacciata, mentre loro sfilavano al suo fianco uno dopo l’altro, lo guardavano con palese preoccupazione e poi s’allontanavano con un sospiro sconfitto. È ancora lì adesso che sente la vocina di Davide farsi strada oltre il ticchettio delle gocce d’acqua sulla ceramica del pavimento e raggiungere le sue orecchie, chiamandolo per nome.
Per un attimo, sorride: la voce di Davide è ancora un po’ infantile, ma più che altro nel modo in cui la utilizza, non certo per il timbro. Per questo, è un po’ ridicolo parlare di vocina, e Mario si scrolla di dosso il pensiero chiudendo l’acqua e scuotendo il capo, consapevole di stare bagnando anche lui.
Davide non si lamenta. Si piazza nella doccia al suo fianco, getta indietro l’asciugamano ed armeggia con le manopole per ottenere l’acqua all’esatta temperatura che desidera, restando un po’ sotto il getto prima di decidersi a parlare.
- Ho chiesto al mister se potevo aspettarti. – dice, - Mi ha quasi mandato a quel paese. È molto arrabbiato.
- Lo sono anch’io. – fa presente Mario, ed ora che la tensione è scivolata via dai suoi muscoli, ed ora che l’acqua non picchia più e resta cristallizzata in goccioline finissime sulla sua pelle, comincia a sentire freddo.
- Sì, ma tu non hai ragione di esserlo. – risponde tranquillamente Davide, insaponandosi diligentemente ovunque e tornando a lasciarsi investire in pieno dal getto d’acqua poco dopo. – Per cos’è che sei sclerato in quel modo?
- Ma cazzo, Dade, - comincia lui, gesticolando come fa sempre quando cerca di spiegare al mondo i mille e più motivi per cui è evidente che lo odia, - hai visto come mi hanno pestato per tutta la partita? Guarda qua, cazzo! – dice, indicando la crosticina sulla fronte, - Tutti i figli di puttana che giocano nelle altre squadre di questo campionato di merda saranno contenti solo quando riusciranno a spaccarmi la testa in due e camminare coi tacchetti sul mio cervello, cazzo.
- Ci sono andati giù pesante, è vero. – minimizza Davide, - Ma non è per quello che ti sei arrabbiato.
- Infatti, mi sono arrabbiato perché niente di quello che faccio è mai abbastanza, Dà. Stavo giocando bene!
- Ah. – lo interrompe Davide, sciacquando via il sapone e spremendo un po’ di shampoo sul palmo della mano, - Quindi ti sei arrabbiato per la sostituzione. Volevi continuare a fare la primadonna in campo e t’ha dato fastidio che il mister non te l’abbia permesso. È questo il punto.
- Per come la metti tu, - ringhia Mario, stringendo i pugni lungo le cosce, - sembro una testa di cazzo.
- Forse perché lo sei? – chiede Davide, inarcando un sopracciglio e voltandosi a guardarlo con aria scettica.
La reazione di Mario è istantanea: stende le braccia, lo afferra per le spalle e lo schianta di schiena contro la parete bagnata della doccia, sostituendosi al suo corpo sotto il getto d’acqua tiepida e poi avvicinandosi a lui abbastanza da poterlo guardare dritto negli occhi, ed abbastanza da non capire se è l’acqua o la sua vicinanza a restituire al suo corpo il calore perduto.
- Vaffanculo. – gli soffia sulle labbra, e poi lo bacia con la solita irruenza di quando non ci vede più dalla rabbia, stringendolo forte, mordendolo e lasciando ovunque segni evidenti del proprio passaggio – quelli che, più del freddo di Milano, lo obbligano ad andare in giro con la maglia dolcevita sotto tutto il resto anche quando esce con gli amici.
Il fatto è, e Davide lo sa, che Mario è uno che accumula, accumula, accumula, e poi sente il bisogno fisico di esplodere e scaricare. E non è importante che si lasci gravare sulle spalle anche cose che non avrebbe nessun motivo di considerare come offese o richieste personali: Mario è convinto che il mondo lo odi – anche perché il mondo non gli ha ancora dato prova del contrario – e, dato che è così, ogni cosa che succede è un problema di primaria importanza. Fra lui e il mister, fra lui e la squadra, fra lui e l’Italia, fra lui e l’universo.
Davide schiude le labbra e anche le cosce per evitare di farsi troppo male, ha accettato molto tempo fa questo ruolo all’interno della vita di Mario, e non è un ruolo che gli sta stretto, così come non è un ruolo che lo infastidisce, perché è l’unico essere in tutto l’intero mondo da cui Mario non si senta attaccato. Non sa bene come sia potuta succedere una cosa simile, quale fosse la congiunzione astrale che vegliava sulle loro teste la prima volta che i loro occhi si sono incrociati, quale dio fosse lì a propiziare la loro unione ed altre cazzate simili, sa solo che a livello chimico qualcosa fra i loro corpi è scattato, e adesso vivono in simbiosi.
Non è ancora chiaro cosa Mario faccia per Davide, per ricambiare tutto ciò che Davide fa per lui, ma Davide, di questo, non s’è mai lamentato. Si fa prestare una giacca di tanto in tanto, ha preteso di conoscere tutti i suoi amici e di farsi tagliare i capelli da Teo, poi un giorno l’ha guardato ed ha preteso di fargli tatuare il suo nome addosso. “Adesso?”, ha chiesto Mario. “Adesso”, ha risposto lui, ed ora c’è il suo nome sul suo avambraccio sinistro, nero su nero, quasi invisibile, ma persistente.
A Mario, le sue, non sono mai sembrate richieste esagerate. Forse cambierà idea se mai un giorno Davide dovesse sorridergli e proporgli di andare a vivere insieme ed adottare un trilione di bambini ghanesi, ma anche in quel caso non è poi tanto sicuro che riuscirebbe a guardarlo con indifferenza e rispondergli “ma sei fuori”. Il loro rapporto è un tacito scambio di concessioni, e può funzionare solo in questo modo.
Davide si lascia sollevare in alto, la sua schiena striscia contro la parete senza attrito, aiutata dall’acqua che ancora piove su entrambi. Mario lo guarda dritto negli occhi, lo bacia e poi si ritrae, e continua a guardarlo fisso, quasi volesse sfidarlo, quando se lo tira contro ed entra dentro di lui, reggendolo saldamente per i fianchi mentre Davide incrocia le gambe dietro la sua schiena e poggia le mani sulle sue spalle, affondando le unghie nella sua pelle. Mario grugnisce di qualcosa di troppo spaventosamente confuso fra dolore e piacere per poterlo davvero identificare, e continua a guardarlo negli occhi seguendo il movimento lento e un po’ dondolante dei propri affondi dentro il suo corpo. Le labbra di Davide sono dischiuse, si lasciano sfuggire gemiti osceni e invitanti, Mario lo bacia solleticando la sua lingua con la propria perché non riesce a farne a meno, e quando stringe il pugno attorno alla sua erezione e comincia a masturbarlo lo fa solo perché la voce di Davide che sale di tono ed anche di volume implorandolo di andare avanti è la soddisfazione più enorme che s’è preso questa serata, più dell’assist, più di tutto.
Viene dentro di lui con un ringhio di gola, e schiaccia Davide fra se stesso e il muro perché non vuole lasciarlo andare, non vuole neanche permettergli di poggiare di nuovo i piedi a terra. Nasconde il viso nell’incavo del suo collo e respira forte, cercando di domare il proprio cuore. Davide gli accarezza la nuca con la punta delle dita, stringendolo come volesse proteggerlo da tutti i mali del mondo.
È un momento che dura pochissimo: quando entrambi riescono a tornare abbastanza lucidi da rendersi conto di dove sono, Mario lascia andare Davide e Davide smette di stringerlo come fosse il suo unico scudo in mezzo a una battaglia campale. Non si guardano nemmeno, Mario passa a Davide il suo asciugamano e ne cerca uno per sé. Si rivestono in silenzio, ma uscendo dallo spogliatoio Mario sorride, e Davide è un po’ più felice – la loro partita, comunque, l’hanno vinta entrambi.
Genere: Commedia, Romantico (poco).
Pairing: Mario/Davide.
Rating: PG
AVVERTIMENTI: Flashfic, Slash (lieve).
- I cinque minuti più intensi dell'anno per ogni tifoso interista che si rispetti, sono anche i cinque minuti più intensi di tutta la vita di Davide Santon.
Note: Storia idiota scritta perché le foto di quei due assieme sugli spalti a San Siro durante Inter-Siena non potevano restare ignorate XD
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In Cinque Minuti


- Mario. – mormora Davide, incerto, stringendo con una certa forza le dita attorno alla ringhiera, - Dovrei parlarti.
- Porca putt-- - ringhia Mario, stringendo le dita scurissime attorno alla stessa ringhiera, ma saltando letteralmente in avanti, sporgendosi tanto da dare perfino l’impressione di stare per cadere di sotto, - Arbitro di merda, fermaliogni tanto! Cazzo, un fuorigioco di dieci metri, non ti è bastata l’azione del gol di prima, cazzo?!
Davide sospira, spostando nervosamente il peso del corpo da un piede all’altro e dondolandosi un po’ sui talloni e sulle punte, nel tentativo di lasciar scivolare via l’ansia, cercando di scrollarsela di dosso come le poche gocce di pioggia che gli avevano inumidito i capelli prima di ripararsi sotto la tettoia del posto d’onore dal quale lui e Mario stanno seguendo la partita.
- Mà… - lo chiama, un po’ timoroso, - sul serio, ti devo dire una cosa.
- Ma cazzo! – sbraita lui, gesticolando come un ossesso, - Ma Cristo, arbitro di merda! Te lo spiego, guarda: se quello entra con due fottute gambe tese su un qualsiasi giocatore vestito di nerazzurro, è un cazzo di fallo per noi, ok?! Hai capito adesso?! – e poi si volta verso Davide, ancora sconvolto. – Ma ti pare uno che sa fare il proprio mestiere, questo qua? E soprattutto, Dade: stiamo perdendo tre a due col cazzo di Siena, vaffanculo, cos’è che devi dirmi adessoche non possa aspettare domattina, quando mi sarò sfogato dando fuoco alla prima maglia nerazzurra che ho indossato dopo aver spaccato vetro e cornice a testate?
Davide fa una smorfia contrariata, aggrottando le sopracciglia.
- Ma tu non eri milanista? – borbotta.
- Questo è del tutto irrilevante, al momento. – risponde con naturalezza Mario. – E quello è un cazzo di fallo sul capitano, arbitro di merda! E fischia, una buona volta!!!
- E piantala di ululare! – sbotta Davide, tirandogli uno scappellotto contro la nuca, - Va’ che ci hanno dato la punizione, contento?
- Sì, finalmente! – sospira Mario sollevato, scrutando i giocatori in campo per cercare di capire chi s’incaricherà del tiro. – Cazzo, mi sa che è un po’ troppo distante per l’olandese mignon. – dice fra i denti, pur senza dimenticare di lasciarsi sfuggire un mezzo sorriso tenero quando parla di Wesley. – E’ la mia posizione e la mia distanza, quella. Te ne segno tre di fila, da lì.
Davide resta col fiato sospeso al suo fianco ad aspettare che Wesley batta la punizione, e quando la palla va a insaccarsi con precisione millimetrica proprio sul palo che il portiere, tra le altre cose, stava coprendo, lascia che Mario lo abbracci impetuosamente e si metta a strillare che lui lo sapeva che l’olandese mignon ce l’avrebbe fatta, non aveva mai avuto il minimo dubbio a riguardo!, e tralascia di ricordargli che invece fino a pochi secondi prima sosteneva – pure un tantino presuntuosamente – proprio l’esatto contrario.
- Tu sei proprio sicuro di essere milanista, sì? – borbotta, risistemandosi il giubbotto e la sciarpina che la stretta di Mario ha scombussolato quasi irrimediabilmente.
- Ma perché rompi le palle su questa storia? – ritorce Mario, quasi offeso, - E’ questo che mi vuoi chiedere da mezz’ora?
- No. – sospira Davide, ormai quasi rassegnato, - No, devo dirti qualcosa di serio.
- Eh, e allora forza, parla. – concede, e per qualche secondo Davide lo osserva fissare rapito i giocatori sul campo, la voglia di giocare che gli freme sottopelle, e sorride.
- Mario, ecco, io-
- Ommioddio.
- Ma-
- Oh, cazzo, guardali.
- Mario, asc-
- Oh cazzo--
- Mario! Mi piaci!
Le sue parole, come l’urlo di gioia di Mario, si perdono e si sfumano nel boato assordante che investe tutto lo stadio quando l’azione più perfetta di tutta la partita si traduce nel gol di Walter, che pone fine al match di Campionato più duro della stagione e regala loro i tre punti più faticosi che si siano dovuti guadagnare negli ultimi trecentosessantacinque giorni senza dover scomodare la musichetta d’apertura di ogni partita di Champions. Mario gli salta letteralmente addosso e lo coinvolge in un’assurda quanto ridicola danza della gioia che lo costringe a girare in tondo come una trottola finché tutti i colori che vestono San Siro diventano un bianco sporchicchio e uniforme in cui l’unica cosa chiara e definita è il sorriso di Mario, così genuinamente felice da soffocargli tutte le parole in gola.
- Abbiamo vinto, Dade! – urla Mario, stringendolo e saltellando qua e là, - Abbiamo vinto! – poi si ferma un secondo, come avesse improvvisamente ricordato qualcosa, e torna a guardarlo con sincera curiosità negli occhi. – Non ho capito, mi hai detto qualcosa, poco fa?
Davide arrossisce imbarazzato e poi si limita a sorridere, tirandogli una schicchera sul naso.
- Sì. – risponde quindi, - Ti ho chiesto se sei proprio sicuro di essere davvero milanista.
Mario rotea gli occhi e lo manda a fanculo. Davide ride, ed è contento di essere stato mandato a fanculo per questo, piuttosto che per qualcos’altro.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: PG
AVVERTIMENTI: Slash (lieve).
- "I can’t believe I’m late and I can’t believe it’s your fault!"
Note: Storia in inglese.
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Mario Is Alright With This


Mario is alright with this.
Davide is whining like a baby by his side, jumping nervously and biting his nails while he looks around in search of God only knows what. “I can’t believe I’m late,” he’s repeating obsessively, like a mantra, “I can’t believe I’m late and I can’t believe it’s your fault!”
“You didn’t seem so upset this morning,” Mario laughs, pinching Davide's hip under his shirt and then caressing him lightly, smiling even more when Davide’s cheeks become red and he moves away, embarrassed.
“Stop doing it!” he mutters, massaging his hip – like Mario would believe he actually hurt him, yeah – “It’s no wonder no one relies on you, Mario, you’re so irresponsible!”
Mario laughs again, bending over just a little, to kiss Davide's neck, and Davide almost slaps him to make him stop the flirting, the very moment Casiraghi comes out of his office and starts screaming “You two! You’re late!”, ordering them to run around the pitch and stop only when he says so.
The air is freezing cold and all their teammates are already working in the midfield, looking at them like they’re aliens or something; Davide’s running beside him. “You’re so stupid,” he’s saying, and “I hate you,” and Mario knows he’s lying.
Mario smiles. He is alright with this.
Genere: Romantico, Erotico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon.
- "Capita sempre piuttosto all'improvviso."
Note: Scritta per il P0rn Fest @ fanfic_italia su prompt RPF Calcio (Inter FC), Davide Santon/Mario Balotelli, SexBomb!Mario/Dormiente!Davide. E' tutta colpa di Ary, e pertanto gliela dedico :*
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Sleeptalker


Capita sempre piuttosto all’improvviso. Mario ha imparato a dar la colpa agli ormoni e non farsi più tante domande al riguardo, anche perché porre delle domande porta spesso a ricevere delle risposte, e Mario non è proprio sicuro di averne bisogno al momento – almeno, non quanto ha bisogno di sentire la pelle di Davide scivolare umida sotto i polpastrelli – motivo per cui zittisce il cervello e si solleva a sedere sul materasso, lanciando un’occhiata alla porta chiusa e, subito dopo, un’altra al profilo di Davide, immobile nel buio.
Si accarezza lo stomaco nudo, le dita che esitano sull’orlo dei boxer, ed osserva l’erezione evidente nonostante ciò che la copre, i lineamenti del viso che si tendono in una smorfia un po’ stanca mentre cerca di capire se ci sia qualche speranza di venirne fuori senza disturbare Davide. Solleva il lenzuolo, scosta i boxer – no, nessuna speranza, conclude gettando le gambe giù dal letto e piantando bene i piedi per terra, allungandoli un po’ in avanti a tastare il tratto di moquette che separa il suo letto da quello di Davide, per verificare che non ci siano ostacoli pericolosi. Anche perché farsi male in questo momento sarebbe se non altro ridicolo, e poi dare spiegazioni sarebbe indubbiamente imbarazzante.
Si mette in piedi nello stesso istante in cui Davide si volta su un fianco e affonda con un mugolio nel disastro di lenzuola, piumoni e cuscini che gli ingombra il letto. Quando sono andati insieme in ritiro per la prima volta, e l’ha osservato andare in giro per la stanza a raccattare cuscini – per poi uscire dalla camera e chiedere i cuscini in eccedenza anche al alcuni dei loro compagni di squadra – per qualche istante ha temuto che Davide fosse una qualche specie di principessina viziata intrappolata nel corpo di un giovane calciatore troppo magro per fare davvero questo mestiere, ma poi, quando l’ha visto arrangiare i cuscini sul materasso provando svariate combinazioni e testando la comodità di tutte prima di fare la propria scelta definitiva, ha capito che Davide non ambiva ad avere un letto simile a quello di una qualche principessa dotata di baldacchino, quanto più una cosa molto più semplice e da ragazzino, una cosa molto più sua: a Davide piace il caos; più una cosa è confusa, più lui è felice di viverla, e questo è anche il motivo per cui vanno così d’accordo.
Si siede sulla sponda del letto, senza curarsi di fare delicatamente. D’altronde, dovrà pure svegliarlo, in qualche modo. Davide, però, non sembra dello stesso avviso: Mario lo osserva mugolare ancora ed affondare con maggiore convinzione fra i cuscini – anche a rischio di soffocarcisi, probabilmente – affatto intenzionato a schiudere gli occhi.
- Ehi, Dade. – lo chiama, infilando una mano sotto la coperta e poi sotto anche la maglia del suo pigiama, poggiando le dita fredde sulla sua pelle caldissima, - Dade, svegliati.
- Mmh… - borbotta lui, strizzando le palpebre ed arrotolandosi come una palla, - Chevvuoi…? – chiede, strascicando la voce in un lamento da bimbo.
- C’ho voglia. – risponde Mario, stendendosi al suo fianco sotto la coperta e buttando giù un paio di cuscini oggettivamente inutili mentre sorride per il suono impastato di sonno della sua voce.
- Ma io no… - si lagna ancora Davide, gli occhi chiusi e le labbra piegate in una smorfia triste, - Non puoi aspettare domani…? – chiede trasognato, - Sto dormendo…
- Sì, me ne sono accorto. – ride Mario, intenerito, scivolando con le labbra sulla sua nuca fino a fargli il solletico, - Dai, se non era urgente mica ti rompevo le palle…
- Ma daiiii! – mugugna Davide, afferrando un cuscino a caso fra i sopravvissuti agli smottamenti causati da Mario ed usandolo per coprirsi la testa. Mario manda via l’intruso con un colpo della mano e scende a torturargli il collo con labbra, lingua e denti. Davide sbuffa, si dimena, poi le sue spalle si rilassano e così fanno anche i lineamenti del suo viso.
- Allora? – chiede Mario, strusciando il naso contro il suo zigomo, - Posso? – e le sue dita già scendono oltre l’orlo dei pantaloni del pigiama, accarezzando il profilo delle natiche sode.
Davide sospira e si stende meglio sul materasso, schiudendo lievemente le gambe ed afferrando un cuscino alla cieca per sistemarselo sotto la pancia, in modo da riuscire a tenere sollevato il bacino senza per questo dovere rimanere vigile.
- Va beeene… - borbotta con tono di compassionevole concessione, - Ma fai piano e non svegliarmi, che domani sarà una giornata pesante.
Mario annuisce anche se sa che Davide, girato com’è, non può vederlo, e oltretutto, pure se potesse vederlo, non lo vedrebbe lo stesso, dato che ha ricominciato a dormire beatamente come se quella discussione non fosse mai avvenuta.
Striscia sul materasso tirando via la coperta – e ricevendo in risposta il solito mugolio nient’affatto compiaciuto da parte di Davide – e si sistema fra le sue gambe, spogliandolo frettolosamente della parte inferiore del pigiama per poi fermarsi ad osservarlo a lungo: la curva pallida della sua schiena si perde sotto la maglia del pigiama tirata su appena fino al pancino un po’ tondo e rilassato, ed in pratica è la cosa più bella che Mario abbia mai visto in tutta la sua intera vita. 
Si morde un labbro, allungandosi sul suo corpo e lasciando brevi baci umidi ovunque le sue labbra riescano ad arrivare, mentre raggiunge il cassetto del comodino e, sbrigativamente, ne tira fuori un preservativo e il tubetto di lubrificante. Indossa il primo e prepara Davide col secondo, ed è bellissimo sentirlo mugolare nel sonno ed osservare il minuscolo sorriso che gli si allarga sulle labbra quando le sue dita cominciano ad entrare e uscire dal suo corpo, immediatamente seguite dal suo sesso che è tanto teso e duro che Mario ha paura possa esplodere – come il suo cuore, che al solo sentire il corpo di Davide schiudersi e poi stringersi attorno al cazzo si gonfia, si gonfia, si gonfia al punto che fa male, ed è questa la cosa meravigliosa del sesso con Davide, che lui sia cosciente o meno, che ogni volta è tanto speciale da confonderlo, amplifica ogni sensazione fino al dolore fisico. Anche quando è bellissimo, anche quando è tutto perfetto, anche quando il piacere gli confonde i sensi e lo costringe a gemere forte mentre si spinge dentro di lui ritrovando la sua stessa forma all’interno il suo corpo, c’è sempre quel qualcosa in più che rende quei momenti belli oltre il limite della sopportazione. 
Serra le dita attorno ai suoi fianchi e poi, semplicemente, cede, abbracciandolo stretto e spingendosi con forza dentro di lui ancora un paio di volte, prima di venire e ricadergli addosso, spossato. Ansima contro la sua spalla e sorride.
- Wow. – esala in una risata senza fiato, baciandogli la spalla e l’incavo del collo, - Wow, Davide. Sei wow.
- Mmmhn. – mugola Davide, annuendo, - Anche tu sei wow… - poi schiude gli occhi, battendo un paio di volte le palpebre e guardando fisso sulla parete come realizzando improvvisamente cosa sia successo. – Mario! – lo chiama ad alta voce, contorcendosi sotto di lui per rimettersi a pancia in su e cercare allo stesso tempo di rivestirsi e ricoprirsi, - Non ci posso credere, l’hai fatto di nuovo!
- Ma mi hai dato il permesso! – ride lui, sistemandosi tranquillamente fra i cuscini senza nemmeno rimettere a posto i boxer.
- Ma stavo praticamente parlando da addormentato, Dio mio! Sono un caso al limite del sonnambulismo e tu- tu- tu te ne approfitti! – si lamenta, puntandolo col dito e raccogliendo tutti i cuscini che riesce a raggiungere per schiacciarseli contro il viso, imbarazzatissimo.
- Adesso piantala di fare la piaga, su. – ride ancora Mario, afferrandolo per le spalle e tirandoselo contro, recuperando poi il lenzuolo per coprirli entrambi. – Adesso puoi dormire, no? – conclude con un ghigno furbo. 
Davide gli lancia un’occhiataccia, poi sospira e gli si sistema addosso.
- La prossima volta aspetti che mi sveglio. – lo rimprovera, - Altrimenti niente, ok?
- Okay, okay. – concede, prendendo ad accarezzargli piano i capelli per conciliargli il sonno. Sa già che non rispetterà la promessa, e lo sa anche Davide, ma al momento non importa.
Genere: Introspettivo, Erotico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Angst, Flashfic, Lemon, Slash.
- "Sarebbe ingiusto dire che non sa come tutto questo sia cominciato."
Note: Scritta per il Ballo in Maschera di Criticoni, nel (vano) tentativo di imitare Def.
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Stuck In Square One


Sarebbe ingiusto dire che non sa come tutto questo sia cominciato: Mario sa perfettamente come questa routine abbia avuto inizio, lo sa da ancora prima che cominciasse davvero, perché quando ha detto a Davide “toccami” per la prima volta già nella sua mente cose come quella avvenivano da mesi. Quello che non sa è perché sia cominciato, perché uno etero e felice di esserlo quale era lui fino a un anno fa, più o meno, abbia dovuto perdere la testa per un ragazzino che stava ancora crescendo, un ragazzino col volto di un eterno adolescente ma con due spalle che andavano facendosi ogni giorno via via più forti e robuste, un ragazzino con le mani grandi, un ragazzino con braccia magre che si sarebbero fatte sempre più spesse col passare del tempo, un ragazzino forte e saldo sulle gambe, un ragazzino dalla vita sottile e dagli addominali scolpiti. Davide. Lo stesso ragazzino che riaccompagnava a casa in macchina dopo gli allenamenti e col quale ora condivide l’appartamento. Lo stesso che continua a guardarlo con quella stessa identica aria di completa innocenza che aveva addosso mesi fa, anche se mesi fa quell’innocenza aveva ancora un motivo di esistere – mentre ora sembra una maschera fasulla, e la crederebbe finta davvero, se solo non conoscesse Davide abbastanza da sapere che è geneticamente incapace di mentire.
«Toccami.» lo ripete anche stasera, come ogni sera, scivolando sul letto al suo fianco, sotto le lenzuola, ed assaporando pelle contro pelle la tensione nervosa di Davide, che nonostante tutto si ostina a non abituarsi a quell’ostinato ripetersi di gesti e richieste.
Davide deglutisce, allungando una mano a sfiorargli il petto e il fianco.
«Di più.» insiste Mario, schiacciandosi contro il suo corpo in una richiesta tanto esplicita da non poter essere né ignorata né tantomeno scambiata per qualcos’altro.
E Davide annuisce – come sempre – e la sua mano scende lungo la curva della sua schiena – come sempre – e poi fra le sue natiche – come sempre – appena umida – come sempre– e lo stuzzica piano prima di penetrarlo lenta – come sempre – e Mario si stringe a lui e geme direttamente sulla sua pelle, sul collo, sulla guancia, sulle labbra.
«Di più.» ripete ancora una volta, ed è allora che finalmente Davide mette da parte incertezze e ritrosie e lo afferra saldamente per i fianchi, ribaltando le loro posizioni fino a sovrastarlo nel buio della loro stanza e costringerlo a sollevare il bacino, accarezzandolo svelto ancora un paio di volte prima di penetrarlo lentamente, soffocando un gemito sulla pelle scura della sua schiena e scalando piano la sua spina dorsale con la lingua, vertebra dopo vertebra, fino a raggiungere la nuca e sfiorarla con la punta del naso, continuando a muoversi svelto dentro di lui, cercando di imporre alla mano che lo accarezza lo stesso identico ritmo delle proprie spinte.
Mario affonda il viso nel cuscino, lo morde e stringe i pugni attorno alle lenzuola, tirando tanto forte da strapparle dagli angoli, e quando sente Davide venire dentro di sé tutto si fa più confuso e concitato, il suo petto all’improvviso non è abbastanza grande da contenere i suoi respiri e tutto il suo corpo di tende e si contrae fino a sciogliersi nell’orgasmo che esplode fra le dita di Davide, che ancora lo accarezzano, lente e lievi, appena percettibili, così come i suoi baci soffici lungo le spalle e il collo, che si sfumano nei suoi respiri caldi e umidi quando la tensione sessuale si perde nell’aria come l’onda d’urto dopo un’esplosione particolarmente potente.
Davide si lascia ricadere al suo fianco, ansima ancora, faticosamente, e Mario neanche ci prova ad issarsi su gomiti e ginocchia e provare a tornare supino; resta sdraiato a pancia in giù, scosta il volto dal cuscino solo per cercare il volto di Davide – i suoi lineamenti rilassati, gli occhi chiusi, il petto che si alza e si abbassa al ritmo ancora frenetico del suo respiro – e ci ripensa ancora una volta. Sarebbe ingiusto dire che non sa come tutto questo sia cominciato, ma è altrettanto ingiusto essere incapace di spiegare a se stesso il perché.


FINE


Noticina: Né più né meno che l’ennesimo tentativo di dimostrare a colei che molti vorrebbero fosse mia moglie (cit.) che Bottom!Mario è possibile. Per un mondo con più Bottom!Mario, votate El Defe, pØrnØmane, maschio sigma, portatore sano di cromosoma zoppo e via così. *sospira* Se penso che fino a qualche mese fa ancora andavo affermando che Spelling sarebbe stata la mia prima e ultima incursione nell’Interdom… *piange la propria dignità perduta* Au revoir ^^.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Romantico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Angst, Het, Lemon, Lime, What If?, Slash.
- Mario Balotelli passa sempre le vacanze in Sicilia, quando può, e anche quest'anno non intende fare eccezione. Stavolta, però, porta con sé anche Davide Santon - per il mondo, il suo migliore amico, ma fra i due le cose sono alquanto diverse - e questo dà il via ad una serie di malumori da parte del giovane Davide, il quale non capisce il perché di questa differenza rispetto agli altri anni e non è poi tanto sicuro del fatto che Mario lo voglia lì perché lo vuole lì e basta. Il guaio è che ha ragione.
Nella cornice del golfo di Mondello, due ragazzi troppo giovani alle prese con problemi troppo stupidi e troppo grandi, imparano a crescere, ad accettarsi esattamente per come sono ed anche che la parola "famiglia" ha un significato molto più specifico di quanto non si possa normalmente pensare.
Note: Scrivere questa storia mi ha emozionata per un motivo talmente stupido che dirlo sarebbe ridicolo XD Spero che questo spaccato di vita siciliana di due ragazzi che hanno un mucchio di problemi e non l’hanno ancora capito possa essere stato di vostro gradimento :)
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LET’S PRETEND IT DIDN’T HURT


- Questo viaggio è maledetto. – borbotta Davide, dondolandosi lentamente sul proprio trolley e fissando con aria triste il nastro trasportatore in lento scorrimento di fronte a sé, - Il borsone ancora non si vede.
Mario ride, piegandosi sulle ginocchia e molleggiando un po’ per sciogliere i muscoli tesi e stanchi dal viaggio.
- Superstizione. Guarda che sono io il terrone, dovrei essere io quello che ha paura di passare sotto le scale, mica tu.
- Non sono superstizioso! – si lamenta Davide, incrociando le braccia sul petto, - Constato i fatti! Saliamo sull’aereo, e quello prende tipo fuoco! Ne prendiamo un altro, arriviamo a Palermo e mi perdono il borsone! Scusami se mi viene il sospetto che la sfiga incomba su di noi!
Mario ride ancora, guardandolo divertito.
- Non è la sfiga, è Palermo il problema. – risponde con una scrollatina di spalle, - Nessuno vuole venirci.
- Che è il motivo per cui mi chiedo perché invece noi abbiamo voluto. – borbotta ancora il più giovane, guardando risentito altrove.
- Be’, io ho voluto. – gli fa notare l’altro, inarcando un sopracciglio, - Tu hai voluto solo seguirmi. Se ti dispiaceva tanto, perché non-
Scusami tanto – sibila Davide, sferzandolo con un’occhiataccia offesa, - se ho pensato di voler passare un po’ di tempo con te, dopo che abbiamo passato separati tutto l’ultimo mese!
Mario ride un’altra volta, rimettendosi in piedi e scompigliandogli teneramente i capelli – il massimo che possano permettersi in un luogo pubblico senza farsi ridere dietro o additare come una coppia di giovani gay in vacanza, cosa che peraltro rispecchia la verità dei fatti, o peggio ancora essere riconosciuti.
- Sei stato carino. – dice infine, tirandogli una mezza spallata giocosa, - Potevi andare alle Hawaii o alle Maldive.
Davide scrolla le spalle.
- Non ci saresti stato tu. Non sarebbe stata una bella vacanza. – si ferma un secondo, rimettendosi in piedi e controllando che almeno il trolley sia a posto, il lucchetto ancora chiuso e le cerniere serrate. – Mario, perché siamo qui? – chiede alla fine, vagamente a disagio.
Mario scrolla le spalle e sospira un po’.
- Il mare è bello. L’hai mai visto?
- No. – risponde secco Davide, - E non prendermi per il culo. – poi sospira a propria volta, avvicinandoglisi impercettibilmente, - Quando ci siamo messi insieme, Mario, io ti ho chiesto una sola cosa.
Mario gli regala un sorriso storto, mentre il nastro trasportatore si ferma, confermando ad entrambi che sì, il borsone di Davide è andato perduto e gli toccherà sporgere denuncia.
- Sincerità. – risponde, come fosse una cosa della minima importanza.
- Esatto. – annuisce Davide, - Non fedeltà, non serietà, non ti ho chiesto neanche di essere veramente innamorato di me. Ti ho chiesto solo di essere sincero. Tu invece non lo sei mai.
Mario sorride ancora e si china su di lui, sfiorandolo appena, quasi senza farsi sentire.
- Però sono tutto il resto.
Davide arrossisce, cercando nel luogo pubblico in cui si trovano una scusa per allontanarsi repentinamente da lui.
- Stai buono. – borbotta irritato, guardandosi circospetto intorno, - Senti, possiamo dire a qualcuno del mio dannato borsone e andarcene? Sono stanco.
Mario annuisce, conducendolo verso lo sportello bagagli smarriti. Davide si lascia mettere una mano sulla spalla e sospira di sollievo a quel contatto, raccontandosi che quella mano, lì dov’è, gli serve per non perdersi in un posto che ha visto solo qualche volta, solo di sfuggita e solo perché obbligato da esigenze di campionato. La realtà è ben diversa e, come sempre, ben più sfaccettata: tanto per cominciare, Mario è strano; Mario è quasi sempre un coglione con l’irritazione facile e lo sclero ricorrente, e osservarlo così rilassato sicuro tranquillo a suo agio è disturbante. In genere è lui, quello pacato. Vedere Mario così gli fa venire voglia di compensare lo squilibrio con una potente dose di isteria – e non può farlo, non sarebbe da lui, non saprebbe neanche da dove cominciare.
Tanto per continuare, poi, Mario l’ha sfiorato con le labbra, poco prima, ed ora il corpo di Davide sembra di fuoco. Quando suo padre, preso da un improvviso desiderio di istruirlo sui fatti della vita, gli aveva parlato del Vero Amore come di una cosa che ti brucia dentro e fuori, una cosa intensa, quasi dolorosa, quasi spiacevole, Davide non gli aveva creduto. S’era innamorato di qualche ragazzina, prima di quel momento, o almeno così gli era parso, e nessuno dei sentimenti che aveva provato in quelle occasioni gli sembrava riconducibile a ciò che suo padre gli stava raccontando, perciò s’era ritrovato costretto a concludere che suo padre fosse un pazzo – oppure che sua madre fosse una bomba a letto, cosa che non voleva assolutamente verificare e, ew, alla quale non voleva nemmeno pensare.
Poi era arrivato Mario. Mario aveva preso tutte le sue convinzioni, tutte le sue abitudini e tutto il suo intero modo di essere, aveva gettato ogni cosa disordinatamente per terra e poi c’era passato sopra come un carro armato, lasciando solo macerie e devastazione. Mario aveva quel potere lì, il potere di farlo bruciare dentro e fuori, Mario era intenso sempre, qualsiasi cosa facesse, Mario gli faceva male – desiderarlo, litigare con lui, stargli lontano o anche stargli troppo vicino, erano tutte cose stupende e terribili, addirittura spiacevoli, sì.
Quando Mario era entrato nella sua vita, Davide aveva semplicemente capito di averlo trovato. Quello giusto. E, a ripensarci col senno di poi, s’era sentito un idiota per non aver creduto a suo padre: era semplicemente logico che l’amore, quello vero, facesse tanto male; è quello che provi quando capisci che saresti capace di incatenarti volontariamente per sempre ad un’altra persona, correndo il rischio di finire ucciso per una ferita troppo profonda nel momento in cui quella si fosse sentita in diritto di allontanarsi, tranciandoti le mani per liberarsi dalle manette che la legavano a te. Una consapevolezza del genere non può che essere devastante – questa la conclusione alla quale Davide era arrivato – perché cose del genere ti cambiano la vita, e i cambiamenti di questo tipo non sono mai indolori.
Denunciano lo smarrimento in pochi minuti, lasciano all’impiegato tutti gli indirizzi e i numeri di telefono del caso e saltano sul primo taxi che incontrano appena usciti dall’aeroporto. Il sole splende in maniera fastidiosamente bruciante sulla costa palermitana, e Mario si schiaccia in testa il cappello bianco, tirando fuori un berretto a caso dal proprio zaino per poi calcarlo sulla testa di Davide in un gesto rude ma affettuoso.
- Non ho bisogno di una balia. – borbotta il ragazzo, sistemando il cappellino perché penda esattamente dal lato che ha deciso lui. Mario gli risponde con un sospiro stanco.
- Dà, hai voglia di litigare? – chiede a mezza voce, infilandosi nel taxi e stendendo le gambe sul tappetino di fronte al sedile posteriore, - Io per niente, sai? Fa troppo caldo.
- Non voglio litigare. – continua Davide con tono lamentoso, - È solo che sei strano.
- Fino a prova contraria, - dice Mario, sorseggiando un po’ d’acqua da una bottiglietta di plastica, prima di passarla a Davide, - sei tu quello che sta piantando grane da quando abbiamo messo piede a terra. Io sono tranquillissimo.
Davide scrolla le spalle.
- Appunto. – biascica, e Mario ride.
- È tutto ok. – lo rassicura, e visto che non può chinarsi a baciarlo distrattamente sulle labbra come fa sempre quando vuole dargli a bere che non ci sia proprio nulla che non va in tutto il mondo, si limita ad allungare una mano e passarla in una carezza altrettanto distratta sul suo ginocchio, seguendone la linea tonda fino a stringerlo tutto fra le dita con affetto nient’affatto simulato.
Davide lascia andare un sospiro rassegnato.
- Ho capito, okay. – annuisce, stendendosi contro lo schienale del sedile per stare più comodo, - Come vuoi.

*

La villa in cui si sistemano non è molto grande. Sì, d’accordo, si sviluppa su due piani e mezzo, ha un giardino delizioso tutto intorno e nell’unica parte esposta all’ombra almeno per qualche ora del giorno c’è anche una terrazza piuttosto ampia, ma tutto sommato la casa in sé non è molto grande, e a camminare lentamente fra le stanze, cercando di prenderne le misure, Davide ha come l’impressione che perfino casa dei suoi sia più spaziosa.
In compenso, comunque, è bellissima, e molto centrale. Fuori non c’è molto spazio, il giardino più che ad un vero giardino somiglia ad un cortile con qualche pianta, ma nel momento in cui, semplicemente affacciandoti, puoi vedere una distesa di mare e sabbia che si perde sulla punta più lontana dell’isola, non ti serve davvero un giardino grande con una piscina e tutto il resto, puoi decisamente farne a meno.
- Wow. – esala Davide, lasciando ricadere la valigia per terra quando entra in camera da letto, al primo piano, e vede il letto, - È… wow.
- Piace? – chiede retorico Mario, con un sorrisino compiaciuto, abbracciandolo da dietro e sfiorandogli la nuca con le labbra.
- Non ho mai dormito in un letto così grande. – commenta Davide, ancora rapito da quel materasso enorme. Saranno almeno tre piazze, non l’ha mai nemmeno visto, un letto così, figurarsi averci dormito dentro.
- Non lo farai neanche stavolta. – lo prende in giro Mario, infilando una mano sotto la sua maglietta ed accarezzandolo lievemente sulla pancia, giocando con un dito attorno al suo ombelico. Davide lascia andare un mugolio sollevato, perché aspetta questo momento da quando sono partiti, e piega un po’ il capo per lasciare alle labbra di Mario tutto lo spazio che vogliono per risalire il suo collo in una scia di baci umidi.
- Non mi sono nemmeno fatto una doccia… - borbotta incerto, sollevando un braccio per allacciarlo al collo. Mario ride sulla sua pelle, e l’ultimo bacio, proprio sotto il suo orecchio, riecheggia con uno schiocco nella stanza silenziosa.
- Dade, abbiamo scopato non so quante volte dopo gli allenamenti e prima di una qualsiasi doccia, ti pare che possa lasciarmi spaventare dal tuo sudore? – Davide gli tira uno scappellotto risentito sulla nuca, aggrottando le sopracciglia, e Mario ride ancora, sollevando un braccio per posare una mano sulla sua, intrecciando le loro dita. – Ascoltami… - gli sussurra piano, dondolando un po’, - domani questa villa si riempirà di amici che non vedo da un sacco di tempo, e che verranno da ogni parte d’Italia per passare un po’ di tempo tutti insieme. – gli spiega. Davide mugugna: non si aspettava di passare tutta l’estate da solo con lui, naturalmente, ma neanche di doverlo condividere con chissà quante decine di persone. – Perciò non fare la lagna, stasera, okay? – continua a sussurrare Mario in una richiesta perfino accorata, che riempie Davide di brividi lungo la schiena. – Per favore, fa’ il bravo. – chiede ancora, sollevandogli la maglietta fino a scoprirgli la pancia e parte del petto, - Dio, tu non hai idea di quanto mi sei mancato.
- Me l’hai già detto – sospira Davide, lasciando andare un mugolio più incerto quando Mario si spinge con forza contro il suo corpo, sospingendolo dolcemente verso il letto un secondo dopo, - quando ci siamo rivisti.
- Davvero? – ridacchia Mario, aiutandolo a gattonare sul letto e seguendolo nel movimento, tenendolo saldamente per i fianchi e strusciandosi contro di lui in movimenti talmente impercettibili da sembrare del tutto casuali, dettati giusto dal bisogno di trovare una posizione più comoda per stare tranquilli e rimanere comunque appiccicati l’uno all’altro, mentre Davide sa che sono gesti precisi e calcolati, misurati apposta sulla geometria dei loro corpi – una materia che Mario conosce alla perfezione – per farlo impazzire. – Non me lo ricordo.
- Avrai bisogno di una cura di fosforo. – ansima Davide, stringendo i pugni contro il copriletto in raso. La sensazione della stoffa liscia, lucida e fresca sotto i polpastrelli, lo costringe a rabbrividire per il contrasto violento che oppone al calore ruvido della pelle di Mario, che gli scivola addosso in carezze lentissime, così vicino da soffocarlo. – Tanto pesce. – riesce a mormorare, gli occhi socchiusi e il volto per metà nascosto contro il cuscino.
- È per questo che siamo qui, - ironizza Mario, sorridendogli addosso mentre segue con le labbra la linea curva della sua spina dorsale, - Per il pesce.
Davide schiude gli occhi e si volta a guardarlo come può, sollevandosi appena sui gomiti.
- Perché siamo qui, Mario? – chiede, la voce un po’ impastata di voglia e stanchezza, gli occhi pesanti, le palpebre che scendono a coprirli quasi per metà e le ciglia lunghe e chiare che sembrano trattenere a stento la voglia di stare sveglio.
Mario deglutisce e lo guarda a lungo, ma si morde un labbro e poi si sporge a baciarlo con maggiore convinzione, perché non intende rispondergli e non intende nemmeno lasciarlo insistere. Davide lo capisce dall’intensità del bacio, dal movimento frenetico della sua lingua contro la propria e dalla forza con la quale le labbra di Mario si chiudono sulle sue, come una trappola, come fossero intenzionate a non lasciargli scampo. Si lascia maneggiare come una bambola, il corpo pesante di sonno ed eccitazione che diventa leggerissimo e flessibile fra le dita di Mario, che lo conoscono, sanno come risvegliarlo. Ansima con forza quando una sua mano si chiude attorno alla sua erezione e comincia a strofinarla piano, seguendo diligentemente le spinte con le quali lo stuzzica fra le natiche – Mario odia usare le dita, Mario vuole farsi sentire, Davide lo sa ed è per questo che si mette seduto, mugolando come un ragazzino e stropicciandosi gli occhi, umettandosi appena le labbra prima di chinarsi e prenderlo in bocca fin quasi alla base, trattenendo il respiro per lasciargli tutto lo spazio di cui ha bisogno per crescere ancora di più fra le sue labbra.
- Cristo- - geme Mario, poggiandogli una mano sulla nuca senza però azzardarsi a spingerselo contro. È Davide che avanza ancora, si ferma solo quando lo sente troppo invadente, cerca di non lasciare andare rumori troppo fastidiosi e succhia con forza, la lingua che gioca su e giù sulla pelle sensibilissima e tesa, e Mario getta indietro il capo, affonda le dita fra i suoi capelli e tira tanto da fargli male, ma solo per un secondo, solo lo stretto indispensabile per costringerlo ad allontanarsi.
Quando Davide riprende a respirare e solleva gli occhi su di lui, lo trova quasi assorto, gli occhi chiusi e il respiro pesante.
- Mario…? – lo chiama piano. E Mario torna a guardarlo e lo spinge contro il materasso, insinuandosi fra le sue gambe e sollevandole abbastanza da permettergli di incastrarle fra le sue spalle e il suo collo. Si avvicina, costringendolo a tirarle su e restare lì, esposto e completamente nudo, che esplode di voglia come se il suo cazzo – le sue labbra le sue mani il suo corpo lui lui lui – fosse l’unica cosa veramente importante in tutto l’universo. – Mario! – lo chiama ancora, mordendosi un labbro, e Mario lascia un bacio su quello stesso labbro ancora caldo della pressione dei suoi denti, ed è dentro di lui il secondo dopo, spinge con forza e la schiena di Davide si inarca mentre lui geme il suo nome, incomprensibile fra le sue labbra, e si aggrappa con entrambe le mani alla sua nuca, con una forza tale da lasciare il segno delle unghie sulla sua pelle scura e ruvida.
Le mani di Mario scivolano in una carezza umida di sudore lungo le sue cosce e i suoi fianchi, e questa – assieme al martellare insistente della sua erezione dentro di lui – è l’unica pressione che può dire di riuscire a sentire alla perfezione, almeno fino a quando a tutti quei tocchi non si aggiungono quelli brevi dei baci di Mario sulle sue labbra, sul suo collo, sulla punta del suo naso, sulla sua fronte. Davide sorride, e il suo sorriso si scioglie in un gemito più forte degli altri quando viene fra le sue dita e poi si rilassa fra le sue braccia, continuando ad accogliere i suoi assalti sempre più concitati finché anche lui non viene dentro il suo corpo, accasciandosi stremato sul suo petto econtinuando comunque a baciarlo ovunque. Gli accarezza piano la nuca, e quando prende un respiro più profondo per chiedergli ancora una volta “perché siamo qui, Mario?”, lui si solleva e gli tappa la bocca con l’ennesimo bacio.
- Basta, per oggi. – gli dice, tornando a sistemarsi sul suo petto. Davide annuisce, e ricomincia ad accarezzarlo.

*

Il sole gli brucia sulla pelle come fosse a due centimetri dal suo corpo e non a chissà quanti anni luce come invece è, ma il caldo di Palermo è più piacevole di quello di Milano. È ugualmente asfissiante e umido, si appiccica alla pelle trattenuto nelle goccioline di sudore che gli imperlano la fronte e scivolano giù lungo le tempie, inumidendogli le punte dei capelli e schiacciandogliele sul collo e sulla nuca, ma è mitigato dalla brezza che risale dolce e fresca dal mare, e sa di sale e di creme protettive. Davide ha quasi l’impressione che, a tirare fuori la lingua, potrebbe sentirne sulla punta il sapore dolciastro, ma si rende anche conto di quanto ridicolo sarebbe tirare fuori la lingua nel mezzo della spiaggia in quel momento – così come in qualsiasi altro – perciò lascia perdere e resta lì, steso sul telo di spugna, a lasciarsi scivolare la sabbia fra le dita. È calda e sottilissima, gli si appiccica ai palmi e sui polpastrelli, dandogli il solletico. Trattiene a stento un sorriso divertito quando un venditore ambulante passa a pochi metri da lui strillando pollanche!, non ha nemmeno idea di cosa siano, le pollanche, la sola parola lo diverte più di quanto dovrebbe essere consentito per legge.
Palermo gli piace, gli mette allegria in qualche modo contorto probabilmente riconducibile al fatto che non somiglia a nessuno dei luoghi in cui è stato abituato a vivere. C’è il sole, la gente è rumorosa e litiga di continuo per motivi allucinanti, e poi è capacissima di salutare sconosciuti all’angolo della strada sollevando una mano e gridando “Forza Palermo!” come se questo potesse bastare a mettere a tacere tutti i vecchi rancori ed anche il buonsenso che ti porterebbe ad ignorare la gente che non conosci, piuttosto che assillarla.
E poi ci sono le granite, che sono palesemente una delle invenzioni migliori che possa vantare la razza umana. E qui le fanno con sciroppi che hanno sapori migliori rispetto alle schifezze che svendono per tali al nord. A Mario le granite non piacciono, per dire, e quando gliel’ha detto Davide c’è rimasto malissimo. Perché insomma, ci sei nato a Palermo, e non ti piacciono le granite? No, a lui piace il gelato. “Mi piace il cioccolato!”, ride Mario a mo’ di giustificazione, “Non ci sono mica, le granite al cioccolato”. Davide solleva una mano e lo manda a cagare, e lo farebbe anche adesso, se potesse: ma non può, perché Mario è sparito chissà dove con quei suoi amici che sono arrivati in mattinata, dei quali lui non conosce nessuno e che per poco non li hanno beccati a letto insieme ancora stretti come un nodo. “È meglio se tu resti qui,” gli ha detto Mario alzandosi in piedi e calcandosi quell’enorme cappello bianco sulla testa al preciso scopo di attirare l’attenzione di tutto l’universo sulla propria persona, “va bene se mi vengono dietro, ma se ci vedono qui insieme è la fine, per non parlare del fatto che il mister ci voleva un po’ lontani, mi pare”, ha aggiunto con una mezza risata, mentre la sua corte di amici e modelle si alzava tutta intorno a lui, facendogli in qualche modo da scudo. Davide ha scrollato le spalle mentre la voce di Mourinho riecheggiava nella sua mente formando parole che ricorda solo a metà “un periodo di pausa potrebbe farvi bene, siete troppo appiccicati, mh?, passi sempre a lui sia in allenamento che in partita, stai cominciando a diventare prevedibile, forse è per questo che Lippi non vi vuole entrambi in Nazionale”, ma chissenefrega?, pensa lui, i passaggi che fa a Mario sono i più riusciti di sempre, sono in grado di passarsi la palla da un lato all’altro del campo con una precisione millimetrica, neanche stessero a due centimetri di distanza l’uno dall’altro, e invece sono decine di metri – ed è quello che succede sempre fra loro, in fondo, riescono ad allontanarsi fino a distanze incomprensibilmente vaste e riescono comunque a ritrovarsi con una semplicità spaventosa nel giro di due secondi netti, se solo lo vogliono.
“È che stavolta Mario non vuole”, pensa Davide con un certo astio, sfilando gli occhiali da sole e restando ancora un po’ con gli occhi chiusi a godersi la carezza del sole di luglio, adesso più debole di quanto non fosse verso le due. Saranno ormai quasi le sei, e qualcuno ride al suo fianco.
- Sei tornato. – mormora con una certa difficoltà, la voce arrochita dallo scarso utilizzo delle ultime ore.
- Da una mezz’oretta abbondante. – risponde Mario, voltandosi a pancia sotto al suo fianco e puntellando i gomiti sul telo, - Non volevo disturbarti.
Davide scrolla le spalle.
- Ti sei divertito? – chiede, - Dove sono gli altri?
- Tornati in villa. – risponde con un sorrisetto furbo. Davide non ha ancora aperto gli occhi, non può vederlo, ma intuirlo con gli occhi della mente, ricostruirlo memoria su memoria, è più che abbastanza per sentirselo scivolare sulla pelle come un bacio. – Sono tanti e volevano tutti fare una doccia, giustamente.
- Si preannuncia serata di festa? – chiede ancora, incapace di trattenere un certo fastidio. E stavolta gli occhi li apre anche, perché vuole osservarlo, Mario, mentre gli conferma che non passerà con lui neanche uno dei giorni che restano di vacanza.
Mario sorride, si allunga a recuperare il cappello bianco e glielo schiaccia sul viso. Davide neanche ci prova, a ribellarsi. Potrebbe agitare le braccia, strapparsi quel cappello di dosso e scalciare fino ad allontanare Mario dal suo corpo il più possibile, che voglia o no, ma resta immobile, inspira il suo profumo intrappolato nella paglia strettamente intrecciata e lascia come al solito che Mario faccia esattamente quello che vuole, anche quando scosta il cappello e si china a sfiorargli le labbra con le proprie.
- Sei geloso. – gli sussurra, ancora vicinissimo. Non è una domanda, perché Mario non ha bisogno di chiedere.
Davide aggrotta le sopracciglia, non sa perché questa sua spavalderia in questo momento lo offenda tanto. Forse perché si sente incredibilmente trasparente, quando invece Mario è così criptico che non riesce più a vedere niente oltre l’ombra scura delle sue ciglia, sensualmente socchiuse sui suoi occhi castani sempre troppo pieni per riuscire a districarcisi all’interno.
- Perché siamo qui? – chiede a bruciapelo, - Perché cazzo siamo venuti fino a qui, me lo spieghi? Come hai pagato a questi tuoi cosiddetti amici il biglietto per raggiungerti in culo allo stivale, potevi pagare anche per convincerli a raggiungerti in Costa Smeralda o alle fottute Hawaii. – sputa astioso, ed osserva gli occhi di Mario farsi sempre più cupi, mentre aggrotta le sopracciglia e stringe le labbra fino a renderle sottili come due linee.
Il cappello gli finisce di nuovo schiacciato sul viso, con una forza nuova e decisamente più infastidita, senza che lui possa capire esattamente né come né perché.
- Non siamo in culo allo stivale. – risponde Mario in un ringhio sommesso, - È la pietra su cui lo stivale inciampa, questa. Forse è per questo che ti dà tanto fastidio. Ma tu non sei meno fastidioso. – butta lì, prima di lasciarlo del tutto solo in mezzo alla spiaggia, costringendolo a raccogliere le proprie cose come un qualsiasi turista del cazzo, e perfino a ricordarsi come esattamente si torni alla villa, visto che in tutto questo muoversi di persone festanti non ha nemmeno avuto modo di memorizzare correttamente la strada.
Quando riesce a tornare, Mario è appena uscito dalla doccia. Gira avvolto in un accappatoio annodato malamente in vita, mentre due ragazze semplicemente bellissime lo inseguono come cagnette in calore, ed ha in mano una lattina di Coca Cola che sembra tenere più per bellezza che per vera e propria sete.
- Datti una sciacquata. – butta lì seccamente, passandogli accanto come lo vedesse appena, - Ti aspettiamo per andare al Charleston.

*

Mario è l’anima della festa. Ride e scherza con tutti, prende in mano le redini di ogni discorso e lo porta sempre a compimento con qualche battuta brillantissima per la quale tutti ridono. È, pare, tanto felice da scoppiare, e sembra si diverta un mondo. Davide lo guarda e lo odia – vorrebbe prenderlo a calci. Così come avrebbe voluto prendere a calci le sedie e rovesciare i tavoli e poi prendere a calci anche il cibo nel poco tempo – giusto quello per consumare velocemente la cena – che hanno passato al Charleston. E gli dispiace – gli dispiacerà, quando tornerà a Milano – portarsi dietro un ricordo tanto brutto di quel luogo così bello, un palazzo che sembra incantato, illuminato dai fari gialli la cui luce si riflette sulle acque del golfo in bagliori azzurrognoli e verdastri, spaccando il cielo scuro e stagliandosi sul profilo della costa come qualcosa di magico e incredibile, sospeso sul mare come un’isola a sé, e gli interni, poi, così ricchi, sfarzosi, il rosso del velluto della fodera delle sedie, gli ori delle rifiniture delle porte e delle pareti, i lampadari ricchi di cristalli, e tutto quel brillare quasi esasperato che si riflette negli occhi di Mario, che brillano anche loro, come si sentisse finalmente a casa – e non lo vede mai brillare così a Milano – e tutto ciò che Davide riesce a pensare, in tutto questo, è lo sto perdendo, lo sto perdendo e non so perché, lo sto perdendo e lui non me lo vuole dire, lo sto perdendo e non so come fare a riportarlo indietro.
Palermo gli piace, è un bel posto – in realtà non l’ha vista per niente, tutto ciò che ha visto è il mare, il sole, le spiagge, le ampie ville di Mondello, tutto il suo verde, le palme lungo il corso principale, come in California, la gente che cammina in costume o in prendisole, le ombre fresche dei vialoni e il sole spaccapietre delle piazze, ma sì, quello che ha visto gli piace, ed odia odiarla solo per quel che rappresenta, ma sono due giorni che tutto ciò che riesce a realizzare, quando pensa alle vacanze, è “quando finiscono?”. E spera che sia prima di perdere Mario del tutto in un posto sconosciuto all’interno dei labirinti del quale non saprebbe ritrovarlo.
Lo stesso sentimento quasi violento lo prova adesso che sente la morbidezza dei divani del privè del Country sotto i polpastrelli. Le due piste circolari al centro, cariche di ragazzi e ragazze che si strusciano gli uni contro le altre, agitandosi a ritmo di musica, sono talmente lontane che a lui paiono due universi paralleli. Mario è seduto al suo fianco, ma è agitato, di tanto in tanto tortura coi denti qualche pellicina sulle dita e continua a incrociare le gambe, muovendosi sul posto come si sentisse scomodo.
I suoi amici stanno quasi tutti ballando. Glieli vede riflessi negli occhi, assieme alla voglia di raggiungerli.
Davide aggrotta le sopracciglia, stringendo con forza fra le dita la propria bottiglia di birra. Non ne ha ancora toccato neanche un sorso.
- Senti, se dev’essere questo gran sacrificio, restare qui accanto a me, allora alzati e vai. – sbotta velenoso, guardando altrove. Mario si volta a cercare i suoi occhi, e quando non li trova sbuffa di frustrazione.
- Se sto qui, è perché voglio stare qui. – risponde seccamente, mandando giù un sorso del proprio cocktail.
- No, se stai qui, - ribatte Davide, voltandosi di scatto verso di lui e parlando quasi in un ringhio, - è perché ti sentiresti in colpa a mollarmi da solo in una città che non è la mia e dove non conosco nessuno. Tutto qua. Ma sai che ti dico? Che non ho bisogno della tua pietà e nemmeno della tua gentilezza, se la tiri fuori dal cappello in momenti inopportuni e poi mi tratti a pesci in faccia quando ti faccio una semplice domanda!
- Quella domanda, - ringhia a propria volta Mario, sbattendo il bicchiere ormai vuoto contro la superficie del tavolino basso poco distante dal divano sul quale stanno entrambi seduti, - è quella domanda che mi irrita oltremodo, non tu in quanto te!
- Be’, ma sono io a portela, e sei tu che ti rifiuti di rispondere, quindi il problema non ce l’hai solo con la domanda, ma anche col sottoscritto.
- Perché ti ostini a chiedermelo!
- Perché evidentemente per me è importante! – conclude lui, alzando ulteriormente la voce, e deve ringraziare la loro relativa solitudine ai margini del privè, così come la musica troppo alta che rimbomba nel centro della sala condita appena dalle risate dei ragazzi che ballano, se nessuno si volta a guardarlo con aria sconvolta. Ma bastano gli occhi di Mario, in realtà, per farlo sentire un cretino fuori luogo anche più di quanto non si sentisse già, perciò serra le labbra e deglutisce a fatica, incapace di staccargli gli occhi di dosso perché troppo spaventato dall’incertezza che gli dà il non sapere come potrebbe reagire lui adesso.
Dovrebbe conoscerlo a memoria come conosce a memoria ogni angolo ed ogni curva del suo corpo, la consistenza precisa dei muscoli delle braccia, delle spalle, del petto e delle gambe, il sapore della sua lingua, l’odore della sua pelle, le note della sua voce, tutte queste cose lui le conosce perfettamente. Mario è la cosa che conosce di più in assoluto, e non riuscire a prevedere le sue reazioni lo terrorizza. Non lo sto perdendo, l’ho già perso. L’ho già perso.
Mario si alza in piedi, guardandolo dall’alto con occhi indecifrabili. Non c’è rabbia nel suo sguardo, Davide non riesce a leggervi dentro neanche tristezza o delusione. Troppo scuro, troppo cupo, troppo denso. Non riesce a capire cosa voglia da lui, non riesce a capire cosa l’abbia portato con sé a fare, non riesce a capire se lo voglia ancora intorno.
- Bevi. – gli suggerisce Mario, indicandogli la bottiglia di birra con un cenno del capo prima di allontanarsi verso la pista, - Magari ti migliora l’umore.
Davide abbassa lo sguardo e non lo osserva andare via. Si morde un labbro fino a farsi male e poi, stizzito, mormora un “come vuoi”, e ci si impegna davvero a mandare giù tutto il contenuto della bottiglia di birra il più rapidamente possibile, solo per sollevare immediatamente una mano e richiamare l’attenzione di un cameriere subito dopo, ordinandone un’altra. Quello gli regala un’occhiata dubbiosa e Davide risponde a muso duro, sporgendo il mento e inarcando le sopracciglia come a chiedergli che cazzo voglia da lui e perché non gli ha già portato quello che gli ha chiesto. Il cameriere lascia perdere e meno di un minuto dopo c’è una Moretti Rossa con un sapore buonissimo, leggermente amara, che va giù con una difficoltà perfino comica e gli scalda il corpo fino a farlo sudare. Sorride, quando le ultime gocce di birra gli scivolano giù per la gola, e solleva ancora una mano. La seconda Moretti Rossa non tarda ad arrivare e presto ne segue una terza. È a metà della quarta quando sente una voce femminile ridere a pochissimi centimetri da lui.
Si volta a guardare la bionda seduta al suo fianco. È bella ma sembra fatta con lo stampino, fisico standard da modella vorrei-ma-non-posso, seni troppo gonfi per entrare davvero nelle trentotto che sfilano in passerella, fianchi troppo larghi, viso tondo carico di trucco, quasi lucido, sa di finto. I capelli scivolano in una cascata liscia, lucida e morbidissima lungo la sua schiena e le sue spalle, le punte si fermano al seno conducendo lo sguardo verso l’amplissima scollatura del vestitino corto e ricoperto di strass che riflettono le luci della discoteca, confondendo i pensieri.
- Non ti farà male tutta quella birra? – è uguale a mille altre, le donne – quando te ne passano sotto le mani abbastanza – sembrano tutte le une identiche alle altre. Stesse morbidezze negli stessi punti, stesso profumo, stessi gesti, stessa voce, stesso modo di gemere a letto, teatrale, fastidioso, neanche scopare fosse uno show. Davide le odia tutte, lo realizza solo in questo momento, o forse è solo troppo ubriaco e arrabbiato per pensare lucidamente alle cose, e se odia le ragazze non è colpa delle ragazze, ma solo del fatto che lui non ne ami nemmeno una, perché l’unica persona in grado di togliergli il sonno e il senno e il sorriso è uno stronzo che di femminile non ha proprio niente e si diverte a trattarlo come una pezza da piedi quando l’unica cosa che vorrebbe lui è capire cos’ha nella testa, se stia male e perché.
- No. – risponde seccamente, stendendosi contro lo schienale del divano e continuando a guardarla fissa esattamente dove vuole essere guardata, occhi bocca tette culo, - Come ti chiami?
- Cristina. – sorride lei, piegandosi un po’ nella sua direzione, - E tu?
Davide non risponde, sorride e la accarezza ancora con lo sguardo. Pensa stupidamente “Cristina! Come la sorella di Mario!”, solo per un attimo, prima di rispedire il pensiero dov’è giusto che stia – nell’angolo più remoto e dimenticato sul fondo della sua testa – per poi sistemarsi comodamente sul divano e voltarsi verso di lei, in modo da poterla guardare senza dover girare il capo.
- E da dove salti fuori, Cristina? – chiede ancora, stendendo il braccio lungo il bordo superiore dello schienale, le dita che quasi le sfiorano una spalla, se solo le muove appena di qualche centimetro. Lei non si dimostra stupita dal suo silenzioso rifiuto di presentarsi, e sorride sensuale, le labbra piene dipinte di rosa glitterato che si stendono sul suo volto, illuminandolo piacevolmente. – Sei di queste parti o…? – chiede, accennando col capo al gruppo degli amici di Mario che si scatena in pista.
- Di queste parti. – risponde lei, cogliendo l’allusione, - So che non lo sei tu, però. – aggiunge in una risatina divertita, chinandosi nella sua direzione e guardandolo da sotto in su come una gattina maliziosa, - E non solo per il tuo accento. Ti ho riconosciuto.
Davide sorride ancora, e invece di ritrarsi si avvicina. Li separano così pochi centimetri da poterle sfiorare il naso col proprio.
- Quindi è solo al mio nome che devo tutte queste attenzioni? – chiede a bassa voce, allungando una mano ad accarezzarle la coscia, sollevando appena l’orlo del vestito. Lei sorride soddisfatta, abbassando le lunghe ciglia sugli occhi scuri e stendendo la gamba verso di lui, fino a sfiorargli un fianco col ginocchio.
- Ti importa davvero? – gli chiede sulle labbra, e Davide non risponde perché in realtà, a voler essere completamente sincero, la risposta dovrebbe essere sì. Dovrebbe essere “sì, m’importa, perché tutte quelle che mi sono scopato le ho scopate perché ero Davide Santon, il calciatore, e nient’altro. Perché perfino Sofia mi è passata fra le mani solo per quel motivo, io nemmeno le piacevo, e d’altronde non è veramente possibile che una ragazza, dopo aver avuto Mario, possa passare a qualcos’altro di così  palesemente meno bello, se non per un motivo forte come la fama. Ed io so esattamente di cosa sto parlando, perché se non fossi spinto da un motivo forte come la tristezza non potrei mai accontentarmi di avere te, dopo aver avuto lui. E sai perché? Perché lui non l’ho avuto perché ero Davide Santon. Lui l’ho avuto per i pomeriggi passati insieme in Pinetina ad allenarci sotto la pioggia, per le notti insonni in stanza insieme torturati dall’emozione perché non potevamo credere di partire da titolari il giorno dopo, per i pranzi e le cene divise in due non per necessità ma per semplice voglia di farlo, per le telefonate tristi alle due del mattino per dire ‘mi manchi’, per tutte le volte che quelle telefonate si sono chiuse con un singhiozzo ed anche per tutte le volte che si sono chiuse con un gemito, per i festeggiamenti idioti dopo un gol in mezzo al campo, per i vestiti scambiati, per i posti in cui mi ha accompagnato senza avere nessun altro motivo che non fosse stare insieme e per quelli in cui l’ho seguito per la stessa identica ragione, per l’appartamento diviso in centro a Milano, perché sono venuto a patti con la sua incapacità di strizzare il tubetto del dentifricio dal fondo, perché lui è venuto a patti col mio mangiare quasi esclusivamente dolci o cibi senza sale, perché lui sa tutto di me da prima ancora che io diventassi quello che sono adesso e perché io so tutto di lui da prima ancora che lo diventasse lui. È per questo che m’importa dove metti le mani e anche perché lo fai, Cristina, ed è per questo che è cosìpatetico che io te lo lasci fare”, ed è questo che vorrebbe dire, tutto in un fiato, non una parola di più e non una parola di meno, ma è troppo stanco, troppo amareggiato, troppo triste e troppo confuso per concedersi davvero uno sfogo simile: le labbra di Cristina sono più semplici, il suo corpo morbido pressato contro il suo è più piacevole, il movimento lento del suo bacino quando gli si sistema in grembo e prende a strusciarsi dondolando avanti e indietro, allacciando le gambe dietro la sua schiena e le braccia dietro la sua nuca, è più appagante; Davide lascia scivolare una mano fra le sue cosce dischiuse e lei geme quando lui sfiora il cotone già bagnato delle mutandine, pressando appena con l’indice e poi percorrendo con lo stesso dito l’orlo in pizzo, scostandolo appena per godersi la sensazione umida e calda della pelle al di sotto, un’ombra di piacere sui polpastrelli e i suoi baci bagnati contro il collo, e dura veramente il tempo di un battito di ciglia, perché Davide chiude gli occhi e il profumo di Cristina è ancora lì, e quando li riapre di quello stesso profumo non resta che una traccia, così come è solo una sensazione ciò che resta del suo peso addosso, mentre Cristina è davanti a lui, in piedi, incerta sulle gambe, e due mani scure la reggono saldamente per la vita, stringendo con una certa violenza, mentre da dietro il suo corpo fa capolino quello diversissimo di Mario, che ha gli occhi aperti e le sopracciglia aggrottate e le labbra serrate al punto da sembrare invisibili nel contrasto fra buio e luce che disegna i contorni degli interni del locale.
- Levati dalle palle. – ringhia Mario, stringendola ai fianchi con forza ancora maggiore, e se non fosse troppo assurdo pensarlo Davide potrebbe perfino dire che si sta riferendo a lui: perché i suoi occhi non lo mollano neanche per un istante.
- Ah! – si lamenta la ragazza, - Ma che cazzo- - ma non ha modo di concludere, perché Mario la scaraventa letteralmente dall’altro lato della stanza, mandandola a rotolare goffamente su un divanetto un po’ defilato e interrompendo due ragazzi intenti a baciarsi teneramente, in un concitato intrecciarsi di grida acute e lamentele di ogni genere che Davide fatica perfino a percepire, preso com’è dall’osservazione dei lineamenti di Mario, così rigidi e furiosi da terrorizzarlo.
- Alza il culo. – ringhia ancora lui, e stavolta Davide sa con certezza a chi Mario si sta rivolgendo.
- No. – risponde, ma la voce gli trema, - Mi stavo divertendo.
- Io no, per niente. – gli fa notare Mario, stringendo i pugni lungo i fianchi.
- Non mi interessa! – ribatte Davide, lo stesso tono lagnoso del suo fratellino quando non si vede accordato un capriccio, un tono che, se fosse solo un po’ meno ubriaco di com’è, lo porterebbe a provare vergogna e pena per se stesso.
- Non mi interessa che non ti interessi! – tuona la voce di Mario, che per un secondo, fosse anche solo nella sua mente, sovrasta il rombo della musica che riempie l’ambiente assieme alle risate della gente, e gli riecheggia nella testa facendogliela dolere. – Davide. – lo richiama Mario, tornando a stringere i pugni come a voler riacquistare, tramite quel gesto, il controllo di se stesso, - Non costringermi ad una piazzata pubblica. Ti ho trovato con le mani nelle mutandine di un’altra. Per favore. Alzati e andiamo via.
Le sue parole, per la prima volta, gli danno la misura della gravità dei suoi gesti. Non sono abbastanza da risvegliarlo del tutto – e infatti, quando si muove, lo fa accompagnato da una sorta di torpore che gli dà l’impressione di non riuscire a reggersi bene sulle gambe e potere perciò cascare in terra da un momento all’altro – ma sono sufficienti a riscuoterlo tanto da obbligarlo ad alzarsi in piedi e restare fermo accanto a lui, lo sguardo basso e le mani dietro la schiena come un bambino in punizione, fino a quando non lo sente muoversi ad ampie falcate verso l’uscita.
Lo segue docile, abbandonandosi sul sedile del passeggero quando lui apre la portiera per invitarlo ad entrare in macchina, e resta semisdraiato lì, il capo reclinato sulla spalla e gli occhi socchiusi, desiderando di trovarsi altrove per tutto il tragitto fino alla villa. Guarda le strade illuminate e piene di gente sfilare oltre il finestrino, le persone sono felici, sorridono, è estate e sono in vacanza in un posto bellissimo, e lui sta rovinando tutto. Forse Mario non vuole dare una risposta alla sua domanda perché quella risposta è semplicissima e si aspetta che sia lui a capirla da solo. Perché siamo qui, Mario?, perché mi hai portato fino a qui? Perché è un posto bellissimo che chiama felicità, e voleva condividerlo con lui. Forse è per questo, solo per questo che ha buttato lì quel “sto per andare in Sicilia, magari potresti venire con me” al quale Davide s’è aggrappato come ad uno scoglio in mezzo alla tempesta. E lui sta mandando tutto a puttane. Senza un motivo.
Quando la macchina si ferma nel cortile della villa, Davide tira su le gambe e si rannicchia sul sedile, stringendo le ginocchia al petto ed affondando il viso negli avambracci. La portiera accanto a lui si apre, e nel silenzio del viale, interrotto solo dal frinire dei grilli e dalla lontana eco delle onde del mare contro il bagnasciuga del lido, può sentire Mario sospirare profondamente, come un genitore alle prese con un bambino particolarmente problematico.
- Davide, scendi, su.
- No. – si lagna lui, nascondendo il viso con maggiore ostinazione, - Mi vergogno. – spiega quindi in un piagnucolio sommesso. Mario sospira ancora, ed allunga entrambe le braccia a circondarlo in una stretta tenera e rassicurante. Lo culla per qualche secondo e Davide si scioglie sotto i suoi tocchi dolcissimi, quasi timorosi. Mario prende un suo braccio e se lo fa passare sopra le spalle, aiutandolo a scendere dalla macchina, e Davide si lascia manipolare come fosse privo di vita, tenendo gli occhi socchiusi e puntati sul vialetto di ghiaia che porta all’entrata della villa.
- Non sono arrabbiato. – gli sussurra, sfiorandogli un orecchio con le labbra mentre, faticosamente, salgono al piano di sopra.
- Dovresti. – singhiozza appena Davide, scuotendo il capo per cercare di scacciar via le lacrime.
- E invece non lo sono. – insiste Mario, lasciandogli un bacio lievissimo su una tempia. – Sei ubriaco. Non l’avresti mai fatto, da sobrio. Non hai colpe, ti ho detto io di bere. – conclude, lasciandolo andare solo dopo averlo steso sul materasso. Davide si copre il volto con entrambe le mani, vagamente confortato dal fresco accogliente delle lenzuola e del cuscino sotto il suo corpo.
- Non dire così… - cerca di fermarlo, mentre Mario gli sfila le scarpe, abbandonandole a casaccio ai piedi del letto, - Non è colpa tua.
- Come preferisci. – scrolla le spalle Mario, slacciandogli anche i pantaloni e cercando di tirarli via senza peraltro riuscirci, dato che Davide si sente troppo debole perfino per agevolarlo sollevando il bacino, motivo per il quale alla fine rinuncia, lasciandoglieli addosso. – Ehi. – richiama la sua attenzione quindi, e quando Davide apre gli occhi lo trova in ginocchio sul pavimento, accanto a lui, una mano sollevata e due dita a seguire il profilo del suo viso. – Mi dispiace di non averti detto perché ti volevo qui, piccolo. – cerca di sorridere quindi, - Non ero pronto a dirtelo.
Il respiro di Davide si ferma, mentre il cuore prende a martellargli nel petto tanto forte da spaventarlo.
- Cosa…?
- I miei genitori – si inumidisce le labbra Mario, a disagio, - loro mi hanno chiamato, vogliono vedermi. E io non- io non ce la facevo a venire ad incontrarli da solo.
- I tuoi genitori… - boccheggia Davide, mettendosi seduto di scatto. Mario resta in ginocchio, e Davide non può che fissarlo sgomento dall’alto in basso. – Intendi i tuoi genitori naturali?
Mario annuisce, inspirando ed espirando profondamente.
- Mi dispiace non avertelo detto prima. Ho bisogno di te per incontrarli, quindi pensavo che-
- Io non voglio incontrare quella gente! – strilla Davide, stringendo con forza i pugni attorno al lenzuolo sotto di sé, - Io non- io non ho idea di chi siano, tu- tu mi avevi detto di non- io pensavo… pensavo che fosse solo una vacanza, Mario!
- Lo so! – annuisce Mario, sporgendosi verso di lui, - Lo so, e mi dispiace, piccolo, davvero, detesto prenderti in giro, ma non ho trovato il coraggio di dirtelo. – e sospira, allungando una mano a cercare la sua, - Spero solo che-
- No. – insiste Davide, ritraendo la mano, - No, io non… tu non puoi trattarmi come mi hai trattato negli ultimi due giorni e poi dirmi che hai bisogno di me per incontrare i tuoi genitori naturali! No! Non mi sta bene, Mario. Non verrò.
Mario resta in ginocchio al suo fianco ancora per qualche secondo. Lo guarda come a chiedersi se abbia proprio sentito bene, se davvero Davide abbia intenzione di  abbandonarlo adesso che ha tanto bisogno di lui, ma nulla nell’espressione di Davide cambia, e non abbassa nemmeno lo sguardo, perciò, dopo un po’, Mario si alza da terra e si allontana verso la porta, senza mai voltargli le spalle.
- Penso che sia il caso che io non dorma con te, stanotte. – dice soltanto, prima di girarsi e lasciarlo da solo. Davide fissa a lungo la porta, dopo averlo osservato andare via. Si lascia andare disteso sul letto solo quando cominciano a fargli male i polsi, ed anche allora non riesce a prendere sonno.

*

Quando si sveglia, il giorno dopo, non ha neanche idea di che ore siano. La villa è silenziosa – e vuota, anche, o almeno questo è quello che scopre quando trova il coraggio di mettere il naso fuori dalla camera da letto ed esplorare un po’ in giro. In cucina, il lavello è pieno di tazze e tazzine sporche. La caffettiera è sul fornello spento, si avvicina e solleva il coperchio per sbirciare dentro. È vuota, ma è stata usata. In frigo c’è un fondo di latte nell’ultimo cartone, e quando richiude lo sportello, dopo aver bevuto, trova un post-it appiccicato vicino alla maniglia. “Spesa:”, recita, ed è la calligrafia fluida ed elegante di Mario, perciò sorride quando, scorrendo la lista, trova esattamente le stesse cose che in genere trova scritte su post-it molto simili a questo, attaccati allo sportello del loro frigorifero, nel loro appartamento, su a Milano. “Coca Cola, Cioccolato, Biscotti, Latte, Zucchero” e si interrompe all’improvviso, perché in genere in coda alle liste di Mario c’è sempre la dicitura “roba che Dade non mangerebbe mai”, che comprende alternativamente insaccati vari, condimenti precotti per la pasta, scatolette di tonno e carne in gelatina. Nel loro gergo familiare, “roba che Dade non mangerebbe mai” basta a descrivere tutte queste cose, ma in questo post-it, sul frigorifero di una villa a Mondello, quell’espressione non basta. E quindi c’è scritto “prosciutto, salame, tonno e Simmenthal”.
Resta un po’ in contemplazione della lista come a volerne tirare fuori una qualche soluzione, ma – quando i suoi pensieri cominciano a rimbombare sia nel vuoto della villa che nel vuoto della sua testa – si riscuote, strappa via il post-it dallo sportello del frigorifero e se lo infila velocemente in tasca. È ancora vestito come la sera prima, sale al piano di sopra e pensa fugacemente che dovrebbe probabilmente darsi una sciacquata e cambiarsi, prima di uscire, ma poi lascia perdere, infila le scarpe da tennis e passa appena davanti allo specchio per cercare di dare un senso alla massa informe di capelli che si ritrova sulla testa, salvo poi fallire nell’impresa e lasciar perdere con una scrollata di spalle.
Il viale principale di Mondello lo accoglie in un fragore di automobili e risate. Il mare è tutto sommato calmo, oggi, ma c’è troppa gente in acqua perché possa essere anche silenzioso, e Davide si lascia cullare dallo sciabordio delle onde lievissime che accarezzano la spiaggia, e dal fragore degli schizzi che nascono quando qualcuno si tuffa dalla riva o da un pedalò, mentre percorre il marciapiede guardandosi distrattamente intorno alla ricerca di un supermercato.
Arrivato in piazza, ha già percorso tutto il lido fino alla fine, e di supermercati nemmeno l’ombra. Si chiede se tutti quelli che abitano a Mondello prendano la macchina e vadano fino in città per andare a fare la spesa, e mentre rimugina si avvicina a quella che potrebbe sembrare qualcosa di simile ad una panineria. Chiede alla proprietaria se ci sia un supermercato da quelle parti, lei annuisce e sorride. “Dassutta”, risponde, e di fronte alla sua espressione confusa ride sguaiatamente.
- Che sei, straniero sei? – lo prende in giro, - Pulintuni?
Davide non è certo di cogliere il senso specifico del discorso, ma di sicuro ha compreso quello generale.
- Sono qui in vacanza. – risponde con un mezzo sorriso imbarazzato.
- Sei con la ragazza, ah, sei con la ragazza? – chiede quella, ammiccando pure un po’. Davide ride.
- Una cosa del genere, sì. – annuisce con una scrollatina di spalle, - Siamo rimasti senza niente da mangiare in casa, perciò-
Talè, un masculiddu chi fa ‘a spisa! E com’è ca’ un ti spusasti, ancora?
- Eh, non è tanto semplice… - ride ancora Davide, grattandosi la nuca.
- Vabbe’, vabbe’. – taglia corto lei, agitando una mano come a voler scacciar via il discorso, - U’ supermarket è là. – dice, indicando il fondo della strada, - Tu vai sempre drittu e vidi ca’ u’ trovi.
Il supermercato c’è davvero, proprio in fondo alla strada. È grande e pieno di gente, e questa cosa lo stupisce, contando che quello è un paesino veramente minuscolo. Le commesse sorridono, dentro c’è di tutto – reparto panificio, reparto macelleria, reparto pescivendolo, reparto ortofrutticolo – e mentre gira da un bancone all’altro spuntando le voci della lista e concedendosi qualcosa di buono anche per sé, di tanto in tanto, Davide sorride e si chiede perché dovrebbe avere paura, perché dovrebbe essere arrabbiato, perché dovrebbe sentirsi triste. Stare lontano da Mario per tutto quel tempo, a causa degli impegni in Nazionale, gli ha fatto più male che bene, ha demolito tutte le sue certezze – ed erano parecchie – e questo non può che significare una sola cosa: checché possa dirne Mourinho, la lontananza a loro due non fa bene. Probabilmente sono ancora troppo piccoli ed immaturi per tirarne fuori un qualche insegnamento positivo come invece dovrebbero fare, ma hanno davanti a loro tutta la vita per trarre dalla solitudine e dalla nostalgia tutti gli insegnamenti che vorranno. Al momento tutto ciò che riesce a pensare, uscendo dal supermercato con due buste di plastica colme di roba per mano, è che ha voglia di vedere Mario. Di chiedergli scusa. E soprattutto di dirgli che va bene, lo accompagnerà dove vuole, se è ciò di cui ha bisogno.
Quando riesce a ritrovare la strada di casa – non prima di essere passato di nuovo davanti al bancone della signora, che l’ha richiamato indicandolo al figlio “vidi, Totò, u’ picciriddu ca’ ti dissi prima”, “mamma, ma quello èSanton!” con annessa mini-sessione di autografi e fotografie – la villa s’è già riempita di gente. Becca un ragazzo a caso che sgranocchia patatine e gli chiede come mai siano già tornati tutti. Quello scrolla le spalle e dice “ci sono stati problemi in spiaggia, c’era qualche tifoso un po’ troppo insistente... in genere Mario non si lagna, ma stavolta era scazzato”. Davide deglutisce ed annuisce, sistema tutta la roba che ha comprato fra frigorifero e stipetti vari e poi, prima di raggiungere Mario dove sa di trovarlo, gli prepara un panino col prosciutto, al quale aggiunge un bicchiere del latte al cioccolato che ha trovato al banco frigo. Non è del tutto sicuro che la combinazione dei due cibi non sia letale, ma il panino col prosciutto è energetico e il latte al cioccolato fa felice Mario, perciò non può andare così male. E poi lo stomaco di Mario è foderato in alluminio, se riesce a mangiare quell’aborto di cibo che lì chiamano stigghiole senza per questo morire dolorosamente.
Mario è in camera, esattamente come si aspettava. Davide non ha bussato prima di entrare, e non chiede permesso neanche adesso che avanza verso di lui cercando di tenere il pranzo improvvisato in bilico fra le braccia mentre tenta contemporaneamente di chiudersi la porta alle spalle.
- Ehi. – lo saluta, lasciandosi ricadere morbidamente sul letto dopo aver posato tutto sul comodino, sotto lo sguardo di Mario, indifferente ma velato da un certo fastidio, - Come va?
Gli occhi di Mario si spostano su di lui, dubbiosi.
- Dovrei domandarlo io a te. – ritorce acido, - Ieri eri più di là che di qua.
- Ho bevuto tanto? – chiede, abbassando lo sguardo, imbarazzato, - Ricordo tutto, tranne quanto ho bevuto.
- Lasciamo perdere. – rotea gli occhi Mario in un sospiro stremato. – Cosa sono questi? – chiede poi, indicando il panino e il bicchiere di latte, - Offerte di pace?
Davide inarca le sopracciglia verso il basso, stringendosi nelle spalle.
- Una specie… - mugola, - In realtà sì. – e sospira a propria volta, chiudendo gli occhi e cercando di farsi coraggio. – Senti, ci ho pensato su. – Mario sorride, Davide sbotta un mugolio deluso e gli tira un pugno contro una spalla, - Ma non sorridere di già! Dammi almeno modo di dirtelo! Ti odio quando fai così.
- Quando faccio cosa? – ride Mario, sollevando un braccio e stringendoselo contro, - Quando riesco a prevedere il momento in cui stai per chiedermi scusa e dirmi “d’accordo”?
- Esatto. – biascica Davide, fingendo di non sentirsi al settimo cielo per quell’abbraccio.
Mario ride ancora, baciandolo dolcemente su una guancia.
- Bugiardo. – gli sussurra all’orecchio. E Davide non protesta, perché farlo ora significherebbe mentire ancora.

*

I giorni scorrono perfino pigri, dal successivo in poi. Il mare di Mondello resta sempre la solita enorme massa di acqua trasparente, chiarissima in riva, blu notte man mano che ci si allontana verso il largo, e le spiagge restano sempre le solite enormi masse di sabbia dorata e sottilissima, fresca quando le si passeggia addosso alle sette del mattino, bollente quando si ripete lo stesso rituale a mezzogiorno, e poi di nuovo fresca verso le sei, liscia in alcuni punti, curva in altri, e proprio quando stai pensando che assomiglia a un corpo umano, che puoi quasi paragonare fianchi e spalle a dune e conche, ecco qualche maceria di un castello di sabbia ormai semidistrutto dalle onde e dai piedi dei bambini, e ti viene quasi da ridere perché ehi, stavi per paragonare la spiaggia a un corpo, ed è una cosa ridicola e anche un po’ stupida, perché insomma, cosa c’è di più diverso?, e ringrazi il castello monco di una torre o del suo ponte levatoio per averti ricordato che è idiota paragonare qualsiasi cosa a qualsiasi altra cosa che sia diversa da se stessa. C’è un motivo per cui la spiaggia è la spiaggia e il corpo umano è il corpo umano, c’è un motivo per cui la spiaggia non è un corpo umano e c’è un motivo per cui un corpo umano non è la spiaggia. È c’è un motivo per cui lui si trova a Mondello in quel momento, e quel motivo è Mario, e lui può paragonare Mario a tutto ciò che vuole – un fuoco, una catastrofe naturale, l’Amore, quello con la A maiuscola, o un semplice pezzo del suo cuore – ma farlo non avrebbe senso. Mario è Mario ed è Mario il motivo per cui lui si trova lì.
Mario che lo dondola un po’ davanti allo specchio, cullandolo come fosse un bambino, ondeggiando a destra e poi a sinistra in uno strusciamento dolce che non conserva neanche una punta della sensualità affamata con la quale si stava strofinando contro di lui poco prima, a letto, mentre facevano l’amore.
- Stai bene con la camicia. – dice, e Davide ride.
- Bugiardo. – si lamenta, tirandogli una mezza gomitata nello stomaco. Mario ride a propria volta, massaggiando distrattamente il punto dolente.
- Cercavo di essere carino. – si giustifica con una linguaccia, mentre gli sistema il colletto, e Davide sospira e sbuffa come una teiera.
- Sei più carino quando sei sincero. – gli fa notare. Mario risponde con un’occhiata fin troppo furba, e lascia scivolare due dita sopra i primi bottoni della camicia, che la tengono chiusa quasi fino al collo.
- Stai meglio – gli sussurra all’orecchio, sciogliendo il primo bottone, - senza. – conclude, sciogliendo anche il secondo e poi rimirando l’opera compiuta allo specchio. – Ma anche così sei molto più che guardabile. – annuisce compiaciuto, - Magari la tiriamo fuori dai pantaloni, mh? – continua, tirando la camicia fino a lasciarne scivolare gli orli lungo i suoi fianchi, spianandoli con le mani, - Ma chi ti ha insegnato a vestirti, l’ha fatto col preciso scopo di fare in modo che ogni volta tu dovessi andare in giro come un boy scout? No, perché-
- Mario. – lo interrompe Davide, voltandosi abbastanza da poterlo guardare negli occhi, - Sei nervoso?
Lui non scosta lo sguardo, anzi, ricambia l’occhiata a lungo, prima di sospirare pesantemente ed abbandonarsi contro di lui, poggiando la fronte sulla sua spalla.
- Si nota molto? – chiede, stringendolo attorno alle spalle e tornando ad ondeggiare, stavolta più per cullare se stesso che lui.
- Parli a macchinetta, non lo fai mai… - riflette Davide, sollevando entrambe le mani e poggiandole su quelle di Mario, intrecciate proprio all’altezza del suo petto, - Direi che si nota, sì. – Mario ride, strusciando un po’ la fronte contro la manica della camicia e poi risalendo fino a lasciargli un bacio sulla nuca. – Perché? – chiede Davide, guardandolo negli occhi attraverso il riflesso dello specchio, - Hai paura?
Mario esita, prima di rispondere. Scioglie un po’ la stretta attorno alle sue spalle, però, e Davide si rigira fra le sue braccia per poterlo guardare più direttamente. Resta in silenzio, in attesa di una sua qualsiasi mossa, come ha sempre fatto – è stato Mario ad avvicinarsi per primo quando l’ha riconosciuto il suo primo giorno di allenamento con la prima squadra, è stato Mario il primo a dirgli “presto o tardi, noi due dovremo parlare”, quando il loro rapporto stava cominciando a farsi molto più intimo e complice di quanto entrambi non si sarebbero mai aspettati, ed infine è stato sempre Mario a farsi avanti quella notte in cui stavano guardando un film insieme in Pinetina, svaccati sul suo letto, e all’improvviso era mancata la luce e tutto ciò che erano stati in grado di sentire erano stati i loro stessi respiri, lontani, vicini e poi vicinissimi, direttamente sulle labbra. Attende anche questa volta, ed anche questa volta non deve aspettare poi così a lungo.
Mario stringe una delle sue mani fra le proprie, e la solleva fino all’altezza del petto, contro il quale la stringe, pressando con forza.
- Senti niente? – gli chiede quindi, in un sussurro appena udibile.
Davide socchiude gli occhi ed allarga le dita, per sentire sotto i polpastrelli il calore del suo corpo, attraverso il tessuto leggero della maglia che Mario indossa.
- Il tuo cuore. – risponde, tornando a guardarlo. Mario annuisce.
- E ti sembra che batta forte? – chiede ancora, stringendo la presa sulla sua mano.
Davide si inumidisce le labbra ed aggrotta le sopracciglia, cominciando ad intuire dove Mario voglia andare a parare.
- …no. – risponde sinceramente, - Mi sembri tranquillo. – e Mario annuisce ancora.
- Perché lo sono. – spiega, la voce sempre più flebile, quasi incerta, - Non sono agitato, non ho paura. Non sono neanche felice né emozionato, però. Non sento niente. – e stringe la presa fin quasi a fargli male, ma Davide non si lamenta. – Non sento niente di niente. – precisa, stringendo ancora un po’, prima di lasciarlo andare. – Non capisco cosa significa. Ed è questo a rendermi nervoso. – conclude, dandogli le spalle ed andando alla ricerca delle scarpe lasciate chissà dove all’interno della stanza.
Davide massaggia piano la propria mano con due dita, sentendo quasi le ossa scricchiolare e tornare al loro posto sotto la sua leggera pressione. Ma non sa che dire, e quindi tace, aspettando che Mario sia pronto per uscire e raggiungere il luogo dove, dopo chissà quanto tempo, incontrerà nuovamente i suoi genitori naturali.

*

La prima cosa che Davide è in grado di pensare, dopo quella che gli sembra un’ora di silenzio assoluto – non all’esterno, naturalmente, Mario sorride, o almeno si sforza di farlo, e chiacchiera educatamente, come gli è stato insegnato dai suoi genitori, quelli veri, ed i due sconosciuti che stanno seduti davanti a loro rispondono entusiasti, raccontando episodi della loro vita ed informandosi su quelli della vita di Mario, avidi di notizie e di partecipazione un po’ tardiva, e comunque tutto il ristorante a due passi dal molo risuona delle risate e del chiacchiericcio confuso e divertito delle persone che riempiono la sala piccola ma accogliente sul retro del locale, quindi no, di silenzio non si può proprio parlare, ma nella testa di Davide c’è stato solo questo, e non gli era mai capitato di non essere in grado di formulare neanche un singolo pensiero, logico o illogico che fosse, non gli era mai capitato di sentire il cervello come atrofizzato; e lo sente risvegliarsi solo in quel momento, mentre affonda la forchetta nel risotto coi gamberetti e poi la solleva fino alle labbra, assaggiando appena: la signora Rose non è per niente una bella donna. Nemmeno il signor Thomas, a dire la verità, è un bell’uomo, ed entrambi, a voler essere del tutto onesti, sono quanto di più dissimile da Mario abbia mai visto, nonostante il colore della pelle.
Semmai, per quanto questo possa sembrare assurdo, Mario assomiglia più al signor Franco – ha lo stesso modo improvviso e infantile di scoppiare a ridere anche senza un motivo evidente – ed alla signora Silvia – ha negli occhi la sua stessa indulgenza, la sua stessa gentilezza, e mentre Davide, lasciando scorrere gli occhi sui genitori naturali di Mario, nota tutte queste cose apparentemente minuscole e insignificanti, si ripete con sempre maggior convinzione che, nonostante sia felice di essere accanto a Mario in questo momento, non capisce che bisogno ci fosse, da parte di queste due persone, di organizzare un incontro simile.
Mario parla con loro con la stessa pacatezza con la quale in genere discute con gli estranei per strada, quando lo fermano per un autografo. Rose e Thomas chiedono dei suoi gol, di come si trovi in squadra, di chi siano i suoi migliori amici, e lo fanno con calore, come fossero solo due genitori che non vedono il figlio da tempo perché è andato a lavorare all’estero, ma non chiedono della sua famiglia, delle persone che l’hanno cresciuto, dei suoi fratelli – e, quando Mario accenna ad uno qualsiasi dei Balotelli, Rose e Thomas cambiano argomento quasi si sentissero perfino offesi. Pur non avendone il diritto.
La cena si conclude senza momenti di nervosismo particolari. I signori Barwuah insistono per pagare il conto, ma Mario sorride – quasi timidamente – e senza neanche chiedere il permesso mette mano al portafogli, pagando prima di loro. La signora Rose è in imbarazzo, ma non dice niente. Il signor Thomas sorride e ringrazia, ed è allora che il suo tono cambia e per la prima volta Davide ha l’impressione che quell’uomo stia per dire qualcosa di importante.
- So che vieni spesso in Sicilia, in vacanza. – comincia quasi casualmente, - Ti piace?
- Molto. – annuisce Mario, giungendo le mani sul tavolo, davanti a sé, - È un bel posto per-
- Mario. – lo interrompe Thomas, quasi con difficoltà, - Io e tua madre – comincia, e Davide osserva le sopracciglia di Mario inarcarsi e poi aggrottarsi istintivamente di fronte a quel termine evidentemente improprio, - ci chiedevamo se incontri come questo potessero ripetersi. Se non ti andasse, magari l’anno prossimo, di tornare e rivederci. Così potresti conoscere i tuoi fratelli, magari fermarti a dormire da noi. – ipotizza, e poi si ferma, restando in attesa di una qualche reazione di Mario, che però si limita a guardarlo come non l’avesse mai visto prima, le labbra dischiuse e gli occhi persi fissi su di lui. - …siamo brave persone, Mario. – sospira pesantemente Thomas, abbassando lo sguardo, - Ci dispiace per tutto quello che è successo, ma vorremmo veramente provare a riallacciare questo rapporto. Se tu vuoi.
Mario batte le ciglia un paio di volte, come non potesse credere ai propri occhi. Si alza lentamente, piantando le mani sul tavolo e lasciando che la sedia strisci contro il parquet nel movimento.
- Mi dispiace. – dice, apparentemente glaciale, ma Davide può vedere la tempesta agitarsi dentro i suoi occhi scuri, - Non credo sia il caso. Mi dispiace davvero, ma… io non credo che vi rivedrò ancora. – deglutisce.
Davide, ancora seduto, non può che spalancare gli occhi e boccheggiare, e i signori Barwuah fanno lo stesso, mentre osservano Mario voltarsi ed uscire dal locale fra gli sguardi un po’ curiosi della gente che prima si chiede chi sia il ragazzino, e poi, dopo averlo riconosciuto, si chiede cosa ci faccia proprio lì. E la sala, mentre esce, si riempie di bisbigli, attraverso i quali lui passa come stesse fendendo la nebbia, a viso fiero, dritto sulle gambe, col petto in fuori e la testa alta.
- Scusatemi. – mormora confusamente Davide, alzandosi a propria volta, impacciato, e seguendolo fuori. Coglie solo di sfuggita la signora Rose passarsi una mano sugli occhi, mentre il marito solleva una mano ad accarezzarle una spalla, e poi l’aria calda e umida della sera di Mondello lo colpisce dritto in faccia, infastidendolo un po’. Il molo è illuminato per tutta la sua lunghezza, e il lido pullula di bancarelle colorate come fosse festa. I palloncini si dibattono in aria, trattenuti a stento dai loro fili di spago, e puntano la testa al cielo scurissimo punteggiato di stelle, che sono così tante da sembrare finte.
Mario  non è da nessuna parte.
Davide gira la piazza, la gira quasi tutta, fa lo slalom fra le motociclette dei centauri assiepate dietro la fontana, si allontana lungo la strada senza lampioni, verso il parcheggio, poi torna indietro, passa davanti alla friggitoria della signora che continua a chiamarlo picciriddu ogni volta che lo vede e si aggira circospetto di fronte alle due gelaterie più grandi; e poi si volta, posa di nuovo gli occhi sulla fontana – “è la Sirenetta di Mondello”, gli ha raccontato Mario; “Ma ha due gambe con due pinne al posto dei piedi,” ha protestato lui, “non assomiglia a una Sirenetta”, e Mario ha riso – e Mario è lì, seduto sui gradini un po’ umidi che circondano la fontana. Non sembra turbato, fissa dritto davanti a sé, la schiena rilassata contro la ringhiera e le mani abbandonate in grembo, inerti.
Gli si avvicina quasi con timore, sedendosi al suo fianco e restando in silenzio, prendendosi il tempo sufficiente per guardarlo bene da ogni lato, come volesse assicurarsi sia ancora tutto a posto. Poi, facendosi coraggio, deglutisce e schiude le labbra.
Mario lo batte sul tempo.
- Sto bene. – lo rassicura con un mezzo sorriso. – Sto bene. – ripete, e Davide ha la sgradevole sensazione che lo stia facendo più per convincersene che perché è vero.
Annuisce, avvicinandosi ancora un po’.
- Sei stanco? – chiede quindi, sfiorandogli un braccio con la punta delle dita in una carezza discreta, quasi illusoria, - Vuoi che torniamo subito alla villa? Per me non-
- Sono un cattivo figlio? – chiede all’improvviso Mario. Non lo guarda, la sua voce non cambia tono. È sempre tranquilla e pacata, e contrasta con le sue parole con tanta forza che Davide si sente stridere le orecchie. – Loro mi hanno messo al mondo, dopotutto. – riflette, gli occhi che danzano lenti dalle luci del borgo ai loro stessi riflessi sul mare a pochi metri, - Dovrei essere più riconoscente, forse. Non mi hanno neanche chiesto tanto, solo di rivederci. Non è una richiesta così assurda. Non è che mi vogliono obbligare ad andare a vivere con loro o chissà che. Solo vederci. Una volta all’anno. – si interrompe ed inspira profondamente, trattenendo a lungo l’aria nei polmoni prima di lasciarla finalmente andare. Si volta a guardarlo, i suoi occhi sono cupi e persi. – Sono un cattivo figlio? – chiede, e a Davide si stringe il cuore. – Sono una cattiva persona?
Davide agisce senza pensarci – ed in realtà non sente nemmeno il bisogno di farlo: si solleva sulle ginocchia ed allunga le braccia verso di lui. Lo stringe a sé non come un amico, non come un compagno e non come un amante. Si sente un padre una madre un fratello, si sente famiglia, e quando sussurra “ti amo”, direttamente sulla pelle caldissima della sua tempia, è la dichiarazione d’amore più universale del mondo.
Mario lo stringe in vita, nascondendo il volto contro il suo petto.
- Grazie. – risponde, - Anch’io. – ma è un bisbiglio talmente sottile che si perde nello scrosciare dell’acqua lungo il corpo di bronzo della Sirenetta immobile a guardare Mondello.

*

- Se prende di nuovo fuoco, - borbotta Davide, allacciando stretta la cintura in vita mentre le assistenti di volo invitano gli altri passeggeri a fare lo stesso, - giuro che qui non ci torniamo più.
Mario ride, perfettamente rilassato contro lo schienale del sedile, ed allunga una mano a scompigliargli i capelli, fra le sue proteste risentite e sempre uguali – “Mario, ci ho messo un’ora a sistemarli per bene! Perché devi sempre scombinarmi fino a farmi sembrare appena uscito dal letto?!” e Mario non si azzarda nemmeno a dirgli “Perché così sei più carino”, tanto è una cosa talmente ovvia che, se Davide non ci arriva, non ha nemmeno il diritto di sentirselo dire.
- Invece, - propone, sorridendo tranquillo mentre si china a recuperare il giornale di oggi dalla tasca cucita sul sedile di fronte a lui, - l’anno prossimo torniamo. – Davide si volta a guardarlo con disappunto, e lui ride. – Solo io e te. Prendiamo un appartamentino piccolo, vicino alla spiaggia. E restiamo due settimane intere.
Davide sbuffa, scrolla le spalle, guarda fuori dall’oblò e scoppia di gioia, anche se non vuole darlo a vedere. Mario scuote il capo, intimamente divertito. E medita su cosa ordinare per pranzo.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Angst, Drabble, Slash.
- A Mario dispiace, ma non cambia mai. Soprattutto perché lui non vuole davvero che cambi.
Note: Storiella un po’ cattiva – non so se si capisca (e temo di no), comunque il fulcro del tutto è che le ragazze non è che si rivolgano a Mario così randomicamente, è che lui le seduce apposta per far vedere a Dade che sono tutte troie e fondamentalmente lui è l’unico ad amarlo come merita X’D – che mi gironzola per la testa da tempo immemore, ed ho finalmente colto l’occasione per buttarla giù quando ho visto la foto (che poi ho usato nel banner) di Dade allo stadio con la sua nuova ragazza (?).
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Deep As A Scar
2. No one really knows the ones they love (Modest Mouse)


Quando Mario varca la soglia, Davide è rannicchiato sul proprio letto nella classica posizione che urla al mondo “lasciatemi in pace, non è aria, potrei farvi del male fisico se solo provate ad avvicinarvi”. Sospira, perché è un atteggiamento di difesa che Davide cerca costantemente di utilizzare anche con lui, e non s’è ancora rassegnato al fatto che proprio con lui non funzioni praticamente mai.
- Dade, - lo chiama a bassa voce, - l’ho mandata via.
- Be’, mandati via anche tu. – risponde seccamente lui, stornando lo sguardo. Mario sospira ancora e si avvicina cauto, sedendosi sulla sponda del letto.
- Mi dispiace per quello che è successo. – mormora, ravviandogli la frangetta sulla fronte. Davide si ostina a non ricambiargli lo sguardo.
- Ti dispiace sempre, ma non cambia mai. Chiunque sia la ragazza con cui mi metto, tempo due settimane la trovo con la lingua nella tua bocca. Mi sono rotto, Mario. Mi- - singhiozza appena, stringendo le ginocchia al petto con maggior convinzione, - Mi sono rotto di non avere più niente che sia solo mio. Vogliono tutte te. Passano per me perché è te che cercano. Non lo sopporto più.
Mario gli si avvicina. Gli accarezza entrambe le guance con le mani bene aperte. Sono calde di pianto e di rabbia. Si china a baciarlo appena sulle labbra. Calde anche loro di pianto e di rabbia.
- Io non voglio nessuna di loro, però. Io sono l’unica cosa che è tua e basta. – lo rassicura.
Davide scuote il capo e non ha la minima idea di cosa Mario gli stia dicendo. Crede sia amicizia – non lo è. Mario sorride, stringendolo fra le braccia: non sente il bisogno di spiegargli tutto subito. Aspetterà che capisca da solo.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Hurt/Comfort, Slash.
- Nella notte in attesa dell'operazione al menisco di Davide, Mario cerca di consolarlo come può.
Note: Fic nata quasi istantaneamente in un paio di giorni, come reazione al drama del mio povero Bimbo malconcio (ç_ç), che starà fermo fino a gennaio, povero amore. E poi Chià voleva del Santonelli Hurt/Comfort, e sia mai che io non soddisfi le richieste delle fangirl =P
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Royal Blue
19. Royal blue


Il buio della stanza è dello stesso identico azzurro delle loro maglie, e gli occhi di Davide non hanno un colore perché Mario non riesce ad identificarlo. Potrebbe dire che hanno il colore delle lacrime, perché quelle sì, riesce a vederle benissimo, ma le lacrime sono trasparenti, un colore non ce l’hanno, prendono quello della superficie su cui scorrono; e sarebbe rosa – il rosa intenso della pelle di Davide – se ci fosse la luce accesa, sarebbe rosa o lievemente aranciato dalla luce giallastra dell’abat-jour sul comodino, ma visto che è tutto spento e l’unica luce che c’è è quella della luna che viene da fuori tutto è semplicemente azzurro, la stanza, la pelle di Davide, le sue lacrime e quindi forse anche i suoi occhi.
Davide è arrivato dal Lussemburgo direttamente in Pinetina, perché sono tutti lì ma soprattutto perché è lì il dottor Combi, che è stata anche la prima persona in assoluto che l’ha visto, assieme al mister. Mario in genere si sveglia verso le nove, ma stamattina s’è svegliato alle sette perché sapeva che Davide sarebbe arrivato al centro sportivo verso le otto, e voleva esserci. Perciò ha puntato la sveglia, ha aperto gli occhi in tempo, s’è dato una sciacquata veloce, ha buttato giù un litro di caffè per tenersi in piedi senza crollare addormentato nel primo angolo disponibile e s’è andato a piazzare praticamente all’entrata, sui gradini, avvolto nel suo giubbotto e con la sciarpa alta a nascondere quasi completamente il viso, e il cappellino così calato sulla fronte da lasciare visibili solo gli occhi.
Il mister era già lì, le braccia incrociate e il suo impermeabile marrone tanto largo che lo fa sembrare rotondo, i capelli lievemente scompigliati dal vento freddo della prima mattina. “Che ci fai qua?” gli ha chiesto, fissandolo impietoso, “Torna a dormire, non ti voglio stanco agli allenamenti.” “Pensavo di aspettare Davide”, ha risposto lui, stringendosi nelle spalle, “Pensavo di-“ “Pensavi male”, l’ha interrotto il mister, atono. “Torna a dormire.”
Mario non ha insistito – perché con Mourinho per finire relegati in panchina basta anche molto meno – ed è tornato in camera. Naturalmente non s’è riaddormentato – come avrebbe potuto? Solo guardare il letto vuoto e ancora rifatto di Davide gli dava l’ansia. In realtà anche solo pensare a Davide, in generale, gli dava l’ansia. Aveva visto la partita, se l’era cavata benone ed anche i ragazzi erano stati bravi, Mario era stato soddisfatto di tutti loro mentre, fra una pausa e l’altra, cercava di zittire le due vocine maligne che da un lato gli dicevano “eh, in fondo è solo il Lussemburgo” da un lato e “però guardali, giocano così bene quando tu non ci sei” dall’altro. Aveva visto anche il brutto fallo che gli avevano fatto poco prima della fine del primo tempo, però, e non riusciva a stare tranquillo se solo visualizzava il modo tremendo in cui quel giocatorucolo della domenica lussemburghese gliel’aveva atterrato lì, prendendo proprio il ginocchio destro. Quella gamba aveva già abbastanza riempito di rogne tutta la prima parte del campionato di Davide, non c’era bisogno di insistere – non in un momento così delicato, soprattutto.
Al telefono, Davide era stato vago. “Mi fa male, sì,” aveva ammesso, “e no, non lo so se è grave, Mà. Non ne ho idea”, ma il suo tono di voce era abbastanza cupo da far presagire guai.
Lesione del menisco esterno del ginocchio destro. Un mese e mezzo di stop. E un intervento cui sottoporsi il prima possibile, perché la lesione non è poi così smodatamente grave ma “il Bambino, qui, di certo non vuole prolungare i tempi del fermo, no? Certo che no”, e quindi al più presto diventa domani mattina, e Davide – che ha ancora addosso l’odore diverso della divisa della Nazionale – sta immobile nel proprio letto, adesso sfatto e disordinato apposta per accogliere le sue forme spigolose al meglio, una gamba piegata ed una distesa e gli occhi – che hanno il colore delle lacrime, che prendono quello della sua pelle, che ha quello della stanza, che è l’azzurro regale della notte – fissi davanti a sé, vuoti e muti.
A Mario si stringe il cuore, perché Davide non è certo un chiacchierone, parlare non gli piace perché non sa farlo, nel senso che sbaglia sempre un mucchio di cose – tempi, modi, toni – e finisce per fare un sacco di cazzate oggettivamente evitabilissime, e Mario ne sa qualcosa, visto che ha lo stesso identico difetto. Solo che Davide è di gran lunga più intelligente di lui, perciò di parlare evita. Quello che ha da dire, generalmente, lo dice appunto con gli occhi, ed è per questo che è così triste osservarli adesso così spenti e persi. Non dicono niente, anche se purtroppo questo non significa che non ci sia niente da dire.
Mario si solleva dal proprio letto e si siede su quello di Davide, quasi in punta, per evitare di toccargli la gamba. Davide non la ritrae, un po’ perché scostarla gli farebbe male ed un po’ perché si fida di Mario, e sa che starà attento nel muoversi.
- Ezequiel – comincia un po’ impacciato, spostandosi sul materasso per trovare una posizione più comoda, - sta un po’ meglio?
Davide lascia andare una mezza risatina nervosa, appoggiandosi con la schiena sul cuscino sollevato contro la testiera.
- Hai visto con che occhio nero ha giocato ieri? – chiede, invece di rispondere, - Sei stato uno stronzo.
- Ehi, mi sono scusato. – borbotta Mario, incrociando le braccia sul petto, - Non è colpa mia se la scena era equivoca.
- Mi stava solo passando il sapone. – gli fa notare Davide, con un’altra risatina, stavolta meno nervosa e più genuinamente maliziosa, - Non eravamo neanche vicini.
- Ti stava toccando.
- La sua mano ha sfiorato la mia mentre appunto mi passava il sapone. – precisa Davide, annuendo compitamente. – Comunque-
- Comunque quello che ho visto ho visto, e come ho reagito ho reagito. – sbotta Mario, scrollando vigorosamente le spalle e guardando altrove, quasi offeso da questa plateale mancanza di gratitudine. E che poi sia una gratitudine meritata o meno non è importante, almeno non quanto il fatto che lui senta di volerla.
- …comunque, - riprende Davide, più dolcemente, - mi ha fatto piacere. Non mi era mai successo che qualcuno facesse a pugni per me. Certo, - annuisce con una piccola smorfia, - ora, per l’intero spogliatoio dell’Under-21, sono la tua ragazza. Ma ci faremo l’abitudine.
Mario ride, e solleva un braccio. Davide è un po’ impacciato nel muoversi, si sposta appena e cerca subito una nuova posizione stabile. Si accovaccia contro di lui socchiudendo gli occhi e lasciandosi cullare prima dal sollevarsi ed abbassarsi repentino del suo petto e poi dal suo movimento più dolce, quando riprende a respirare normalmente, esaurita l’ilarità del momento.
- Ti fa ancora molto male? – chiede, accarezzandogli lentamente i capelli corti sulle tempie.
- In questo momento no, - risponde sinceramente Davide, - ma sono sotto antidolorifici, quindi anche se saltassi in piedi e cominciassi a ballarmi sul ginocchio probabilmente non sentirei niente comunque. È per questo che cerco di tenerlo fermo, - spiega con competenza, - se lo muovo, non sento come lo sto muovendo. Ho paura di peggiorare le cose, a muovermi male.
Mario annuisce e continua ad accarezzargli i capelli. In una situazione normale, già stargli tanto vicino l’avrebbe portato a ribaltarlo sul letto e divorarlo di baci in un nanosecondo, ma la situazione in cui si trovano non è normale, e Mario ha l’impressione di accarezzare una lastra di vetro sottilissima, tanto gli pare fragile Davide sotto i polpastrelli, perciò misura ogni tocco con coscienza, cercando di farsi sentire senza farsi sentire troppo.
- Hai paura? – chiede dopo un po’, osservando con la coda dell’occhio il suo profilo sempre uguale nel buio.
- Sì. – risponde Davide, dopo un momento di esitazione, - Un mese e mezzo è lungo. Già giocavo poco, mi era sembrato di cominciare a riprendermi un po’ con le ultime partite dell’Under-21, questa sfiga non ci voleva proprio. – sospira, - Al momento, almeno, abbiamo tutti una nuova certezza. A gennaio, non andrò da nessuna parte. Chi vuoi che se lo prenda un catorcio così acciaccato, con un ginocchio del tutto inutilizzabile?
- Ehi. – cerca di fermarlo Mario, costringendolo a sollevare il viso e guardarlo negli occhi, - Guarda che non sta mica finendo il mondo. È solo… - cerca le parole, e nel frattempo pensa che tanto per cominciare dovrebbero organizzare dei corsi di formazione per imparare a consolare le persone; tanto per continuare, poi, che anche in un caso del genere, lui un patentino simile non riuscirebbe a prenderlo mai e poi mai. – È solo un inconveniente. – dice con la maggiore convinzione di cui è capace, lui che non sa nemmeno come si sveglierà domani mattina, se avrà voglia di partire per l’Australia o legarsi all’Inter con un contratto pluridecennale. – Presto tornerà tutto a posto. – annuisce decisamente, cercando di convincere prima se stesso e poi, se avrà fortuna, anche Davide.
Lui lo guarda per qualche secondo con aria indecifrabile. I suoi occhi ormai sono asciutti, ma riescono comunque a brillare nel buio come diamanti. Lo fanno impazzire, gli occhi di Davide, perché non hanno senso. Non sono netti, non sono definiti, se li guardi da due angolazioni diverse, non hanno nemmeno lo stesso colore rispetto al minuto precedente.
- Niente da fare. – sorride il ragazzo, scuotendo lievemente il capo, - Non sei proprio bravo a consolare la gente, tu.
- Almeno ci ho provato. – borbotta Mario, tornando ad appoggiarsi contro la parete e chiudendo gli occhi, mentre sente di nuovo addosso la pressione di Davide che, in movimenti lenti e misurati, cerca di ritrovare l’incastro perfetto delle loro braccia e dei loro petti – lasciando per una volta le gambe fuori dal nodo – per sistemarsi contro di lui.
- È che si vede che hai paura anche tu. – sorride lui, parlandogli sulla pelle in un sussurro sottilissimo, - Sei un disastro, comunque-
- Comunque sei uno stronzo, Dio mio, hai sempre da ridire! – si lagna Mario, tirandogli uno scappellotto offeso contro la nuca, ma la sua offesa sfuma e svanisce del tutto quando Davide ride ancora e si volta a cercare le sue labbra.
- …comunque mi fa piacere. – sorride, tornando ad appoggiarglisi addosso e fissando un punto a caso nel buio di fronte a sé, e Mario pensa che dovrebbe lasciarlo finire di parlare più spesso. – Sia che tu sia così preoccupato, sia che tu abbia provato a consolarmi. Sei carino. Sei… - sospira, - sempre un sacco carino, con me. E io ti do un mucchio di problemi.
- Non che io te ne dia di meno. – biascica Mario, platealmente imbarazzato, cincischiando con l’orlo della coperta che si china a recuperare dai piedi del letto, perché possa coprire entrambi, - Diciamo che siamo problematici entrambi.
Davide annuisce con un’altra mezza risata, e non risponde. Quando parla ancora, lo fa solo per chiedergli di restare al suo fianco.
- Dormiamo insieme? – dice, il tono calmo, non piagnucoloso né sommesso, sembra che stia meglio e Mario se ne compiace. Davvero.
- Ci stendiamo? – chiede Mario, accennando il movimento e scivolando per qualche centimetro sul materasso, ma Davide si ritrae appena, un po’ spaventato.
- Preferisco stare seduto. – dice annuendo, come a voler dare a Mario l’impressione di stare solo agendo in via precauzionale, non perché è spaventato a morte come invece è. – Ti dispiace?
Mario scuote il capo e si rimette dritto contro la testiera del letto, stringendoselo contro e continuando a fissare il buio azzurro della stanza. Nessuno dei due chiuderà occhio per tutta la notte.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: PG13
AVVERTIMENTI: Angst, Fluff, Slash.
- Davide ha un problema. Solo che non è quello che tutti credono.
Note: Scritta per una concomitanza di fattori vari ed eventuali XD In realtà accarezzavo l’idea da tempo – più o meno da quando José ha ritenuto opportuno farci sapere che lui e Davide avevano “parlato di qualcosa” e che Davide era stato “molto sincero con lui” e robaccia varia – ma non avevo ancora trovato modo di buttarla giù come volevo XD Alla fine, mi ha aiutata la mancata convocazione di Davide per Livorno-Inter, e ovviamente la spinta insostituibile dell’iniziativa estemporanea di Criticoni dedicata alle sbornie.
Ps: Il titolo viene dall’omonima canzone dei Mumford & Sons.
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Little Lion Man
31. Slash/Yaoi


José si sporge ad annusarlo come fosse un cane antidroga o qualcosa di ancora più spaventoso, e Davide – perché si sente in colpa, perché sa di essere nel torto, perché ha paura di ciò che avverrà nei prossimi minuti – si fa minuscolo sulla seggiolina nell’ufficio del mister, stringendosi nelle spalle e cercando di trattenere il respiro quanto più possibile, di modo che lui non possa sentire l’odore del suo fiato.
- Hai bevuto. – sentenzia José, guardandolo inespressivo, - E credo che tu non abbia nemmeno dormito. Sei ancora sbronzo?
- No… - scuote il capo Davide, dapprima energicamente, poi sempre più debolmente, man mano che va rendendosi conto di quanto la testa faccia male ad ogni minimo movimento, - Ieri c’era il compleanno di mio zio, a casa, ho solo bevuto un po’ di vino… - biascica, recitando la bugia che ha preparato nelle ultime tre ore cercando di non mostrare alcuna incertezza.
José si allontana da lui senza guardarlo, e si appoggia alla propria scrivania, incrociando le braccia sul petto. Solo allora gli solleva gli occhi addosso, scrutandolo con un misto di severità ed apprensione.
- Quando sei arrivato tardi in allenamento e hai cercato di darmi a bere che fosse perché tuo nonno si era sentito male, - chiede pacato, - quanto ci ho messo a capire che mentivi?
Davide abbassa lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore e scacciando con quel dolore quello meno forte ma più persistente che gli pulsa nelle tempie.
- Non ho nemmeno avuto tempo di finire la frase. – ricorda mestamente, torcendosi le mani in grembo.
- E quando mi hai detto che non ti sentivi bene in squadra perché non ti facevo giocare, quanto ci ho messo a capire che era ben altro ciò che mi stavi nascondendo? – chiede ancora, il tono più mite e dolce di quanto non fosse prima.
- …le è bastato guardarmi negli occhi, mister. – deglutisce Davide, cercando di sopprimere il mezzo singhiozzo che, premendo con forza dal petto verso l’alto, minaccia di esplodergli in gola. – Mister, io-
- La verità, bambino. – si raccomanda José, chinandosi fino a guardarlo dritto negli occhi, - Non voglio sentire altro.
Davide socchiude gli occhi e poi torna a sollevare lo sguardo in quello di José, reggendolo solo con difficoltà.
- Non gli ho ancora detto niente. – confessa in un sussurro spezzato, gli occhi lucidi e arrossati, - Non ho il coraggio di dirgli niente e non voglio nemmeno dirgli niente. E io così non ci so più stare. Non… - tentenna, passandosi una mano sulla fronte e fra i capelli in disordine, - Non funziono più! Il mio corpo non reagisce più come dovrebbe e la mia mente non è salda. Sto facendo un casino dietro l’altro, non sto bene e non voglio risolvere la situazione perché non trovo il coraggio per farlo.
- E quindi vorresti cosa, esattamente? – indaga José, inarcando un sopracciglio, - Che ti rispedissi in Primavera con la scusa del tuo rendimento recente?
- Non servirebbe. – scuote il capo Davide, tornando ad abbassare lo sguardo sulle proprie mani, ora inerti e intrecciate sul suo grembo, - Non ci impedirebbe di vederci, di parlare, e soprattutto non mi impedirebbe di vivere con lui.
José si lascia andare ad una mezza risata, annuendo.
- E quindi? – chiede, quasi sfidandolo, - Vuoi qualcosa di più netto? Qualcosa di definitivo, magari? Un prestito a qualche squadretta in qualche angolo d’Italia, o preferisci espatriare? – scuote il capo, tornando a ridere, stavolta più sarcastico che divertito, - Davide, questa squadra si è liberata di una primadonna perché cominciava a non poterne più dei capricci. Vuoi sostituire Zlatan? Non ne hai le capacità, lasciatelo dire.
Davide si copre il viso con entrambe le mani, massaggiando con forza guance e tempie nel tentativo di scacciare almeno un po’ quello strano torpore che sta cominciando a invadergli la testa.
- Io non lo so. – ammette quindi, sospirando così profondamente da dare a José l’impressione di stare per sgonfiarsi del tutto, - Non ne ho idea. Non chiedo niente perché non so cosa chiedere.
José sorride, condiscendente, e si china su di lui, costringendolo a sollevare il capo con un buffetto sotto al mento.
- Te lo dico io che cosa facciamo adesso. – propone incoraggiante, - Mario ha la febbre, ma sta meglio di ieri, per cui è tornato a casa. E visto che anche tu non è che sia proprio così esageratamente in forma, non posso certo portarti con me a Livorno. – scuote il capo, come a dare maggior forza alla propria idea. – Sarai sicuramente molto più utile qui. Peraltro… - riflette poi, - ho saputo che Mario e l’austriaco vanno in giro insieme spesso, ultimamente. È vero? – chiede con aria curiosa ma apparentemente innocente. Davide annuisce, senza capire dove stia andando a parare il discorso. – Perfetto. – annuisce a propria volta José, compiaciuto, - Avrò bisogno di rinforzi in attacco. Marko sarà felice della convocazione!
Davide lo fissa con aria incerta per molti secondi – l’alcool che ancora gli confonde i pensieri gli impedisce di comprendere appieno ciò che il mister sta suggerendogli – e José aspetta solo fino a quando non lo vede piegare il capo come un cagnolino curioso, prima di specificare meglio cosa intenda.
- Bambino… - sospira, passandosi una mano fra i capelli in un gesto perfettamente fluido e naturale, - Ci sono cose che io posso risolvere. – annuisce, - Ci sono molte cose che io posso risolvere. A conti fatti, sono praticamente onnipotente, ma ci sono ancora delle cose molto piccole e molto molto importanti con le quali non posso interferire se non indirettamente. Ora… - e sospira ancora, per nulla rassicurato dal suo sguardo ancora vacuo, - …se io ti metto nelle condizioni giuste, tu la risolvi questa situazione? Perché è una cosa che puoi fare solo tu, sai? Nessun altro.
Davide tira su col naso, incerto, stringendosi nelle spalle.
- Non lo so, mister. – ammette, non senza vergogna, - Io ci ho provato, davvero. Giuro che ci ho provato, ma ogni volta, quando me lo sono ritrovato di fronte… - si lascia sfuggire un mugolio sofferente, la testa che riprende a pulsare come stesse lì lì per esplodere, - Non ho speranze, capisce cosa intendo? E forse sentirmi dire no sarebbe ancora peggio che restare nell’incertezza, per cui-
- Parti dal presupposto sbagliato. – gli fa notare José, aiutandolo a tirarsi in piedi con risolutezza, - Tu credi di doverlo fare per Mario. Per ottenere qualcosa, per ottenere lui, forse. Non è così. Devi farlo per te stesso, sei tu che devi uscirne. A Mario non interessa adesso, e se non deve interessargli non gli interesserà neanche in futuro. Ma tu… - sorride ancora, risistemandogli la frangetta sulla fronte, - sei tu che devi trovare il coraggio di guardarti allo specchio e stare bene con te stesso. E questo non dipende dalla risposta di Mario, ma solo dalla forza che troverai per porre la domanda.
Davide cerca di tirare fuori un sorriso raccattato alla meno peggio dalle profondità della sua insicurezza, e José subito lo sprona a fare di meglio sorridendo più apertamente – un’espressione perfino stupida, ma così divertente che Davide non può fare a meno di imitarla, lasciandosi andare ad una risatina sollevata mentre José lo omaggia di qualche pacca d’incoraggiamento sulle spalle.
- Prima però, - consiglia saggiamente, - sarà meglio che tu ti faccia una doccia, ragazzo mio. O se Mario non è ancora stato sterminato dall’influenza, lo sterminerai tu appena farai tanto di provare a baciarlo.

*

Il mal di testa è tornato a farsi sentire – con una forza quasi devastante – nel momento in cui Davide oltrepassa la soglia di casa e si ritrova finalmente protetto all’interno dell’ambiente caldo e familiare dell’ingresso dell’appartamento che condivide con Mario. È tutto buio, e la cosa per qualche motivo lo convince a credere che Mario sia ancora fuori – forse un’ultima visita in infermeria, prima di tornare a casa? – motivo per cui si aggira pigramente per i corridoi, dirigendosi verso la cucina senza accendere le luci, indovinando a memoria il tragitto.
Lucky gli viene incontro non appena apre la porta, e subito lui si china ad accarezzarlo sulla testa, mentre il cucciolo si solleva sulle zampe posteriori e si allunga tutto nel tentativo di leccargli il viso.
- Sei qui da solo da un sacco di tempo. – considera, notando la ciotola vuota in un angolo, - Adesso provvediamo.
- Posso capire di essermi un po’ sciupato, - si lamenta la voce nasale e quasi irriconoscibile di Mario, persa da qualche parte oltre il tavolo che ingombra mezza stanza, - ma l’invisibilità ancora non l’ho raggiunta. A meno che tu non mi confonda nel buio, il che potrebbe anche avere un senso.
- Mario! – salta su Davide, cercandolo celermente con lo sguardo e trovandolo accucciato sul pavimento a pochi passi dal frigorifero, una ciotola di gelato fra le mani e il cucchiaino che ancora pende dalle labbra. – Ma che ci fai lì?! – chiede, raggiungendolo allarmato mentre Lucky si trascina dietro la propria ciotola vuota, implorando per un po’ di pappa.
- Non cascarci. – dice Mario, invece di rispondergli, indicando il cucciolo con un cenno del capo, - L’ha appena svuotata, non dargli altro. È un mangione incontentabile.
- Mà, dovresti essere a letto! – lo rimprovera, cercando di aiutarlo ad alzarsi senza però avvicinarsi troppo, visto che ha ancora troppa paura che Mario, in qualche modo, possa capire che è rimasto fuori tutta la notte a sbronzarsi con degli sconosciuti perché si sentiva tanto triste, solo e confuso da non avere idea di cos’altro fare. – Ma poi, cosa stai mangiando? Gelato? Ma ti fa male!
- Il dottor Combi mi ha detto di abbassare la temperatura! – ride Mario, lasciandosi tirare in piedi senza opporre resistenza, mentre Lucky comincia a saltare in mezzo a loro, reggendo la ciotola fra i denti e costringendosi a recuperarla ogni volta che cade in seguito a un saltello troppo turbolento, - Quale modo migliore? – conclude, mandando giù un’altra cucchiaiata di gelato. Poi si prende una pausa, inspirando ed espirando un po’ a fatica, dalla bocca, e guardando Davide con aria curiosa. – Quando sono tornato, c’era una pipì da pulire all’ingresso. – gli fa presente, prima di sorridere appena. – Dimmi la verità: non sei tornato a casa, stanotte.
Davide distoglie lo sguardo, recuperando da terra la coperta con cui Mario s’era protetto dalle fredde piastrelle del pavimento e gettandogliela sulle spalle, cercando di riscaldarlo.
- Non è il punto della questione! – borbotta, - E molla quel gelato, non ti fa bene davvero!
- Guarda che non è mica un problema! – ridacchia Mario, mentre si lascia trascinare svelto in camera propria, - Almeno dimmi che ti sei divertito, compenserà la nottataccia del cazzo che ho passato io. Oh, non puoi immaginare che dramma sia dormire mentre Combi veglia sul tuo sonno come un angelo custode, almeno fino a quando non ti svegli alle tre del mattino in preda a un conato di vomito e lo trovi  che ti fissa con aria stravolta come se stessi per morirgli fra le braccia da un momento all’altro!
Davide ride, incapace di trattenere il moto di ilarità che le parole di Mario gli provocano, nonostante il mal di testa e la confusione e il bisogno di una doccia che – ora che sa che anche Mario è in casa, e il momento della verità si sta avvicinando più veloce di un treno in corsa – si fa ancora più impellente.
- Sei stato molto male? – chiede, mentre lo aiuta a stendersi sul letto e rintanarsi sotto le coperte, sottraendogli la ciotola ancora piena per metà di gelato ormai sciolto e poggiandola sul comodino.
- Credo di essere entrato in apnea, durante il sonno. – scrolla le spalle Mario, facendogli segno di sedersi accanto a lui, - Combi mi ha svegliato e mi ha detto qualcosa. Non che l’abbia seguito davvero, ero finalmente riuscito ad addormentarmi dopo un paio d’ore di dolori che non ti dico. – sospira, facendo segno anche a Lucky di saltare sul materasso ed accoccolarsi fra di loro. – Però a parte questo non è stata questa grande tragedia, intendo, sono ancora vivo, no? Sei tu qui che devi raccontarmi qualcosa, mi pare. – aggiunge poi, con un sorrisetto furbo.
Davide si mordicchia nervosamente l’interno di una guancia, spostando imbarazzato lo sguardo perché gli occhi scuri di Mario non sanno cosa gli stanno chiedendo di confessare.
- Non è successo niente di che. – borbotta, incapace di sollevare lo sguardo, - Sono solo uscito a bere un po’.
- Un po’? – ride Mario, chinandosi a sfiorargli il collo con la punta del naso, ricoprendolo di brividi bollenti su tutta la superficie del corpo, - Io ho il naso quasi del tutto fuori uso, ma posso dire con certezza che qui è passato ben più di “un po’” d’alcool. Cos’è, avevi bisogno di coraggio per fare la prima mossa con qualche pischella? Era carina, almeno?
- No, non--… - si affretta a negare lui, scuotendo il capo, - Non ci ho provato con nessuno, giuro, era solo-
- Ma non giurare! – ride ancora Mario, tirandogli qualche robusta pacca sulla schiena e concedendo poi qualche carezza distratta a Lucky che borbotta fra di loro, infastidito da tutto quel movimento. – Dai, dai. Dio, dico, sono settimane che non scopo, almeno se scopi tu posso sentirmi empaticamente felice o che so io. Racconta! – insiste con entusiasmo, spintonandolo spalla contro spalla.
- Mario, davvero… - biascica Davide, passandosi una mano sugli occhi, - Non sono stato con nessuna, quindi non ti esaltare, okay? Ero solo. Cioè, c’era qualche amico, ma nessuna amica. Chiaro? – conclude, fin troppo bruscamente, osservando Mario allontanarsi e guardarlo un po’ incerto.
È solo quando si è allontanato abbastanza da non sfiorarlo più con tanta insistenza, che Davide sente scemare il senso di confusione e lo stomaco pare tornare al suo posto, lasciandolo libero di respirare senza sentire in compenso l’immediato bisogno di vomitare.
- Ma che c’è? – chiede Mario, vagamente preoccupato, - C’è qualcosa che non va? – e poi pare sospettare qualcosa, perché i suoi occhi si fanno sottili come fessure e il suo sguardo si fa indagatore, improvvisamente serio. – A che ora partite, domani? – chiede, apparentemente saltando di palo in frasca, ma Davide sa bene a cosa porterà la sua risposta a quella domanda.
- …partono dopo pranzo. – sospira, seguendo con gli occhi i ghirigori che decorano l’orlo della coperta, - Io non vado, però. Il mister non mi ha convocato.
La reazione di Mario non tarda ad arrivare, intensa e infastidita esattamente come Davide l’aveva immaginata.
- Dico, ma è andato completamente fuori di testa?! – sbotta, agitandosi sul materasso, - La vecchiaia l’ha rincitrullito del tutto?! Perché ti lascia qua?! Chi ci mette sulla fascia sinistra, ora?! Si infila in un paio di calzoncini e si mette a trottare lui per il campo?! Dio, quanto ce la vuole far perdere questa partita?!
- Mario, calmati. – cerca di placarlo lui, poggiandogli una mano su un braccio e provando a trattenerlo.
- Ma non mi calmo manco per un cazzo! – continua lui, imperterrito, trattenendosi a stento dall’agitare un pugno a mezz’aria, - Ma poi che cosa pensa di fare, lasciandoti qui?! Non si rende conto che non ti è d’aiuto e dovrebbe darti un po’ di fiducia?! Io veramente alle volte quell’uomo non lo capisco, pensa e fa delle cazzate così enormi che-
- Voleva che io e te parlassimo. – sputa d’un fiato Davide, stringendo i pugni attorno al copriletto ed abbassando repentinamente lo sguardo.
- …uh? – chiede Mario, cadendo letteralmente dalle nuvole, - Dade, non so se te ne sei accorto, ma noi non facciamo che parlare continuamente. – gli fa notare, picchiettando con un indice nel centro esatto della sua fronte.
- Non delle cose importanti. – risponde Davide, cercando come può di sottrarsi a quel tocco senza che il suo spostamento appaia come un rifiuto.
- Adesso mi offendo. – borbotta Mario, aggrottando le sopracciglia, - Io ti dico tutto, sia le stronzate che le cose importanti. Se per te non è lo stesso, allora c’è qualcosa che non va, in questo rapporto.
Lo dice con tutta l’innocenza del mondo, Davide lo sa, ed infatti è solo per forza di volontà che riesce ad impedirsi di sorridere teneramente – conserverà quel sorriso per dopo, se mai dovesse arrivare l’occasione giusta per tirarlo fuori – e a cogliere l’attimo, sporgendosi in avanti per sfiorare le labbra di Mario con le proprie, sperando che l’influenza non sia contagiosa, ma anche se dovesse esserlo non gli importa poi davvero.
Mario resta immobile. Lo fissa inebetito così a lungo che Davide ha l’impressione di essersi trasformato in una roccia – calcificato dallo scorrere del tempo – e questo da una parte lo rassicura, perché nel caso in cui Mario si decidesse a tirargli un pugno in pieno naso, per fargli capire esattamente come la pensa di questa cazzata, lui almeno non sentirebbe dolore.
- Però. – risponde Mario, un po’ in affanno, - Voglio dire, di certo quando dici “cose importanti” intendi proprio cose importanti, mh? – ironizza con un mezzo sorriso, nel tentativo di spezzare almeno in parte la tensione nervosa che si è creata fra loro e che perfino Lucky ha percepito, preferendo alzarsi e scendere giù dal letto per trotterellare fuori dalla stanza e cavarsi d’impaccio come solo lui poteva fare.
Davide distoglie lo sguardo, sente le guance così bollenti che per un attimo ha l’impressione che il breve contatto che le sue labbra e quelle di Mario hanno condiviso sia stato sufficiente per travasare tutta la sua temperatura corporea dentro di sé. Questo, almeno, spiegherebbe il fuoco che gli brucia la pelle.
- Mi dispiace. – abbozza confuso, pur senza dispiacersi affatto, - Immaginavo che una cosa del genere non potesse andare che male, ma il mister mi ha convinto che-
- Il mister? – lo interrompe Mario, guardandolo con stupore, - Il mister sa di questa… cosa? Da quanto tempo? E chi altri lo sa?
- Nessuno! – si affretta a rassicurarlo Davide, agitando convulsamente le braccia, - Nessuno, davvero, non l’ho detto a nessuno! Non devi preoccuparti di questo!
- E da quant’è che va avanti? – insiste Mario, lo sguardo indecifrabile, così come il tono della voce.
- …non lo so. – sospira Davide, del tutto incapace di mentire. – Qualche mese, forse. – gli solleva gli occhi addosso. – Un annetto. – si morde un labbro, inarcando le sopracciglia. - …da sempre. A volte mi sembra così tanto che penso di provarlo da sempre.
- E non me l’hai mai detto. – commenta Mario, guardandolo quasi offeso. – Stai così da-… da quant’è che stai così?, non sai dirlo nemmeno tu!, e non mi hai detto niente.
- Ora… - biascica Davide, abbassando colpevole lo sguardo, - non mi sembra il caso di arrabbiarsi così con me. Voglio dire, non ci sono stato bene.
- Ma appunto! – si agita improvvisamente Mario, afferrandolo per il mento e costringendolo a guardarlo, - Dio, io ho un mucchio di difetti, Dade, una quantità spaventosa, davvero, e nessuno li conosce meglio di te, ma di sicuro non si può dire né che io sia uno che scappa, né che io sia uno che ti abbandona nel momento del bisogno! – sospira, accarezzandogli lievemente una guancia prima di parlare ancora. – Come potevi pensare di risolvere tutto questo senza parlarne con me?
Il contatto delle sue dita contro la sua pelle è già abbastanza per spedire Davide in un universo parallelo in cui non esista niente oltre loro due e quel letto. Perfino i guaiti scontenti di Lucky, dalla cucina, si perdono nel battito del suo cuore, tanto forte da risuonare ovunque all’interno del suo corpo, al punto che Davide ha paura che Mario possa riuscire a sentirne l’eco.
- Questo… - azzarda, un po’ incerto, - vuol dire che…
- …piede sul freno. – si affretta a fermarlo Mario, esattamente come faceva mentre gli insegnava a guidare, e sembra mille anni prima. – Io non è che abbia problemi in quel senso. – spiega imbarazzato, - Solo che, voglio dire, non ti ho mai visto in quell’ottica lì. Nel senso, tu sei Dade, quello che si sveglia la mattina e va in giro con gli occhi ancora chiusi camminando a piedi nudi e sbattendo puntualmente contro tutti gli angoli del corridoio. – ridacchia un po’, e perfino Davide, nonostante sia tanto nervoso da avere voglia di piangere, non può risparmiarsi una risatina divertita. – Non lo so se… intendo… è tutta un’altra cosa, completamente diversa.
Davide annuisce precipitosamente, la testa che continua a pulsare e lo costringe, dopo poco, a rallentare il ritmo.
- Non sentirti obbligato a fare niente. – precisa, ignorando le sopracciglia inarcate di Mario, - Non voglio che tu ti senta in colpa o mi dica determinate cose solo perché pensi che dopo starò male, sono forte, posso farcela, non devi essere per forza delicato, con me. – getta lì alla rinfusa, e Mario solleva una mano e gliela appoggia sulle labbra, pressa forte e bisbiglia “zitto”, e l’attimo dopo lo sta baciando in modo completamente diverso rispetto a quello in cui l’ha baciato lui prima, perché è un bacio aperto e bagnato e vorace, e Davide mugola fra le sue labbra, e Mario lo stringe tanto forte da mozzargli il respiro.
- Qualcuno dovrà insegnarti quando parlare e quando tacere. – dice, separandosi da lui e cercando a tentoni sul comodino il telecomando del piccolo televisore che tengono in camera, - E comunque ora per prima cosa vai a lavarti i denti. – ordina, annuendo compostamente, - Poi torni qui e ti ficchi sotto le coperte. Minimo, con la fortuna che hai, ti sarai beccato qualche virus.
Davide distoglie lo sguardo, arrossendo fino alle orecchie.
- Sei stato tu a baciarmi. – mugugna offeso, incrociando le braccia sul petto.
- Già. – sorride Mario, - Dovevo pur provare, no? E comunque, - aggiunge, sistemandosi meglio sotto le coperte mentre ferma lo zapping su una commedia vecchia di una decina d’anni, - se vuoi che provi ancora, ti conviene andare a lavarti i denti sul serio.
Davide è in bagno il secondo dopo, e può ancora sentire Mario ridere di cuore, dall’altra stanza.
Genere: Romantico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: PG13
AVVERTIMENTI: Angst, Fluff, Slash.
- Subito dopo Inter-Palermo, Mario viene ricoverato in ospedale per passare la notte al sicuro da ricadute della reazione allergica che l'ha costretto ad abbandonare il campo anzitempo durante la partita. Davide lo veglia - e forse, però, non fa un gran lavoro.
Note: ç_ç Robina estemporanea scritta d’istinto subito dopo Inter-Palermo e tutti i suoi drammi – ovvero il malessere di Mario e il fail profondo e totale di Davide in difesa nel secondo tempo. Consoliamoci tutti insieme T_T (Dopo una vittoria 5-3? Dopo una vittoria 5-3, sì.)
Ps: Titolo rubato ai Mumford & Sons, ma sospetto fosse di Shakespeare, prima che loro.
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Sigh No More


- Stai piangendo?
Davide solleva lo sguardo interrompendo un singhiozzo a metà, stupito, e trova gli occhi di Mario, velati da qualcosa che non riesce a definire, che lo scrutano enigmatici, senza lasciar trapelare niente di quanto stia davvero pensando. Il macchinario cui è attaccato pulsa regolare, seguendo il battito del suo cuore. Sullo schermo nero c’è la vita di Mario che scorre su una linea a zig zag e si concentra su un numeretto fisso nell’angolo in alto a destra. Bip, bip. Bip, bip.
- Ma-
- Spero che stessi piangendo per la mia tragica morte e nient’altro. – lo interrompe subito lui, lanciando una rapida occhiata al tubicino della flebo che ha attaccata al braccio ed analizzando il tutto per capire se può tirarsi a sedere o meno. – Che è ‘sta menata? Sono morto, non mi servono queste cazzate.
- Mario, ti prego! – si lamenta lui, passandosi una mano sugli occhi a scacciare via le ultime lacrime intrappolate fra le ciglia, - La pianti di dire stronzate?!
- Cosa, cosa? – chiede Mario, simulando curiosità e spalancando gli occhi come un bambino, - Vuoi dire che non sono morto? Okay, adesso tutto ha più senso, ma all’improvviso non mi spiego più le tue lagne.
Davide aggrotta le sopracciglia, stringendo i pugni in grembo e guardandolo con una certa rabbia.
- Be’, signor Uomo Partita, posso anche capire che lei non si interessi di noialtri mortali che le giriamo intorno in cerca di un po’ di luce riflessa dalla sua meravigliosa persona, ma c’è anche chi ha giocato di merda, oggi, e sarebbe carino che-
- Diosanto, Dade. – sospira Mario, poggiando indietro il capo sul cuscino sollevato e scrutando il soffitto con aria rassegnata, - Preferivo essere morto davvero. E- oh, aspetta, uomo partita, hai detto? – chiede, improvvisamente interessato, - Sul serio?
Davide sospira, tirandogli addosso un fazzolettino di carta umido e spiegazzato sull’utilizzo precedente del quale Mario non vuole riflettere.
- No. – borbotta in risposta, piegandosi in avanti e poggiando i gomiti sulle ginocchia, lo sgabello improvvisamente scomodo sotto di sé, - Alla fine hanno detto Douglas. – si interrompe, sospirando ancora prima di tornare a guardarlo, gli occhi ancora rossi e lucidi, - Però per me sì.
- Be’, tu non sei esattamente un telecronista, per cui-
- Mario, ma che cazzo, dentro la flebo ci sono vitamine e sali minerali o doppia dose di acidità?! – sbotta, saltando in piedi e cominciando a muoversi nervosamente per la stanza, una mano fra i capelli e poi giù lungo la nuca e il collo, a massaggiarne i muscoli indolenziti. – Cristo!
Mario lo osserva muoversi, l’espressione del suo volto torna indecifrabile e Davide intuisce con la coda dell’occhio il movimento delle sue braccia, che vanno a incrociarsi e stringersi sul petto in una posa offesa.
- Sono molto deluso. – commenta, continuando a guardarlo mentre lui, senza pace, insiste nel camminare avanti e indietro davanti al letto, - Sono sceso in campo nonostante stessi male, mi sono imbottito di tachipirina per esserci, e questo è il risultato, ho fatto di tutto e sono stato oggettivamente grandioso. – Davide si volta a guardarlo inarcando un sopracciglio, ma Mario non si ferma. – E tu entri in campo e combini un disastro? – continua impietoso, - Sai quanto era importante questa partita, per tutti e due? Avevamo qualcosa da dimostrare, Dade, e io ora non ho niente da rimproverarmi. Ma tu?
- …dico, ma ti senti?! – strilla Davide, allargando le braccia ai lati del corpo e poi prendendo a gesticolare animatamente, - Tu-tu fai cazzate così spesso che la gente perde il conto!
- Aha. – annuisce Mario, - Vai avanti.
- Tu- tu sei uno stronzo! In curva ti odiano tutti, sai?! Perché sei un cazzo di presuntuoso e arrogante, e sai cosa?, ci tieni tanto a passare per vittima, ma sei sempre il carnefice di te stesso, fai cazzate che ti si rivoltano contro!
- Esatto. – insiste, - E poi?
- E poi?! – quasi grida, tornando ad avvicinarglisi, - E poi hai il coraggio di venire da me- io mi alleno sempre tanto da sfiancarmi, cazzo, e tu vieni qui e hai il coraggio di dirmi tutta questa marea di stronzate ed aspettarti che io resti a sentirti?! Vaffanculo tu, vaffanculo il mister, vaffanculo questa squadra di merda e vaffanculo pure il calcio, fottetevi! – ed è ansimando che gli volta le spalle e si dirige a passo di carica verso la porta della stanza. Non bada a niente e a nessuno, solo alla rabbia che gli monta dentro e lo rende cieco e sordo, e infatti, quando Mario lo afferra per una spalla e lo rigira di peso, schiacciandolo contro una parete e pressando le labbra contro le sue, non se ne accorge fino a quando non sente la sua lingua infrangere con prepotenza la barriera delle labbra e dei denti, cercando la sua con una violenza alla quale non è possibile resistere e nemmeno rispondere, tant’è che resta in balia di quelle carezze rudi fino a quando non si rende conto di quello che sta accadendo e, dopo aver lanciato un breve sguardo alla mano di Mario chiusa attorno all’asta della flebo che ha trascinato con sé, si lascia andare contro di lui, sollevando le braccia per stringerlo al collo e piegando il capo per approfondire il bacio fino a perdere confidenza coi confini dei loro stessi corpi.
Quando si allontanano l’uno dall’altro, ansimano entrambi, a corto di fiato. Le fronti che si sfiorano, restano fermi con gli occhi chiusi, in silenzio per molto tempo, fino a quando Mario non si decide a spezzarlo.
- Va meglio, adesso? – chiede dolcemente, sfiorando le sue labbra in un altro bacio lievissimo.
- Sei uno stronzo. – gli ricorda Davide, stringendosi contro di lui in cerca di un abbraccio, - Ma sì. Stavo esplodendo.
- L’avevo immaginato. – ridacchia Mario, schiudendo gli occhi ed osservando rapito il suo volto adesso rilassato, le ciglia lunghissime e umide che proiettano sulle sue guance arrossate l’ombra del neon bianchissimo che illumina la stanza, - Tu non piangi mai.
Davide sospira, strusciando il naso contro il suo e decidendosi ad allontanarsi solo quando è certo di potersi reggere autonomamente sulle gambe.
- Non avresti dovuto alzarti dal letto, - gli fa presente, le labbra atteggiate in un broncio di rimprovero, - Sei ancora debole.
- E questo è il ringraziamento! – sbotta Mario, offeso, - Non solo, già provato dalla partita e dalla malattia, mi sacrifico per farti sfogare lasciandoti dire di tutto, ma pure- - Davide lo interrompe prima che possa dire altre idiozie, sporgendosi a tappargli la bocca con un altro bacio, e Mario si prende qualche secondo, dopo, per tornare a ragionare lucidamente. – Okay. – dice quindi, annuendo compito, - D’accordo, come vuoi. Ma resto del parere che… - e non riesce a concludere la frase, anche se stavolta non è colpa di Davide, bensì di un’improvvisa debolezza che lo prende alle gambe e lo costringe quasi a piegarsi in due, aggrappandosi con forza all’asta della flebo. – Dadeeee… - piagnucola lamentoso, - Sto morendo. – sentenzia in un mugolio depresso.
Davide sospira, rotea gli occhi e scuote il capo, le mani sui fianchi e la rassegnazione sul viso.
- No che non stai morendo… - lo rassicura, aiutandolo a raggiungere nuovamente il letto, - Adesso ti metti buono e-
- Sì che sto morendo! – insiste lui, tirando su col naso e nascondendosi dietro le coperte, - Morirò dopo aver disputato la partita più bella della mia carriera. E non sono nemmeno man of the match! Parliamone!
Davide lo guarda a lungo, inarcando le sopracciglia e battendo un piede a terra con aria nervosa.
- Mà? – lo chiama infine, sorridendo angelico, - Dormi. O giuro che, se non muori da solo, ti faccio fuori io.
Mario tira su col naso un’ultima volta, poi chiude gli occhi e si mette tranquillo. Ma il sorriso che gli stende le labbra un attimo prima che si metta a dormire non sfugge a nessuno dei due.
Genere: Commedia.
Pairing: Nessuno.
Rating: PG
AVVERTIMENTI: Flashfic.
- Un misterioso individuo sta attendando al borsone di Davide...
Note: Storiellina del cavolo nata giusto perché ho visto le foto di Mario a spasso col cagnetto e non ho potuto fare a meno di innamorarmene XD Poi, in qualche modo, trovo tenerissimo che lui e Davide abbiano un cucciolo nel loro appartamento, anche perché Mario sembrava molto affezionato alla sua Jenny – che suppongo sia passata a miglior vita :( - quindi sono contenta che abbia trovato un nuovo patatino di cui prendersi cura, aw <3
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Lucky
10. Borsa


Il mio obiettivo è a pochi metri da me. Tre, quattro a voler esagerare. Il padroncino Davide sta riempiendo la borsa con tutto ciò che gli servirà – e questo è esattamente il momento in cui devo concentrarmi. Il padroncino Mario usa sempre quell’orrido zainetto, quando deve andare agli allenamenti, perché è disordinato e non gli importa di ficcare tutto in uno spazio minuscolo, alla rinfusa. Non mi importerebbe, naturalmente, anche io non è che sia questo fulgido esempio di ordine immacolato, viste le condizioni della mia cuccia in veranda, ma il punto è che nello zainetto, ovviamente, non c’è mai spazio per me. La borsa del padroncino Davide, invece, oh, quella sì che è comoda. Anche se non la riempisse ordinatamente – come comunque fa – ci sarebbe in ogni caso spazio anche per il sottoscritto.
Tutto ciò che devo fare adesso è puntare l’obiettivo e cogliere quell’attimo. Quell’unico attimo speciale in cui il padroncino Davide termina di riempire il borsone con tutte le sue cose e si volta in giro – mani sui fianchi e petto in fuori – guardandosi intorno per controllare se ha preso tutto. Il padroncino Davide, per inciso, non dimentica mai niente. Ed io devo solo essere abbastanza veloce da correre ed infilarmi nella borsa, acquattandomi sul suo cambio per il dopo allenamento abbastanza da non fargli notare la mia presenza, e poi aspettare che chiuda la zip sopra la mia testa.
Ed è esattamente quello che succede. Anzi, succede di meglio: il padroncino Davide si guarda intorno per vedere se ha dimenticato qualcosa, e proprio in quel momento il padroncino Mario lo chiama dalla propria stanza, sbraitando qualcosa a proposito di certi calzini portafortuna che non trova e che gli servono assolutamente, perché oggi il mister lo mette a fare torello in mezzo a Deki, Douglas e Lucio, “perciò un po’ di fortuna è indispensabile”.
Il padroncino Davide getta un’occhiata implorante misericordia al soffitto, poi si rende conto che non gli servirà a niente e raggiunge il padroncino Mario in camera. Con agile scatto, io divoro i pochi metri che mi separano dal borsone e mi sistemo per bene, schiacciandomi sulla maglietta ed abbassando testa e orecchie perché nessuno possa notarmi.
Quando la lampo si chiude sopra di me, sogghigno felice. Missione compiuta.

*

Quando Davide apre il borsone, nello spogliatoio, Lucky ne salta immediatamente fuori, abbaiando compiaciuto e correndo tutto intorno a lui e ad ogni giocatore disponibile intorno, gettando lo scompiglio più assoluto ovunque passi, almeno fino a quando non trova José. È a qual punto che, felice come una pasqua, si avvinghia alla sua gamba sinistra e comincia a muoversi come un ossesso.
- Davide! Mario! – ringhia José, esasperato, - Quante volte devo dirvi di non portare questo dannato cane agli allenamenti?!
Davide si copre il viso, imbarazzato oltre ogni dire.
- Oddio… - mormora, mentre Mario si fa una grassa risata, - Non volevo, mister, mi scusi! Si è infilato nel borsone mentre non guardavo!
- Sì, sì, certo. – borbotta ancora José, tirando fuori dalla tasca posteriore dei jeans un involucro di plastica e lanciando al cucciolo il biscotto in esso contenuto. Lui, per tutta risposta, lo afferra al volo, e – sgranocchiandolo – si avvia verso un punto abbastanza riscaldato ma poco esposto al vento, in un angolo fuori dalla struttura, vicino ai campi, sonnecchiando amabilmente.
- Lo so che il cane mi vuol bene e vuole vedermi, - insiste José, rivolgendosi a Davide ed agitandogli petulante un indice davanti al naso, - ma così non si può continuare!
- Sì, mister. – annuisce Davide, mestissimo, - Mi scusi. Non si ripeterà più.
- Sarà meglio! – conclude José, voltandogli le spalle e dirigendosi impettito verso il campo. Mario gli si avvicina, stringendogli calorosamente una spalla, come a volerlo consolare, e Davide gli concede un sorriso piccolissimo, giusto per fargli capire che apprezza la sua solidarietà.
- E comunque, - suggerisce il suo compagno, scrollando le spalle, - secondo me, più che per lui, il cane viene per il vitto e l’alloggio. – e Davide scoppia a ridere.
Genere: Introspettivo, Romantico, Erotico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: R/NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lime.
- Durante Sampdoria-Inter, a seguito di un'azione un po' turbolenta, Mario va a sbattere contro un palo della porta. Non di testa, purtroppo per lui.
Note: Shottina idiota cominciata un secolo e mezzo fa, dopo essere venuta a conoscenza di uno dei momenti più drammatici dell’intera vita del povero Mario, che è uno che quanto a sfighe secondo me può giocarsela alla pari con Candy Candy, per dire, e durante un’infausta partita contro la Sampdoria, sul risultato di tre a zero per i blucerchiati, a un certo punto, all’improvviso, si accasciò a terra – piuttosto comicamente, c’è da dire – come svenuto. Panico ovunque, non si capiva cosa fosse successo, Mario sembrava caduto senza nessun motivo come se gli fosse piombato in testa un pianoforte invisibile o chissà che. La risposta giunse pochi secondi dopo: mentre lo staff medico dell’Inter si affaccendava per far rinvenire il giovanotto, la regia di Sky riportò alla luce un episodio accaduto un paio di minuti prima, che aveva visto Mario andarsi ad infrangere letteralmente con, uhm, la propria mascolinità contro il palo della porta sampdoriana. Inizialmente sottovalutata da tutti (Mario in testa, che rise e ricominciò a trottolare per il campo come sua abitudine), la cosa tornò a far sentire i propri effetti appunto qualche minuto dopo, lasciando il povero Mario semincosciente a centrocampo. Video del tutto, se volete lollare rendervi conto della tragicità dell’intera situazione. XD Poi mi si chiede perché amo questo benedetto ragazzo. Voglio dire, l’avete mai vista voi una roba del genere? X’DDD
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Ouch


Quando la porta della stanza si apre, Davide salta a sedere sul letto e la fissa dischiudersi, mordendosi con forza il labbro inferiore per cercare di distrarsi e trattenersi dal saltare in piedi per mettersi in moto e correre ad aiutare Mario. Fino a due minuti fa stava mordicchiandosi distrattamente le unghie, sfogliando con distrazione ancora maggiore una vecchia rivista di quelle promozionali dei supermercati, solo per darsi qualcosa da fare. La giornata di riposo causa Coppa Italia avrebbe potuto essere piacevolissima – giocare da titolare è fantastico, bellissimo, meraviglioso, un sogno che si avvera, ma Davide comincia a sentire la fatica nelle spalle e nelle gambe, e quando ci pensa un po’ gli manca il periodo in cui era solo un pischellino che nessuno cagava neanche di striscio – ma quando i ragazzi sono tornati in albergo Mario non c’era, e questo ha mandato tutto a puttane. A volte è assurdo come tutto possa essere perfetto e basti solo una cosa minuscola, un’insignificante incrinatura, a rendere il mondo intero un insopportabile schifo.
Mario, comunque, non c’era, e non c’era neanche il Mister, perciò che fare se non correre da Javi a chiedere informazioni? E tutto ciò solo per sentirsi rispondere con espressione contrita “Davide, Mario ha avuto un problema”. Con quel tono cupo lì e tutto, roba da dare di matto all’istante. Un problema? Un problema di che tipo?
Per fortuna Dio ha dato all’Inter Marco Materazzi. È questo tutto ciò che Davide riesce a pensare mentre getta le gambe giù dal letto e si mette finalmente dritto, osservando Mario entrare in camera con aria imbarazzata. Davide, davvero, non può che ringraziarlo, quel cretino impagabile di Marco, perché se non fosse arrivato lui a ridere dell’espressione cupa di Javi, raccomandandogli di non preoccuparsi “perché tanto non era successo niente di grave, il pirla aveva solo sbattuto i coglioni contro il cazzo di palo, lanciandosi come un fottuto kamikaze sulla porta”, Davide sarebbe sicuramente, tipo, svenuto per la tensione. E adesso non potrebbe essere vigile e attento e teso alla ricerca di ogni minimo segnale di sofferenza sul volto di Mario, che nel frattempo s’è richiuso la porta alle spalle ed ha preso a muoversi arrancando appena verso il letto.
Davide sa che dovrebbe tacere, se non altro per preservare l’aria di protettivo imbarazzo della quale Mario si sta avvolgendo per evitare qualsiasi tipo di discorso. Ma non ce la fa, ecco, non ce la fa proprio, deve chiederlo, basta.
- Come stai? – sputa fuori ansioso, stringendo i pugni attorno al lenzuolo e sporgendosi tutto verso di lui.
Mario lo sferza con un’occhiataccia agghiacciante, aggrottando infastidito le sopracciglia.
- Male. – risponde freddo, abbassando la zip del giubbotto corto e nero che indossa e sfilandolo, per poi gettarlo con noncuranza ai piedi del letto. – La partita è andata di merda, non hai saputo?
Davide annuisce sbrigativamente, muovendosi a disagio sul materasso.
- Non mi riferivo a quello, però. – precisa inumidendosi le labbra, - Marco mi ha detto del… dell’incidente. – comincia, abbassando vergognoso lo sguardo. Non sa nemmeno perché adesso gli tocchi sentirsi così in imbarazzo. A rigor di logica, l’imbarazzo dovrebbe essere tutto di Mario. Perché boh, ha fatto una brutta figura di fronte a tutta l’Italia, s’è fatto male, è finito all’ospedale per un motivo stupido e chissà che cosa gli avranno fatto per farlo stare meglio, poi. Comunque no, non dovrebbe essere lui, quello imbarazzato. Soprattutto considerando cosa c’è fra lui e Mario, ormai da più di un mese, oltretutto. Considerando quanto forte sia nonostante tutto – perché, per come erano cominciate le cose fra loro, tutto un susseguirsi di “eh, ma Mario, guarda Davide, impara da lui”, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla loro amicizia, figurarsi innamorarsi e tutto il resto – considerando ogni singola cosa, dannazione, no, non dovrebbe essere lui, quello imbarazzato.
Però sente addosso lo sguardo scurissimo di Mario, lo sente ovunque, lo sente dentro, e quindi si sente in imbarazzo lo stesso. Senza via d’uscita.
- Ma come girano in fretta, le notizie. – commenta acido, e Davide si mordicchia l’interno di una guancia, indispettito.
- Potresti… - comincia con fatica, cercando di trattenere la stizza, - non stare così sulla difensiva? Sono preoccupato per te.
Mario sogghigna, e quel sorriso Davide se lo sente scivolare sottopelle, in un brivido che percorre tutta la sua spina dorsale fino alla base della schiena e lo costringe ad un tremito sottilissimo che si augura Mario non noti.
- La immagino, tutta la tua preoccupazione. – lo prende in giro, - Soprattutto se a dirtelo è stato quel cretino di Marco. Quanto mi ha messo in ridicolo?
- Non è questa la cosa importante! – scatta Davide, sollevando gli occhi nei suoi. Mario gli risponde con un’occhiata indecifrabile, appoggiandosi con una mano al materasso e fissandolo di sbieco, per nulla divertito.
- Sì che è questa, la cosa importante. – spiega pratico, calciando lontano le scarpe, - Mi sono messo in ridicolo di fronte a tutti. E di fronte a te.
- Mario… - lo implora Davide, pinzandosi la radice del naso, - Puoi per favore non pensare a me, in questo momento?
- D’accordo. – scrolla le spalle lui, stendendosi a pancia in su sul letto, - Allora evito di pensare a quanto mi sono messo in ridicolo di fronte a te. Resta solo ogni singola fottuta persona che viva in questo paese ed anche una quantità spropositata di gente che non ci vive ma le nostre partite le guarda comunque. Come la mettiamo con loro?
- La mettiamo che te ne freghi, per esempio?! – sbotta Davide, quasi saltando istericamente sul materasso, - Dio, hai tutte le priorità sballate! Cosa ti importa di quello che pensa la gente?!
Mario scatta a sedere sul letto, guardandolo con rabbia.
- Sono un cazzo di italiano negro, Davide! – ruggisce, - Come faccio a fregarmene di quello che mi dice la gente?! Sono nato in mezzo a gente che parlava male di me, sono cresciuto circondato da gente che parlava male di me, l’ultima cosa di cui avevo bisogno era dare a quegli stronzi un altro motivo per farlo! Quindi, cazzo!, - conclude, battendo violentemente un pugno contro la parete, - non dirmi di fregarmene. Non posso farlo.
Davide deglutisce ed esita più di qualche secondo, prima di stringere i pugni attorno al lenzuolo e rispondere, senza però trovare il coraggio di guardare Mario negli occhi.
- Stai… dando la priorità alle cose sbagliate. – biascica a bassa voce, a metà fra tristezza e delusione, - Io ero solo preoccupato per te.
- Sì, - ringhia Mario, stendendosi scompostamente sul letto in un gesto forse troppo immediato che lo porta a soffiare di dolore come un gatto arrabbiato. – Sì, me ne sono accorto. – e le ultime parole vengono fuori in un mugolio vagamente dispiaciuto, mentre solleva un braccio a coprirsi gli occhi, stremato. – Mi dispiace. – sospira poi, affaticato, - È stata una pessima serata.
Davide si alza finalmente in piedi, raggiungendolo ed inginocchiandosi accanto al letto, al suo fianco. Poggia i gomiti sul materasso e picchietta un po’ con le dita contro il copriletto morbido. Non fa rumore e non dice una parola, aspetta che Mario si senta pronto a privarsi della protezione di quel braccio e tornare a guardarlo. E succede non prima di parecchi minuti dopo, minuti che Davide conta attimo dopo attimo, scandendoli grazie ai respiri di Mario che si fanno sempre più tranquilli e regolari.
Poi i loro occhi si incontrano, e Davide sorride, stringendosi un po’ nelle spalle.
- …vieni qui. – sussurra Mario in un fiato, mordendosi il labbro inferiore ed allungando un braccio nella sua direzione, come volesse agevolarlo mentre, svelto, si tira in piedi e gattona silenziosamente sul letto, fino ad accucciarsi contro il suo fianco, stringendo le braccia attorno alla sua vita sottile. – Più vicino.
Davide solleva il viso e lo guarda con una certa curiosità, inarcando un sopracciglio.
- Più vicino di così dovrei-
Davide. – lo esorta Mario, nella voce un’ombra di frustrazione, - Andiamo, non farti sempre dire tutto.
- …oh. – realizza improvvisamente lui, arrossendo controvoglia e ringraziando ogni dio che conosce per la penombra della stanza che impedirà a Mario di rendersi conto dell’esatta tonalità di rosso delle sue guance, - Oh, sì, scu-… intendo dire… cioè, te la senti?
Mario lo guarda con aria allucinata, schiudendo le labbra come volesse dirgli “non posso credere che tu me l’abbia chiesto davvero”. Davide, sempre più imbarazzato, abbassa il viso e lotta contro se stesso per non coprirsi gli occhi con entrambe le mani.
Ti prego… - implora ancora Mario, e si volta su un fianco, stringendogli dolcemente il mento fra due dita ed obbligandolo con la più soffice delle strette a risollevare gli occhi, per perderli nei suoi. Quando si china su di lui, un secondo dopo, catturando le sue labbra fra le proprie ed accarezzandolo sensuale con la lingua, Davide lo lascia fare perché in realtà quello che vuole più di ogni altra cosa al mondo, in questo momento, è sapere che Mario sta bene, è ancora lui, è intatto. A volte ha come questa assurda paura di poter perdere dei pezzi di Mario lungo la strada, perché lui è così, a volte sembra un dissennato, fa cose senza avere un motivo per farle, anzi, per il puro gusto di farle anche se non hanno un perché, e sono tutti comportamenti che in qualche modo finiscono per danneggiarlo, in un modo o nell’altro. Quindi, sì, la sua più grande paura è che Mario possa svegliarsi, un giorno – che lui possa svegliarsi, un giorno – ed essersi perso del tutto, senza lasciare più niente dello scriteriato indubbiamente preoccupante ma furbo e brillante che lo accompagnava ovunque quando erano entrambi in Primavera e la prima squadra sembrava un sogno irraggiungibile e bellissimo, e niente di più.
E in realtà può anche immaginare che ciò che spinge le mani di Mario a farsi strada sotto la sua maglietta, ciò che spinge la sua lingua a giocare con la propria, ciò che spinge le sue labbra a chiudersi così avidamente su ogni centimetro di pelle che riescono a incontrare mentre gli accarezzano il collo e gli zigomi, e ciò che spinge le sue gambe a farsi avanti per cercare spazio fra le sue, sia esattamente la stessa ricerca di rassicurazioni che agita lui. Anche Mario ha paura di sentirsi mancare dei pezzi, anche Mario vuole vedere se funziona ancora tutto come prima.
- Faccio piano. – gli sussurra appena sotto l’orecchio, e Davide si lascia andare ad una risatina vagamente divertita.
- Dovresti dirlo per te, non per me. – gli fa notare, e Mario sorride a propria volta, lasciandogli un bacio umido sulla punta del naso.
- Infatti lo dicevo per me. So che sei abituato a ben altro e-
- E ora stai cominciando a parlare troppo. – protesta in un mugolio contrariato. Mario ride un po’ più forte, tornando ad affondare il viso nell’incavo del suo collo e succhiando possessivo la pelle sensibile della gola.
- Toccami. – dice piano contro la sua pelle, e Davide inspira ed espira e poi gli lascia scivolare una mano lungo il petto, da sopra la maglietta, stupendosi di quanto forti possano essere i suoi muscoli sotto i polpastrelli anche con il cotone di mezzo. Slaccia i jeans svelto, senza incontrare la minima difficoltà, anche perché Mario solleva il bacino, scostandosi appena da lui, apposta per non intralciargli i movimenti, e quando insinua le dita oltre il bordo dei suoi slip alla ricerca di un’erezione che trova, anche se molto meno imponente di come la ricordasse, cerca di ignorare la tensione nuova e improvvisa che investe le spalle e le braccia di Mario, costringendo i suoi muscoli a contrarsi sotto le sue dita.
- È tutto-
- Continua. – ringhia deciso, senza lasciargli nemmeno il tempo di finire, e come a dare maggior peso alla sua richiesta si spinge con forza contro la sua mano, tanto violentemente che Davide vorrebbe tirarsi indietro per evitare di fargli male. Ma non ne ha lo spazio, perciò cerca di ammortizzare l’impatto come può e lo accarezza lentamente, massaggiando piano per tutta la lunghezza mentre Mario ansima faticosamente, steso quasi completamente su di lui, il viso nascosto contro il suo collo ed una mano che gli stringe il fianco, il pollice ad accarezzare la pelle morbida ed esposta in piccoli cerchi irregolari che gli danno i brividi.
Il bacino di Mario prende a muoversi senza preavviso, ma così gradualmente che Davide non riesce a stupirsene: le spinte, inizialmente, sono lunghe e lente, come Mario stesse prendendo le misure del suo corpo per capire quanto avanti possa andare senza farsi inutilmente del male e quanto indietro possa muoversi senza allontanarsi troppo. Ma non passa molto tempo prima che quelle stesse spinte comincino a farsi più ansiose e concitate, assieme ai respiri di Mario, sempre più brevi ed eccitati, e Davide vorrebbe avere abbastanza forza da ricordarsi di porre un freno a tutto quello strusciarsi continuo, ma Mario è caldissimo e un po’ umido sotto il palmo della sua mano e le sue labbra hanno ricominciato a chiudersi con forza attorno alla sua pelle in piccoli morsi che non fanno nemmeno un po’ di male, perciò quelle stesse spinte che dovrebbe frenare le asseconda, muovendosi in sincrono col suo corpo, avanzando quando avanza lui per permettere ai loro bacini di incontrarsi a metà strada ed allontanandosi il minimo indispensabile per permettergli di rifiatare prima di un nuovo assalto, e quando tutto quel movimento comincia a farsi troppo anche per lui, quando ne perde il controllo, è allora che prende ad ansimare il suo nome e Mario gli sussurra “cazzo, sì”, e Davide gli fa eco con un sì carico dello stesso bisogno, anche se non si capisce bene che tipo di assenso sia, è un sì e tanto basta, è un sì e vale per la sua bocca, per le sue mani, per il suo collo e per il suo cazzo, è un sì e Mario sta bene, è un sì e non è successo nulla di grave, è un sì e può perfino permettersi di stringere un po’ la presa – o almeno così crede, un sì, forse, dopotutto, non è abbastanza per permettere anche questo.
- …ouch. – dice Mario, e lo dice proprio all’inglese, come un fumetto, come non volesse neanche dare troppo peso o importanza alla cosa. Ed in effetti non è il lamento in sé, a turbare Davide, quanto più l’improvviso smorzarsi della tensione sessuale che li teneva legati in quel dondolio simmetrico sul letto ormai sfatto. È che Mario si ferma, e se Mario si ferma lui di certo non può continuare a muoversi.
Schiude gli occhi annebbiati di voglia e Mario è ancora nascosto contro di lui. Lo stringe con forza e non sembra intenzionato a lasciarlo andare. Davide vorrebbe capire se sia perché vuole stringerlo e basta o perché si vergogna a sollevare lo sguardo, ma quando lo sente respirare serenamente sulla sua pelle realizza che in realtà non gli importa.
- Cilecca. – borbotta Mario, - Ci mancava giusto questo per coronare la serata di merda.
Davide ride appena, sa che non dovrebbe ma non riesce a impedirselo, e per tutta risposta Mario gli molla uno schiaffetto risentito contro il fianco.
- Non hai fatto cilecca, su. – cerca di rassicurarlo stringendolo forte sopra le spalle e strusciando il naso contro la sua guancia. – Ti fa male?
- Mh. – annuisce appena Mario, - Altrimenti non mi fermavo mica. – aggiunge in una nota ovvia che costringe Davide ad un altro sorriso.
- È tutto ok. – gli sussurra comprensivo, - Solo- appena ti senti meglio, intendo-
- Per dritto e per rovescio su ogni superficie disponibile, piccolo, giuro su quant’è vero che sono vivo adesso. – promette, lasciandogli un altro bacio sul collo. Davide annuisce – Mario è ancora intero, è ancora lui, è abbastanza, per stasera.
Genere: Introspettivo, Romantico, (Pseudo) Erotico.
Pairing: Alen/Dejan, Mario/Davide, accennati Dejan/Siniša e José/Zlatan.
Rating: R/NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lime.
- Alen Stevanovic ci racconta la storia della sua personale fine del mondo, e già che c'è ci racconta anche quelle degli altri, fra partenze e ritorni, imparando a capire cosa vuol dire trovare un equilibrio.
Note: Questa è una storia assurda che ho cominciato a scrivere perché m’ero innamorata di Alen Stevanovic, giocatore serbo che probabilmente nessuno di voi conosce XD attualmente militante nella Primavera dell’Inter. Non so perché ho immediatamente deciso di darlo a Deki, sarà che le SerbsTP mi possiedono XD E alla fine ho concluso per infilare in questa storia semplicemente di tutto, per cominciare con la SerbsTP#1 (Deki/Sini ♥), continuando poi col Santonelli e il Jobra XD Insomma, tanto amore gaio di vario genere e tutto ciò che Ary ♥ che oggi compie gli anni ♥ Tanti auguri, tesoro, tutto per te :* Spero ti piaccia!
Ps. Titolo rubato a The Hardest Part dei Coldplay. Se dovevo dire altro, l’ho dimenticato XD
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You Left The Sweetest Taste In My Mouth


C’è un periodo molto preciso dell’adolescenza, che varia da persona a persona, naturalmente – perché nessuno è uguale a un altro neanche a cercare con la lente d’ingrandimento fra tutti e sette i miliardi e passa di persone che vivono su questo pianeta in questo momento – in cui non è importante quanti anni tu abbia o cosa tu faccia nella tua vita o quali siano le tue origini o con chi tu vada in giro o quali siano le tue convinzioni politiche o i tuoi credo religiosi: sei comunque una testa di cazzo. Ci provi anche, a volte, a uscirne, da questa maledizione tremenda, solo che non ti riesce. Testa di cazzo sei e testa di cazzo resti.
Si può manifestare in molti modi diversi – nel mio caso si manifestava con lo scopare in giro. Le cose, in Primavera, girano molto diversamente da come girino in prima squadra. La società crede in te, naturalmente, e sei capitale spendibile in cui investire, senza dubbio, ma ciò non toglie che tu non sia esattamente un elemento indispensabile per il gruppo della squadra, perciò sei molto più libero di quanto tu non sia quando poi fai il salto di qualità – se ci riesci, è ovvio – e ti ritrovi in panchina accanto al mister, o sul campo a sputare sangue per cercare di contribuire alla vittoria della squadra.
Chiaro, quando sei una nullità e tutta la tua vita gira attorno alla speranza che il mister possa chiamarti in prima squadra, la routine della Primavera la odi a morte. Sì, ci sono gli allenamenti a due passi dai campioni, e ci sono le partite e il campionato e tutto il resto, ma se hai delle aspirazioni, se il tuo obiettivo è diventare un grande, dopo un po’ continuare a giocare così in piccolo ti frustra. Oggi so che bisognerebbe essere abbastanza saggi da apprezzare ciò che si ha nel momento esatto in cui lo si possiede, ma d’altronde – come dice sempre Mario quando finisce gli allenamenti col Milan e passa a prendere Davide per tornarsene a casa – uno non ci pensa mai, a godersi quello che ha per bene, fino a che non lo perde irrimediabilmente. E lui ne saprà decisamente qualcosa, visto il casino che è successo fra lui e Davide quando s’è trasferito.
Comunque non è dei due idioti che voglio parlare, tanto più che è ovvio che hanno passato gli ultimi tre anni in astinenza in attesa che Davide riuscisse a venire fuori da questa specie di lutto che l’ha preso dopo il trasferimento, e da qui a qualche mese capiranno che stanno perdendo tempo in maniera idiota e ricominceranno a stendersi vicendevolmente su ogni superficie spendibile in tal senso nel raggio di chilometri, come ai bei tempi in cui stavano entrambi in prima squadra all’Inter e non c’era verso di staccarli l’uno dall’altro neanche ad usare le tenaglie o i gas repellenti.
O forse sì, è anche di questi due idioti che voglio parlare, mentre cerco di spiegarvi il momento assurdo che mi ha cambiato l’esistenza senza cambiare una virgola di ciò che ero.
Quando Mario ha accettato l’offerta del Milan ed è andato via – troppa competizione in prima linea, decisamente troppi attaccanti, e il Milan aveva urgente bisogno di corpi giovani dai quali attingere forza e velocità per provare a ribaltare una situazione che era pessima già da un paio d’anni – lui e Davide stavano insieme da molto tempo. Quando io sono arrivato in Primavera, loro scopavano abitualmente già da un anno abbondante, e se non avevano ancora ufficializzato la cosa era solo perché, in effetti, sarebbe stato abbastanza ridicolo ufficializzare qualcosa di cui tutti erano a conoscenza e che comunque tolleravano senza alcun problema.
Poi Mario è andato via. Loro hanno continuato a condividere l’appartamento, ma il senso di tradimento che Davide ha sentito più profondamente di tutti gli altri s’è frapposto ingombrante fra loro, e quindi in qualche modo si sono lasciati. Dico “in qualche modo” perché è sempre dura dire di qualcuno che ha lasciato qualcun altro quando continua a guardarlo nel modo in cui Davide guardava Mario, o quando continua a pensare a lui nel modo in cui Davide pensava a Mario – essendo peraltro in questo totalmente ricambiato. Comunque sì, si lasciarono. E una volta – non potrò mai dimenticarlo, si sfottevano tutte le teorie di fine del mondo nel 2012, visto che nel 2012 c’eravamo in pieno e non era successo niente di così drammatico, dato che eravamo ancora tutti lì a cazzeggiare – insomma, quella volta Davide, aspettando che Mario passasse a prenderlo, mi disse che in realtà per lui la fine del mondo c’era stata eccome.
E io ho capito cosa intendeva solo perché la mia, di fine del mondo, aveva già avuto luogo. Nel 2010.

*

- Per favore, per favore! – sussurrai a Simone, mentre lui faceva cenno a Lorenzo di aspettarlo un attimo, - Ho bisogno di stare fuori casa, stanotte! Ho detto a tutti che avrei fatto centro con la bionda dell’altra volta all’Hollywood! Non posso-
- Senti, Alen. – roteò gli occhi lui, esasperato, - Non è colpa mia se la gallina ti ha dato buca, okay? Io vivo coi miei, non posso portarti a casa con me! Se proprio non vuoi far sapere a nessuno che il grande Stevanovic, per una volta nella sua vita, non ha inzuppato il biscotto, aspetta che se ne siano andati tutti e chiama i tuoi genitori per farti venire a prendere!
- Ma dai! – insistei, agitato, - Lo sai che c’è un gruppo che si ferma sempre fino a tardi per guardare tutti gli allenamenti della prima squadra! Fino a che ora vuoi farmi aspettare?!
- Simo! – lo chiamò ad alta voce Lorenzo, agitando il casco, - Guarda che devo passare a comprare i pomodori o mia madre mi uccide, ce la diamo una mossa?
- Arrivo, arrivo! – disse sbrigativamente Simone, tornando a guardarmi. – Ale, ascoltami. A me dispiace per te, okay?, dico sul serio. Ma se perdo il passaggio di Lori poi sarò costretto a chiederlo a Mario e… - deglutì profondamente, cercando di trattenere una smorfia, - non ho alcuna intenzione di esserci, quando lui e Davide ricominceranno con la solita menata dei fidanzatini conviventi, ok? Quindi trova qualcos’altro o tornatene a casa. A domani. – e così dicendo sparì dalla mia vista, dirigendosi velocemente verso Lorenzo e raggiungendolo un attimo prima che quello se ne andasse per i fatti propri.
Scopare in giro, dicevo prima, era il mio modo di essere testa di cazzo, ai tempi. Ognuno di noi ne aveva uno suo, personale, il mio era scopare in giro e farlo chiassosamente, di modo che si sapesse. Un giorno sarei stato il mito dello spogliatoio per le mie capacità atletiche, in quel momento mi limitavo ad esserlo per la quantità spropositata di ragazze che m’ero portato a letto. Solo che, per quello stesso motivo, oltre all’ammirazione arrivava a pacchi anche l’invidia, e il rischio di venir preso per il culo vita natural durante per un due di picche era forte. Non so se immaginate quanto possa essere umiliante ritrovarsi in uno spogliatoio con venti diciottenni che ti sfottono come se da questo dipendessero tutte le loro vite. Non è bello. Ecco perché avevo sperato nell’aiuto di Simone, dato anche che ai tempi eravamo molto vicini e dividevamo la stanza in Pinetina, perciò lui era l’unico che, per forza di cose, quando mi andava male veniva a saperlo. Lui teneva questo segreto per me, io evitavo di parlare della cotta di proporzioni mistiche che lui aveva per Davide, ed eravamo entrambi contenti.
Mugugnando deluso e preparandomi ad una nottata all’addiaccio – a costo di restare a dormire fuori dai cancelli, cazzo, non avrei chiamato mamma e papà, non mi sarei fatto venire a prendere e non sarei tornato a casa – raggiunsi il gruppetto di ragazzi che osservava gli ultimi minuti di allenamento della prima squadra.
- Che ci fai ancora qui, Alen? – chiese Mattia con aria furba, - Non dovevi uscire con quella tipa bella come la Hunziker e via così?
- Certo che ci esco. – grugnii in risposta, sferzandolo con un’occhiataccia cattiva, - Più tardi.
- Oooh. – rise ancora lui, per niente convinto, e poi Ricky provò una trivela e la trivela mandò Julio a gambe all’aria, e quindi non ci fu più spazio per me e la possibilità di prendermi in giro, che si perse come una nuvola di fumo in mezzo all’esaltazione che ci dava il solo fatto di poterli osservare così da vicino, questi fenomeni.
Naturalmente, non avevo dove andare. Altrettanto naturalmente, aspettai che tutti fossero andati via e poi mi misi all’uscita, proprio accanto al cancello, a guardarmi intorno con aria sospettosa, preoccupato dall’idea che qualcuno potesse vedermi, mentre con una mano incerta accarezzavo il cellulare riposto all’interno della tasca dei jeans, combattuto fra la mia ostinazione e l’idea tremenda di passare davvero la notte all’addiaccio – non è una cosa che esattamente ti auguri, non agli inizi di novembre e non col freddo che fa da quelle parti in quel periodo dell’anno.
Come a voler coronare una situazione già inesorabilmente di merda, si mise a piovere. Mi bagnai come un pulcino tirando improperi a destra e a manca, cercando con lo sguardo un riparo inesistente senza per questo decidermi a mettere da parte l’orgoglio e chiamare i miei. E poi, la fine del mondo.
- Alen?
Mi voltai a guardarlo. Dejan, da sotto l’ombrello, mi fissava con aria allucinata, le labbra dischiuse e le sopracciglia inarcate verso l’alto.
- Ehm… - cercai di abbozzare un sorriso di circostanza; nonostante la nazionalità condivisa, io e Deki non è che parlassimo poi tanto. Io ero tremendamente in imbarazzo, nei suoi confronti, perché Dejan era, ecco, tutto ciò che avrei voluto essere, nel senso che era uno come me, un serbo, anche se io poi a conti fatti ero nato a Zurigo, e ce l’aveva fatta, era titolare in prima squadra, titolare in nazionale, pluripremiato e trattato da tutti con rispetto. Tutti noi in Primavera avevamo un modello, ognuno lo sceglieva in base alle affinità di gioco, o personali, io avevo scelto lui perché era serbo e perché mi piaceva guardarlo sfondare la difesa avversaria per spingersi in attacco. Non era fantasioso, e non era tecnicamente magistrale, ma era potente e ostinato e pulito. Mi piaceva. – …ciao. – conclusi quindi, deglutendo faticosamente.
- Ma… - riprese lui, guardandosi intorno come a chiedersi dove fossero i miei amici, - ma che ci fai qui da solo, scusa? Sta diluviando, non te ne sei accorto? Sei fradicio! – mi fece notare, il tono stupito di chi si chiede se davvero la persona che ha davanti non si sia resa conto delle svariate ovvietà di cui gli si sta parlando.
- Sì, è che… - balbettai incerto, - ci sono stati dei problemi, e… - cercai di tirare fuori una scusa convincente, ma non ce n’erano ed ero troppo stanco e bagnato per pensare lucidamente, - …e non posso tornare a casa, quindi…
Lui inarcò ulteriormente un sopracciglio, sempre più allucinato.
- Non puoi restare qui. – disse, senza chiedermi perché non potessi tornarmene a casa mia, - Ce l’hai un amico cui chiedere un posto per la notte?
Spostai il peso da un piede all’altro, imbarazzato, e nel movimento le mie scarpe, bagnate fin dentro, scricchiolarono sinistramente.
- …ho chiesto un po’, - mentii, - ma niente. Erano tutti… impegnati. – buttai lì, scrollando le spalle. Dejan annuì, inumidendosi le labbra.
- Senti, - disse, grattandosi la nuca, - …intanto vieni qui sotto, dai. – mi invitò, accennando col capo all’ombrello che reggeva in una mano e sotto il quale mi rifugiai istantaneamente, scuotendomi tutto per cercare di liberarmi da un po’ dei litri d’acqua che il mio corpo dava l’impressione di voler cominciare ad assorbire, neanche fosse stato una spugna, - Piano, mi bagni tutto! – rise lui, divertito, - Comunque, ascolta. Ho un appartamentino ad Appiano, a pochi minuti da qui, per le emergenze. Se vuoi… - scrollò le spalle, - intendo, se per te non è un problema, puoi stare lì per stanotte. – e poi, sorridendo furbo, aggiunse: - Non lo saprà nessuno.
Se non fossi stato così bagnato da gelare perfino nelle ossa, sarei probabilmente arrossito. Fortunatamente rischiavo l’ipotermia, e perciò il commento di Deki si limitò a salvarmi la vita ridando al mio corpo quel minimo di calore sufficiente a sopravvivere ma non abbastanza forte da affiorare alle mie guance.
- Grazie! – annuii agitato, - No che non è un problema, naturalmente non lo è! Grazie! – ripetei ancora, e lui rise passandomi una mano sulla testa come in una mezza carezza, scuotendo ancora un po’ d’acqua dai capelli corti.
L’appartamentino era un bilocale molto grazioso che con l’idea che mi ero fatto di Dejan non c’entrava un accidenti di niente. Guardi lui e pensi a un appartamento enorme e incasinato, perché insomma, Deki è incasinato, fa un sacco di cose assurde, è rumoroso, è sempre in movimento e non è mai aggraziato quando si agita, perciò avevo quest’idea di appartamento con i divani pieni di roba, mucchi di vestiti ad ogni angolo, il letto sfatto, che ne so. Invece niente, era un posto carino con le tende a fiori e le pareti in legno, una cosa molto simile a una casina di caccia, però in versione bilocale alla moda, ecco. Non so se si capisce cosa intendo. Comunque c’era questa grande stanza che era il salotto, col divano e la televisione e tutto, e poi c’era un soppalco, un po’ defilato, nascosto da un paravento con degli uccelli gialli disegnati sopra, dietro al quale s’intuiva un letto di dimensioni modeste ed un altro televisore, più piccino, in un angolo. E poi c’era un bagno, una veranda con cucina e un terrazzino sormontato dallo scheletro di quello che un tempo doveva essere un gazebo, ma del quale era rimasta soltanto la struttura in ferro, pure un po’ arrugginita, perché del tendone non c’era traccia.
- Lo tengo per quando faccio tardi agli allenamenti e sono troppo stanco per tornare a Milano. – mi spiegò, sfilando l’impermeabile ed appoggiandolo all’attaccapanni, lasciandolo poi lì a gocciolare sul pavimento, - Mi spiace se è tutto un po’ fuori uso, voglio dire, non è che ci passi tutto questo tempo. – aggiunse, guardandosi intorno con aria incerta, - Vedi un po’ se funziona la tele, che io cerco se c’è qualcosa da mangiare. – poi si interruppe e mi guardò a lungo, dall’altro in basso, ridacchiando e muovendosi svelto verso una cassettiera vicina al soppalco, - Facciamo così. – propose, porgendomi un pigiama pesante, grigio ed enorme, - Va’ in bagno, fatti una doccia calda, asciugati e metti questo. Io, nel mentre, chiamo Ana e le dico che stasera non torno. E poi ordino due pizze. – concluse con un’altra risatina. – D’accordo?
Annuii senza spiccicare nemmeno una parola.
Non saprei dire se fossi a disagio – d’accordo, ci conoscevamo poco, ma non è che fossi preoccupato dal ritrovarmelo intorno, anche in un contesto così intimo come casa sua. Avevamo condiviso lo spogliatoio, quel paio di volte che il mister mi aveva chiamato in prima squadra per qualche amichevole, giusto per cominciare a fare un po’ di esperienza sul campo, coi grandi, e una volta che condividi lo spogliatoio con qualcuno, soprattutto se quel qualcuno è Deki, che può tranquillamente essere definito spigliato, usando un eufemismo elegante, insomma, il pudore a quel punto diventa un optional anche un tantino idiota, nel senso che pure condividere il letto alla fine è una cosa fattibile. Certo, non ti metti a saltare e ballare in preda all’euforia, ma non ti senti in imbarazzo né fuori luogo, non ne hai motivo.
E quindi, mentre usavo il suo bagnoschiuma e i suoi asciugamani e indossavo il suo pigiama grigio, non è che mi sentissi propriamente in imbarazzo o avessi voglia di andar via, anzi, gli ero grato di avermi trovato un posto in cui stare e di aver rinunciato alla possibilità di passare una serata con sua moglie e i suoi figli, solo per tenermi compagnia.
Non ero in imbarazzo, non ero a disagio. Ero solo agitato.
Quando uscii dal bagno, ancora un po’ umido ed avvolto nel suo pigiama, lo trovai che finiva di sistemare le stoviglie sul tavolo. Le pizze erano già arrivate, aveva preso due margherite semplici e una bottiglia di coca cola, probabilmente cercando di tirare a indovinare cosa potesse piacere ad un ragazzo della mia età, o forse rovistando nei ricordi per cercare di riportare alla mente cosa piacesse a lui quando aveva meno di vent’anni. In ogni caso ci aveva preso, mi sedetti a tavola con lo stomaco che borbottava deliziato, desolatamente vuoto ed impaziente di essere riempito.
Parlammo tranquillamente di un sacco di cose. Di com’era il clima negli spogliatoi della Primavera – “torrido e umido”, risposi, “quando apriamo tutti l’acqua calda sembra di essere nella foresta Amazzonica”, e lui rise divertito – di quanto il mister ci tenesse a coinvolgere noi “piccoli” nel lavoro coi più grandi, di quanto contasse su di noi per costruire per l’Inter un futuro più solido, con prospettive più ampie, e mentre discutevamo di questi argomenti serissimi Deki trovò anche il modo di sdrammatizzare tirandosi addosso mezzo litro di coca cola e bagnandosi tutto come uno scemo, per poi sfilarsi la maglietta e lasciarla piegata in due e appoggiata sulla spalliera di una sedia, continuando a mangiare e borbottando di essere troppo affamato per andarsi a fare una doccia adesso, ci avrebbe pensato poi.
Poi non venne mai, perché dal tavolo ci trasferimmo direttamente sul divano, sazi e ancora ridacchianti per le scenette che s’erano avvicendate a tavola – non solo Deki che si versava addosso mezzo litro di Coca Cola, ma anche io che inseguivo un filamento di mozzarella fin quasi a rovesciare nel cartone tutto il condimento della pizza, o il momento in cui ci accorgemmo che una decina di piccioni stavano litigandosi uno spazietto al coperto sul terrazzino a colpi di becco e ali.
Dejan accese il televisore ma lasciò il volume basso perché preferiva continuare a parlare con me, e perciò lo sciocco programma d’intrattenimento su non mi ricordo che canale scivolò sullo schermo senza che nessuno di noi due vi prestasse attenzione. La pioggia, da fuori, picchiettava sui vetri delle finestre riempiendo la stanza di ticchettii ipnotici che si fondevano col brusio delle risate preregistrate in sottofondo al programma e facevano da colonna sonora al chiacchiericcio incessante di Dejan, che continuava a sciorinare episodi comicissimi degli allenamenti o dei pranzi di gruppo o dei grandi festeggiamenti per gli scudetti o di altre duemila occasioni diverse cui io avevo preso parte solo da spettatore marginalmente coinvolto, e non so cosa successe, non so perché a un certo punto mi sembrasse così naturale appoggiarmi alla sua spalla e socchiudere gli occhi mentre lui mi traeva delicatamente a sé, accarezzandomi distrattamente un braccio. Persi il senso del tempo inseguendo il suono della sua voce – sembrava cullarmi come una ninna nanna, non ascoltavo cose simili da più anni di quanti non potessi contarne con entrambe le mani – ascoltai ogni singola parola vibrarmi nella testa attraverso il suo petto – non mi ero accorto di essermi steso tanto, lui non aveva fatto una piega quando mi ero allungato contro il suo corpo – e quando sollevai il viso, del tutto casualmente, per trovare una posizione più comoda e sciogliere i muscoli intorpiditi da quei minuti di immobilità, trovai le sue labbra come fossero già in attesa delle mie, non protese né alla ricerca di un bacio, semplicemente lì, immobili, vicinissime, e non dovetti neanche sporgermi per riuscire a sfiorarle.
La scarica elettrica che mi percorse tutto lungo la schiena, scalando le vertebre con velocità e furia assassine, fino a risvegliare dal torpore ogni singolo muscolo del mio corpo, mi costrinse a saltare in piedi. Le braccia rigide e larghe lungo i fianchi ed il respiro pesante, restai a guardare Dejan ancora immobile sul divano col cuore che martellava tanto forte nel petto da farmi male. Tumptumptump, era tutto quello che potevo sentire.
- Alen? – mi chiamo Dejan a bassa voce, e io indietreggiai. - …mi dispiace. – aggiunse immediatamente. Io non risposi. Non riuscivo a respirare normalmente, ogni volta che ci provavo mi doleva il petto. Strinsi i pugni con tutta la forza che avevo, gli diedi le spalle e mi mossi senza pensare.
Fuori si congelava. La pioggia era ghiacciata e picchiava con una forza incredibile. Le gocce, grosse e pesanti, mi si schiantavano addosso come chicchi di grandine – o almeno facevano altrettanto male. I piccioni, che prima avevano combattuto tanto per un po’ di posto sotto la grondaia, erano alla fine riusciti ad accordarsi: stretti l’uno all’altro, le penne umide arruffate e le teste incassate fra le ali, si scaldavano a vicenda, incuranti del temporale. Rimasi immobile al centro del terrazzo finché la voce di Dejan non mi scosse ancora, pacata.
- Non volevo spaventarti. – disse piano, - Ti osservo da un po’. – continuò, come dovesse giustificarsi, - Mi dispiace di avere esagerato.
Io non mi voltai a guardarlo. Continuai a fissare i tetti delle case di fronte a me e la pioggia cadere scrosciante, scivolando ovunque in rigagnoli grigiastri, fino a terra.
- Posso avvicinarmi? – chiese Dejan. Io deglutii, prima di annuire, e poco dopo sentii le sue braccia circondarmi le spalle e la sua guancia sfiorare la mia in un gesto tenero e rassicurante. – Hai paura? – chiese a bassa voce, le sue labbra mi sfioravano la guancia ad ogni movimento. Annuii ancora. – Non ti piaccio? – scossi il capo energicamente, e non so nemmeno perché. Quella domanda lui non avrebbe nemmeno dovuto pormela. Era senza senso, fuori luogo ed era anche una pazzia. Eppure scossi il capo, perché la pressione delle sue braccia mi piaceva, perché mi piaceva il suo profumo, perché mi piaceva la sua voce, perché mi piaceva il modo in cui il suo corpo bagnatissimo aderiva al mio. – E hai paura lo stesso. – constatò lui con una mezza risata. – Sai, la prima persona che ha avuto me, poco prima di… insomma, capito, no?, mi disse “la paura è una componente fondamentale. È giusto avere paura”. – sospirò profondamente, allontanandosi da me e spingendomi a rigirarmi fra le sue braccia, fino a potermi guardare dritto negli occhi. I capelli fradici gli si erano appiccicati alla fronte e alle tempie, le sue ciglia erano talmente bagnate che sembrava avesse appena finito di piangere, ma i suoi occhi erano scuri e tranquilli e brillavano di determinazione. – Io credo che sia vero.
Mi baciò lentamente, quasi esitando, ed io vorrei poter dire che risposi perché ero confuso e stanco e stordito, ma tradirei troppo di ciò che sono, tradirei troppo di quella sera – tradirei troppo Deki – se solo mi azzardassi a dire una bugia simile. Risposi perché lo volevo. Risposi perché era abbastanza vicino da permettermi di farlo, risposi perché la sua pelle bagnata scivolava bene sotto le mie dita, risposi perché la sensazione che mi dava la sua lingua intrecciandosi con la mia ed accarezzandola lentamente era impagabile. Risposi perché non mi ero mai sentito così con nessuna delle ragazze con cui avevo scopato – e so che è un cliché, ma non ho mai detto di essere meno banale degli altri.
Avrei dovuto avere l’impressione di stare facendo qualcosa di tremendamente sbagliato, lasciando che mi spingesse contro una parete e mi accarezzasse lento lungo i fianchi e il torace, ma non sembrava niente del genere. Sembrava solo giusto – era piacevole. Continuai a farmi accarezzare dalla pioggia, dalle sue mani e dalle sue braccia, finché non furono quelle stesse braccia a riportarmi dentro e stendermi sul divano.
- Il letto è lontano. – disse Deki, scivolando con le labbra lungo il profilo del mio collo, - Ma non potevamo restare là fuori.
Risposi con un mugolio, e fu tutto ciò che riuscii a dire anche dopo – mentre Deki mi sfilava il suo pigiama ormai fradicio e lo lasciava ricadere a terra, mentre baciava ogni centimetro del mio corpo come volesse conservarne per sempre in memoria una traccia, mentre disegnava sui miei fianchi l’impronta delle proprie mani stringendo come se volesse renderla indelebile, mentre si sistemava fra le mie gambe e mi accarezzava svelto, cercando di distrarmi, mentre entrava dentro di me uccidendo il mio gemito di dolore in un bacio più profondo e rovente degli altri, mentre spingeva e ansimava e mi teneva stretto e io chiudevo le palpebre con tanta forza da vedere bianco, non dissi una parola. Solo quel mugolio, e nient’altro. Ricordo ancora il suono preciso che fece la mia voce quando sfilò impalpabile fra le mie labbra e si perse sulle sue. Mmhn. Mi chiedo se anche Deki lo ricordi ancora.

*

- Ehi! – mi saluta Mario, battendomi una poderosa pacca sulla spalla mentre finisco di raccogliere le mie cose nel borsone, - Come va? Sei in partenza?
- Ciao. – rispondo io con un sorriso, - Sì, Mihajlović mi ha convocato per l’amichevole di venerdì. Ci puoi credere?
Mario ride divertito, annuendo lentamente.
- Ci credo sì. Congratulazioni. – poi si guarda intorno curioso, quasi circospetto. – Davide? – chiede quindi, chinandosi appena verso di me, come non volesse farsi sentire da altri. Io sospiro pesantemente, rilassando le braccia lungo i fianchi.
- Il mister gliene sta dicendo di tutti i colori da almeno mezz’ora.
- Andato male l’allenamento? – indaga, mordicchiandosi un labbro.
- Diciamo che avrebbe potuto essere più brillante. – rispondo io con un altro sospiro. – È successo qualcosa fra voi? – chiedo quindi, cercando di essere discreto e di scrutare una risposta negli occhi di Mario prima che debba essere lui a darmela. Non faccio in tempo, comunque.
- Succede sempre qualcosa, fra me e Davide. – ride, con un pizzico di rassegnazione. – E temo che mi toccherà aspettare parecchio, se ricordo ancora come striglia il Mou.
Rido anch’io, e ci sediamo entrambi su una panchina. Le nostre risate riecheggiano ovunque nello spogliatoio vuoto, ed io temo di essere già in ritardo.
- Ti penti mai di essertene andato? – chiedo a bruciapelo, guardandolo di sottecchi. Mario fissa dritto davanti a sé, serio.
- Te lo ricordi Ibra? – ribatte invece di rispondere. Io annuisco, mentre nella mia mente si forma il profilo di un giocatore col quale ho potuto confrontarmi solo da avversario, da quando gioco seriamente a calcio, - Quando è andato via lui, gli ho fatto la stessa domanda. Non erano passati nemmeno tre mesi, ci siamo incontrati qui a Milano per la prima partita del girone di qualificazioni di Champions. Sembrava felice di giocare in blaugrana, ed io allora ero molto meno felice di vederlo con quel colori addosso. – scrolla le spalle, - Ero giovane e ancora piuttosto ingenuo, nonostante tutto. Comunque, gli feci la stessa identica domanda di fronte al succo di frutta che aveva insistito per offrirmi nonostante mi fossi lagnato per un’ora di volere una birra.
- E lui che rispose? – rido io, divertito. Mario sorride.
- Rispose che l’unica regola che aveva sempre seguito nella sua esistenza era stata quella di agire senza mai doversene pentire in futuro. In pratica, fare qualcosa solo quando si è certi di volerlo davvero con tutte le proprie forze.
- Ma non pensi mai a cosa hai lasciato? – insisto io, gesticolando, - Anche fra te e Davide-
- Sai, - mi interrompe lui, alzandosi in piedi con un sorriso e guardandomi dall’alto, le mani sui fianchi e le gambe semidivaricate in una posa sbruffona che gli ho visto spesso addosso sia in partita che fuori dal campo, - io credo che il punto della partenza non sia tanto cosa lasci quando vai via, ma cosa trovi quando torni. Intendo, - scrolla brevemente le spalle, - se torni e ci sono ancora le stesse identiche cose di quando sei partito, sei a casa. E magari prima di partire non lo sapevi nemmeno.
Schiudo le labbra, incerto.
- …non capisco. – mi arrendo con l’ennesimo sospiro, - Cosa c’entra?
Mario ride ancora, come mi stesse prendendo in giro – e probabilmente lo sta facendo davvero.
- Il Barça – dice, apparentemente senza un senso preciso, - non vince da quasi cinque giornate, sai? E io – ridacchia, - ho quindici gol all’attivo solo in campionato, ed un contratto che scade a giugno. – sorride più apertamente, mentre io spalanco gli occhi, - E gennaio è alle porte.
- Cosa?! – strillo, scattando in piedi, mentre Mario ride più forte, - Scherzi! Non scherzi?! – scoppio a ridere anch’io, - E Davide lo sa?
- No! – continua a ridere Mario, - E non dirglielo. Tanto, vedrai, litigheremo anche per quello. Sembra tanto pacato e remissivo, ma è una piaga sociale ed è anche più ostinato di un mulo. Vedrai che arrufferà le penne più adesso di quanto non abbia fatto quando sono andato via.
- Incredibile! – commento con un altro sorriso, - Solo che… insomma, - inarco un sopracciglio, - capisco perché stai tornando tu, voglio dire, seguendo il discorso di prima e quello che trovi tornando… ma Ibra?
Mario si lascia andare a un sorriso furbo, e quando il mister fa irruzione nello spogliatoio urlando e sbraitando chiedendoci cosa diamine ci facciamo ancora qui e perché il nemico si sia intrufolato nello spogliatoio, ride perfino più apertamente. Mario non risponde, suppongo che dovrei aver capito qualcosa, ma qualunque cosa sia mi sfugge. Solo che adesso sono in ritardo sul serio, quindi non ci penso più.

*

Siniša Mihajlović è identico a come lo ricordavo. L’ultima volta che l’ho visto stava accanto al mister e mi guardava con aria interessata. L’unica cosa che Mourinho ha voluto dirmi, in seguito a quel colloquio, è stato un “mi toccherà ricominciare a combattere per tenerti in squadra” condito da un sospiro esasperato che mi ha divertito parecchio. Meno di un mese dopo, la convocazione. È stato Davide a spiegarmi per sommi capi cosa l’allenatore intendesse con quelle parole, la minicronistoria del suo odio nei confronti delle nazionali maggiori mi ha divertito anche più del suo sospiro. Mi sono sentito molto lusingato, e mi sento così ancora adesso, mentre Mihajlović sorride e mi batte una bacca compiaciuta sulla spalla.
- Ce l’hai fatta, alla fine, - mi prende in giro, e parla in italiano perché sa che è la lingua che conosco meglio, - a liberarti dalle grinfie del demonio ed arrivare. – rispondo con una mezza risata, annuendo distrattamente. – Hai paura? – mi chiede quindi, con un sorriso un po’ storto.
Io resto in silenzio per qualche secondo e ascolto il battito del mio cuore. Tumptumptump.
- Sì. – rispondo quindi, e la voce mi trema un po’.
Mihajlović, comunque, sorride.
- La paura è una componente fondamentale. – dice, - È giusto avere paura.
Tumptumptump dice il mio cuore, saltandomi in gola.
Quando rispondo, non so come faccia la voce a passare.
- Cercherò di ricordarmelo.
Genere: Introspettivo, Romantico, Erotico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon, Bondage (lieve).
- Mario fa presente a Davide che non ha molto apprezzato il modo in cui l'ha scostato bruscamente quando gli è saltato addosso durante il Trofeo Tim in quel di Pescara.
Note: Storia nata su istigazione di Def. Per la verità ultimamene mi sto concentrando solo sulle PWP perché c’è il Fest su K&P ed anche perché purtroppo sono un genere letterario molto bistrattato da chi dice di capirne qualcosa di fandom, ed io sono sempre lì a cercare di ribaltare i preconcetti di chiunque in maniera discreta – ovvero: niente proselitismi, io intanto scrivo, poi se tu mi vuoi venire dietro buon per noi, altrimenti addio XD In genere funziona °-° E a parte questo non è che abbia poi moltissimo da dire. Sono Davide e Mario e sono così perché Def ha detto “Mario vorrà vendicarsi”, riferendosi allo spintone che Davide ha rifilato al suo ragazzo compagno di squadra durante il blackout che ha ridotto al buio l’intero stadio a Pescara per la partita contro il Milan in occasione del Trofeo Tim. So che mi odiate perché scrivo queste shot così. Credetemi, mi odio anch’io.
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Say It Right, Say It All
50 Kinks / Restraints/Bondage @ PWP Fest (Kinks&Pervs)


- No. – lo ferma risolutamente, pressandogli entrambe le mani contro il petto e serrando le gambe – le cosce forti e tornite attorno al polso, la pressione più piacevole dell’universo, ma solo quando rappresenta un incontrollabile spasmo di piacere, non certo quando è l’effetto di un rifiuto, e perciò Mario lo guarda con disappunto, e sbuffa.
- No? – chiede, ma è una domanda retorica. Inarca un sopracciglio e lo guarda, il buio della stanza non impedisce a Davide di cogliere l’esatta sfumatura della sua occhiata, e Mario lo osserva spostare gli occhi altrove, imbarazzato. – La mia non era una domanda.
- Ci sono momenti – ansima Davide, stringendo più forte le ginocchia contro il braccio di Mario, che prova ancora a farsi strada verso di lui, - in cui si può rispondere no anche se non c’è di mezzo nessuna domanda. Non mi va, non voglio, sono stanco.
- Ti lascerei andare – ghigna Mario, ritirando la mano solo per posarla sul suo ginocchio e forzarlo a spalancare le gambe, - se volessi davvero.
- E allora cosa, - ringhia Davide, riprovando a chiudere le gambe ed incontrando la strenua resistenza della spinta di Mario, i suoi muscoli contratti e, subito dopo, il suo intero corpo pressato addosso, inguine contro inguine, ad obbligarlo fisicamente a tenere le gambe larghe, - mi leggi nella testa?
- Sempre. – sorride Mario, sfiorandogli le labbra con le proprie in uno strofinio asciutto che non è un bacio e nemmeno un invito, più uno sfottò che altro. Furioso, Davide pressa le mani contro il suo petto con maggiore convinzione, sperando almeno di fargli male. – Sta’ buono, Dade… - gli sussurra addosso lui, - Non mi è piaciuto come ti sei comportato durante il blackout.
- Neanche a me è piaciuto come ti sei comportato tu. – ribatte Davide, aspro, cercando di non mostrare nemmeno un fremito di fronte alle spinte di Mario contro di lui, - Saltarmi addosso in quel modo, di fronte a tutti…
- Nessuno sospetta niente, chi vuoi che ci pensi? – ride a bassa voce Mario, afferrandolo strettamente per i polsi per liberarsi di quella pressione fastidiosa e schiacciarlo più decisamente contro il materasso, - L’hanno preso per un gioco.
- Non è- - ansima lui, cercando di divincolarsi dalla stretta e fissandolo, occhi brillanti di rabbia e sopracciglia aggrottate, quando non ci riesce, - Non è meno inopportuno. – cerca di spiegarsi, - Non siamo più ragazzini, e- - Mario lo interrompe, pressando con forza le labbra contro le sue e obbligandolo a schiuderle con la lingua, stringendo la presa attorno ai suoi polsi e tormentandolo con spinte meno lente ma più forti e meglio mirate, impedendogli di respirare serenamente.
- Ti ho detto di stare buono, Dade. – gli ghigna addosso Mario, sfiorando con la punta della lingua il profilo delle sue labbra, giù fino al mento e lungo il collo, - Devo legarti? Imbavagliarti?
- Non… - mugola appena Davide – non riesce a impedirselo – piegando un po’ il collo, - non ci provare nemmeno.
- Non mi sembri nella posizione di dare ordini a qualcuno. – gli fa notare Mario, ridendo divertito e dando un’altra strizzatina ai suoi polsi, giusto per puntualizzare ulteriormente la situazione, - Ti pare?
- E tu, invece? – socchiude gli occhi Davide, stremato, stendendo anche i muscoli della gambe, affaticati dalla resistenza strenua che sta cominciando a mostrarsi come ciò che in fondo è sempre stata: inutile. – Tu sei nella posizione?
- Io… - soffia Mario, a due centimetri dal suo petto, il fiato caldo che lo accarezza dandogli i brividi, - ti volevo su quel campo e ti voglio adesso, e intendo prenderti che tu lo voglia o no. – sussurra, mordicchiandogli appena un capezzolo, - Dio, te lo sento addosso, che lo vuoi. Hai quel sapore lì, hai quell’odore lì, e stai tremando. Ascoltati.
- No… - mugola più forte lui, provando a sollevarsi, - Mi… mi fai male, lasciami!
- Se solo tu la smettessi di muoverti… - insiste Mario, spingendosi ancora contro di lui, - sarebbe molto più piacevole. Aspetta. – riflette poi, stringendo entrambi i suoi polsi fra le dita di una mano sola ed utilizzando la mano libera per strappare il lenzuolo dai suoi angoli. Il lenzuolo finisce arrotolato stretto attorno ai suoi polsi e poi attorno alla testiera del letto. Non è corto, gli lascia spazio per muoversi un po’, ma non è tanto quel pizzico di dolore che prova ad infastidire Davide, quanto più quell’improvviso sentirsi in trappola e la devastante consapevolezza del fatto che se Mario avesse chiesto il permesso di legarlo a quel modo, se non se lo fosse preso e basta, se gliel’avesse proposto ed avesse aspettato il suo consenso, lui quel consenso gliel’avrebbe dato. – Meglio. – sorride Mario, tornando a baciarlo, - Ti imbavaglio o no?
- No! – protesta Davide, strattonando il lenzuolo in un gesto che perfino a se stesso sembra solo un modo per assicurarsi che sia stretto bene, più che un tentativo di liberarsi, - Mario, non ti permettere, non farlo!
Mario ride divertito, accarezzandogli le labbra con il pollice, schiudendole abbastanza da mostrare i denti serrati.
- Poi non potrei baciarti. – considera dubbioso, spingendo il pollice in avanti, - Prendilo in bocca.
- No. – risponde Davide, ma il tempo che utilizza per sputare fuori quelle due letterine intrise di rabbia è abbastanza perché Mario possa introdurre il pollice più in fondo e forzarlo a serrargli attorno le labbra, stringendogli il viso con le dita libere, lateralmente.
- Questa lingua… - sospira Mario, guardandolo con occhi pesanti di voglia, posandogli un bacio all’angolo della bocca, - Non ti chiedo un pompino solo perché ho paura che me lo staccheresti a morsi, sai? – sibila ironico, leccandogli lentamente il profilo della mascella fin sotto l’orecchio.
- Non… - scolla Davide con difficoltà, cercando di piegare il capo per liberarsi del pollice, - non parlare così.
- Non ti piace? – ride Mario, lasciando finalmente in pace la sua bocca per scivolare con la mano umida lungo il suo petto e il suo ventre, oltre l’orlo degli slip, - Eppure non mugoli mai come quando mugoli quando ti dico che voglio scoparti fino a farti male. – continua, accarezzandolo lentamente fra le cosce, prima di obbligarlo a sollevare una gamba e spingersi con le dita umide contro la sua apertura, - Dillo, dai. – lo esorta, baciandolo sul collo.
- No! – insiste Davide, chiudendo con forza le palpebre, - No, Mario… per… per favore…
- Mi piace quando dici no mentre tutto il tuo intero corpo sta urlando sì. – continua a parlare lui, come se nemmeno lo sentisse, - Il tuo corpo si muove da solo. – nota fermandosi ed osservando il movimento continuo e ininterrotto del bacino di Davide contro il suo, - Sei fatto apposta per prendermi dentro, piccolo. – aggiunge, mordicchiandogli un lobo ed introducendo due dita dentro di lui, senza delicatezza, deciso, diretto. Conosce abbastanza il suo corpo da poterselo permettere, e Davide non sa se si odia di più per averglielo permesso o per non riuscire comunque a mandarlo via, per il modo in cui si apre sotto le sue carezze, per il modo in cui non riesce a fermarsi nella sua ricerca di tocchi sempre più duri, sempre più profondi, sempre più svelti.
- Ti prego… - pigola in un singhiozzo stremato, - Smettila…
- La smetto e? – lo prende in giro Mario con un’altra risata, - Mi giro e me ne vado? Ti lascio qui legato, magari chi passa si fa un giro…
- Mario! – squittisce Davide, sentendo le dita di Mario farsi spazio sforbiciando dentro di sé, - Non-
- La smetto e cosa, Dade? – insiste Mario, senza nemmeno sprecarsi ad accarezzarlo fra le gambe, tanto è abbastanza per tenerlo teso di desiderio e bisogno anche solo sfiorarlo con due dita, - Dillo. Magari ti accontento.
- Non… - ansima, il corpo intero che si inarca alla ricerca di quello di Mario, - Non voglio… Mario…
- Io non mi muovo. – scuote il capo lui, seguendo in una scia di baci umidi la linea del suo viso, della sua fronte, delle sue labbra, - Voglio sentirlo dire da te. Se potevi dire no all’inizio, puoi dire sì adesso.
- …non hai ascoltato il primo, - piagnucola Davide in un sospiro lamentoso, - perché dovresti ascoltare il secondo?
Mario sorride, baciandolo lentamente.
- Perché i tuoi sì sono l’unica cosa che mi piace più dei tuoi no.
Davide lascia andare un mugolio esausto, spingendosi contro le dita di Mario e tirando forte il lenzuolo. Mario capisce che vorrebbe abbracciarlo e gli si china addosso, passandogli entrambe le braccia attorno al bacino e perdendosi per un solo secondo sul contrasto violento dei colori delle loro pelli, che gli piace tanto da confonderlo ed ogni volta lo rincoglionisce del tutto, portandolo quasi a perdere il controllo delle proprie azioni. I sospiri di Davide, la voce di Davide, il profumo di Davide non riescono a fare tutti insieme ciò che da sola riesce a fare la sua pelle, chiara, soffice, sua. Così sua da superare tutto il resto. Ed è per questo che la marchia, in baci e morsi lievi, parlandogli a bassa voce addosso, sussurrando cose senza senso, “dopo, piccolo, dopo, prima dimmelo, cazzo, ti voglio, quindi dimmelo, solo una volta”, e Davide solleva le gambe e le allaccia dietro la sua schiena, mugolando forte, a corto d’aria.
- Ti prego, ti prego… - ansima, teso come una corda di violino, - scopami, scopami…
- Sì. – risponde lui, immediatamente, liberandosi dei boxer ormai fastidiosamente stretti e sistemandosi meglio contro di lui, - Cazzo, sì. – espira sollevato nel momento in cui, lentissimo, comincia a penetrarlo, e lo sente stringersi attorno a lui con la forza di una tenaglia. Avanza lento, seguendo la traccia dei suoi sospiri stremati e dei suoi gemiti trattenuti a stento, le dita strette attorno ai suoi fianchi che lasciano tracce ancora più bianche sulla sua pelle già chiara, - Cazzo, piccolo. – gli morde piano il labbro inferiore mentre Davide, perso nel ritmo del proprio respiro e della forza della sua erezione che si spinge facendosi strada dentro di lui, schiude la bocca per un altro bacio affamato, - Cazzo, ti amo.
- Più forte. – implora lui invece di rispondere, le spalle che fanno male a causa dell’impossibilità di cambiare posizione e dei numerosi strattoni coi quali cerca invano di liberarsi, - Più forte, fammi male. – chiede in un mugolio distrutto, spingendosi contro il suo bacino.
Mario ringhia, cercando di tenerlo fermo ed imporre un ritmo più lento, ma Davide sfugge dalla sua presa e continua ad andargli incontro più svelto, obbligandolo a seguirlo. Mario lo accarezza e lo stringe, passa la punta del pollice per tutta la lunghezza della sua erezione, lo ascolta gemere con forza e mugolare il suo nome quasi con disperazione, si china sulle sue labbra e le bacia, le lecca, le morde, stringendoselo contro in un abbraccio soffocante e sussurrandogli addosso di tutto, Dio, sei stretto da morire, cazzo, mi fai impazzire, muoviti più svelto, piccolo, più svelto, e Davide, ridotto a singhiozzi e mugolii, obbedisce e gli si scioglie sotto e attorno e fra le dita, rispondendo anche, finalmente, Mario, ti amo anch’io, cazzo, ti amo anch’io, e sorride, anche se sei uno stronzo, cazzo, e Mario viene chiamandolo per nome e ride a propria volta, poggiando la fronte contro la sua spalla ed inspirando profondamente, in cerca del suo profumo e di un nuovo ritmo per respirare senza che debba per forza dolergli il petto per lo sforzo di controllare gli ansiti.
- Liberami… - gli sussurra Davide contro una guancia, prima di lasciargli un bacio lievemente umido proprio lì, sullo zigomo, - Mi fanno male le spalle, domani il mister mi urlerà di tutto…
- Massaggino? – chiede Mario dolcemente, sciogliendo il lenzuolo e lasciando spazio a Davide per sgranchirsi come vuole.
- No. – ride lui, rotolandogli addosso con un mezzo mugolio di fastidio, - Non sei capace di trattenerti, poi ti distrai e fai cose. – spiega, ma Mario non lo ascolta e sta già passando entrambe le mani bene aperte sulle sue spalle, sulla sua schiena e sul suo collo, pressando appena per dargli un po’ di sollievo senza fargli male, e quando le mani ricominciano a vagare verso posti che col suo dolore non hanno proprio niente a che fare Davide sospira, e non spreca nemmeno fiato per borbottare uno scontato “lo sapevo io”. Anche perché sarebbe inutile, dato che il suo respiro finisce dritto sulle labbra di Mario, quando lui ricomincia a baciarlo.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Davide/Mario, Zlatan/José.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Flashfic, Slash.
- Davide e Mario osservano Zlatan e José interagire durante gli allenamenti ad Harvard.
Note: Vaccatina abbastanza inutile scritta solo ed esclusivamente per la settima Minidisfida di Criticoni, cui partecipo fuori concorso just for the hell of it, e perché sono cocciuta e permalosa, anche. Al di là della Minidisfida, ho scritto questa storia perché sono una persona che si rotola molto nel suo cordoglio, prima di superare il momento e tornare al proprio own bzns, perciò questa cosa dovrò vederla da almeno altri millemila punti di vista (uno dei quali è già in scrittura, peraltro), e solo dopo potrò essere felice. Aaah. *sospira*
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Gentle Breeze


C’è un venticello leggero e piacevole che soffia dalle loro spalle, in direzione della scena speculare alla loro che si sta svolgendo dall’altro lato del campo. Il mister e Zlatan sono immobili, l’uno accanto all’altro. Hanno entrambi le mani sui fianchi – i propri, non quelli dell’altro; che può sembrare una specificazione inutile ma non lo è, viste le scene cui la squadra s’era abituata nel corso degli ultimi mesi dello scorso campionato, robe che avrebbero fatto arrossire il più accanito dei maniaci sessuali, o almeno così pensa Davide, tenerezze un po’ imbarazzanti ma niente di più secondo Mario, invece – e non si muovono se non per dei momenti brevissimi. Il mister si guarda intorno, Zlatan abbassa lo sguardo. Il mister parla, dice qualcosa che si perde nel soffio del vento, e Zlatan annuisce. Dice qualcosa anche lui, e il mister sorride a metà fra tristezza e nostalgia.
- Dici che se ne va? – chiede Davide in un sussurro che non riesce a sovrastare il rumore del vento.  Mario, comunque, in qualche modo lo sente. Ma Mario lo sente sempre, anche quando lui non parla, perciò non se ne stupisce.
- Non saprei. – risponde con una scrollatina di spalle, - Tu cosa ne pensi?
Davide risponderebbe volentieri che se gliel’ha chiesto è proprio perché non lo sa. Sarebbe una bugia, d’accordo, ma Mario sa che tutto ciò che vuole sentirsi dire è un rassicurante “ma no, dai, vedrai che resta”. Anche se è assurdo, perché ormai lo sanno tutti che Ibra non vuole più restare, lo sanno anche i muri dell’UCLA, che hanno abbandonato da qualche ora, lo sanno anche i muri di Harvard, pure se sono arrivati a Boston da pochissimo, lo sanno tutti, le pareti le foglie l’erba il cielo, pure il vento, sembra che lo stia sussurrando anche mentre li accarezza così, un po’ rude e un po’ dolce, e porta il buon profumo della mensa, che è quasi ora di pranzo.
- Io penso… - comincia Davide, e si morde il labbro inferiore, - …penso che ho paura di sì. Nel senso… - cerca di spiegarsi, ravviandosi la frangetta sulla fronte, - nel senso che ho paura che quando lui sarà andato via noi non sapremo più come giocare e perderemo tutto. E non sarà colpa sua, capisci, sarà colpa nostra, e io di questa cosa ho paura. Di quello che potrebbero dire, di quello che potrebbe succedere, a noi, al mister, e ho paura per il presidente che ce la sta mettendo tutta, e-
- Io penso – lo interrompe Mario, senza nemmeno guardarlo, - che tu abbia cominciato a pensare un po’ troppo.
Davide trattiene un respiro e poi lo lascia andare tutto insieme nel momento in cui Zlatan si allontana dal mister, con una risatina. Il mister lo segue subito, e poi le loro strade si biforcano, Zlatan comincia ad allenarsi – come fosse tutto normale e giusto così – e il mister si piazza a centrocampo ad urlare ordini a chiunque – ancora una volta, come fosse tutto normale e giusto così.
- Ci prendiamo una pausa? – gli chiede Mario, accarezzandogli il dorso della mano con due dita falsamente distratte. – Le vuoi un po’ di coccole? Ti compro il succo alla ciliegia. Però prima ti cambi. – aggiunge con una mezza risata.
Davide risponde con una mezza spallata.
- Non mi sporco sempre. – gli fa notare, offeso. E due secondi dopo è già lì che chiede al mister se possono allontanarsi per dieci minuti, e il mister è lì che sospira e si lamenta di non avere la minima autorità su di loro, “ma appena rimettiamo piede in Italia si cambia sinfonia, ragazzini, meglio che lo sappiate”, e poi niente, sono già al bar a prendere il succo e di corsa in camera a giocare alla playstation fra un bacio e l’altro.
Genere: Introspettivo, Romantico, Triste, Malinconico.
Pairing: Davide/Mario, Zlatan/José.
Rating: R
AVVERTIMENTI: Angst, Lime, (Raccolta di) Drabble, Slash.
- La squadra si ritrova in ritiro dopo le vacanze. Davide e Mario si ritrovano dopo non essersi più sentiti neanche una volta nell'ultimo mese. José e Zlatan smettono di ritrovarsi del tutto.
Note: Questa fic è stata scritta perché Gra è una criminale. Ha creato una tabella stupenda, chiamata Tempo e Orologi, ed era sfruttabile per il suo Double Drabble Challenge. Volevo scriverci su, ma al momento di scegliere i prompt mi sono accorta che a) mi piacevano tutti, b) l’idea che avevo era troppo enorme per essere sviluppata in due soli drabble. Pur se fossero stati tripli, pur se fossero state due flashfic, non ci sarei riuscita. Perciò, fine, ho preso tutti i prompt e ci ho scritto su trenta drabble XD E amen XD
A parte questo, quando ho finito questa storia, la reazione che ho avuto è stata di immediato rifiuto. Troppo lunga, ridondante, arrotolata su se stessa, forse perfino noiosa – e troppo angst, Gesù. E ancora Jobra, poi. *piange*
L’ho riletta dopo un paio di giorni e me ne sono innamorata follemente perché, pur continuando ad essere troppo lunga, ridondante, arrotolata su se stessa, forse perfino noiosa – e decisamente troppo angst – è completa. E rileggerla mi ha soddisfatta. Soprattutto perché per certi versi finisce bene. *aweggia da sola*
Ps. Titolo rubato ad un verso di No Line On The Horizon degli U2 ♥
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Time's Irrelevant, It's Not Linear


01. Pendola rotta.
C’è qualcosa di eccessivo ed esasperato nel modo in cui divori metri su metri fra strada, cortile, corridoi e scale, tanta è la fretta che hai di raggiungere la tua camera. Mentre muovi un passo dopo l’altro fra l’asfalto, la moquette e il marmo misto degli ambienti della Pinetina, ripensi a Palermo, a Mondello distesa fra mare e montagne come un’amante stanca, a quella villa enorme sempre piena di gente e sempre vuota di Davide e alla pendola vecchia di cento anni appesa al muro, all’ingresso, che scoccava il tempo immobile della tua permanenza in quel posto. Ricordi le sue lancette fermissime, ricordi le ragnatele ad imprigionarle, ricordi la cameriera che si scusa e ti dice “pulisco subito” e ricordi come l’hai fermata – stringendole forte un braccio e sussurrandole “la lasci com’è”. Ricordi di esserti fermato a guardarla tante volte da impararne a memoria le forme, tanto da poterle ricostruire nella mente quando ne stavi lontano. Ricordi di aver pensato spesso, fra il mare e le feste, “fra quanto torno a casa?”. E di aver visualizzato quell’orologio fermo ogni singola volta, ed esserti detto che mancava troppo tempo. E che le vacanze dovrebbero essere un periodo felice. E invece.
Entri in camera quasi sfondando la porta. Davide sta disfacendo la propria valigia, solleva gli occhi ed arrossisce. E siete tu, lui e il tempo che ricomincia a scorrere.

02. Allo scoccare della mezzanotte.
Mario è uscito subito, è stato come se tutto quello che volesse fare, entrando in camera, fosse vederti. Solo quello, per poi tornare ad essere il fantasma che è stato nel corso degli ultimi due mesi – perché vi siete detti tante cose, prima di partire (tu per l’Africa, lui per la Danimarca), “teniamoci in contatto, le mail, il cellulare, insomma, e poi magari ci si rivede prima delle vacanze”, ma non c’è stato niente del genere, perché lui non s’è fatto sentire e tu non hai trovato abbastanza coraggio per farti sentire a tua volta. E poi la mamma s’è fissata con la cosa del nonno – “Dade, lo sai che ogni anno potrebbe essere l’ultimo, vieni in vacanza con noi” – e Mario è scomparso per tutte le vacanze, e niente, neanche una parola. E questo ti ha fatto stare male, un po’, perché prima di partire parole non ce n’erano, ma non servivano. E quando sarebbero servite invece non ci sono state lo stesso, e quando te ne sei accorto ti sei sentito spezzare qualcosa dentro.
Mario torna in camera allo scoccare della mezzanotte, perché il mister è stato chiaro e per spiegare cosa intendeva per “tornare a casa in orario” ha raccontato una rivisitazione di Cenerentola con protagonista Zlaterentola, e hanno riso tutti – be’, tutti meno Zlatan – e quindi il messaggio è passato anche troppo chiaramente. Ecco perché Mario è puntuale. E siete tu, lui e il tempo che va in silenzio.

03. Perdere tempo.
Davide non sembra stare tanto bene, quando si sveglia, ma tu non hai il coraggio di indagare ed anzi ti guardi bene dal farlo, mentre lo osservi alzarsi e trascinarsi stancamente verso il bagno. La sveglia ha suonato meno di dieci minuti fa e tu comunque sei sveglio da ore, o forse non hai dormito affatto, non riesci a stabilirlo perché hai come l’impressione di essere svenuto, ogni tanto, durante la notte, altrimenti non si spiegherebbe perché le ore siano passate tanto in fretta, quasi senza farsi sentire, scandite dal respiro profondo e regolare di Davide e dai suoi movimenti lenti e pesanti durante il sonno.
Deglutisci con forza quando torna in camera, lo guardi, lui ti guarda, fa per dirti qualcosa ma poi rinuncia, ed è da quando vi siete rivisti ieri che non vi siete scambiati ancora una sola singola parola. E siete tu, lui e il tempo che state perdendo.

04. Fuori tempo.
Quando ti si avvicina e ti guarda con quell’aria un po’ così – che poi è la sua di sempre, quella che sembra voglia dirti che ad avvicinarsi, calcolarti e prendere atto della tua esistenza nel mondo, sia lui a farti un favore – tu scatti subito sulla difensiva. La verità è che ce l’hai con lui perché non ti parla – nemmeno in allenamento, Cristo, il mister era sconvolto da quanto avete fatto schifo e s’è messo a urlare ripetendo che in America perderete tutte le partite di fila – e ce l’hai con te stesso perché neanche tu riesci a parlargli. Non sai da dove cominciare e questo è stupido. Ti senti stupido tu e pensi stupido lui, e quindi sei incazzato, sì, e ora che sembra disposto a ritrovare l’uso della parola improvvisamente non vuoi starlo a sentire.
- Ciao… - ti dice, lasciandoti lì un po’ sospeso nel vuoto, a guardarlo come lo vedessi per la prima volta, - Com’è che stai?
Com’è che stai, hai voglia di battere ripetutamente la tua e la sua testa contro il muro, ecco come stai. Scrolli le spalle, Mario aspetta una risposta, la risposta non arriva.
- Mi è dispiaciuto non sentirci più… - continua quindi, - Volevo chiederti se ti andava di scendere giù con me per una settimana, ma… - e sospende la frase di nuovo, come fosse utile dire le cose solo a metà.
Scrolli le spalle di nuovo e non riesci a spiccicare una sillaba. Non capisci perché, ma non riesci nemmeno più a guardarlo. Lui ti chiama solo un’altra volta e poi va via. Quando ti viene in mente di richiamarlo, lui è già lontano. E d’altronde, quando era venuto in mente a lui d’invitarti a Palermo, eri già lontano tu. E siete tu, lui e il tempo che non riuscite a coordinare.

05. Ticchettio dell’orologio.
Hai un ricordo molto chiaro e recente degli aeroporti, e sono luoghi enormi, gremiti di persone e confusionari in maniera disturbante. Tutti parlano ridono si arrabbiano inseguono mocciosi piagnucolanti e si perdono dietro alle cernite delle valigie, che contano una due tre volte per essere certi di non dimenticarne nessuno, come fosse umanamente possibile dimenticare nel mezzo di una sala una specie di totem composto da un carrello e sei borsoni impilati l’uno sull’altro e legati dal filo elastico verde fosforescente. In questo momento, comunque, l’aeroporto ti sembra silenziosissimo, nonostante il viavai di gente da un lato all’altro della stanza, Andrea che conta i giocatori, Beppe che conta i neuroni di Andrea che vanno a farsi benedire e il mister che conta i suoi chili di pasta per assicurarsi che siano ancora e sempre duecentocinquanta.
L’unico suono che senti è il ticchettio regolare del tuo orologio. Davide non sta parlando. Davide è seduto sulla tua stessa fila di scomodi seggiolini, ma dal lato diametralmente opposto, e in mezzo a voi conti uno due tre quattro cinque vuoti a perdere. Uno due tre quattro cinque secondi che scivolano via col giro costante delle lancette. E siete tu, lui e il tempo che non riesce a muoversi.

06. Scandire il tempo.
- Uno, due, tre, quattro! – dice il mister, e continua fino a dieci mentre tutti vi riposate ed osservate Zlatan saltare una, due, tre, quattro volte fino a dieci. C’è stato un momento di tensione che non è veramente esploso, l’avete notato tutti lo stesso, però. Zlatan voleva smettere di allenarsi prima degli altri, il mister ha detto no, Zlatan ha insistito, il mister ha ripetuto no, Zlatan l’ha mandato a quel paese fra i denti, il mister ha cominciato a contare e Zlatan, con la naturalezza dell’abitudine, ha cominciato a saltare ostacoli. Uno, due, tre, quattro volte fino a dieci.
Mario guarda la scena con aria apparentemente impassibile, e tu gli senti scorrere addosso tutti i brividi d’inquietudine che non riesce ad esprimere a parole e, per un attimo, maledici lui per essere sempre così dentro di te da farsi sentire in ogni istante, e te stesso per essere così dannatamente suo da non essere capace di buttarlo fuori a calci come meriterebbe. Anche se non hai idea di cosa significhi tutto questo.
- Uno, due, tre, quattro! – ricomincia il mister. “Uno, due, tre, quattro”, ripeti tu nella tua testa, e sfiori un braccio di Mario così casualmente che lui quasi non se ne accorge. E siete tu, lui e il tempo di un’altra coppia che volge al termine.

07. Flashback.
«Non ci credo!» Davide ha i capelli lunghissimi, rispetto all’ultima volta che l’hai visto. Gli corri incontro e glieli scompigli, lui si arrabbia e ti manda a cagare, ma ride e ricambia l’abbraccio in cui l’avvolgi meno di due secondi dopo, proprio lì in mezzo al campo.
«Voi due in stanza insieme» stabilisce il mister passandovi accanto, «E se vi sento cazzeggiare fino a tardi vi piazzo nei due punti più distanti del residence, giuro sui miei figli.»
«Che padre severo devi essere» si intromette Zlatan, passandogli accanto e tirandogli una mezza spallata – cose che si permette di fare solo lui, nessun altro. Tu e Davide ridete mentre il mister si mette a lanciare a Zlatan improperi irripetibili in portoghese, e poi torni a guardarlo, il sorriso ancora aperto sulle labbra.
«Quindi ti sei fatto notare!» ti congratuli, cominciando a camminare verso il centro del campo. Davide annuisce docile.
«Spero di fare bene, il mister mi sta dando un sacco di fiducia.»
«Ti darò una mano io» lo rassicuri immediatamente, e quando lui ti sorride tu deglutisci a stento.
 
Ora lo guardi e hai difficoltà a dirgli che hai paura di averlo perso fra un silenzio e l’altro. E siete tu, lui e il tempo di un tempo che al tempo d’oggi non ritorna.

08. Lancette ferme.
Questo stupidissimo orologio non ha la lancetta dei secondi. Te ne accorgi solo dopo una quantità imprecisata di tempo che stai lì a guardarlo con aria afflitta. Eri partito con l’intenzione molto seria e motivata di stare lì a contare ogni singolo secondo da quando Mario è uscito al momento in cui ritornerà, ma senza lancetta dei secondi è impossibile, e d’altronde i minuti passano così lenti che la lancetta lunga sembra immobile nello stesso posto da ore. Insomma, non sai che fare, ti senti sempre più idiota e sei immerso nei casini fino al collo, perché Mario ha bisogno di parlare, perché tu hai bisogno di parlare, perché il mister è nervoso e quando è nervoso lui sono nervosi tutti e soprattutto perché stai cominciando a sentirti solo e a chiederti se non sarebbe stato meglio andarsene all’estero quando te l’hanno proposto, anni fa, piuttosto che ficcarsi in quel casino bicolore che è l’Inter e dalla quale sembra che non si riesca a venire fuori facilmente neanche se lo vuoi con tutte le tue forze – e il calvario di Zlatan, che poi è il calvario di tutti, ne è l’esempio più lampante.
Mario torna in camera ed ha gli occhi cupi e tristi. Non vuole parlare, non è serata, i segnali del suo corpo sai leggerli anche se lui non li traduce in lingua, perciò lasci perdere. E siete tu, lui e il tempo che delle vostre attese se ne frega.

09. Ora esatta.
Chissà perché, le notti americane le avevi immaginate diversamente. I locali, le donne – le donne? Sì, magari anche loro, per scacciare via l’ombra di due occhi che di femminile non hanno proprio niente – l’alcool, ballare fino alle cinque del mattino e via così, o comunque qualcosa del genere. Sì, naturalmente avevi messo in conto gli allenamenti sfiancanti, e d’altronde non è che pensassi di andar fuori ogni notte e tornare ogni volta all’alba, ma c’è differenza fra l’uscire un sacco e il non uscire affatto, e da quando sei lì in pratica non sei uscito affatto, anche perché il mister è isterico e si mette a ringhiare ogni volta che qualcuno fa tanto di disobbedire a un ordine anche solo pensato, figurarsi espresso chiaramente. E “Non fate cazzate”, per quanto possa sembrare vago, può essere un ordine incredibilmente restrittivo.
Una porta sbatte in corridoio, la voce di Zlatan inonda tutto il residence svegliando probabilmente chiunque, ma lo svedese se ne frega. “Non ne posso più di te,” urla, “vaffanculo!”, e poi i suoi passi svelti e pesanti si perdono, ovattati dalla moquette che riveste il pavimento del corridoio.
Deglutisci e fissi il soffitto.
- Che ore sono? – chiedi a mezza voce. Davide è sveglio, si volta su un fianco e ti dà le spalle.
- L’ora di dormire. – risponde. E siete tu, lui e il tempo che si prolunga silenzioso ancora per un’altra notte.

10. Ingranaggi malfunzionanti.
- Questo dannato coso – cominci, girando la vite dell’orologio da polso con rabbia crescente, - non funziona più, fanculo!
Lui ti sta guardando già da un po’, e continua a farlo anche adesso, mentre slacci la fibbia e te lo rigiri fra le mani, incerto sul da farsi.
- Ne comprerai un altro. – prova a suggerire, e tu sai che la sua voce non vorrebbe venire fuori così dannatamente supponente e fredda, ma è così che viene, come se non gliene fregasse un accidenti. E non è vero per niente che non gliene frega un accidenti, lo sa che-
- È un regalo di mio nonno. – ringhi offeso, e nei suoi occhi c’è scritto “appunto, Dade, lo so che è un regalo di tuo nonno, mi dispiace, non avrei dovuto suggerirti di disfartene”, ma non ti basta che ci sia scritto, tu vorresti che li esprimesse ad alta voce, questi pensieri, perché in un certo senso sai che ti sentiresti meglio, se solo lui allungasse un dannato braccio e ti stringesse contro di sé e ti consolasse perché il tuo dannato orologio cui tenevi dannatamente non funziona più. E invece niente.
- Magari lo portiamo-
- Vaffanculo. – tagli corto, alzandoti e allontanandoti subito dopo. E siete tu, lui e il tempo che palesemente non funziona più nemmeno lui.

11. Tempo che non passa mai.
Sarebbe più semplice, forse, venire fuori da tutto questo casino indecente, se solo l’aria intorno a voi fosse distesa e respirabile. Non lo è, in parte perché non si capisce ancora bene se Zlatan andrà o meno e in parte perché, che lui vada o meno, non è tanto una cosa davvero decisiva: voi non vorreste lasciarlo andare – nessuno in squadra vuole – e il mister è appena entrato nella fase di elaborazione del lutto che affonda nell’apatia e nel silenzio, e questo non mette nessuno nelle condizioni migliori per affrontare quest’addio. Vorresti dire al mister che è un po’ in anticipo sui tempi, che Zlatan è ancora qui e lui potrebbe anche fare a meno di farsi odiare in maniera così violenta per quest’atteggiamento da fidanzata tradita che sta adottando nei confronti di uno che decisamente non è il suo fidanzato e soprattutto, anche nel caso si trasferisse a Barcellona, non avrebbe comunque tradito nessuno. Ma eviti, perché hai già abbastanza casini senza aggiungerci il mister incazzato che ti urla in testa. E Davide continua a non parlare, e continua ad evitarti, e a volte tu vorresti prenderlo per le spalle, schiantarlo contro un muro e costringerlo a dire tutto – o non dire niente, non sai deciderlo, in questo momento – e invece non fai niente. Niente di niente. E siete tu, lui e il tempo che non passa mai.

12. Perdere il senso del tempo.
Mario ti è addosso senza preavviso, nel corridoio deserto alle quattro del mattino, ed è tutto molto più incasinato di quanto possa sembrare ad una prima occhiata. Hai sentito Zlatan urlare ancora, stavolta però urlava anche il mister, la porta che ha sbattuto sembrava quella di una stanza diversa dalla solita, e sei uscito a controllare, più che per spirito d’avventura, perché non riuscivi a tollerare oltre il silenzio pesantissimo che gravava su di voi, in camera vostra. Mario però deve averti seguito, e ora ti trovi pressato fra il suo corpo e la parete e non riesci a capire se sia un bene o un male – e comunque è bellissimo. Le sue dita scure e forti sono strette attorno ai tuoi polsi e t’inchiodano al muro senza lasciarti neanche una minima possibilità di scampo. Guardi i suoi occhi, i suoi lineamenti tesi, le sue labbra un po’ umide e dischiuse, in cerca del coraggio o della voglia per dirti qualcosa – o semplicemente in cerca di qualcosa da dire – e ti ci perdi. Ti ci perdi senza ritorno. E, fino a quando il mister non viene fuori dalla propria stanza e vi manda a dormire urlandovi in testa di tutto, siete tu, lui e il tempo solo vostro di un paio di labbra sfiorate quasi per sbaglio.

13. Macchina del tempo.
Se solo avessi una macchina del tempo, ti piacerebbe riportare la tua vita al momento in cui, dopo la prima amichevole disputata in Danimarca, hai preso il cellulare in mano e poi ti sei detto “va be’, lo chiamo più tardi”. È stupido e ridicolo, ma vorresti farlo lo stesso. Probabilmente, invece di seguire i ragazzi nella prima uscita serale del ritiro, avresti passato l’intera serata al telefono con Davide, a sentirlo lamentarsi di quanto si annoiasse in campagna coi suoi, i nonni e i due milioni di cugini piccoli che lo idolatrano che ha, e avresti riso, e no, non avresti legato coi ragazzi come invece hai fatto, d’accordo, ma almeno non avresti perso lui. Magari il miracolo si sarebbe ripetuto sera dopo sera e all’ultimo giorno gli avresti detto “Sai che quando torno in Italia vado a Palermo per un po’? Ho affittato una villa in un paesino di mare lì vicino, ti piacerebbe. Perché non mi raggiungi?”, e Davide avrebbe detto sì. E… probabilmente fra voi non sarebbe cambiato assolutamente niente, d’accordo, ma almeno la situazione non si sarebbe esasperata quanto invece è esasperata ora – come se ci fosse bisogno di ulteriore esasperazione in una squadra che ne ha già abbastanza da venderne agli altri a una miseria al chilo.
E invece no, non sei stato abbastanza attento né furbo né saggio, e ora la situazione è quella che è. E tu hai sulle labbra il sapore delle sue, di labbra. E siete tu, lui e il tempo che indietro non ritorna, mai.

14. Guardando al futuro.
- Sarei felice se tu riuscissi a non avercela con me- sarei felice se ci riusciste entrambi. – Zlatan scandisce bene le parole e, dal modo in cui le fa scivolare sulla lingua, mentre parla con Mario prima e si rivolge a entrambi poi, sembra quasi che voglia gustare le lettere una ad una, come fai sempre quando stai assaggiando qualcosa della quale sai che non ritroverai il sapore per molto tempo a venire. Cercando di imprimertelo sulla lingua e di riportarlo alla memoria ogni volta che puoi, per riprovare le stesse sensazioni che ti hanno investito in pieno la prima volta che l’hai assaggiato. Come fai tu col sapore di Mario.
 Lo ascolti, sì, ma non riesci davvero a star dietro al senso del suo discorso, perché Mario è come sempre al centro di quell’unico discorso che svolgi tu da solo col te stesso che c’è nella tua testa. Quello che sta cercando di capire cosa diavolo stia succedendo a te, a lui, a voi.
Zlatan andrà via fra pochi giorni – forse addirittura poche ore. Tu guardi Mario che lo fissa con aria persa, dalusa, addolorata, e ti chiedi perché faccia più male la sua espressione che non le parole di addio che ora Zlatan vi sta rivolgendo.
- Per sempre, - vi dice, - voi sarete sempre i benvenuti nella mia casa, ovunque sia. – e vi abbraccia con forza, entrambi. Tu e Mario non siete stati più così vicini da quella notte in corridoio. Non è questo che dovrebbe turbarti tanto, ma è questo che ti turba, e Zlatan è solo un profumo piacevole e conosciuto che vi avvolge e che presto smetterete di sentire. E resterete come sempre solo tu, lui e il tempo da qui in avanti.

15. Vivere nel passato.
Non ti curi di come ti trovi Davide quando entra in camera. Sei seduto sul letto, hai la testa fra le mani e stai piangendo come un bambino idiota. Non è la prima volta che ti succede – anzi, è almeno la seconda, di nuovo a causa di Zlatan, e speri che almeno a questo giro la notizia non faccia il giro del mondo. Anche perché c’è differenza fra il piangere per frustrazione, in seguito ad un rimprovero aspro ma giusto, e il piangere di tristezza e nostalgia in vista di un addio che non ti senti pronto a dare.
- Mario! – ti chiama Davide, allarmato, e per tutta risposta tu singhiozzi più forte e nascondi la testa fra le ginocchia, facendoti minuscolo come non credevi fosse più possibile da quando hai cominciato a metter su un po’ di muscoli. – Mario… - ripete lui, e il secondo dopo ti sta già abbracciando, e tu hai nello stesso momento un assaggio di ciò che eravate prima e un assaggio di quello che potreste essere adesso se tu non fossi stato così stupido da danneggiare con le tue stesse mani la cosa più bella che avevi. Perché eravate questo, tu e Davide, sempre appiccicati, sempre uniti, sempre vicini. E potreste ancora esserlo, se tu avessi usato il dannato telefono come mille volte ti eri ripromesso di fare.
E non capisci se ciò che vuoi sia tornare indietro o riavere adesso ciò che avevi allora, ma due mesi non li cancelli con un solo abbraccio, due mesi di silenzio non li riempi con un pianto soffocato sulla spalla di un altro, nemmeno se quella spalla è la spalla di Davide.
Nel silenzio della stanza, fra i tuoi singhiozzi, siete tu, lui e il tempo immobile di ieri, che però vive ancora solo dentro di te.

16. Indietro nel tempo.
Mario non si sta allenando – se è per questo nemmeno Zlatan. Tu stai cercando di fare il possibile – salti corri scatti, Julio dall’altra metà del campo ride e ti chiede “ma non ti stanchi mai?”, e tu ti mordi la lingua con forza per non rispondere che invece sei stanco, sfiancato, esausto, distrutto, ma che se ti fermi adesso hai l’impressione che non riuscirai più a muoverti. E siccome indietro non si torna, siccome non puoi riportare indietro il tempo, siccome non puoi farlo per te, siccome non puoi farlo per Mario, siccome sei obbligato a vivere adesso, che è un momento schifoso e fa male se solo ci pensi, allora ti muovi di continuo, come fossi posseduto, e non ti fermi un attimo. E la stanchezza è irrilevante.
Fai un altro giro di campo, Mario resta immobile seduto su una panchina, José resta immobile vicino all’entrata degli spogliatoi e Zlatan si allontana da lui per cominciare ad allenarsi. Mario lo adocchia e poi torna ad abbassare lo sguardo. Nella tua testa, restate tu, lui e i vostri tempi che non s’incontrano più.

17. Orologio da polso.
Lo noti all’improvviso, assolutamente per caso. Davide sta rifacendo il letto anche se non dovrebbe, perché tanto poi ci pensano le cameriere e questa è una cosa alla quale lui non riesce ad abituarsi, tant’è che ogni mattina rifà il letto anche in Pinetina. Comunque è là che maneggia le lenzuola, le tira, le stende, elimina le pieghe, le rassetta, prende un po’ a pugni il cuscino per gonfiarlo, e tu lo noti. La traccia dell’abbronzatura mancata sul suo polso – la traccia dell’orologio che s’è rotto, quello di suo nonno, quello che Davide ha conservato e non usa più. Ti allunghi a stringere quel polso sottile fra le dita, Davide si volta e ti guarda dall’alto. Sei seduto, lui è in piedi ma il tuo tirartelo contro lo costringe a piegarsi un po’. Eppure non lo stringi fra le braccia, anche se vorresti. Tutto ciò che fai è tenere quel polso fra le dita e guardarlo, seguire il cambio netto di colore da un centimetro di pelle all’altro e poi posarvi sopra le labbra.
Il brivido che scuote Davide quando lo sfiori, è lo stesso identico che scuote te. Siete ancora voi, tu, lui e il tempo che per un istante torna a farsi unico.

18. Sveglia inopportuna.
Ti prende quasi un mezzo infarto quando la sveglia di Mario suona. Ti rigiri con forza fra le lenzuola sperando che, svegliandosi, lui non si accorga del fatto che tu invece eri sveglio e lo guardavi da ore, cercando di trovare un senso a voi ed a quello che provi quando gli posi gli occhi addosso. Non è semplice, perché non sei sicuro che sia quello che pensi potrebbe essere. E ti senti stupido a non riuscire a parlare chiaramente nemmeno con te stesso, ma ci sono parole che sembrano troppo grandi anche se non hai il coraggio di pronunciarle ad alta voce.
Mario sospira profondamente e si alza in piedi. Tu cerchi di farti minuscolo e immobile, chiudi le palpebre con tanta forza che cominciano a farti male.
- Davide. – ti chiama lui. Ed è serissimo.
Siete tu, lui ed il tempo di muovere il culo e parlare.

19. Con il passare del tempo.
“E invece no”, è la prima cosa che pensi quando, nel momento stesso in cui apri bocca per dire tutto a Davide – tutto, poi. Non sai nemmeno tu cosa. Tutto e basta, probabilmente – Deki spalanca la porta e vi apostrofa entrambi con uno sbrigativo “ragazzini, di sotto. Il mister vuole parlarci”, e si prende una pausa, prima di aggiungere “di Ibra”.
Deki è sparito un secondo dopo, tu e Davide invece siete ancora lì, immobili come foste fatti di pietra. Ti volti a guardarlo e Davide ti ricambia l’occhiata col tuo stesso identico sconcerto. Ti osserva mentre ti inumidisci le labbra e deglutisci a fatica.
- Possiamo parlarne dopo? – scolli con evidente difficoltà, e il “sì” stentato di Davide non viene certo fuori meno meccanico o più rilassato.
Meno di due minuti dopo vi state già scapicollando giù per le scale verso la mensa. Tu, lui e il poco tempo che resta prima della fine di un sogno.

20. Orologio dal vetro rotto.
Pochissime parole, un discorso sobrio, la mensa è assolutamente silenziosa, eccezion fatta per la voce del mister che, col solito tono lento e strascicato, quasi monocorde, spiega brevemente i fatti e le loro conseguenze. Ibra va in cerca di nuove esperienze, Ibra è convinto che il Barça sia la soluzione migliore per lui, Ibra vuol bene a tutti e a Milano sta bene – con loro sta bene – non è per i dissapori che se ne va, dissapori non ce ne sono – “Mister, ma litigavate spesso” vorresti dire, solo che sai che i dissapori ci sono stati perché Ibra voleva andare, non per altro, ne sono stati una conseguenza, non la causa – insomma, Ibra parte, salutatelo tutti, dopo pranzo va via.
C’è una lunga processione di abbracci, subito dopo. Ibra si scusa, Ibra sorride un sacco ma i suoi non sono sorrisi fastidiosi, si vede che è un po’ triste, però si vede anche che è molto più che felice di andare, perciò tu proprio non ci riesci a restare a guardare, e sali in camera. Apri il cassetto del comodino e tiri fuori l’orologio del nonno, non sai perché lo fai, forse vuoi solo vedere se per caso ha ripreso a funzionare, così, da solo, senza aiuto – hai bisogno di sapere che è possibile, che a volte le cose si aggiustano senza doverle per forza rimetterle in sesto, per una specie di miracolo. Ne hai davvero bisogno, ma ovviamente non c’è nessun miracolo di cui gioire, l’orologio è ancora rotto e le lancette ancora immobili.
Qualcuno apre la porta e tu ti spaventi – credevi fossero tutti giù e forse stavi un po’ per concederti un pianto – l’orologio ti cade di mano, provi a prenderlo ma l’unica cosa che ti riesce di fare è dargli un colpo più forte che lo manda a schiantarsi col quadrante contro lo spigolo del comodino. È in frantumi due secondi dopo, e tu lì accanto che piangi come un bambino deficiente mentre Mario ti si china addosso e ti stringe e ti culla e ti sussurra cose che non capisci, ma non importa, non davvero. Siete tu, lui e il tempo che intendi ritrovare, costi quel che costi.

21. Se fossi un orologiaio.
- Se fossi un orologiaio, te lo sistemerei io. – non lo sai perché stai qui a sussurrargli tutte queste cose, tu eri salito per dirgli che Zlatan non se la sentiva di partire senza salutarlo un’ultima volta, e invece l’hai trovato lì con quei lacrimoni nascenti negli occhi e l’orologio in mano e ti si è stretto il cuore in una morsa devastante. – Te lo rimetterei subito in moto, ma non sono capace. – continui a sussurrare cullandolo avanti e indietro, - Non so se da me ti aspetti delle soluzioni, Dade, io non ne ho. – e lo baci lievissimo su una guancia, assaggiando in punta di lingua il sale delle sue lacrime, - Mi dispiace farti stare così, mi dispiace essere un coglione e mi dispiace avere rovinato tutto. Eravamo una bella squadra, io e te, prima, mi dispiace che ora sia tutto diverso, mi di- - e non riesci a concludere la frase, perché Davide solleva il viso e cerca le tue labbra, e dopo un’incertezza minuscola, dettata dalla vista appannata dal pianto, le trova anche. Le sfiora con le proprie in uno strofinio appena accennato, e poi le schiude. E siete tu, lui e il nuovo sapore del tempo sulla lingua.

22. Ingannare il tempo.
Sai di essere in condizioni pietose – senti la pelle delle guance tirare attorno alla traccia delle lacrime ormai secche sul tuo viso – e sai che quando tutto questo dramma sarà passato, quando anche gli altri staranno meglio e non saranno costretti a distogliere lo sguardo per evitare di stare troppo male di fronte alla schiena di Zlatan che si allontana verso l’uscita, in molti ti prenderanno in giro per questa sceneggiata da ragazzina, per il modo in cui ti aggrappi al collo di uno svedese che vorresti riuscire a chiamare traditore e che invece non riesci a vedere come niente di diverso da un amico che va via. Semplicemente.
Mario sta in disparte, lui Zlatan l’ha già salutato, e inganna il tempo giocando distrattamente coi lacci della tuta che pendono sul davanti, sciolti e un po’ rovinati in punta, perché lui ce l’ha per vizio questo giochicchiare continuo con tutto ciò che lo circonda, finisce sempre per sgualcire tutto – e tu lo sai bene, perché a forza di giocare Mario ha sgualcito anche te.
- Stammi bene, bambino. – ti  sussurra Zlatan, lasciandoti andare, un po’ commosso, - E prenditi cura di quel teppista, ne ha bisogno. – conclude, accennando a Mario con un breve movimento del capo. Tu sorridi ed annuisci, poi guardi Mario. E siete tu, lui e il tempo che forse non è vero che una volta perso è perso per sempre.

23. Lotta contro il tempo.
Te ne ricordi a metà delle scale.
- Cazzo! – sbotti, e sali al piano di sopra di volata, Davide che ti viene dietro cercando di mantenere il tuo passo e ti chiede di fermarti, perché che cazzo potrai avere di così importante da fare ora e subito che non possa aspettare che lui si sia un attimo ripreso e possa correrti alle spalle senza per forza dovere inciampare ovunque perché ha ancora gli occhi pieni di lacrime e non riesce a vedere tutto perfettamente?!
Comunque tu non lo ascolti, o se lo ascolti prendi appena nota dell’esistenza delle sue rimostranze, entri in camera e ne esci con un pacchetto, perché hai comprato a Zlatan un regalo – una cosa idiota, un cappellino in caso dovesse sentire freddo, è una cosa così stupida che ti senti deficiente tu stesso, adesso che lo tieni in mano – e ci tenevi a darglielo prima che partisse, naturalmente.
Quando esci dalla stanza col pacco stretto al petto, quasi investi Davide che, nel voltarsi per ricominciare a correrti dietro, ti manda anche a fanculo di cuore, e hai perfino il tempo di sorridere perché per un attimo ti sembra tutto esattamente com’era due mesi fa, ma è un sorriso che si spegne subito in una smorfia scioccata quando arrivi alla hall e ti fermi un attimo prima di essere scoperto e interrompere quello che sembra l’ultimo saluto del mister e di Zlatan.
Stanno l’uno di fronte all’altro e tu li guardi fissi col respiro di Davide che ti accarezza il collo.
- Mi mancherai. – dice il mister, la voce soffice, uno strascico di tristezza lungo come il velo di una sposa.
- …anche tu. – risponde Zlatan. Ed allunga una mano a stringergli un fianco. E mentre il mister fa lo stesso tu li osservi baciarsi e ti volti immediatamente, il regalo ancora premuto contro il petto e Davide che ti guarda con gli occhi ancora umidi spalancati. Tu, lui e il tempo di altre due persone che torna solo tempo e si perde nel passato.

24. I segni del tempo.
- La tua pelle s’è fatta più chiara. – Mario te lo sussurra appena vi chiudete la porta alle spalle. Ha ancora quello strano pacchetto fra le mani, cerca un posto dove lasciarlo e poi lo lancia di peso sul letto, scrollando le spalle come a stabilire che se ne occuperà più tardi. Tu, comunque, non hai capito cosa intende.
- Mh? – chiedi quindi, cercando i suoi occhi. Lui la tua occhiata la ricambia subitissimo, non ti obbliga ad aspettare neanche un secondo.
- Quando siamo tornati dalle vacanze, eri abbronzatissimo. Quello – spiega, indicando il tuo polso in un gesto distratto, - si vedeva un sacco. Adesso non si nota quasi più.
Sollevi il polso all’altezza del petto, noti la striscia di pelle più chiara dove un tempo portavi l’orologio del nonno e ti inumidisci le labbra.
- È passato già così tanto. – sospiri un po’ affranto, perché a fare il conto dei giorni perduti ti senti quasi girare la testa.
Mario ti è vicino il secondo dopo. Mario ti sta baciando che non è nemmeno  passato un minuto. E siete tu, lui e il tempo dei vostri gesti che detta un nuovo ritmo al vostro respiro.

25. Cassa di un orologio.
Mentre lo baci con la lentezza esasperante di tutte le prime volte più spaventose della tua vita – la prima volta che hai fatto il bagno al mare e avevi paura di annegare, la prima volta che hai visto i tuoi veri genitori e hai avuto paura di non poter resistere alle lacrime, e così via – capisci una cosa molto semplice, di te e di Davide, e probabilmente anche di tutto il resto del mondo: la vita e la scansione del tempo coincidono. Ogni vita è la cassa di un orologio, e se stai zitto, se non ti muovi, l’unica cosa che senti è il costante ticchettio delle lancette che annunciano il trascorrere del tempo nella tua immobilità. La dinamica annulla il trascorrere del tempo non perché quello smetta effettivamente di passare, ma perché tu smetti effettivamente di sentirlo.
Davide mugola fra le tue labbra, tu ti allontani e lo lasci libero di respirare. Lo guardi – gli occhi chiusi, le gote arrossate, anche se non capisci più se dalle lacrime di prima o dall’imbarazzo di adesso – e sorridi. Siete tu, lui e l’idea assurda del dover trovare il tempo di respirare fra un bacio e l’altro.

26. Spezzare le lancette.
Se servisse a concedervi un per sempre prolungato all’infinito in questo preciso momento, spezzeresti a mani nude tutte le lancette di tutti gli orologi di tutto il mondo intero. Ci sono cose di cui si comprende il valore col tempo, ci sono cose di cui si comprende il valore solo quando le perdi, ce ne sono altre di cui comprendi il valore solo quando finalmente le ottieni, e per te e Mario queste possibilità si sono verificate tutte assieme. Hai capito che era importante man mano che andavi conoscendolo, hai capito quanto era importante quando l’hai perduto ed hai capito come era importante quando finalmente l’hai ritrovato. Sulle labbra, sulle guance, sul collo e in qualsiasi altro posto.
Mario scende a baciarti l’osso sporgente e appuntito del fianco, tu lo guardi con imbarazzo ma non vuoi fermarlo. Tu, lui e il tempo di crescere.

27. Senza tempo.
Non sai quanto tempo passi dal momento in cui smetti di baciare ogni singolo centimetro del suo corpo e ti sistemi fra le sue gambe, esitando appena. Davide solleva le braccia e pianta le mani sulle tue spalle, stringe così forte che non potresti ignorare il suo terrore neanche volendo. Cerchi di rassicurarlo accarezzandogli lento i fianchi, la vita, le cosce, ti prendi il tuo tempo, te lo prendi tutto, non c’è fretta. Non lo vuoi solo perché lo vuoi, lo vuoi perché volerlo ha un significato ben preciso che va oltre il semplice desiderio fisico. Ci hai messo un po’ a capirlo, e sorridi nel realizzarlo mentre ti avvicini ancora e lui ti fa posto, mordendosi il labbro inferiore in previsione di un dolore che ancora non prova ma di certo presto proverà. Tu, lui e la calma placida del tempo che vi aspetta.

28. Orologio da taschino.
“Le cose care al cuore,” dice sempre il nonno, ed è assurdo che tu ci stia pensando in questo momento, ma tant’è, “vanno tenute strette al cuore. Ecco perché il mio orologio non lo porto mai al polso, ma sempre qui dentro”, e indica il taschino del gilet. “Ma nonno, quello è un orologio da polso, non da taschino”, rispondi sempre tu, e lui, ogni singola volta, scrolla le spalle e risponde che non importa, che il punto non è cosa qualcosa sia ma cosa quel qualcosa rappresenti per te. Lo capisci solo adesso, quello che intendeva il nonno. E stringi Mario forte al petto mentre lui entra pianissimo dentro di te, lento come una tortura, e senti il bisogno di ringraziare qualcuno, ma non c’è nessuno a parte lui, perciò quel ringraziamento glielo lasci scivolare fra le labbra quando vi baciate per quella che sembra la centesima volta. Lui non ti chiede perché lo stai ringraziando, e la verità è che tu stai ringraziando tutto il mondo per averti permesso di riaverlo indietro, quindi è più giusto che Mario non risponda. È più giusto che Mario non dica niente. È più giusto che torni semplicemente a baciarti e basta. È più giusto che siate semplicemente tu, lui e il tempo che conta, e comincia a contare proprio quando smetti di contarlo.

29. Tempo scaduto.
- Tempo! – urla il mister da bordocampo, e tu finalmente ti fermi, ansimando e piegandoti in avanti, le mani poggiate sulle ginocchia nel tentativo di riprendere fiato.
- Schiavista. – borbotta Matrix passandoti accanto e sfilando la maglietta con urgenza, l’umidità che vi si appiccica addosso e si fa insopportabile.
- Caldo? – chiede Davide fermandosi accanto a te e spintonandoti appena con un fianco. Ridi, rimettendoti in piedi e tirandotelo contro mentre tutto intorno a voi si solleva il solito coro di “oh, no, non di nuovo” e il mister si mette a berciare che questa è una squadra di calcio, non il distaccamento milanese dell’Arci Gay in trasferta a Pechino, “perciò ricomponetevi, ragazzini, che non ce l’avete il posto in squadra solo perché siete carini e teneri, d’accordo?!” e scompare negli spogliatoi tirando bloc notes ovunque, fra le risate di mezza squadra.
- Quanta cattiveria. – vi rimprovera Deki, ma ride anche lui, - Lo sapete che è ancora nervoso per Ibra. – e sì, voi lo sapete, lo sapete anche meglio di quanto non lo sappiano tutti gli altri. E vi dispiace, per certi versi. E per altri sapete che è così e basta e non c’è niente da fare. Siete voi, tu, lui e il vostro tempo appena cominciato.

30. C’è stato un tempo in cui.
C’è stato un tempo in cui non hai chiesto niente. Ce n’è stato un altro in cui hai chiesto e non hai avuto. E poi è seguito il tempo in cui hai smesso di chiedere, perché – visto che comunque non arrivava nulla – perfino parlare ti sembrava uno spreco. Poi è arrivato il tempo in cui Mario ti ha dato tutto e tu non hai avuto neanche bisogno di dirgli come. Senza parole, senza perché, senza fretta e senza paura, siete arrivati al compromesso perfetto – e ora lo sai, che l’amore è fatto di questo. Non c’entrano i bronci, non c’entrano le pretese, per certi versi è un gioco di domanda e offerta: ci sono cose che puoi dare e cose che non puoi dare. Quando il numero delle cose che non puoi dare supera quello delle cose che sei disposto a concedere, forse è il caso di andare via. Probabilmente è questo, quello che è successo fra Zlatan e il mister.
Ma tu non lo sai e al momento non è nemmeno importante: a te e Mario non è successo e ci sono momenti in cui l’amore per forza di cose deve essere egoista. Al mister passerà. Tu speri che a te non passi mai. Per Mario è lo stesso. Tu, lui, il tempo passato, il tempo presente, il tempo futuro e il tempo stesso.
Genere: Erotico, Romantico.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Lemon, PWP, Slash.
- Di un battesimo mancato, di una cravatta che non si annoda e dell'importanza di risolvere le diatribe coniugali prima che diventino troppo pericolose.
Note: Questa zozzata nasce dal desiderio di vedere Mario in abito XD E dal fatto che questo ragazzo con suo nipote è di una dolcezza unica. Prove del primo fatto qui, prove del secondo fatto qui. E non ho veramente nient’altro da dire se non che doveva andare in tutt’altro modo ma a un certo punto Mario ha deciso da solo lo svolgimento dei fatti ed io non ho potuto che essere d’accordo con lui in toto XD
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Necktie


- Com’è che ti sei vestito così?
Mario registra appena sia il tono incredulo e curioso di Davide sia la domanda che gli viene posta. È tanto concentrato sul nodo della cravatta che non si decide a venir fuori come Dio comanda, in realtà, che il contenuto stesso della domanda gli sfugge, così come gli sfugge la presenza di Davide in camera e tutto un altro milione di cose – gli uccellini che cinguettano sul tramonto della Pinetina, Zlatan che insegue Maxwell che gli ha rubato la fascia per capelli, il Mister che se li vede passare davanti mentre risistema gli appunti di domenica ed urla ad entrambi di piantarla di fare i ragazzini e il resto del milione di cose che non può permettersi di prendere in considerazione al momento, perché appunto il nodo della cravatta insiste a non venir fuori come Dio comanda e non ci tiene per niente ad andare al battesimo di Giacomo presentandosi in modo meno che perfetto, altrimenti sua madre urlerà, suo padre urlerà ed anche Corrado urlerà, e lui non ha la benché minima intenzione di mettersi lì a sopportare urla quando tutto quello che gli interessa, a dirla proprio tutta, è andare, stritolare un po’ il ranocchietto e poi tornarsene in Pinetina per dormire fino a domani.
- Mà? – ripete Davide, avvicinandoglisi, e Mario ringhia perché il nodo si sta incastrando e se lo stronzo lo farà, se si incastrerà, lui manderà a fanculo tutto, si strapperà i vestiti di dosso ed al dannato battesimo ci andrà in maglietta rosa e bermuda. ‘Sticazzi al prete ed a Corrado. – Oh! – lo richiama un’altra volta il ragazzo, tirandogli una spinta ben poco amichevole contro la spalla, - Ma che è, adesso mi ignori?
- Mhn? – è l’intelligente quanto pregnante contro-domanda di Mario, quando l’insistenza di Davide gli impedisce di continuare a concentrarsi solo sulla propria immagine riflessa, - ‘Cazzo hai?
- ‘Cazzo ho, mi chiede. – borbotta Davide con un broncio contrariato, - È mezz’ora che ti chiedo com’è che ti sei vestito così, e tu non mi caghi.
Mario risponde con un’occhiata perplessa, inarcando un sopracciglio e grattandosi il lobo di un orecchio – il brillante che risplende e appare e scompare fra le sue dita scurissime.
- Non te l’ho detto che è nato il figlio di mio fratello?
- Sì che me l’hai detto. – continua a borbottare Davide, le braccia incrociate sul petto, ancora offeso, - Ma non capisco cosa c’entra questo con te vestito così. – e mentre lo dice distoglie lo sguardo, come non riuscisse a fissarlo oltre.
- Dà, ma sei ancora rincoglionito dalla notte? – chiede perplesso, - Te ne ho parlato, del battesimo. Come credi che dovrei andarci, in infradito e costume da bagno?
Davide sembra ricordare il piccolo particolare del battesimo solo in quel momento, in effetti, e Mario ha qualche difficoltà a non irritarsi, perché dannazione, lo ascolta quando parla? O quando lo fissa con quegli occhi un po’ persi si sta facendo chissà che filmino, in quella testa, pensando a chissà che ragazza e ignorandolo completamente? E poi sarebbe lui, quello che lo malcaga.
- Quindi oggi non ci sei…? – chiede un po’ incerto, e Mario sospira, roteando gli occhi.
- Non ci sono finché non torno. – risponde seccamente, - Cos’è, devo timbrare il cartellino da qualche parte?
Davide solleva lo sguardo e lo fissa risentito, aggrottando le sopracciglia e stringendo le labbra finché non diventano due linee sottilissime, tanto che sembrano disegnate sul suo viso teso e irritato.
- Perché stai facendo lo stronzo? Ti ho solo fatto una domanda.
- E tu perché stai facendo il deficiente? – risponde a tono, - Le risposte le avevi già.
Davide spalanca gli occhi e si tira appena indietro, offeso.
- Senti, ma vaffanculo! – lo spintona, - Vattene dove cazzo vuoi e non rompere le palle, coglione io che chiedo anche!
Mario rotea ancora gli occhi e sbuffa, andandogli dietro e mandando a fanculo il cazzo di nodo della cravatta, sfilandola in un gesto secco e lasciandola ricadere con una certa rabbia per terra.
- Andiamo, Dà. – cerca di rabbonirlo, ma non sa nemmeno perché lo sta facendo, e in effetti questo traspare dalla sua voce, per nulla convinta: in genere Davide cede, quando lui cerca di calmarlo, ma lo fa perché Mario sembra farlo sempre per il semplice motivo che non gli va di litigare con lui, perché gli vuol bene e tutto il resto. Al momento invece Mario è solo molto annoiato e irritato dalla situazione, perciò cerca di placare Davide solo perché gli pesa il culo a litigare, non perché non voglia davvero farlo. E quindi Davide se ne sbatte i coglioni della sua gentilezza. Non ha cosa farsene. – Dà, per favore, stai facendo il cretino.
- Non so se sono più cretino io o più stronzo tu, - commenta lui con una scrollatina di spalle, lasciandosi ricedere sul letto e recuperando il joystick della Play, allungandosi poi ad accendere la consolle ai piedi del materasso, - comunque non mi interessa. Sarai già in ritardo per il battesimo, no? Vai.
- Stavo cercando di non litigare. – ringhia fra i denti Mario, guardandolo severamente per qualche secondo. Davide scrolla le spalle un’altra volta e si mette a giocare. Non lo degna di una risposta, né di un’altra occhiata. Mario va via sbattendo la porta così forte che la sente perfino il Mister, dal piano di sotto, e Davide lo ascolta per un po’ sbraitare al vento di come i ragazzini non abbiano rispetto di niente, lanciando a caso minacce di ogni tipo prima di rendersi conto che no, Mario non lo sta ascoltando, ed anzi è già uscito, perciò ha ben poco da minacciare.
Sospira pesantemente mentre l’arbitro, sullo schermo, fischia. La partita comincia. Davide non la guarda. Perde tre a zero e, quando ne comincia un’altra, sa già che la storia continuerà a ripetersi per tutte le ore che lo separano dal ritorno di Mario. Solo che di ore non ne passa nemmeno mezza, per il semplice fatto che, una ventina di minuti dopo, la porta della stanza si spalanca e Mario è lì sulla soglia che lo fissa come volesse ammazzarlo, ansimando un po’ perché – Davide può scommetterci – ha fatto tutte le scale di corsa per raggiungerlo il prima possibile.
- Sono arrivato fino alla fottuta chiesa. – ringhia, chiudendosi poco delicatamente la porta alle spalle, - Sono arrivato fino alla fottuta chiesa, ho fermato la macchina ed ho guardato i miei parenti entrare e chiedersi dove fossi finito. Ho visto arrivare Corrado col bambino, l’ho visto guardarsi intorno con aria preoccupata, ho stretto le mani sul dannato volante e sono tornato qui. – si ferma di fronte a lui, guardandolo con rabbia dall’alto mentre Davide cerca e trova la forza di ricambiare lo sguardo con altrettanta infuriata intensità. – Lo sai cosa vuol dire questo?
- Che sei un coglione? – prova in un grugnito irritato, - O che devi muovere il culo, sennò arriverai in ritardo?
Potrebbe aggiungere qualcosa di altrettanto brillante – o altrettanto stupido – come “oppure hai semplicemente dimenticato la cravatta?”, ma Mario non gli lascia il tempo di fare neanche quello, perché un secondo dopo si è seduto a cavalcioni su di lui, intrappolandolo sotto il proprio corpo e schiacciandolo con tutta la forza del proprio peso sul materasso, premendo le labbra contro le sue più per zittirlo che per baciarlo davvero, tanto che le tiene serrate, ed è Davide a doverle schiudere per primo, accarezzandolo piano con la lingua e sperando che lui risponda nello stesso modo, perché ora vuole sentirlo per bene, il suo sapore, non gli basta più un assaggio.
Mario lo bacia con un impeto tutto proprio – quello che mette in ogni cosa che fa – e Davide chiude gli occhi e si lascia trasportare dal movimento delle sue labbra, dalle carezze della sua lingua e dai gesti spicci e rudi coi quali lo inchioda al materasso, prima stringendogli entrambi i polsi fra le mani e bloccandoli di prepotenza sopra la sua testa e poi costringendolo a schiudere le gambe con un colpetto delle ginocchia, sistemandosi contro di lui – bacino su bacino, stomaco su stomaco, pelle su pelle, e quand’è che si sono spogliati? Non importa – muovendosi lentamente, un po’ per stordirlo e un po’ per torturarlo.
- Significa… - riprende, allontanandosi da lui il minimo indispensabile per prendere fiato, mentre Davide lo guarda con aria un po’ persa, i capelli scompigliati e gli occhi lucidi, - che odio litigare con te. E non potevo stare in mezzo alla mia famiglia, tranquillo a quel dannato battesimo, se prima non chiarivo. Quindi sì, sono un coglione e arriverò in ritardo se non mi sbrigo. – ammette con una mezza risata, - E comunque avevo dimenticato la cravatta.
E lì qualcosa nel cervello di Davide esplode. Qualcosa che da sola motiva tutto il resto – l’attaccamento quasi ossessivo col quale segue Mario, la devozione assoluta con la quale lo guarda, perfino quello scazzo assurdo solo perché non gli sembrava che gli stesse dando abbastanza attenzione – qualcosa che lo porta a sporgersi in avanti e catturare di nuovo le labbra di Mario fra le proprie, come fosse normale, anche quando invece non lo è.
- La cravatta… - borbotta, strattonando i polsi per obbligare Mario a lasciarlo libero di muovere le braccia come preferisce, per stringerlo al collo e seguire in punta di dita la traccia della sua spina dorsale fra i muscoli tesi della schiena, - te la annodo io dopo. Sono bravo. Mi ha insegnato mio padre.
Mario gli sorride addosso, scendendo lungo il suo collo in una scia di baci umidi.
- Non parlarmi di tuo padre in questo momento… - soffia sulla sua pelle accaldata, e Davide vorrebbe protestare e dirgli che lui gli stava parlando di un dannato battesimo, fino a due minuti prima, quindi non ha alcun diritto di fargli la paternale sugli argomenti che sia opportuno o meno trattare in una situazione come la loro, ma le labbra di Mario si serrano attorno ad un suo capezzolo e la sua lingua lo tortura in tocchi piccoli e brevi, e Davide non ci vede più, non sente più niente, non pensa e non riesce nemmeno a respirare: tutto l’intero suo corpo si riduce a quel minuscolo centimetro di pelle che Mario sta baciando. È l’unica parte di lui che al momento abbia importanza.
- Ma… - ansima, inarcando la schiena e ottenendo l’effetto contrario a quello che sperava – voleva allontanarsi e invece si ritrova Mario così schiacciato contro che tutta la superficie del suo corpo si riempie di brividi – Mario, cosa…
- Ah, non ne ho idea. – gli soffia lui da qualche parte sull’ombelico, - Facciamo che non chiedi e ti fidi?
Davide gli lascia scivolare una mano su una guancia, giù fino al mento, e Mario ne segue il movimento, sollevando gli occhi e trovando i suoi, appannati di voglia e un po’ anche di paura.
- Dovrei fidarmi di uno che non sa cosa sta facendo? – chiede in un mezzo sbuffo ironico. Mario piega appena il capo e gli lascia un bacio umido sul palmo della mano.
- No. Dovresti fidarti di me.
Davide vorrebbe dirgli che quello lo fa a prescindere, ma si vergogna troppo, perché quello che prova per Mario lui non l’ha mai provato per nessun altro e non sa come chiamarlo – perché non può essere amore, andiamo, non ci si innamora così, giusto? – e però qualsiasi cosa sia è una cosa forte, è una cosa che gli manda il cervello in confusione, è una cosa che lo fa arrossire. Perciò tace e si fida e nient’altro, mugola appena quando le dita umide di Mario scendono ad accarezzarlo fra le natiche, dapprima solo esternamente, seguendo il contorno dei suoi glutei in tocchi leggerissimi, appena percettibili, e poi più profondamente, cercando spazio attorno e dentro di lui, scavandosi un passaggio nel suo corpo e restando lì, come quello fosse il loro posto naturale. Prendendo atto del lieve fastidio che prova, mentre i suoi sensi sembrano come assopirsi tutti per focalizzarsi più intensamente sui baci di cui Mario gli tempesta le labbra, Davide pensa con distrazione ad una voce che dal passato gli dice che al mondo esistono solo due cose che si incastrano perfettamente: i pezzi dei puzzle e i corpi degli innamorati; sorride lievemente, intenerito, anche se non ricorda chi gli abbia detto quella frase: sua madre, suo padre, forse suo nonno o sua nonna, chissà, non è importante. Aveva ragione, comunque.
- Perché ridi, adesso…? – chiede Mario in un sospiro vagamente confuso, - Mi prendi in giro?
Davide scuote il capo, sistemandosi sotto di lui.
- Pensavo ad altro. – risponde in un soffio, e Mario fa una smorfia offesa.
- Dovrei prenderla come una lamentela? – chiede, mordendogli il labbro inferiore per ripicca, prima di baciarlo ancora. Davide ride appena.
- Prendi me e basta. – suggerisce malizioso, e Mario ringhia sulla sua pelle.
- Sei bellissimo. – gli dice, sistemandosi contro la sua apertura ed esitando a lungo prima di muoversi. Davide arrossisce. Anche Mario è bellissimo, sicuramente più di lui. Si sporge a nascondere il viso nell’incavo del suo collo e si spinge piano contro di lui, come a dargli il via libera che Mario aspettava. È tutto quello che serve al ragazzo per stringergli i fianchi fra le mani, tenendolo fermo, ed entrare dentro di lui, soffocando il suo gemito di dolore fra le labbra in un altro bacio lungo e umido nel quale Davide si perde, cercando di seguire i movimenti del bacino di Mario col proprio nel disperato tentativo di diluire il fastidio nella piacevole frizione della sua erezione contro la sua pancia – Mario è così vicino che Davide confonde i colori delle loro pelli e, per lunghi istanti, non riesce a vederli come fossero distinti, ma li percepisce come un’unica macchia di un colore fatto tutto di mezzi toni, fra scuro e chiaro, fra bianco e nero, fra lui e se stesso, una cosa loro.
- Mario, - lo chiama in un singhiozzo spezzato, - è-
- Ssh. – lo zittisce lui, tornando a baciarlo, - Non… parlare. – respira direttamente dalle sue labbra, muovendosi un po’ più svelto e tenendolo stretto fra le braccia, la voce che si sfuma in un ansito di piacere e nel grugnito affaticato nel quale Davide legge tutta la sua voglia di spingersi più a fondo, nonostante sia cercando di trattenersi.
- Mi dispiace… - mormora, - più di così non-
- Ho detto – lo interrompe Mario, spingendosi a fondo quel tanto che basta da zittirlo davvero, - silenzio. È perfetto così.
Ed è perfetto davvero, anche se fa male, anche se è scomodo, anche se le dita di Mario si chiudono con un po’ troppa forza attorno alla sua erezione, anche se lui non riesce proprio a trovare il giusto ritmo con cui andargli incontro, anche se ogni singolo respiro sembra così faticoso che Davide si sente esplodere i polmoni e il cuore e tutto il resto del petto, anche se Mario si morde le labbra con tanta forza da dare l’impressione di volersele tagliare, è perfetto davvero. È perfetto nonostante tutto ed è perfetto proprio perché è così, perché è doloroso ma è intenso. Ed è molto più intenso che doloroso. L’onda che investe Davide quando viene, mentre ancora Mario spinge dentro di lui, non è solo un orgasmo. È un’esplosione, è una guerra, è la fine del mondo. È tutto quello che aspettava, e lo pensa con forza mentre si stringe attorno a Mario costringendolo a gemere quando viene dentro di lui. E Davide lo sente, un brivido di piacere lo scuote e quella traccia deliziosa è tutto ciò che resta nel suo corpo intorpidito quando Mario si allontana appena ed esce, abbattendosi esausto su di lui, respirando sulla curva della sua spalla, le dita di una mano ancora serrate attorno al suo fianco e le dita dell’altra ancora serrate attorno al suo cazzo.
- Sono... – ansima Mario, sollevando il capo dal suo petto, - …fottutamente in ritardo. – ride.
Davide gli tira uno scappellotto dietro la nuca.
- Niente male come primo commento. – borbotta offeso, guardando altrove. Mario torna a stendersi su di lui ridendo divertito, Davide sente il suo respiro scivolare in brividi lungo la sua pancia e non può che sorridere a propria volta.
- Ehi. – chiede Mario dopo un po’, - La cravatta. – sospira, allungando un braccio verso il pavimento per recuperarla, - Me la annodi tu, giusto?
Davide lascia andare un mezzo ringhio, perché gli dispiace che Mario debba già andarsene ed è l’unica cosa cui riesce a pensare adesso. Dovrebbe pensare ad un altro milione di cose, naturalmente – tra il mister che sbraita qualcosa a Deki e Matrix di sotto e Mario che gli respira addosso e il battesimo al quale arriverà in ritardo, se mai ci arriverà, s’intende – ma tutto ciò cui riesce a pensare è questo. Che gli dispiace che Mario debba andarsene così presto.
- Sì. – sospira, districando le gambe dall’intreccio che hanno formato con quelle di Mario, - E ti ci strozzo, anche. – conclude con una linguaccia.
L’ennesima risata divertita di Mario chiude la questione. E il nodo alla cravatta che fa Davide trenta secondi dopo la sigilla.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Mario/Davide/Carla.
Rating: R
AVVERTIMENTI: Flashfic, Het, Slash, Threesome.
- "Il privè è buio, caldo e claustrofobico."
Note: Non riletta – per mancanza di tempo – e non betata – per mancanza di uomo – ma ci tengo molto, primo perché partecipa all’Estemporaneo #Nonricordopiùquale di Criticoni, secondo perché è canon <3 Cioè, non proprio canon-canon, ma pare sia vero che Davide e Mario abbiano passato del tempo con la Velli (Carla Velli, ex-pretendente di uno degli svariati tronisti che si sono avvicendati sul palco di Uomini E Donne, non chiedetemi specifiche maggiori perché non saprei darvele XD) all’Hollywood di Milano, in occasione della festa d’addio di Maldini al calcio *annuisce* Maggiori info qui.
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Teasing To Please


Il privè è buio, caldo e claustrofobico. Per la prima volta da quando si fida di Mario, Davide si pente di aver cominciato a farlo. Si lascia ricadere con uno sbuffo sul divano in pelle nera, che scricchiola con forza sotto di lui. La sua voce somiglia a quella di suo nonno quando si sveglia da un lungo riposino sulla sedia a dondolo in salotto, pieno di acciacchi e dolori. Lo mette a disagio e lo costringe a mordicchiarsi un labbro con una certa violenza per cercare di fissare l’attenzione più sul dolore che non sul suo imbarazzo, che lo fa sentire piccolo, scemo e fuori posto. Accanto a lui, Mario sta seduto a gambe divaricate, spiaccicato contro lo schienale del divano, e sembra così perfettamente a disagio da dargli quasi fastidio fisico. Tutto il lato destro del suo corpo prude, e Davide sente il bisogno impellente di grattarsi il naso quando comincia a prudere anche lui, irritato dal profumo di Mario – e dire che quel profumo non gli ha mai, mai, mai dato fastidio.
- Mario, io non sono convinto che sia stata una bella idea. – dice fra i denti, grattandosi anche la nuca e sistemandosi più comodamente sul divano. O almeno provandoci e fermandosi subito quando il divano ricomincia a lamentarsi sotto i suoi movimenti.
Mario sorride e scuote appena il capo – il brillante che porta all’orecchio luccica nell’oscurità e Davide lo segue come fosse sotto ipnosi, cercando di utilizzarlo come una fottuta bussola, il suo nord, la sua dannata stella polare, un modo per orientarsi in un posto che non gli appartiene e che, ne è quasi sicuro, non gli farà guadagnare altro che una strigliata da parte del mister.
- Abbi fede, figliolo. – lo prende in giro Mario, scompigliandogli divertito i capelli e poi risistemandoglieli distrattamente sulla testa, lasciandogli scivolare due dita lungo il viso e il collo prima di smettere finalmente di toccarlo, dando modo a Davide di uscire dalla trance in cui l’hanno gettato le sue carezze e ricominciare ad odiarlo furiosamente come merita. – Sarà divertente.
Davide fa per protestare, ma la porta si apre, l’oscurità perfetta della stanza per un attimo – un solo attimo – si spezza e lui riesce a cogliere di sfuggita le forme sinuose di una donna sconosciuta che si fa avanti all’interno del privè, ancheggiando sensuale. Il suo profumo è più dolce e più forte di quello di Mario, conquista l’aria e i sensi di Davide e per molti secondi l’universo cessa di esistere quasi tutto; tutto, in realtà, ad eccezione delle minuscole molecole d’aria cui si attacca il profumo della ragazza, mentre avanza verso di lui.
- Io sono Carla. – dice a bassa voce, chinandosi a baciarlo su una guancia, - Mario mi ha parlato molto di te.
Davide deglutisce e boccheggia a corto d’ossigeno, mentre ascolta il fruscio della sua gonna leggera nel momento in cui lei la solleva, lasciandola scorrere lentamente lungo le cosce lisce e morbide, per poi divaricare leggermente le gambe e scendere a sedersi su di lui come una cavallerizza, le ginocchia strette attorno ai suoi fianchi e le braccia allacciate dietro il suo collo, due dita a disegnare figure astratte e senza senso sulla sua nuca e i brividi a correre come impazziti lungo la sua spina dorsale.
Carla china il capo e gli sfiora il collo con le labbra, mentre le sue mani scendono ad accarezzargli il petto da sopra la sottile maglietta di cotone, e Davide, in mezzo al rumore assordante del proprio respiro affannoso, riesce a percepire Mario avvicinarsi a lui e parlargli direttamente all’orecchio, così vicino da sfiorarlo ad ogni parola.
- Te l’avevo detto che non te ne saresti pentito. – dice ironico. Davide accarezza per un secondo la possibilità di mandarlo a fanculo, rovesciare Carla per terra e scappare via il più lontano e il più velocemente possibile. Poi Carla gli accarezza il cavallo dei pantaloni e Mario gli accarezza un fianco, e sono carezze decisamente più piacevoli di quelle che lui stava rifilando alle sue possibilità poco prima.
Il privè è buio, caldo e claustrofobico. E, al momento, è anche il posto più bello che esista.
Genere: Romantico, Erotico.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lime.
- Causa impegni nelle rispettive Nazionali, Davide e Mario si ritrovano letteralmente catapultati ai due lati opposti del mondo. La distanza, comunque, non è sufficiente a fermarli, quando hanno voglia di sentirsi.
Note: Io ç_ç dovevo scriverla per esorcizzare la distanza che separa i due tatini, che al momento si trovano uno appunto in Danimarca e l’altro appunto in Sudafrica, pressati dagli impegni della stessa nazionale, ma divisi dai loro allenatori culi – ed evitiamo di specificare per quale motivo ho deciso che Lippi tiene Davide in nazionale, perché voi non volete davvero che io scriva questa dannata Rape!Lippiton della quale vado vaneggiando in giro da giorni. Non-volete. Non vuole nemmeno Def, e se non vuole lui è tutto dire o_ò
Comunque è principalmente il mio regalo di buon compleanno alla Mel <3<3<3 Amoti, tesoraH miaH adorataH ;O; Visto? Ti abbiamo regalato tutti del Santonelli (e quella di Gra è Santonelli in modi del tutto speciali che spiegherò nel momento in cui la reccynerò, quindi assicurati di leggerla, la reccyna XD). Non siamo meravigliosi? <3
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Hold The Line


Sono le due e trentatre del mattino quando il cellulare vibra sul comodino. Davide ha appena affondato la testa nel cuscino e sta giusto cercando di rintracciare una vaga parvenza di sonno sotto le ciglia stanche ma ancora scosse dall’emozione della giornata – il Sudafrica è bellissimo, non c’entra un cazzo con quello che aveva immaginato e il Signor Lippi (no, non ce la fa a chiamarlo Mister, nonostante tutto) gli ha detto che domani potranno andare a vedere i leoni – che subito gli tocca aprire gli occhi ed allungare una mano a recuperare il telefono. Sperando sia qualcosa d’importante.
“Sei sveglio?” recitano invece due paroline striminzite sullo sfondo verde dello schermo, e Davide sospira, incerto sul da farsi. Poi si decide, e risponde.
“Sì,” digita svelto col pollice, reggendo il cellulare da dietro sul palmo dell’altra mano, “Come stai?”.
La risposta non tarda ad arrivare.
“Sono annoiato a morte,” dice Mario da sopra l’equatore, “e qui non c’è nessuno che riesca a battermi a Fifa09. E poi in Danimarca c’è un cazzo di freddo.”
Davide ride un po’, mentre lascia scivolare veloci le dita sulla tastierina del telefono. “Anche qui. Otto gradi, e piove che Dio la manda. Alla faccia del Sudafrica.”
Mario si fa attendere un po’. E, quando arriva, la risposta non è quella che Davide si aspettava. Non ha neanche il tono che Davide si aspettava ed in realtà si tratta nuovamente di due paroline striminzite, niente di più, niente di tanto diverso rispetto a ciò che ha dato il via a quella loro conversazione silenziosa. Eppure…
“Mi manchi,” dice il messaggio di Mario. Solo questo. E a Davide si stringe il cuore per la nostalgia che quelle poche letterine gli provocano. È una sensazione asfissiante, gli comprime il petto fin quasi a farlo stare male davvero. Tira giù le lenzuola per respirare meglio, e stringe il cellulare fra le mani.
Lo sta chiamando non più di due secondi dopo.
- Ma non dovrebbero essere tipo le sei del mattino o qualche altro orario di merda, lì da te? – ride appena Mario, ed il suono della sua voce sembra così vicino che Davide sente il bisogno fisico di mettersi seduto e girare attorno un’occhiata allarmata, per sincerarsi che sia davvero in Danimarca e non lì, a due passi da lui. Ma Mario non c’è, può esserne ragionevolmente certo, perché tutto ciò che di lui gli resta addosso è il profumo che impregna le fibre della maglia che gli ha rubato prima di partire – ed è una cosa di cui si vergogna così tanto che non è nemmeno riuscito a chiedergliela, motivo per il quale si sentirà in colpa probabilmente finché vivrà. Comunque si mette seduto tranquillo e sospira.
- Guarda che sono appena le… - lancia una breve occhiata all’orologio, - …le tre meno venti, eh.
- Dai? – chiede Mario, sinceramente curioso, - Mi prendi per il culo? Solo un’ora di differenza?
- Solo un’ora. – sorride Davide, poggiandosi di schiena contro la testiera del letto. È ghiacciata, in ferro battuto, e preferirebbe ci fosse Mario, al suo posto. Ma Mario è nella dannata Danimarca, qui a Johannesburg c’è solo il suo profumo, ed i profumi non hanno consistenza, non sono caldi e nemmeno abbracciano, nonostante tutto. – Che facevi?
Lo sente muoversi un po’ fra le lenzuola e lo immagina stendere le gambe sul letto mentre sospira rumorosamente.
- Ti pensavo. – risponde in un soffio. Davide sente i brividi correre ovunque lungo la schiena e si morde un labbro, quasi a disagio. Il respiro di Mario non è regolare.
- Ma- - prova a chiamarlo, ma a zittirlo basta uno “ssh” appena accennato.
- Mi manchi davvero. – dice Mario, la voce bassissima, - Mi manca come ti schiacci contro di me quando dormiamo insieme. – e Davide chiude gli occhi, poggia il capo contro la testiera del letto e lascia scorrere una mano sulla pancia, le dita che s’infilano oltre l’orlo dei pantaloncini di cotone leggerissimi che indossa per dormire, - Mi manca- ah-… il modo in cui mi tocchi quando hai voglia, perché sei… - un attimo di pausa, Mario trattiene il respiro, Davide stringe con forza la propria erezione fra le dita, - mhn, pretenzioso. – conclude Mario con una mezza risatina. – Se ci penso posso quasi sentirti che ti stringi tutto attorno a me. Tu mi senti?
- Sì. – si affretta a rispondere. Perché è vero, cazzo, - Sì, ti sento. – soffia nella cornetta, stringendo la presa attorno al cellulare per non lasciarlo scivolare via. E più stringe il telefono più stringe se stesso, ed è confuso ed eccitato e vorrebbe che fosse Mario a toccarlo, ma Mario non c’è. – Ti prego… - mugola pietosamente, - Parla ancora.
E Mario respira nella cornetta, Davide quel soffio lo sente quasi sul collo, e strizza gli occhi.
- Ti stai toccando? – gli chiede a bassa voce.
- Sì. – risponde subito Davide, - Sì, mi sto… mi sto toccando. Cazzo. – soffia, piegando appena il capo, - Vorrei baciarti.
- Anche io. Le labbra, il collo, le spalle, cazzo, mi manca il tuo sapore. – Davide lo sente muoversi più svelto ed è un po’ come se si stesse muovendo contro di lui. Se tiene gli occhi chiusi, se lo immagina con più forza possibile, sembra quasi che Mario gli si stia strusciando addosso, che non sia la sua mano quella che lo sta stringendo, che lui non sia nella fottuta Africa mentre Mario è ancora in Europa e che tutta questa situazione non sia così dannatamente sfiancante e frustrante e sbagliata come invece è.
- Non ce la faccio un mese così. – singhiozza Davide, scosso dai brividi, cercando nei respiri di Mario il ritmo da seguire per muoversi in sincrono con lui, - Non-
- Non pensarci adesso. – lo rassicura Mario, la voce arrochita dal desiderio, - Adesso stiamo insieme. Adesso ti sto scopando, dimmi che lo senti.
- Lo sento. – ansima disperatamente, inarcandosi tutto e cercando di tenere in equilibrio il telefono fra la spalla e il collo, perché la mano deve mordersela per non gemere troppo forte, - Cazzo, lo sento… ci sono quasi, Mario, sto per…
- Vieni. – chiede lui, ed è una richiesta per davvero, - Fammi sentire come vieni.
E Davide glielo fa sentire. Molla la mano e si stringe deciso e, quando si lascia stordire dall’orgasmo, glielo mugola tutto al telefono, sperando che Mario possa sentirlo addosso come lui sta sentendo addosso il ringhio di gola che testimonia che è venuto anche lui. Ed è meraviglioso vedere come né la distanza, né la stanchezza e neanche il fottuto fuso orario con un’ora di ritardo siano in grado di mandare a fanculo la loro sincronia quasi perfetta.
Mentre riprende fiato, stendendosi più comodamente sul materasso e pensando con una certa pigrizia che non gli va di alzarsi per lavarsi le mani, Mario ride.
- Sai che domani ho allenamento alle sette del mattino? – gli fa sapere, e Davide ride a propria volta.
- E sei ancora qui al telefono con me?
Mario sbuffa, fingendosi offeso.
- Uno si sacrifica… - borbotta, e poi sospira. – Ci sentiamo domani? – chiede, ma è una domanda stupida. Certo che si sentiranno domani, e dopodomani, e dopodomani ancora, ed ogni dannato giorno che li separa dal momento in cui si rivedranno.
- Naturalmente. – risponde, solo per rassicurarlo. Poi sospira anche lui. – Mario? – chiama, e lui risponde con un “mh?” già vagamente assonnato. Davide sorride, prima di andare avanti. – Certo che, se ti comportavi meglio, a quest’ora eri qui nel letto con me, lo sai?
Mario ringhia e sbuffa e lo manda anche a fanculo fra i denti.
- Buonanotte, stronzo. – lo saluta. Davide ride ancora. Lo sta ancora facendo quando chiude gli occhi, e probabilmente lo starà facendo anche domattina, quando lo riaprirà.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Davide/Mario, José/Zlatan (accennato).
Rating: R
AVVERTIMENTI: Slash, Lime.
- Il campionato in tasca e Davide spalmato addosso. Praticamente una serata perfetta.
Note: L’ispirazione per scrivere questa fic è arrivata quando ho visto le foto dei festeggiamenti dei ragazzi subito dopo la conclusione del posticipo della *mumble* terzultima? giornata di campionato. Quando il Milan *ghigno* ci ha consegnato l’allegro scudetto nelle mani, i ragazzi sono letteralmente impazziti, sono montati sul bus e sono corsi in Piazza Duomo a festeggiare la vittoria coi loro tifosi, dandosi alla pazza gioia fino alle quattro del mattino e trascinandosi dietro pure un inizialmente riluttante Mourinho (che il giorno dopo è risorto dalle proprie lenzuola verso le undici e mezzo del mattino, tipo XD). Per cui è tutto tendenzialmente canonico, compreso il Jobra, l’OT3 (Matrix/Deki/Chivu, sono sempre insieme quei tre loschi figuri XD) e – soprattutto – il Santonelli. Bimbi miei, vi adoro <3
Dedicata alla Mela, perché è meravigliosa. *sbaciucchia*
PS. Il titolo è un verso della canzone We Break The Dawn di Michelle Williams. Biasimate Def per questo. Ma fatelo, eh. Io di mio non ci riesco più XD
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Holding Time In Our Own Hands


Scoccano le quattro del mattino e la testa di Davide ciondola in avanti e poi di lato, una, due, tre volte. La frangetta sbilenca gli casca sul naso e lo pizzica, lui prova a scostarla con un movimento infastidito e, ovviamente, non ci riesce, tanto che Mario, seduto lì accanto, ride e si china su di lui, risolvendo il problema al suo posto. La testa di Davide, per tutta risposta, ciondola un po’ indietro e poi dall’altro lato, andandosi a schiantare senza delicatezza contro la spalla di Mario, che sposta il braccio e lo piega attorno alle spalle del difensore, per trarlo a sé con  più decisione e rendere la posizione meno scomoda e precaria per entrambi.
Nessuno si accorge di loro – ed è anche giusto così: sono tutti impegnati a sventolare bandiere e fomentare l’entusiasmo della folla che circonda il bus. Perfino chi inizialmente sembrava più restio ad uscire per festeggiare – perfino il Mister, che minimo avrà urlato sulle loro teste per mezz’ora prima di rassegnarsi ed uscire con loro, e solo perché il presidente gli aveva alla fine tirato una pacca sulla spalle e, sorridendo, gli aveva suggerito di lasciarsi un po’ andare, “che le fa bene, José, ha un così bel sorriso, me lo faccia vedere!” – insomma, tutti quanti sono così presi dall’euforia per la conquista dello scudetto che nessuno, proprio nessuno, pensa a loro due, seduti sui sedili in quell’angolo sul fondo del bus, perciò Mario non si fa problemi a stringere Davide più fermamente, scivolando con la schiena contro il sedile e sistemandoselo sul petto, mentre lui mugugna solo un po’, chiedendo a sua madre di lasciarlo in pace, che tanto è ancora presto per alzarsi, e poi comunque oggi non ci deve andare a scuola, che hanno vinto il campionato.
Mario ride a bassa voce, scuotendo il capo, ed alla sua risata si sovrappone lo sbuffare tipico delle smorfie del Mister, motivo per il quale l’attaccante alza lo sguardo e lo pianta sulla figura dell’allenatore, che scruta sia lui che Davide disteso su di lui con un’espressione indecifrabile.
- I bambini – afferma quindi il portoghese, senza che Mario abbia bisogno di chiedergli niente, - a quest’ora dovrebbero già dormire.
- Quali bambini? – ride Zlatan, apparendo alle spalle dell’allenatore e sfiorandogli i fianchi in un movimento distratto che ormai in squadra hanno imparato tutti ad ignorare. La prima volta li hanno guardati con sincero sgomento, la seconda con curiosa sorpresa, la terza con malcelato divertimento e poi semplicemente quegli sguardi si sono sfumati nella normalità e nell’abitudine. Mario, quel gesto, lo nota appena. La testa di Davide si muove di poco sul suo petto e lui spera solo che il suo cuore non batta tanto forte da svegliarlo.
- Questi due. – risponde José, indicandoli, - Come vedi, il piccolo dorme.
Zlatan ride ancora. È un po’ ubriaco ed i suoi lineamenti – in genere volgari e sgraziati – grazie a quel sorriso perenne acquistano una simpatia ed una piacevolezza tutte particolari. Mario ricambia la risata e stringe ancora Davide.
- Il grande però è ancora in piedi. – contesta lo svedese. José sbuffa e torna verso il bordo del bus, borbottando un “come preferisci” al quale Zlatan non ha voglia di rispondere, preferendo piuttosto restare fermo a guardare lui e Davide, ancora stretti in quel ridicolo abbraccio. – Odio ammetterlo, - sbuffa poi, - ma ha ragione. Davide stava già crollando di sonno prima che tu arrivassi. È che è-
- Un cretino ed è voluto uscire lo stesso. – completa per lui Mario, guardando distrattamente il capo di Davide muoversi appena al ritmo dei suoi respiri. – Forse sarebbe il caso di metterlo a letto. Domani non riusciremo mai a svegliarci in tempo.
Zlatan ghigna e lancia attorno a sé uno sguardo divertito, adocchiando José che gesticola animatamente mentre discute con Beppe. L’altro uomo ride e gli posa entrambe le mani sulle spalle, cercando di placarlo. “Sì, sì,” lo si sente dire in un sussurro sotto le urla dei tifosi e dei giocatori, “ora te li riportiamo a casa i cuccioli, José”. Zlatan e Mario lo osservano allontanarsi stizzito, e se lo conoscono abbastanza bene – e sì, è così – il borbottio costante che gli scuote le labbra suona più o meno come un infastidito “qui nessuno mi prende abbastanza sul serio”. Zlatan scuote il capo e si allontana verso di lui, senza nemmeno salutare. Mario non se la prende, al momento è felice, Davide gli pesa addosso in maniera deliziosa e lui non può davvero lamentarsi di nulla. Non ha nemmeno sonno.
Davide mugugna da qualche parte sul suo petto.
- Odori di champagne. – mugola fra le labbra.
Mario ride. È vero, gli hanno fatto praticamente la doccia, quando è arrivato alla Pinetina – dopo la fine della partita, sempre, perché lui porta sfiga, quando vuole che una squadra perda quella vince sempre, perciò nemmeno c’ha pensato a guardarla, la dannata partita del Milan, ha mangiato a casa, con suo padre, sua madre e i suoi fratelli, e del campionato se n’è strafregato. Almeno finché non ha scoperto di averlo vinto.
- Sei sveglio? – chiede a mezza voce.
Davide mugola ancora.
- No. – risponde sospirando, - Dove siamo?
Mario ride.
- Se aprissi gli occhi lo vedresti.
- Non sono sicuro di volerlo fare… - ammette Davide in un brontolio infantile, - Sto bene così.
Mario lascia scivolare una carezza distratta fra i suoi capelli, stringendoselo contro.
- Dovremo tornare in Pinetina, comunque. Prima o poi.
Davide mugola scontento e il “prima o poi” diventa “adesso” quando il bus comincia ad allontanarsi dai residui di folla festanti in Piazza Duomo. I giocatori si calmano quasi tutti, Deki sta ronfando saporitamente svaccato sulle gambe di Marco, il quale a propria volta si è spalmato addosso a Chivu, che gli accarezza la parrucca riccia nerazzurra con una certa devozione, ma ha gli occhi che riflettono un imminente coma alcolico. Perciò Mario non se ne interessa troppo, lascia solo scivolare appena lo sguardo sul Mister che trascina Zlatan in un mezzo bacio tenero, e poi torna a guardare Davide, ancora steso su di lui, che sorride sereno – gli occhi chiusi e i lineamenti di stesi – mentre il venticello fresco della prima mattina milanese gli scompiglia i capelli.
Quando l’autobus si ferma di fronte all’ingresso della Pinetina, molti dei supposti uomini maturi che si sono sfondati d’alcool fino a quell’orario indecente hanno bisogno di più mani per riuscire a scendere dalla vettura, risalire le scale ed infilarsi a letto. Davide no, Davide ha bisogno solo di Mario. L’attaccante si lascia passare un braccio del compagno sopra le spalle e lo sostiene stringendolo alla vita, mentre Davide gli si spalma addosso, strofinando il naso contro il suo collo.
- Non farti la doccia. – chiede il più piccolo, leccando dalla sua pelle ciò che resta dello champagne che gli hanno versato addosso a inizio serata, - Sai di vittoria.
- Sei ubriaco. – ride Mario, spalancando con un calcio la porta della camera che dividono, e trascinando Davide all’interno.
- Solo un po’. – risponde il ragazzo, lasciandosi stendere sul letto senza protestare. – Tu per niente? – chiede poi, in un mezzo mugolio confuso.
- Lo reggo bene. – si limita a scrollare le spalle Mario, rimboccandogli le coperte, - Adesso dormi. Domani abbiamo partita e-
- Mario. – lo chiama piano Davide, tirando fuori un braccio magro da sotto le coperte ed allacciandolo al collo, - Non ho sonno per niente, sai?
- Ma se mi dormivi addosso fino a poco fa… - ride il ragazzo, lasciando scorrere una mano lungo quel braccio e fino alla spalla, accarezzandolo piano.
- Appunto. – Davide lo afferra per il colletto della maglia, tirandolo sul materasso con tanta forza che Mario non riesce ad impedirglielo, e pensa distrattamente che probabilmente è vero, Davide non dormiva affatto ed è solo vagamente ubriaco, altrimenti quella forza non si spiega, non si spiega quell’urgenza neanche a tratti mitigata dal sonno o dal torpore e non si spiega la lucidissima fame con la quale il ragazzo gli morde le labbra, spalancando le gambe perché lui possa finirci in mezzo e cominciando a strusciarsi lento contro la sua erezione evidente anche attraverso il tessuto spesso e ruvido dei jeans.
- Non riusciremo mai a svegliarci in tempo… - ironizza Mario, liberando se stesso e Davide dall’impaccio dei vestiti inutili, per scivolare meglio contro di lui, pelle su pelle, - Il Mister ci aizzerà contro Zlatan.
- Mmhn… - borbotta Davide, schiacciandosi repentinamente contro di lui, - Potremmo parlarne in un momento in cui… in cui… - gli morde il mento, affamato, - In cui non stia impazzendo per sentirti dentro?
E la risposta è sì, naturalmente. La risposta è sì, possiamo parlarne quando vuoi, Davide, possiamo anche non parlarne mai, cosa vuoi che me ne freghi se ti stringi contro di me in quel modo, se mi baci ovunque in quel modo, se cerchi le mie labbra in quel modo, se tutto ciò che voglio è sentirti mentre ti chiudi attorno a me con quella forza, con quell’impeto, con quel desiderio, e chi se ne frega del Mister, chi se ne frega di Zlatan, chi se ne frega perfino del campionato, che tanto lo scudetto è nostro, piccolo, ci credi?, l’abbiamo vinto noi, cazzo, e tu sei bellissimo, sei bello come mai prima, perché ti muovi così e mi prendi così e ti giri così e mi baci così ed a me, quando lo fai, non frega più un cazzo di niente, Davide, davvero, che potrebbe crollarmi il tetto sulla testa e continuerei a scoparti comunque, perché tu sei troppo, perché tu sei tutto, e vaffanculo, quanto divento melenso quando ti tocco, mh, piccolo?, e senti come mugoli, senti come mi vieni incontro, senti come gemi e come ti agiti e senti come tremi mentre mi vieni fra le mani chiamandomi per  nome, e non lo sai nemmeno quanto sei bello, Davide, non lo sai quanto siamo belli, non ne hai idea, cazzo, non vedo l’ora di andare in nazionale – perché ci prendono insieme, mh, piccolo?, sì che ci prendono insieme – così saremo noi due, solo noi due, niente rotture di palle, nessuno con la chiave della stanza, nessuno che voglia uscire con noi alla sera, niente di niente, solo io e tu, Davide, e sarà fantastico, cazzo, sarà fantastico.
Uscire da lui è un po’ come riprendere conoscenza dopo un periodo indefinito – e indefinitamente piacevole – di totale annullamento di se stesso. Un po’ come quando gioca alla Playstation – per quanto, cazzo, Davide sia almeno uno o due milioni di volte meglio della Playstation – e lo fa con tanta concentrazione che, quando riesce finalmente a distrarsi – solitamente perché vince – si accorge che sono passate le ore, da quando s’è seduto. E con Davide è uguale, ma è anche diverso, perché con Davide il tempo non passa davvero. Quando scopano può passare quanto, mezz’ora? Ma quando Mario riprende conoscenza è sempre come ne fossero passate cinque, dieci, centomila. Davide prende il tempo e lo spazio, li comprime e glieli sbatte addosso, per lui scopare con Davide è come drogarsi della vita stessa. Anzi, è vita stessa.
Chiude gli occhi, poggiando la fronte contro la sua e respirando piano dalle sue stesse labbra, che lo sfiorano appena, giocando più che baciandolo davvero, conciliandogli il sonno. Sa che questo è il momento in cui dovrebbe dirgli che forse è meglio se va a dormire nel suo letto, perché – a differenza di quanto potranno dire quando e se saranno in nazionale insieme – adesso le chiavi di camera loro ce le ha almeno un’altra persona, e Mario non è neanche sicuro di aver chiuso la serratura, e in realtà non ricorda nemmeno se ha proprio chiuso la porta o meno, ma non può dirlo adesso. Perché Davide già dorme, stretto a lui, le gambe intrecciate con le sue, e se anche andare a dormire nel proprio letto fosse una possibilità lui non potrebbe rinunciare a questo calore per niente al mondo. Perciò se ne frega di ciò che sarebbe giusto ed anche di ciò che sarebbe conveniente e, a dirla tutta, se ne frega anche dei rimproveri che sicuramente gli pioveranno in testa domani mattina. È okay. Non potrebbe essere, davvero, più felice di così.
Genere: Commedia, Erotico.
Pairing: Mario Balotelli/Davide Santon.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon.
- Di un divano, dei DVD di Spongebob e della relatività della durata delle prestazioni sessuali.
Note: XD Lol. Dunque, cosa dire di questa storia. Che la dedico ad Ary, tanto per cominciare, perché l’amore profondo che ci lega entrambe al Santonelli (piace? XD Inventato io <3) è indubbio e innegabile <3 Poi che ringrazio Def perché è l’unico uomo tanto buono da seguire una fangirl quando sproloquia. E non solo, poi. La fomenta. La aiuta. E le beta le storie ;_; Poffolo che è. Quindi diciamo che in parte è anche tua, mio caro. <3 E poi ;O; Io amo il Santonelli. Che è canon. E questa storia è pucciosa perché si muove fra dialoghi e narrazione e non li mischia mai. E partecipa alla Divano!Challenge, ed anche a Temporal-mente *_* E… e… e… il titolo viene dalla canzone omonima dei Cute Is What We Aim For, che io amo tanterrimo. E niente, boh, spero che vi sia piaciuta.
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Practice Makes Perfect
"And I'm dreaming of your body that's build for two." (Sexy – French Affair)


Mario piomba sul divano accanto a Davide. I cuscini, sotto il suo peso, si gonfiano e si sgonfiano. Mentre nell’aria si diffonde un fastidioso odore di pelle e polvere, Davide si chiede se quel divano sia mai stato pulito. Stabilisce che non gli importa. E accende la tv.
 
– Che guardiamo?
– Boh.
– Fai zapping?
– Sì.
– Oh, guarda, c’è la replica di Inter-Napoli.
– Be’, anche no.
– Ma sono stato meraviglioso, ieri!
– Anche quando ti sei fatto ammonire?
– Soprattutto quando mi sono fatto ammonire.
– …
– …oh! Qui c’è il mister che parla di Adriano! … ma non cambiare!
– Non voglio sentirlo ripetere per l’ennesima volta che vuole sia felice e bla bla bla!
– Be’, sono belle cose da dire.
– Sì, ok, ma a me Adri manca, d’accordo? Non mi piace che non stia più con noi.
– Cazzo, Davide, ma che hai, il ciclo?! Calmati un po’! Era solo per guardare qualcosa!
– …
– …prendo i DVD di Spongebob?
– …prendi i DVD di Spongebob.
 
Quando Davide si alza per inserire il DVD nel lettore, Mario allunga il collo per seguire la scia del suo dopobarba – gli viene quasi da ridere: avrà cominciato ad usarlo da un paio di settimane – ed inspira profondamente, per non perdersi neanche una molecola di quel profumo. Davide non ha idea di cosa gli faccia. È ok, perché se dovesse dirglielo la cosa comincerebbe a farsi preoccupante. Non si può, oggettivamente, non si può andare a letto con un compagno di squadra. Non si può se è un anno più piccolo e, a guardarli, gli anni di differenza sembrano anche tre o quattro, non si può se siete già così appiccicati che gli altri non fanno che ridervi dietro, non si può se poi in ritiro dovete anche condividere la stanza, perché a dare inizio al gioco poi fermarsi sarebbe un problema, e allora a cosa potresti fare appello per impedirti di scivolare silenziosamente sotto le coperte al suo fianco nel suo letto e toccarlo ovunque fino a farlo gemere così forte da non lasciare a nessuno il minimo dubbio sul come?
Mario distoglie lo sguardo, nel momento in cui Davide torna a sedersi accanto a lui. È questione di un attimo, ormai ha imparato ad essere svelto, Davide non deve accorgersene. Davide, per quanto ne sa lui, non se n’è accorto neanche stavolta.
 
– Che si fa stasera?
– Non lo so, non ci ho pensato. Disco?
– Sì, così il mister domani mattina ci fa fuori. La giornata di riposo era oggi, Mario, capisco che non te ne sei accorto perché hai dormito fino a cinque minuti fa, ma domani abbiamo allenamento.
– Ma è defatigante!
– Sì, ma si suppone che serva per disperdere la fatica per la partita, non per una notte in discoteca.
– Sei una rottura di coglioni peggio di mia madre, Cristo.
– …pensavo a una pizza e un DVD, se per te andava bene.
– ‘Cazzo ne so, magari esco con Deki e Marco.
– …
– …okay, scusa. Lo stiamo già guardando un DVD, no?
– Un altro, magari. Possiamo andare da Blockbuster a prendere tipo Hellboy. E possiamo andare a prendere le pizze da quello lì di fronte, le fa buo-
– Non mi va di uscire, ok?
– …ma fino a poco fa hai detto-
– Cazzate. Ho detto cazzate. Chiudi la bocca e guardiamo Spongebob.
 
Mario non sa abbastanza, evidentemente, perché Davide se n’è accorto eccome. In effetti è un bel po’ che Davide se ne accorge, diciamo da quando hanno cominciato a frequentarsi più assiduamente, insomma, da quando Mario s’è messo in testa di giocare per l’Inter ed ha perciò smesso di inanellare una cazzata dietro l’altra neanche facesse collezione. Sì, più o meno è da allora – facciamo un mese? Facciamo due? Facciamo che non ne tiene il conto – che gli occhi di Mario lo seguono ovunque, e questo non va mica tanto bene, perché Davide è un ragazzo a posto, non sbaglia, va a dormire al massimo a mezzanotte e non più tardi delle dieci, quando l’indomani ha allenamento, e lui di cazzate non ne fa, non ne ha mai fatte, altrimenti non sarebbe arrivato dov’è, e però gli occhi di Mario, quando lo guardano in quel modo, gli smuovono cose nello stomaco, le classiche farfalle, forse, ma non tanto classiche, dopotutto, perché quelle dovrebbero venire fuori quando, tipo, quando ti guarda una ragazza che ti piace, no? Mica quando ti guarda un tuo compagno di squadra che, insomma, dannazione, no che non ti piace, che roba!
Mentre pensa cose simili, Davide non può fare a meno di sentirsi a disagio – magari perché sono tutte puttanate – e si sposta, scivolando sul cuscino liscio del divano fin quasi a sfiorare il bracciolo sul lato opposto rispetto a quello in cui si trova Mario. Lui se ne accorge e si volta a guardarlo. Fa una smorfia vagamente offesa. Spongebob e Patrick, sullo schermo del televisore al plasma, tirano scemo Squiddi blaterando di bolle di sapone.
 
– Oh, senti. Fanculo a questa merda. Vieni qua.
– Cos-
– Fanculo. A. Questa. Merda. Vieni qua.
 
La bocca di Mario sa un po’ di dentifricio, perché s’è davvero svegliato qualcosa come cinque minuti fa, e dopo dodici ore filate passate a russare e sbavare sul cuscino, in previsione delle ore che aveva da passare sul divano con Davide prima del ritorno della voglia di dormire, la prima cosa che ha pensato è stata lavarsi i denti. Il che, probabilmente, avrebbe dovuto dargli più da pensare.
La bocca di Davide, invece, sa di zucchero, perché mentre aspettava che Mario si svegliasse e lo raggiungesse in camera ha mangiucchiato un po’ di caramelle, di quelle gommose e colorate che ruba al suo fratellino quando va a trovare la sua famiglia a casa. Nessuno conta più le volte in cui è stato preso in giro a causa dei brufoli – “se continui a mangiare schifezze, è ovvio!” – ma lui non può farci niente, dopo il calcio, dopo Mario, no, che cazzo, dopo il calcio e basta, le caramelle sono la sua unica ragione di vita.
Il bacio è impacciatissimo, e sa di loro due. Mario si stringe contro Davide tenendolo stretto per la vita. Davide è praticamente in ginocchio, ha una gamba piantata fra quelle di Mario e ciò che sente sulla coscia lo preoccupa moltissimo, anche se non riesce davvero a pensare in maniera lucida, non con la mano di Mario che gli scivola lungo la schiena, non con la sua lingua che scivola fra le sue labbra, non col suo respiro che scivola fra i suoi cambiando l’odore dell’aria.
Quando si allontanano, lo fanno solo per cercare di darsi una prova del fatto che, se vogliono, possono ancora farlo.
 
– …era la prima volta.
– Be’, anch’io non è che vada in giro baciando uomini ogni giorno.
– No, dico… proprio la prima. Cioè, il mio primo bacio, ecco.
– …oh.
– …
– Be’, questo spiega perché non-
– Taci.
– Ok, ok, scusa!
– …
– …quel ginocchio lì, Davide, non è-
– Oddio, aspetta-
– No, cioè, puoi tenerlo, voglio dire, io di certo non lo allontano-
– Mario!
– Scusa, ma perché prendersi per il culo? Voglio dire-
– Potresti evitare di usare certe espressioni?
– …
– …e che cazzo.
– …vuoi tornare a guardare Spongebob?
– E fingere che niente di tutto questo sia mai successo? Che idea geniale! Geniale come tutte le tue idee, guarda! È così brillante che io non ci sarei mai potuto arrivare! Come si risolve il problema di noi due che limoniamo sul divano come fosse normale? Tornando a guardare Spongebob, mi pare ovvio! Davvero, Mario, non so com--!
 
Il divano in pelle ha un’anima di legno durissima, scopre Davide quando sbatte la nuca contro il bracciolo, nel momento in cui Mario lo ribalta sui cuscini e gli sale addosso, tappandogli la bocca con un bacio aperto e umido cui lui si ritrova a rispondere con una disinvoltura tale da pensare che baciare, in effetti, è esattamente come giocare a calcio: la prima volta ti guardi intorno e non hai la più pallida idea di cosa fare, ed anche quando lo capisci non fai che farlo male e farti rimproverare da tutti. Ti entra dentro, però, e non riesci più a dimenticarlo, così la seconda volta sai subito come girarti, dove guardare e cosa toccare. E nessuno ti rimprovera più.
 
– Niente Spongebob, capito.
– Mario, no! Asp-
– Parli troppo.
– Ma potrebbe entrare qualcuno!
– I ragazzi hanno una vita, Davide. Ognuno si starà facendo i cazzi propri.
– …tu ti stai facendo il mio.
 
E lo sta facendo scivolandogli addosso in una carezza lentissima e misurata che, per Davide, è una cosa completamente nuova. Quando lo fai da te non è mica possibile mantenere questo ritmo esasperatamente cadenzato, non ce la fai. La mano impazzisce e si muove sempre più svelta e tu perdi il controllo di tutto, ma Dio, è diverso quando lo fa qualcun altro. Perché l’altro il piacere non lo sente crescere dentro, lo sente crescere solo al tatto. E può domarlo. Può dirigerlo. Può controllarlo.
 
– …non pensi che… ah… dovremmo… aspettare un po’?
– Quando? Dopo il matrimonio? Vuoi prima farmi conoscere i tuoi?
– …st-… stronzo… intendevo, non lo so…
– Se sapessi quante volte ho sognato di farlo, non mi chiederesti mai di aspettare ancora.
 
Davide, forse, non sa quante volte abbia sognato di farlo Mario. Sa però quante volte ha sognato di farlo lui. Quindi, in effetti, non gli è mica tanto chiaro perché stia chiedendo a se stesso, prima ancora che a Mario, di rimandare. Non gli è mica tanto chiaro perché stia consapevolmente cercando di rinunciare a quel torace scolpito, a quelle spalle ampie e forti, a quelle gambe tornite, a quelle mani grandi che sembrano riuscire a toccarlo contemporaneamente ovunque. Non lo sa mica, perché sta cercando di dire no a quel corpo che sembra fatto apposta per fargli implorare per averne ancora.
In effetti, di motivi per rinunciare non ce n’è nemmeno uno. A parte, be’, sì, che fino a cinque minuti fa erano entrambi etero – ma, in effetti, che razza di differenza potrebbe fare? Etero o meno, Mario è bravissimo ad accarezzarlo, e probabilmente non lo sarebbe altrettanto, se fosse una donna, perciò affanculo anche le categorie della sessualità.
Mario continua ad accarezzarlo, Davide geme a bassa voce ed arpiona i pantaloncini bianchi che indossa, tirandoli giù con una certa impazienza e scoprendo la sua erezione prepotente. Distoglie lo sguardo perché non riesce a guardarla, ma allunga le mani e la sfiora in una carezza appena accennata, prima di stringerla saldamente fra le dita e tenerla ben ferma mentre, con una spinta del bacino, si sistema esattamente sotto di lui, restando poi a guardarlo imbarazzato, come in attesa del resto.
 
– …stai improvvisando? No, perché in questo caso devo farti i complimenti, sei-
– Chi è adesso che parla troppo?
 
Mario sorride e lo libera dell’impaccio dei pantaloni, scendendo immediatamente a sistemarsi fra le sue gambe. Scivola lento fra le sue natiche, stuzzicandolo lievemente, ma quando cerca i suoi occhi, li trova e vi legge dentro il terrore più profondo ed una richiesta inespressa – ti prego, no, questo no, non adesso, non così, no no no – si solleva un po’ e prende a strusciarsi contro di lui. La pelle del divano scricchiola e cigola sotto di loro, ma quella di Davide è calda e si fa presto umida di sudore perciò Mario smette immediatamente di pensarci. I gemiti del divano, dopotutto, non sono neanche paragonabili a quelli di Davide. Mario si concentra su quelli. Il loro movimento si fa talmente svelto e sincronizzato che per un secondo – un solo secondo – entrambi perdono la consapevolezza di loro stessi, e Davide non sa più dove finisca il proprio corpo e cominci quello di Mario, e Mario non riconosce più la differenza fra la propria voce e quella di Davide. E quando vengono lo fanno trattenendo appena il respiro per evitare di alzare troppo la voce, Mario affonda le dita nei fianchi stretti di Davide e Davide getta indietro la testa contro il bracciolo, esponendo il collo ad una scia di morsi e baci che lasciano la pelle umida e arrossata.
Spongebob, sul televisore al plasma, soffia nel bastoncino. Viene fuori una bolla di sapone che assomiglia a Patrick. Squiddi urla e si rifugia in casa propria.
 
– …ma è finito adesso, l’episodio.
– …eh?
– Sì, voglio dire… quant’è che dura un episodio di Spongebob? Dieci minuti? Siamo durati pochissimo!
– …
– Intendo… non dovrebbe durare tipo… una mezz’ora, almeno, quando si scopa? Una ventina di minuti?
– Noi non-
– Sì che abbiamo scopato! Non c’è mica bisogno di… voglio dire, io sono venuto, sei venuto anche tu, abbiamo scopato! Non dovrebbe durare di più?
– …
– …e non guardarmi così!
– …da oggi in poi, meno teoria e più pratica, Davide.
– …teoria?
– Meno porno. Più sesso.
– Ah.
– …
– …cioè mi hai visto gua-
– Sì.
– …
– …
– …e suppongo tu mi abbia visto anche mentre mi-
– Sì.
– Naturalmente.
– …
– Dico, avvisare?
– E perdermi lo spettacolo?
– …già. Che pretese.
– Assurde.
– …se io, tipo, mi alzassi e andassi a darmi una sciacquata? Poi magari anche tu, voglio dire, non è bello. Siamo ricoperti di-
– Sì! Sì. Perdio, sì. Vai a lavarti.
 
Mario si scosta, Davide si alza in piedi e medita se rimettere al loro posto mutande e pantaloncini, mentre raggiunge il bagno dall’altro lato della stanza. Decide poi che non vale la pena macchiare irrimediabilmente della biancheria tutto sommato accettabile: il bagno è proprio lì a due passi, l’unico altro essere umano presente nella stanza oltre a lui è Mario e, insomma, non è che abbia più molto altro da nascondergli, visti gli ultimi sviluppi. Tira su i pantaloncini solo quel tanto che basta per non lasciarli cadere a terra, e si dirige svelto verso il bagno, senza guardarsi indietro.
Si volta solo quando Mario lo chiama a mezza voce.
 
– Senti, invece di andarti a lavare… perché non guardiamo un altro episodio?
– Ma dai, ma che schifo! Non voglio mettermi a guardare i cartoni animati conciato in queste condizio-
 
Lo sguardo di Mario è abbastanza eloquente da costringerlo al silenzio.
 
– Oh.
– Eh.
– …ma voglio dire… adesso? Di nuovo? Subito?
– Be’, sì. Insomma… non l’hai detto tu che dovrebbe durare almeno venti minuti?
 
Sorridono entrambi, mentre Davide percorre a ritroso la strada verso di lui e si lascia ricadere sul divano al suo fianco.
 
– Giusto il tempo di guardare anche la seconda puntata.
Genere: Introspettivo, Erotico.
Pairing: Mario/Davide, Mario/Davide/Marko.
Personaggi: Mario, Davide, Marko.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon, Angst, English.
- "You think he's cute, you like him."
Note: Dunque, questa storia nasce - come ormai spesso, ultimamente - chiacchierando su Twitter con Jan e Martha. Si stava parlando del rapporto di Davide con l'Arnatelli, e Martha ha immaginato che Davide potesse un po' "supervisionarlo", e da lì, giuro che non so come, è nata questa storia sporca insaid che io rinnego con tutte le mie forze. Davide, scusami per averti reso una troia immatura. Giuro che non accadrà mai più. Almeno fino a quando non deciderò di scrivere il seguito.
Titolo da Heartbreaker di Pink, che peraltro mi ha fatto un po' da colonna sonora mentre scrivevo.
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Liftin' Me Up To Heaven, Just To Drop Me Down The Line


“You know, he’s fine,” Mario says, shrugging a little and avoiding Davide’s amused eyes but, most of all, his equally amused smile, “I mean, he’s a good guy. He’s funny. And kind.”

“You like him,” Davide laughs, covering his mouth with one hand. Mario hears his giggles filling the air of the room and closes his own eyes in a desperate attempt to not just jump on him and shuts him up with a kiss. “You think he’s cute, you like him.”

“I do like Marko,” he answers, glaring at Davide and trying to scare him to shut up him without him having to kiss his words off his mouth, “But not in the way you think I like him.”

“But you just said it!”

“No, you said it,” Mario protests, rolling on the bed and examining Davide, who’s sitting on his own bed and isn’t really prone to changing his mind, once he’s decided on something. “And I’m saying it’s not like this. You know,” he adds with a smile, “I only have eyes for you.”

Davide smiles too, and Mario gets up from his bed just to sit down beside him, coming closer to his body as much as he can while they hold eye contact like they’re fighting to see who will be the first to look down.

“So sad you’re not going to have my ass, not now nor never,” Davide laughs as Mario’s eyes stop on his lips, “And you’re not going to have my mouth either, so just stop thinking about it.”

“Oh, please,” Mario says, and if he’s meaning please, just stop it or please, just fuck me it’s still something he himself doesn’t know.

“Please what?” Davide asks, gently brushing his own lips against Mario’s, and they’re soft, sweet and barely wet, and Mario wants them so much he tries to kiss them, but Davide backs off and pushes him away, laughing.

“You’re making me go crazy,” Mario whines, resting his forehead against his shoulder, “And you fuckin’ enjoy it. Just tell me why, at least!”

“It’s funny,” Davide answers, pushing him down on the bed and climbing on him, sitting on his belly. “You’re hard,” he says, and his smile opens wider, “I can feel it on my ass.”

“Yeah, well,” Mario frowns, crossing his arms on his chest despite Davide’s hands going down him, “you could easily feel it in your ass, if you just—“

“But I don’t want to!” Davide laughs again, “I’m not gay or anything.”

“Yeah, sure, none of us is gay, but you’re rubbing your ass against my cock and I’m hard, so either we revise our vocabulary definition of the word ‘gay’, or we just put definitions aside and, you know, fuck.”

Davide laughs once more, and bends over him to kiss him on his nose. “I’m alright like this,” he says, chuckling a little.

Of course you are,” Mario snorts, scratching the tip of his nose, just where Davide kissed him, “But what about me?”

“You like it when I do this,” Davide answers, moving slowly against his body. Mario can’t help to let go a single little moan in response to his movements, and Davide looks at him, smiling triumphantly. “See? You like it.”

Mario snorts again and puts his hands on Davide’s hips, overturning their positions so he can stay on top of him, pushing him against the bed and feeling every single inch of his body against his own. “I would like it more if I could fuck you,” he whispers on his lips, trying to kiss him and just going down kissing his neck when Davide turns away, “You would like it too,” he says, sliding a hand along his side and then pushing it between his groin and Davide’s legs, forcing them to spread to touch him, despite the fact he’s still fully dressed. “I would make it unforgettable.”

“Oh, I’m sure you would,” Davide answers, his voice just a whisper as he moves under him trying to catch up with the rhythm of his hand, “But I’m not this easy to convince.”

“I’ve been trying to convince you since I came here,” he laughs, biting his neck, “It’s a lot of fucking time.”

“You’ll have to try harder,” Davide insists, brushing more forcefully against his body and feeling Mario’s hard cock against his own as he lets go an uncertain moan, “I think there’s something you could definitely do to convince me once and for all,” he says, trying to regain control of the situation.

“What?” Mario asks, freezing immediately on Davide and looking at him, eyes full of hope. “What do I have to do?”

“You know,” he starts, smiling mischievously, “I like Marko too.”

“Oh, you do,” Mario says, rolling his eyes, already bored.

“Yes, I do,” Davide continues, drawing irregular circles on Mario’s chest through his t-shirt, “And sometimes I think dirty things about him. As you do.”

“I do not,” he says, with a heavy sigh, “But since you do, why don’t you just go and fuck him, already? Instead of staying here and fucking with my brain, I mean.” He tries not to sound as incredibly jealous as he knows he is, but the soft laughter he hears coming from Davide lets him know he totally failed at it.

“’Cause I’m not gay, I told you,” Davide answers, kissing him on his cheek, “But you are.”

“I’m not!” Mario bursts out. He does get the absurdity of whining about being called gay while being still entangled with a boy he would happily pay to fuck, but right now he just feels like complaining about everything he doesn’t like, and not being able to fuck Davide while Davide talks about liking Marko is definitely something he doesn’t like at all. So he’s going to whine. A lot.

“You’re hard,” Davide laughs, totally not impressed by his complains, “And you want me,” he adds, and Mario’s attention suddenly turns to him.

“Yes, I want you,” he says.

“And I want you…” Davide smiles, caressing his neck and almost touching his lips with his own, “…inside Marko. While I watch the two of you.”

Mario almost chokes on his own breath, and looks Davide right in the eyes, trying and figure if he’s serious or not. He hopes he’s not.

“What?” he asks, while Davide laughs again, “Are you totally out of you fuckin’ mind?”

“I’m not! I’m just… curious, I suppose,” he shrugs, sliding out from under Mario’s body and escaping his arms still around him, moving to the bed and tidying up his clothes.

“You’re curious, you suppose?” Mario asks, resting on his side and arching an eyebrow, “Why would you want to watch me fuck another boy? Why would you want to watch me fuck a boy at all?”

Davide bites his lower lip, studying him. “You’re sexy,” he says, his tongue licking slowly the lip he just bit, “You’re so fuckin’ sexy. When you move, you make me want to strip and fall to my knees and lick all over your body. And then take you in my mouth and suck you so hard it leaves you breathless.” He stops for a moment, while Mario looks at him, just as breathless as if Davide had really sucked the life out of him. “But I can’t, ‘cause I’m not gay,” he laughs, and Mario realizes he’s been making a fool out of him all the time. “I want to watch you as you fuck Marko, so I can get a clear idea of what I’m missing when I don’t let you fuck me.”

Mario sits and takes a deep breath, then comes closer to him on the bed and kisses him right under his ear, in a soft, sweet way, like he’s just trying to tell he’s okay, he understood.

“Alright,” he smiles, raising a hand and brushing Davide’s lips with his thumb, “I’ll do it. But I want something from you in exchange. Let’s make a deal.”

“A deal?” Davide asks, raising an eyebrow, “What kind of deal?”

“I’ll fuck Marko, and you’ll be there watching. Fine. But then it’s your turn.”

“My turn doing what?” Davide asks, but he’s already smiling, because he already knows.

“Having sex with me,” Mario smiles too, and he smiles against Davide’s lips because he’s already kissing him, “So you won’t have to miss anything anymore.”

*

Marko is a sweet guy, one on whom you can always count for fun; always ready to take only the best of life, not letting himself be bothered by ugly or sad things. He’s easy to get along with, and as a matter of fact Mario got along with him just fine, until Davide decided he had to run his sex life – and in the only way Mario was not inclined to accept.

Mario nervously scratches his nape as Davide pushes him forward, causing him to trip and almost fall on Marko.

“Marko, hi!” he greets him, raising a hand and waving fast, “How’re you?”

“Fine,” he answers, smiling calmly, “But I’m tired! Mourinho’s terrible with me.”

“That’s because you’re still too fat,” Davide mocks him, putting his tongue out at him.

“But I work so hard,” Marko says, lifting his shirt to look at his own belly.

Mario turns to look at Davide and finds him gazing intensely at the other boy’s body: his abdomen, his hips, the way his trousers fits on his ass. “You’re shameless,” he comments, “You did that on purpose.”

Davide laughs, while Marko lets go of his shirt to look at them again.

“He did on purpose what?” he asks, but Davide shrugs and Mario sighs heavily, shaking his head and letting the topic fall.

“Listen, Marko,” ha starts, trying to sound as much casual as he can, “We noticed you almost always hang out alone, or with your brother.”

“Yeah, that’s because I still don’t know anybody,” he nods, whining a little, “I just arrived, no one seem to really notice me at all.”

“We do,” Davide smiles sweetly, “Hey, why don’t you come out with us, tonight?” he asks, like he just had the idea, “It could be fun. Then you decide if you like how we spend our nights out or not.”

“Well, it sounds good…” Marko seems to consider the idea for some time, not so sure on what he should say, so Mario smiles and puts a hand on his shoulder, stroking softly to let him know he’s not in danger.

“It’s even better than it sounds,” he says, and Marko’s smile shines brighter for a second.

“Alright,” he nods finally, “Let’s go out together. Can’t wait to see how you have fun in good company here in Milan.”

*

Marko’s totally drunk. Mario had noticed how nonchalantly Davide had offered him first one beer, and then another one and once again, until Marko started to laugh alone for no apparent reason, suddenly not able to stand up on his own anymore.

“You’re a pest,” Mario tells Davide as they help Marko into their room. The boy continues to laugh, though only God knows why, “I don’t wanna know how long you’ve been planning this. Fuck, I thought you were nice.”

“I am nice,” Davide smiles, sitting on his bed and looking at Marko, sprawled out on Mario’s. “You think he’s going to stay awake while you fuck him? I don’t want him to pass out or something.”

“Well, you should’ve thought about it while you were filling him with alcohol, don’t you think?” Mario sighs, lying down next to Marko. “Hey, are you alright?”

“Yes, I am,” the boy laughs, taking off his shirt and falling down on the bed again, “I’m so hot, guys.”

“You are, indeed,” Davide laughs, making himself more comfortable on the bed, “Mario, touch him, please.”

“Oh, for God’s sake,” he sighs, but he does it either way. Marko’s skin is soft and warm, and the very moment Mario’s fingers touch his belly he starts laughing again.

“You’re tickling me, man,” Marko says. Mario’s fingers slide down his body and unbutton his jeans. “What are you doing? Man, this is so unfair,” he laughs again, “I can’t fight back.”

“Would you?” Davide asks, bending over him and kissing him softly on his neck and on his cheek.

“Mmh no, I wouldn’t,” Marko answers, and Davide giggles, pleased.

“Marko,” he says in a low voice, speaking directly in his ear, “Mario’s going to fuck you.”

“No way,” Marko laughs once more, just as Mario sighs again, stripping him of his trousers, “Are you serious?”

Davide nods. He’s still smiling. “Do you like him?”

“I like girls, usually,” he answers, “But Mario’s always been kind to me.”

“He’s a sweet guy, isn’t him?”

“Can we please stop talking about how good I am?” Mario snorts, forcing Marko to spread his legs and adjusting between them, uncertain on what he’s supposed to do now. “Or is that why we’re here?”

“No, it’s not,” Davide stands up and climbs on the bed, moving on his knees to reach Mario. Once he’s close enough, he hugs him from behind, his arms around his shoulders, his lips on his neck. “Fuck him like you would fuck me,” he whispers into his skin, and Mario immediately starts to breathe heavier, pushing through Marko’s resistance and entering his body in a long, hard thrust.

Marko whines, his eyes closed and his back arched against the mattress. Mario sees him spread his arms and clutch at the sheets, ripping them from the corners of the bed. “Does it hurt?” he asks, breathing even heavier when Davide, totally lost in what he sees, touches the base of his cock.

“I want to feel you when you’re inside him,” he says, and it’s the first time his voice seems truly fascinated. “Marko, is he hurting you?”

“Yes…” he moans, turning his head but following Mario’s thrusts with his own hips, “No. I don’t know.”

“So this is what it feels like…” he whispers, putting a hand on Mario’s back, feeling the muscles flex under his skin as he pushes deeper inside Marko, “To have someone inside you. You don’t know if you like it or not.”

“That’s because,” Mario says, the words coming out of his mouth slowly, “You feel guilty about it. When you like something and you don’t want to admit it, you always say ‘I don’t know’.”

“You think he doesn’t know because he feels guilty?” Davide asks, releasing Mario and moving closer to Marko, stroking his parted, wet lips and then sliding his hand down along his body to masturbate him.

“I think he doesn’t know because he’s drunk,” Mario answers, looking him in the eye, “I wasn’t talking about him, by the way.”

He comes inside Marko the moment Marko comes between Davide’s fingers, and collects what’s left of his strength to push away from him and roll on Davide’s bed, resting on his back and trying to breathe regularly again. Marko is already asleep.

Davide’s by his side not more than two seconds later.

“What did you mean?” Davide asks. He tries to sound perfectly calm, but the anxiety in his voice betrays him.

“What are you talking about?” Mario asks in turn, forcing himself not to smile.

“Just before,” Davide insists, sounding even more edgy, “What with that feeling guilty and shit. What did you mean?”

He doesn’t answer. “Are you horny?” he asks instead.

“Fuck, no!” Davide bursts out, “I’m not fuckin’—“

Mario turns on the mattress, pinning him on the bed under his own body again. He thrusts a couple of times between his legs, until they part, and he feels his cock’s hard under his jeans and his underwear. “You’re horny,” he says, rolling on his back again, not touching him anymore. “That’s what I was talking about.”

Davide growls softly, climbing on him and caressing his sweaty chest with his hands wide open. “You said you wanted to fuck me,” he says, but his words sound like the ones of an unsatisfied kid who’s been having fun until his dad came home and ruined the rest of the day by his mere presence, “Then do it, already. See for yourself if I’m horny or not. Fuck me.”

Mario looks at Davide, then catches him by his nape and pulls him down, kissing him hard, forcing him to part his lips and biting them, almost hurting him, before he stops suddenly and rolls off his body.

“I will,” he answers, “Don’t worry, I will. When you’re able to tell if you like it or not.”

Davide’s eyes open wide, trying to tell him something, but it’s something Mario doesn’t want to hear, so he just turns his back and tries to sleep. He’s not sure he’ll manage to, but Davide’s not making a fool out of him anymore, and he never will again. He may be sleepless, but at least he’s satisfied.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario/Davide, Mario/Marko.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Slash, (lieve) Angst.
- "Quando si avvicina a Davide, lo fa perché vuole avvicinarsi a Davide."
Note: Mario e il suo cuore diviso fra un sì e un no dati da due persone diverse come risposta alla stessa domande. Titolo da Winter Winds dei Mumford & Sons. Prompt: Sì/No @ It100.
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AND MY HEAD TOLD MY HEART “LET LOVE GROW”// (NO)
Quando si avvicina a Davide, lo fa perché vuole avvicinarsi a Davide. Perché ci pensa da giorni – settimane mesi anni – perché Davide è tutto quello che riesce a vedere quando gli sembra di essere tanto confuso da non riuscire a riconoscere il giorno dalla notte, perché Davide è l’unica cosa che funzioni nella sua intera, disastrosa esistenza, perché a Davide vuole bene, cazzo, gli vuole un bene fottuto, tanto che alle volte quando ci pensa gli sembra di non riuscire a contenerlo tutto, perché Davide è bellissimo, perché quando Davide gli sorride il mondo smette di girare e poi prende a vorticare all’improvviso così velocemente da lasciarlo stordito, perché adora come la sua vicinanza lo faccia sentire, felice, sveglio, vivo, perché Davide ha già un posto enorme nella sua esistenza, perché Davide è già tanto e lui vorrebbe davvero che diventasse tutto.
Per questo, quando lo bacia e si sente rispondere “no”, un pezzo di lui muore.

(SÌ) //BUT MY HEART TOLD MY HEAD “THIS TIME NO”
Quando si avvicina a Marko, lo fa perché vuole avvicinarsi a qualcuno. Perché ne ha bisogno, perché non è un tipo solitario, perché per qualche ragione che non ha mai capito ha sempre sentito la necessità di provare più affetto degli altri, di sentirsi più ammirato degli altri, più in compagnia degli altri, più desiderato degli altri. Perché vuol bene anche a Marko, in fondo, pure se non è che lo conosca così tanto, perché gli fa tenerezza con quel suo parlare insensato a macchinetta affastellando parole su parole e sbagliandone la metà perdendosi dentro la propria testa prima di arrivare al punto del discorso, perché lo fa ridere spesso, perché in fondo Marko è un cretino come lui, uno che non è che stia tanto bene quando è frenato da regolamenti troppo rigidi, ed hanno un sacco di cose in comune ed alle volte si capiscono con un’occhiata, specialmente quando vorrebbero fare battute cretine durante gli allenamenti ma le tengono per loro stessi, scambiandosele telepaticamente in un’occhiata complice e ridendo con maggior convinzione quando gli altri non capiscono il motivo della loro ilarità e cercando di estorcere loro una risposta qualsiasi subissandoli di domande di ogni tipo alle quali loro, presi come sono nel loro discorso silenzioso a due tutto speciale, non pensano minimamente di rispondere.
Per questo, quando lo bacia e si sente rispondere “sì”, un altro pezzo di lui muore, e Mario capisce in un respiro che sia questo che l’altro sono due pezzi di sé che non riuscirà più a recuperare.
Genere: Introspettivo.
Pairing: José/Mario, Mario/Davide accennato.
Rating: R/NC-17
AVVERTIMENTI: Angst, Slash, Lime.
- A volte la vita è composta anche da cose inevitabili contro le quali vai a sbattere che tu lo voglia o no.
Note: Volevo fare un banner, per questa storia, ma PS non era d'accordo. Sorvoliamo sul punto, perché ho rischiato di commettere atti dissennati, quando il bastardo mi si è chiuso sotto gli occhi prima che potessi salvare il frutto di un'ora del mio lavoro. *ringhia* Comunque! Storia scritta per la prima fase del F3.U.C.K.S., quella ispirata dalla community 1frase (sul Set Delta). Inizialmente voleva essere una gen su Mario e il suo rapporto non solo con José, ma con tutta la questione della mancate convocazioni e minchiate varie, solo che poi ho letto le regole della community (ehm XD) e mi sono accorta che la storia doveva essere incentrata su una coppia di personaggi, motivo per cui il mio inconscio s'è fatto condizionare e la storia è diventata una Moutelli. In mezzo alla quale s'è ficcato Davide, assolutamente non richiesto. Vi giuro: è stato un parto. E comunque cinquanta frasi sono tante.
Titolo rubato ad un verso della splendida Pena De L'Alma di Vinicio Capossela.
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COME IMPEDIR CHE CORRA IL FIUME AL MARE


#01 – Terra
Che poi a Mario la sua terra non è mai sembrata Milano che è grigia e vuota, e in fondo neanche Brescia, che sa di casa ed ha un buon profumo ma non gli incendia cose dentro quando la vede; no, lui pensa a Palermo – al sole che gli brucia la pelle, all’umidità delle sere d’estate, all’odore, al sapore e alla voce del mare – ed è lì che trova le sue radici, ed è per questo che ogni anno ritornarci gli ridà la vita, ogni volta, come nascere di nuovo.
 
#02 – Orgoglio
“Metti da parte l’orgoglio,” dice il Trap, ma – con tutto il rispetto – il Trap che cazzo ne sa di tutte le volte che entra in Pinetina con gli occhi bassi?, di tutte le volte che il mister lo rimprovera di fronte a tutti e lui è costretto a rimanere in silenzio?, di tutte le volte che non viene convocato e va via per evitare di commettere azioni di cui poi si pentirebbe?, e di quanto è stancante essere Mario, il cazzo di italiano negro che rompe i coglioni all’Inter da ormai quasi cinque anni?
 
#03 – Spirito
Canticchia l’inno del Milan, rivestendosi dopo gli allenamenti, nello spogliatoio, e tutti lo guardano male, e lui ride – insomma, non è lui quello privo di senso dell’umorismo, comunque.
 
#04 – Storia
“Ora mi sono rotto il cazzo di questa storia,” lo rimprovera Mino, aggrottando le sopracciglia, e Mario – che peraltro si spaventa pure un po’ – lo osserva cambiare completamente atteggiamento nei confronti dell’universo, tipo che dai suoi occhi si emana una luce del tutto nuova, mentre recupera il cellulare e compone velocemente un numero a memoria, “ora la sistemiamo, brutto ragazzino testone e capriccioso del cazzo, e tu stai zitto.”
 
#05 – Tempo
Uno sproposito di anni prima, quando era più piccino e parlava con Dade nel letto in ritiro alla sera, una volta gli aveva detto che al Lumezzane calcolava il peso della minchiata che aveva fatto dalla durata del rimprovero del mister; il rimprovero di mister Mourinho dura già da sei partite, ed è un tempo spaventosamente, davvero, spaventosamente lungo.
 
#06 – Guerra
Quella che sta conducendo con mister Mourinho non è una guerra diversa da tutte quelle che ha condotto nel resto della sua vita – e sono state tante – l’unica differenza è che, per la prima volta da che è al mondo – combatte – non riesce a prevedere se alla fine ne uscirà vittorioso, o almeno vivo.
 
#07 – Tradimento
A Mario sta sul cazzo l’aria che si respira nello spogliatoio e durante gli allenamenti, davvero, perché lui non ha tradito proprio nessuno, e potrebbe capire questo stato delle cose se avesse mai giurato fedeltà e amore eterno alla fottuta maglia o ai dannati colori, ma questo non è mai successo, quindi il tradimento se lo ficchino pure tutti nel culo, a cominciare da Mourinho su e giù fino al presidente da un lato e alla donna delle pulizie dall’altro, ecco.
 
#08 – Sentore
L’irrazionale paura di non rientrare più in squadra e finire a marcire nella merda, magari a trent’anni in qualche squadra del cazzo in Brasile, lo sta uccidendo, e ogni tanto, quando guarda Mourinho, si chiede se sappia cosa gli sta facendo; la risposta è che sì, lo sa, e se ne sbatte anche, molto probabilmente.
 
#09 – Giovinezza
Odia dover ammettere che quando era più piccolo era tutto più facile, perché quando era più piccolo già faceva tutto schifo, per cui alle volte non è che si chiede se sia valsa la pena crescere, no, risale alla fonte, e si chiede se sia valsa la pena di nascere, tanto per cominciare.
 
#10 – Orme
Ha sempre invidiato quelli come Mourinho, in fondo, quelli che hanno il papà calciatore che li ha indirizzati, accompagnati, condotti, quelli che avevano delle orme da seguire; se si guarda indietro, le orme di suo padre si perdono nella sabbia di un paese che lui nemmeno conosce, e di calcio nemmeno l’ombra.
 
#11 – Preda
Gli occhi di Mourinho somigliano a quelli di un cacciatore – determinati, fissi sull’obbiettivo, famelici, brillanti, ardenti, pericolosi, Mario ne ha paura, non vuole essere una preda, eppure sta scappando.
 
#12 – Stirpe
“Perché questa squadra,” gli dice Mino agitandogli un dito di fronte alla faccia, rimproverandolo tipo per la cinquecentomillesima volta nell’ultima settimana, “non è una squadra di pirla, Mario, non va bene provare a mettergliela nel culo”; “E allora che cazzo vuoi?” gli chiede lui, che Cristo, non ne può più, “Cos’è, la cronistoria del glorioso passato dell’eroica stirpe della famiglia Inter?”, e Mino lo guarda come fosse il coglione che in effetti è, e quando semplicemente gli dice “No, sto solo cercando di salvarti le palle, ma tu nemmeno te ne accorgi,” in effetti lui un po’ in colpa ci si sente, anche se non si scusa.
 
#13 – Passi
Un passo, due passi, tre passi, Mario si allontana da Appiano dopo l’ennesima mancata convocazione; gli prude la pelle, se la vorrebbe strappare di dosso, il mister, leggendo l’elenco, gli ha scoccato un’occhiata così pesante che se la sente ancora gravare sulle spalle, e non ne può più.
 
#14 – Rito
Alle volte Mario si chiede se all’Inter, da lui, vogliano delle scuse o un sacrificio umano.
 
#15 – Vittoria
L’ha vista la partita, sì; ha visto anche la vittoria, e li ha mandati affanculo tutti, uno per uno, prima di andarsi a sbronzare da solo.
 
#16 – Languore
Quando il mister gli si avvicina – e peraltro non fa niente oltre che guardarlo da un centimetro di distanza, tutto, da capo a piedi, come a volersi imprimere nella mente i dettagli della sua fisionomia – Mario lotta contro se stesso per non allontanarsi intimorito; questo languore sordo, questa voglia impossibile che gli rivolta lo stomaco accompagnata dal profumo della sua pelle e dal calore del suo respiro vicinissimo, lo terrorizzano anche più di tutto il resto.
 
#17 – Mortale
La paura è diventata l’emozione principale della sua esistenza; si sveglia terrorizzato e col batticuore torna a dormire, e sarebbe bellissimo se potesse dirsi che non ne capisce il perché, solo che sarebbe una menzogna: gli occhi di Mourinho e il suo respiro caldissimo gli sfiorano la pelle in una carezza da brivido, e Mario sa che è per quello che ogni giorno si sente morire.
 
#18 – Favorito
Ai tempi di Mancini, lui era il favorito – non certo il primo della classe, per una svariata serie di motivi, ma per un’altrettanto svariata serie di motivi in qualche modo gliele passavano tutte, perché era bravo, perché segnava, insomma, perché era il cocco del mister; vorrebbe poterlo essere anche di Mourinho, il problema è tutto qua, davvero, vuole solo— cazzo, vuole sentirsi amato, punto e basta, tutto qui.
 
#19 – Giardino
Il giardino è immerso nel silenzio, e Mario è lì esattamente perché è in silenzio che vuole stare; per questo, è con un certo fastidio che accoglie il fruscio di passi dietro di sé – almeno finché non si volta e non capisce a chi appartengono.
 
#20 – Eros
Schiacciato contro la parete, col corpo di Mourinho pressato addosso, continuare a pensare a lui come “il mister” gli dà quasi fastidio, ed è per questo che, nei suoi sospiri spezzati, diventa immediatamente José, non appena la sua mano scivola ad accarezzarlo fra le cosce.
 
#21 – Canto
Mezz’ora dopo, sta disteso sul letto, nella stanza che condivide con Davide – che peraltro sta canticchiando qualche canzoncina estiva idiota di dieci anni fa, dandogli i nervi – e l’unica cosa che riesce a realizzare distintamente, fissando il soffitto, è che gli fa malissimo la schiena; deve essersi graffiato strisciandola contro la parete.
 
#22 – Tocco
È del tutto casuale, tanto che Mario, per un secondo, è quasi convinto di averlo sognato, ma quando solleva lo sguardo e gli occhi di Mourinho – José – sono ancora lì, capisce che no, non sta sognando affatto, e non riesce a capire se gli dispiaccia o meno.
 
#23 – Silenzi
Il punto è che, molto probabilmente, né lui né Mourinho – José, Mario, José – sanno cosa diavolo sta succedendo, ed è per questo che rimangono in silenzio: anche parlando, non saprebbero cosa dire.
 
#24 – Movenze
Eppure gli piace sentirlo muoversi contro e dentro di lui, quando lo stringe in orari assurdi e luoghi improponibili senza neanche far finta di voler provare a trovare un pretesto.
 
#25 – Calore
Il calore del suo corpo, soprattutto nelle rare volte in cui, dopo averlo fatto, lo abbraccia per qualche minuto, è l’unica cosa che riesce a dargli conforto; e ancora non sa quando potrà rientrare in squadra, né se quello che sta succedendo fra lui e il mister – José, Diosanto! – interferirà con tutto il resto.
 
#26 – Apparizione
È praticamente scappato dalla Pinetina subito dopo gli allenamenti perché Mourinho – Cristo – lo stava guardando e lui non aveva intenzione di restare, nonostante volesse; sua madre in grembiule che lo aspetta sulla soglia di casa con una teglia di biscotti al cioccolato appena sfornati, comunque, è la cosa più simile ad un’apparizione mistica che gli sia capitato di vedere in tutta la sua vita.
 
#27 – Inebriare
Si lascia cullare dai suoni della casa – mamma che cucina, Giovanni e Corrado che litigano a caso durante la cena mentre Cristina cerca invano di fare da paciere, papà con quella sua risata rassegnata che sa troppo di babbo per non costringerlo a sorridere – e quando comincia ad andare in giro con un’espressione stupidamente felice, nessuno se ne stupisce.
 
#28 – Dita
Stare lontano da Mourinho – lo angoscia non riuscire a chiamarlo José neanche nei propri pensieri, se non quando si sente troppo perso per stare a rifletterci su – in realtà gli fa bene, Mario lo sa; però da solo nel letto, alla sera, sostituisce dita diverse con le proprie, perché ne sente troppo la mancanza per non provare ad occupare il posto che hanno lasciata vacante.
 
#29 – Nostalgia
Prova a dirsi in tutti i modi che quella che sta provando non è nostalgia, ma decisamente non gli riesce tanto bene.
 
#30 – Legame
Non l’ha chiesto lui quel rapporto, lui voleva essere solo un cazzo di calciatore alle dipendenze di una cazzo di squadra – Mourinho dovrebbe piantarla di fargli qualsiasi cosa gli stia facendo, ed uscire dalla sua testa, adesso.
 
#31 – Erba
Si mette a camminare a piedi nudi sul campo, senza nemmeno dare spiegazioni a qualcuno o chiedere permesso, ed ignora le occhiate stranite dei compagni che lo osservano andare in giro tranquillamente, assaporando la sensazione dell’erba bagnata e fresca sotto la pelle; quando alla fine il capitano gli si avvicina, con aria interrogativa, Mario sorride, e gli chiede se gli vada di palleggiare con lui.
 
#32 – Sembianze
Tutto ciò che Mario riesce a realizzare lucidamente, schiacciando Davide contro la parete in camera e baciandolo con forza, è che Mourinho lo sta ignorando e lui, così, non ce la può più fare, e non gli interessa che Davide palesemente nemmeno gli assomigli – se lo farà bastare.
 
#33 – Nettare
Mentre lo trascina verso il letto, senza smettere un secondo di baciarlo, realizza con chiarezza che Davide non è José – José, José, José – e non potrebbe mai esserlo, ma al contempo capisce in un colpo come le api possano ignorare il miele per vivere di solo nettare.
 
#34 – Rossore
Non riesce a staccare gli occhi dalle guance arrossate di Davide – si sente a pezzi come se quel rossore gliel’avesse causato a suon di pugni, invece che a suon di baci.
 
#35 – Possesso
“Non prendermi in giro,” gli dice subito Davide, guardandolo dritto negli occhi senza neanche un briciolo di risentimento, “lo so che non ero io quello che volevi.”
 
#36 – Crepuscolo
Il cuore di Mario esplode, di fuori il sole è appena tramontato e lui ringrazia Dio perché almeno adesso morirà e non dovrà per forza vederlo sorgere anche domani mattina.
 
#37 – Fautore
Mournho gli parla per la prima volta dopo un’eternità di silenzio, e non gli dice niente di quanto lui probabilmente si sarebbe aspettato se, solo per un secondo, avesse provato a riflettere sull’eventualità di quel momento: “Io” gli dice, “posso solo dirti che ognuno è artefice del proprio destino, Mario, e niente più di questo,” e Mario si dice “sì, d’accordo, ma cazzo, non mi vuoi baciare?” e poi vorrebbe prendersi a schiaffi da solo.
 
#38 – Sfrontatezza
È sorridendo spavaldo che si presenta agli allenamenti l’indomani – sa già che non sarà convocato per la prossima partita, ma a un certo punto chissenefrega.
 
#39 – Fato
“Deve essere questo il mio destino?”, chiede a Davide un bacio leggero e cinquecento milioni di scuse dopo aver vuotato il sacco su ogni cosa, “E allora che sia, io ho fatto tutto il possibile,” e quando lo dice ci crede, solo che in qualche modo il sorriso lievissimo di Davide gli dà da pensare: forse non è proprio del tutto vero.
 
#40 – Labbra
E quindi niente, ci prova ancora, solo una volta, lo avvicina – José, non Davide, a lui ha già dato abbastanza problemi, col suo atteggiamento del cazzo – e lo bacia sulle labbra, punto e basta; non si stupisce nemmeno un po’ nell’ammettere che ne ricordava perfettamente ogni curva, e beve fino all’ultima goccia del loro sapore.
 
#41 – Pensiero
È un pensiero che gli attraversa la mente e lo disturba all’improvviso: c’è qualcosa di troppo strano e fuori posto in quel bacio, lo sente sulle labbra, e se ne allontana turbato – José lo guarda allo stesso modo e si allontana a propria volta.
 
#42 – Ritorno
“José,” tornare a chiamarlo così dopo l’ultima volta è come tornare a respirare, “ma cosa cazzo stiamo facendo?”
 
#43 – Ferita
Rendersi conto di aver fatto un casino epocale solo perché, in fin dei conti, è solo un bambino, fa male come aprirsi il petto con un paio di forbici, cazzo.
 
#44 – Confine
La realtà è proprio quella, punto, ha fatto come i bambini che non riescono a comprendere che ci sono confini che non possono superare, per quanto forte sia il loro desiderio di sentirsi dire “ti voglio bene”.
 
#45 – Furore
Lui e José litigano per ore, com’è giusto che sia: si rinfacciano qualsiasi cosa, ogni parola ed ogni carezza ed ogni scopata, tutto diventa il pretesto perfetto per dirsi addosso la qualunque, e poi, semplicemente, dopo essere quasi venuti alle mani, si guardano direttamente negli occhi e se lo dicono (“Mario, sei un cazzone”, “E tu sei un cazzo di stronzo”), e tutto sembra tornare normale con una facilità che ha del disturbante.
 
#46 – Volto
Davide se ne accorge subito, appena lo vede: “Hai risolto, mh? Ti si legge in faccia!”, e Mario ride divertito, lo abbraccia un po’ a caso, lo costringe a dondolare in una coccola un po’ scema e poi gli chiede se gli va di uscire stasera dopo cena.
 
#47 – Candore
La semplicità con cui lo bacia dopo avergli rubato un sorso di birra dalla bottiglia è quasi comica.
 
#48 – Vino
Non sa esattamente come, in mezzo alle bottiglie di Corona, sia spuntato all’improvviso un Nero D’Avola di provenienza incerta, ma la faccia di Davide completamente sfatta dalle risate mentre parlano di una qualche cazzata che dimenticheranno quanto prima è troppo bella per potere stare lì a riflettere sull’opportunità di ubriacarsi in un momento simile; Mario sta bene, per la prima volta dopo mesi, e continua a ridere.
 
#49 – Incisione
Si ferma – è lui a farlo – appena attraversano la porta di casa stretti come un nodo, lo guarda e gli sorride, allontanandosi appena da lui, e Davide capisce: certe ferite hanno bisogno di un po’ di tempo per guarire, e fortunatamente loro due di tempo ne hanno in abbondanza.
 
#50 – Lanterna
È scappato a Palermo alla prima occasione favorevole, perché aveva bisogno di rinascere un’altra volta; osserva le lampare – puntini luminosi persi a caso nel mare che è un tutt’uno col cielo nero della notte – e sorride sereno, perché forse non ci sono orme dietro di lui, ma una via illuminata da seguire c’è comunque, davanti.
Genere: Introspettivo, Erotico.
Pairing: José/Mario.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Angst, Slash, Lemon, Dub-Con.
- "Ognuno parla in modo diverso. C’è chi per farsi capire gesticola, ad esempio. Chi sente il bisogno di alzare la voce. O di ripetere i concetti più e più volte. D’altronde, ognuno ascolta anche in modo diverso. E io con te le ho provate tutte, prima di scoprire che questo è l’unico modo che conosci tu per ascoltare."
Note: Dopo l'allegra fiammata Jobra, torno alle mie solite coppie improponibili XD Anche se, insomma, ho poppato la cherry del Moutelli durante il P0rn Fest e quindi ormai non si scandalizza più nessuno. Anche perché, voglio dire, da quando il Jobra s'è spezzato, una relazione con Mario è la cosa più canon che possa essere attribuita a José dopo la relazione che ha con sua moglie, suppongo. Comunque \o/ Fic ambientata immediatamente prima di Palermo-Inter (CHE IO SONO ANDATA A VEDERE ALLO STADIO, MWHAHAHA) (Assistendo a un pareggio tremendo /o\), titolo rubato ad un verso di I'm Yours di Jason Mraz e... mmh... guardate bene gli avvisi prima di leggere? \o/
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- Balotelli. – lo chiamò il mister, indicandogli la porta alla fine degli allenamenti, - Dentro. – Mario lo guardò per qualche secondo, e lui gli ricambiò l’occhiata senza fare una piega. – Dentro. – ripeté, calcando bene ogni lettera e precedendolo all’interno dell’edificio.
Mario roteò gli occhi, osservandolo oltrepassare la porta, e si grattò la nuca, asciugando qualche gocciolina di sudore sfuggita all’asciugamano.
- Non dovresti farlo aspettare. – gli sussurrò Davide, molleggiandosi appena sulle punte dei piedi per raggiungere il suo orecchio, - Rischi di farlo arrabbiare di più. E se poi ti lascia di nuovo a casa?
- Non lo farà. – quasi ringhiò Mario, aggrottando le sopracciglia, - Sono stufo di non fare un cazzo. Se non mi porta a Palermo, gli pianto un casino che se lo ricorderà finché campa.
- Anche perché torno in campo anch’io. – soggiunse il più giovane con un sorriso, - Ti voglio al mio fianco.
Mario sorrise a propria volta, intenerito, ed allungò un braccio per tirarselo contro, scompigliandogli i capelli morbidi e un po’ umidi sulle punte.
- Ci sarò. – lo rassicurò. Poi lo salutò e seguì Mourinho all’interno. Non trovandolo da nessuna parte, suppose potesse starlo già aspettando nel proprio ufficio, e lì si diresse, bussando quietamente alla porta una volta che fu arrivato. – Mister? – chiamò, visto che dall’interno la risposta stentava ad arrivare, - Sono Mario.
- Entra. – rispose a quel punto José, la voce, stranamente, incredibilmente vicina.
Mario non perse troppo tempo a riflettere sul punto, come in genere non perdeva troppo tempo a riflettere su nulla, e girò la maniglia, aprendo la porta ed entrando. Di fronte a lui, la poltrona dietro la scrivania di José era girata verso la finestra, così da non poter vedere l’espressione del mister. Questo, naturalmente, a patto che fosse stato seduto.
Cosa che non era.
Mario girò velocemente su se stesso quando, dopo aver fatto qualche passo all’interno della stanza, sentì scattare la serratura della porta.
- No. – biascicò, indietreggiando alla cieca verso la scrivania, - Non adesso.
- Oh, sì invece. – disse José, atono, - Dobbiamo parlare.
- Questo non è parlare. – deglutì Mario, toccando la scrivania e quasi appoggiandosi contro il piano in legno pesante, sentendo le gambe molli.
- Ognuno parla in modo diverso. – rispose José, avvicinandosi lentamente. – C’è chi per farsi capire gesticola, ad esempio. Chi sente il bisogno di alzare la voce. O di ripetere i concetti più e più volte. D’altronde, - sospirò, slacciando la cintura così lentamente che Mario rimase immobili per minuti interi ad osservarla sfilare attraverso la cinghia e i passanti, senza un suono, - ognuno ascolta anche in modo diverso. E io con te le ho provate tutte, prima di scoprire che questo è l’unico modo che conosci tu per ascoltare.
- No. – provò a fermarlo, sollevando le mani, ma José lo strinse per i polsi e lo obbligò a voltarsi, forzandolo a piegarsi sulla scrivania. La sua resistenza era effimera come quella di un fiore in mezzo a una tormenta, stupida e chiocciante come quella delle ragazzine che continuano a ripetere “no” quando tutto quello che vorrebbero mugolare strusciandotisi addosso è “sì sì sì”. Mario si vergognò di se stesso, chiudendo gli occhi e reggendosi coi gomiti contro il ripiano mentre chinava la testa sotto la pressione delle dita di José, piccole e forti contro la nuca.
- Io non sono uno stupido, Mario. – mormorò lui, sollevandogli la maglietta fino a sfilargliela dalla testa e lasciarla attorcigliata attorno ai suoi polsi, in modo da rendere i suoi movimenti decisamente meno agevoli, - Mi si può fregare una volta, - continuò, abbassandogli i pantaloni e lasciandoli scivolare giù lungo le sue gambe scure, umide di sudore e semidivaricate, fino a terra, - non due. E se tu o i tuoi fratelli – soggiunse, gemendo appena mentre premeva la punta della propria erezione contro la sua apertura e lui si lasciava sfuggire uno sbuffo un po’ terrorizzato ma palesemente colmo di aspettativa, - se tu o i tuoi fratelli… - ripeté accarezzandogli la schiena, - pensate che solo perché avete assunto l’unico che sia stato in grado di fregarmi in passato, allora in qualche modo riuscirete a fregarmi ancora, - ghignò appena, spingendosi con forza dentro di lui, mentre lui inarcava la schiena, schiudendo le labbra in un lamento sorpreso, - siete completamente fuori strada.
- Mi-- - boccheggiò lui, stringendo disperatamente un labbro fra i denti, - Mister—
- Tu non te ne andrai. – chiarì José, scavandosi il proprio posto dentro di lui con la solita rude decisione, come fosse un posto che gli spettasse e lui non stesse facendo altro che ribadirlo con ogni spinta, - Non importa cosa i tuoi fratelli diranno o faranno, - disse, lasciandogli scivolare una mano fra le cosce, a sfiorare appena la sua erezione bollente dalla base alla punta, - o cosa dirà o farà quel porco di Raiola. – aggiunse, stringendo la presa attorno al suo cazzo e scivolando avanti e indietro in concomitanza con le proprie spinte, - Non importa nemmeno ciò che dirai o farai tu. Né cosa vuoi o vorrai o potrai volere, perché finché io ti voglio qui-- - gemette roco, venendo dentro di lui ed aumentando il ritmo delle proprie carezze solo per costringerlo a venire fra le sue dita pochissimi secondi dopo, - finché io ti voglio qui, non ti lascerò andare.
Gli occhi chiusi, il respiro pesante e le gambe molli, Mario rimase per metà in piedi e per metà steso sulla scrivania, nudo ed esposto e privato anche dell’ultimo briciolo di vergogna. Non era stato in grado di dire no. Non era stato in grado nemmeno di desiderare di dirgli no. E, tuttavia, non era neanche in grado di ammettere, almeno con se stesso, di volerlo.
- Non sei convocato per domani. – disse José, il tono tornato calmo, tranquillo e privo di inflessioni, rivestendosi dietro di lui. Mario si mise dritto di scatto, ignorando il dolore alla base della schiena e fissandolo con odio, digrignando i denti.
- Che cosa--?
- Non sei convocato per domani. – ripeté José, ricambiandogli l’occhiata senza problemi di sorta. – Cos’è, ti credi più importante di un Eto’o? Se ho potuto risparmiarmi di convocare lui, posso sicuramente risparmiarmi di convocare anche te.
- Hai detto di volermi qui. – ritorse Mario, quasi soffiando come un gatto dalla rabbia, - Perché mi vuoi qui se non mi lasci giocare?
- Magari ti voglio qui perché voglio mandarti a sputare sangue con Pea in Primavera, per vedere se sei capace di meritarti la prima squadra per la terza volta nella tua vita, visto che ogni tanto ti dimentichi come si fa. O magari, - aggiunse con un sorrisino strafottente, - ti voglio qui perché mi piace scoparti contro la scrivania nel mio ufficio. – Mario distolse lo sguardo, umiliato, mentre José si concedeva una risata soddisfatta. – Ad ogni modo, perché ti tengo qui è del tutto irrilevante. L’unica cosa che deve contare, per te, è che qui resterai. Sono stato chiaro?
Mario si morse la lingua tanto forte da sentire il sapore del sangue spandersi per tutta la bocca e giù per la gola.
- Sì, mister. – rispose quindi, annuendo.
- Ottimo. – commentò José, finendo di sistemare la cintura dentro i passanti dei pantaloni. – Ora, prenditi il tuo tempo per sistemarti e poi vai a salutare i tuoi compagni. Educatamente. – concluse con piglio paterno.
Quando lo lasciò solo, Mario si permise finalmente di sollevare le braccia per rimettere a posto la maglietta, e poi chinarsi per sollevare i capelli e allacciarli in vita.
Prima di uscire, solo per qualche secondo, si appoggiò sfiancato contro la scrivania e si passò una mano sugli occhi, cercando tracce di pianto. Non ne trovò, e non seppe se esserne fiero o averne paura. Poi, uscì dall’ufficio di José.Educatamente si richiuse la porta alle spalle. E, sempre educatamente, andò a salutare i propri compagni. Non altrettanto educatamente, fuggì negli spogliatoi subito dopo. Venti secondi dopo, era già a bordo della propria macchina, diretto verso casa. Sorrise fra sé. Cinque secondi in meno rispetto all’ultima volta. Il prossimo obiettivo, sarebbe stato superare lo scoglio dei dieci secondi.
Genere: Romantico, Erotico.
Pairing: José/Mario.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Flashfic, Slash, Lemon.
- Mario non ha paura di chiamare le cose per nome.
Note: Scritta per il P0rn Fest @ fanfic_italia su prompt RPF Calcio (Inter FC), Mario/José, "Tu farai quello che dico." "Sono più convinto del contrario.".
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
IO NON HO PAURA


- Mario, mi stai ascoltando? – la voce di José è ruvida e roca e se Mario non si concentra su ciò che sta effettivamente dicendo può perfino illudersi di sentirla ancora ansimare e trattenersi a stento dal pronunciare il suo nome fra i sospiri, perché nella mente bacata di José va bene baciarlo toccarlo scoparlo, sì, ma non va altrettanto bene accettare questo fatto come qualcosa che accade davvero, perciò tutto ciò che resta loro sono ritagli di realtà in cui il reale non esiste. Bolle d’aria compressa in cui possono essere tutto e il contrario di tutto, perfino amanti.
- No. – ammette candidamente, rotolando sulla pancia e stirandosi contro il suo corpo per farsi sentire già teso e pronto per un nuovo amplesso.
Meu Deus, - sospira platealmente lui, cercando di tenerlo lontano con un braccio, - sei una piaga. Stavo cercando di parlarti di qualcosa di serio.
- La partita andrà bene, domani. – sorride lui, aggirando il suo braccio e sollevandosi abbastanza da poterlo scavalcare con una gamba, per poi sistemarglisi comodamente in grembo.
- No, se tu non sarai riposato e soprattutto preparato. – lo rimprovera José, afferrandogli i polsi e cercando di impedirgli di continuare la lenta e sensuale carezza che gli lascia scorrere sul petto.
- Sono riposato. – sorride e annuisce Mario, chinandosi a baciarlo lievemente sulle labbra senza neanche cercare di forzare la sua stretta, - E sono preparato. – aggiunge, notando con piacere che il bacio ha distratto José abbastanza da liberargli una mano, e scendendo quindi con quella stessa mano ad accarezzarlo fra le cosce, - E tu?
- Fermati. – intima José, fissandolo negli occhi con ostinazione, sebbene i suoi siano ormai velati da una patina di voglia che, da sola, rende innocua qualsiasi rimostranza.
- No, non credo proprio. – continua a sorridere Mario, strusciandosi sempre più svelto contro di lui.
- Tu farai quello che dico. – insiste lui, afferrandogli improvvisamente le spalle con entrambe le mani e cercando di bloccarlo. Mario si libera di quella trappola con uno strattone caparbio, raddrizzando la schiena e sollevandosi abbastanza da permettere ad una delle proprie mani di infilarsi nello spazio fra il proprio corpo e quello di José, indirizzando la sua erezione verso la propria apertura.
- Sono più convinto del contrario. – afferma, calandosi su di lui in un gesto fluido ed accogliendolo dentro il proprio corpo con un gemito liberatorio che si specchia appieno in quello gemello di José, che immediatamente gli poggia le mani sui fianchi pressando appena le dita sulla pelle scura, solo per indirizzare i suoi movimenti. Mario, però, non si lascia governare neanche in quel momento: poggia le mani sulle sue e lo costringe ad intrecciare le dita con le proprie, usando poi le sue stesse mani come leve, spingendo palmo contro palmo per aiutarsi nei movimenti lenti verso l’alto e verso il basso, imponendo il ritmo che lui decide e trattenendo José nella sua posizione di sudditanza fisica e mentale mentre lo accoglie sempre più in profondità mormorando il suo nome a fior di labbra – perché lui quel coraggio ce l’ha, ed è anche e soprattutto questo che vuole dire a José adesso. Lui quel coraggio ce l’ha. Il coraggio di chiamarlo per nome, il coraggio di chiamare per nome quello che li unisce, che sia all’interno o all’esterno della loro bolla di aria compressa in cui tutto è facile, perfetto e bellissimo, lui può farlo. Non ne ha paura. E lo afferma ancora un volta, con maggiore convinzione, mentre si stringe attorno al suo cazzo e lo sente venire dentro di sé in un ansito spezzato.
Lo guarda per qualche secondo, attentamente, soffermandosi sulle linee fiere del suo profilo ammorbidite dal tempo e sfiorando con le punte delle dita le sue labbra umide ancora dischiuse alla ricerca d’aria. Poi, si lascia ricadere al suo fianco, fissando il soffitto con disinteresse.
- Hai ancora qualcosa da dire? – chiede con aria autoritaria, sistemandosi contro la sua spalla. José deglutisce e non risponde nemmeno.
Genere: Erotico.
Pairing: José/Mario, cenni di Zlatan/José, Zlatan/Mario e pure di Mario/Davide, se squintiamo giusto un po'.
Rating: R
AVVERTIMENTI: Flashfic, Slash, Lime.
- Una piccola vendetta. O forse solo giustizia.
Note: Scritta per il P0rn Fest @ fanfic_italia su prompt RPF Calcio (Inter FC), Mario/José, crampi.
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AND JUSTICE FOR ALL


- C’è gente che viene pagata per fare questo lavoro. – sbotta José, annoiato a morte, cercando di continuare a dirigere la squadra ed aiutarlo a sciogliere i muscoli contemporaneamente.
- Non sono tanto bravi. – mente Mario, concedendosi un mezzo sorriso da bambino cattivo, - Concentrati, mister, che se non stai attento fai danni.
- Io e te dovremo ridiscutere questa faccenda del darmi del tu. – ringhia l’allenatore, indispettito, - Ti pare che qualcun altro oltre te si permetta di prendersi certe confidenze nei miei confronti?
Mario scrolla le spalle.
- Ibra lo fa. – risponde con falsa innocenza. José guarda altrove.
- Ibra è un’altra cosa. – risponde, - E comunque non ho mai dato il permesso neanche a lui, se l’è preso e basta. – lo fissa, inarcando un sopracciglio, - E tu non hai le qualità per farlo.
Mario gli ricambia lo sguardo, e i suoi occhi brillano. Il piede, coperto solo dal calzino e fino a poco fa saldamente incastrato tra la mano e il fianco del mister, scivola lungo il suo ventre, pressandosi appena fra le sue gambe. Tenendosi sollevato da terra coi gomiti, Mario lo fissa e basta, quasi con ostinazione, continuando ad accarezzarlo lentamente attraverso il cotone sottile dei pantaloni della tuta.
- Mario. – grugnisce José, con estremo disappunto, - Non in mezzo a tutti.
- Fermami. – risponde sbrigativamente lui. José è furioso, può vederlo dalla piega delle sue sopracciglia e dall’ombra scura che rende opachi i suoi occhi. Porta entrambe le mani ad afferrare il suo piede, per qualche secondo Mario si permette anche di pensare che forse lo fermerà davvero, ma poi José si rilassa, i suoi occhi si chiudono e alle sue labbra sfugge un sospiro rassegnato mentre, lontano dagli sguardi indiscreti di giocatori ed assistenti, impegnati a lavorare seriamente, loro sì, in mezzo al campo, si struscia contro di lui, cercando di contrastare le sue carezze con spinte brevi e discrete, sperando più che altro nella buona sorte.
Quando José si ferma all’improvviso, strizzando le palpebre con forza per un millisecondo che lo riempie di soddisfazione, Mario sorride e si inumidisce le labbra.
- …la tua gamba – deglutisce José, staccandosi repentinamente da lui con imbarazzo palese, - è troppo in forma, per essere quella di uno che s’è accasciato in terra in preda ai crampi dieci minuti fa. – borbotta, mollandolo lì e dirigendosi speditamente verso il primo bagno disponibile all’interno del centro sportivo.
Dopo averlo osservato scomparire oltre la porta, Mario resta disteso e guarda il mondo circostante sentendosi forte. Senza nessun motivo in particolare. 
Cerca Zlatan, e quando lo trova vede che lui lo sta già guardando. Sorride, chiedendosi da quanto lo stia facendo, e sorride perfino con maggiore convinzione quando lo vede cambiare espressione – da sbigottita a furiosa – ed allontanarsi a grandi passi verso il punto più lontano da lui sull’intera superficie del campo.
- C’è chi la chiamerebbe vendetta. – commenta Davide, apparso dal nulla sulla panca poco distante. Mario ride, alzandosi in piedi e saltellando brevemente sul posto per rimettersi in condizioni di allenarsi.
- Io la chiamo giustizia.
Genere: Commedia, Erotico.
Pairing: Mario/Davide/Zlatan/José. Tutti assieme, sì.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Foursome, Lemon, Slash.
- "Dà? Era meglio se stavi zitto."
Note: Scritta per il P0rn Fest @ fanfic_italia su prompt RPF Calcio (Inter FC), Davide/José/Mario/Zlatan, "Vedete? È docile come un agnellino, se sapete prenderlo per il 'verso' giusto." "Fottiti.".
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IL SILENZIO E' D'ORO


La reazione di Mario, nel vedere Zlatan spalmato contro il tavolo in cucina fra tazze di latte più o meno piene e più o meno fumanti, biscotti sparsi e arance che rotolano un po’ ovunque a casaccio, è un sospiro teatrale e un altrettanto teatrale rivolgere gli occhi al cielo come in cerca dell’aiuto di Dio – perché in certi casi poco importa non essere proprio certi della sua esistenza: ci si spera e basta, che a sperare non si fa mai male. 
La reazione di Davide è più infantile ma non meno concitata: porta entrambe le mani al viso, come a volercisi nascondere dietro, ma in uno sfoggio di deliziosa impudicizia che nessuno si sogna neanche di definire casuale lascia separate le dita, in modo da potersi godere lo spettacolo senza difficoltà di sorta. Si lascia anche sfuggire un gemitino, di quelli piccoli che scuotono sempre tutti dal di dentro, e che costringono sia Mario che Zlatan – ancora piegato in due sul tavolo, per la cronaca – ad un ringhio di gola che gli fa eco ed amplifica il desiderio che già si fa strada nel bassoventre.
La reazione di Zlatan è ovviamente confusa. In fondo, è lui quello nudo e piegato sul tavolo, sempre in mezzo al latte e ai biscotti e alle arance, quindi la sua posizione è senza dubbio la più imbarazzante. Naturalmente, José potrebbe obiettare che dopotutto non è lui l’allenatore che è stato sorpreso da due fra i più piccoli giocatori della sua rosa mentre si struscia contro il suo attaccante migliore e si nutre dei suoi sospiri e dei suoi gemiti come fossero l’unica cosa importante al mondo attendendo di entrargli dentro e prendersi ciò che vuole davvero, ma Zlatan delle obiezioni di José – reali o ipotetiche che siano – si disinteressa del tutto, quindi mugugna un’imprecazione risentita e nasconde il viso contro gli avambracci, lasciando i capelli lunghi e mossi liberi di ricadergli ai lati del viso per coprire ciò che ancora resta visibile del suo imbarazzo.
La reazione di José, comunque, è la più inaspettata di tutte: nel rispetto della lunga e da più parti apprezzata tradizione dei gesti ad effetto, che lasciano sempre tutti a bocca spalancata incapaci di formulare una replica o anche solo di costringersi a pensare a qualcosa di diverso – di diverso da lui e da quanto possa essere indecentemente bello anche tutto arruffato dopo il lungo e riposante sonno notturno – José decide come al solito di spingersi oltre. Spingersi oltre, nel caso specifico, si traduce in spingersi dentro, e due secondi dopo la schiena lunghissima di Zlatan si inarca e dalle sue labbra sfugge un gemito dirompente al punto che Mario torna a guardare la scena, sbigottito, mentre Davide lascia ricadere le braccia inerti lungo i fianchi, spalancando la bocca e gli occhi.
- Be’? – dice quindi, con quel suo italiano strascicato e un po’ lagnoso e dannatamente sensuale, col tono preciso di chi ti concede la sua attenzione come un preziosissimo dono, - Che aspettate? La bestia ha bisogno di esseredomata. – ghigna, spingendosi più profondamente dentro il suo corpo.
Zlatan ringhia, rispondendo al richiamo quasi animalesco delle sue mani che gli tirano i capelli come redini, per tenerlo buono.
- Stronzo… - mugugna, impossibilitato a muoversi. Mario sospira.
- Sempre la stessa storia… - borbotta quasi annoiato, seguendo Davide e piazzandosi disinvoltamente alla sinistra di Zlatan, mentre il più giovane s’inginocchia e, con l’espressione di un bambino che si appresta a mettere le mani sul suo giocattolo preferito, si china sull’erezione dello svedese, sfiorandola quasi timorosamente con le labbra prima di prenderla in bocca fino alla base, inspirando profondamente ed appiattendo la lingua per farle spazio.
- Questo è- - biascica Zlatan, deglutendo a fatica, - è scorretto.
- Per carità, fa’ silenzio. – sbotta Mario, afferrandolo per il mento e costringendolo a voltarsi verso di lui. Lo fissa negli occhi per qualche secondo, prima di sciogliersi in un sorriso felice e arreso e improvviso come solo quelli dei ragazzini possono essere. – Cazzo quanto sei bello, fanculo. – commenta come fosse una scoperta improvvisa degli ultimi minuti, e si appoggia al tavolo per chinarsi sulle sue labbra, baciandolo profondamente ed impedendogli qualsiasi protesta possa venirgli in mente di avanzare contro tutti loro che si stanno evidentemente prendendo gioco di lui quando quella vacanza era stata progettata per rilassarsi e basta, non certo per essere violentato sul tavolo durante la colazione della domenica mattina.
Negli smottamenti che arruffano ancora di più ciò che sul tavolo è stato sparso solo per addobbo, dato che tutti mettono in bocca di tutto tranne che il cibo che a quello doveva essere destinato, un’arancia rotola giù verso il pavimento, e nella caduta libera incontra la testa di Davide, sulla quale rimbalza prima di andare ad accasciarsi in un angolo, immobile. Davide mugola, mugola tutto attorno a lui, Zlatan cerca di rafforzare la presa contro gli angoli del tavolo e si sente cedere le gambe mentre le labbra di Mario sulle sue gli tolgono il fiato e José irrompe dentro di lui con la violenza di un cataclisma, cingendolo per i fianchi e mugolando il suo nome sulla pelle della sua nuca, causandogli i brividi.
Quando viene, Davide non fa una piega. Si ritrae appena, ma non del tutto, resta lì incollato alla sua pelle come sapesse di zucchero, e lo accarezza piano mentre, diligentemente, lascia scorrere la lingua tutta attorno e sopra la punta, ingoiando in silenzio. Zlatan lascia andare un sospiro stremato fra le labbra di Mario e José regala a tutti un sorriso storto dei suoi, carico di una soddisfazione che non sarebbe altrettanto bravo ad esprimere con le parole.
- Vedete? – dice quindi, dopo aver recuperato abbastanza fiato per farlo, - È docile come un agnellino, se sapete prenderlo per il verso giusto.
Zlatan solleva lo sguardo mentre Davide si pulisce la bocca come un bimbo educato e si rimette in piedi.
- Fottiti. – commenta sgomento, - E fottetevi anche voi. – aggiunge, indicando i due ragazzini che, per tutta risposta, scrollano le spalle e si dedicano ad attività più interessanti – Mario raggiunge la moka ancora sul fornello e Davide si siede a tavola, cercando qualcosa che sia ancora commestibile in mezzo alla devastazione che regna sovrana.
- Ma non vai a lavarti i denti, Cristo santo?! – sbotta Zlatan, accasciandosi stremato sulla prima sedia disponibile e guardandolo con un’aria a metà fra lo sconfitto e il disgustato. Davide, che non ha ancora aperto bocca se non, naturalmente, per farsela scopare, lo guarda con sincera curiosità, prima di sorridere con l’espressione ebete di un mentecatto.
- Così la colazione ha un sapore migliore. – risponde deliziato, infilando in bocca un biscotto in chiara overdose da gocce di cioccolato.
La reazione a queste parole, stavolta, è comune.
- Dà? – lo chiama Mario, esprimendola per tutti, - Era meglio se stavi zitto.
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario/Zlatan, José/Zlatan, Davide/Mario.
Rating: R
AVVERTIMENTI: Lime, Slash.
- Un anno e tre relazioni importanti.
Note: Scritta per la Criticombola, su prompt 04. Fotografia.
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TRYIN’ TO HOLD THE WIND
4. Fotografia


Ancora con gli occhi chiusi, puoi sentire il rumore del mare a pochi passi dalla villetta. Dev’essere prestissimo, oltre al suono delle onde che s’infrangono sulla spiaggia c’è solo lo stridere dei gabbiani e niente più. Non una voce, non un pianto di bambino, non un urlo di qualche venditore ambulante pronto a offrirti cibo, bibite o qualsiasi altra cosa tu possa desiderare avere su una spiaggia, da un salvagente a un braccialetto intrecciato a un tatuaggio fatto con l’henné.
Mentre ti rigiri sul materasso, sentendo le lenzuola piacevolmente fresche contro la pelle caldissima, ti illudi per un secondo di trovarti su un’isola sperduta, lontana da qualsiasi centro urbano, a chilometri e chilometri dal primo agglomerato di case. È una delle tue fantasie ricorrenti, di quelle che potevi passare ore a raccontare a Davide quando dividevate la stanza in Primavera. Ti manca un po’, Davide, non lo senti da quanto? Qualche mese, almeno. Sì, lo saluti ancora quando vi beccate per caso, ma il punto è che non è mica tanto facile beccarsi, quando ci si muove in mondi completamente differenti.
Comunque c’è poco da fare, al mister Dade non convince, “è piccolo”, dice, “immaturo”, e tu non insisti perché è vero che sei un rompiballe ma non è vero che sei stupido, e sai che il posto in prima squadra ce l’hai non perché tu ti sia fatto il culo ad allenarti, ma perché il culo l’hai avuto a prescindere, e quando il Mancio ti ha visto si è innamorato del modo in cui porti palla – quelle volte in cui riesci a non perderla, naturalmente – perciò non ci tieni affatto a mettere a rischio la posizione in cui sei ora per insistere sulla possibilità di portare in squadra quello che alla fine, in fondo, è solo un pischello che probabilmente finirà al Mantova o al Frosinone l’anno prossimo.
Schiudi gli occhi e ti volti a guardare Zlatan, concedendoti anche un mezzo sorriso, dato che non può vederti. È tremendo quando ti becca a sorridere come un cretino perché sei semplicemente felice. Non che lui sia granché diverso, è un tipo che quando è felice davvero si lascia andare a certi sorrisoni da moccioso che ogni tanto ti chiedi come possa avere davvero quasi dieci anni più di te, ma per qualche strano motivo si sente sempre in diritto di prenderti per il culo ogni volta che ti becca a fare un sorriso un tantino più convinto degli altri. E siccome ti pare già abbastanza che ti prenda per il culo nel senso fisico del termine, non sei tanto propenso a lasciarglielo fare anche in senso morale; perciò, nel momento in cui lo vedi stiracchiarsi un po’ sul materasso, allungando braccia e gambe fino a sfiorare le tue e inspirando così profondamente da gonfiare il lenzuolo, inarcando la schiena e mugolando qualcosa di incomprensibile, smetti subito, e ti sollevi su un fianco, poggiando una guancia sul palmo della mano e piantando bene il gomito per reggerti dritto.
In realtà, stare con Zlatan non ti piace. A te piacciono le cose semplici e lineari, e questo perché ti senti già abbastanza incasinato senza doverti preoccupare di quanto possano complicarsi ulteriormente le cose quando, da incasinati, si affronta un mondo incasinato anche il doppio. Ti basta già il casino che c’è, insomma, non avresti mai pensato che saresti arrivato a perderti in questo modo ridicolo per uno come Zlatan, uno che non è geneticamente predisposto a semplificare la vita di nessuno, e che anzi si diverte a rendere infernale qualsiasi cosa tocchi – e tu lo sai bene, dato che bruci come il fuoco ogni volta che fa tanto di metterti anche solo un dito addosso.
Tu e Zlatan non avete una storia, avete una cosa che da un certo punto di vista si è gonfiata troppo – tanto che la vedono tutti, non è più possibile ignorarla – e da un altro punto di vista è totalmente insignificante. Perché tu lo sai che non è amore, sei ragionevolmente certo che Zlatan non ti ami e pure tu sei abbastanza convinto di non amarlo a tua volta. Però c’è, e il risultato è che adesso siete in vacanza insieme in un posto in cui sei già stato un paio d’anni fa e che conosci piuttosto bene, mentre a Zlatan è del tutto estraneo.
Ti turba un po’, e ti spaventa anche, che lui abbia accettato di farsi condurre fino a San Vito. “Due settimane”, ti ha detto con quel sorriso insopportabile, troppo sicuro e soddisfatto per essere anche piacevole, “tutte per noi”. La malizia sulle sue labbra era così evidente che neanche per un secondo hai potuto fingere che quella concessione fosse un regalo romantico. Era solo Zlatan che si comportava da Zlatan, lasciandoti scorrere gli occhi scuri addosso e disegnando in una carezza impalpabile la curva della tua schiena là dove si faceva più stretta, appena sopra le natiche.
Due settimane, questo è il vostro primo risveglio qui e tu stai già chiedendoti come farai a sopravvivere ad altri tredici risvegli simili.
- So di essere uno schianto, ma… - ti prende in giro Zlatan, ridendo divertito, e tu lo mandi a fanculo fra i denti, rigirandoti a pancia sotto e sistemando il cuscino, nel tentativo di tornartene a dormire. – Sei sveglio da molto? – ti chiede, la voce ancora impastata dal sonno. Tu scrolli le spalle con aria disinteressata.
- Un po’. – sbuffi, fingendo di scostarti quando lui allunga un braccio a circondarti la vita. Lo lasci fare, perché è una cosa che ti piace da impazzire. Tu sei molto fisico, nelle tue dimostrazioni di affetto, ma non pensavi lo fosse anche Zlatan. Visto da lontano, sembrava più il tipo da pensare “volete adorarmi? Liberissimi, ma non provate nemmeno ad allungare un dito su di me”, e invece è completamente diverso. È uno che, quando ha qualcosa da dimostrarti, nel bene e nel male, lo fa con una violenza tale da non poter essere contenuta in parole o in un’occhiata: deve toccarti. E tu ti lasci toccare.
- Com’è che fate colazione, da queste parti? – chiede con aria distratta, sistemandoti contro il suo petto neanche fossi un cuscino o un peluche e prendendo a fissare il soffitto mentre disegna qualcosa di incomprensibile sotto il tuo orecchio. Sembra l’iniziale del tuo nome – ancora non lo sai, ma fra poco più di un anno te la tatuerai addosso. Lui, però, non sarà più lì per vederla.
- Cornetti e cappuccino. – rispondi, e provi a voltarti. Finisci ugualmente schiacciato contro il suo petto, ma al contrario, così da poterne sentire sapore e calore sulle labbra. Socchiudi un po’ gli occhi perché a volte Zlatan è un po’ troppo. Lui nemmeno se ne rende conto, naturalmente, è una questione che non lo tocca. Dipende da chi sta toccando lui, se è in grado di reggere o meno la quantità spaventosa di cose che Zlatan è in grado di marchiarti a fuoco sulla pelle solo sfiorandoti. Hai sempre creduto di essere forte – il più forte di tutti – ma con Zlatan a volte non ce la fai proprio.
- Cornetto? – chiede Zlatan, e quando tu sollevi lo sguardo vedi formarsi nei suoi occhi l’immagine più che precisa di un cono gelato della Algida. Sospiri e scuoti il capo, esasperato.
- Brioche. Come vuoi chiamarla la chiami. Croissant?
- Ah! – realizza lui, improvvisamente illuminato dalla luce divina, - Ma non sapete parlare, qui in Sicilia. Uno si confonde. Va be’, dai. – conclude, lasciandoti andare con la stessa naturalezza con cui in genere ti tira uno scappellotto improvviso durante gli allenamenti, - Vai a recuperare i croissant e il cappuccino, così ci svegliamo e facciamo qualcosa di utile. – ti osserva metterti in piedi e grattarti stancamente la testa, cercando in giro i tuoi vestiti ed incontrando più difficoltà di quanto avresti pensato nel ritrovarli. – Ho un paio di idee carine.
- Le tue idee le conosco. – borbotti tu, e fingi di non essere così schifosamente lusingato come invece sei, mentre ti rassegni ad aprire un borsone a caso e tiri fuori i suoi pantaloni della divisa, con un otto tanto grande ricamato vicino all’orlo inferiore da essere appena meno evidente di un semaforo in mezzo a un incrocio. È un po’ uno dei problemi più enormi che hai con Zlatan, affiancato a una serie in realtà abbastanza infinita di problemi giganteschi: ogni parola, ogni occhiata, ogni pensiero sono preziosi come il cristallo. Ti senti piccolo piccolo quando hai a che fare con lui, e ciò rende ogni suo gesto nei tuoi confronti incredibile e bellissimo. È una cosa così ridicola, cazzo. Hai voglia di prenderti a schiaffi ma non lo fai, infili una maglietta a caso ed esci a piedi nudi, direttamente sulla sabbia. Zlatan ti ride dietro.
- Ti farai male. – dice, mettendosi a sedere sul letto. Il lenzuolo gli scivola addosso e gli si arriccia in grembo con una lentezza esasperante, tu lo guardi e deglutisci un blocco di voglia che ti obbliga a stringere i pugni lungo i fianchi come aggrappandoti all’aria, per impedirti di tornare dentro, chiudere la porta con un calcio e saltargli addosso.
Invece ti forzi a sorridere, inclinando appena il capo e sporgendo il mento in una posa spavalda che per la prima volta in due giorni ti aiuta a ricordare chi sei e come ti piace affrontare il mondo.
- Non conosci questo posto. – dici supponente, - Queste strade potrebbero fare male a te, ma non a me.
Zlatan ti guarda con un sorriso storto colmo di reale compiacimento, e tu la porta la chiudi lo stesso, ma te la chiudi alle spalle senza tornare indietro, soddisfatto della vittoria che Zlatan ti ha consentito di prenderti, perché se è vero che con lui ti tocca accontentarti della briciole, allora pretendi almeno la briciola più grande di tutte.
La sabbia ti si attacca alla pelle come un’armatura, cammini lungo il marciapiedi ancora fresco di notte e in giro non c’è nessuno. Ti senti addosso l’odore di Zlatan e ti diverte che sia un odore solo tuo, perché nessun altro in questo posto potrebbe riconoscerlo.
Ti fermano per strada, è un bambino che non avrà più di tredici, quattordici anni.
- Sei il mio mito! – ti dice, - Sei troppo figo! – e suo padre, accanto a lui, sorride un po’ nervosamente. Non riesci a capire bene perché, forse non ti apprezza come giocatore, o magari tifa Milan. Sorridi, vorresti dirgli “si rilassi, sa?, tifo Milan anch’io”, ma lasci perdere, e quando il ragazzino ti chiede una foto fai come sempre, ti metti in posa al suo fianco e aspetti il click della macchina fotografica. Non rifiuti mai una foto a nessuno. In realtà un po’ ti pare di non averne il diritto, insomma, è come quando non esulti dopo un gol: perché lasciarti andare ad espressioni di gioia più o meno organizzate, se stai solo facendo il tuo lavoro? E anche le foto rientrano un po’ nel contratto, forse non in quello reale, ok, ma in quello morale che hai stipulato con la parte di tifoseria che ti apprezza, quello sì, quindi perché dovresti tirarti indietro?
Il ragazzino non ti fa perdere molto tempo, ti molla subito dopo un “continua così!” talmente sentito che tu non puoi proprio evitare di sorridergli e colpire con un pugnetto cameratesco il suo pugno sollevato a mezz’aria in segno di vittoria. Tu gli sei grato per la sua velocità, anche perché vorresti evitare di essere visto dal mondo intero mentre te ne vai in giro a piedi nudi con addosso i calzoni di Zlatan Ibrahimović, per cui affretti i tempi, ti infili nel primo bar disponibile sul lungomare e quando ne esci inspiri il profumo dolce dei cornetti e del caffellatte che si mischia con quello più fresco e salato del mare, e sorridi soddisfatto.
Quando rientri in casa, Zlatan è sveglio ed ha appena finito di risistemare il letto. Batti più volte i piedi sul pavimento, all’ingresso, per evitare di spargere sabbia ovunque, e lui ti guarda con un sorriso sereno, divorando con gli occhi qualcosa che non riesci a capire se sei tu stesso o ciò che tieni in mano.
- Ho portato la colazione. – annunci per ogni evenienza, e mentre entri in cucina aggiungi: - Ho incontrato un tifoso, per strada. Mi ha chiesto una foto.
- E tu l’hai fatta? – ti chiede Zlatan, ridendo divertito. Tu scrolli le spalle, sistemando tutto sul tavolo. – Con quei pantaloni addosso? – insiste, e tu, per un secondo, fissi il vuoto con aria persa, prima di realizzare.
- Ops. – biascichi infine, guardando imbarazzato altrove.
Zlatan ride, avvicinandosi ed accarezzandoti la nuca con la punta del naso.
- Penitenza. – soffia sulla tua pelle. A te dispiace solo che il caffellatte lo berrai freddo, dopotutto.
*
Il caffellatte arriva già freddo, ma tu non hai proprio cuore di voltarti e dire a Davide “che cazzo, sei andato a prenderlo direttamente a casa tua?” come in realtà vorresti, perché anche se senti il profondo e intimo desiderio di prendere le cose a testate o, al limite, scardinare la porta e devastare l’intero centro sportivo a colpi di traversa, sai di non potertela prendere con lui.
Davide è un ragazzino – e non dovresti pensarlo, perché non è che tu sia così tanto più grande di lui – Davide è gentile con te – e tu nemmeno te lo meriti, visto come lo snobbavi prima che il nuovo mister lo prendesse in prima squadra – e soprattutto Davide non ha colpa del fatto che mister Mourinho, assieme a tutte le indubbie innovazioni e migliorie che ha portato all’Inter arrivando quest’estate, si sia anche preso qualcosa che tu credevi ti appartenesse ma, realizzi solo ora, col caffellatte freddo fra le mani, forse non sei mai neanche riuscito a stringere davvero.
- Mi sa che è un po’ freddo… - tentenna Davide, osservandoti restare lì immobile a fissare il vuoto, perso nei tuoi pensieri. Tu scrolli le spalle, ma piano, perché di quel caffellatte non vuoi versare neanche una goccia. Sei stanco perché stanotte non hai dormito, sei stanco perché litigare con Zlatan ieri ti ha stremato, sei stanco perché Zlatan non ha affatto capito perché sei così arrabbiato con lui e ora passeggia per il campo accanto a Mourinho, ridendo e scherzando e prendendo in giro chissà chi – magari te, te lo meriteresti, ma se è così non vuoi davvero saperlo.
È una routine cui dovresti già essere abituato, questa, dato che si ripete da parecchi mesi. Non è che tu e Zlatan abbiate smesso di parlare o che, solo che non è più come prima e tu lo senti ogni volta che ti rivolge la parola e ti guarda, e soprattutto quando ti tocca. Che non capita più spesso, e a te per la verità spesso manca, ti mancano le sue mani chiare e grandi che ridisegnano la linea netta dei tuoi fianchi, ti mancano tanto che a volte nel letto da solo chiudi gli occhi strizzando le palpebre e provi a replicare quegli stessi gesti, ma non ti viene mai bene. È allora che scivoli fuori dalle lenzuola in cerca di altre mani che possano accarezzarti, ma non hanno la stessa impronta delle mani di Zlatan, e quindi non è la stessa cosa.
Tu e Zlatan non siete mai stati in buoni rapporti. Lo realizzi adesso che lui e il mister ti passano accanto diretti chissà dove, e Zlatan non ti guarda non perché si rifiuti di farlo, ma perché a passarti gli occhi addosso neanche ci pensa. La sua attenzione è catalizzata altrove, il mister lo attrae come una dannata calamita. E tu non sei abbastanza magnetico. Non per lui, almeno.
Tu e Zlatan siete simili, e per questo litigate spesso. Solo che tu sei innamorato e lui no, ed è questo che ti fa pensare che quando arriverà il momento del vostro addio – e, se il mister continua a tenerti fuori rosa, è un addio che avrà luogo molto prima del previsto – quando quel momento arriverà, ecco, non sarà bello. Sarà una spaccatura netta e irrecuperabile, una di quelle cose che ti cambiano l’esistenza al punto da non poter più tornare a com’era tutto prima.
Cerchi di ricordarlo. Com’era prima? Non lo sai più.
Davide ti si avvicina e ti sfiora con aria apparentemente casuale. Sorridi perché sai che non lo è mai.
- Ehi… - ti chiama piano, la voce ancora venata da una certa nota infantile che ti fa una tenerezza infinita, - Sono due minuti, se ce la facciamo di corsa.
- Mh…? – chiedi, un po’ divertito, perché non riesci a capire a cosa si riferisca.
- I dormitori. – precisa lui con una risatina furba, - Ho fatto il conto. Sono due minuti, se ci sbrighiamo. E il mister non ci sta tenendo d’occhio, adesso.
- Potrebbe tornare e non trovarci. – provi, ma stai ridendo e gli stai sfiorando un fianco impedendoti forzatamente di non scivolare sotto la maglia azzurra che indossa, quindi non sei per niente credibile.
- Non ti sono mai importate queste cose. – obietta giustamente lui, ed ha ragione.
- A te sì, però. – gli fai notare tu, e gli dai un colpetto fronte contro fronte. Lui socchiude gli occhi e ride come un bambino, a te batte il cuore ad un ritmo lievemente diverso.
- Tu mi interessi di più. – e questo chiude il discorso.
Davide è dannatamente bravo in matematica, e due minuti dopo siete già a letto, in effetti, affondati in mezzo alle lenzuola tirate via alla rinfusa. Non profumano di niente in particolare, quindi l’odore dolce di Davide sovrasta tutto, impregna il suo respiro, gli abiti che vai sfilandogli di dosso, veloce, perché vuoi assaggiargli la pelle. Non è Zlatan per niente, non ha lo stesso modo di tirarti contro di sé, non ha lo stesso modo di baciarti. La sua fame è del tutto diversa, le sue labbra e i suoi denti si chiudono attorno alla tua pelle lo stesso, ma non è la stessa cosa. Tu chiudi gli occhi e butti fuori Zlatan a calci.
Davide ha un sapore buonissimo. Ti stringe e ti aiuta a nascondere il viso nell’incavo del suo collo, e ridacchia un po’ quando le tue ciglia lo solleticano leggermente. Ti muovi svelto contro di lui, chiamandolo in un soffio mentre lui geme a due millimetri dalla tua tempia.
Davide non è stupido e non è cieco. Sa più di quello che ti dice. Capisce più di quanto tu non creda, forse. Il senso di colpa è un macigno opprimente col quale stai imparando a convivere, non sai per quanto dovrai tenertelo dentro, lì, nel mezzo del petto, a schiacciarti il cuore e i polmoni, ma sai che per liberartene dovresti lasciare Davide – lui e le sue labbra e i suoi caffellatte ghiacciati al mattino – e quindi te lo tieni. Sopporti la cassa toracica che duole e scricchiola come ti stessero prendendo a cazzotti sullo sterno, e stringi forte la presa attorno ai suoi fianchi. Non pensi al singhiozzo che lasci andare.
- Va tutto bene. – sussurra piano Davide, - È tutto a posto. – dice, accarezzandoti la nuca, - Ti ho sempre voluto bene. Sempre, sempre.
Vorresti dirgli “io no”. Vorresti dirgli “non ne ho idea neanche adesso”. Il macigno diventa più grosso e più pesante e poi si dissolve quando Davide ti bacia. Sai che sarà solo per qualche minuto – mentre vi respirate addosso e il mondo non esiste e tutto e bello perché tutto è Davide – ma cerchi di trattenere quella sensazione fra le ciglia più che puoi, prima di schiudere gli occhi e lasciarla andare. Questa è una delle tante cose che ti ha insegnato Zlatan, lui, che non aveva mai avuto la pretesa di insegnarti niente e che alla fine, invece, ti ha costretto ad imparare più di tutte le altre persone che hai conosciuto nella tua intera esistenza: gli attimi sono bellissimi, sono le lunghe distanze che rovinano tutto. Negli attimi risiede il vero senso della vita e l’attimo è l’unico momento in cui si può essere davvero felici.
Il tuo attimo è Davide steso sul letto, sudato e affaticato sotto di te. E tu che lo guardi come fosse un miracolo che si dipinge sotto i tuoi occhi.
Dura poco, anche perché Davide scatta subito in piedi, appena riesce a recuperare un ritmo meno indecente per il proprio respiro. Lo osservi guardarsi intorno con aria incerta e poi recuperare i tuoi pantaloni in un angolo, infilandoli sbrigativamente.
- Ma dove stai andando? – gli chiedi ridendo e tirandogli addosso un cuscino. Lui lo evita e ti fa una linguaccia.
- Il distributore automatico è più vicino, qui.
Ridi ancora e scuoti il capo.
- Potrebbe vederti qualcuno con quelli addosso. – azzardi, ma lui scrolla disinvoltamente le spalle, infilando le scarpe e battendo un paio di volte le punte sul pavimento, per sistemarle.
- Dirò che li ho presi a casaccio dalla cesta della roba pulita. – risponde. Tu ridi per l’ennesima volta, ed è tanto piacevole che ti senti scoppiare il cuore.
- Noi non abbiamo una cesta della roba pulita. – gli fai notare, ma lui si disinteressa del tutto e si muove svelto verso la porta, ben deciso a portarti un caffellatte che sia almeno tiepido. – Aspetta, aspetta. – lo fermi, chinandoti sul comodino e recuperando la macchina fotografica dal primo cassetto. Attendi che si accenda, lo inquadri e metti a fuoco. Lui fa una faccia buffa e tira su due dita in segno di vittoria, mettendosi in posa. Non protesta, quando gli scatti una foto, ed esce solo quando osserva la soddisfazione spiegare la ruga fra le tue sopracciglia, mentre rimiri il risultato finale sul display. Ti trova ancora lì che la fissi, cinque minuti dopo, e ride nervosamente.
- Mi sa che il mister ha chiesto di noi, mi hanno detto che Rui ci sta cercando ovunque.
Tu sbuffi e aspetti che posi il caffellatte sul comodino accanto a te; poi te lo tiri contro e lo soffochi di solletico e baci dati ovunque a casaccio.
- Altri cinque minuti. – chiedi, e Davide non rifiuta.
*
Visto che era nell’aria già da parecchio – e visto che, dopotutto, quest’anno in Sicilia c’hai portato Davide – pensavi ti avrebbe fatto meno effetto quando questo momento sarebbe arrivato. Ora invece guardi Zlatan e Mourinho dall’altro lato del campo, li osservi scambiarsi quello che ha tutta l’aria di essere l’ultimo saluto prima della partenza, e se da un lato riesci perfino a pensare che ti piacerebbe scattar loro una foto proprio adesso, perché in qualche modo contorto che non riesci a spiegarti sono belli e li trovi tali perfino tu che dovresti odiarli, dall’altro lato tutto quello che riesci a sentire è un dolore sordo all’altezza del petto, dove fino all’anno scorso c’era il macigno. Adesso quel macigno non c’è più, il tempo e Davide sono stati bravi a corroderlo come il mare corrode i fianchi delle montagne di una terra che vorresti poter chiamare casa, e al suo posto è comparsa questa specie di ferita invisibile che pulsa sempre quando guardi Zlatan o quando, come adesso, realizzi che sarà probabilmente l’ultima volta che lo vedi da amico.
Il pensiero ti fa un po’ ridere, in fondo, anche perché tu e lui in realtà non siete mai stati davvero amici. Siete passati da sconosciuti ad amanti quando la chimica fra i vostri corpi è esplosa con la stessa violenza di una detonazione nucleare, e poi siete tornati per lo più sconosciuti quando hai capito che le esplosioni di Zlatan durano anche meno dei periodi che riesce a trascorrere fisso in una stessa terra. Zlatan è nomade, tutto in lui tende a cambiare, il suo sangue, le sue passioni, le sfumature dei suoi sorrisi.
Davide si lagna del ginocchio destro, che gli duole un po’. Osserva le bende che lo coprono – ne segui le linee dai colori sgargianti – e sospira profondamente.
- Me la prendi una bottiglietta d’acqua? – chiede in un pigolio triste. Tu gli scompigli i capelli in una carezza ruvida e non annuisci neanche, prima di cominciare a muoverti verso il distributore automatico all’interno del campus.
Ti stai dando del cretino perché non hai con te abbastanza monete, quando Zlatan paga per te e ride piano a due centimetri dal tuo collo, costringendoti a voltarti di scatto e, spaventato e stupito, schiacciarti contro il macchinario, spalancando gli occhi.
- Calmati. – ti prende in giro, con quel suo accento ridicolo che hai paura possa perdersi del tutto quando comincerà a parlare spagnolo. L’hai ascoltato fare le prove, recentemente. Non gli riesce bene, finisce sempre a concludere le frasi in italiano e poi si passa una mano sugli occhi, sospirando frustrato. È sempre bellissimo quando fa queste cose, è sempre bellissimo quando lascia intravedere al mondo quanto umano possa essere oltre gli scazzi e i mal di pancia e l’indiscussa, poetica bellezza di quando si muove come se il pallone fosse un’appendice semimobile del suo corpo. – Non ti faccio niente.
Cerchi di tranquillizzarti. Ti allontani dal distributore automatico, ti gratti la nuca. Guardi altrove, principalmente, e Zlatan ride piano, in uno sbuffo quasi tenero.
Le sue labbra sulle tue hanno lo stesso sapore che avevano l’anno scorso. Mentre chiudi gli occhi e lasci che la sua lingua accarezzi la tua, tirandogli la maglietta quasi con rabbia per schiacciartelo contro il più possibile, ti rendi conto di due cose. La prima, che sei felice che il sapore di Mourinho non sia riuscito a corromperlo. La seconda, che su di lui, di te, non è rimasta la minima traccia.
Zlatan sta andando via. Zlatan non è mai appartenuto a nessuno. Tu hai stretto il vento fra le braccia per nove mesi della tua vita, ed è stata la cosa più bella del mondo.
- Mi sarebbe piaciuto che fra noi due andasse diversamente. – ti dice lui, sfiorandoti il naso con la punta del suo.
Tu sorridi, tirandogli un pugno contro la spalla.
- A me no. – rispondi allontanandoti e chinandoti a recuperare la bottiglietta d’acqua dal cassettino in basso, - Non riesco a immaginare una cosa migliore di com’è andata.
Zlatan ride, ti dà un buffetto sulla fronte.
- Prima o poi lo scoprirai. – ti assicura, annuendo convinto. Tu scrolli le spalle – al momento non t’importa. Lo superi sfiorandolo appena, giusto per trattenere addosso il suo calore qualche istante di più, e poi corri fuori. Davide si sarà stufato di aspettare ancora la sua acqua.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Nessuno.
Rating: PG
AVVERTIMENTI: Drabble.
- Questione di responsabilità.
Note: A parte il fatto che amo il titolo di questa storia XD non c’è molto da dire, è una drabblina che ho sentito il bisogno di scrivere dopo la bellissima prova che ha dato Mario contro il Rubin Kazan a San Siro, per l’ultima partita della fase a gironi prima degli ottavi. Partita che peraltro la Champions – o almeno, la permanenza all’interno della competizione – ce l’ha regalata davvero. Mario, amoti <3
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LE CŒUR EN FLAMMES
10. I don't consider this a chance (The Radio Dept.)


Il mister sarà l’ultimo ad uscire sul campo – è evidente dal modo in cui resta in disparte in fondo allo spogliatoio, controllando le slide del fascicolo sul quale ha preparato la partita durante l’ultima settimana – e questo, in una certa misura, è preoccupante, perché il mister in genere è un sacco spavaldo anche quando a livello tattico ripiega sul modulo più chiuso in difesa che esista. Oggi, invece, per una qualche ragione il modulo è tanto sbilanciato in attacco da fare paura più a loro che, presumibilmente, ai loro avversari, che non aspetteranno altro che un passo falso per provare a bucare le loro difese con qualche contropiede velocissimo per vie centrali o laterali, e nonostante tutta la spavalderia che sfocia quasi in presunzione che sta sfoggiando a livello tattico, a livello personale il mister è molto remissivo.
Non ha fatto grandi discorsi alla squadra, probabilmente crede non servano, e l’unico momento in cui ha sollevato lo sguardo è stato per cercare il suo ed inchiodarlo alla panchina con un’occhiata rovente che gli ha mandato il cuore in fiamme, proprio mentre stava cercando di trovare la forza di reggersi sulle gambe e andare in campo.
Ha aspettato che tutti uscissero e salissero di sopra per il primo riscaldamento, e poi gli si è seduto accanto, scrutandolo con interesse.
- Non considerarla una chance. – gli dice adesso, mentre da fuori arriva il silenzio surreale di San Siro, che ha troppa paura perfino per urlare, - Considerala la chance. È la tua grande occasione.
Mario deglutisce, il cuore si è sciolto o forse s’è consumato – e comunque se lo sente esplodere nel petto. Annuisce.
José sorride.
- Va’, e dammi questi tre punti. Dammi gli ottavi.
L’unica cosa che pensa Mario uscendo sul prato freddo di San Siro è “agli ordini”.
Genere: Commedia.
Pairing: Nessuno (ma se proprio vi intestardite, i soliti XD).
Rating: G
AVVERTIMENTI: Nessuno.
- Con Mario bloccato in Pinetina dalla febbre e Davide bloccato al suo fianco in preda alla sindrome della crocerossina, a José tocca prendersi cura per una sera del cagnetto dei ragazzi, Lucky. Sarà tutto molto meno semplice di quanto il portoghese non immagini.
Note: Mi pare che l’idea di questa fic fosse del mio adorabile quasi-marito Def, in contemporanea con Busted XD Si dava per scontato che, durante la drammatica notte di febbre di Mario, trascorsa ad Appiano, Davide fosse rimasto diligentemente al suo fianco da brava fidanzata. La domanda ovvia di Busted, a quel punto, fu “E chi ha portato a spasso il cane (di Mario), allora?”. E Def, subito, “José!” XD Motivo per cui io mi sono innamorata di tutto ciò e ho deciso che prima o poi ci avrei scritto sopra XD
Il NEU[t]ROFest mi ha dato l’occasione adatta, anche se ammetto di aver fatto una fatica boia a non infilare slash ovunque XD Ma sono tutto sommato soddisfatta del risultato, soprattutto perché è idiota, e io sono sempre felice di scrivere vaccate :D
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DOGSITTER


- Ecco, queste sono le chiavi del portone di sotto. – elencò preciso Davide, mostrandogli un mazzo colmo di chiavi fino a pesare più di quanto non pesasse lui stesso, - Queste sono quelle del garage, e la metta dentro la macchina, mister, che altrimenti sono guai, mi raccomando. Queste, invece, sono le chiavi dell’appartamento, e-
- Dade… - si lagnò Mario dalla stanza, tirando rumorosamente su col naso, - Dade, sto morendo.
- Arrivo! – rispose Davide, quasi saltellando sul posto per l’impazienza e la fretta, ma senza rassegnarsi a lasciare andare liberamente il proprio interlocutore. – Mi ascolti bene, mister, è importante. – disse serio, e José annuì, cercando di sbirciare all’interno della camera che dal corridoio, oltre la porta socchiusa, s’intravedeva appena, per sincerarsi delle effettive condizioni di Mario. – E non si distragga! – lo riprese Davide, costringendolo a riportare tutta la sua attenzione su di sé. – Questo è l’elenco delle cose da fare. – lo informò, tirando fuori dalla tasca posteriore dei jeans un fogliettino di carta perfettamente ripiegato in quattro, - Prima di ogni cosa, deve portare Lucky a passeggio. – scandì compitamente, - Poi, quando lo riporta su, gli fa il bagnetto. E no, non mi guardi così, non può aspettare. Se avesse potuto aspettare, non le avrei chiesto niente del genere, le pare? Oh. Poi stende un asciugamano davanti alla sua cuccetta, e lui passerà un paio d’ore ad asciugarsi alla bell’e meglio. Nel mentre, lei gli prepara la cena-- è tutto scritto qui. – annuì convinto, mostrandogli il foglio e puntando il dito contro ogni voce dell’elenco, per ripassare simbolicamente ogni cosa. – È tutto chiaro?
José, per la verità vagamente offeso, inarcò un sopracciglio.
- Dade… - chiamò ancora Mario, la voce sempre più flebile e piagnucolosa, - Vieni qui, voglio dirti addio. E lasciarti tutte le mie cose. Tranne le chiavi della macchina, quelle le ho promesse a Marko- e comunque tu guidi malissimo. – borbottò, prima di perdersi in un gorgoglio confuso di piagnucolii e colpi di tosse.
- Arrivo, Mario, arrivo! – lo rassicurò il più giovane, torcendosi le dita. – Allora, mister, è tutto chiaro? – insistette preoccupato. José lo sferzò con una delle sue migliori occhiatacce disapprovanti.
- Davide. – disse, a corto di pazienza, - Ho vinto una Champions League con una squadra che l’ultima coppa di quel tipo l’aveva vista quando quel trofeo si chiamava ancora Coppa dei Campioni. Sono stato eletto due volte allenatore dell’anno dall’IFFHS. Ho due lauree. Ho cresciuto due figli. E ultimo ma non ultimo sono riuscito ad inculcare un po’ di buonsenso nel tuo amichetto morente di là.
- Dade… - pigolò ancora Mario, come sentendosi chiamato in causa, - Dade, addio, ti ho voluto molto bene.
José roteò gli occhi, ignorandolo.
- Ti pare – concluse quindi, - che possa avere una qualche difficoltà di un qualsiasi tipo a dover badare ad un cane per una notte?
Un po’ in imbarazzo, Davide abbassò lo sguardo, dondolandosi sui talloni e sulle punte dei piedi.
- Be’, era solo per assicurarmi che fosse tutto chiaro. – biascicò, - Mario tiene molto a Lucky, e non vorrei che ci fossero problemi. Oltretutto, non è un cane molto facile, da gestire, ed è ancora piccolo, per cui-
- È un cane! – precisò ulteriormente José, allargando le braccia ai lati del corpo, - Ora, per carità, - sospirò teatralmente, - fa’ il bravo, torna di là da Mario che ha indubbiamente molto più bisogno del tuo aiuto di quanto ne abbia bisogno io, e fate in modo di non farmi pentire di avervi lasciato qui insieme. – conclude, gesticolando ampiamente come a voler abbracciare l’intero centro sportivo, - Il dottor Combi sarà nella stanza accanto, per ogni evenienza, ma voi cercate di non far preoccupare né lui né me. D’accordo?
Davide sbuffò, sollevando il mento, offeso.
- Ho vinto uno scudetto con l’Inter nell’anno del mio debutto in prima squadra, - elencò fiero, - ho marcato il Pallone d’Oro Cristiano Ronaldo e lui mi ha fatto i complimenti, sono sopravvissuto ad un fratello minore e, ultimo ma non ultimo, sono stato il migliore amico di Mario per gli ultimi tre anni della nostra esistenza. Le pare – sorrise furbo, - che possa avere una qualche difficoltà di un qualsiasi tipo a dover badare a lui per una notte?
- Ha, ha, ha, molto divertente. – commentò José, battendo sarcastico le mani, - Questa te l’ha insegnata lo zingaro, di sicuro. È il classico tipo di persona che non va via fino a quando non ha infestato il luogo in cui abitava in ogni modo possibile. – Davide ridacchiò compiaciuto, mentre José agitava una mano come a scacciar via l’ilarità e, da sotto le coltri che lo coprivano, Mario riprendeva ad invocare per un po’ di supporto morale nell’ora della sua dipartita. – Coraggio, corri dal tuo Mario. – sospirò José, - Non vorrai davvero che muoia tutto da solo. – concluse con un sorriso, e Davide, sorridendo a propria volta più sinceramente, scosse il capo, rifugiandosi in camera e chiudendosi la porta alle spalle. José rimase solo nel mezzo di quel corridoio – il mazzo di chiavi in una mano e il foglietto spiegazzato nell’altra – solo per una manciata di secondi, prima di decidersi ad imboccare finalmente la via dell’uscita, per raggiungere l’appartamento dei ragazzi.
*
La prima cosa che lo colpì – invero piuttosto violentemente, come una specie di impalpabile ceffone o qualcosa di simile – fu la puzza. Tragica, insopportabile, devastante puzza proveniente da più o meno ovunque.
- Dio-mio! – esclamò entrando in casa e richiudendosi immediatamente la porta alle spalle, sinceramente spaventato dalla possibilità che quel terribile olezzo potesse uscire e spandersi per tutto lo stabile, - Ma che diavolo è successo qui?! – chiese al vuoto, accendendo tutte le luci al proprio passaggio, - Ossignore, se il cane è morto all’improvviso, poi chi le sente le lagne. – si lamentò, passandosi una mano sulla fronte e approfittandone per massaggiarsi le palpebre stanche. Nel momento meno opportuno di tutti.
- Che-- Che cazzo! – sbraitò, sollevando il piede e saltellando sull’altro, cercando di non sporcare ovunque dopo aver pestato quella che, per quantità, doveva essere il risultato della permanenza in quell’appartamento di un puledro, altro che di un cucciolo di labrador.
Il suddetto cucciolo di labrador, per inciso, in quel momento si trovava a qualche metro da lui, accucciato sulla soglia del corridoio, e lo scrutava con aria curiosa, il capino lievemente inclinato di lato e le lunghe orecchie nere a penzolare nel vuoto, la coda immobile stesa sul pavimento.
- Lucky? – lo chiamò José, - Ma sì, certo che sei Lucky. – si rispose da solo, sospirando e appoggiandosi al muro, tirando fuori un fazzolettino di carta dalla tasca per pulire il disastro sotto la scarpa, tenendo sempre un occhio al cane in attenta osservazione della sua persona, - Be’, vedo che qui hai già risolto ogni problema di natura fisica che potesse presentartisi. – sbuffò, - Non ci sarà bisogno di uscire a fare alcuna passeggiata. – considerò saggiamente.
Il labrador, per tutta risposta, si sollevò sulle quattro zampe e, guardandolo con un’aria che, non fosse stata del tutto ebete, sarebbe sembrata di sfida, sollevò una zampa e si preparò a fare pipì contro lo stipite della porta.
- No! – strillò José, terrorizzato, mettendo le mani avanti e obbligando fisicamente Lucky ad abbassare la zampa, - No! Scherzavo! Usciamo, promesso!
Il cane abbaiò soddisfatto, sparendo in corridoio per un attimo e tornando col guinzaglio fra i denti, la coda che sventolava allegramente dietro di sé dando ad ogni suo movimento una certa oscillazione del tutto ridicola.
- Tu sei troppo furbo, per i miei gusti. – borbottò, preparandolo per la passeggiata, - Lo zingaro deve avere insegnato qualcosa di poco onesto anche a te.
Lucky inclinò ancora il capo, dando chiaro segno di non aver capito un accidente di quanto José aveva appena affermato.
- Ah, lascia perdere. – sbottò l’uomo, rimettendosi dritto. Appena in piedi per venire trascinato fuori dall’appartamento e lungo le scale, fino all’esterno del palazzo, naturalmente.
*
- Io non ti porterò più da nessuna parte! – sbraitò José mentre, tirando giù una serie di santi fra cristiani e pagani, cercava di liberarsi dal guinzaglio attorcigliato intorno alle gambe, - Sei un demonio, ecco cosa sei! E questa casa è un porcile! – concluse, sbattendo la porta e guardandosi intorno con aria persa. – Santa pazienza. – mugolò disperatamente, infilando una mano in tasca a recuperare il cellulare che squillava già da una quindicina di minuti buoni escluse le pause fra un tentativo e l’altro, ed al quale Lucky gli aveva fisicamente impedito di rispondere tentando di gambizzarlo girandogli intorno come una trottola alla ricerca della traccia olfattiva degli escrementi di un qualche altro pony sotto sembianze di cane a lui simile. – Pronto? – sospirò esausto, appoggiandosi contro una parete e lì restando mentre Lucky tornava ad odorare le prove del proprio stesso crimine all’ingresso e decideva di irrorarle con un’altra buona dose di pipì, giusto perché si mantenessero fresche. – Chi è che tiene occupato il mio cellulare impedendomi di chiamare la nettezza urbana per avvertirli che c’è una discarica ambulante che abita in questo appartamento?
- …ok. – rispose tranquillamente la voce di Zlatan, dall’altro capo della cornetta, - Chiamo subito Davide e gli dico che non sei in grado, così manda un dogsitter e tu puoi tornartene a casa. Ciao! – concluse con voce squillante, mentre José prendeva a gridacchiare una serie di concitatissimi “aspetta” per impedirgli di interrompere la conversazione.
- Me la sto cavando benissimo! – protestò con uno sbuffo offeso, - Non hai nessuno da avvertire e a me e Lucky non serve nessun dogsitter.
- Sbaglio, o poco fa stavi pensando di mollarlo alla nettezza urbana? – gli fece presente Zlatan, apparentemente parecchio divertito dal tutto, almeno a giudicare dal suo tono allegro e gioviale.
- Facevo ironia! – rispose José, gesticolando animatamente mentre Lucky spingeva la ciotola col muso sul pavimento, facendo lo slalom fra le schifezze che lo imbrattavano, per chiedergli un po’ di cibo, - E tu non hai niente di meglio da fare che non spendere i milioni in chiamate internazionali coi miei giocatori, oltre che con me?!
- Per la verità no, mi annoiavo. – rispose Zlatan con estrema naturalezza, - E poi ero un po’ in pensiero per te, a dirla tutta. Ci ho passato un po’ di tempo, con quel cane, quando era piccolo così, e so cosa significa averlo intorno.
- Ah be’, questo spiega tutto! – si lamentò José, esasperato, recuperando disinfettante e rotolone dalla cucina per pulire il pavimento dell’ingresso, docilmente seguito da Lucky ancora in attesa del suo giusto pasto serale, - In particolare spiega perché questa bestia sia l’incarnazione stessa di Satana! La malvagità non poteva che provenire dalla sua fonte primigenia in terra, ovverosia te!
- Ora calmati! – rise di gusto Zlatan, - Prometto che non avvertirò Davide del tuo tracollo emotivo, così almeno non perdi la faccia. Comunque, se vuoi un consiglio: - e non diede tempo a José di rifilargli il no che per svariati motivi avrebbe meritato, - grattini dietro le orecchie e tante tante lusinghe, e conquisterai il suo cuore.
José non ebbe nemmeno il tempo di dirgli che gli assomigliava anche in questo, prima che Zlatan si decidesse ad interrompere la chiamata, lasciandolo solo a pulire per terra.
*
- Capiamoci, cane. – disse con un certo disgusto, le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti e le mani saldamente piantate sui fianchi in una posa che, immaginava, Zlatan non avrebbe esitato a definire “da diva”, se non fosse stato a mille chilometri di distanza a sorbire un succo di frutta alla papaya o chissà che altro ridendo delle sue sventure. – Tu devi pulirti. Devi pulirti perché i tuoi padroni mi hanno detto che devi, e devi pulirti perché sei oggettivamente una fogna e puzzi più di un maiale immerso in una pozza di fango.
Lucky lo guardò, dando segno di non stare comprendendo quanto fosse serio, ma quando José gli si avvicinò, cercando di bloccarlo per ficcarlo di forza all’interno della vasca, dimostrò di essere bravo a mentire quanto il suo illustre insegnante svedese o pseudotale, dato che spiccò un salto all’indietro, vanificando tutti i suoi sforzi e costringendolo a finire ginocchioni per terra, umiliato e dolorante.
- Io sono troppo vecchio per queste cose. – si lagnò, mettendosi seduto sul pavimento e sospirando profondamente, - Lucky, sii buono. Vieni qui, dai. – biascicò, battendo la mano sul pavimento di fronte a sé, fra le gambe dischiuse, - Non ti faccio niente, coraggio. – cercò di rassicurarlo con un sorriso mite.
Lucky lo fissò per qualche secondo, platealmente dubbioso, e poi si avvicinò piano, un minuscolo passetto dopo l’altro, con circospezione, fino a sistemarsi fra le sue gambe e lì restare, incerto.
- Bravo cucciolo. – sorrise candidamente José, accarezzandogli dolcemente il capo, - Vedi che sai come comportarti anche tu? Bravo, bravo. – continuò ad accarezzarlo, grattandogli le orecchie, il collo e il dorso. – Bravissimo. – concluse. Dopodiché si chiuse attorno a lui come una tenaglia, e non lo lasciò più andare fino a quando, fra guaiti e uggiolii vari, non fu al sicuro immerso per metà nell’acqua che riempiva la vasca, impossibilitato ad uscire e finendo per immergersi ogni due secondi a causa del fondo scivoloso sotto le zampe sottili. – Bravissimo davvero! – ripeté con estrema soddisfazione, - E scemo, anche. Esattamente come il tuo maestro!
*
- Oh, andiamo, non guardarmi così. – borbottò, sentendosi anche vagamente in colpa, mentre sistemava l’asciugamano per terra in salotto, di fronte al televisore, e vi depositava delicatamente sopra Lucky, avvolto in un accappatoio trovato in un cassetto e che non era sicuro di potere usare, ma d’altronde se Davide e Mario si aspettavano che lui si colasse tutto portando il cane dal bagno al salotto a mani nude, erano così fuori strada da realizzare un perfetto testacoda e rimettersi tranquillamente in carreggiata. – Coraggio, dovevi pur lavarti! Eri un insulto all’igiene pubblica!
Il cane grugnì un guaito incomprensibile, liberandosi dall’accappatoio e prendendo a strusciarsi contro ogni superficie asciutta, morbida e assorbente che riuscisse a incontrare sul proprio cammino, nel tentativo di asciugarsi.
- No! – rispose José, puntando il dito contro l’asciugamano, - Devi stare lì! – soggiunse severo, - O non ti faccio mangiare.
Lucky lo guardò a lungo, e José ebbe l’impressione che, se avesse potuto, gli avrebbe riso in faccia. Dopodiché sollevò nuovamente la maledetta zampa, e solo la tempestività di José e le sue rassicurazioni sulla cena in arrivo poterono salvare il tappeto persiano dei bambini di casa da un bagnetto improvvisato fuori stagione.
Il cellulare squillò nuovamente, e José rifletté a lungo sulla possibilità di lasciarlo squillare in eterno, prima di rassegnarsi a rispondere e mettere il riso soffiato del cane a cuocere in un pentolino.
- A coronamento della serata, la buonanotte dello zingaro spagnolo. – commentò acido, mentre Zlatan rideva dall’altro capo del telefono.
- Volevo solo sapere come te la stavi cavando. – ribatté l’altro, - Se eri ancora vivo, se potevo chiamare la polizia. O il dogsitter.
- Lucky sta benissimo, e anch’io! – protestò José, - Sono perfettamente in grado di gestire altri esseri viventi oltre a me stesso e non mi serve l’aiuto di nessuno, grazie mille.
- E neanche un po’ di compagnia? – insistette Zlatan, il tono vagamente nostalgico, - Quel cane non è che sia di grande stimolo, in quel senso.
José si voltò a guardarlo – Lucky rincorreva la propria stessa coda trottolando per il salotto come una scheggia impazzita. Sospirò.
- Grazie per aver chiamato. – sorrise sinceramente, - Com’è il tempo lì?
*
- Sei un disastro, io sopravvivo a malapena all’influenza del secolo e tu rischi di mandare a puttane la mia brillante carriera nonché la mia preziosa vita andando quasi a schiantarti contro un albero a ottanta all’ora?! – si lagnò Mario, la voce terribilmente nasale, rientrando in casa l’indomani mattina.
- Non ho preso l’albero! – ritorse Davide, offeso, gettando di malagrazia le chiavi sulla consolle all’ingresso e sbattendosi la porta alle spalle, - Sei tu che sei agitato come un vecchio nonno isterico! Avevi la febbre, sai, mica la tubercolosi!
- Come ti permetti tu, moccioso! – ringhiò Mario, saltandogli addosso alle spalle e strofinando le nocche della mano chiusa a pugno contro la sua testa, - Porta rispetto per i più anziani!
- Ma quali anziani! – strillò Davide, liberandosi di lui con una poderosa scrollata di spalle, - Piuttosto, trova Lucky! Il mister di sicuro dopo avergli dato da mangiare se ne sarà tornato a casa sua, il cane dovrà ancora uscire! Anzi, mi meraviglio che non ci sia tutto l’appartamento seminato a cacche in attesa della bella stagione.
- Dade? – lo chiamò Mario, dopo essersi affacciato in salotto, - Il mister non è tornato a casa sua, stanotte. – constatò, indicando José sdraiato sul divano con Lucky steso addosso in un modo che non avrebbe trovato gradevole, nel momento in cui si fosse svegliato.
- Oh, mio Dio. – biascicò il più giovane, recuperando il cane e tenendolo stretto in braccio mentre cercava di svegliare il mister con piccoli calcetti sugli stinchi, - Mister! – lo chiamò, - Guardi che è tardissimo, fra mezz’ora c’è la conferenza stampa e poi deve partire per Livorno! Si tiri su, andiamo!
- No… - mormorò trasognato lui, rigirandosi a pancia sotto ed abbracciando un cuscino, - Tami, è presto, fammi dormire ancora…
- Ma che Tami e Tami! – strillò Davide, ottenendo in risposta solo una risatina di Mario, un guaito di Lucky e il ronfare ancora più profondo del proprio allenatore. – Senti, pensaci tu. – borbottò, mollando il cane sul pavimento e dirigendosi speditamente verso la propria camera, - Io oggi sono in vacanza e intendo disinteressarmi di qualsiasi cosa, per cui, visto che stanotte mi hai anche vomitato addosso, mister “che mi frega se stai al mio capezzale e ti fai frantumare le palle dalle mie lamentele per ore e ore, tanto io la riconoscenza non so nemmeno sotto che lettera cercarla sul vocabolario”, sbrigatela da solo. Arrivederci!
Mario incassò la testa fra le spalle, cercando a stento di trattenere l’ennesima risata mentre Davide si barricava in camera sua, e poi si voltò a guardare Lucky.
- E adesso che si fa, bello? – chiese, sedendosi in bilico sullo schienale del divano, - Ci mettiamo a ululare? Chiamiamo lo zingaro?
Lucky abbaiò con competenza, si arrampicò sul divano e si sistemò ordinatamente all’altezza del viso rilassato di José. E poi sollevò la zampa.
Seguito di Who's Returned From The Dead e Who's Living Upstairs.
Genere: Commedia, Romantico.
Pairing: José/Zlatan, Davide/Mario, accenni di palese UST fra Maxi e Vinny.
Rating: PG13
AVVERTIMENTI: Angst, Fluff, Death, Slash.
- La vita di Zlatan non sembra destinata a concedergli tregua, soprattutto nel giorno in cui la sua povera casa è invasa da decine di invitati accorsi da ogni parte per festeggiare il matrimonio dell'anno. Fra uomini felici, ragazzi turbolenti e figli in crisi mistica, Zlatan riesce forse a raggiungere un punto d'intesa con José, non prima, però, che quest'ultimo si esibisca nello spettacolo che gli riesce meglio in assoluto.
Note: …sono perfettamente conscia di essere indecente X’D *ride felice* Questa saga continua ad essere del tutto schizofrenica, alternando momenti di drama emoangst a momenti di puro fluff a momenti di puro lol. Io non riesco a governarla, così come non riesco a governarne i personaggi (che, per dire, hanno cambiato trama a questa shot giusto quel paio di volte, mentre io cercavo di buttarla giù correndo contro il tempo sul filo del rasoio *ansima*), ma d’altronde è pur vero che la scrivo con una spensieratezza esaltante che sfocia a volte nel ridicolo. Ma tipo che mi gaso da sola e aweggio felice come una deficiente. No, sul serio. Compatitemi.
L’unico problema adesso è che mi serve un’altra challenge a tempo cui ispirare le prossime shot X’D
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WHO'S GOING TO GET MARRIED


Guardandosi intorno con aria circospetta, Zlatan individuò Helena tutta presa dalla propria attività di anima della festa e, assicurandosi di non essere alla portata del suo occhio indagatore, si defilò dietro una siepe, lasciandosi andare seduto per terra esattamente come faceva quando riusciva a scappare da un allenamento particolarmente duro quando era ancora un ragazzino, con l’unica differenza che allora, sedendosi, sfilava la maglietta e se la sistemava sulla testa per proteggersi dal sole e dal caldo, mentre in quel momento tutto ciò che poteva fare era cercare di allargare il nodo della cravatta perché non lo soffocasse, stroncandogli vita e carriera mentre era ancora nel fiore degli anni.
- Sarebbe troppo – chiese Davide, intromettendosi nella sua perfetta oasi di silenzio, - un sorriso, almeno nel giorno del mio matrimonio?
Zlatan lasciò andare uno sbuffo contrariato, per nulla stupito dalla sua apparizione.
- Io sorrido sempre. – borbottò, - Quando ho motivo di farlo. Oggi ho mal di pancia.
- Oh! – rise Davide, sedendosi al suo fianco anche a rischio di sporcare i pantaloni dello smoking, - Quindi volerai a Barcellona per la prossima stagione? Non so mica se ti vogliono, Puyol sta facendo bene.
- Bla bla bla. – sbottò Zlatan, agitando una mano come per zittirlo, - Non volerò da nessuna parte, è solo che sono convinto che questa storia sia una pagliacciata!
- Perché siamo due maschi? – indagò Davide, aggrottando lievemente le sopracciglia.
- Non fare lo stronzo con me, Dade. – ritorse subito Zlatan, lanciandogli un’occhiataccia offesa, - È il matrimonio in sé che è ridicolo!
- Ah, sì. – annuì l’uomo, - È per questo che sei sposato anche tu.
- No, è per questo che Helena c’ha messo vent’anni prima di prendermi per sfinimento. – precisò con un sospiro teatrale. – Ma d’altronde è la vostra vita, io non posso davvero decidere per voi.
- Avanti… - cercò di rabbonirlo Davide, - È una bella giornata di festa. E Mario mi ha confessato che è felicissimo di averti come testimone di nozze. Non sai quanto ci teneva.
Zlatan sospirò ancora, scuotendo lentamente il capo.
- E tu a Mario hai confessato niente? – chiese a bruciapelo, tornando a guardarlo. Davide si morse un labbro, distogliendo lo sguardo.
- Non ho ancora avuto occasione di farlo. – rispose in un bisbiglio un po’ tremolante.
- Dade, se aspetti l’occasione, non arriverà mai. – lo rimproverò il più grande, sistemandogli brevemente la frangia sulla fronte, - Non esiste l’occasione più adatta per dire al tuo futuro marito che il suo ex allenatore è tornato dal mondo dei morti. È un’occasione che devi ritagliarti tu. E comunque va fatto. – sospirò ancora, rassegnato, - Prima o poi dovrà venire fuori. È meglio che chi ci è vicino lo sappia prima e nel modo meno turbolento possibile.
- E tu? – lo rimbeccò Davide, con un mezzo sorriso, - Tu l’hai detto a Helena?
Zlatan si passò una mano fra i capelli, nel vano tentativo di rimetterli a posto, finendo invece per scompigliarli più di quanto già non fossero.
- Helena è una cosa diversa… - cercò di spiegare, sospirando pesantemente, - Queste sono cose da spogliatoio, non è necessario che-
- Non lo sarebbe, se José non vivesse nella sua soffitta. – gli fece notare Davide, annuendo compitamente con aria innocente.
Zlatan lo sferzò con un’occhiata disapprovante, inarcando supponente le sopracciglia e tirandosi in piedi.
- Senti, ma tua moglie? – lo prese in giro, - Perché deduco sia questo, visto quanto si sta facendo aspettare.
- La moglie – disse Mario, apparendo alle loro spalle con un grugnito affatto compiaciuto, - stava giusto cercando suo marito, visto che sta gironzolando per questo giardino enorme da mezz’ora senza trovarlo, quando lui era palesemente nascosto dietro un cespuglio a fare chissà cosa con un gitano pervertito.
- Ah, Dio, grazie! – sbottò Zlatan senza scomporsi più di tanto, afferrando Davide per le spalle e rimettendolo in piedi, spolverandogli i pantaloni e lisciandogli i vestiti prima di riconsegnarlo a Mario come fosse stato un pacco postale, - Riprenditelo. – disse annuendo, - È una cosa impossibile. Spero di non vedervi per un mese, vi do il permesso di sparire in Nuova Zelanda per la luna di miele, tutto il tempo che volete.
- Gentile come al solito. – borbottò Davide, sistemandosi orgogliosamente al fianco di Mario mentre quest’ultimo ridacchiava divertito e gli sistemava la giacca dello smoking sulle spalle, - Guarda che ti prendiamo in parola, e poi la settimana prossima, in posticipo col Milan, te la vedi tu.
- No, per carità. – deglutì ansioso Zlatan, riportando improvvisamente alla memoria il calendario dei prossimi impegni in Campionato, - Con Zuca ancora fuori uso ho bisogno di-- Zuca! – strillò, osservando il ragazzo dirigersi spedito verso casa, aiutato solo da due stampelle, - Punto primo! …ragazzi, - si rivolse brevemente a Mario e Davide, - scusatemi, ma il coglioncello lì vuole rovinarsi la carriera. – tagliò corto, lasciandoli lì dietro la siepe e correndo a perdifiato verso il figlio di José, - Punto primo, dicevo! – riprese, mentre Zuca lo osservava con aria vagamente infastidita, e si fermava solo perché obbligato dall’ostacolo del suo corpo, - Che diavolo ci fai qui?! Dovresti essere in centro a riposare!
- No, dico. – sbuffò Zuca, appoggiandosi alla stampella e sollevando la gamba malconcia dal peso del corpo, - Davvero ti aspettavi che me ne rimanessi ad Appiano, perso nel nulla, con le vecchine che mi salutano dalle case alla fine del vialone, mentre Dade e Mario si sposavano? Tu sei fuori. – concluse, riprendendo a muoversi verso casa.
- Fermo là! – lo bloccò nuovamente Zlatan, frapponendosi ancora una volta fra lui e la villa, - Io ci ho provato, a insegnarti l’educazione che la buon’anima di tuo padre non aveva fatto in tempo ad inculcare in quella tua testa marcia, ma tu sei impermeabile! – lo rimproverò, - Cosa ti ho detto ieri, Zuca? Eh? Cosa ti ho detto? – sospirò profondamente, massaggiandosi la fronte.
Zuca sospirò a propria volta, esasperato, roteando gli occhi e soffiando via la frangetta biondiccia scesa a solleticargli la punta del naso.
- Che la squadra ha bisogno di me. – rispose laconicamente, scrollando le spalle.
- Esatto. – annuì Zlatan, deciso, - Sostituire te è più difficile che sostituire qualsiasi altro giocatore, perché sei il perno dell’attacco. Senza di te, la squadra può forse funzionare, ma perde smalto. – sorrise, riavviandogli la frangia sulla fronte, - Ne servono undici, per sostituire te solo. Vuoi mettermi davvero in queste difficili condizioni?
Zuca inarcò le sopracciglia, fissandolo come se gli avesse appena recitato a memoria la tabellina del due.
- No, dico. – ripeté ancora, e Dio solo sapeva se ogni “no, dico” non aveva su Zlatan un effetto quasi devastante, portandolo a desiderare di possedere un’ascia come mai nella sua intera esistenza, - Per chi mi hai preso? Non sono mica il sempliciotto che eri tu ai tempi. A te bastava che mio padre ti tirasse su un teatrino di complimenti, ti facesse un po’ gli occhi dolci ed ecco che tu eri lì a sputare sangue sul campo anche per partite idiote, quando avresti potuto restartene a casa con il ghiaccio sul ginocchio, una bottiglia di birra in una mano e il telecomando nell’altra, a rintontirti di tv spazzatura. – sorrise furbo, inclinando lievemente il capo, - Non è che siccome tu non sei stato in grado di goderti la vita, allora io devo fare la tua stessa fine.
- Ti ricordo – grugnì Zlatan, indicandosi, - che questa fine è una fine da tredici milioni all’anno solo per osservare ventisette mentecatti come te correre dietro a una palla e godersi i complimenti dei giornalisti nel post-partita, eh? Quindi, forse, prima di parlare con tanto disprezzo della fine che ho fatto io, dovresti cominciare anche a capirla un po’, questa fine che ho fatto.
Zuca lo ignorò apertamente, aggirandolo svelto e ricominciando la propria marcia verso l’edificio.
- Zuca! – berciò Zlatan, correndogli dietro e rendendosi conto con sconcerto di dover faticare per tenere il passo nonostante lui fosse infortunato, - Cristo, ma perché non mi ascolti?! Dove stai andando?!
- A pisciare! – scattò lui, agitando una stampella nella sua direzione e colpendolo di malagrazia contro una spalla, - Ora mi lasci in pace?! Dio, quanto ti odio!
Zlatan si fermò in mezzo al selciato, una mano ancora sollevata in un accenno di gesto volto a fermarlo, e lo osservò finalmente raggiungere la porta di casa e infilarsi al suo interno senza una parola di più, sospirando profondamente e chinando il capo, deluso.
Quando era arrivato all’Inter, due anni prima, Zuca era già lì. Era l’anima dello spogliatoio, andava d’accordo con tutti e, complice anche il suo grande talento, era stato il pupillo dell’allenatore precedente. Sfortunatamente, era parso subito evidente come il ragazzo mancasse totalmente di ogni tipo di educazione – era un ribelle senza speranza, molto più di quanto non lo fosse stato Mario ai tempi e infinitamente oltre ogni limite Zlatan potesse dire di aver toccato in una carriera pur turbolenta e non certo scevra di contrasti. Tutti i suoi tentativi di inculcare un po’ di sale in quella zucca montata al contrario erano risultati in un odio pressoché devastante da parte del ragazzo, che comunque non è che l’avesse mai preso in reale simpatia, dal momento che la prima cosa che aveva fatto vedendolo arrivare era stata ignorare il suo saluto – quando lui era così felice di vederlo, così emozionato dall’idea di posare finalmente gli occhi addosso al figlio di José, così cresciuto, ed allenarlo.
Sospirando, tornò verso il gazebo, ignorando apertamente Maxi e Vinny appartati in un angolo a confabulare chissà che con due facce più scure di quelle che avevano avuto ai funerali dei loro nonni. “Che vita difficile”, si disse, prendendo posto di fianco a quella specie di altare improvvisato drappeggiato e decorato con della roba della quale non era sicuro di voler comprendere il disegno e che Helena aveva disegnato personalmente.
- Era ora. – borbottò Mario in una mezza risata, apparendo al suo fianco mentre gli invitati – ad eccezione di Zuca – prendevano posto, e Davide si affrettava a sistemarsi accanto a lui, aggiustandosi la cravatta e la camicia dopo quella che Zlatan non tardò ad identificare come un’intensa sessione di coccole pre-sposalizio. – Stavamo cominciando a pensare che alla fine la sposa fossi tu.
- Sto ridendo così tanto che mi stupisco l’eco delle mie risate non arrivi in Cina o anche su Marte. – sbuffò lui, sarcastico, - E comunque, quando finisce questa pagliacciata? E dov’è Zuca?
*
Una volta in casa, per prima cosa Zuca mollò le stampelle sul pavimento. Il ginocchio non doleva, era a posto, e se quel cretino del mister pensava di tenerlo fuori anche per la prossima era del tutto fuori strada: se anche non si fosse degnato di convocarlo, si sarebbe infilato di nascosto negli spogliatoi e contro il Milan avrebbe giocato, alla faccia sua.
Compiacendosi del silenzio che regnava sovrano all’interno della villa, si lasciò andare sulla prima poltrona disponibile in salotto – una che non fosse sommersa di cappotti, borsette e cianfrusaglie varie – e lasciò andare le braccia lungo i fianchi fino a sfiorare il pavimento, dondolandole un po’ avanti e indietro. Sorrise quando, in quell’ondeggiare calmo e rilassante, le sue dita incontrarono la forma rotonda, perfetta e familiare di un pallone. Lo recuperò chinandosi appena e prese a palleggiare piano, da seduto, provando ad usare solo la gamba sana ed arrendendosi poco dopo, saltando in piedi e palleggiando con entrambi i piedi, sorridendo soddisfatto nel momento in cui si rese conto che non sentiva davvero alcun dolore, e il suono ritmico e preciso della palla contro i suoi piedi, le sue ginocchia, il suo petto e la sua testa, era ancora in grado di cullarlo meglio delle ninne nanne di sua madre.
- Mi hanno detto – disse una voce conosciuta alle sue spalle, - che il ginocchio ti dà qualche problema, Zuca.
Raggelato, il ragazzo si interruppe immediatamente, lasciando che la palla ricadesse a terra e rotolasse lontano da lui. Si voltò lento, tremando appena, gli occhi spalancati e le labbra dischiuse in un’espressione di puro stupore.
- P-Papà…? – balbettò incerto, voltandosi di scatto e indietreggiando fino a cadere di peso sulla poltrona, quando riconobbe esattamente l’uomo che aveva davanti. Identico a suo padre, stessa voce, stessi occhi, lo stesso uomo che era praticamente morto sotto il suo sguardo, fra le braccia di Davide, vent’anni prima.
- Chi altri? – rispose José indicandosi e muovendo un passo verso di lui. Zuca lasciò andare un urlo terrorizzato, stendendo entrambe le braccia in avanti come in cerca di protezione. José sorrise diabolico, un ghigno che ricordava di avergli visto addosso solo nei casi delle punizioni peggiori. – Fai bene ad avere paura. – disse suo padre, glaciale, - So molte cose di te, Zuca. – continuò, - So che sei un giocatore indisciplinato e che impedisci al tuo allenatore di disporre di te come ritiene più opportuno. – aggrottò le sopracciglia, avvicinandosi ancora ed osservando Zuca tirare su le gambe fino a rannicchiarsi sulla poltrona quasi in posizione fetale, gli occhi sbarrati e il respiro mozzo. – È così che onori il tuo nome, José?! – tuonò agitando un pugno nella sua direzione, - È così che mi ripaghi?!
Una sola lacrima si azzardò a scivolare oltre le ciglia di Zuca, rotolando lungo la sua guancia mentre il ragazzo dimenticava tutto – di se stesso e della sua intera esistenza, di tutte le domande che avrebbe voluto fare a suo padre se mai avesse avuto per assurdo l’occasione di rivederlo, compreso chiedergli il perché di quel bacio a fior di labbra che aveva visto Zlatan dargli quando era già nella sua bara – e scattava in piedi, lasciando le stampelle all’ingresso e catapultandosi fuori dall’edificio senza neanche lasciare andare un urlo.
José sospirò pesantemente, recuperando le stampelle da terra ed appoggiandole ordinatamente alla poltrona, prima di tornarsene in soffitta.
*
- Lo voglio. – sorrise Davide, e Mario non aspettò nemmeno il permesso del funzionario per prendergli il volto fra le mani e tirarselo contro, baciandolo profondamente e a lungo mentre tutto intorno a loro gli ospiti si alzavano dalle loro sedie, applaudendo festanti.
Zlatan scosse il capo, roteando gli occhi.
- Che pagliacciata. – commentò mentre dall’altro lato il fratello di Davide, nelle sue stesse condizioni, sorrideva imbarazzato. Voltò in giro lo sguardo, appena in tempo per incrociare Zuca che si scapicollava verso il cancello come stesse fuggendo da una bestia inferocita o chissà che altro. – Zuca! – lo richiamò, correndogli dietro, - Ma Cristo santo, è mai possibile che sei sempre di corsa anche quando non dovresti?! – lo fermò, afferrandolo per una spalla, - Fermati un po’! Dove sono le tue stampelle? – chiese, guardandolo attentamente dall’alto in basso.
- Io non… - balbettò lui, visibilmente scosso, - Io non… non ne ho idea, io non…
- Zuca? – lo chiamò ancora Zlatan, sorreggendolo per le spalle, - Ma cos’hai?
- Niente! – disse immediatamente il ragazzo, scostandosi con un gesto secco, - Io… scusa. – deglutì, - Non posso restare qui, giuro che… ci vediamo in allenamento domani, io… mi dispiace, davvero, fai i miei auguri a Dade e Mario, ma non posso proprio… - continuò a balbettare confusamente, arretrando verso il cancello senza mai staccare gli occhi di dosso alla villa. Zlatan lo osservò andare via con un misto di sconcerto e preoccupazione, una mano sul fianco e il capo lievemente inclinato, finché non fu scomparso con la macchina oltre la strada privata che conduceva a Villa Ratti.
- Dio, che vita difficile. – ripeté ad alta voce, mentre Maxi gli passava accanto in un vortice di rabbia isterica, - E tu che diavolo hai adesso? – chiese in una mezza lagna già rassegnata, senza aspettarsi certo una spiegazione all’ennesima fuga del suo figlio maggiore dalla casa paterna.
- Fottiti! – si limitò a rispondere il ragazzo, raggiungendo la propria automobile ed abbassando il finestrino solo per berciare ancora: - E lega la bestia, o la prossima volta se viene lui di certo non vengo io!
Zlatan annuì meccanicamente, ripromettendosi di torchiare Vincent fino a fargli sputare sangue o, in alternativa, il motivo reale di tutti quei battibecchi ricorrenti, ma nel momento in cui si voltò verso il gazebo il suo sguardo venne inevitabilmente attratto da qualcosa che si muoveva oltre il vetro della piccola finestra in soffitta.
José lo stava salutando.
Invocando la forza di parecchi santi, inspirò profondamente per non mettersi ad urlare contro gli stessi e poi, mesto, entrò in casa e salì al piano di sopra, strascicando adeguatamente ogni passo perché José potesse comprendere alla perfezione e con largo anticipo l’esatta misura del suo scazzo.
- Dimmi che non sei stato tu a ridurre in quelle condizioni Zuca inscenando una qualche stronzata tipo apparizione del fantasma del padre morto. – implorò, lasciandosi andare seduto sul letto e passandosi stancamente una mano sugli occhi, - Dimmelo, perché se tu non me lo dici giuro che io tento il suicidio.
José rise – una risata quasi infantile – e si sedette al suo fianco.
- Chissà. – rispose enigmatico, - Magari è solo la sua coscienza che è tornata a farsi sentire. – ipotizzò con un mezzo ghigno.
- Mi stupirebbe. – ammise Zlatan, stendendosi sul materasso e fissando ostinatamente il soffitto spiovente, - Zuca non ha mai avuto una coscienza.
José rise ancora e si stese accanto a lui, guardando lo stesso soffitto. Ascoltarono l’uno i respiri dell’altro per tanto di quel tempo che, alla fine, riuscirono perfino a sincronizzarli.
Zlatan allungò una mano fra i loro corpi a cercare quella di José, e lui – quando la strinse – non rifiutò il contatto.
- Ti sei perso un bel matrimonio. – commentò distrattamente, - Ridicolo, ma bello.
- Come tutti i matrimoni. – rispose José, sorridendo appena, - Ricordo ancora quando ho detto “lo voglio” a Tami. È stato un bel momento.
- Già. – rise a propria volta Zlatan, stringendo ancora un po’ la presa sulle sue dita e accarezzando con un pollice il dorso della sua mano. – È una bella sensazione, quando ti leghi a qualcuno e vuoi farlo davvero. Riesce a farti sentire tranquillo. Sai, io – sorrise, stiracchiandosi un po’, - non mi sono mai sentito sereno quasi in nessun posto, non so perché. Mio padre mi diceva che il mio sangue bruciava come il fuoco, e che per questo, potendo, avrei cambiato perfino pelle. Però, quando ho detto “lo voglio” a Helena… in qualche modo, in quell’istante, ha smesso di bruciare. Solo per quell’istante, - precisò con un mezzo sospiro, - ma ne è valsa la pena.
José intrecciò le dita con le sue, e quando tirò un po’ Zlatan si voltò a guardarlo, una domanda palese negli occhi. José, però, non aveva nessuna risposta. O forse sì, anche se non era quella che Zlatan si aspettava.
- Lo voglio. – disse il portoghese, così piano che Zlatan, per un secondo, credette di aver sentito male. Ma si affrettò a deglutire e riprendere il controllo di se stesso, in tempo per non dare a José l’impressione che, proprio adesso, volesse tirarsi indietro.
- Lo voglio. – rispose annuendo. José sorrise.
- Adesso puoi baciarmi. – disse a mezza voce. Zlatan evitò di chiedergli se stavolta non si sarebbe allontanato, e si limitò ad eseguire l’ordine, mentre da fuori, un po’ ovattati, giungevano i brindisi degli ospiti in onore dei novelli sposi.
Seguito di Who's Returned From The Dead.
Genere: Commedia, Romantico.
Pairing: José/Zlatan, Davide/Mario, accenni di palese UST fra Maxi e Vinny.
Rating: PG13
AVVERTIMENTI: Death, Slash.
- Proseguono le tragicomiche avventure di Zlatan alle prese col ritorno dalla morte di José Mourinho, ex allenatore e uomo impossibile che non ha mai smesso di rendere la vita difficile a chiunque anche da morto. In questo episodio, Zlatan affronta le lagne di sua moglie, le lagne di José, le lagne dei suoi figli e le lagne di Davide, in un continuo lagnarsi universale che lo distrae e lo confonde fino a non fargli capire cosa sta accadendo in tutto ciò nel giardino di casa sua.
Note: Sbrigativamente: povero Zlatan. E comunque sappiate che ho provato a resistere all’UST Ibracest con tutte le mie forze, davvero, fino all’ultimo. Non c’è stato verso. *piange*
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WHO’S LIVING UPSTAIRS


- Zlatan? – lo richiamò alla realtà Helena, piantando entrambe le mani sui fianchi e fissandolo con aria enormemente disapprovante, - Allora? Hai sentito almeno una parola di quello che ti ho detto?
- Uh? – ribatté lui, cercando di concentrarsi su di lei ma tornando immediatamente a volgere lo sguardo altrove, puntandolo nel bel mezzo del nulla, distratto dai rumori tutt’altro che casuali che provenivano dalla soffitta.
- Zlatan! – urlò quindi lei, schioccandogli le dita proprio davanti al naso, - Lascia perdere i dannati topi nel sottotetto e ascoltami, una buona volta!
- Ma sì, sì, ti ho ascoltato… - borbottò lui, tornando a guardarla e cercando di simulare una qualsivoglia presenza di spirito, per evitare di restare lì ancora almeno altre due ore a riascoltare la spiegazione di sua moglie (spiegazione della quale, per inciso, non aveva colto una parola, ed alla quale peraltro, al momento, non poteva interessarsi di meno, con José a fare tutto quel rumore al piano di sopra), - Penso che sia un’ottima idea.
Dubbiosa, Helena inarco le sopracciglia.
- Davvero? – chiese, incrociando le braccia sul petto.
- Davvero. – le sorrise lui, condiscendente, accarezzandole una spalla, - Penso che sia un’idea molto carina, - inventò, cercando di far tesoro dell’unica regola che in tutti quegli anni aveva imparato a proposito delle donne (“i complimenti sono la via per il successo in ogni frangente”), - e penso anche che sarai grandiosa come sempre, tesoro. – concluse con un sorriso smagliante, tirandosi in piedi ed abbracciandola brevemente.
- …sei proprio sicuro? – cercò di sincerarsi ancora lei, scrutando nei suoi occhi un minimo cenno di incertezza. Zlatan, se possibile, tirò fuori un sorriso ancora più smagliante: mai mostrare debolezza davanti a una donna. – Mi era parso di capire che-
- Non ci sarà assolutamente nessun problema! – insistette, - spingendola verso la porta, - Anzi, perché non vai a fare un po’ di shopping? – suggerì, dato che con Helena lo shopping sembrava sempre funzionare alla perfezione.
- Be’, in effetti mi servirà almeno-
- Ecco, vedi? – la esortò compiaciuto, mentre da sopra sembrava che José volesse tirar giù il soffitto a furia di saltare come un bue isterico, - Vai, tesoro, e fammi sapere se poi ti serve aiuto a portar su le buste, ok? A più tardi.
L’eco delle parole di Helena – un confuso “ma amore!” sussurrato appena saltellando di gradino in gradino verso il vialetto che portava al garage – si perse dietro il legno spesso della porta, nel momento in cui Zlatan se la chiuse alle spalle e, ringhiando come un animale, salì le scale tre alla volta per raggiungere José in soffitta. Dal rumore che aveva sentito fino a quel momento, avrebbe dovuto aspettarsi di trovare come minimo la branda divelta dal pavimento e il tavolino con elegante sedia in pura plastica nera che gli aveva trovato rovesciato al contrario in un tripudio di fogli, a fare da coreografia all’apocalisse dalla quale si sarebbe salvato solo il palmare che gli aveva regalato un paio di giorni prima e che José venerava come un dio in terra.
Naturalmente, quando aprì la porta, José stava ordinatamente seduto sulla propria seggiolina di plastica e guardava video su YouTube con i suoi graziosi auricolari Sony ben piantati nelle orecchie, in perfetto e religioso silenzio.
- Oh, non provarci. – cominciò, puntandogli contro un indice accusatorio, - Non provarci nemmeno, José, non ho più vent’anni e non puoi prendermi per il culo come facevi allora!
- Non sapevo neanche che faccia avessi, quando avevi vent’anni. – gli fece notare educatamente José, senza nemmeno sfilare gli auricolari, - Ti ho conosciuto che eri molto più vecchio, ma in effetti potevo prenderti tranquillamente per il culo anche allora, quindi non vedo perché non continuare. Non è difficile. – precisò, agitando il palmare come a indicarlo come ovvia causa di tutte le sue gioie.
- José. – grugnì Zlatan, passandosi una mano sulla fronte, - Piantala.
- Voglio uscire! – scattò lui, pestando i piedi come un bambino, - È una settimana che sto chiuso in questa topaia! Voglio uscire!
- Sei uscito due giorni fa! – precisò Zlatan, allargando scandalizzato le braccia ai lati del corpo.
- Mi hai portato sul balcone! Quello non è uscire! Io voglio andare fuori, - si lagnò José cominciando a vagare per la stanza come l’anima in pena che in effetti avrebbe potuto essere, - girare la città, vedere gente, andare a mangiare in qualche bel ristorante…
- Tu sei morto! – cercò di ricordargli Zlatan, le mani nei capelli, - Quante volte devo dirtelo?! Hai dei desideri assurdi! Non ti basta esserti fatto l’account su FaceBook ed aver tirato su un casino colossale dicendo a tutti che eri proprio quel José Mourinho nella tua home page?!
- Ma nessuno ci ha creduto! – borbottò lui, - Ed era anche ovvio che non ci credessero, volevo solo divertirmi!
- Divertirsi, dice lui! – sospirò Zlatan, lasciandosi ricadere sulla brandina, improvvisamente sgonfio, - José, io seriamente non so che dirti. – cercò di ragionare, mentre José si sedeva al suo fianco, come in attesa di una qualche risposta ad una domanda che aveva accidentalmente dimenticato di porre, - Ho deciso di tenerti qui perché ovviamente non potevo mandarti da nessun’altra parte, e-
- Ah. – lo interruppe José, secco, inarcando le sopracciglia ad allontanandosi di qualche centimetro con aria disgustata, - Non perché mi volevi qui, no, eh? Perché non potevi mandarmi da nessun’altra parte.
- Gesù, ti prego. – piagnucolò lui, passandosi una mano sugli occhi, - Ti prego, non ricominciare.
- Io non ricomincio! – strillò José, come un’aquila isterica.
- No, tu non ricominci, perché a tutti gli effetti tu non smetti mai!
José aggrottò le sopracciglia, visibilmente offeso, e completò le operazioni di allontanamento andando a sedersi nel punto più distante possibile da Zlatan, pur restando sul letto.
- Va bene. – disse gravemente, - Allora torna pure di sotto a fare quello che vuoi e lasciami qui ad ammuffire. D’altronde, è quello che mi spetta, no? – aggiunse con un sorriso di vago scherno, - Sono morto, dovrei stare a decompormi dieci metri sottoterra. Posso farlo qui, almeno è comodo.
- José… - roteò gli occhi Zlatan, avvicinandosi impercettibilmente, - Okay, senti, ricominciamo. Abbiamo evidentemente sbagliato approccio. – ragionò calmo, annuendo pacatamente. José gli rispose con un lungo sguardo indispettito, prima di sospirare e sciogliere le spalle, tornando ad avvicinarsi a propria volta.
- Sto impazzendo a restare chiuso qui, Zlatan. – confessò, la voce bassa e seria, - Non ti sto dicendo che devi farmi uscire adesso e non ti sto neanche dicendo che devi risolvere da solo questa situazione del cazzo, ma una soluzione dobbiamo trovarla, perché io non so cosa mi succederà domani o anche solo fra due ore, ma c’è la possibilità che io ti resti fra le palle a lungo, e non vorrei dare più fastidio di quanto ne do già.
- Tu non-
- Oh, non provarci. – gli fece il verso José, sorridendo appena, - Non provarci nemmeno, Zlatan. – sospirò ancora, rimettendosi in piedi per andare a poggiare il palmare sul tavolo, prima di avvicinarsi alla minuscola finestra che adornava la parete esposta al sole di mezzogiorno. – Sai che non sono venuto fuori dalla tomba? – disse all’improvviso, osservando il giardino con aria un po’ persa.
- No? – chiese Zlatan, avvicinandosi a lui e sbirciando attraverso il poco spazio che gli restava senza per questo doversi avvicinare troppo, - Sei, tipo, apparso?
- Credo di sì, anche perché sarebbe stata dura prendere un aereo per venire fin qui. E comunque non ricordo di averlo fatto. – ridacchio, costringendo Zlatan ad una risatina simile, - Ho aperto gli occhi ed ero davanti al Duomo. Il sole mi ha abbagliato, e la prima cosa che ho pensato è stata che questo sole di ghiaccio, tutto luce e niente calore, il sole di Milano, mi era mancato tantissimo.
Zlatan deglutì, sorridendo un po’.
- Sì, è strano, no? – annuì, - Quando vai via da Milano ti dici sempre che è stupendo andarsene, che una città così assurda non ti mancherà per niente. E invece poi ti manca.
- È per questo che sei tornato? – chiese José, curioso, voltandosi a guardarlo.
- Chissà. – scrollò le spalle Zlatan, - Forse. In realtà Helena sentiva la mancanza dei ragazzi, solo che naturalmente non potevamo essere in due stati diversi contemporaneamente. Perciò ci siamo detti “andiamo a Torino, almeno stiamo con Maxi”, ma non ci siamo trovati bene. Così, semplicemente, quando è arrivata l’offerta non ci ho nemmeno pensato troppo su. E siamo tornati a Milano.
José rise, poggiandosi con le spalle contro la parete e guardandolo con aria furba.
- A-ha. – annuì interessato, e Zlatan sospirò, ridacchiando complice.
- Okay, sì, quando è arrivata l’offerta mi sono messo a saltare di gioia. – ammise, - Non me lo aspettavo e morivo dalla voglia di rivedere Appiano. L’hanno ampliato ancora, sai? Sembra un cazzo di centro sportivo olimpionico, tipo. È fantastico. Dovresti- - si interruppe, mordendosi un labbro prima di concludere la frase, per quanto fosse ormai evidentemente tardi. – Intendevo…
- Esattamente quello che hai detto- o meglio, che non hai detto. – rise José, sospirando piano, - Dovrei vederlo. Vorrei vederlo. Chissà, magari lo vedrò pure.
- Quanto ottimismo tutto assieme! – lo prese in giro Zlatan, tirandogli un colpetto lieve contro la spalla, - Attento, rischi di sorridere troppo. Poi ti si paralizza la faccia e non è bello.
- Che stronzo. – sbottò José, ricambiando il colpetto e ghignando divertito, - Sono fresco come una rosa, nonostante sia morto. Profumo di buono e sono morbido come un bambino.
- Ma la tua migliore qualità resta sempre la modestia. – annuì compitamente Zlatan, fra le sue risate compiaciute.
Il silenzio che si stese fra loro, per una volta, non li infastidì. Ricordò piuttosto ad entrambi il periodo in cui silenzi del genere erano abituali, fra loro. Quando, dopo un’intera giornata passata insieme fra campo e palestra, non riuscivano comunque a trovare motivazioni sufficienti per separarsi, e non avere nient’altro da dirsi sembrava assolutamente indifferente, soprattutto nel momento in cui la cosa più importante in assoluto pareva essere il rimanere lì a respirare nello stesso rettangolo d’aria, l’uno l’ossigeno dell’altro. Non avevano mai chiarito cosa fosse quel bisogno, ma in effetti era stato principalmente perché non ne avevano mai sentito il bisogno.
- Penso che non sarei più andato via. – disse José sottovoce dopo poco, tornando a sedersi sulla sponda del letto, stavolta visibilmente più rilassato, - Se non fossi morto, intendo, non me ne sarei più andato da Milano.
- Tu? – chiese Zlatan, inarcando dubbioso un sopracciglio, - Scherzi?
- No! – rise José, sistemandosi più comodamente contro la parete alle proprie spalle, - Sai cosa? Venti minuti prima che si concludesse la finale di Champions, quando il Real era già sotto di due gol e il Bernabeu sembrava San Siro per quanto urlavano i tifosi dell’Inter… Davide era seduto accanto a me in panchina. Io stavo lì, - ridacchiò teneramente, - non avevo niente da ridire sulla squadra ed era la prima volta da quando li allenavo. Mi godevo i fraseggi di Mario, gli assist di Diego per Samuel, le volate di Lucio fino ad oltre la linea di centrocampo, e Davide – rise ancora, - Davide prende e mi afferra un braccio. Allora io mi volto a guardarlo, pure un po’ stupito, ma non gli chiedo niente. E nemmeno lui mi dice niente, perché sta guardando il campo come se volesse divorarlo, e io… - si prese un momento per inspirare ed espirare. Zlatan guardò il suo petto gonfiarsi e poi sgonfiarsi e si chiese se avesse davvero bisogno di qualcosa di simile, essendo morto. Poi José riprese a parlare, e la questione divenne improvvisamente insignificante. – L’ho spedito in campo il minuto dopo, e dieci minuti dopo aveva insaccato una doppietta. E mentre lo guardavo correre in tondo e saltellare e lasciarsi atterrare a centrocampo da Mario, io ho pensato “resto”. E sarei rimasto per sempre. – si fermò ancora, sospirando profondamente e voltandosi a guardare Zlatan con un sorriso tanto tenero e nostalgico da dargli il batticuore fino a fargli dolere il petto. – Come sta il mio bambino, Zlatan? Come stanno tutti i miei bambini?
Zlatan resistette all’impulso di scattare ad abbracciarlo solo perché sapeva che a José avrebbe dato fastidio, e schiuse le labbra per rispondergli che i suoi bambini stavano benissimo, che Mario finiva per essere capocannoniere in Serie A un anno sì e un anno no, che Davide era uno dei migliori capitani che l’Inter potesse vantare in una storia di capitani sempre eccellenti, che Rene aveva fatto benissimo all’Inter per tutto il tempo in cui era rimasto e che s’era ritirato due anni fa dopo aver disputato una splendida stagione col Chelsea nonostante un tremendo infortunio al ginocchio, e soprattutto che – dannazione – avrebbe dovuto vedere Zuca. Avrebbe dovuto vederlo correre come un pazzo per il campo e bersagliare la porta avversaria con un’ostinazione tanto simile alla sua da rasentare l’assurdo, fino a segnare più di prepotenza che di tecnica. Avrebbe dovuto vederlo allenarsi con impegno e sopperire al fisico sottilissimo con una velocità, un’agilità ed una grazia che avevano dell’incredibile, avrebbe dovuto vederlo combattere in area di rigore avversaria e staccare tutti anche di un metro saltando per colpire di testa. E avrebbe dovuto vederlo l’anno prima, quanto sembrasse grande con la Coppa dei Campioni fra le braccia, quanto il suo sorriso risplendesse di orgoglio e di gioia.
Non ci riuscì, perché la voce di Helena, squillante e vagamente irritata, lo raggiunse dal piano di sotto come un fulmine a ciel sereno, costringendolo a scattare in piedi ed allontanarsi all’improvviso.
- Zlatan! – continuò ad urlare sua moglie, - Ma dove cavolo sei?! – e Zlatan deglutì.
- Io… - biascicò, - torno dopo. – annuì serio, - Stanotte.
- No. – sorrise José, - Tu dopo vai a dormire. Con tua moglie. Come sarebbe giusto.
- Jo-
- No, ti prego, non ricominciare. – rise José, alzandosi in piedi e tornando a sedersi alla scrivania, prima di prendere il palmare fra le mani, - Ne abbiamo già parlato.
- No, non ne abbiamo parlato. – borbottò Zlatan, deluso, - Senti, mi pare ridicolo continuare a ignorare quello che sta succedendo quando la prima cosa che hai fatto rivedendomi è stata baciarmi.
- Non è stata la prima. – gli fece notare José, ma Zlatan lo liquidò con un gesto spiccio.
- Dettagli. – sbottò, - Seriamente, io non capisco-
- No, sono io che non capisco. – rise ancora José, tornando a girovagare per YouTube, - Sembri sempre avere ben chiaro in mente che sono morto, tranne quando si tratta di mettermi le mani addosso. A quel punto, improvvisamente torno vivo. Ma non ti fa pure un po’ schifo toccarmi?
- Zlatan!!! – chiamò ancora Helena, esasperata, - Giuro che se non scendi subito faccio una strage! Di te e anche di quelle piaghe sociali dei tuoi figli!
Zlatan sospirò, lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi in un mugolio esasperato.
- Ne riparliamo. – borbottò deciso all’indirizzo di José, mentre il portoghese lo salutava agitando distrattamente una mano per aria e si lasciava distrarre dalle highlight di una recente partita dell’Inter commentata con incredibile passione da Materazzi.
Al piano di sotto, Helena stava già indossando la giacca.
- Ma da quanto sei tornata? – le chiese Zlatan, salutandola con un lieve bacio su una guancia.
- Da abbastanza tempo per godermi l’inizio della drammatica videochiamata quotidiana dei tuoi due figli, Dio mio. – sospirò lei, recuperando la borsa, - Te li lascio ben volentieri, tanto più che ho ordinato prima due ghirlande ma pare che il fioraio non riesca a recuperare le rose blu che ho chiesto, per cui tanto vale vada a controllare di persona.
- Due ghi- Helena, a cosa ti servono due ghirlande?! – cercò di informarsi lui, mentre dal salotto proveniva il berciare un po’ metallico dei suoi due figli isterici.
- Zlatan, sciocchino. – ridacchiò Helena, imboccando la porta, - Due ghirlande sono assolutamente indispensabili, nella situazione contingente!
Fece per chiederle a cosa esattamente si riferisse, ma Helena era già sparita nel battito di ciglia successivo, e tutto ciò che restava a riempire la casa – a parte il battere secco e regolare di José dal piano di sopra, per ricordargli che era ancora lì – era il continuo strillare di Maxi e Vinny dalla stanza accanto, perciò Zlatan si decise ad affrettare il passo e raggiungere finalmente il salotto, dove – attraverso gli schermi e le webcam collegate in rete – i suoi due unici figli si tiravano addosso insulti della peggior specie coinvolgendo nelle offese anche la loro innocente madre, parlandone peraltro con lo stesso irriguardoso sdegno col quale avrebbero parlato della madre di chiunque altro, rivolgendole epiteti di dubbio gusto.
- Ragazzi! – strillò inorridito sull’ennesimo “puttana sarà tua madre” vomitato rabbiosamente nei confronti di Vinny da un Maxi che evidentemente dimenticava come la madre suddetta fosse la stessa per entrambi, - Datevi una calmata! È sempre la stessa storia, Dio mio! Che avete adesso?!
- Quello stronzo – sbraitò Maxi, indicando suo fratello a chilometri di distanza attraverso lo schermo, - s’è fregato la mia maglietta portafortuna!
Zlatan roteò gli occhi con un lamento sommesso, mentre Vinny metteva il broncio ed incrociava le braccia sul petto, guardando altrove.
- Maxi, ti prego… siete primi in classifica, non hai davvero bisogno di una maglietta portafortuna!
- Stronzo pure tu! – continuò a urlare il ragazzo, puntando il dito anche contro di lui, - State dietro a un punto e guardacaso domenica c’è Inter-Juve! Ho bisogno della mia maglietta portafortuna! Di’ allo stronzo di rispedirmela.
- Te lo puoi scordare, e vaffanculo. – concluse Vinny, interrompendo la chiamata senza una parola di più.
- Oh, si fotta. – commentò gentilmente Maxi, e quando Zlatan lo vide allungare una mano verso il pulsante, sbuffò platealmente.
- Non ci provare nemmeno! – lo fermò, puntandogli contro un dito a conti fatti inutile ma dotato ancora dell’aura di autorità paterna che ogni tanto i suoi figli ricordavano di dover temere, - Maximilian, dimmi cosa diavolo sta succedendo fra voi due. Ormai i vostri litigi si stanno facendo insopportabili! – sospirò, passandosi una mano fra i capelli, - Quando è rimasto da te un paio di giorni, dopo il turno di Champions, sembravate stare bene insieme. Eravate carini. Che cosa è successo dopo?
- È successo che lo stronzo s’è portato via la mia cazzo di maglia. – ringhiò Maxi, guardando altrove, - E lo sa che odio che mi spariscano le cose da sotto il naso. Doveva chiedermela! – insistette gesticolando, - Non gliel’avrei comunque data, ma doveva chiederla!
Zlatan si lasciò sfuggire un lamento sofferente, coprendosi il volto con le mani, mentre qualcuno suonava il campanello.
- Mi date il mal di testa, davvero. – commentò, stirandosi contro lo schienale della sedia, - Resta in linea. Chi è? – chiese, azionando col telecomando il videocitofono accanto alla porta. Davide apparve sullo schermo un istante dopo, sorridendo timidamente mentre agitava una mano per salutare. – Dade? – borbottò Zlatan, stupito, - Ma che diavolo ci fai qui?
- Come che ci faccio qui? – chiese a propria volta lui, ugualmente stupito, - Devo posare il barbecue, Helena mi ha detto di portarlo.
- Il barbecue?! – sbottò, spalancando gli occhi. – Mia moglie è impazzita. Maxi, - ripeté, rivolgendosi a suo figlio dall’altro lato dello schermo, - tua madre è impazzita. Prima le ghirlande, ora il barbecue, vuole invitare il vicinato per una festa in giardino?
- Uh? – chiese Maxi, inclinando lievemente il capo, - Ma come una festa in giardino? Sta-
- Ok, senti, aspetta. – lo fermò, tornando a rivolgersi al citofono. – Aperto! Dade, vieni dentro, su.
- Senti, pa’, se è un problema ci risentiamo dopo, tanto non è importante. – biascicò confusamente Maximilian, grattandosi la nuca prima di rivolgere un cenno di saluto a Davide che passava sullo sfondo, il suo ingombrante carico fra le braccia e un “dove lo metto?” un po’ impacciato sulle labbra.
- Nel ripostiglio, Dà. – rispose sbrigativamente lui, prima di rivolgersi a Maxi, - No, senti, noi ora ne parliamo e risolviamo questa cosa, perché così non può continuare, è evidente. Oltretutto, a Natale vi voglio entrambi qui e gradirei non dover raccogliere i vostri resti sparsi in salotto dopo che vi sarete presi a mazzate prima, durante e dopo il pranzo, per dire.
- …non credo che accadrà niente del genere. – sospirò Maxi, poggiando i gomiti sulla scrivania e piegandosi un po’ in avanti, i capelli biondissimi che scendevano sulla fronte fin quasi a coprirgli gli occhi.
- Se ora mi dici che non intendi venire a Natale, giuro che prendo il primo aereo per Torino e ti prendo a mazzate come non ho mai fatto in ventidue anni di vita, anche se te lo saresti meritato spesso. – lo minacciò con aria cupa, e Maxi scosse il capo.
- No, non intendevo quello. – ammise con un mezzo sorriso stanco, - Verrò a Natale. Sta’ tranquillo.
Zlatan schiuse le labbra e fece per chiedergli quale fosse il motivo di tutta quell’improvvisa arrendevolezza, ma non riuscì. L’urlo di Davide, dal piano di sopra, lo travolse come una valanga, e Zlatan ebbe appena il tempo di realizzare cosa quell’urlo stava a significare, che portò le mani ai capelli e fissò suo figlio con aria allucinata.
- Pa’…? – lo chiamò Maxi, preoccupato, ma Zlatan scattò in piedi prima che potesse concludere la domanda.
- Dopo. – disse sbrigativamente, prima di interrompere la chiamata, - Mi faccio sentire io.
- Tu! – strillò Davide, apparendo dalla tromba delle scale e puntandolo con un dito come sembrava ormai uso in quella casa, - Tu sei- sei- un vecchio porco!
- Ti avevo detto di metterlo nel ripostiglio! – strillò a propria volta Zlatan, evidentemente a corto di argomenti, - Non in soffitta!
- Non è il punto della questione! – insistette Davide, prendendo a girovagare per il salotto, visibilmente turbato, - Diosanto, ma che cos’è?! – chiese, più al soffitto che a Zlatan stesso, - Un- Un androide, una statua di cera, lui imbalsamato?! Cosa cazzo è?! Cosa cazzo ci fa qui?!
- Davide- - cercò di spiegarsi Zlatan, ma l’uomo lo zittì con un’occhiata furiosa.
- Niente Davide! – ringhiò, - Cazzo, non hai rispetto! Per te sarà stato probabilmente solo un allenatore stronzo qualsiasi, uno da dimenticare subito dopo essertene andato da Milano, ma per me… - si interruppe, tirando su col naso e resistendo stoicamente alla voglia di chiudere gli occhi e lasciare le lacrime libere di scivolare lungo le guance coperte appena dalla barba cortissima, - per me è stato come un padre, Zlatan, e mi è praticamente morto fra le braccia. Tu non puoi nemmeno immaginare… - singhiozzò, passandosi una mano sulla fronte a tirare indietro la frangia caduta davanti al viso nella concitazione degli ultimi minuti. - …Qualsiasi cosa sia, fallo sparire. – Zlatan provò a replicare, ma Davide non glielo lasciò fare, preferendo concludere il proprio discorso. – Non voglio più vederlo e di certo non mi sposerò in una casa con dentro una roba del genere. – e lasciandolo sbigottito.
- …tu cosadovequando e perché?! – strillò inorridito, scattando all’indietro. Davide inarcò un sopracciglio, sospettoso.
- Oh, bene, se pensi di distrarmi dalla mia rabbia facendo finta di non sapere che tua moglie ha organizzato qui il matrimonio, sei completamente fuori strada. – sbuffò con un sorriso sarcastico.
- Io non fingo! – sbraitò Zlatan, gesticolando come un ossesso, - Non lo sapevo! Nessuno in questa casa si degna mai- oh, porca miseria! – realizzò quindi in un mugolio di dolore, portando le mani alla testa e ciondolando per casa in cerchi irregolari e confusi, - Ecco di cosa mi ha parlato Helena stamattina! Dannazione, dannazione! Ma sono un deficiente!
- Piantala di fare questa parte ridicola, Zuzu!
- Non chiamarmi Zuzu, sai?! Non in questa situazione di merda nata perché in primo luogo a te convivere non bastava, no!, tu vuoi adottare!, e ci sono possibilità maggiori se si fa parte di un nucleo familiare stabile e bla bla bla, perciò o matrimonio o morte!
- Il mio matrimonio – ribatté Davide, piccato, - non c’entra niente col fatto che tu sei un porco pervertito che tiene in soffitta una bambola gonfiabile a immagine e somiglianza di José!
- Oh, finiscila, non-
Finitela tutti e due. – li interruppe la voce seria e pacata di José. Si voltarono entrambi a guardarlo con evidente confusione negli occhi, e lo trovarono ai piedi della rampa di scale, un paio di pantaloni un po’ stropicciati e la camicia aperta sul petto quasi per metà, che si grattava la testa con un’aria a metà fra l’indispettito e l’assonnato. – Se anche fossi stato ancora morto e sepolto, con tutto questo casino avreste trovato comunque il modo di svegliarmi.
- …mister… - annaspò Davide, irrigidendo le braccia lungo i fianchi.
- Non sono una bambola gonfiabile, bambino. – lo apostrofò severamente, guardandolo dritto negli occhi, - Per quanto possa essere assurdo chiamarti ancora così a quest’età. E non sono neanche una statua di cera o qualche altra diavoleria simile, sono io.
- Sei vivo! – puntualizzò, la voce resa acuta dall’agitazione e dalla sorpresa.
- Non esattamente. – scosse il capo José, - Io e Zlatan non siamo ancora riusciti a capire cosa mi sia successo. Non che ci abbiamo veramente provato, in realtà. – scrollò le spalle, - Comunque sia, per adesso diamo per scontato il fatto che sono risorto. O qualcosa del genere. – sospirò, schiudendo le braccia ed atteggiando le labbra ad un sorriso tenero, - E che evidentemente potrò esaudire in un colpo solo entrambi i desideri che serbavo nei tuoi confronti.
Davide scattò sulle gambe svelto come avesse dovuto involarsi sulla fascia per portare un compagno a rete, seguendo l’ordine di quelle braccia spalancate come un imperativo categorico assoluto.
- Quali erano, mister? – chiese fra le lacrime, stringendoselo contro dall’alto della decina di centimetri che li separava.
- Vederti capitano. – rispose José con una mezza risata, - E vederti sposato.
Zlatan li guardò a lungo, crogiolandosi un po’ nell’offesa – perché lui restava Zuzu, ma José, nonostante gli anni, era rimasto il mister – e un po’ nella tenerezza. Lasciò vagare gli occhi oltre l’abbraccio di due delle persone cui tenesse di più al mondo, perché non voleva intromettersi in quello che sembrava un momento tanto intimo, e lo sguardo cadde sull’ampia finestra del salotto, quella che dava sul giardino principale, davanti al porticato.
- …e no, questo no, però! – strillò inorridito, spalancando la porta e correndo di fuori, - Accetto tutto, il matrimonio, il barbecue, perfino di fare da dannato testimone di nozze, per quanto ritenga tutto ciò una solenne quanto ridicola pacchianata, ma il gazebo arabeggiante in seta bianca decorato con disegni floreali nerazzurri no, perdio!
Genere: Commedia, Romantico.
Pairing: José/Zlatan, Davide/Mario.
Rating: PG13
AVVERTIMENTI: Fluff, Death, Slash.
- Siamo nel 2028. Zlatan Ibrahimović si è ormai ritirato dai campi, ma non
altrettanto dal calcio: adesso vive a Villa Ratti - magione che fu
precedentemente del suo allenatore - ed allena l'Inter, all'interno della quale,
tra gli altri, gioca anche il figlio del suddetto allenatore, José Jr., detto
Zuca. Fra calciatori che si sposano (fra loro), figli che litigano, giovani
calciatori indisciplinati con tanta voglia di farsi notare e gente che torna in
vita non si sa per quale motivo e non si sa in che modo, seguite Zlatan nel
calvario in cui l'autrice ha intenzione di trasformare la sua vita, e
divertitevi :D
Note: Questa fic – in realtà questo universo – si è completamente plottata da sola nello spazio minimo di una mezz’ora, basandomi solo e unicamente sul punto focale del fest per cui volevo scrivere. Halloween era il pretesto, mostrilli mostruosi il tema. Ho pensato “zombie”, e subito una serie di idee l’una più strampalata dell’altra hanno cominciato a presentarsi sul foglio senza nessuna soluzione di continuità, quasi alla rinfusa, tant’è che io stessa ho fatto fatica a mettere loro ordine e fare una cernita di ciò di cui potevo parlare in questa shot e ciò che invece avrei fatto meglio a lasciare per le successive. Perché sì, ce ne saranno di successive – almeno due. E quindi tutti i piccoli dettagli sparpagliati qua e là – i figli di Zlatan che giocano sparsi per l’Europa ed hanno un rapporto palesemente ambiguo, il figlio di José che gioca nell’Inter come attaccante, Davide capitano, lui e Mario in chiusura di carriera, lui  e Mario che si sposano XD Sono tutte cose che sono arrivate alla rinfusa. Io le ho prese e le ho ficcate tutte dentro al calderone – che, trattandosi di Halloween, fa anche atmosfera – e poi ho cercato di tirarne fuori qualcosa di buono, partendo comunque dal punto cardine imprescindibile attorno al quale ruotava tutta la trama: Zombie!José. O qualsiasi altra cosa egli sia.
Spero di esserci riuscita XD
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WHO’S RETURNED FROM THE DEAD


All’alba dei propri quarantasette anni, Zlatan Ibrahimović poteva dirsi un uomo felice, sereno e soddisfatto della propria vita presente almeno quanto era orgoglioso di quella passata e colmo di speranze per quella futura.
Sollevandosi dal letto con un enorme sorriso a tirargli le labbra, anche quella mattina Zlatan si guardò intorno e compilò mentalmente l’elenco dei propri doveri: fare colazione con estremo comodo, rendersi presentabile e uscire di casa, per poi balzare in macchina diretto al centro sportivo di Appiano Gentile per il primo allenamento giornaliero, previsto per le dieci. Quindi – continuò ad elencare entrando in bagno e cominciando a lavarsi – attendere lì l’arrivo del presidente per pranzare insieme a lui e alla squadra prima del riposo e dell’allenamento pomeridiano, previsto per le quattro. Restare lì anche a cena, costringere i piccoli a mangiare le loro verdure, dribblare gli assalti di Davide per quella ridicola questione del volergli chiedere di essere il suo testimone di nozze, dribblare anche Zuca per quell’altrettanto ridicola questione del voler già rientrare in campo domenica prossima dopo l’infortunio al ginocchio e poi, finalmente, mollare il gruppo di squinternati per tornarsene a casa, salutare Helena con un bacio e poi assistere con estremo divertimento alla telefonata serale fra Maxi e Vinny, già abbondantemente fuori di testa per Juve-Chelsea del mercoledì successivo e bene intenzionati a suonarsele di santa ragione sul campo, per poi ovviamente rintanarsi nel primo angolo di spogliatoio appartato disponibile, scambiarsi un abbraccio fraterno, farsi qualche coccola e darsi appuntamento al prossimo incrocio di Champions. Dopodiché, finalmente, rintanarsi sotto le coperte e lì restare fino all’indomani mattina, in attesa di dover riprendere tutto da capo con lo stesso identico sorriso.
Sorseggiando il caffè un po’ annacquato di Helena, Zlatan accese la tv e si lasciò stordire dalle notizie del giorno, storcendo il naso e lasciandosi andare ad una smorfia disapprovante quando, nell’ambito del servizio dedicato alla recente legalizzazione dei matrimoni fra omosessuali in Italia ed a tutte le conseguenze del caso – il quinto in cinque giorni, sembrava che i telegiornali ci tenessero particolarmente a tenere un conto il più preciso possibile di tutte le coppie gay già convolate a nozze sul suolo italiano – il giornalista inserì qualche stralcio di un’intervista rilasciata da Davide qualche settimana prima, in cui l’uomo si diceva fiducioso riguardo l’esito delle votazioni in Parlamento e confessava di aver già preparato quasi tutto per il proprio matrimonio, laddove l’unico problema sembrava convincere il testimone di nozze a sacrificarsi in tal senso contro la propria volontà.
- Perché il mondo deve volermi male in questo modo? – si lagnò ad alta voce, mentre il frigorifero gli offriva un bicchiere di latte freddo che lui fu ben felice di accettare. – Mario. – chiamò poi ad alta voce, e nel giro di pochi istanti l’aria attorno a lui si riempì del rumore un po’ ovattato del telefono che componeva il numero di Mario, e poi del segnale della linea libera in attesa che qualcuno, dall’altro lato della cornetta, rispondesse.
- Pronto…? – si degnò di farsi sentire la voce di Mario, finalmente, dopo almeno una decina di squilli.
- Mario! – sbraitò Zlatan, sistemando il nodo alla cravatta davanti allo specchio del corridoio, - Dormivi?
- Nossignore! – scattò l’uomo, chiaramente appena sveglio, muovendosi confusamente in un frusciare di lenzuola supportato dalla colonna sonora dei mugolii sonnolenti e infastiditi di Davide al suo fianco, - Arriveremo in tempo all’allenamento, Zuzu, giuro.
- Punto primo, - riprese Zlatan in un lamento esasperato, - piantala con quel soprannome del cazzo. Punto secondo, sveglia il tuo uomo o l’allenamento non ve lo faccio neanche guardare dall’infermeria. Punto terzo- non ridere, testa di cazzo, punto terzo, io non sarò il vostro testimone di nozze, e piantala di ridere perché giuro che ti costringo al ritiro anticipato, sai? – si fermò, giusto per concedersi un sospiro stanco e massaggiarsi pietosamente le tempie. – Punto quarto, parla con Zuca. Non lo so, incatenalo a una branda, ipnotizzalo, gambizzalo, o comunque fa’ qualcosa. Il deficiente mi assilla perché vuole tornare subito in campo, ma il ginocchio non è ancora a posto, per cui, visto che pare ascoltare solo te, cerca di fare qualcosa di utile nella tua esistenza e fermalo.
Mario rise ancora, trattenendosi a stento.
- D’accordo, - rispose quindi, - ma non puoi stupirti del fatto che si comporti così. Voglio dire, suo padre…
- Mario. – lo interruppe, sospirando affranto e tornando stancamente in cucina, vicino all’apparecchio, per lasciar scivolare due dita sopra il tasto dell’interruzione di chiamata, come in una mezza carezza, - Non mi pare il caso di parlarne, al momento. – concluse, forzando un sorriso la cui debolezza era tanto evidente che Mario, dall’altro lato della città, fu costretto a deglutire, agitato. – A dopo. – lo salutò quindi, schiacciando il pulsante e lasciando nuovamente la casa al silenzio.
Si concesse di accarezzare con la memoria il ricordo antico ma mai sbiadito di José solo per qualche secondo, prima di mescolare ciò che restava del caffè con ciò che restava del latte, aggiungere un po’ di zucchero, mandare giù tutto in un colpo solo come fosse stata una medicina e poi indossare la giacca, diretto all’uscita. Aprì la porta col sorriso di nuovo sulle labbra – lo stesso sorriso che aveva preso in prestito da José in un bacio unilaterale l’ultima volta che l’aveva visto, da morto, e che per questo non aveva mai restituito – ma quello stesso sorriso si spense sulle sue labbra quando il ricordo antico ma mai sbiadito di José si rivelò non essere antico, né sbiadito, né tantomeno un ricordo: José, una mano sollevata e chiusa a pugno come nell’atto di bussare e le labbra dischiuse in un’espressione di puro stupore, lo osservava appena oltre la soglia, in piedi, sul patio di casa sua.
- …non ho sbagliato indirizzo. – disse, senza che nessuno gliel’avesse chiesto. La sua voce era esattamente identica a come la ricordava, l’accento portoghese pesante rendeva il suo italiano strascicato e sensuale, anche se ricordava un po’ il tono di un ubriaco pronto per crollare addormentato al primo angolo di strada disponibile. Zlatan deglutì, una mano ancora stretta attorno alla maniglia di ottone e l’altra pressata con forza contro lo stipite della porta, un po’ per reggersi, un po’ in un vano tentativo di porre una barriera fra l’ospite inatteso – ma chissà quanto indesiderato – e la propria casa.
Schiuse le labbra, comunque, ed ebbe bisogno di un po’ di tempo per formulare con ordine le parole adatte nella propria testa, prima di essere finalmente pronto ad esprimerle.
- Io invece credo di sì. – sputò fuori in un fiato, e subito dopo osservò i lineamenti di José cambiare repentinamente, esattamente come ricordava potessero fare vent’anni prima – Dio, vent’anni prima – per conferire al suo volto quell’aria disapprovante ma intimamente disinteressava che costituiva nei fatti la sua espressione severa.
- Non sei per niente diventato una persona migliore, dall’ultima volta che abbiamo parlato, zingaro. – lo rimproverò, costringendolo a spostarsi dalla soglia con un colpetto neanche tanto debole in pieno stomaco ed entrando in casa sua come fosse stata casa propria, - Offrimi un caffè.
- Farò tardi all’allenamento… - biascicò Zlatan, massaggiandosi il ventre ma richiudendosi comunque la porta alle spalle e dirigendosi comunque in cucina per azionare la macchinetta automatica, - Voglio dire, i ragazzi mi aspettano e… - i suoi occhi si sollevarono, dopo che ebbe posizionato due tazzine sotto gli erogatori dell’elettrodomestico, ed incontrarono quelli solo apparentemente più spavaldi di José, oscurati dallo stesso velo di incertezza che doveva offuscare anche i suoi. Si voltò per poterlo guardare più direttamente, appoggiandosi con un fianco al mobile come avesse bisogno di quell’appiglio per non cadere rovinosamente per terra, e poi si schiarì la voce. – Tu dovresti essere morto. – constatò seccamente, non con rabbia né con paura, solo con una certa praticità. D’altronde, José era sempre stato anche lui un uomo piuttosto pragmatico.
- Sì, questo me lo ricordo. – annuì, prendendo posto al suo tavolo. – Comunque non so se posso.
- Uh. – biascicò Zlatan, vagamente inebetito, - Cosa?
- Il caffè. – precisò José, indicando le tazzine già piene per metà, - Non so se posso berlo. Voglio dire, non so neanche esattamente come sia possibile che io mi trovi qui in questo momento, figurati sapere se posso bere o mangiare o chissà che altro.
Zlatan recuperò entrambe le tazzine e gliene porse comunque una, mentre si accomodava al suo fianco allo stesso tavolo.
- Cos’è che sei? – chiese quindi, fissandolo con curiosità quasi scientifica senza lasciarsi distrarre da quanto quel dialogo e quella situazione potessero essere oggettivamente allucinanti, - Intendo, un fantasma, uno zombie…
- Non lo so. – scrollò le spalle José, rigirandosi la tazzina bollente fra le dita, - Una cosa a metà, forse. Non sono trasparente e non passo attraverso i muri, ma non perdo neanche pezzi, non sono in putrefazione e non provo l’indomabile istinto di mangiarti il cervello. Secondo te cosa sono?
- Non ne ho idea! – rispose Zlatan, infastidito dal sarcasmo, - Uno stronzo, suppongo, ma quello lo sei sempre stato. – sbuffò, e José scoppiò a ridere, stendendo tutti i lineamenti e tornando perfino piacevole da guardare, - Comunque non puoi essere una cosa a metà, non ha senso.
- Ah, perché suppongo che, invece, se fossi un fantasma uno zombie, avrebbe molto più senso. – ritorse José con un sogghigno. – Suppongo di essere semplicemente resuscitato. – aggiunse quindi, con una scrollatina di spalle, - D’altronde, ho sempre creduto di essere divino, in qualche modo.
- José, fottiti. – ringhiò Zlatan, scattando in piedi e cominciando a muoversi nervosamente per la cucina, - È una cosa seria, voglio dire, se tu davvero sei tornato dalla morte… - si fermò all’improvviso, guardando la propria immagine riflessa nello specchio. – Ma che sto dicendo? Se tu davvero sei tornato dalla morte? Ma mi ascolto, quando parlo?! Non è semplicemente possibile! – quasi gridò, tornando a guardarlo con aria accusatoria, - Devo essere ubriaco.
José roteò gli occhi, restando seduto al proprio posto e sorseggiando il caffè. Zlatan lo osservò deglutire e poi si avvicinò per guardarlo bene da ogni parte, come aspettandosi di vedere il caffè scivolare all’interno del suo corpo come in trasparenza e poi magari cadere a terra, insozzando il pavimento pulito. Niente di tutto questo, ovviamente, accadde.
- No, direi che non sono un fantasma. Potrei ancora essere uno zombie, ma l’idea della resurrezione mi piace di più. Chiamami Gesù Cristo, da ora in poi, grazie. – ironizzò con un sorriso compiaciuto, e Zlatan tornò a sedersi, grugnendo stancamente e coprendosi il viso con entrambe le mani.
- Ma cosa diavolo sta succedendo…? – chiese a nessuno in particolare, massaggiandosi con forza la fronte e le guance, come a volersi risvegliare del tutto dopo un sogno particolarmente turbolento, - Questa cosa non può essere vera.
- Io sono del parere che bisognerebbe considerare come vere solo le cose che accadono realmente sotto i nostri occhi. – obiettò José, facendo schioccare la lingua infastidito, - Intendo, se vent’anni fa mi avessero detto che ti avrei trovato in questa villa… - rise un po’, indicando con un cenno del capo le stanze di Villa Ratti in ordinata esposizione lungo il corridoio a pochi metri da loro, - non ci avrei mai creduto. E invece guardati, sei qui e… cos’è che fai, esattamente?
- …alleno. – rispose lui, lasciandosi ricadere le braccia lungo i fianchi, - L’Inter.
José spalancò gli occhi strabiliato.
- Tu al- - riuscì appena a balbettare, prima di scoppiare a ridere piegandosi perfino in due e pressandosi un braccio contro lo stomaco, - Tu alleni l’Inter? Alleni l’Inter e poi vieni a dire a me che è impossibile che io sia resuscitato? Perdonami, ma fra le due cose il fatto che tu stia allenando questa squadra mi sembra perfino più improbabile.
- Ah, sì? – quasi ghignò Zlatan, incrociando le braccia sul petto, - E, nella tua personale scala dell’improbabilità, io che alleno l’Inter nella quale gioca anche tuo figlio su che gradino si colloca, più o meno?
José smise immediatamente di ridere, portando gli occhi scuri a cercare quelli di Zlatan.
- Scherzi. – tentò.
- Affatto. – sorrise Zlatan, e poi sospirò, condiscendente. – Dovessi farti un elenco di tutte le cose che sono cambiate, suppongo che ti verrebbe un infarto e moriresti di nuovo. Per non parlare di quelle che invece sono rimaste uguali.
José gli lasciò scorrere gli occhi addosso, forzando un sorriso.
- Il mio cuore non batte. – gli fece notare, - Dubito che potresti fare peggio di così.
Zlatan abbassò gli occhi, serrando le labbra e restando a lungo in silenzio, prima di passarsi stancamente una mano sulla fronte e sospirare.
- Questa dev’essere una maledizione. – biascicò, - Qualcosa tipo “e al compimento del tuo quarantasettesimo anno di vita, riceverai la visita del tuo ex allenatore, che porterà sventura su te e sulla tua casa”. Sei l’angelo della morte, José? Sei qui per dirmi che farò la tua stessa fine?
- Mi pare improbabile che un fanatico possa spararti dagli spalti del Bernabéu dopo la vittoria della Champions. – lo prese in giro, cercando i suoi occhi e tirando sulle labbra un sorriso quasi tenero, - Mi pare improbabile anche che tu possa vincere una Champions, fra le altre cose.
- L’ho già vinta. – ribatté Zlatan, stizzito, - L’anno scorso, al mio primo anno qui all’Inter.
- Davvero? – rise José, più genuinamente divertito che realmente deluso per la notizia, - Mi sa che avevi ragione.
- Su cosa? – chiese Zlatan, inarcando un sopracciglio.
- Sulla mia scala dell’improbabilità. – rispose José, annuendo, - Probabilmente è una stronzata.
- Io non ho detto niente sulla tua scala dell’improbabilità. – precisò Zlatan, sbuffando sonoramente.
- No, ma l’hai lasciato intendere. – rise ancora José, avvicinandosi a lui strisciando la sedia sul pavimento, - E credo che avessi ragione. Adesso mi dirai che Davide gioca ancora nell’Inter e- no, anzi! Mi dirai che Davide è il capitanodell’Inter, e che lui e Mario stanno per sposarsi.
Zlatan spalancò gli occhi e dischiuse le labbra, guardandolo come se – oltre ad essere risorto – fosse appena diventato blu sotto il suo stesso considerevole naso.
- In effetti- - provò a balbettare, ma José lo fermò con una risata tonante delle sue – di quelle che a ragione giustamente credeva non avrebbe mai più sentito.
- Questo lo so che è vero. – disse con aria furba, ghignando apertamente, - L’ho letto sulla Gazzetta mentre venivo qui.
- …hai comprato la Gazzetta? – fu tutto ciò che riuscì a chiedere Zlatan, sempre più sconvolto, - Cioè ti sei fatto vedere in giro e hai comprato la Gazzetta?! Tu sei morto vent’anni fa! – puntualizzò, spalancando le braccia in un gesto a metà fra il rassegnato e l’esasperato.
- Non credo che l’edicolante mi abbia riconosciuto, Zlatan. – sospirò lui, - E se l’ha fatto, si sarà giustamente detto che era una cosa impossibile, come d’altronde stai facendo tu adesso, e mi avrà archiviato nella propria memoria alla voce “sbalorditive somiglianze” o, peggio ancora, alla voce “inspiegabili allucinazioni”. Ma – continuò con un altro ghigno, stavolta meno compiaciuto, - sono più propenso a credere che non mi abbia riconosciuto affatto. Probabilmente, se anche gli avessi detto “salve, buon uomo, sono José Mourinho di ritorno dalla morte”, mi avrebbe guardato e mi avrebbe detto “e quindi?”. Si fa presto a dimenticare i morti, no?
- No. – rispose seccamente Zlatan, stornando lo sguardo e mandando giù il proprio caffè, giusto per darsi qualcosa da fare. – No, direi che, fra tutte le stronzate che hai detto da che sei apparso alla mia porta, questa è la peggiore in assoluto.
José sorrise – un sorriso a bassa frequenza, appena intuibile sul suo volto, quasi per nulla percettibile nell’aria – e si alzò in piedi, fronteggiando Zlatan da un’altezza alla quale s’era difficilmente trovato, quando era ancora vivo.
- Forse è meglio che io vada via. – propose, senza smettere di sorridere.
- E dove vorresti andare? – chiese Zlatan, in uno sbuffo condito da una risatina sarcastica, - Sei morto. Vuoi, che ne so, affittare una casa? Andare a trovare tua moglie, rivedere i tuoi figli, dire a Zuca che è una piaga sociale e dovrebbe pensare a recuperare l’infortunio al ginocchio invece di rompere le palle per tornare subito a giocare?
José rise divertito, e la sua risata riecheggiò in tutte le stanze della casa, raggiungendo le orecchie di Zlatan in un brivido dolce e nostalgico che lo scosse fin nel profondo, costringendolo ad un sorriso di reazione.
- Non lo so, dove andrò. Ma penso che sia meglio non rivedere gli altri. Insomma, guarda tu come hai reagito, - commentò, battendogli una pacca amichevole sulla spalla, - e tu sei solo Zlatan. Intendo, immagina cosa-
- Non dirlo. – lo interruppe Zlatan, guardandolo con aria quasi implorante, mordendosi un labbro, - Non dire che sono solo Zlatan, io… - abbassò lo sguardo, avvicinandosi impercettibilmente e poi, altrettanto impercettibilmente, ritraendosi. – Quando tu sei morto… voglio dire, i tuoi funerali sono stati a Setúbal, io sono venuto. Sono entrato nella camera ardente, durante la notte di veglia. – trattenne il respiro, tornandogli vicino, - Quando Tami mi ha visto, mi si è stretta contro ed ha pianto sul mio petto come se fossi- non lo so, suo fratello o il suo migliore amico, e io lì – rise un po’, imbarazzato, - io lì ho capito quanto fossi vicino a lei e a tutta la tua famiglia, e poi ti ho visto lì nella tua bara e… - trattenne il respiro, guardandolo negli occhi, - …Tami mi ha lasciato solo con te, dopo un po’, e io- - non riuscì a concludere il suo monologo, perché José annullò i pochi centimetri che ancora li separavano e si sporse a pressare le labbra contro le sue, restando lì, sospeso in un momento fra certezza e incertezza, abbastanza a lungo da farsi sentire, ed imprimere quella sensazione nella memoria di Zlatan. Labbra calde, con un sapore, labbra vive.
- Lo so. – disse allontanandosi, pochi istanti dopo. – Quello lo ricordo. Non so come, - aggiunse con un sorriso, - ma lo ricordo.  – e poi sospirò, infilando le mani in tasca e ristabilendo le giuste distanze fra i loro corpi. – Comunque, vado. – annuì decisamente, più per confermare l’idea nei propri stessi confronti che per ribadirla in quelli di Zlatan, - È decisamente meglio così.
Zlatan lo osservò voltarsi e muoversi con una sicurezza quasi eccessiva verso la porta, deglutendo faticosamente. Cercò di tacere mentre José poggiava due dita sulla maniglia e pressava, schiudendo l’uscio, ma non riuscì a trattenersi oltre quando, in un gesto involontario, tirò fuori la lingua per inumidirsi le labbra asciutte. E vi trovò sopra il sapore di José.
- No, senti… - lo fermò frettolosamente, correndogli dietro e tirandolo nuovamente all’interno della casa, chiudendosi subito la porta alle spalle, - Non andare.
- Zlatan, - cercò di obiettare José, - mi sembrava di averti spiegato-
- Non importa. – scosse decisamente il capo lui, - Non mi importa di chi ti vedrà, di cosa succederà quando ti vedranno né di un fottuto cazzo di resto. Non mi importa nemmeno della possibilità che- - rise un po’, a fatica, - che tutto questo sia un sogno, che ne so, o che tu possa sparire la prossima volta che chiuderò gli occhi. – la sua mano, ancora ferma sulla sua spalla, scese lungo il suo braccio e si fermò a stringergli una mano. – Resta. Okay? E non dirmi no. Resta e basta.
José schiuse le labbra, guardandolo per qualche secondo senza sapere nemmeno come rispondere.
- E non t’importa di non sapere nemmeno se sono uno zombie, un fantasma o sono resuscitato davvero? – chiese alla fine, con un sorriso piccolissimo.
Zlatan scosse il capo.
- Però m’importa che tu possa mangiare. – annuì convinto, recuperando la giacca ed infilandola sbrigativamente, - Perché voglio invitarti a pranzo.
José rise – finalmente, di cuore, e che battesse o meno a quel punto non era poi così importante – e lo seguì all’esterno della villa, verso la macchina. Avrebbe constatato sulla strada se avesse ragione o meno, riguardo alla possibilità di essere stato dimenticato del tutto.
Genere: Commedia.
Pairing: *prende fiato* José/Zlatan/Davide/Mario/Adriano/Douglas/Ivan/Julio/Marco/Dejan/Cristian.
Rating: R?
AVVERTIMENTI: Slash, Flashfic, Elevensome, Crack vario ed eventuale, penso.
- Questa non è una fanfiction, è la trasposizione narrativa del Tetris.
Note: Io ho ancora delle oggettive difficoltà a capire come tutto ciò sia potuto succedere X’D Ricordo che Gra ha indetto questa challenge che aveva come obiettivo scrivere una storia sul rapporto di tre persone, o comunque un gruppo dispari di gente. Fiore ha quindi commentato il tutto dicendo qualcosa tipo “dillo che in realtà l’hai fatto perché vuoi che Liz scriva una 11some con tutta la formazione!” XD Sono seguiti commenti di chiunque – tra Fae scioccata, Chià che la chiedeva a gran voce e Gra che aggiungeva il proprio “potrei davvero averlo fatto apposta”, e insomma, mi sono sentita sfidata nel mio onore di fanwriter (?), perciò l’ho fatto. Una 11some. o_o Meriterei dei premi. E di essere rinchiusa, anche, e presto.
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ELEVEN'S A CROWD
Commedia @ Fanworld.it Pigiama Party
La Solitudine dei Numeri Dispari @ Gracalling


Già confuso ma fermamente intenzionato a non farsi abbattere dalle oggettive difficoltà della scena che gli si presenta davanti, José solleva lo sguardo ed incrocia le braccia sul petto nudo.
- Dunque. – comincia con fare competente, - Tutto quello che ci serve è un po’ di organizzazione.
Zlatan, steso sul letto al suo fianco e con addosso solo un angolo di lenzuolo, scoppia a ridere, mentre il resto dei nove undicesimi presenti si guarda intorno con aria vagamente imbarazzata.
- Non per porre un freno ai tuoi sogni di gloria, - contesta lo svedese con un ghigno furbo, - ma in una situazione simile non puoi mica adottare uno schema e risolvere così. Com’è, proviamo col classico albero di Natale? Quattro-tre-due-uno? Uno con dietro due con dietro tre e via così e tu guardi dal bordo del letto agitando le braccia come un indemoniato?
José si volta a guardarlo con aria omicida, borbottando un “be’, nessuno ti ha costretto a venire!” inviperito che si perde in parte tra le continue risate di Zlatan ed in parte fra le lamentele di Dejan.
- Sì, ma così non è giusto! – sbotta il serbo, mettendosi a sedere sul letto con le gambe e le braccia incrociate, neanche fosse un dodicenne offeso, - Mario si tiene Davide tutto per sé!
Per tutta risposta, il ragazzo ringhia, stringendosi contro il compagno.
- Io non volevo nemmeno venire! – motiva spiccio, - Mi ha costretto Davide, ha quella cosa che… - e naturalmente, in mezzo al suo lamentarsi continuo, Davide sorride con un’innocenza indecente in maniera quasi disturbante, e quindi tutto il gruppo è obbligato a prendere atto del fatto che sì, Davide ha quella cosa che e non è possibile sfuggirgli. Il secondo dopo, ci sono solo mani che si allungano verso di lui e labbra che cercano le sue. Davide risponde a tutti con un sorriso allegro dipinto sulle labbra piene, Mario prova a contrastare l’attacco mordendo dita a caso quando gli capitano a tiro, ma si stanca presto, perché Davide geme e, ad esempio, il solo vedere il suo corpo snello e asciutto schiacciato fra quelli decisamente più massicci di Deki e Marco, mentre Christian gli stuzzica il collo con la lingua, lo manda fuori di testa.
Adri, steso sul materasso, il capo poggiato contro il ventre di Zlatan che si solleva e si riabbassa al ritmo del suo respiro, ride, e la sua risata si riflette nella voce dello svedese, costringendoli entrambi a sobbalzare un po’. José li odia entrambi e li fissa con disapprovazione.
- Non ti arrabbiare, mister, constatavo solamente che paiono cavarsela alla grande anche senza la tua direzione. – lo prende in giro il brasiliano, tirando fuori la lingua. Zlatan ne approfitta per chinarsi e rubargli un bacio, e José scuote il capo, rassegnato.
- Oh- Ahi! – si lamenta qualcuno alle loro spalle, ed è Douglas. – Il ginocchio in mezzo alle chiappe no, Ivan, fa male! Sta’ attento!
- Tanto presto arriverà qualcosa di peggio. – commenta pratico Julio, battendo una pacca amichevole sulle spalle del connazionale prima di ribaltarlo sul materasso e voltarsi verso l’altro, - Dai, proviamo così, che qua se aspettiamo direttive restiamo immobili fino all’anno prossimo.
- Ma nessuno qui si fida della mia autorità ed esperienza sul campo?! – borbotta José, incredibilmente offeso. Zlatan, tanto per cambiare, ride di lui.
- Non hai nessuna delle due cose. – gli fa notare.
- Però hai qualcos’altro di decisamente più interessante. – commenta Adriano con un sorriso malizioso, avvicinandoglisi. José solleva gli occhi al cielo in cerca del Dio che lo precede ed al quale probabilmente vorrebbe chiedere perché gli abbia dato un appetito sessuale tale da provare ad organizzare un incontro fra una quantità di persone simili – e similmente fuori di testa – ma tutto ciò che trova è il soffitto e da qualche parte ci sono le labbra umide di Adriano che giocano lievissime sulla sua pelle, perciò lascia perdere le preghiere e socchiude gli occhi, respirando piano.
Zlatan sorride compiaciuto e si unisce al gioco, pensando che su quel materasso enorme sono tutti vicinissimi, e quindi forse in realtà un po’ di organizzazione non serve nemmeno: lo schema di gioco più adatto, lo troveranno sul campo.
Genere: Comico.
Pairing: Zlatan/José, un minimo di Davide/Mario, se proprio vi ostinate a volercelo vedere.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Parodia, Slash.
- Roberto Scarpini è emozionato: finalmente José Mourinho s'è concesso ai microfoni di Inter Channel, e per ben dodici minuti! Se non che...
Note: Storia assurda nata in chattina come solo le storie assurde possono nascere in chattina XD Stavamo guardando alcuni filmati di interviste recenti del Mou – o meglio: io guardavo e riferivo in chattina la straniante verità per la quale quando chiedi al Mou qualcosa, su qualunque argomento dello scibile umano, lui trova un modo per ricondurla a Zlatan. Quindi io ero lì che ironizzavo dicendo “eh, il Mou va in mensa, la signora gli chiede cosa vuole da mangiare e lui attacca a parlare di Ibra…” e qualcuno (credo Fae) disse “al povero Zlatan fischieranno continuamente le orecchie”. Ed io ho aggiunto “sì, e starnutirà anche di continuo”. Che, per chi non lo sapesse, sono le due cose che, nella tradizione popolare, indicano che qualcuno sta parlando di te da qualche parte nel mondo.
Poi non saprei dire in realtà come ci sia caduto dentro Scarpini °_° Cioè, immagino dipenda dal fatto che quell’intervista l’ha fatta lui, ma potevo anche risparmiarglielo. E invece no. *sospira*
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CAUGHT A LITE SNEEZE


Quando Scarpini si presenta in albergo, Boston è tutta un rombare di automobili e ticchettare di tacchi femminili e strisciare di scarpe da tennis e urlare di venditori ambulanti e tutto un altro milione di rumori molesti che naturalmente lui non sente neanche per sbaglio, perché se solo fosse un tantinello più leggero fluttuerebbe sicuramente a mezz’aria, tanta è la gioia che prova in vista della prima intervista ufficiale di Mourinho ai microfoni di Inter Channel. Perciò, di tutti i rumori molesti di cui sopra lui non ne sente nessuno: il verso di Boston è il cinguettio degli uccelli, il canto melodioso delle ragazzine che vanno al mare e lo scampanellare felice del baracchino dei gelati all’angolo, fine.
La hall sarebbe praticamente deserta, non fosse per Mario e Davide che stanno in un angolo a perdere tempo. Roberto sorride, perché coi ragazzini ha un bel rapporto, e si avvicina, notando nel mentre che Davide ha un broncino molto dolce che gli piega le labbra in una smorfia infantile e Mario, per tutta risposta a quella maschera di tenera offesa, sta ridendo come un deficiente, pressandosi entrambe le mani sul ventre e piegandosi in avanti, molleggiando sulle gambe per non perdere l’equilibrio e mettersi a rotolare sul pavimento.
- Che succede? – chiede, mentre le risate di Mario cominciano a contagiarlo, - Successo qualcosa di buffo?
- Sì! – risponde subito Mario, salutandolo con un’amichevole pacca sulla spalla, - Il deficiente qui s’è di nuovo tirato addosso tutto il succo alla ciliegia! – lo prende in giro, mentre Davide cerca invano di coprire un’evidente macchia rossa in centro e rosata ai bordi, proprio lì nel bel mezzo del cavallo dei pantaloncini bianchi – ed è già il secondo paio che distrugge irrimediabilmente in questo modo.
- Mario! – cerca di rimproverarlo il giornalista, con poca convinzione, visto quando sta ridendo a propria volta mentre il povero Davide, rosso in viso come un pomodoro, distoglie lo sguardo, - Non si prendono in giro i compagni!
- Ma scusa! – continua a ridere Mario, afferrando Davide con un braccio attorno al collo e tirandoselo contro per scompigliargli amichevolmente i capelli, - È lui che se le tira dietro, le prese per il culo!
Davide lo guarda come volesse fare una pessima battuta, e Roberto è molto felice che lui non la faccia, nel momento in cui lo vede sospirare, abbassare lo sguardo e scuotere la testolina castana, rassegnato.
- Com’è che sei qui? – chiede invece, rivolgendosi a lui e cominciando sistematicamente ad ignorare Mario, che ovviamente parte subito ad inquietarlo nei modi più assurdi, tipo cercando di ficcargli le dita fra le costole o mollargli pizzicotti illegali lungo i fianchi e le cosce.
- Ho un’intervista col Mou. – risponde Roberto, gonfiandosi come un galletto, - Ho un sacco di domande e mi ha concesso ben dodici minuti. Non vedo l’ora!
Mario smette subito di infastidire Davide e si irrigidisce come una sarda salata nella propria scatoletta, guardando il giornalista dapprima con sincero stupore – come lo stesse vedendo per la prima volta – e poi con un’aria accigliata che non promette nulla di buono. Il secondo dopo, sta già allontanandosi a passo marziale verso l’uscita dell’albergo, borbottando maledizioni incomprensibili probabilmente in ghanese, sempre ammesso che lo conosca.
Davide sospira e Roberto lo guarda curiosamente, una domanda palese negli occhi.
- Ce l’ha col mister. – spiega il difensore, occhi al cielo e tono lamentoso, - Oggi l’ha chiamato Ibra durante un’azione.
Il che, riflette Roberto, non senza un certo stupore, dovrebbe sembrare molto più assurdo di quanto già non sia. Come si fa a chiamare un giocatore con un altro nome durante un’azione di gioco? È come chiamare qualcuno col nome del tuo ex quando… ma è un argomento che Roberto non vuole davvero approfondire, perciò scuote il capo e lascia andare una risatina un po’ imbarazzata, mentre Davide riprende a parlare.
- A questo proposito, non aspettarti di riuscire a cavare un ragno dal buco, per tutte le tue domande, perché il mister ultimamente è un po’ in fissa.
Roberto gli risponde con un’occhiata da triglia confusa, inclinando lievemente il capo nell’ottima imitazione di un cane che non abbia ben capito cosa voglia da lui lo strano essere umano che gli agita davanti agli occhi un bastoncino dal dubbio valore artistico o nutrizionale.
- In che senso? – chiede, cercando di esprimere le proprie perplessità il più chiaramente possibile, di modo che anche un ragazzino il cui hobby è sporcarsi i pantaloni di succo alla ciliegia possa capirlo senza fraintendimenti di sorta: l’appuntamento col mister è fra poco meno di dieci minuti e lui vuole arrivare preparato, qualsiasi sia il problema.
- Nel senso che… non è che ne sia uscito proprio benissimo, da questa cosa di Zlatan. – riflette Davide, dubbioso, cercando nella memoria esempi da fornire al giornalista disorientato, - Per dire, ieri stavamo in mensa, no? E la cuoca, che è ‘sta signora con un paio di tette allucinanti, che te le raccomando, veramente, sono grandi come due panettoni e le tiene sempre… va be’, comunque, la signora gli fa “Mister Mourinho, carne o pesce?” e lui “A Zlatan piaceva tanto il pesce”, con tipo un’espressione vacua.
- Vacua? – chiede Roberto, sempre più confuso.
- Vacua, vacua! – insiste Davide, annuendo con sicurezza, - Come il pesce che ti guarda dall’acquario aprendo e chiudendo la bocca, ma più malinconico. Un pesce triste.
- Un pesce triste. – ripete Roberto, come se il ripeterlo servisse a dargli senso, mentre un senso probabilmente nemmeno esiste.
- Esatto. – annuisce ancora Davide, - Volevo dirtelo per spiegarti che non puoi pensare di avere con lui una conversazione normale, al momento. Per dire, la signora alla fine mica ha ricevuto risposta. Ha chiesto di nuovo “carne o pesce?” e il mister era perso in chissà che pensieri e ogni tanto ripeteva “cinquanta milioni… potevo vendere la Lamborghini”, ed è dovuto intervenire il signor Baresi che ha risposto “carne, perdio, carne” al posto suo, sennò restavamo tutti in fila come dei cretini fino all’indomani, eh.
- Oh. – deglutisce confusamente Roberto, annuendo appena. – Credo di capire.
- No. – scuote teatralmente il capo Davide, - Non puoi capire finché non vedi di persona. Per renderti conto di quanto è profondo l’abisso, devi guardarlo dal ciglio del burrone. – lo avverte con aria tetra, e Roberto indietreggia di qualche passo.
Okay, la partenza di Ibra deve aver mietuto più vittime di quanto pensasse.
- E ora scusami, – lo liquida Davide con un breve cenno del capo, - devo andare a recuperare Mario prima che si chiuda in qualche bagno a piangere perché il mister non lo ama e non vuol dargli il dieci prima dell’anno prossimo. – aggiunge con un altro sospiro rassegnato. Per la prima volta da quando gioca coi titolari, Roberto è contento di vederlo andare via.
Dopodiché, cerca di lasciarsi tutta questa palese follia alle spalle e, rinvigorito al solo pensiero di rivedere finalmente il mister per parlare con lui faccia a faccia, si dirige trotterellando verso la sala ricreativa all’interno della quale il set per l’intervista è stato preparato. Il mister, come al solito, sfoggiando grande professionalità, è già lì.
Solo che Roberto comincia ad averne paura nel momento esatto in cui gli posa gli occhi addosso e vede disegnarsi sul suo viso un’espressione così estatica e felice da essere possibile solo in caso di pesante uso di droghe. O antidepressivi. O alcool. O tutte e tre le cose insieme.
- Mi-Mister…? – lo chiama incerto, deglutendo pesantemente.
- Sìììì? – chiede José, voltandosi verso di lui con un gesto fluido e immediato del solo collo, terrorizzandolo a morte, - Oh, ciao, Roberto. – e il giornalista può quasi sentire dei cuoricini rosa librarsi dalle note calme e soavi della sua voce, per esplodergli tutti intorno come lievissime bolle di sapone, - Che piacere rivederti.
- Mister, la… - accenna lui, sempre meno sicuro di aver avuto l’idea del secolo a prenotare quell’intervista così presto, - la trovo… bene, credo.
- Oh, sto benissimo. – annuisce José, sorridendo felice come un bambino, chiudendo gli occhi, schiudendo le labbra e piegando lateralmente il capino brizzolato, - E tu? Ti piace l’America?
- La… uh, sì, suppongo. – balbetta, grattandosi la fronte con aria persa. – È sicuro di voler…
- Ma naturalmente, naturalmente! – lo invita José, allontanando un po’ la sedia ed indicandola perché lui possa prendere posto, - Cominciamo pure quando vuoi.
Roberto si siede e tira fuori il blocchetto con le domande appuntate in pessima calligrafia sulla prima pagina vuota disponibile, e si dice che d’accordo, magari è un po’ strano, ma almeno non sta parlando ossessivamente di Ibra come da Davide così tremendamente profetizzato, perciò può anche andare bene, forse, tutto sommato.
- Be’, allora… entriamo subito nel vivo! – comincia scoppiettante Roberto dopo un breve cenno d’intesa scambiato col cameraman, - Parliamo subito di Eto’o. Bel giocatore, eh?
- Be’, be’, sì. – ride José, vagamente imbarazzato?, spostandosi sulla sedia per mettersi più comodo, - Naturalmente Ibra era un’altra cosa. – e Roberto non ha il tempo di spiaccicarsi una manata depressa sulla faccia, che il mister si lancia nella dichiarazione d’amore del secolo. – Ibra era più un attaccante di riferimento, capisci cosa intendo?, gli piaceva inventare, aveva fantasia, costruiva, prendeva palla, era veloce… - si ferma un secondo, come cercando di ricordare di cos’è che dovesse parlare prima di cominciare a blaterare di tutt’altro. Roberto lo guarda allusivo, cercando di ricordargli telepaticamente che è di Eto’o che dovrebbe discutere, e José sembra capire, sorride e aggiunge – Eto’o è completamente diverso. – prima di chiudere la discussione con un altro sorriso infantilmente felice.
- Ehm… sì. – annuisce Roberto, a disagio, - Naturalmente. E… insomma… come… come ha visto l’acquisto di Milito e Motta? Come si stanno comportando i due giocatori? – per la verità, subito dopo la domanda su Eto’o c’era una domanda che chiedeva un parere circa il trasferimento di Ibra, ma a conti fatti meglio evitare.
José riflette un po’, prima di rispondere, cosa che dà modo a Roberto di illudersi della possibilità di avere una risposta che abbia effettivamente un senso.
- Ti dirò la verità, - comincia José, e un coro di cherubini comincia a cantare l’alleluja nella testa del giornalista, - sono due ottimi giocatori, ma sono stanchi morti. – e Dio in persona si unisce ai cherubini in un’improvvisazione hard rock dell’Osanna, - È dura abituarsi ai nostri ritmi di lavoro. – continua il mister con un sorriso, e la Vergine in persona balla la lap dance ai cancelli del Paradiso. E poi tutto crolla inesorabilmente nel buio. – Niente a che vedere con quanto era elastico e pronto Ibra di fronte a qualsiasi cambiamento gli si presentasse.
- …si capisce. – si abbatte Roberto, guardando con aria pietosa il cameraman che, dietro la telecamera, risponde con un’occhiata ugualmente pietosa e una solidale scrollatina di spalle. – D’accordo, mister. – sospira alla fine Roberto, rassegnato: dal momento che continua ad ottenere risposte assurde a domande tutto sommato intelligenti-barra-interessanti, tanto vale fare l’unica domanda alla quale Mourinho sembra essere quantomeno predisposto. Sia mai si riesca a cavarne qualcosa di buono. – Cosa può dirci in merito al trasferimento di Ibra al Barça? Si sente molto la sua mancanza, in questi ultimi giorni di ritiro?
Il viso del mister, per un secondo, si fa di pietra, cristallizzandosi – in modo invero inquietante – su quell’espressione di beata spensieratezza che l’ha contraddistinto da quando lui e Roberto si sono incontrati. Poi all’improvviso tutto cambia, le sue sopracciglia si inarcano verso il basso, le sue labbra si contraggono in una smorfia triste e i suoi piccoli ma espressivi occhi scuri si riempiono di una luminosità che sarebbe perfino tenera e romantica se, nel contesto attuale, non fosse anche del tutto fuori luogo.
- …perché ha dovuto farlo?! – sbotta quindi il mister, portandosi le mani ai capelli e saltando in piedi come un invasato, - Perché mi ha lasciato?!
- Mi-Mister?! – chiama allarmato Roberto, chiedendosi se il cameraman stia ancora filmando e stabilendo il secondo successivo di non volerlo davvero sapere, - Che succede?! – e soprattutto, perché quest’intervista sembra destinata ad avere solo risposte assurde che non vogliono dire niente e per le quali niente di tutto questo potrà mai finire in televisione senza prima passare sotto una devastante sequenza di taglia e cuci in post-produzione?!
- Dimmi perchééééé! – insiste José, afferrandolo per il bavero della polo e scuotendolo con una certa enfasi, - Gli ho dato tutto quello che ha chiesto! Anche cose che-
- Mister!!! – cerca di fermarlo Roberto, disperato, e fortunatamente in quel momento Mario e Davide fanno irruzione in sala.
- Mister! – lo chiamano con una sincronia non meno inquietante di tutto il resto.
- È successo di nuovo. – sospira Mario, avvicinandosi a José, che nel mentre s’è accasciato in un angolo e sta mormorando qualcosa a proposito di un ultimo preservativo ancora conservato in qualche luogo di cui Roberto decisamente non vuole conoscere l’ubicazione.
- Robi, - lo chiama Davide, esasperato, - non gli avrai mica chiesto direttamente di Ibra?
- Be’, sì! – cerca di darsi un contegno Roberto, visibilmente scosso, - Sembrava intenzionato a parlare solo di lui, perciò ho pensato… ho pensato…
- Hai pensato male! – sbraita Mario, tirandogli addosso un microfono che fortunatamente finisce sul fondo della sala senza uccidere nessuno. – Coraggio, coraggio. – lo sente cinguettare poi il giornalista, mentre torna a chinarsi su José, cullandolo come un padre, - È passata, è passata.
Davide sospira ancora, allargando le braccia in segno di resa.
- Te l’avevo detto, io. – sbotta rassegnato, - Non ne è ancora venuto del tutto fuori.
*
Frattanto, dall’altro lato dell’oceano Atlantico, Zlatan Ibrahimović vive un attimo di confusione nel momento in cui, improvvisamente, il suo corpo decide di ribellarsi al suo comando e lui si ritrova con le orecchie che fischiano e uno starnuto che pressa per uscire dal fondo di un naso irrimediabilmente irritato. Fa appena in tempo a coprirsi la bocca, prima di starnutire rumorosamente, obbligando il suo nuovo allenatore a voltarsi per guardarlo con aria un po’ confusa.
- È tutto a posto? – chiede Pep, facendoglisi più vicino e mollandogli una pacca amichevole sulla spalla, - Non ti farai mica venire il raffreddore appena arrivato, mh? – ironizza prendendolo in giro.
- Ma no, ma no… - abbozza un sorriso Zlatan, scrollando le spalle e dirigendosi verso la sala in cui lo aspettano i medici, per le prime visite, mentre Mino, al suo fianco, gli porge un fazzoletto per asciugare il naso, - È stato solo un momento di confusione. È già passato.
Genere: Generale.
Pairing: Davide/Mario, Zlatan/José, Davide/José (onesided).
Rating: R
AVVISI: AU, Slash.
- Mario fa entra ed esci dall'orfanotrofio da quando aveva due anni. Nessuna famiglia sembra riuscire ad accoglierlo nel giusto modo, e perciò non vede perché dovrebbe essere diverso, stavolta. Solo che lo sarà. Lo sarà eccome.
Note: ;___; Commozione, è finita!!! Voi non potete capire cosa vuol dire per una donna come me – una che le storie sa (quasi) sempre quando le comincia ma mai quando (e se!) le finisce – riuscire a concludere una fic a capitoli. In un tempo prestabilito, poi, e senza sbavature! Sette settimane, ci ho messo, e mai un ritardo. E amo oggi questa famiglia di disastrati esattamente quanto l’amavo il primo giorno, perché piano piano ho imparato a conoscerli assieme a Mario. E nonostante il finale tremendo (me lo dico da sola ._. Odiatemi) mi resteranno sempre nel cuore. *sparge affetto*
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lady in red

La signora è vestita di rosso, quando arriva all’orfanotrofio. Assieme a lei c’è un uomo che, al suo fianco, sembra altissimo, anche se in realtà può vantare al massimo un metro e settantacinque d’altezza, qualcosa di più forse, qualcosa di meno probabilmente, Mario non è mai stato granché bravo con questo tipo di stime, anche perché è cresciuto molto in fretta ed è diventato altissimo altrettanto frettolosamente, perciò ha perso il senso della misura da qualche parte fra i quindici e i sedici anni. Alla fine di tutte le considerazioni, non saprebbe dire se l’uomo in questione sia basso davvero o gli sembri tale solo perché è più basso di lui, tutto ciò che sa è che è con la signora e che la signora è vestita di rosso, ed è bellissima. Non una bellezza canonica, non di quelle che vede sui giornali e non certamente di quelle con cui si concede di uscire ogni tanto – le altre ragazzine dell’orfanotrofio, sedicenni e diciassettenni fasciate in jeans e top aderenti, che gli corrono dietro solo perché è alto e gioca a calcio, perciò il fisico è quello che è e non è niente male. La signora è bella perché è elegante, la signora è bella perché emana una piacevole aura di tranquillità e la signora è bella perché ha due begli occhi castani che si guardano attorno con aria svagata e persa. La signora è bella perché chissà quanti anni ha ma sembra una ragazzina che scopre tutto all’improvviso, una che esce di casa per la prima volta, ed è bella anche per come si stringe all’uomo che la accompagna, che la trae a sé in un gesto protettivo e intimo, stringendole un braccio attorno alle spalle e voltando appena il capo per baciarle una tempia e sussurrarle qualcosa all’orecchio – qualcosa che le provoca una risata divertita e infantile, che lei cerca di soffocare con poco successo portando una mano alle labbra.
Mario non è proprio sicuro che restare a fissare i due nel modo in cui lui li sta fissando sia la cosa più giusta da fare, ma è altrettanto vero che proprio non riesce a smettere di farlo, perciò resta lì con aria ebete mentre intorno a lui il giardino dell’orfanotrofio si agita tutto, ogni ragazzo intento nelle proprie attività, e lui dovrebbe stare più attento a come muove le cesoie attorno a quel cespuglio tondo, o finirà per tranciarlo a metà e fare un disastro. Non che abbia paura di una punizione, il direttore non è esattamente noto per il suo pugno di ferro, ma gli è sempre dispiaciuto rovinare le cose belle, perciò sì, dovrebbe stare più attento, ma la signora e il suo uomo continuano a passeggiare per il giardino come fossero in visita ad un parco o chissà che, e lui non può fare altro che continuare a guardarli, perciò poco da fare, sono comunque molto più belli loro di qualunque cespuglio tondo decori quel giardino.
La signora si volta a guardarlo e gli lascia scivolare gli occhi addosso in una carezza distratta. Sorride serena, ed il suo sorriso si allarga lievemente quando incontra gli occhi scuri e stupiti di Mario, che la osserva fermarsi all’improvviso con una certa curiosità, le cesoie ancora a mezz’aria. L’uomo si ferma contemporaneamente a lei, con una naturalezza che sa di comportamenti rodati: chissà quante volte la signora si ferma all’improvviso e chissà quante volte l’uomo, semplicemente, la segue, fluido, senza scatti, immediato.
La signora si allontana dalla stretta del compagno e lui non la trattiene, si limita a seguirla, un solo passo indietro, fino a quando non si ferma davanti a Mario, continuando a guardarlo con quel sorriso entusiasta e un po’ bambino, che contrasta in maniera piacevole con le rughe sul suo viso e che, adesso che sono vicini, Mario può vedere distintamente.
- Che bel colore. – dice la signora, trasognata, sollevando una mano ad accarezzargli una guancia. È avvolta in rosso anche quella manina così piccola e delicata, Mario se la sente scorrere morbidamente addosso e resta a guardare la signora, rapito dai suoi occhi persi. Nessuno l’ha mai guardato con tanta palese adorazione, e lui non sa se sentirsi più lusingato o più in imbarazzo. – Zay, hai visto che bel colore?
- Sì, Tami. – annuisce l’uomo, sorridendo appena, - È bello davvero.
Mario sposta lo sguardo sull’uomo e cerca di decifrarne gli occhi, ma pur essendo di un colore banalissimo sono assolutamente incomprensibili.
- Tami! – dice la voce del direttore alle sue spalle, e qualcosa in quel momento perfetto si spezza. La signora abbassa la mano e smette subito di accarezzarlo, sollevandosi sulle punte per cercare oltre il suo corpo la figura che si avvicina, e sorridendo entusiasta come una bambina non appena riesce ad individuarla.
- Massimo! – lo chiama, agitando un braccio, - Zay, c’è Massimo! – richiama l’attenzione dell’uomo, che sorride ancora e saluta il direttore con un cenno del capo.
- Ma che piacere rivedervi! – saluta anche il direttore, chinandosi sul corpo minuscolo della signora per avvolgerlo in un abbraccio amichevole e poi voltandosi a stringere la mano dell’uomo, - José, quanto tempo.
L’uomo sorride ancora, e si ravvia distrattamente i capelli sulla testa, con una smorfia buffa.
- È stata bene, ultimamente. – butta lì, come non avesse importanza. Mario non capisce a cosa si stiano riferendo, d’altronde il direttore non ha chiesto a nessuno come stesse qualcun altro, quindi la risposta dell’uomo è veramente incomprensibile, ma il direttore sembra capire tutto al volo, e Mario lo osserva annuire serio per un secondo, prima di tornare a sorridere allegramente, poggiando una mano sulla spalla della signora.
- Coraggio, Tami, ti offro un tè. Vaniglia?
- Con piacere. – sorride la signora, e si volta a cercare il marito con lo sguardo, un po’ incerta.
- Precedetemi. – la rassicura lui, chinandosi a baciarla lievemente sulle labbra, - Io vi raggiungo subito.
Mario osserva la signora e il direttore allontanarsi lungo il vialetto, verso l’edificio principale dell’orfanotrofio, e poi torna a portare lo sguardo sull’uomo – José, come l’ha chiamato il direttore, che lo sta a propria volta scrutando con un certo interesse, come lo stesse studiando.
- Non parli molto, mh? – chiede curioso. Mario serra le cesoie attorno ad un rametto fuori posto. Il suono che producono è secco e fastidioso. Il rametto, cadendo a terra, invece, è silenzioso come una piuma.
- Preferisco tacere, se non ho qualcosa da dire. – risponde scrollando le spalle, - Cerco di evitare di mettermi nei guai.
- E ti capita spesso? – chiede ancora José, - Di metterti nei guai, intendo.
- …ogni tanto. – risponde Mario, sinceramente. – Prima, però. Adesso non più.
- E come mai?
Mario si prende un secondo, prima di rispondere. Pota ancora un paio di rametti qua e là, cercando di mantenere la forma del cespuglio, e poi sospira.
- Il direttore mi ha fatto capire che, passati i diciott’anni, non è più possibile creare problemi.
José scoppia immediatamente a ridere, una risata piena, tonante e divertita. Mario lo osserva gettare indietro il capo e poi tornare a guardarlo con una luce compiaciuta negli occhi.
- Per quante famiglie sei passato? – chiede a bruciapelo.
- Due. – risponde lui, altrettanto immediato e altrettanto privo di filtri.
- Non eri abbastanza per loro?
- O forse loro non lo erano per me.
José lo guarda con compiacimento se possibile addirittura maggiore, incrociando le braccia sul petto.
- Mi piace quest’atteggiamento. – commenta annuendo, - E a Tami piace il tuo colore. – si interrompe solo per un attimo, inumidendosi le labbra. – Ti andrebbe di provare ancora?
Mario non può nascondere il suo stupore, quando sente la domanda, ed inarca entrambe le sopracciglia, abbassando la cesoia lungo il fianco.
- Solo perché alla signora piace il mio colore? – chiede.
José annuisce.
- Ce l’hai un sogno? – domanda a propria volta, salutando con la mano la signora che si sta sbracciando come una ragazzina dalla terrazza sul fronte dell’enorme quanto sobrio castello che ospita l’orfanotrofio. – Una cosa per la quale sei disposto a tutto?
Mario scrolla le spalle.
- Aspetto che arrivi. – sospira profondamente. José annuisce ancora, prendendo atto.
- Tami è il mio. – dice a bassa voce. E stavolta annuisce Mario.
- Non c’è due senza tre, immagino. – concede con un’altra scrollatina di spalle.
José ride ancora. Anche Mario è divertito, perciò ride anche lui.
- Comunque mi chiamo Mario. – precisa il ragazzo, tornando a potare il cespuglio, - Giusto per informazione.
José annuisce, prendendo atto, e poi sorride ancora.
- Fantastico. – commenta, infilando una mano in tasca e continuando a fissare la signora, seduta col direttore ad un grazioso tavolino bianco in terrazza, mentre sorseggia il tè, - Mario è anche il mio secondo nome.
*
Mario arriva a Villa Ratti appena due giorni dopo e, quando oltrepassa il cancello, perdendo lo sguardo sull’immensità del giardino – ed è un eliporto, quello che intravede al di là degli alberi, in quella radura assolata? – gli riecheggia ancora nelle orecchie l’ultima conversazione avuta col direttore Moratti, mentre sistemava le poche cose cui tiene nel borsone già al quinto trasloco.
- Se dovesse andare male… - gli ha chiesto con falsa distrazione, appallottolando calzini e schiacciandoli nel fondo del borsone senza cercare gli occhi del proprio interlocutore, il quale non ha neanche sentito il bisogno di interrompere il suo discorso parlando, e s’è limitato a coprire le sue ipotesi con un rassicurante sorriso dei suoi, di quei sorrisi che raggiungono come una specie di mistica incrollabilità, che quando li guardi capisci che sono così splendenti e sicuri solo perché si sono guadagnati con la forza il diritto di esserlo.
- Non mi sembra il piede giusto con cui partire. – gli ha fatto notare, battendogli un’amichevole pacca sulla spalla, - E comunque non credo che andrà male. Nel caso dovesse proprio essere un disastro, - ha aggiunto con un sospiro stanco, osservandolo rilassarsi visibilmente, rassicurato, - qui c’è sempre un posto per te, Mario, naturalmente.
Mario ha annuito senza sollevare lo sguardo dalla maglietta che stava piegando.
- E che tipi sono, questi qui? – ha chiesto poi, cercando di dissimulare la curiosità fra le pieghe di un disinteresse costruito ad arte.
Il direttore ha riso, aiutandolo a piegare i pantaloni.
- Sono brave persone. – gli ha risposto con sicurezza, - Li conosco da moltissimo tempo. Sono molto affettuosi e tu non sei il primo che adottano.
Mario ha sollevato lo sguardo, finalmente, cercando gli occhi castani del direttore coi propri, sempre castani ma di una tonalità decisamente più scura, retaggio di un codice genetico che non sente proprio perché lui, nonostante il colore della sua pelle, è nato in Italia e in Italia ha sempre vissuto, dell’Africa non sa nulla e in realtà non sa nulla neanche dei suoi genitori naturali che, dopo averlo messo al mondo, non hanno trovato niente di meglio da fare che mollarlo nel primo ospedale disponibile quando si sono accorti che non è nato perfetto ma con un difetto di fabbrica che – non avesse trovato brava gente a prendersi cura di lui in ospedale, e il direttore, naturalmente – gli sarebbe quasi sicuramente costato la vita.
- Brave persone? – ha ripetuto Mario, inarcando un sopracciglio e infilando un paio di scarpe da tennis in un sacchetto di plastica, - Non saranno mica di quelli che vanno in giro recuperando bambini e ragazzi negli orfanotrofi di tutto il mondo solo per mostrare alla gente quanto sono fighi e generosi e antirazzisti? Guardi che non ci voglio finire in casa col Brangelina di Milano e provincia. – ha borbottato irritato, o forse solo innervosito dall’imminente cambiamento.
Il direttore ha riso ancora, scuotendo appena il capo.
- No, Mario, niente del genere. Puoi stare tranquillo, in casa Mourinho si adotta solo perché si vuole un figlio.
Mario ha scrollato le spalle ed ha recuperato tutta la propria biancheria dal primo cassetto del comodino.
- E la signora… - ha aggiunto in un soffio, quasi percepisse la propria curiosità come una violenza nei confronti di quella bella donna vestita di rosso, - …intendo, non è mica tanto normale.
Il direttore ha sospirato, aiutandolo a tenere ben fermo il borsone dai lati mentre lui cercava di chiudere la cerniera sulla sommità.
- Di questo dovrà parlarti José, e lo farà quando sarà il momento giusto. Ma non hai ragione di preoccuparti, Tami è splendida. Ed è accudita bene sia da suo marito che dai suoi figli.
- Di solito – ha aggiunto quindi Mario, ricontrollando per l’ennesima volta tutta la stanza per essere certo di non dimenticare niente, - non è la mamma che si prende cura di tutti gli altri?
Il direttore ha riso per la centesima volta in mezz’ora e Mario s’è chiesto se non fosse per caso ubriaco o non si trattasse piuttosto di lui, che si stava effettivamente rendendo ridicolo, con tutte quelle domande del cavolo, neanche avesse avuto dieci anni e tutto ancora da imparare.
- Scoprirai che in famiglia le cose sono quasi sempre molto più complicate di così. – ha risposto il direttore, sollevando il borsone dal letto e poi lasciandolo planare disinvoltamente fra le sue braccia, rischiando di mandarlo col sedere per terra causa eccessivo carico da sostenere troppo improvvisamente, - Ed anche molto più semplici.
In realtà, comunque, attraversando il giardino lungo il selciato e andando incontro all’uomo in giacca e cravatta che lo attende sulla soglia di casa, Mario non riesce a immaginare cosa possa esserci di complicato in una situazione come questa. È altrettanto vero, in realtà, che non riesce nemmeno ad immaginare cosa possa esserci di semplice, per cui resta in silenzio e lascia che l’uomo recuperi il suo borsone direttamente dalle sue mani e lo introduca all’interno della casa, dove un altro tipo lo aspetta, avvolto in un abito elegantissimo, tipo Ambrogio, per intendersi, solo che il tizio con Ambrogio non c’entra granché, perché più che un maggiordomo sembra una specie di topo da biblioteca tirato lontano di prepotenza dai libri, infilato in una livrea grande almeno due taglie più della sua e costretto a fare un lavoro che non gli compete minimamente.
- Benvenuto a casa, Mario. – dice il maggiordomo, - Il mio nome è Beppe e mi occupo della gestione della casa. Non lasciarti intimorire dalla livrea, a Tami piace come mi sta, ma non c’è bisogno di trattarci formalmente. Lavoro per José da più di dieci anni, ormai.
Mario annuisce, con aria poco convinta.
- La mia borsa… - accenna, e Beppe gli sorride conciliante.
- Se ne sta occupando Andrea. – gli rivela, - Più tardi tornerà a portarti in camera tua.
- Ma sta rovistando nella mia roba? – chiede Mario, allarmato, cercando di fare mente locale per assicurarsi di non aver ficcato qualche calzino sporco in qualche tasca laterale del borsone.
- Rovistando? – chiede Beppe, con un certo stupore, - Sta mettendo a posto. Per te le due cose coincidono?
- Be’! – borbotta Mario, irritato, - Sì, se per mettere a posto ci ficchi il naso dentro!
Beppe ride, e Mario mette su un broncio scontento, ripromettendosi di dire a José che lui è abituato a badarci da solo, alle proprie cose, e quindi gradirebbe che nessuno lo facesse al posto suo, e non gliene frega niente di quale sia la prassi di quella stupida villa in riva a uno stupido lago nel mezzo di una stupida palude umidiccia e piena di stupide zanzare. Naturalmente, tutti i suoi buoni propositi vanno a farsi benedire quando Beppe torna a parlare.
- Tami… - esordisce, e tutti i sensi di Mario si tendono nel tentativo di captare ogni singola sfumatura di quel discorso, - è in una condizione un po’ particolare. È lei che decide come ci si muove in questa casa, chi fa cosa e quando e come. Lei vuole i maggiordomi e lei vuole che si occupino loro di tutte le questioni pratiche. Quindi, che ti piaccia o no, Andrea continuerà a badare alla tua roba, ed io a tutto il resto. Mi sono spiegato?
Mario annuisce – non gli pare ci sia molto altro da fare – ed esita appena, prima di concedersi una domanda.
- Ma la signora… sì, cioè, Tami, dico… sta bene o no? Perché a me-
- A me pare che tu stia già chiedendo più di quanto non debba sapere in questo momento. – lo interrompe Beppe con un sorriso serafico, allargando un braccio verso una porta a vetri che porta su un’altra parte del giardino, - Ora seguimi, avvertiamo la tua famiglia del tuo arrivo.
La prima cosa che Mario vede, comunque, uscendo in giardino, non è la sua famiglia, ma un’enorme piscina dalle forme tondeggianti che si allunga per almeno una quindicina di metri. Ci sono le scalette, c’è un trampolino azzurro e c’è tutto un corridoio di sassolini rotondi e lucidi che brillano nel sole e portano dalla piscina alle docce – alti tubi verdi che somigliano a gambi di fiori, così come fiori sembrano i doccini – di una bel rosso acceso – che li terminano e dai quali esce un getto continuo d’acqua tiepida e cristallina.
Il sole abbaglia Mario colpendolo dritto negli occhi e, quando lui li scherma per mettere a tacere il bruciore, riesce finalmente ad individuare Josè – in camicia a mezze maniche e bermuda, steso su una sdraio a prendere il sole come una lucertola. Il portoghese solleva una mano e lo saluta sorridendo.
- Spero tu abbia portato un costume da bagno. – scherza, tornando a sistemarsi comodamente sul telo di spugna che gli impedisce di bagnare di sudore il tessuto in cotone pesante della sdraio che lo ospita.
- …dovrei averne uno nel mio borsone, ma me l’hanno rubato. – si lamenta lui, sedendosi tranquillamente su una sdraio accanto a quella di José. L’uomo ride divertito, chinandosi a recuperare da terra un bicchiere colmo di succo di frutta fresco.
- Andrea te lo porterà sicuramente quando avrà finito di mettere ogni cosa al suo posto. – lo tranquillizza, e Mario annuisce. Poi viene colpito da qualche gocciolina d’acqua in pieno viso, ed ha appena il tempo di sollevare lo sguardo che i suoi occhi impattano contro la figura snella di un ragazzino dalla pelle rosata e dai capelli di un castano talmente chiaro da sembrare biondo sotto i raggi del sole. Mario lo osserva emergere dalla piscina, tirandosi su con la sola forza delle braccia, e poi camminare lentamente lungo il sentiero di sassolini, dopo aver infilato le infradito, per concedersi una breve doccia che scacci via dalla sua pelle il sapore vagamente salato del cloro disciolto in acqua.
- Davide. – risponde José alla domanda muta di Mario, mentre il ragazzo recupera un accappatoio bianco e lo indossa, scomparendo all’interno delle pieghe del morbido tessuto di spugna e dirigendosi poi con disinvoltura verso l’interno della casa, - Tuo fratello. Uno dei.
- …quanti altri? – chiede con un po’ di terrore, tornando a guardare il proprio patrigno. José ride, sempre più divertito.
- Ce n’è solo un altro, oltre lui. Ma ho i miei dubbi che lo vedrai spesso da queste parti. – soggiunge scrollando le spalle. Poi chiude gli occhi e torna silenzioso, perciò Mario non può fare nient’altro che aspettare quei due secondi di rito che non lo portino a pensare lui conservasse quella domanda sulla punta della lingua da quando l’aveva visto – cosa peraltro vera – prima di lasciarsi andare, e chiederlo e basta.
- Senti, José… - accenna timoroso, - ma Tami-
- È presto per parlare di Tami. – lo ferma José, senza guardarlo nemmeno, - Per ora goditela e basta. Avrai tempo, per tutto il resto.
- Sei arrivato! – cinguetta una voce allegra da qualche parte alla sua sinistra. Mario si volta in quella direzione ed inquadra la signora nel bel mezzo di un roseto, intenta a potare spine da cespugli che ne sono già stati abbondantemente privati molto tempo prima che lei potesse cominciare a toccarli, pasticciando ovunque con quelle manine minuscole sempre avvolte in un paio di guanti. È ancora vestita di rosso, la signora. Oggi non indossa un abito ma un paio di pantaloni, una casacchina smanicata ed un cardigan di cotone grosso a coprirle le spalle, ed è comunque bellissima. Mario la saluta con un sorriso ed un gesto affettuoso, ed è così piccolina in mezzo a quell’enorme roseto bianco che sembra una goccia di sangue persa sopra chilometri di lenzuola candidissime.
- La aiuti col giardinaggio? – chiede la voce di José, dolcissima, proprio accanto a lui.
Mario annuisce distrattamente, rapito da Tami che sorride e si sbraccia ed agita una rosa per attirare la sua attenzione, e si alza in piedi, per raggiungerla subito dopo. Per il resto avrà tempo. Al momento, intende godersela.
 
*
 
Note. Questa fic nasce praticamente su richiesta XD Stavo istruendo la mia primogenita ai misteri del Santonelli, spiegandole quanto esso sia canon in virtù del fatto che chiunque ama Davide e nel “chiunque” rientra abbondantemente anche il Mou, quando lei a un certo punto s’è messa a sbrilluccicare di luce propria ed ha urlato che voleva una fic con PapàDiMario!Mou. Attenzione, non voleva solo che fosse padre di qualcuno e basta (a quel punto mi sarebbe bastato scrivere la What If? spostata in avanti nel tempo di quindici anni), voleva proprio che fosse il padre di Davide. E quindi il mio cervellino ha cominciato a lavorare alacremente per creare un universo alternativo in cui tutto ciò fosse possibile senza tirare in conto l’Inter. È soddisfacente quando prendi dei calciatori e li metti a fare robe non loro XD
In concomitanza al desiderio di scrivere quest’AU è arrivato il Challenge di FanWorld, che voleva sette storie (o sette capitoli) ispirati ognuno ad un colore diverso. Ho pensato che questo fosse ciò che mancava a questa storia, un’impostazione narrativa ordinata, ed in effetti quando ho deciso che avrebbe partecipato al challenge tutto s’è messo a posto quasi da solo – tranne qualche nodo di trama: quelli sono stati risolti con tempestività, amore e meravigliosa efficacia dal Def, che peraltro questa storia se la beta pure. Onore all’uomo che ha del coraggio – ed è decisamente una delle cose migliori del fandom.
Le coppie principali non ve le dico XD Se mi conoscete, le immaginate. Se non mi conoscete è più divertente *_* E comunque spero di farvi piangere almeno un po’, col prosieguo della storia u.u Uniche noticine: il titolo della storia è preso da un verso di Weapon, di Matthew Good, mentre tutti i titoli di tutti i capitoli sono presi da canzoni più o meno famose (quella di questo giro è appunto l’omonima Lady In Red di Chris de Burg); il nome della moglie del Mou dovrebbe essere Matilde, e Tami dovrebbe essere il suo soprannome, l’ho letto in un articolo di gossip. Lo stesso nel quale ho letto di Zay, che in teoria è il modo in cui José veniva chiamato dalla sua prima amante mai confermata :\ A me di questi retroscena a livello narrativo non interessa poi molto, ma i soprannomi mi piacevano, per cui li ho usati XD
A presto <3

Scritta in coppia con Def.
Genere: Drammatico, Erotico, Generale.
Pairing: Copiosi.
Rating: NC-17.
AVVISI: Hurt/Comfort, Language, Slash, Ucronia, Underage, Violence, OC.
- "Bruxelles, 29 maggio 1985.
Durante la finale di Coppa dei Campioni (ora UEFA Champions' League) tra Juventus e Liverpool, scoppiarono dei disordini all'interno dello stadio a causa di alcuni gruppi di facinorosi inglesi, che sfondarono le reti divisorie tra il proprio settore e quello che ospitava tifosi neutrali e italiani. A causa della ressa di gente impaurita, alcuni si gettarono nel vuoto per evitare di essere travolti, altri si ferirono contro le recinzioni divisorie. Il muro su cui tentavano di arrampicarsi alcuni tifosi crollò, forse a causa della scarsa manutenzione o del peso eccessivo, seppellendo numerose persone.
Trentanove morti, più di seicento feriti, in gran parte italiani. La UEFA squalificò a tempo indeterminato tutti i club inglesi dalle competizioni europee, molti tifosi del Liverpool furono accusati di omicidio e strage colposa. I disordini, purtroppo, non si fermarono qui."

Note: La parte femminile di questo duo di criminali in carriera, in tutto ciò, vorrebbe tanto ringraziare la sua controparte maschile, nonché l’uomo che molti vorrebbero fosse suo marito, nonché – a quanto pare – il padre di due sue figlie. Tutto ciò in pochissimi mesi, eh, va reso merito a quest’uomo. Egli l’ha seguita senza sfancularla nemmeno una volta (anche quando a buon diritto avrebbe potuto farlo), è stato fonte di grande fangirlingmanning, è stato di grande supporto morale ed è stato soprattutto un compagno di scrittura e plottaggio veramente piacevolissimo. Ed un sacco asservito *O* Mi mancherà scrivere con te >_< E comunque siamo stati fiQuissimi, Def.
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Before you begin... Hi there, qui parlano la verduraia di Satana e il fruttivendolo di qualità: fino a dieci minuti fa ballavamo la conga e tentavamo di riprenderci dall’immane fatica ma vi diamo ugualmente il benvenuto *amore a pioggia*. Prima di iniziare, però, un po’ di noticine non riguardanti la trama (più o meno) di quella che all’inizio era nota come ‘Quina’ e poi come ‘POALS’, storia con cui abbiamo abbondantemente scassato i maroni a tutto l’universo e oltre.
Punto primo: ci andiamo giù pesante. No, non stiamo scherzando, popolo, e non ci riferiamo soltanto alle zozzate esplicite (che pure ci sono e che sarebbe difficile enumerare per intero, dovrebbero essere più o meno una per capitolo, in media XD). Anzi, forse il p0rn, quantunque sia cosa degnissima e meritevole di essere letta, è proprio il meno di questa storia. Se la volgarità e la crudezza di certe scene dovessero offendervi, o se non siete molto inclini a questo tipo di racconti, chiudete la pagina in qualunque momento. Senza rancore *_*v.
Punto secondo, questa storia è completa. Se la postiamo un po’ per volta è solo ed esclusivamente per compiacere le nostre malevole e riverite personcine *-*.
Punto terzo, Temporal-mente. L’uomo partecipa giusto per perdere tempo visto che più fuori concorso di lui non si può, la donna non avrebbe avuto chissà quale bisogno visto che è logorroica di suo <3 comunque sia c’è sia il prompt dell’adolescente maschio di casa (Blue), sia il prompt della fangirl ’88 (Xdono) – no, non provateci, ci stanno d’incanto XD.
Punto quarto: serve un elenco immenso di persone da ringraziare, a partire dall'associazione a delinquere Fae&Gra (cui è dedicata con tanto amore questa storia *_*v), passando per Suinogiallo che ci ha offerto (aggratis!) la sua consulenza medica, per la chattì che ha sopportato pazientemente (ma anche no) i nostri scleri censurati, per i solutori abili e per i lurker indefessi. È tutta tutta tutta vostra. Vostra e di chi leggerà con voi, si spera.
Disclaimer: Questa fanfiction non è a scopo di lucro. Non si vuole essere lesivi nei confronti delle persone reali descritte. Niente di quanto narrato è realmente accaduto, bensì è semplice frutto di fantasia, pertanto non si pretende di dare un ritratto veritiero di eventi o personalità. Ogni immagine delle persone raffigurate nei banner non è utilizzata a scopo di lucro ma solo ed esclusivamente per esigenze di fanwriter. Le solite puttanate, insomma.
Questa storia è protetta da una licenza (ma non mi dire).



PUPPET ON A LONELY STRING
"Here's a story about a little guy that lives in a blue world." (Blue – Eiffel 65)
"E di persone ce ne sono tante, buoni pretesti sempre troppo pochi." (Xdono – Tiziano Ferro)




Resta con gli occhi puntati sui suoi e il cellulare attaccato all’orecchio, nell’attesa di un colpo di fortuna che possa raddrizzare sia la situazione catastrofica che si sta svolgendo davanti a lui, impassibile e furibondo testimone, sia quella, ugualmente disastrosa, che sta trascinandosi verso la fine dall’altra parte della pianura, a poco più di un centinaio di chilometri.
Sprona i ragazzi nel silenzio irreale dei pochi, coraggiosi spettatori che sanno già come andrà a finire – e per quanto lo stallo possa sbloccarsi, nulla impedirà a chi comanda davvero di decidere dei destini di interi patrimoni.
Un trillo argentino spacca l’atmosfera greve di tensione e rassegnazione. La mafia non ha neanche dovuto operare i suoi piccoli, insignificanti aggiustamenti, per una volta; schiumando di rabbia, tira un calcio a una lattina di soda ancora quasi piena, che si riversa sull’erba secca e sporca.
Serve il salto di qualità, perché secondo o ultimo non cambia nulla. E il pezzetto di carta ripiegata che crepita sotto le sue dita nervose, dentro la tasca della giacca, gli ricorda che potrebbe anche tentare di trovare un modo sicuro per dare una spinta alla situazione.
A modo suo, ovviamente.

* * *

«Fermo dove sei, Gabelić» intima la donna con voce calma e quasi allegra, puntando la Beretta contro il malvivente con aria sicura; alle sue spalle, la sola presenza del compagno – ugualmente armato – le dà uno strano senso di sicurezza.
Restano lì impalati, tutti e tre, a guardarsi come se non ci fosse altro da fare; poi il criminale scaglia in aria un tavolino e tenta la fuga, evitando per miracolo i colpi di pistola esplosi dai due carabinieri.
È una fuga disperata, la sua: tenta di seminarli con una sventagliata di mitraglietta, ma non fa neanche in tempo a premere il grilletto che una tremenda fitta di dolore si fa strada dal basso ventre – un calcio nelle palle, forse anche due – e l’agente alto è già dietro di lui a sfilargli l’arma, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Roberto Gabelić» trilla ancora la donna, puntandogli la pistola alla tempia, «ti dichiaro in arresto. Associazione mafiosa, estorsione, omicidio e resistenza a pubblico ufficiale. Si divertiranno parecchio con te per farti cantare, bello. Filì, ammanettalo.»
Gabelić la fissa con occhi di brace. «Puttana» sibila, rabbioso, e le sputa in faccia un grumo di sangue e saliva. Mezzo secondo più tardi, metà della testa gli salta via dal resto del corpo in un colpo fragoroso. E un altro mezzo secondo più tardi, Rosalia fissa il collega inebetita.
«Ma sei un minchione!» esclama. «Quindici giorni buttati nel cesso!»
Lui la guarda come se avesse detto chissà quale stronzata, limitandosi a inarcare un sopracciglio con aria eloquente.
«Filì, non mi rispondere nemmeno. La tua non è cavalleria, è una scemenza, oh» sbotta ancora, impedendogli qualsiasi tentativo di spiegarle alcunché – come se lui ne avesse mai avuto la voglia. A malincuore, osservando l’espressione più che impassibile dell’amico, si lascia andare a un sorriso riconoscente.

* * *

Nio sta attento a modulare opportunamente la voce e a far sì che il male che il coglione di turno gli sta facendo – cazzo, potrebbe anche evitare di pompare così, nessuno lo sta minacciando di far presto – appaia al cliente come una sfumatura di quello che potrebbe anche sembrare piacere.
Quando lo stronzo se ne va, assestandogli una pacca un po’ troppo forte sul sedere indolenzito e teso e salutandolo in un inglese fluente, se ne resta ancora un po’ sul letto per riprendere fiato, stringendo tra le mani un paio di banconote; la sua erezione preme insoddisfatta contro il piumone verdino per parecchi minuti, prima che si decida a portare una mano sotto il suo corpo, languida, e che le sue gambe si allarghino appena in una posizione che, per un immaginario osservatore, dev’essere terribilmente erotica. Un ghigno compiaciuto fa capolino dal volto affondato nei cuscini, mentre le dita scorrono e stimolano e scivolano tra i glutei e tornano a masturbarlo, in attesa del piacere che il signore di passaggio non ha saputo, o voluto, dargli.

TBC...


Genere: Commedia, Romantico, Introspettivo.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: PG-13
AVVISI: Slash.
- Mario, Davide e la filosofia, durante la lunga, lunga notte prima degli esami di maturità.
Note: Omg, il Santonelli. *piange amore per sempre* Dunque, queste tre brevi ficlet sono state scritte per la splendida terza sfida del MDF. Il tema generale era la notte prima degli esami, ed all'interno la sfida era divisa in tre parti: per la prima, dovevo scrivere qualcosa con prompt "filosofia"; per la seconda, invece, all'interno della drabble andavano inserite le parole "maieutica" e "iperuranio" XD La terza drabble invece doveva essere ispirata al celebre mito della caverna. Personalmente, sono felice del risultato, perché questi due mi mancavano e perché le prime due drabble in particolare secondo me sono divertenti XD E spero che piacciano anche a voi *_*v
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NOW CLOSE YOUR EYES AND SAY GOODNIGHT

- No, niente, non lo capisco. Non ci riesco. – sbuffa Mario, incrociando le braccia sul petto. Seduto dall’altro lato del tavolo, Davide sospira esausto, afflosciandosi fra i libri e i quaderni pieni di appunti e mugolando contrariato.
- Mario, abbiamo appena cominciato. – protesta in un pigolio sconfitto, - Siamo ancora ai principi generatori della realtà secondo i filosofi pre-socratici. Come possa tu non capire frasi semplici strutturate sulla base di “per Pinco Pallino il principio generatore della realtà è inserire-elemento-naturale-qui”, va oltre la mia capacità di comprensione.
- Non lo capisco, e soprattutto mi sembra stupido! – insiste Mario, aggrottando le sopracciglia, davvero poco divertito dall’atteggiamento di Davide, - A parte il fatto che non vedo come a qualcuno nel mondo dovrebbe interessare sapere da cosa il mondo stesso ha avuto origine.
- …
- A parte questo! Non vedo per quale motivo, poi, la cosa dovrebbe interessare a me.
Davide sospira, scuotendo il capo e lanciando uno sguardo supplice e penitente al soffitto.
- “Conosci te stesso”, diceva Socrate. – risponde con aria annoiata, - Ci arriveremo fra un paio di capitoli.
- Non mi interessa conoscere me stesso. – borbotta Mario, scuotendo il capo, - Non sono una persona raccomandabile. Anzi, ti dirò di più, mi frequento solo perché devo. Se mi incontrassi per strada, non mi saluterei neanche. Quindi, vedi, non voglio conoscermi.
- Sei un cretino. – commenta Davide, recuperando una gomma a caso fra le almeno dieci sparse sulla superficie del tavolo, e tirandogliela con forza sul naso.
- Ahi. – borbotta Mario, ma la sua voce è piatta, come se si sentisse in diritto o in dovere di lagnarsi anche se in realtà il colpo non gli ha fatto male per niente.
- Comunque non importa se tu sei interessato a conoscerti o meno. O se sei interessato a conoscere la storia del pensiero filosofico. – continua Davide, sospirando ancora, e Mario annuisce vigorosamente.
- Esatto. – puntualizza, - Non sono interessato.
- E io ti ribadisco che non importa. – scuote il capo Davide, recuperando il quaderno degli appunti ed aprendolo alla pagina giusta proprio sotto il suo naso, - Domani cominciano gli esami. E se ti bocciano, conoscere te stesso non sarà più un problema, perché tutto quello che ti servirà conoscere per tutto il resto della tua vita sarà la panchina sulla quale il mister ti sbatterà ad ammuffire nella tua ignoranza per tutto il resto dei tuoi tristi e vuoti giorni.
Mario solleva una mano e schiude le labbra, aggrotta le sopracciglia e fa per protestare, ma all’ultimo secondo lascia andare un sospiro sconfitto e prende a sfogliare il quaderno, borbottando fra sé.
- Ok, - annuisce, - ricominciamo da quel tizio fissato con l’acqua. – Davide scuote il capo, sospirando a propria volta. È certo che sarà un disastro, al cento per cento. – Com’è che si chiama? – domanda Mario, - Cerqueti?
Davide sopprime con forza un principio di pianto isterico, indicandogli il nome giusto fra gli appunti.
- Talete. – lo corregge. – Pensi di poterlo ricordare?
Senza rispondere, Mario sbuffa.

Genere: Commedia, Romantico.
Pairing: Davide/Mario/Alberto.
Rating: R/NC-17.
AVVERTIMENTI: Slash, Threesome.
- "Dio, vi odio. Vi detesto."
Note: Appurato che io faccio schifo al cazzo perché questa fic sta a fare la muffa nella mia cartella delle storie completate da tipo... be', sì, dal ritiro delle Nazionali, appunto. E insomma, niente, vedere Davide e Paloschi da una parte con l'U21 mentre il terzo angolo del triangolo stava in Nazionale Maggiore mi ha fatto troppo venire voglia di scrivere questa robina XD Per cui grazie a Def e Nemi che hanno insistito per averla ♥
Scritta per il MDF @ it100, su prompt Scrivere una drabble con prompt "Piccole Pesti Perfide e Maligne" (squadra 1).
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PICCOLE PESTI PERFIDE E MALIGNE

- Voi siete due merde. – mugola Mario, la voce distorta dal vivavoce che si diffonde per la stanza in un’eco calda e vagamente sospirante. A Davide scappa da ridere nel sentirlo così affaticato, ma cerca di trattenersi il più possibile. Alberto non è bravo altrettanto, si mette a ridere come un bambino e Davide prova a zittirlo, ma qualcosa va storto, perché nel muoversi verso di lui incespica sulle lenzuola scomposte e arrotolate e finisce per scivolargli addosso inavvertitamente, strusciandosi contro la sua pelle calda e invitante in un gesto tanto inatteso da costringere entrambi ad un mugolio grondante di piacere e di sorpresa. – No— cosa state facendo? – chiede Mario, percependo quel suono, - Dio, vi odio. Vi detesto.
Davide sorride, sollevandosi sulle braccia e sporgendosi a lasciare un bacio umido sulle labbra di Alberto, che lo trattiene contro di sé per qualche secondo, scivolando subito con la lingua fra le sue labbra subito dopo avergli lasciato appena il tempo di chiedergli scusa.
- Niente di particolare, Ma’. – dice quindi, allontanandosi da lui controvoglia, - Ci sentivamo un po’ soli, qui, senza di te. E ci annoiavamo.
- Parecchio. – annuisce Alberto, scivolando con una mano umida fra le gambe di Davide ed accarezzando la sua erezione ormai tesa fino allo spasmo. – Dio, Dade, sei bollente. – mugola, spingendosi immediatamente contro di lui mentre Davide non può fare a meno di concedersi un sospiro accaldato e pieno di desiderio insoddisfatto.
- No, dai, basta! – piagnucola Mario, ormai oltre il limite di sopportazione, - Siete tremendi, non vi sopporto. Mi state rovinando la convocazione, fate schifo!
Alberto ride ancora, sollevandosi dal materasso abbastanza per spostarsi e ricadere morbidamente in grembo a Davide, che subito gli stringe i fianchi fra le dita, saggiando la consistenza della sua pelle sotto i polpastrelli.
- Mario… - lo invita, mentre Alberto comincia a strusciarsi sempre più velocemente contro di lui, - Stai zitto.
E Mario obbedisce. Perché non c’è nient’altro che possa fare, perché è troppo distante da loro per provare a fermarli e probabilmente neanche vuole, perché i loro respiri sincronizzati, ora che la mano di Alberto stringe assieme l’erezione propria e quella di Davide, accarezzandole e contemporaneamente obbligandole a strusciarsi l’una contro l’altra, ora che il confine fra soffrire perché lo stanno facendo senza di lui e soffrire perché non può vederli mentre lo fanno senza di lui è così labile da poter essere soffiato via con un gemito, non c’è nient’altro che Mario voglia fare se non lasciarsi ricadere sul letto ed infilare le dita oltre l’orlo dei boxer, accarezzandosi piano seguendo la traccia quasi musicale dei loro sospiri, e venire assieme a loro, come se fosse lì, anche se non c’è.
Rimane zitto per molti secondi anche dopo, in verità. Almeno fino a quando non sente Davide ed Alberto cominciare a ridere come i due cretini invasati che sono.
- Piccole pesti perfide e maligne. – non può fare altro che ridere a propria volta, - Ma se vi prendo…
La minaccia resta sospesa per aria. Non è neanche una minaccia vera.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Davide/Mario.
Rating: R.
AVVERTIMENTI: Slash, Angst.
- "'Ho bisogno di aiuto. Rovino sempre tutto.'"
Note: Duuunque. Prima di tutto, sono molto emozionata, perché raramente mi capita di scrivere le storie come ho scritto questa, praticamente tutta d'un fiato. Sentivo proprio il bisogno di buttarla fuori, e farlo è stato molto piacevole, ma anche molto doloroso. *ride* Avrei forse potuto scavare dentro questi due ancora un po' di più, ma già solo grattando la superficie sono venute fuori tante di quelle problematiche che mentre scrivevo mi sentivo sopraffatta io per prima, quindi Davide e Mario si sono un po' chiusi a riccio mentre cercavo di tirare fuori tutto il resto. Cercate di capirli, non stanno bene.
Il titolo - in genere mi secca spiegare i motivi dei titoli, ma stavolta lo sento necessario XD - è questo perché una volta mentre guardavo una trasmissione sul calcio inglese uno degli opinionisti presenti ha usato questa frase per descrivere Mario. Tradotto, sarebbe pressappoco tipo "saarebbe capace di litigare anche in una casa vuota", e - nel modo più doloroso possibile - l'ho trovata una frase molto azzeccata per descrivere Mario nella sua totalità. Perciò è rimasta.
Dedicata ad Ary, prima di ogni cosa. Perché l'ha voluta con una forza che ha stupito me per prima, ed il suo pensiero è stato ciò che mi ha dato forza sufficiente per concluderla senza spararmi in bocca. XD Grazie. :*
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YOU’D START A FIGHT IN AN EMPTY HOUSE

Il capitano – Mario ha appena il tempo di pensare la parola che subito gli tocca correggersi: Zanetti – è invecchiato tantissimo, tanto da fare impressione, tanto che non sembra nemmeno che a separarli adesso ci sia il vuoto di poco meno di dodici mesi. No, la voragine sembra ben più ampia e profonda, quindici, vent’anni, si direbbe, a cercare di scorgerne il fondo sporgendosi dalla cima del crepaccio. Ogni anno un chilometro, e visto che non è vero che sono passati quindici anni, dall’ultima volta che si sono visti, ogni mese è stato un anno. Ogni mese un anno, ogni anno un chilometro, ogni chilometro una ruga scavata sul contorno dei suoi occhi, all’angolo delle sue labbra, nel piccolo tratto di fronte fra le sue sopracciglia.
Sorride, comunque, Zanetti – Mario ha appena il tempo di pensare il nome che subito gli tocca correggersi: il capitano – e mostra le sue rughe con lo stesso orgoglio con cui mostrerebbe delle cicatrici di vecchie ferite di guerra. Forse perché un po’ lo sono, quelle rughe, cicatrici, ferite di guerra, e lo dimostra il fatto che l’anno scorso non c’erano, o meglio, c’erano ma non così tante e nemmeno così profonde, e invece l’anno che è appena passato sembra avergli calpestato il viso al solo scopo di ricalcarle con più forza che mai.
È stato un anno pesante. Per tutti.
- Come mai sei venuto a prendermi tu? – si azzarda a chiedere dopo dieci minuti di silenzio infantilmente impaurito, lanciando un’occhiata al minuscolo spazio che separa i loro due sedili dentro l’automobile e vedendo in quello spazio per un secondo la voragine che fino a pochi istanti prima aveva soltanto immaginato.
- Davide mi ha chiesto un favore. – risponde lui, stringendosi nelle spalle ed imboccando la strada per il vecchio appartamento che Davide e Mario dividevano prima che entrambi prendessero strade troppo diverse per poter essere conciliate ancora.
- Lui non poteva venire? – domanda curiosamente, inarcando un sopracciglio. Javier, il capitano, quest’uomo di cui Mario ricorda il profumo e la forma e che è invecchiato in così poco tempo così tanto da far paura, si concede una risatina ed una scrollata di spalle.
- Così mi ha detto. – risponde, - Doveva sistemare casa. In fondo, anche lui non è tornato che da un paio di giorni. Io, comunque, sospetto che semplicemente non volesse vederti. Non così presto, almeno.
Lo sguardo di Mario si fa cupo, quasi offeso. La distanza fra lui e Zanetti aumenta, se non altro perché lui si tira indietro di un paio di centimetri, quasi schiacciandosi contro lo sportello.
- Come sarebbe a dire? – ringhia, - È stato lui a chiedermi di venire.
- Davide ha fatto quello che riteneva di dover fare. – risponde Javier con un mezzo sospiro, - O di volere. Ma non puoi certo biasimarlo se l’idea di vederti lo spaventa. È passato molto tempo.
- Solo un anno. – borbotta Mario in risposta, - Non è poi così tanto.
- Be’, vedila così, - ridacchia Zanetti, fermando la macchina davanti al portone del palazzo, - a volte succedono più cose in dodici mesi che in dodici anni. E in fondo non sono le cose che succedono che determinano quanto tempo è passato?
Mario si mordicchia un labbro, abbassando lo sguardo e riflettendo sulle sue parole. Odia la sensazione di avere a che fare con persone più sagge di lui, probabilmente perché per qualche motivo ha sempre identificato la saggezza con l’intelligenza, ed esserne così palesemente sprovvisto – di saggezza, ma forse anche di intelligenza – l’ha sempre messo in una posizione di svantaggio rispetto agli altri. Forse è anche per questo motivo che è andato via dall’Inter. Non si trova bene, con le persone sagge, perché quelle stanno sempre un passo avanti a lui. Tutte. Può essere doloroso, quando non c’è nessuno che si senta in dovere di fermarsi ad aspettarlo.
- Mi dispiace per quello che è successo. – dice a mezza voce, tornando ad alzare gli occhi su di lui. Zanetti, però, non capisce a cosa si stia riferendo, ed inclina lievemente il capo, stupito. – Per lo Scudetto perso, dico. Cioè, vinto dal Milan. Mi è dispiaciuto per voi.
- Ah, davvero? – ride lui, incredulo, - E io che quasi ti vedevo brindare.
- Non ho detto che non sono stato felice della vittoria del Milan. – ribatte Mario in un ringhio basso e incattivito, - Ho solo detto che mi è dispiaciuto per voi.
- Mi riservo il diritto di non credere a nessuna delle due cose. – ritorce Javier, ma il suo sorriso adesso è più dolce, tenero, quasi paterno, e Mario non riesce più a percepirlo come una minaccia, né tantomeno a sentirsene offeso. – Comunque, sei arrivato. – aggiunge, indicando il portone del palazzo con un cenno del capo.
Mario guarda fuori dal finestrino, e per la prima volta da quando è arrivato a Milano riesce a sentire la paura. Risale lungo il suo corpo all’improvviso, piantandoglisi nella carne come usasse artigli per arrampicarsi lungo le sue gambe, i suoi fianchi e il suo petto, per arrivare alla gola e mordere, succhiargli via l’aria come un vampiro e lasciarlo lì, inerte, senza sapere cosa fare.
Riesce a capire perché Davide, improvvisamente, abbia perso tutta la voglia che aveva di vederlo. L’ha appena persa anche lui.
Eppure, è ormai tardi per tornare indietro. Perciò deglutisce, annuisce e poggia due dita sulla maniglia, pronto ad aprire lo sportello per uscire.
- Ci rivedremo? – chiede, voltandosi un’ultima volta verso Zanetti. Lui sorride, allungandosi a stringerlo fra le braccia. La paura e la tensione scivolano via così com’erano arrivate, e il processo inverso è altrettanto doloroso.
- Se vorrai. – risponde, prima di lasciarlo andare.
Mario è certo che vorrà. Sempre che riesca a sopravvivere alle prossime ore.
*
Davide lo lascia entrare dopo un saluto stentato, scansandosi appena. Mario è costretto ad infilarsi nella sottilissima intercapedine fra la porta e lo stipite, portandosi dietro il borsone quasi aderente al fianco, perché Davide non sembra granché incline a concedergli uno spazio maggiore. E se questa è una metafora, non sarà una vacanza piacevole.
- Non mi aspettavo che mi invitassi a passare le vacanze con te, dopo tutto quello che è successo. – dice, posando il borsone sul pavimento all’ingresso e grattandosi la nuca con aria imbarazzata. È a disagio, e come sempre quando si sente in questo modo non riesce a tenere a freno la lingua. Gran bel modo di salutare Davide quello di rivangare in un colpo solo tutto il fango che è franato fra loro da quando lui è andato via.
- Già, nemmeno io. – taglia corto lui, facendogli strada all’interno dell’appartamento come se Mario ne avesse veramente bisogno, come non ne ricordasse a memoria ogni centimetro. Mentre lo accompagna verso la sua vecchia stanza – quella che, quando stavano insieme, avevano presto smesso di usare, perché Davide aveva il letto a una piazza e mezzo in camera sua, e lì si stava decisamente più comodi – si concede il lusso di osservarlo di sottecchi, scrutando il suo profilo, la sua espressione, l’inquietante fissità del suo sguardo. È cresciuto anche lui, forse perfino invecchiato, come il capitano. La barba sulle sue guance adesso è definita e netta, il che vuol dire che è stato lui a volerla lì esattamente com’è. Quando è partito, gli unici momenti in cui si poteva vedere Davide con la barba erano quelli in cui dal letto si trascinava in bagno per radersela, o quando era troppo stanco per provvedere e quindi la lasciava lì a crescere per qualche giorno, ma poi il fastidio che provava portandola era tale che prima passava ore a toccarsela come se questo da solo fosse sufficiente per farla sparire, e poi, stanchezza o no, in bagno ci si trascinava comunque per levarla tutta.
Era carino, Davide. Ci teneva ad avere sempre le guance lisce, per lui. Una volta gli aveva anche confessato il perché, e nel sentirgli dire che così magari poteva sembrare meno uomo di quanto non fosse Mario aveva avuto i brividi, e se li era tenuti addosso per delle ore. Era un periodo complicato, quello, erano ancora due ragazzini, appena adolescenti, andavano a letto da poco, si conoscevano davvero da ancora meno, e Mario non aveva avuto il coraggio di dire a Davide che se avesse voluto una donna se la sarebbe andata a cercare, e l’avrebbe pure trovata, come d’altronde spesso succedeva quando faceva tanto di mettersi in piazza e mostrarsi un po’ in giro.
Ma Davide era ancora piccolo, aveva solo sedici anni. A sedici anni non sai davvero cosa vuoi, forse non sai nemmeno cosa sei. E Mario credeva di sapere così tante cose più di lui. E invece forse non era così.
- Sei pensieroso. – commenta Davide, restando immobile sulla soglia della porta, le braccia incrociate sul petto, - Come mai?
- Sto ricordando un sacco di cose. – risponde lui, lanciando un’occhiata alla camera illuminata dalla luce del sole che filtra dalla finestra spalancata facendo capolino da dietro le tende bianche e leggere. – Un sacco di cose che non ricordavo di aver dimenticato.
Davide si concede un sorriso amaro, scostandosi ancora di qualche centimetro per liberargli il passaggio.
- D’altronde, se avessi potuto ricordare che le avevi dimenticate, avresti ricordato anche di ricordarle. – butta lì in una mezza risata, e Mario gli fa eco con la propria voce, stringendosi nelle spalle.
- Mi sa di discorso senza uscita, questo. – sospira, e poi lo guarda a lungo, incerto. – Davide, senti, sto sognando? – domanda quindi a bassa voce, quasi avesse paura che chiederlo potrebbe spezzare l’incantesimo, svelare che è un sogno davvero, e costringerlo a svegliarsi nel proprio letto, a Manchester, solo nel buio vuoto della sua stanza. – Mi sembra tutto così irreale, ci sono cose fuori posto. Il capitano mi ha accompagnato qui ed era così strano. Mi sembri strano anche tu, adesso.
Davide lo scruta dubbioso, sospirando pesantemente.
- No, non è un sogno. – risponde, scuotendo il capo, - Mi piacerebbe che lo fosse, almeno potremmo svegliarci e forse ci rimarrebbe addosso una qualche sensazione piacevole. E invece niente.
- Ma perché mi hai voluto qui? – insiste Mario, la voce che si fa al contempo più forte e più incerta, incrinandosi appena, - Avremmo potuto continuare a non vederci, e forse dopo un po’ sarebbe passata. Passata davvero, intendo.
- …tu avevi bisogno di aiuto. – dice Davide, e le sue parole suonano come una confessione. Basse, meste, quasi contrite. Sembra che voglia chiedere scusa, ma Mario non ne capisce il motivo. – L’hai anche detto, no? – scrolla le spalle, tornando a guardarlo come se non gliene importasse poi granché, - Hai chiesto aiuto pubblicamente. Era la prima volta che succedeva.
- Ma non l’ho chiesto a te. – gli fa notare Mario. Ha paura di dirlo, anche se sa che è vero, perché non vuole più vedere gli occhi di Davide tingersi di quella sfumatura dispiaciuta. Eppure lo dice lo stesso, perché si sente di nuovo a disagio e non riesce più a controllarsi. Vorrebbe fiondarsi in camera e chiudersi la porta alle spalle, per rimanere solo con se stesso e smetterla di dire stronzate che fanno male a Davide, ma resta lì, pietrificato, e osserva le mani di Davide chiudersi a pugno in uno spasmo improvviso e doloroso, prima di tornare a rilassarsi lungo i suoi fianchi.
- Lo so che non l’hai chiesto a me. – risponde lui con un altro sospiro penoso, - Ma volevo essere io a farlo, comunque.
Mario trattiene il fiato e cerca di reprimere l’istinto di saltargli addosso, anche se non gli è ben chiaro che cosa vorrebbe fargli. Baciarlo, forse, forse picchiarlo. In questo momento, lo infastidisce essere lì, ma se prova ad immaginarsi in un altro luogo non gliene viene in mente nessuno che non lo deprima o che non gli faccia una paura fottuta. Pensa ad uno stadio pieno di gente che lo ama, pensa a casa dei suoi genitori, pensa al suo appartamento a Manchester, pensa a casa del Mancio dove ieri sera è andato a cena, pensa a San Siro e gli esplode il cuore, e tutto sembra così sbagliato se confrontato alla mattonella su cui sta adesso, in mezzo al corridoio di una casa che ha smesso di essere sua molto tempo fa e che invece lui sente ancora come tale senza riuscire ad impedirselo.
Avrebbe preferito che Davide si dimenticasse di lui per sempre. Che Hera fosse sufficiente, che Cesena fosse sufficiente, che i chilometri e il tempo fossero sufficienti a spazzare via dalla sua mente la sua immagine, il suo profumo, il tepore della sua pelle, ma evidentemente non è stato così.
Vorrebbe riuscire a dire qualcosa, una cosa qualsiasi, tutto pur di non rimanere là immobile e silenzioso, così imbarazzato e sbagliato e impaurito da volersi cancellare da solo dalla faccia della terra. Non è che voglia morire, non è che voglia sprofondare, vuole proprio sparire. Senza lasciare nessuna traccia, nemmeno nella memoria. Sarebbe molto più semplice, così. Per tutti.
- Be’, grazie. – riesce a scollare a fatica alla fine, abbassando lo sguardo e stringendo con forza le dita attorno ai manici del borsone. Davide non risponde, si limita a lasciarlo solo. Mario gliene è grato.
*
Durante la notte sogna, o forse ricorda, o forse entrambe le cose. È in vacanza, proprio come adesso, ma un milione d’anni fa. Davide l’ha invitato a passare l’estate a casa sua, cioè dai suoi, a Portomaggiore. Casa sua non è come l’aveva immaginata, è una specie di villetta bifamiliare in cui però abita una famiglia sola, persa in un punto della campagna ferrarese che somiglia poco a una campagna e molto a una grande azienda agricola in consorzio, o qualcosa del genere. Ci sono villette coi giardini, fienili, granai, stalle. Sulla curva dolce dell’orizzonte si intravedono perfino un paio di grosse fattorie, di quelle che a guardarle da lontano sembrano quasi fabbriche.
Ha conosciuto papà Mirco e mamma Renata, e anche loro sono molto diversi da come li aveva immaginati. Chissà, forse perché Davide è così vecchio dentro li aveva immaginati un po’ come dei genitori-nonni. Un po’ come i suoi genitori. Invece sono due tipi alla mano, lo hanno accolto con grandi sorrisi e abbracci strettissimi e profumati, e non hanno fatto domande di nessun tipo, neanche quando Davide ha detto loro che avrebbero dormito insieme, nonostante le stanze in più in cui si poteva sistemare.
Enrico non l’ha conosciuto, è in viaggio coi boyscout e non tornerà prima del mese prossimo, quando Mario sarà già tornato a casa propria da un pezzo, ma la casa è talmente piena di lui – di sue foto, delle medagliette che ha vinto, dei suoi giocattoli sparsi ovunque e mai messi a posto, come se sua madre volesse farglieli trovare esattamente come li ha lasciati, al suo ritorno – che quasi non si riesce a sentirne la mancanza, ed è come se fosse lì anche lui. Davide ha continuamente il suo nome in bocca, non fa che ripetere quanto gli dispiaccia non averlo trovato. Suo fratello, a suo dire, è un’esca formidabile per i pesciolini del fiume. Con una risata vagamente cattiva, dice che gli basta calarlo appena un paio di centimetri sotto la superficie dell’acqua per far sì che tutti i pesci accorrano a mordicchiargli le dita dei piedi. Mario lo guarda, un po’ sconvolto, e Davide ride, e Mario non saprebbe dire se Davide scherzi o meno, e questa cosa lo affascina terribilmente, e altrettanto lo spaventa.
Nel sogno, o nel ricordo, sono le cinque e mezza del mattino. Davide l’ha svegliato un’ora prima, scuotendolo con forza per le spalle ed obbligandolo ad alzarsi in piedi quasi tirandolo su di peso. Quando Mario gli ha chiesto perché, col tono lagnoso di un bimbo che non ha la minima voglia di andare a scuola, Davide ha sorriso e gli ha detto che vuole portarlo a pesca, ma devono muoversi in fretta.
Papà Mirco s’è alzato più o meno alla stessa ora, e quando Mario esce dal bagno, trafelato e con la maglietta infilata al contrario per la fretta, è già pronto. Gli chiede se abbiano intenzione di uscire a sgombri con lui in barca, ma Davide spunta all’improvviso alle sue spalle e declina l’invito. “Lo porto al fiume un paio d’ore, andiamo da soli,” spiega, e suo padre annuisce bonario, salutandolo con un bacio sulla fronte e uscendo in tutta fretta.
Dalla cucina viene fuori un odore buonissimo di torta di mele appena sfornata. Con l’acquolina in bocca, Mario segue quella traccia olfattiva col naso puntato per aria e gli occhi chiusi, ma Davide lo blocca sul posto, ridendo divertito. “Prendo un paio di fette e le mangiamo più tardi,” dice. Mario mugola scontento, ma non protesta.
Un’ora dopo sono già sulla riva del fiume. Davide sembra dormire, e invece è sveglissimo, solo che ha gli occhi chiusi, il capo reclinato all’indietro e le cuffie piantate così in profondità nelle orecchie da non sentire niente. Ogni tanto muove il capo al ritmo della musica che sta ascoltando. È un vecchio successo della Pausini, il volume è così alto che Mario non può fare a meno di ascoltarlo a propria volta, e seguire il testo con la mente, anche se la Pausini non gli piace. In realtà non gli piace quasi nessuna canzone il cui testo contenga parole riconoscibili. La musica lui la usa per non pensare, per perdercisi dentro quando balla in pista stretto ad una ragazza di cui non conoscerà mai il nome, qualsiasi cosa che contenga delle parole invece lo forza a tendere l’orecchio con attenzione, per cercare di carpirne il significato. È stancante quasi quanto stare a sentire la gente quando parla. La gente, per lo più, è incomprensibile. Mario fa una fatica incredibile a stare dietro a chiunque. Davide forse gli piace anche per quello, perché parla poco e quando parla dice cose per lo più semplici. È così piccolo. Così carino.
La luce del sole sembra avvolgerlo in un abbraccio quasi innamorato, la sua pelle brilla come quella di Mario non potrà mai fare ed in questo momento – così perso e sonnacchioso, con la canna da pesca che pende piantata contro la coscia e il cappellino che è perfettamente inutile, perché Davide i raggi del sole li prende dritti sul viso, sorridendo sfacciato mentre assorbe quei baci impalpabili con la stessa leggerezza con cui in genere assorbe quelli di Mario, sempre così diversi, così umidi, caldi, vividi e concreti da dargli i brividi – è così bello che a solo guardarlo a Mario viene voglia di piangere, perché c’è da non crederci a pensare che è suo.
“Ti annoi?” gli chiede Davide all’improvviso, senza nemmeno aprire gli occhi, e la risposta esatta sarebbe “no, perché posso guardarti”.
“Sì,” brontola invece, distogliendo lo sguardo, imbarazzato. “Sì, un po’.”
Davide ride. Il suono della sua risata risuona per tutta la valle, scrosciando come l’acqua del fiume che scorre poco sotto di loro. Posa la canna da pesca per terra e si lascia scivolare lungo il pendio scivoloso della riva, atterrando in acqua con un tonfo rumoroso. Si immerge fino al collo, poi prende un bel respiro e va sott’acqua, restando immobile per qualche secondo prima di riemergere, bagnato fradicio. Il cappellino scorre via assieme alla corrente. Non si è premurato di toglierlo. Averlo perso sembra non interessargli per niente.
“Vieni qui,” dice a bassa voce, stendendo le gambe e muovendo le braccia per nuotare sulla schiena verso il centro del fiume, lontano dalla riva, dove l’acqua è appena più profonda e non è necessario stare piegati sulle ginocchia per rimanere immersi fino al collo.
Mario non riesce nemmeno a staccargli gli occhi di dosso. È così bello.
- Sei così bello.
Apre gli occhi all’improvviso e non sta più sognando, e nemmeno ricordando. È lì, in quel momento, e Davide è seduto sulla sponda del letto, accanto a lui, e non osa toccarlo, ma lo guarda, e il suo sguardo in qualche modo riesce ad essere perfino più fisico del tocco delle sue dita. Mario trattiene il respiro.
- Che ci fai qui? – domanda, la voce arrochita dal sonno.
- Scusa. – risponde Davide, - Non ho saputo resistere. Mi mancavi, e saperti così vicino non mi ha aiutato a tenermi lontano da questa stanza.
Mario scatta a sedere, così impetuosamente che quasi lo colpisce con una testata.
- Vuoi che venga a dormire con te? – chiede precipitosamente, tanto che alla fine si ritrova perfino ad ansimare un po’. Davide scuote il capo.
- È meglio di no. – biascica confuso.
- Solo dormire. – prova Mario, come se questo potesse essere un incentivo per spronarlo a dire sì, - Non ti tocco.
- È questo il problema. – sospira Davide.
- E allora ti tocco! – insiste Mario, allungando una mano verso il suo braccio e stringendogli le dita attorno al polso con una forza inaudita, quasi sentendo le ossa scricchiolare sotto i polpastrelli. – Ti tocco, se vuoi.
- No, Mario. – Davide scuote il capo. C’è qualcosa di arreso e doloroso nei suoi occhi, e Mario non vuole più guardarli. Smette di stringerlo, e volta il capo. – Non è per questo che ti ho chiesto di venire.
Mario vorrebbe mettersi ad urlare e chiedergli perché, allora. Se vuole aiutarlo, non è questo il modo. Se vuole fargli male, ci sono modi meno crudeli. Se vuole ucciderlo, ce ne sono di meno dolorosi. Così non funziona, non funziona per niente. Non riuscirà a rivedere Zanetti, il capitano, Javier, perché non uscirà mai vivo da questa stanza.
- Lasciami solo. – dice in un mugolio straziato. Davide si alza ed abbandona la stanza di corsa, senza mai voltarsi indietro.
*
Il giorno dopo decidono di andare a piedi fino a San Siro. È chiuso e non c’è nessun motivo per cui dovrebbero volerci andare, ma ci vanno. Potrebbero prendere la macchina, ma è Mario a rifiutarsi. In qualche modo, l’idea di andarci a piedi suona alle sue orecchie come intraprendere un pellegrinaggio verso un luogo sacro.
Sacro per chi?, si chiede mentre cammina a sguardo basso, annoiato dalla strada sempre monotona – palazzi tutti uguali a sinistra, un muro ed oltre quello solo il vuoto a destra – non per lui, sicuramente, che fatica a trovare nella propria mente un ricordo positivo che sia uno legato a quel prato, a quegli spalti, a quegli spogliatoi. Eppure sa di aver vissuto anche momenti piacevoli, in quello stadio. Gli ultimi due anni – uno di sofferenza, l’altro di lontananza – sembrano averli cancellati tutti.
Come previsto, trovano il cancello chiuso.
- Neanche visite guidate, oggi? – borbotta Mario, visibilmente scocciato.
- Siamo in pieno luglio. – gli fa notare Davide, flemmatico, mentre studia la ringhiera di metallo che circonda tutta la struttura. – Scavalchiamo. – propone quindi, chiudendo i pugni attorno alle inferriate e cercando un appiglio col piede.
- Ma sei matto? – domanda Mario, spalancando gli occhi su di lui e poi voltandosi intorno, come spaventato dalla possibilità di vedere arrivare qualcuno, - E se ci vedono?
- Ma chi vuoi che ci sia oltre il custode? – minimizza Davide, giungendo in cima alla ringhiera ed appollaiandovisi, lasciando dondolare un po’ le gambe nel vuoto prima di scavalcare e lasciarsi ricadere sull’asfalto dall’altro lato, dritto sulle gambe e con le braccia allargate ai lati del corpo, come un ginnasta che atterra sui materassini dopo aver volteggiato agli anelli o alle parallele. – Dai, muoviti. – lo invita con un sorriso furbo. È più a quello che alla voglia di rivedere San Siro che Mario non sa resistere.
Scavalca a propria volta, anche se il suo atterraggio non riesce ad essere leggiadro come quello di Davide. Lo segue all’interno, ignorando la porta chiusa del museo per inoltrarsi lungo la rampa in salita che porta all’interno dello stadio. Potrebbero infilarsi negli spogliatoi, o nella sala vip, o in qualsiasi altro posto coperto, oppure potrebbero fermarsi sulle tribune, accomodarsi sui seggiolini e godersi il panorama – è incredibile quanto bello e imponente possa essere San Siro anche così silenzioso e vuoto – e invece no. Mario serra con forza le dita attorno alla ringhiera del primo anello, mordendosi un labbro e sporgendosi fin quasi a rischiare di cadere di sotto, mentre con gli occhi accarezza il manto erboso del campo, inspirando a pieni polmoni quel profumo così familiare di erba bagnata e plastica surriscaldata dal sole.
- Voglio scendere di sotto. – sillaba, allontanandosi dalla ringhiera per imboccare la prima porta che conduca nuovamente all’interno dello stadio. Davide lo segue con un sorriso, senza fretta, attraverso i corridoi e verso il tunnel, all’imboccatura del quale Mario esita per qualche secondo, lasciando scivolare una mano sulla parete ruvida in una carezza particolarmente timorosa. – Sai che ha un odore diverso? – domanda a mezza voce, perso nei propri pensieri.
- Cosa? – chiede Davide, ma il sorriso intenerito che gli piega le labbra lascia intendere che sappia già la risposta a quella domanda.
- San Siro, rispetto a tutti gli altri stadi in cui sono stato. – Mario inspira ed espira ancora, gonfiando il petto e cercando di trattenere l’aria il più a lungo possibile, prima di lasciarla andare. – Vado fuori. – annuncia quindi, e Davide si limita ad annuire.
Quando Mario riprende a muoversi, divorando i metri verso il cerchio di centrocampo con una fretta che qualche minuto prima non si sarebbe mai creduta possibile, lui resta indietro. Lo osserva fermarsi nel mezzo del campo, girare su se stesso e lanciare un’occhiata quasi intimorita alla folla di seggiolini vuoti che lo scrutano dagli spalti, e per un secondo ad entrambi pare di sentire lo stadio animarsi come fosse vivo, ed ogni sedia urla e fischia e tifa e San Siro canta con una voce sola un coro che inizialmente sembra incomprensibile, ma a Mario e Davide basta tendere l’orecchio ancora per qualche secondo per identificarlo. E Davide sorride, perché è sicuro che Mario stia ascoltando l’eco delle stesse note che in questo momento stanno riempiendo la sua testa.
- Non è possibile. – lo sente ridere, piegandosi sulle ginocchia ed espirando sfinito, - Ho le allucinazioni.
Solo allora si azzarda ad uscire dal tunnel, raggiungendolo dove si trova ed appoggiandogli una mano sulla spalla.
- Bentornato. – gli sorride. Mario ricambia con un sorriso identico.
- Grazie.
*
Restano lì seduti nell’erba per almeno un paio d’ore. Prendono il sole, Mario ogni tanto si stende, poi torna a sedersi. Sente l’erba sotto le dita e tutto intorno e periodicamente starnutisce.
- È troppo presto per chiederti perché fai le cose che fai? – domanda Davide dopo un’oretta circa di silenzio assoluto, spezzato solo dal cinguettio degli uccellini nascosti in alto sotto le coperture degli spalti. Mario in quel momento è tornato a distendersi, e guarda il cielo azzurro e terso dell’estate farsi enorme sopra di lui.
- Credo di sì. – risponde incerto, - Il fatto è che non ho una risposta a questa domanda, in realtà non ce l’ho mai avuta, quindi non so se adesso è presto. Intendo, - si volta sulla pancia, piantando i gomiti per terra e voltandosi a guardare Davide, - puoi dire che è “presto” per qualcosa quando sai che prima o poi i tempi saranno maturi. Io invece non so se avrò mai la risposta a questa domanda, quindi non so dirti se sia presto. È possibile che non riesca a risponderti mai.
- Perché hai così paura di provare a cercarla, questa risposta? – insiste Davide, mettendosi nella sua stessa posizione per guardarlo negli occhi alla sua stessa altezza. Mario si lascia sfuggire un sorriso triste.
- Perché è più comodo restare nell’incertezza. Quando scopri qualcosa poi non puoi più ignorarla.
- Sì, ma magari scoprire il perché di certi tuoi atteggiamenti ti aiuterebbe a non ripetere certi errori. – considera Davide, poggiando il mento sul palmo della mano aperta, - Oppure vuoi continuare a tirare freccette ai ragazzini delle giovanili e prendere una multa ogni due giorni? Ti sei divertito, a schiantarti contro quell’albero? Vuoi riprovarci e riprovarci ancora finché non ti riesce di crepare?
Il suo tono di voce s’è andato alzando e facendosi più concitato man mano che proseguiva nel suo monologo, e quando si ferma, serrando le labbra come spaventato dalla portata delle proprie stesse parole, il silenzio improvviso che cade sullo stadio è pesante e asfissiante come una colata di cemento.
- L’unico motivo per cui non mi decido a farmi fuori è che so che continuerebbero a parlare di me anche da morto. – dice quindi Mario, atono e vuoto, e Davide spalanca gli occhi, inorridito. – Anzi, - aggiunge ancora in un sospiro, - forse sarebbe pure peggio. Sarebbe molto meglio se potessi sparire senza lasciare traccia. Nessuno parlerebbe più di me, e io potrei riposare in pace.
Mario ha gli occhi bassi, e Davide ci mette un po’ a trovare tutto il coraggio che gli serve per parlare ancora.
- Da quanto tempo pensi cose come queste? – domanda, la voce scossa da un tremito terrorizzato. Mario fa spallucce, guardando altrove.
- Da quando ero ragazzino, più o meno. La gente ha sempre avuto la tendenza a parlare male di me. O forse, - aggiunge in un sorriso mesto, - forse io ho sempre avuto la tendenza a dare a chiunque il pretesto per farlo.
- Perché non me ne hai mai parlato?! – quasi strilla Davide, sporgendosi verso di lui ed allungando una mano per stringergli il mento fra le dita, obbligandolo a voltarsi e guardarlo dritto negli occhi, - Siamo stati insieme, Mario! Siamo stati insieme per quattro anni, e tu non mi hai mai parlato di una cosa simile? Perché?!
- Perché con te ero felice. – risponde lui, senza un attimo di esitazione. I suoi occhi sono scuri come il petrolio ed ugualmente torbidi, ma fieri e lucidi, e il suo sguardo è saldo, così come il tono della sua voce. – Eravamo due ragazzini, quando ci siamo incontrati la prima volta tu avevi sedici anni. Come avrei potuto dirti una cosa del genere?
- D’accordo, ma dopo? – insiste Davide, la voce spezzata da un singhiozzo e gli occhi lucidi di pianto, - Non ho avuto sedici anni per sempre. Avresti avuto tutto il tempo per—
- Ma non capisci?! – Mario si allontana da lui con un gesto stizzito, scattando prima a sedere, poi in ginocchio e quindi in piedi, guardandolo dall’alto con le braccia rigide lungo i fianchi, le mani strette a pugno con tanta forza da schiarirgli le nocche, - Stavamo bene, insieme! Quando ero con te riuscivo a dimenticare tutta la merda che avevo nella testa, la mettevo da parte ed era come non esistesse più! Non avevo il coraggio di dirti niente, perché se l’avessi fatto poi non ci sarebbe più stato modo di nasconderla, sarebbe stata lì sempre, ed io dovevo già sopportare di averci a che fare per troppa parte della mia vita per non conservare i momenti in cui ero con te tenendoli lontani da tutto quello schifo del cazzo!
Davide serra le labbra, incapace di continuare a frenare le lacrime. Vorrebbe dirgli qualcosa, ma Mario non gliene dà il tempo. Gli volta le spalle e corre via, come l’adolescente che è sempre rimasto, e Davide si concede un po’ di tempo da solo, sdraiato sull’erba di San Siro, per continuare a piangere ancora un po’ prima di seguirlo.
*
Quando torna a casa, lo trova seduto sul marciapiede a qualche metro dal cancello. Ha lo sguardo fisso nel vuoto davanti a sé, e non si muove neanche quando lo sente avvicinarsi e sedersi al suo fianco, nella stessa identica posizione. Il marciapiede è basso e costringe le gambe di entrambi – così esageratamente lunghe, come quasi tutte quelle dei ragazzi della loro generazione – a piegarsi quasi all’altezza delle spalle, i gomiti poggiati sulle ginocchia, le mani che pendono inerti, come appese ai polsi.
- Non ho pensato che non avevo le chiavi. – dice Mario, spezzando per primo il silenzio. Davide ride, e lui non può fare a meno di ridere a propria volta. – Sono una persona orribile. – dice quindi con un sospiro, - Lo so che avrei dovuto dirtelo. Forse il vero motivo per cui non l’ho mai fatto è che… da un certo punto di vista credo di meritarmi di sentirmi in questo modo. – aggiunge con una certa difficoltà, gli occhi che viaggiano veloci sul muro dall’altra parte dello stadio. Le scritte che celebrano la tripletta dell’Inter sono ancora visibili, qua e là, ma per la maggior parte sono state coperte da quelle più recenti dei festeggiamenti del Milan per l’annata appena conclusa. Mario osserva tutto questo e lo trova triste. Un’impresa tanto grande può essere davvero cancellata così in fretta da qualcosa di così palesemente meno epico, solo perché più recente?
La metafora è così scontata da apparire ai suoi occhi quasi fosse sottolineata da un evidenziatore: il tempo cancella tutto.
Ma allora perché non è riuscito a cancellare anche loro due?
- Pensi davvero di essere una persona orribile? – chiede Davide dopo qualche minuto di silenzio. Mario si volta a guardarlo e vede che anche i suoi occhi sono incollati al muro di fronte, e brillano di una luce triste e malinconica. – Vuoi sapere perché ti ho fatto tornare qui, pur sapendo che avrebbe fatto ad entrambi più male che bene? – sorride amaramente, abbassando lo sguardo, - Perché avevo bisogno di rimetterti le mani addosso. Di toccarti e di sapere che potevi ancora essere mio, che potevo ancora averti solo con uno sguardo o con una carezza. Avevo bisogno di convincermi che farti cadere fra le mie braccia potesse essere ancora facile come era sempre stato fino a due anni fa. Che avrei potuto guardarti anche solo di sfuggita e poi tu non mi avresti più staccato gli occhi di dosso finché non mi avresti avuto. – solleva di scatto il capo, piantandogli addosso un paio d’occhi che adesso bruciano come il fuoco, lasciando cicatrici invisibili sulla sua pelle già fin troppo martoriata in quel senso. – Non l’ho lasciata io, Hera, è stata lei a lasciare me. Ed io sono passato sopra al benessere di entrambi, il mio e il tuo, solo per rivederti un’altra volta, per sentire i tuoi occhi addosso e leggerci dentro che mi volevi ancora, perché da quando lei mi ha lasciato non riesco a smettere di pensare che non mi vorrà mai più nessun altro. Pensi di essere una persona orribile, Mario? Pensi di meritare di sentirti una merda? Bene, allora, se la pensi così, cos’è che pensi di me? Cosa merito io, ora che sai tutto questo? – la sua voce di spezza sull’ultima sillaba che pronuncia, sciogliendosi in pianto e in singhiozzi concitati che non gli lasciano nemmeno il tempo di riprendere a respirare fra una scossa e l’altra.
- …Dade… - mormora Mario, utilizzando quasi senza accorgersene il soprannome che era stato lui stesso ad affibbiargli anni prima, - Dade, tu non—
- E non ho avuto neanche il coraggio di fare qualcosa. – prosegue Davide, la voce ormai ridotta ad un lamento, mentre si appoggia con la fronte alla sua spalla, strusciando il viso contro il suo braccio nel disperato tentativo di nascondersi ai suoi occhi e forse anche agli occhi del mondo, - Quando finalmente ti ho rivisto non ho avuto neanche il coraggio di prendermi quello che volevo, perché il solo averti così vicino mi fa male in modi che non riesco neanche a spiegarti. – singhiozza ancora, allungando alla cieca le braccia verso di lui, e questo è abbastanza, per Mario, per fargli decidere di stringerselo contro, invitandolo a nascondersi contro il suo petto, che è più ampio del suo braccio, e può offrirgli una protezione maggiore. – Mi manchi da morire. Mi manchi da morire, Mario, anche adesso, mi manca quello che c’era prima. E potrò riavere te, forse, ma quello no, non lo riavrò mai. Ed è così orribile che solo a guardarti mi sento mancare l’aria.
Mario gli accarezza i capelli, abbracciandolo stretto, e si morde un labbro con forza, per potersi convincere che è quello il motivo per cui sta piangendo, e non il fatto che le parole di Davide gli stanno spezzando il cuore.
- Io non… - sillaba, cullandolo appena, - non avevo idea di tutto questo. Non ne sapevo niente.
- Sembra che nessuno di noi due sapesse molte cose, dell’altro. – singhiozza ancora Davide, tirando su col naso. – Ma noi di chi ci siamo innamorati, Ma’? Eh? Tu me lo sai dire?
La sua voce si perde in un sussurro sempre più spaventato e flebile. Mario chiude gli occhi, stringendolo con più forza.
- Non chiedermelo mai più, Dade. – lo implora, la gola stretta in una morsa che gli impedisce perfino di respirare.
Davide annuisce, allacciandolo al collo. Restano lì, incapaci di muoversi per paura di andare in pezzi, per più di mezz’ora.
*
La prima volta che aveva visto Davide era stata come una folgorazione. Si era sentito subito attratto da lui, come fosse una cosa perfettamente normale, e proprio come fosse una cosa perfettamente normale si era comportato, avvicinandoglisi ed assumendo fin da subito atteggiamenti di un certo tipo. Avrebbe dovuto essere più discreto, forse, ma il fatto era che non ci era per niente abituato – alla discrezione, naturalmente, non al sentirsi attratto da qualcuno, quella era ormai una realtà con la quale condivideva giornalmente, da quando era entrato nella pubertà, più o meno – e perciò tutti i suoi primi approcci dovevano averlo terrorizzato parecchio.
Davide era lì da più tempo di lui, ma era più piccolo ed aveva visto molte meno cose. Era, sostanzialmente, molto più impreparato di lui rispetto a certi argomenti, e tutto sembrava metterlo a disagio. Ogni attenzione, ogni premura, perfino quelle più elementari, che niente avevano a che vedere con l’aspetto più intimo della loro relazione – o meglio, quello che Mario avrebbe voluto fosse un aspetto più intimo, mentre fin dall’inizio si limitava ad essere solo uno scambio in cui Mario cercava di portarsi a letto Davide e quest’ultimo nicchiava, stringendosi nelle spalle e cambiando argomento ogni volta che si entrava in un territorio troppo pericoloso per poter essere attraversato senza paura – insomma, tutto sembrava gettarlo nell’imbarazzo più completo, ed era difficile cercare di avere a che fare con lui senza spingere i tasti che sembravano farlo chiudere a riccio istantaneamente, soprattutto perché pareva che di quei tasti il corpo di Davide fosse disseminato. Non c’era modo di avvicinarglisi senza schiacciarli inavvertitamente.
A Mario questo piaceva.
Fin dall’inizio, l’idea di poter esercitare questo tipo di potere su qualcuno l’aveva fatto sentire forte, potente. Bastava così poco per costringere Davide a reagire, e dopo un certo periodo, avendo imparato a conoscerlo meglio, era così divertente provare a prevedere cosa avrebbe fatto se sottoposto ad un determinato tipo di stimolo. Era divertente soprattutto rendersi conto di avere ragione, sentire sulla pelle di conoscerlo al punto da sapere perfettamente fin dove poteva tirare la corda senza che questa si spezzasse. Era un divertimento crudele, forse, ma Mario aveva diciassette anni e non era mai stato un bravo ragazzo. Per di più, non si sentiva neanche innamorato, all’epoca, per cui l’idea di comportarsi in un certo modo non lo disturbava, non si sentiva in colpa, non gli sembrava di ferire una persona cara con quell’atteggiamento. Era solo una cosa che faceva. Neanche una delle peggiori.
Erano stati il tempo e la vicinanza a cambiare tutto, a rendere ogni cosa più intima, più dolce, a costringere un sentimento prima assente a germogliare e poi crescere sempre più robusto e saldo sulle proprie radici. Ed è questo che Mario non comprende, adesso. Se tempo e vicinanza sono stati sufficienti per avvicinarli l’uno all’altro, com’è possibile che invece tempo e distanza non siano stati capaci di fare lo stesso? Il problema, si dice, alzandosi dal marciapiede e portando con sé Davide nel movimento, non può essere il tempo, perché quella è una costante che è rimasta identica. Forse il punto sta nelle distanze, allora. Che hanno un senso quando si accorciano, ma non ce l’hanno quando si allungano.
Il tempo probabilmente non serve a niente, è quello forse il punto della questione. E d’altronde, le scritte che festeggiano la tripletta dell’Inter non sono scomparse. Sono ancora lì. Nascoste, magari, ma persistenti. E in certi punti non hai neanche bisogno di scavare la superficie di quel muretto di cemento per scorgerle al di sotto delle scritte più recenti. E resteranno lì per sempre, anche dopo che quel muro sarà stato ricoperto da altre migliaia di scritte, anche dopo che sarà stato imbiancato, anche dopo che sarà stato abbattuto e sbriciolato, la polvere che ne sarà rimasta porterà dentro di sé ancora tracce della vernice usata per quei murales, e la gioia delle persone che hanno scritto quegli slogan resterà impressa nella polvere di quel cemento per sempre.
Sarà lo stesso, per lui e Davide. Sarà esattamente lo stesso.
Quando rientrano in casa, pochi minuti dopo, Davide lo guarda con gli stessi occhi con cui lo guardava quando aveva sedici anni e stargli vicino lo terrorizzava perché non riusciva mai ad immaginare in che modo l’avrebbe toccato. Mario gli sorride, si siede sul divano e lo invita a sedersi al proprio fianco. Davide è abbastanza dubbioso, ma non si tira indietro. Mario l’aveva previsto, e rendersene conto lo riempie di nostalgia, ma anche di tenerezza.
- Io sento di conoscerti ancora molto bene. – dice, stringendoselo al petto. Davide si sistema sul divano in modo da poter stendere le gambe oltre il bracciolo, appoggiandosi completamente contro di lui.
- Sì? – ribatte, - Io no. Vorrei farti tante di quelle domande, e non ho risposta per nessuna di loro. Ti ricordi com’era un tempo? – chiede, cercando i suoi occhi con uno sguardo spaurito e un po’ infantile, - Non avevo bisogno di chiederti niente.
- In realtà penso che non volessi chiedermi niente, perché ti facevo paura. – corregge Mario con un mezzo sorriso, - Non si può conoscere qualcun altro senza chiedergli nulla.
- Ma io le risposte a quelle domande me le sentivo dentro, era per questo che non avevo bisogno di chiederti nulla. – insiste Davide, aggrottando le sopracciglia, per poi lasciarsi andare ad un sospiro sconfitto. – Ma forse m’illudevo soltanto di conoscerti. Adesso mi sembri quasi un estraneo. Oltre che un pazzo.
- Perché ti sembro un pazzo? – ride Mario, riprendendo ad accarezzargli i capelli esattamente come stava facendo prima, sul marciapiede.
- Perché le cose che fai non hanno senso. – risponde Davide, - Puoi fare cose orribili, dentro o fuori dal campo, e due minuti dopo fare cose stupende, come quello che hai fatto per quel ragazzo vittima di bullismo… - sospira, - Tu forse non ti rendi conto di quanto assurdo sia il tuo comportamento, a volte. Sei uno stronzo o un santo? Scegline uno e basta! – protesta con piglio lamentoso, da bimbo, e Mario se lo stringe contro con più forza, ridendo divertito.
- Io non credo di potere. – ammette sinceramente. – La maggior parte delle cose che faccio, le faccio senza pensare. Scatta qualcosa nel mio cervello che mi spinge a fare certe cose piuttosto che certe altre. È la mia natura.
- È una natura incasinata. – lo rimprovera Davide, senza pietà. Mario ride ancora. – Cosa c’è di così divertente?
- Che è vero. – annuisce Mario, - È una natura incasinata, la mia. Vedi? Forse mi conosci, dopotutto.
Davide solleva una mano, tirandogli uno schiaffetto sulla nuca e poi sistemandosi meglio contro di lui, poggiando il mento sulla linea dolce che dalla base del suo collo parte per arrotondarsi nella curva morbida e definita della spalla. La mano con la quale l’ha schiaffeggiato resta lì, sulla sua nuca. Il gesto si trasforma in una carezza lenta e pigra, quasi le sue dita volessero farsi perdonare per quel colpo violento.
- Ho voglia di baciarti. – gli sussurra sulla pelle. Mario si ricopre di brividi e chiude gli occhi.
- Anch’io. – annuisce, stringendo la presa delle proprie mani sui suoi fianchi magri.
- Ma ho paura di farlo. – continua Davide in un mugolio spezzato, abbassando il viso fino a nascondersi quasi completamente contro il suo collo.
Mario sorride. La stretta diventa una carezza più morbida. Davide potrebbe alzarsi ed allontanarsi da lui in qualunque momento.
- Anch’io. – annuisce ancora, chinando il capo abbastanza da lasciargli un bacio lievissimo e asciutto su una tempia. Davide non si muove, resta lì nascosto. Quando si allontana, lo fa solo per tornare in camera propria.
*
Quando ne esce, Mario è chiuso in camera sua e sta preparando il borsone. Lo accoglie con un sorriso, e Davide gli sorride a propria volta, stringendosi nelle spalle.
- Mi dispiace per prima. – dice. Mario agita una mano davanti al viso, come a scacciare quelle parole, neanche fossero fumo, o insetti fastidiosi.
- Non dire sciocchezze. – aggiunge, riprendendo a sistemare le proprie magliette. È rimasto solo un paio di giorni, ma la tentazione di tirare fuori tutto e rimettere ogni cosa a posto nell’armadio e nei cassetti, quando è arrivato, è stata troppo forte per resisterle, motivo per cui ora si trova costretto a vagare per tutta la camera, aprendo qualsiasi cosa alla ricerca di biancheria ed indumenti che aveva sparso ovunque come se l’idea con la quale era arrivato fosse quella di restare per sempre.
Chissà, forse lo era davvero. Forse da qualche parte dentro di lui lo desiderava anche. Non sa se rendersi conto che non è ancora il momento sia una prova di maturità o solo un’altra di quelle cose che il suo cervello decide di fare sulla base di un capriccio o di uno stato d’animo momentaneo e particolare. Però sa che è giusto. In questo momento, partire è giusto, esattamente come due giorni fa è stato giusto tornare.
- Vai via? – chiede Davide, che ha sempre avuto una passione per sentirsi ribadire l’ovvio in faccia. Specie quando doloroso.
- Sì. – risponde annuendo Mario, - È meglio così.
- Non c’è bisogno che tu me lo dica. – lo rassicura Davide, e quando alza lo sguardo Mario vede che sta sorridendo. – Lo so.
Sorride a propria volta perché per un attimo, un singolo istante che forse s’è valso da solo la pena di questo viaggio e di tutto il dolore che ne è venuto fuori, negli occhi di Davide ha visto brillare il sole di Appiano, degli allenamenti con gli altri ragazzi in Primavera, di Pea e delle sue urla indemoniate da bordocampo durante le partite, della prima convocazione coi grandi, dei gol, delle loro esultanze particolari, delle vacanze nel ferrarese e di quelle nel palermitano, dei fiumi e delle loro acque dolci, del mare e del sale bruciante delle onde nelle ferite aperte camminando a piedi nudi sugli scogli di Capogallo e poi dimenticate il secondo dopo, del duemiladieci, di quella notte a Barcellona, di quell’altra a Madrid, di San Siro alle cinque del mattino, dei riflessi delle luci al neon sulla superficie sporca di baci e sudore e lacrime della coppa dei campioni d’Europa, dei giorni assolati di giugno, luglio e agosto e perfino del luccichio nostalgico e triste delle sue lacrime il giorno che è partito per Manchester. C’è tutto, all’improvviso è tutto lì. Mario deve solo diventare grande abbastanza da meritarselo, e sa che prima o poi ci riuscirà, e quel giorno non avrà più voglia di sparire, no, tutto ciò di cui avrà voglia sarà esserci.
- Adesso vado. – gli dice, passandogli accanto ed abbracciandolo stretto per salutarlo. Davide gli si scioglie fra le dita, inspirando il suo profumo a pieni polmoni e strusciando la punta del naso sulla pelle un po’ ruvida del suo collo.
- Mi devi un bacio. – gli sussurra piano, - Quindi vedi di tornare per saldare il debito.
Mario ride, accarezzandogli gentilmente la schiena.
- Promesso. – annuisce, prima di lasciarlo andare.
*
- Sono contento che tu mi abbia chiamato. – dice il capitano, ingranando la marcia e partendo a velocità sostenuta verso l’aeroporto, e stavolta, nel pensare quella parola, Mario non sente alcun bisogno di correggersi. Forse perché, anche se ora Javier Zanetti non è più per lui quello che indubbiamente, nonostante tutto, era un tempo, in qualche modo anche adesso la sua persona non smette di avere quella valenza, nella sua mente. E perciò non è il suo capitano, e forse non lo sarà mai più, ma senza dubbio alcuno lo è stato, e non ha senso cancellare quella parola dalla propria mente, in relazione a lui, perché il suo valore resterà identico negli anni indipendentemente da tutto il resto. Come la tripletta dell’Inter, come tutto il resto del suo passato, come lui, come Davide. – Mi sarebbe dispiaciuto che partissi senza salutarmi.
Per la verità, inizialmente, sul marciapiedi di fronte al cancello, il profumo di Davide ancora addosso e la sensazione quasi fisica dei suoi occhi a scrutarlo dalla finestra del palazzo, seminascosto dietro le tende in una posizione così vagamente infantile e così profondamente sua da costringerlo a sorridere intenerito, aveva pensato di chiamare un taxi. Di andarsene così, in silenzio. Ma la tacita promessa che lui e il capitano s’erano scambiati nel tragitto dall’aeroporto a casa di Davide l’aveva convinto a chiamare lui, invece. Perché se era un modo per diventare adulto, quello che stava cercando, sicuramente partiva da qualcosa di molto simile al cominciare a tenere fede alle promesse fatte.
- Tornerò. – dice, quando la macchina si ferma davanti a Malpensa, - Presto.
Javier annuisce, sorridendogli bonario.
- Non ho alcun dubbio a riguardo. – lo rassicura, posando una mano sulla sua e stringendo appena. È un gesto tenero, incoraggiante, per nulla invasivo. Mario gliene è grato, e lo dimostra con un sorriso. Poi spalanca lo sportello ed esce, trascinandosi dietro il borsone. La voce di Javier lo raggiunge ancora una volta quando lui è a pochi passi dalle porte scorrevoli oltre le quali la vita dell’aeroporto di svolge frenetica, pronta a risucchiarlo. – Mario! – lo chiama ad alta voce, e quando Mario si volta a guardarlo riesce a vedere solo uno spicchio del suo volto, sotto l’onda sempre perfetta dei capelli castani. – Ti stai facendo proprio un bell’ometto. – commenta, col tono sereno e orgoglioso di un padre. Mario sente gli occhi riempirsi di lacrime, ma decide di non piangere.
- Grazie. – sorride sinceramente, - Di tutto.
Javier lo saluta con un cenno del capo ed un altro sorriso, prima di rimettere in moto. Mario aspetta che sia sparito oltre il traffico del parcheggio, prima di entrare in aeroporto e dirigersi verso il banco del check-in.
Genere: Introspettivo, Romantico, Drammatico.
Pairing: Davide/Hera, Antonio/Giampaolo, Riccardo/Giampaolo.
Rating: R.
AVVISI: AU, Slash.
- Come da titolo, tre episodi che raccontano tre ordinarie storie di (diverso) amore, inteso nel senso più ampio possibile, in tempo di guerra.
Note: ...la pazzia. *piange* Allora, prima di tutto ci tengo a premettere che questa fic non è ambientata in un'epoca precisa. La presenza delle trincee potrebbe indurvi a pensare che si sia nel mezzo della WWI, ma così non è. E' una guerra immaginaria, si combatte in modi assolutamente privi di attinenza con la realtà dell'epoca (di quella o di un'epoca qualsiasi, in effetti) e per ottenere obbiettivi diversi e, fondamentalmente, aprendo questa pagina non aspettatevi di trovare qualcosa di sensato, perché non lo troverete XD
Voglio scriverla da un po', ma se ci sono riuscita devo dire grazie in primis ai prompt di Crim su magic_reservoir e in secundis al prompt Guerra della prima settimana del COW-T. *anf* Basta, addio. *muore*
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L’AMORE AI TEMPI DELLA GUERRA

He sees hope.
Mario spera che non riprenda a nevicare, perché c’è già abbastanza freddo così.
La trincea è un buco profondo meno di due metri. Uno come lui, per non farsi vedere deve camminare sempre piegato in due. Gli fa male la schiena, per questo, e gli fa male il culo perché non si siede su qualcosa di anche solo vagamente comodo da mesi. Dal fondo della fossa di fango scavata a mani nude dai suoi compagni mandati in avanscoperta qualche settimana fa, si vede solo campagna bruciata a perdita d’occhio. La città per la quale stanno combattendo sembra così lontana da apparire quasi come un sogno. Milano col suo maestoso Duomo, la classica austerità del Teatro alla Scala, gli ampi spazi del Castello Sforzesco, l’imponenza schiamazzante di San Siro e l’opulenza sfacciata della Galleria. Milano che da questa guerra non è mai stata toccata, perché se stanno combattendo contro i Diavoli dell’altra sponda del Naviglio è proprio per prendersela, quella città così bella e così grigia e così fondamentale per tutti loro, e perciò lei deve restare intatta. La sua vita continua placida mentre loro si ammazzano in mezzo alla sporcizia, al fango e agli stenti. Moriranno tutti come sono morti i compagni che questa buca l’hanno scavata, Mario ne è sicuro. Verranno colti all’improvviso nella notte da una raffica di proiettili alle spalle, come loro, sorpresi durante gli scavi per colpa dello zingaro traditore che aveva scelto proprio quel momento per saltare la barricata e correre dall’altro lato.
Davide si avvicina di soppiatto, sorprendendolo a guardare con una certa malinconia quel po’ che si vede di Milano all’orizzonte attraverso l’aria polverosa del tramonto. È arrivato solo da qualche mese, Davide. Il generale Mourinho gliel’ha affidato personalmente perché hanno più o meno la stessa età, anche se ormai Mario combatte sul campo da quando aveva sedici anni. “Tu puoi capirlo,” gli ha detto l’uomo, “ma al contempo hai più esperienza. Guidalo.”
Aveva occhi stanchi e lontani, quel giorno, il loro condottiero. Parlando di Davide, aveva il tono di voce di un padre. Mario aveva provato una pena infinita per lui, per quell’uomo piccolo e ingrigito sulle spalle del quale pesavano le sorti di un intero popolo.
- Nostalgia di casa? – chiede il ragazzo, sedendoglisi accanto, - Stai giù con la testa, potrebbero vederti.
Mario obbedisce, più per farlo contento che perché si senta minacciato – prima o poi gli toccherà, e ha passato in trincea abbastanza anni da sapere che prima arriva, prima sarà libero – e sorride un po’.
- Sì, un po’. – ammette, - Non ricevo una lettera da casa da qualche settimana. I miei sono anziani, sai. Sono un po’ preoccupato.
- Sono soli? – chiede Davide, una punta di tristezza nella voce. Mario scuote il capo.
- No, mia sorella è lì con loro. Ma deve occuparsi di tante cose, e non è semplice. Spero in una licenza il mese prossimo, per tornare a darle una mano, anche se per poco.
Davide sorride, sedendosi più vicino.
- Sei carino. – commenta, - Cioè, a preoccuparti per la tua famiglia.
- Tu non ti preoccupi? – ribatte lui, inarcando un sopracciglio. Davide scuote il capo.
- La mia famiglia non è di qui. È al sicuro.
Mario risponde con un’occhiata dubbiosa.
- E tu perché sei qua? – chiede, e Davide si stringe nelle spalle.
- Abbiamo bisogno di soldi. – risponde, - Io e la mia ragazza vogliamo sposarci, ma non possiamo chiedere di pagare per tutto alle nostre famiglie.
- E tu vieni in guerra a rischiare di morire e non poterti sposare mai più? – insiste Mario, allibito. Davide si lascia sfuggire una risatina un po’ imbarazzata.
- La paga è buona, però. Non so per quanti anni avrei dovuto risparmiare, se fossi rimasto a lavorare in paese. Qui, se sopravvivo sei mesi, ho già abbastanza soldi per tornare a casa e comprare un piccolo terreno tutto mio.
- Ma prima devi sopravvivere. – commenta Mario con un sorriso un po’ intenerito. Il sorriso con cui gli risponde Davide è forte e sicuro di sé.
- Intendo farlo. – lo rassicura, e poi rovista all’interno della borsa tutta rattoppata che porta a tracolla, estraendone una custodia consunta in pelle marrone. – Vuoi vedere la mia ragazza? – domanda, - È bellissima.
Mario sbuffa un mezzo sorriso ed annuisce. Davide scopre la foto di una ragazza dal volto simpatico, i lineamenti dolci, grandi occhi castani e lunghi capelli ricci a scendere sulle spalle.
- È bella davvero. – sorride, accarezzando la superficie patinata della fotografia con due sole dita, per paura di rovinarla. Davide ridacchia compiaciuto e gli lascia contemplare la foto per tutto il tempo che vuole, senza pretenderla subito indietro.
- Tu non hai una ragazza? – gli chiede. Mario lascia correre il pensiero alle numerose ragazze che ha avuto prima di entrare nell’esercito, e alle molte altre che gli hanno semplicemente fatto compagnia durante i periodi di licenza più o meno lunghi che nel corso degli anni è riuscito a strappare alla morsa di una guerra che si andava facendo mese dopo mese sempre più aspra e sanguinosa. Decine di ragazze senza nome, volti ormai confusi in una macchia indistinta.
Non risponde alla domanda di Davide, ma ne pone una a propria volta.
- Tu credi davvero che riuscirai a tornare a casa e sano e salvo? Per sposarla e vivere per sempre felici e contenti o quel che è? – chiede, indicando con un cenno del capo la ragazza che sorride immobile nella foto.
Davide sorride e annuisce. La sua fiducia è incrollabile, e Mario, riconsegnandogli la foto ed imbracciando la propria arma per allontanarsi verso il punto che gli è stato assegnato in mattinata, non fatica più a comprendere perché.

Let me go.
Giampaolo si morde un labbro, guardandosi intorno con preoccupazione. Se la sta facendo sotto dalla paura ed è la prima volta che si pente di essere uscito dalla trincea. Sa che dovrebbe rilassarsi, che è notte e soprattutto è stata suonata la tregua ormai da un paio d’ore, e che quindi non corre nessun pericolo a trovarsi lì in quel momento, ma ciò che lo preoccupa non è tanto il trovarsi dove si trova, quanto più lo stare aspettando Antonio. Tregua o non tregua, è comunque un Diavolo, e tregua o non tregua loro non dovrebbero avere rapporti.
Solo che, tregua o non tregua, li hanno sempre avuti. E saltare una notte al momento sembra inconcepibile, anche se dal tradimento dello zingaro tutto è diventato più difficile, i controlli si sono decuplicati e le pene si sono inasprite.
Seduto sul porticato della catapecchia abbandonata che da ormai un anno è teatro dei loro incontri, Giampaolo si prende la testa fra le mani e giura e spergiura che questa sarà l’ultima volta. Non può continuare a cercare di cancellare il senso di vuoto che gli provoca l’assenza di Riccardo in questo modo. Ogni volta che riceve una lettera è come sentire il cuore frantumarsi in mille pezzi. Ha smesso di rispondergli, ma Riccardo non demorde. Il senso di colpa si sta facendo insostenibile, così come il peso della certezza di essere arrivato al fronte senza avere possibilità di tornare indietro.
Vorrebbe che Riccardo si rifacesse una vita, mentre lui, sconsideratamente, pone fine alla propria. Ma in qualche modo sa che lui non si rassegnerà finché non si vedrà recapitare a casa una medaglia al valore da un paio di ufficiali decorati fino alla punta dei capelli.
- Sempre perso nel tuo mondo cupo e triste. – commenta Antonio con una mezza risata, sostando a qualche metro di distanza da lui. Giampaolo solleva immediatamente lo sguardo e, quando lo riconosce, si affretta a scattare in piedi e precederlo oltre la porta scardinata e cigolante. Antonio lo segue subito dopo, e quando Giampaolo se lo ritrova di fronte, all’interno della casa, sta ancora sorridendo.
- Questa storia non può continuare. – dice subito, mettendo le mani avanti. Antonio rotea gli occhi, annoiato ancora prima di cominciare.
- No, ti prego, un’altra volta no. – protesta con un sorrisetto divertito. Giampaolo abbassa lo sguardo, imbarazzato.
- Sta diventando troppo pericoloso. – dice, provando a farlo ragionare, - Le trincee si sono avvicinate troppo. Ormai rischiamo di ammazzarci ogni volta che spariamo. Non… - si passa una mano sugli occhi, esausto, - non capisci che questa storia è assurda? Potrei sparare alla cieca e trovarti fra i cadaveri che ho abbattuto subito dopo. Ne ho abbastanza di storie d’amore finite male.
Antonio aggrotta le sopracciglia, contrariato.
- Ehi, ehi. – lo ferma, afferrandolo per le spalle ed obbligandolo a guardarlo negli occhi, - Frena. Questa non è una storia d’amore. – Giampaolo gli lancia un’occhiata tetra, ed Antonio insiste. – Sai bene che io sono innamorato della mia ragazza, e lo sarò fino a quando non creperò, per mano tua o di chiunque altro. Credevo che per te fosse lo stesso, con tuo marito.
Giampaolo si morde l’interno di una guancia e si allontana da lui con uno scatto isterico, voltandogli le spalle ed avvicinandosi all’unica finestra presente su quelle pareti spoglie. Il vetro è spaccato e da fuori entrano spifferi gelidi che gli danno i brividi. La notte è scura e silenziosa. Non si vede nemmeno una stella, in cielo. I bagliori innaturali delle bombe che scoppiano qualche chilometro più a ovest, fra le montagne, illuminano i nuvoloni neri carichi di pioggia che incombono su tutti loro. Domani sarà altro fango, altra lotta, altro sangue. Altra morte.
- Ho deciso di dimenticare quello che avevo prima. – confessa in un sussurro, - Perché so che non potrò farvi ritorno.
Antonio gli si avvicina, stringendolo alla vita in un abbraccio intenerito mentre gli lascia scivolare le labbra sulla nuca. Giampaolo si abbandona contro di lui, chiudendo gli occhi.
- È proprio perché sai che non potrai più averlo – gli sussurra Antonio, - che devi sempre tenere a mente che un tempo l’hai avuto.
Sulle guance di Giampaolo scivolano due lacrime che lui non riesce a fermare, forse perché nemmeno ci prova.
- Allora forse è meglio se mi lasci andare. – dice, e un po’ spera che Antonio ritratti e gli dica che va bene, va bene se dimentica Riccardo, se finge di non aver mai amato nessuno oltre lui, se dimentica di avere avuto una vita perché a cosa serve ricordare di averne avuta una quando inesorabilmente la si perde?, ma Antonio, sordo alla sua muta richiesta, non fa niente di tutto ciò. Lo bacia lievemente su una guancia, concedendogli un ultimo abbraccio consolatorio prima di liberarlo dalla propria stretta.
Giampaolo continua a guardare la notte sentendosi improvvisamente avvolto dal gelo. Sa che non lo rivedrà mai più.

The confrontation.
Glielo portano incatenato, come ha chiesto. È pesto e i suoi abiti sono ridotti a brandelli. Immagina che i suoi ragazzi non l’abbiano certo accolto con baci e abbracci, appena l’hanno visto cercare di fuggire lontano dalla guerra confondendosi fra i cadaveri dei morti in battaglia.
- Lasciateci soli. – ordina. Zlatan, in ginocchio di fronte a lui, sogghigna.
- Potrebbe essere pericoloso, generale. – lo avverte Marco, voltandosi a sputare per terra a due centimetri dal prigioniero, - Questo bastardo schifoso—
- So esattamente cosa posso aspettarmi da lui, adesso. – sorride rassicurante. Marco sibila, non è convinto. Occorre l’intervento di Dejan per convincerlo ad obbedire all’ordine, per quanto anche lui, nel momento di abbandonare la stanza, non riesca a risparmiarsi di voltarsi e lanciare un’occhiata preoccupata al proprio generale, chiedendogli di essere prudente.
- Si preoccupano tutti per te. – commenta Zlatan, ironico e sprezzante. Nonostante sia legato mani e piedi e in condizioni pietose, con un occhio nero, le labbra gonfie e sangue ormai rappreso a fare da culla per quello nuovo che esce copioso da un taglio sul sopracciglio, il suo sguardo è fiero, e non c’è timore nella sua voce.
- È naturale. – ribatte José, prendendo una sedia e sedendosi davanti a lui, in modo da poterlo guardare negli occhi da un’altezza più paritaria, - Dopo quello che hai fatto.
Zlatan sorride storto, fissandolo negli occhi senza provare neanche la minima vergogna per il proprio tradimento.
- Hai sempre saputo che ero un mercenario. – risponde, - Ma mi hai voluto lo stesso.
- Perché pensavo che i soldi bastassero a farti cambiare schieramento, ma non potevo immaginare che bastassero anche a convincerti a vendere i tuoi vecchi compagni! – strilla José, alzandosi in piedi così repentinamente da rovesciare la sedia sul pavimento.
- Io non avevo compagni. – lo corregge Zlatan, improvvisamente più serio, come se José avesse toccato un punto sul quale lui non è disposto a transigere. – Io ero assoldato dal tuo esercito.
- E col tuo tradimento hai mandato a porte persone con le quali avevi riso e scherzato e al fianco delle quali avevi combattuto fino al giorno prima. – gli fa notare José, e poi sembra sgonfiarsi quando legge negli occhi di Zlatan una calma che lo sconvolge. – E non ti senti minimamente in colpa per le loro morti. – considera atono.
Zlatan sbuffa, liberandosi con un repentino gesto del capo di una ciocca di capelli sporca di sangue e terra che gli è scivolata sugli occhi.
- Siamo in guerra. – dice, - La gente muore ogni giorno, con o senza il mio intervento.
José scuote il capo, espirando con rassegnazione.
- Speravo di poter parlare con te, ma vedo che è impossibile. – si china sulle ginocchia, incrociando il suo sguardo da pochi centimetri di distanza. – Un tempo non eri così, Zlatan. – dice a bassa voce, - Cosa ti è successo?
Zlatan freme. I muscoli delle sue spalle e delle sue braccia si tendono e José sa che, se non fosse ammanettato, gli salterebbe alla gola per ucciderlo.
- Secondo te cosa mi è successo, Zay? – ringhia, tanto arrabbiato da usare un soprannome che entrambi credevano di aver sepolto anni e anni fa, ben prima di ritrovarsi a combattere fianco a fianco e, poi, l’uno contro l’altro. – Cosa credi che mi sia successo? Quello che succede a tutti dopo anni di questa vita di merda. – la sua voce si fa più bassa, riducendosi ad un sussurro stentato. – Volevo provare a farla finita con questa guerra di merda. Ho pensato di vendermi l’informazione e poi fuggire con la borsa piena di quattrini.
José si rimette in piedi, guardandolo con disgusto.
- Uno con la tua esperienza avrebbe dovuto immaginare che non sarebbe mai riuscito a fuggire. Qua intorno non c’è niente. Solo devastazione per chilometri e chilometri. Pensavi davvero di riuscire a farla franca?
Zlatan distoglie lo sguardo, chiude gli occhi e sorride.
- Zlatan. – lo chiama lui, quando capisce che non ha alcuna intenzione di rispondergli. Sospira, coprendosi il volto con le mani per qualche secondo. Quando torna a guardarlo, i suoi occhi sono pieni di lacrime. – Non ho scelta. – dice, - Sei già stato giudicato. E condannato.
Zlatan si ostina a non rispondere. Sorride con una serenità che gli stringe il cuore. È passato troppo tempo dall’ultima volta che l’ha visto sorridere così, troppo perfino per provare a ricordare a quando quel tempo risalga.
- Marco, Dejan! – chiama ad alta voce. I soldati entrano e lui guarda un punto a caso sul pavimento per non essere costretto a fissare Zlatan mentre pronuncia il proprio ordine. – Fucilatelo.
I soldati si avvicinano a Zlatan e lo tirano in piedi di peso. Un attimo prima di essere trascinato via, Zlatan sussurra una parola nella propria lingua. Nell’udirla, José spalanca gli occhi, incapace di credere alle proprie orecchie. Osserva i suoi uomini portare Zlatan nel piazzale retrostante l’accampamento. Lo bendano e poi si allontanano, imbracciando i fucili per eseguire la condanna.
Salutandolo, Zlatan gli ha detto grazie.
José non riesce a liberarsi del pensiero che forse questo era ciò che aveva sempre voluto fin dall’inizio.
Genere: Introspettivo, Erotico, Romantico.
Pairing: Davide/Mario, Mario/Sophie.
Rating: R/NC-17
AVVISI: Slash, Lemon, Het.
- "'Tu fai un sacco di domande.'"
Note: *piange sale* Dunque... Tutto ciò nasce fondamentalmente da un po' di sano gossip, come non mi capitava da tempo. Il che è strano, in realtà, perché scrivere su queste notiziacce in realtà è una delle cose che mi dà più soddisfazione al mondo, e infatti lo faccio spesso XD Comunque, tutta la faccenda della Reade con Mario pare sia stata smentita dalla Reade stessa, che dice di non conoscerlo nemmeno, ma tutto ciò non è servito a fermarmi, naturalmente. O ad impedirmi di visionare una serie di filmati e innamorarmi pesantemente di lei. Io ho dei problemi con la razza umana, palesemente, perché amare certi soggetti ha un che di patologico. Vabbè.
Scritta per il P0rn Fest @ fanfic_italia, su prompt RPF CALCIO Davide Santon/Mario Balotelli, "Ti amo." "Non basta."
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L’AMORE VA VELOCE E TU STAI INDIETRO
RPF CALCIO Davide Santon/Mario Balotelli, "Ti amo." "Non basta."

La casa è enorme, sfarzosa, splendida, e con Mario non c’entra niente. È talmente tirata a lucido che Davide non ha alcun dubbio sul fatto che di tenerla così a posto si occupi un’impresa di pulizie pagata profumatamente a tale scopo. A Mario sono sempre piaciuti gli spazi grandi, ma a Milano il suo loft era sempre incasinato oltre ogni dire. Qui a Manchester invece ha un’enorme villa su due piani, col porticato, stanze gigantesche, un giardino che si estende tutto intorno a perdita d’occhio ed una splendida scalinata circolare che si arrotola verso l’alto dal piano terra fino al primo. Una scalinata di quelle principesche, con gradini bassi e larghi e un tappeto sottile che la ricopre tutta.
- Ti faccio vedere la tua stanza. – gli dice Mario, invitandolo a seguirlo di sopra. Davide gli va dietro, sfiorando appena il corrimano in legno laccato bianco, quasi impaurito dalla possibilità di sporcarlo o lasciargli addosso l’impronta delle mani.
- Ma com’è che sei finito in questo posto? – gli chiede, guardandosi intorno quando fanno il loro ingresso nel corridoio sul quale si affacciano almeno una decina di porte.
Mario scrolla le spalle.
- La zona non era male, - risponde, aprendo una porta a caso e richiudendola subito dopo con una smorfia infastidita, - e poi mister Mancini abita a due passi da qui. La casa non è granché, ci sono troppe stanze inutili e me ne ricordo meno della metà, ma visto che comunque non è che ci passo tutto questo tempo, va bene così.
Davide inarca un sopracciglio, continuando a seguirlo un paio di passi indietro ed osservandolo mentre spalanca una porta dietro l’altra alla ricerca di quella giusta, chiedendosi se faccia così ogni sera anche per ritrovare la propria camera da letto.
- Deve costarti una fortuna mantenerla. – commenta nell’osservare le pareti bianche che quasi risplendono, tanto sono linde, e i soprammobili sfaccettati di cristallo appoggiati su un mobiletto basso a metà corridoio che si riempiono di riflessi multicolori sotto la luce calda che inonda l’ambiente.
Mario scrolla le spalle un’altra volta.
- Non ci faccio caso. – dice sbuffando, - Quello che serve, spendo. Non ho problemi di questo tipo.
Davide non riesce a impedirsi un sorriso vagamente intenerito.
- Non ne dubito. – dice in un sospiro, - Sei sempre il solito, sai? Anche se sei cambiato.
- Ah, eccola! – esulta Mario, parlandogli addosso, illuminandosi in viso mentre si scosta dall’uscio che ha appena spalancato, mostrandogli la sua stanza, - Starai qui. – annuisce, e poi pare come accorgersi di un dettaglio che prima aveva trascurato. – Hai detto qualcosa, per caso? – chiede.
Davide sbircia l’interno della propria stanza, la moquette grigia che ricopre il pavimento e il letto alto e spesso, così grande da perdercisi. Si chiede cosa ci metterà dentro stanotte, oltre al proprio corpo magro, e per la prima volta da quando è cresciuto rimpiange la sua infanzia e tutti i peluche con cui riempiva il lettino fin quasi a non trovare più spazio nemmeno per se stesso. È un pensiero fugace, comunque, estremamente imbarazzante. Lo scaccia via in un secondo.
- No. – risponde quindi, entrando in camera ed appoggiando la propria valigia in un angolo. – La stanza è bellissima.
*
Non si aspetta di trovare il bagno occupato, quando apre la porta, e in realtà non si aspettava nemmeno di riuscire a trovarlo, il bagno, tanto per cominciare, per cui è molto felice quando posa il piede sul pavimento piastrellato bianco, e molto sconvolto quando, sollevando lo sguardo, incontra il corpo nudo e prosperoso di una bionda che non gli pare di aver mai visto in vita sua.
- Scusa! – strilla, voltandosi repentinamente. Lei non dà segno di volersi muovere. – Credevo che fosse libero.
- Ce n’è un altro al piano di sotto. – lo informa la ragazza, la voce serena ma non piatta. Ha un accento molto più forte di quelli a cui Davide è stato abituato a scuola, e fa fatica a starle dietro.
- Grazie. – annuisce sbrigativamente, prima di uscire e chiudersi la porta alle spalle.
*
Riescono a presentarsi solo un’ora dopo. Lui e Mario stanno mangiando un paio di panini in cucina, lei passa davanti alla porta vestita solo di una maglietta glitterata nera ed un paio di shorts dorati tanto corti da somigliare più a coulotte che a pantaloni, issata su tacchi vertiginosi. È truccata così pesantemente che a stento Davide la riconosce. Anche i suoi capelli sono diversi, mossi e selvaggi. Prima non ha avuto il tempo di osservarli a lungo, ma li ricordava lisci. E appuntati dietro la testa. Il suo viso, al naturale, era molto più carino, però. Questo lo ricorda.
- Oh. – dice la ragazza, fermandosi a metà di un passo e raggiungendoli. Mario si sporge a baciarla sulle labbra e lei si tira indietro, schifata. – Pulisciti la bocca. – ordina, porgendogli un fazzolettino che strappa con irritazione da un dispensatore metallico posto al centro dell’isola. Mario ride ed obbedisce, e solo allora lei si china, raggiungendolo alla sua altezza per lasciarsi baciare. – Lui è Davide? – chiede quindi, indicandolo con un cenno del capo. Ha tanto di quel profumo, addosso, che Davide sente i propri sensi confondersi.
- Sì. – risponde lui, tornando a mangiare, - Resterà qui per qualche giorno. Davide, lei e Sophie. – continua, rivolgendosi a lui ed indicando la ragazza con un pollice, - È la mia ragazza.
Davide arrossisce vistosamente, annuendo e porgendole una mano.
- Piacere di conoscerti. – biascica. Lei ricambia la stretta e gli sorride conciliante.
- Non devi vergognarti di avermi visto le tette. – dice, inclinando appena il capo. Un paio di ciocche di capelli le sfuggono da dietro l’orecchio, ricadendole lungo la guancia e il collo fino al seno prominente strizzato nella scollatura della canottiera. – Io non mi vergogno di mostrarle in giro. Sono le mie migliori amiche. – conclude ammiccando, prima di tornare a rivolgersi a Mario. – Io esco, - gli dice, lasciandogli un bacio appiccicoso di lucidalabbra su una tempia, - ho una serata al Sankey’s Soap. Tornerò tardi, accaldata… - aggiunge con un sorriso, sfiorandogli il petto con un dito da sopra la maglietta, - e bagnata. – sussurra, indugiando con lo sguardo sulla linea dei pettorali, - Fatti trovare sveglio, mh? – chiede, mordicchiandosi un labbro ed allontanandosi di un paio di passi prima di voltarsi ed uscire salutandoli con cenno della mano. Ancheggia, e Davide non riesce a scollarle gli occhi di dosso.
- È stupenda, vero? – gli chiede Mario, ridendo divertito, - Mi costa un patrimonio anche lei, se t’interessa. – butta lì ridendo ancora, compiaciuto dalla propria stessa battuta.
Davide si volta a guardarlo, aggrottando le sopracciglia.
- Sei un cretino. – sbotta, mandando giù un altro morso del proprio panino.
*
- Sono stanco. – gli dice quasi subito, dopo aver finito di mangiare, simulando uno sbadiglio. – Vado a dormire.
Mario sembra stranito, perfino deluso, ma non gli fa domande. Davide torna in camera propria, si spoglia e s’infila sotto le coperte con un gran sospiro sollevato, chiudendo gli occhi e provando a dormire.
Non ci riesce. Resta sveglio e con gli occhi chiusi tutta la notte. Quando Sophie torna a casa, la sente. Li sente. Lo sente. Combatte una lotta impari contro la voglia che gli brucia nel bassoventre, ma la vince, e riesce a non masturbarsi anche se lo vuole così tanto da sentirsi male, ed è un malessere che va ben oltre il semplice dolore fisico che gli causa la propria erezione insoddisfatta, costretta nei boxer e pulsante di desiderio.
I gemiti di Mario e Sophie sono così vicini che Davide non ha alcun dubbio su quanto vicina sia anche la loro stanza rispetto alla sua – appena oltre la parete, come dimostrano i colpi ritmati che sente dietro la testiera del proprio letto – e non ha alcun dubbio neanche sul fatto che Mario l’abbia scelta apposta. Altrimenti, perché avrebbe dovuto cercare così a lungo proprio quella? Mentre vagava alla ricerca del bagno, prima di incontrare Sophie, Davide ha visto altre cinque stanze da letto almeno, non dissimili da quella che sta occupando adesso, ma solo questa è adiacente alla loro.
Si ripromette di prendere Mario a cazzotti domattina come prima cosa, sempre che riesca a sopravvivere alla notte. Mentre ancora li sente abbattersi con forza l’uno contro l’altra, si alza, scuote il capo come a cercare di svuotare il cervello da quei fastidiosi rumori molesti e poi esce in corridoio, a piedi nudi. Scende al piano di sotto e si rifugia in cucina. Lì non si sente più niente. Lì sta bene.
Prende un bicchiere e lo riempie al lavandino, poi si siede su uno sgabello ma scopre di non avere alcuna voglia di bere, così resta semplicemente a contemplare l’acqua immobile e trasparente per così tanti minuti che perde il senso del tempo. È attraverso il vetro deformante del bicchiere che vede arrivare Sophie dopo un po’. Indossa solo un paio di mutandine nere sottilissime, e quando lo vede sembra stupita, sì, ma non a disagio. Davide non distoglie lo sguardo, non arrossisce più. Non ne vede il motivo, se lei per prima non si prende il disturbo di imbarazzarsi.
- Credevo dormissi. – dice lei, avvicinandosi ed appoggiandosi all’isola coi gomiti. – Quella la bevi? – chiede, indicando il bicchiere. Davide scuote il capo e lei glielo sottrae, mandando giù tutta l’acqua in un paio di sorsi e concedendosi un lungo sospiro soddisfatto quando ha finito.
- Non ti senti mai usata? – le chiede Davide a mezza voce. Il suo inglese suona così tremendamente inappropriato che gli viene voglia di mordersi la lingua subito dopo.
Lei posa il bicchiere e nei suoi occhi passa un lampo di consapevolezza, mentre lo osserva. Davide se ne accorge e lei sa che se n’è accorto, motivo per il quale si affretta a stemperarlo in un sorriso dolce e svampito, stringendosi nelle spalle.
- Non capisco, cosa vuol dire? – chiede in una risatina frivola. Davide sorride intenerito.
- Niente. – la rassicura, scuotendo il capo. – Sei molto bella, sai? – le chiede quindi.
- Grazie. – risponde Sophie, sorridendo più genuinamente.
- Sei felice? – insiste Davide, mordendosi il labbro inferiore. Lei inspira ed espira profondamente; il suo seno pieno, perfettamente rotondo, ondeggia sul ripiano bianchissimo al quale è appoggiata, ed è quasi ipnotico, in qualche modo perfino rassicurante. Davide si concede di guardarlo e ritrovarcisi addosso, senza la benché minima malizia.
- Tu fai un sacco di domande. – risponde finalmente lei, allungandosi a scompigliargli i capelli, - E sorridi troppo poco. Lasciati in pace.
Davide si inumidisce le labbra, annuendo lentamente.
- Torni a dormire? – le chiede, e lei ride.
- Basta domande. – dice, dandogli le spalle e salutandolo con un cenno della mano. Davide si concede un sorriso più sincero degli altri, e poco dopo torna a letto anche lui.
*
Di fuori piove così tanto che i tuoni fanno vibrare le finestre. Annodati sul divano, di fronte alla televisione col volume al minimo, Davide e Mario tengono gli occhi chiusi e si strusciano lentamente l’uno contro l’altro. I loro gesti quasi non hanno nulla di sessuale, sono più che altro carezze rassicuranti. I loro corpi sentono la mancanza l’uno dell’altro, hanno bisogno di ritrovarsi. Il buio e il silenzio li aiutano a farlo.
- Si chiama Sophie. – ansima Davide, chiudendo le gambe attorno alla vita di Mario, - L’hai fatto apposta?
- No. – risponde Mario in una risata senza fiato, accarezzandogli un fianco con la mano bene aperta, - Forse. – ammette poi, mugolando appena. – Che t’importa?
- Lei non potrai passarmela come Sofia. – dice lui, gettando indietro il capo ed esponendo il collo alle labbra piene di Mario, bollenti e umide e incredibilmente affamate.
- No, siamo troppo lontani. – ammette Mario, e quando una mano di Davide scende ad accarezzarlo fra le cosce si concede un gemito quasi addolorato. – Sarebbe stato meglio se non ci fossimo visti. – borbotta, nascondendo il viso contro la sua spalla e scavando col naso all’interno della scollatura del maglione che indossa.
- Avevamo deciso di non farlo più, infatti. – annuisce Davide, liberando la sua erezione dalla prigione di vestiti in cui è costretta, per stringerla più agevolmente fra le dita.
- Però mi mancavi. – geme ancora Mario, gli occhi chiusi, le sopracciglia aggrottate, le ciglia che tremano, solleticandolo sul collo, lievissime, come il bacio di una farfalla.
- Hai una ragazza. – dice Davide, allontanandosi appena per lasciarlo muoversi, - E anch’io.
- Ti amo. – dice Mario, mordendosi un labbro e spogliandolo velocemente.
- Non basta. – sorride Davide, accarezzandogli una guancia e schiudendo nuovamente le gambe per lui, mentre Mario gli si sistema addosso e si preme quasi all’istante contro la sua apertura, fermandosi appena per baciarlo piano. – Ti amo anch’io, - continua Davide, andandogli incontro ed accogliendolo dentro di sé con un mugolio deliziato, - ma non basta. È troppo difficile. È troppo strano non vedersi e poi stare insieme un paio di giorni e fingere di vivere in un’altra epoca, in cui ancora non sia cambiato niente. Non è così… - trattiene il fiato, mentre Mario comincia a muoversi con maggiore foga dentro di lui, - …non è così che voglio amarti, preferisco— ah, preferisco amarti per i fatti miei. Senza di te.
- Stai dicendo una stronzata dietro l’altra… - ansima Mario, appoggiando la fronte contro la sua e perdendosi nel calore del suo corpo e nella stretta all’interno della quale si spinge e che si serra con più forza ad ogni spasmo di piacere che si libera nel bassoventre di Davide.
- E poi… - continua lui, accarezzandogli i capelli cortissimi sulla nuca mentre sente le sue dita chiudersi attorno alla propria erezione, ed inarca la schiena, muovendo il bacino per adattarsi alle sue spinte sempre più svelte, - Io faccio troppe domande. – conclude con un sorriso, sussurrando appena, stringendosi con forza un’ultima volta attorno a lui mentre lo sente venire dentro di sé, e lasciandosi accarezzare abbandonato fra le sue braccia senza rimpianti, gli occhi serrati, i lineamenti distesi, le labbra dischiuse in un gemito gravido di piacere mentre viene fra le dita scure che lo stringono e lo accarezzano velocemente dalla base alla punta.
- Ma mi dici cosa c’entrano le domande? – chiede Mario, e quando Davide scuote il capo e sorride ancora si rassegna, e sa che non riceverà mai una risposta. – Non posso credere che mi stai lasciando. – dice quindi a bassa voce, il respiro pesante, sistemandosi su di lui. – Di nuovo.
Davide chiude gli occhi e se lo stringe contro, ripensando all’estate, al caldo afoso e soffocante di Milano, al momento che ricorda perfettamente, la prima volta in cui gli ha detto che non avrebbe mai potuto funzionare, perché si conosceva, lo conosceva, c’erano troppi chilometri in mezzo ed avrebbero dovuto chiuderla subito, senza trascinarla stancamente fino a che non avrebbe fatto troppo male per poter essere trattenuta senza reciderla violentemente. Avrebbe preferito che fosse successo allora, piuttosto che adesso. Ma anche in questo momento, inspiegabilmente, come allora, è sereno. Anche se sente il cuore stretto in una morsa, lo stomaco schiacciato da un peso duro e doloroso, i polmoni compressi fino a potere espandersi il minimo indispensabile da mantenerlo (a malapena) in vita, è sereno.
- Riparto domani mattina, Mario. – gli sussurra all’orecchio, e lui annuisce. – Salutami Sophie.
Genere: Introspettivo, Romantico, Triste, Malinconico.
Pairing: Mario Balotelli/Davide Santon, Philippe Coutinho/OC/Adriano, (accennato) Zlatan Ibrahimovic/José Mourinho.
Rating: R
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon, Angst, What If?.
- Sono passati quasi vent'anni - "diciotto" ripete una vocina fastidiosa nella sua testa - da quando Mario Balotelli è partito da Milano alla volta di Manchester, lasciando l'Inter per il City. E' partito senza una parola, perché era giusto così, e non ha mai avuto un ripensamento, nel corso di tutta la sua vita. La sua carriera è stata lunga e soddisfacente, e da quando ha appeso le scarpe al chiodo ha cominciato a lavorare nel settore giovanile. E' appunto mentre è in ritiro con il Manchester United di Walter Zenga che lo raggiunge la telefonata del suo vecchio mister, José Mourinho.
José a Milano c'è rimasto. Contro ogni previsione, forse anche contro la propria stessa volontà, è rimasto ancorato alla Pinetina per quasi vent'anni, ed ora ha una proposta per Mario. Qualcosa di cui può parlargli solo personalmente.
Mario non ha intenzione di accettare, ma sale comunque sul primo aereo per Milano, ben determinato ad arrivare fino a lì, ascoltare cosa José ha da dirgli e poi declinare la sua offerta per tornarsene a casa. Solo che le cose non vanno esattamente così, e l'offerta di José lui l'accetta.
Note: Una storia di cui avevo intuito l'enormità (delle dimensioni) fin dal momento del plottaggio (qualche mese fa) e che avevo accuratamente tenuta serbata nella mia mente fino all'arrivo del Big Bang XD Non ne avevo neanche parlato con qualcuno, se non per l'accenno di "voler scrivere qualcosa in cui bla bla" a Def, mi pare, accenno che poi lui ha gloriosamente dimenticato, per la mia gioia, visto che questo mi ha permesso di mantenere la suspanssss per un bel po', mentre scrivevo XD *crudeltà* Spero che possiate apprezzarla nonostante la lunghezza infinita (e il melodramma) (e Beautiful).
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VIA LE MANI DAGLI OCCHI

La Pinetina è cambiata un sacco. Mordicchiandosi distrattamente le unghie – un vizio che non ha mai perso nonostante le quasi due decine d’anni passate dall’ultima volta che ha messo piede in quel posto – Mario attraversa salette e corridoi di cui ricorda a memoria la planimetria e scopre in ogni metro qualcosa di differente, nuove piante, un nuovo parquet in palestra, nuovi tappeti, nuove foto incorniciate e appese alle pareti. Così, anche se le mura sono le stesse, i corridoi sono ancora lunghi allo stesso modo e sono invariati perfino i passi da fare per giungere da un posto all’altro, tutti i particolari minuscoli che rendono la Pinetina diversa si fondono in un’unica, grande massa di cose sconosciute che rendono ignoto l’intero ambiente, spaventandolo un po’.
Non è mai stato da lui lasciarsi spaventare, affrontare le cose come se potessero fargli del male. E non sono neanche le svariate coppe vinte dall’Inter negli ultimi diciott’anni ad intimidirlo – è stato molto attento a stare ben lontano dall’Italia, e tutte le vittorie di quella squadra, a parte le due Champions che hanno conquistato a distanza di sette anni precisi l’una dall’altra nel duemilaquattordici e nel duemilaventuno, non l’hanno mai toccato più di tanto – no, è qualcosa di diverso, la sensazione irrazionale di dovere qualcosa a quelle pareti, a quei luoghi, alle camerate del dormitorio, alle file di bagni sempre puliti e profumati, alla vasca del ghiaccio, alla cappella isolata in fondo al viale, agli studi di Inter Channel al piano di sopra, ai campi sempre perfettamente mantenuti di fuori. Un saluto, forse, o un ringraziamento. Niente che abbia mai avuto la possibilità di dire, essendo partito per l’Inghilterra direttamente dal ritiro negli Stati Uniti nel duemiladieci, ma in realtà niente che abbia mai avuto la reale voglia di dire, per cui immagina che, non fosse partito da Philadelphia ma da lì, non l’avrebbe detto comunque, ed ora si sentirebbe esattamente allo stesso modo.
Inizia a pentirsi di aver accettato quel colloquio con Mourinho, ma d’altronde non gli ha fatto alcun tipo di promessa, cosa anche logica, visto che non ha idea di che lavoro voglia proporgli. In realtà, però, attraversando i corridoi verso quella che ricorda perfettamente essere la sala d’aspetto di fronte al suo ufficio, si rende conto di essere stato sciocco ad accettare. Un viaggio a vuoto dal ritiro statunitense dello United – la fedeltà, d’altronde, non è mai stata parte del suo essere – fino a Milano, e già sapendo che, qualsiasi posto sia quello che Mourinho intende offrirgli, la sua risposta sarà comunque un no, sembra troppo stupido perfino per lui, che di cose stupide nella sua vita ne ha fatte. Sempre meno e sempre meno eclatanti, certo, ma le ha fatte, e continua a farle.
Dallo scorcio che riesce a vedere avanzando lentamente lungo il corridoio, la sala d’aspetto sembra vuota. Saluta con un sorriso di gioia sincera la prospettiva di restarsene un po’ seduto in silenzio per i fatti propri a riflettere. È un’abitudine che ha preso quando è partito, su consiglio di Mino, e non l’ha più abbandonata, anche adesso che Mino non è più lì a ricordargliela. “Tu non sei capace di ragionare,” gli diceva sempre, guardandolo con quel misto di severità e ironia che gli aveva sempre fatto pensare a quando i suoi fratelli maggiori lo guardavano nello stesso modo quando lo portavano in giro a farsi vedere dalle squadrette giovanili dei dintorni di Brescia, “perciò, quando ti senti confuso, mettiti seduto da qualche parte, preferibilmente in silenzio, ed elenca i pensieri. Dato che a ordinarli non sei capace, almeno fai una lista e poi cerca di scegliere il più conveniente. Questo dovresti essere in grado di farlo, sì?”
E quello era stato in grado di farlo, sì. Era l’unico modo in cui era davvero riuscito ad andare avanti e non perdersi fino a quel momento. Quando, dopo sei mesi di permanenza al City, il Mancio l’aveva estromesso dalla rosa dei titolari per aver litigato con mezzo spogliatoio – compresi i suppellettili e le docce – aveva davvero pensato di rassegnarsi a passare il resto dell’anno in panchina e poi chiedere a Mino di farsi trasferire ovunque fosse possibile, anche di nuovo all’Inter, pur di mollare quel posto di merda. Ma Mino gli aveva detto “siediti e fai una lista”, e Mario l’aveva fatta, ed alla fine si era calmato, ed era rimasto.
Era rimasto cinque anni, abbastanza a lungo da vincere tutto, Pallone d’Oro compreso – non aveva neanche fatto un grande effetto: era una cosa che si aspettava da se stesso, prima o poi sarebbe arrivato, l’aveva sempre aspettato con la fiducia di chi sa per certo di poterlo fare – e poi era andato via in pace, aiutando il City ad uscire dal brutto buco nero in cui gli sceicchi l’avevano mollato da un anno all’altro, scoperchiando un debito da fare invidia alla peggior gestione di una qualsiasi squadra spagnola o italiana a scelta. Era stata una cosa che aveva fatto con piacere, alla fine sarebbe anche rimasto volentieri: a Manchester s’era scavato il suo posto da titolare fisso inamovibile, posto che era sopravvissuto anche all’avvicendamento degli allenatori che avevano seguito il Mancio, e la tifoseria lo amava, per non parlare della fauna femminile locale. Ma gli era stato chiesto un sacrificio e lui l’aveva fatto a cuor leggero, e d’altronde l’offerta del Real era di quelle veramente irrinunciabili.
A lui era andata bene. Tutti quelli che gli avevano pronosticato una vita alla Cassano, piena di delusioni e con un ravvedimento solo tardivo, a scapito di anni che invece avrebbero potuto essere proficui, erano rimasti con un palmo di naso: Mario Balotelli era maturato subito, come fosse stata l’aria milanese a tenerlo ancorato al proprio infantilismo fino a quel momento, cosa che Mario, tra l’altro, tendeva a non escludere. La sua vita, così come il suo percorso calcistico, era stata bella, piena, regolare. Era rimasto sulla cresta dell’onda per un sacco di anni, aveva seguito un normale declino sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista tecnico, come tutti, senza grandi drammi, senza scadere nel ridicolo e nel patetico come altri grandi prima di lui, e dopo aver chiuso la carriera con un ultimo anno al City s’era trovato un lavoro nello staff tecnico di Zenga allo United, e lì era rimasto a lungo, in una posizione magari oscura, ma tranquilla, a contatto coi ragazzi, giusto perché almeno uno come lui sapeva come prenderli.
Inspira profondamente, pensando ai ragazzini delle giovanili che si sono aggregati con la prima squadra per il ritiro a Los Angeles aspettandosi di aver lui al fianco, mentre lui invece è lì a perdere tempo e ponderare su una decisione che sa di non voler prendere mentre peraltro ancora nessuno gli ha chiesto di prenderla, ed è con questo stato d’animo, nel mezzo della solita confusione di pensieri che gli fa desiderare una stanza vuota e una sedia per poter fare la sua lista e scegliere l’opzione migliore, che entra in sala d’aspetto e non la trova vuota come credeva.
Su una delle poltroncine c’è Davide, che appena gli posa gli occhi addosso si tende tutto come una trappola pronta a scattare, ed il cervello di Mario si annulla, niente più liste da fare, niente più masse di pensieri, niente più pensieri e basta, solo i suoi occhi, i lineamenti del suo viso segnato dal tempo, i capelli corti e brizzolati sulle tempie ed il pizzetto che ridisegna il contorno del suo mento e delle sue labbra con una precisione tale che solo quello basta a togliergli il fiato.
- Ciao. – mormora incerto, avvicinandoglisi di qualche passo. Davide non è cambiato moltissimo, non fatica per niente a riconoscerlo. Anche le sue reazioni sono le stesse. A Mario basta un assaggio fugace del suo profumo per ricordare giorni in cui una tensione simile nei suoi muscoli e nei lineamenti del suo viso poteva essere giustificata solo dalle sue mani che correvano lungo i suoi fianchi e il suo ventre, insinuandosi oltre l’elastico dei boxer alla ricerca della sua erezione.
- Sei già qui. – considera Davide, atono, alzandosi in piedi. Non sembra intenzionato ad avvicinarsi, però, anzi, sta piuttosto sulla difensiva. – Non sei neanche passato dall’albergo? Il tuo volo dovrebbe essere atterrato non più di un’ora fa.
- Per la verità, non ne ho nemmeno prenotato uno. – risponde con una mezza risata, grattandosi nervosamente il collo, - Non penso di restare poi molto.
Le labbra di Davide si tendono in una smorfia poco compiaciuta, mentre scrolla le spalle.
- Come preferisci. – commenta con una freddezza che Mario fatica ad associargli.
- Tu che fai? – chiede, cercando di scioglierlo parlandogli con lo stesso tono casuale e affezionato con cui soleva parlargli anni prima, - Aspetti di vedere il grande capo?
- Già. – annuisce lui, spostando lo sguardo sulla porta chiusa dell’ufficio di José, - Per la verità è almeno una settimana che cerco di fargli cambiare idea sull’opportunità della tua presenza qui. – aggiunge con una naturalezza che quasi lo turba. Parla di lui come di un possibile impiegato e basta, valuta i pro e i contro della sua presenza solo in un’ottica di convenienza lavorativa. È triste, ma Mario immagina fosse inevitabile. È cresciuto – sono cresciuti entrambi – e non c’è più niente, di ciò che avevano, la cui fibra sia resistita abbastanza da consentire loro di aggrapparvisi ancora.
- Come ti dicevo prima, - annuisce serio, - non intendo restare a lungo.
- E allora perché sei venuto? – ritorce Davide, sferzandolo con un’occhiata dubbiosa, - Se già sapevi che, indipendentemente da cosa ti sarebbe stato offerto, non saresti rimasto, perché hai fatto la fatica di muovere il culo e venire fin qui?
Mario si morde l’interno di una guancia, spostando il peso del corpo da un piede all’altro.
- Non tutto si può spiegare razionalmente. – risponde incerto.
- Sì, invece. – obietta Davide, bussando alla porta, - Se solo si vuole.
- Davide, levati dai coglioni. – risponde immediatamente una voce dall’interno. È invecchiata e arrochita dagli anni e dal fumo, ma l’accento è lo stesso, il tono strascicato e affascinante anche, e Mario non può impedirsi di sorridere, nonostante quella voce non risvegli solo ed esclusivamente ricordi piacevoli, nella sua memoria. – E lascia in pace Mario. Solo uno di voi due metterà piede in quest’ufficio, e mi auguro siate entrambi abbastanza intelligenti da capire chi.
Davide rotea gli occhi, lamentandosi a bassa voce e sputacchiando un flusso inarrestabile di parole inintelligibili, sul sottofondo del quale Mario lascia andare una mezza risatina e lo osserva allontanarsi lungo il corridoio, prendendosi un secondo per inspirare, espirare e poi tornare serio, prima di aprire la porta.
- Però, - commenta, osservando Mourinho seduto dietro la propria scrivania, intento ad osservare degli schemi scorrere sullo schermo ultrapiatto del pc mentre prende appunti a mano sul proprio taccuino, un’abitudine che non ha mai perso nonostante l’evoluzione tecnologica degli ultimi dieci anni, - sei invecchiato bene.
- Tu no. – lo rimbecca lui, senza neanche guardarlo, - Sei diventato una pappamolla. Farti rigirare come un calzino a quel modo da Davide.
- Non sono io che mi sono rammollito, mister. – gli fa notare, prendendo posto su una poltrona di fronte a lui, - È Davide che è diventato una macchina da guerra. Cosa che temo di dover imputare a lei.
Mourinho stacca lo sguardo dallo schermo del computer, posandoglielo addosso in una carezza distratta ma, in qualche modo, perfino affettuosa.
- Mi hai chiamato “mister”. – dice atono.
- Sì, me ne sono accorto a metà parola. – ridacchia Mario, accomodandosi meglio, - Le vecchie abitudini non muoiono mai, immagino.
- Sono passati vent’anni. – insiste Mourinho.
- Quasi vent’anni. – ribatte lui.
- Quasi vent’anni. – concede Mourinho con un mezzo sorriso, - Forse non sei cambiato poi così tanto.
Mario indica la propria testa e la pettinatura decisamente più sobria che porta da quando ha smesso di giocare.
- Un po’ sì.
- Sono differenze minime. – sbuffa l’uomo, agitando una mano davanti al viso con aria annoiata, - Ma Davide le ha notate.
- Non che mi aspettassi niente di diverso. – sorride Mario, lo sguardo che si perde un po’ sul verde rigoglioso della Pinetina fuori dalla finestra. Solo per qualche secondo, comunque, dopo il quale torna immediatamente a concentrare tutta la propria attenzione sul portoghese. – Allora, - comincia, - parliamo d’affari.
José sorride, spegnendo il computer con un tocco appena accennato alla base dello schermo, e poi si alza in piedi. Ha un po’ perso massa, soprattutto il tono muscolare non è più quello di una volta, ed ha perso anche centimetri in altezza, e non è che sia mai stato veramente alto, e nel complesso guardandolo così in piedi, molto più bianco e magro e minuto di quanto lo ricordasse, Mario non riesce ad evitare una stretta di nostalgia che gli avvolge i polmoni e lo stomaco in una morsa soffocante, e le sue labbra si piegano in una smorfia, che fortunatamente, dietro gli occhiali dalla montatura praticamente invisibile, lui non nota.
- Affari. – dice, girando attorno alla scrivania e dirigendosi senza guardarsi indietro verso la porta. Si aspetta che lui lo segua, e Mario si alza in piedi a propria volta, raggiungendolo ma restando dietro di lui di un passo o due, osservando la direzione che prende fra i corridoi e sorridendo quando si rende conto che vuole condurlo di fuori, ai campi. – Fossi in te, io non la metterei in questi termini.
- No? – chiede Mario, incuriosito, osservandolo camminare lentamente con le braccia dietro la schiena, - E come la metterebbe?
- Io non voglio fare affari con te. – dice José, imboccando un viale alberato senza neanche controllare che lui lo stia seguendo ancora, certo com’è della sua presenza pochi passi dietro di lui, - Un affare presupporrebbe del guadagno da parte di entrambi, qualcosa di vantaggioso sia per me che per te. Io, invece, voglio essere sincero e chiederti un sacrificio. Un accordo in seguito al quale io guadagno un giocatore, e tu praticamente niente.
Mario si lascia sfuggire una risatina incerta, inarcando le sopracciglia.
- Io non gioco più da tempo, mister. – gli fa notare, - Non può propormi una cosa del genere.
- Non ho mai pensato di rimetterti a giocare per me, Mario. – ride divertito lui, salutando il sorvegliante all’ingresso dei campetti sui quali si allena la Primavera, - Ho seguito il tuo percorso lavorativo, però, e devo dire che mi hai molto sorpreso.
- Nel senso che non si aspettava che durassi tanto? – chiede lui, ironico.
- Sciocchezze. – risponde José, - Mi sarei aspettato che durassi un po’ di più, s’è per questo, ma dal momento che è evidente che non hai mollato perché non ce la facevi più, ma perché t’era venuto a noia, direi che va bene così. Comunque, no. – spiegò, rallentando decisamente il passo in prossimità dei campi, - Parlo di quello che hai fatto dopo esserti ritirato. Il tuo è un lavoro di responsabilità, ed ho sempre pensato che, una volta appesi al chiodo gli scarpini, avresti cercato di rifuggirne il più possibile.
Mario scrolla le spalle, lasciando scorrere gli occhi sul campetto sul quale alcuni ragazzi si stanno allenando, divisi in piccoli gruppi.
- Me la cavo coi ragazzini. Mi adorano tutti. – risponde, osservando Davide entrare da un cancello secondario, molto distante da loro, e raggiungere subito un assistente, per recuperare una cartellina prima di piazzarsi al centro del campo e battere le mani con forza, richiamando l’attenzione dei ragazzi ed ordinando loro di radunarsi in cerchio attorno a lui. – È lui che allena la Primavera? – chiede con aria allucinata, puntandolo con un dito e voltandosi a guardare José con un sorriso incredulo sulle labbra.
- Già. – risponde lui, invitandolo a proseguire il cammino e fermarsi poco più avanti, molto più vicino alla squadra, per osservarli più facilmente, - La mia proposta ha a che fare proprio con la Primavera, nel caso te lo stessi chiedendo.
- Naturalmente. – ride Mario, osservando i ragazzi cominciare a giocare a torello divisi in due gruppi, - Altrimenti non mi avrebbe portato qui.
- L’ottimizzazione dei tempi e delle risorse è la prima regola sulla quale baso il mio lavoro, - annuisce il portoghese, - dovresti saperlo. E poi sono convinto di avere maggiori possibilità di farti accettare la mia proposta, se ti mostro dal vivo il soggetto in questione.
Mario si volta a guardarlo inarcando un sopracciglio, scettico.
- Di chi parliamo? – chiede, e segue il cenno del capo di José fino ad incontrare la figura solitaria di un ragazzino piuttosto magro, mulatto, che palleggia disinvoltamente e con aria abbastanza annoiata a bordocampo. – Chi è?
- Si chiama Christos. – risponde José, atono, - Ha diciott’anni compiuti da un pezzo. Tecnicamente è abbastanza maturo da poter andare in prestito, ed è ciò che dovrebbe fare se non vuole fare la riserva per sempre, visto che in prima squadra non c’è posto per lui.
- Però? – lo incita a proseguire, poggiando una mano sulla ringhiera quasi ad aggrapparvisi, mentre lo osserva con maggiore attenzione.
- Però non vuole. – risponde José in una mezza risata sconfitta, - Riesci a crederci? Sta per mandare a repentaglio un’intera stagione perché non ha intenzione di andare via.
- Vuole la prima squadra? – chiede Mario, concentrato. Il ragazzo continua a palleggiare come se nulla di ciò che gli succede intorno, loro che lo osservano o i suoi compagni che si allenano, possa davvero toccarlo.
- Non ne sono sicuro. – riflette José, - D’altronde, scoprirlo sarà uno dei tuoi compiti, per cui me ne tiro fuori.
Mario torna a posargli gli occhi addosso, aggrottando le sopracciglia.
- Di cosa stiamo parlando, nello specifico?
José sorride, riprendendo a camminare.
- Hai sei mesi. – gli risponde, - Nella finestra invernale, il ragazzo deve andarsene. Troveremo noi una squadra adatta ad accoglierlo, ma Christos deve andare in prestito. E con le buone, perché è un capitale molto importante per questa società. Non vogliamo rischiare di perderlo per colpa di un capriccio adolescenziale.
- Dico, - borbotta Mario, affiancandoglisi, - non avete pensato a mandarlo da uno psicologo o chessò io? O parlare col suo procuratore, magari? Di solito aiuta. – suggerisce con un sorriso furbo. José gli lancia un’occhiataccia ed è così palese che vorrebbe tirargli un ceffone sulla nuca che Mario quasi pensa di porgergliela.
- Il suo procuratore è d’accordo con noi, così come gran parte del suo entourage, almeno stando a quello che siamo riusciti ad intuire parlando con alcuni di loro, ma il ragazzo non si lascia convincere. Tu hai detto di saperci fare, no? Allora dimostralo. Ufficialmente farai parte dello staff tecnico di Davide, ma il tuo compito è risolvere il problema con Christos, quindi non lasciarti distrarre da altre questioni, siano esse lavorative o personali.
- Non mi parli come avessi già accettato. – gli ricorda lui, serio, - Non l’ho ancora fatto. Voglio prima parlare col ragazzo.
José sorride ancora, e Mario si accorge che, camminando, sono arrivati fino al cancello d’ingresso del campetto, solo quando José lo spalanca.
- Allora vai. – lo invita, sempre sorridendo, - Hai tutto il tempo che vuoi.
Mario si mordicchia l’interno di una guancia, ripensando ai ragazzi dello United, a Los Angeles, a Zenga che come minimo comincerà a cercare di rintracciarlo ininterrottamente nel giro di tre ore massimo quattro. E poi oltrepassa il cancello e si avvicina a Christos.
*
- Preferisci essere chiamato in qualche modo particolare? – chiede Mario sorridendo, mentre si avvicina a Christos all’ombra degli alberi che circondano il campetto. Il suo sguardo corre per un secondo a bordocampo, dove Davide sta scuotendo con un bastone piuttosto lungo le fronde di un albero dall’altro lato rispetto a loro, imprecando in ferrarese stretto. Da quando il Campionato Primavera è stato praticamente equiparato in importanza a quello maggiore, i giornalisti spiano anche i ragazzi, ed è divertente osservare il malcapitato spione mentre cerca di arrampicarsi più in alto per non essere preso a bastonate, mentre il servizio di sicurezza accorre, più per salvare lui che per aiutare Davide che, è evidente, se la caverebbe benissimo anche da solo. – Non so, - riprende, tornando a guardare il ragazzo, - Chris? Christi?
- Il mio nome è Christos. E non mi piacciono i nomignoli. – risponde lui, continuando a palleggiare. Quella che usa è una palla di quelle nuove, ultraleggere, perfettamente sferiche, con le cuciture invisibili ad occhi e tatto. È incredibile come riesca a controllarla al punto da compiere palleggi così brevi e precisi, senza mai sbavare. Dev’essere un pezzo che non gli viene permesso di allenarsi coi compagni.
- Davvero? – ride Mario, sedendosi su una panchina là accanto, - E Tramontana non ti ha affibbiato nessun soprannome?
- Gli ho chiesto di non farlo. – continua a palleggiare Christos, imperturbabile, - Il nome di una persona è importante. Voglio essere ricordato col mio nome, quando diventerò famoso.
- Ed è Christos come? – insiste Mario, - Ce l’avrai un cognome, no?
Il ragazzo gli lancia un’occhiata ironica e si produce in un palleggio lievemente più alto. Afferra il pallone sul palmo di una mano e poi lo lascia rotolare a terra, mentre quello trova subito la sua strada verso gli altri palloni accatastati in un angolo poco lontano.
- No, non ce l’ho. – risponde con un mezzo ghigno, piantando una mano sul fianco, - Non ho cognome perché nessun genitore s’è premurato di darmelo. E prima che tu possa pensare che alla base del mio comportamento ci sia un’enorme solitudine, ti dico subito che alla base del mio comportamento c’è esattamente il contrario. – si ferma per un secondo, Mario fa per aprire la bocca e, al solo vederlo, Christos ricomincia a parlare. – E prima anche che tu possa pensare che io e te ci assomigliamo… io so chi sei. E non ci assomigliamo per niente. Tu eri uno stupido ingrato e non sei per niente la persona più adatta ad aiutarmi ad entrare nell’ottica di idee di dover partire. Io questo posto non lo lascio. E non intendo stare a sentirti.
Mario serra le labbra, non perché sia davvero sorpreso – Christos è un ragazzino difficile; bella storia, non è il primo né l’ultimo che incontrerà nella sua vita – ma perché si rende conto di quanto inutile e frustrante potrebbe essere continuare questa conversazione adesso, mentre Christos non ha voglia di ascoltarlo e lui, be’, lui ha voglia solo di prenderlo a pallonate in faccia fino a far diventare la palla cubica.
- Come preferisci. – risponde, alzandosi in piedi. – Comunque, se mi conosci come dici, saprai anche che questo bel discorsetto non mi fermerà certo dal provare lo stesso a convincerti.
Christos scrolla le spalle, avvicinandosi al mucchio di palloni e recuperandone uno, per tornare a palleggiare.
- Accomodati. – gli risponde, senza più guardarlo.
Immediatamente fuori dal campetto, Mario trova Mourinho ad aspettarlo, con un sorriso enigmatico sul volto.
- È andata bene? – gli chiede.
- Malissimo. – risponde lui, - E non mi dica che si aspettava qualcosa di diverso, perché non ci credo neanche se me lo giura. – Mourinho ride divertito, riprendendo a passeggiare ed aspettandosi che lui gli vada dietro, cosa che d’altronde Mario fa immediatamente. – Comunque, accetto il lavoro.
- Adesso posso dire che non mi aspettavo niente di diverso. – annuisce il portoghese, - Posso chiederti cosa ti ha convinto?
- Mi ha dato dell’ingrato. – sbotta Mario, velenoso.
- E ha torto? – chiede José, inarcando un sopracciglio.
- Certo che sì. – insiste lui, offeso, - Ero giovane, non ingrato. Lui, in compenso, è giovane, vigliacco e terrorizzato. E crede di avere una risposta per tutte le domande del mondo. – José fa per chiedergli qualcosa, ma Mario lo ferma con un sorriso. – E sì, - annuisce sicuro, - ha torto anche su questo.
*
- Sei sicuro di volerlo fare, Davide? – gli chiede José, le braccia incrociate sul petto, - Non sarebbe certo un problema trovargli una stanza da qualche parte.
- Casa mia è abbastanza grande per ospitarlo finché non trova un posto dove stare in pianta stabile. – risponde lui, scrollando le spalle. Mario li osserva discutere appoggiato allo stipite della porta, dopo aver recuperato la valigia all’ingresso, dove l’aveva lasciata arrivando. – Non capisco per quale motivo la società dovrebbe anche sobbarcarsi il peso del suo vitto e del suo alloggio quando già ci toccherà pagargli un lauto stipendio. Per non parlare della penale che ci scucirà di dosso lo United, non siamo mica andati a pescare un assistente a caso, no, noi dovevamo andare a tirar loro via il dannato direttore dell’area tecnica del settore giovanile. – sbuffa infastidito, e José ride di gusto.
- Ti dispiacerebbe venirci a patti, Davide?
- E magari non parlare come se non ci fossi? – aggiunge Mario, agitando una mano come a volersi mostrare ai loro occhi. Davide ignora Mourinho, ma si volta repentinamente a guardare lui.
- Sarà dura cambiare abitudini, - dice amaramente, - considerando che ho sempre parlato di te come non ci fossi, negli ultimi vent’anni. Chissà perché. Ah, già, perché non c’eri.
- Il che ci riporta alla questione principale. – s’intromette José, sollevando gli occhi al cielo e poi tornando a posarli su Davide. – Sei sicuro di volerlo fare?
Lui sospira pesantemente, rilassando le spalle e massaggiandosi le tempie.
- Sì. – risponde, visibilmente più sereno rispetto a prima, - Sì, sono sicuro. Non mi pesa, davvero. E poi mi toccherà abituarmi, e questo è il modo migliore.
- Devi abituarti a lavorare di nuovo con lui, Davide, mica a conviverci. – ride José, ed un brivido identico scorre lungo le schiene di entrambi i suoi interlocutori, visto che nessuno dei due ha ancora dimenticato quando le due cose non facevano che mescolarsi l’una con l’altra.
Ma erano altri tempi, e loro erano altre persone. Davide saluta Mourinho con un abbraccio affettuoso, augurandogli la buonanotte, prima di passare accanto a Mario ed ordinargli di seguirlo, conducendolo verso la propria macchina nel parcheggio sul retro.
- Quindi sei tornato per restare? – gli chiede mettendo in moto, lo sguardo fisso sulla strada.
- Devo ancora fare un paio di telefonate per risolvere qualche questione e, naturalmente, sottopormi all’ovvia ramanzina di Walter, ma tendenzialmente sì. – risponde lui, sorridendo distrattamente. – Milano è molto cambiata, da quando sono partito. – commenta, lasciando scorrere lo sguardo sulle enormi campagne che attraversano, lontano dai terreni industrializzati dei quali si possono scorgere i contorni all’orizzonte.
- Sì, in peggio. – annuisce Davide, le mani ben salde sul volante, - Fortunatamente, Appiano resta un’oasi in cui il progresso non si è introdotto in modo troppo invasivo, anche se è ovviamente tutto merito della gestione. Adesso l’intero paese appartiene a noi. Abitiamo tutti lì, con le nostre famiglie.
- Dev’essere un vero paradiso. – ride Mario, guardandolo con attenzione. Gli occhi di Davide non si staccano mai dalla strada.
- È l’unico posto veramente abitabile nei dintorni. Almeno per me. – scrolla le spalle lui, - Milano è tremendamente inquinata, e così caotica. – aggiunge con malcelato disgusto.
- Ti piaceva, quando ci abitavamo insieme. – si lascia sfuggire lui, come fosse un aneddoto di poco conto. Gli occhi di Davide saettano immediatamente sulla sua figura, infuocati di rabbia.
- Troppo tempo fa perché possa ricordarmi per quale motivo una cosa simile potesse bastarmi per ignorare tutto il resto. – risponde acido. Mario incassa e non ribatte.
Casa di Davide è enorme, e stupenda. È una di quelle ville che da qualche anno a questa parte rappresentano il top per architettura e progettazione, completamente immersa nella natura, tutta in legno, vetro e acciaio. Le scorre accanto un torrente di quelli che Mario pensava si fossero drenati tutti. Un ruscellino allegro e scrosciante, c’è perfino una ruota attaccata ad una cabina che Mario immagina provveda a parte dell’energia elettrica che serve per rifornire la casa. Può scorgere i pannelli solari che provvedono al resto sul tetto, e si sente profondamente inadeguato nel ripensare al suo attico da scapolo incallito a Manchester. Cosa se ne debba fare Davide di una casa così grande, comunque, resta un mistero.
- Nella piscina – dice Davide, indicando la vasca colma d’acqua proprio davanti alla casa, - va l’acqua del torrente, depurata. Viene ulteriormente depurata e rimessa in circolo per uso domestico, ed è perfino potabile.
- Wow. – ride Mario, ammirato, - Devi andarne fiero.
- È così, in effetti. Non che sia un pezzo unico, visto che da queste parti è l’unico modo per vivere serenamente se vogliamo anche cercare di preservare l’ambiente, o nel giro di poco tempo anche Appiano farebbe la fine di Milano e dintorni, - sospira, - però sì, l’ho voluta con forza e ne sono molto orgoglioso. È l’ambiente ideale per crescere un figlio.
Fermandosi sulla soglia della porta, aspettando che Davide digiti il proprio codice per disattivare l’allarme e far scattare la serratura, cercando disperatamente di non mostrare quanto profondamente l’abbia scosso l’implicazione maggiore delle ultime parole di Davide, Mario si chiede se avrebbe potuto esistere un modo migliore per venirlo a sapere. Meno doloroso, meno violento, meno improvviso.
- Sei sposato. – constata seguendolo in casa, - E hai—
- Papà! – strilla un bambino di non più di sei anni, correndogli incontro inseguito da una babysitter scarmigliata, - Papà, sei— - si ferma all’improvviso, quando nota la sua presenza al fianco di Davide. Mario lo osserva divertito spalancare gli occhi e puntargli il dito contro, allucinato. – Ma è Mario Balotelli! – dice, saltellando sul posto, - È Mario Balotelli!!!
- Urrà! – borbotta Davide, roteando gli ochi, - È così che si salutano gli ospiti, Giovanni? – lo riprende poi, con tono pacato ma grave. Il bambino si calma un po’, incrocia le braccia dietro la schiena e china il capo, ma continua a pestacchiare incessantemente coi piedini contro il pavimento, e si vede che sta per esplodere. Mario ride pianissimo, sperando che Davide non lo senta. Ovviamente, Davide lo sente, e lo sferza con un’occhiataccia disapprovante prima di sospirare ed arrendersi. – Va bene, va bene. – mugola, sfilando la giacca ed appendendola all’attaccapanni, - Sciogliti, per carità, non voglio vederti scoppiare sul tappeto preferito di tua madre. – concede con un mezzo sorriso.
Giovanni urla qualcosa di non meglio definito e corre incontro a Mario, cominciando a saltellargli davanti e tutto intorno in preda ad una straordinaria eccitazione.
- Sei Mario Balotelli! – gli ripete per la terza volta in dieci minuti. Mario ride, accucciandosi davanti a lui per raggiungere la sua altezza. È piuttosto piccino, per avere la sua età, ed un sacco sottile. Assomiglia tremendamente a suo padre, tranne per gli occhi, di un anonimo castano che non ha niente a che vedere con quello più liquido e brillante di Davide, affogato in un verde di cui Mario non è mai riuscito a capire nemmeno come fosse possibile l’esistenza.
- Già. – dice annuendo, - Conosco il mio nome, sai? – lo prende un po’ in giro, molleggiando sulle punte.
- Sì, ma è che tu sei Mario Balotelli! – continua a squittire il bambino, battendo le mani, - Mangi con noi? Possiamo giocare un po’, dopo cena? Possiamo, sì?
Mario solleva gli occhi su Davide che, in fondo all’ingresso, scambia qualche battuta veloce con la babysitter, che scompare lungo il corridoio subito dopo.
- Allora? – chiede ad alta voce, per attirare la sua attenzione, - Possiamo, papà?
- Mario, non abusare della mia pazienza. – lo avverte lui con un sorriso pericolosamente teso, - Gio, Mario resterà qui per qualche tempo. – dice quindi, chinandosi a prendere in braccio il bambino.
- Un po’ di tempo quanto? – chiede quello, gli occhi che brillano d’emozione.
- Qualche giorno, penso. Un paio di settimane, forse. – risponde Davide. Giovanni, incapace di trattenersi oltre, comincia a saltellargli in grembo.
- Mi farò insegnare un sacco di cose! – strilla, dimenandosi come un’anguilla.
- Sì, sì, certo. – ride Davide, rimettendolo a terra, - Hai già sentito tua madre, oggi?
- Sì! – risponde subito Giovanni, sollevando le braccia con entusiasmo, - No, aspetta… - ci ripensa poi, assumendo una posa molto seria e riflessiva, tremendamente comica. – No, oggi no. – risponde quindi, incupendosi.
- E cosa stai aspettando? – chiede Davide, scompigliandogli i capelli vaporosi e biondicci, - Vai di là e telefonale. Niente cena se prima non le parli per almeno venti minuti!
- Vado! – dice Giovanni col solito entusiasmo, sollevando nuovamente le braccia e correndo via.
- Però. – ridacchia Mario quando il bambino scompare alla vista di entrambi, - Quanta gioia di vivere. La madre dov’è?
- Hera è in tour negli Stati Uniti, per ora. – risponde lui, sollevando gli occhi al cielo, perfettamente visibile oltre la cupola di vetro che fa da soffitto all’ingresso, - Starà via almeno fino a gennaio.
- Hera? – ride Mario, recuperando il proprio bagaglio e seguendo Davide quando anche lui imbocca il corridoio, - Non so se sia più comico il pensiero che tu abbia sposato la stessa ragazza con cui stavi a diciott’anni, o il fatto che gli armadietti dei miei ragazzini a Manchester sono tappezzati delle sue foto in topless per Rolling Stones. – commenta ironico. Davide si volta a guardarlo malissimo per qualche secondo, prima di procedere.
- Se sei venuto qui per insultare la mia famiglia, faccio sempre in tempo a buttarti fuori da questa casa. – lo minaccia blandamente, - O infilarti nell’inceneritore, chissà che almeno la tua presenza non porti qualcosa di utile, tipo energia elettrica sufficiente per cucinare la cena di stasera.
Mario ride ad alta voce, fermandosi subito dietro di lui quando Davide spalanca una porta, mostrandogli la sua stanza.
- …cazzo, Davide, questa stanza da sola è grande quanto metà di tutto il mio appartamento. – commenta, sinceramente ammirato, muovendo qualche passo all’interno della camera, - Quanto è grande questa villa?
- È abituata a contenere un mucchio di persone. – scrolla le spalle lui, - Persone che naturalmente non faranno i salti di gioia al pensiero di rivederti, come ho cercato insistentemente di spiegare a José per le ultime due settimane della mia esistenza, ma comunque. – sospira teatralmente, - Sistemati pure qui. – lo invita con un cenno del capo, - La cena sarà in tavola fra tre quarti d’ora. Non tardare, Giovanni deve andare a letto presto e dubito che si rassegnerà ad obbedire prima che abbiate giocato almeno un po’. – sospira ancora, scuotendo il capo, - Ma chi me l’ha fatto fare… - esala in un mugolio sommesso, avviandosi stancamente lungo il corridoio.
Mario lo osserva allontanarsi con un sorriso intenerito, stupito da quanto sia semplice, nonostante il figlio e l’atteggiamento ostile, sentirlo ancora tanto vicino anche e soprattutto nelle piccole cose, nei piccoli cenni che gli fa, nelle occhiate che gli lancia. Si chiude la porta alle spalle, sistemandosi in fretta. Non vuole fare tardi.
*
L’espressione sconvolta che rende ridicolo il viso di Zlatan non può che costringere ad una mezza risata Davide, nonostante tutto, nel momento stesso in cui appare sullo schermo del videotelefono.
- Ho chiamato appena ho saputo. – dice lo svedese, gli occhi spalancati e i capelli tutti arruffati, come si fosse appena svegliato, - Ma il portoghese è impazzito del tutto all’improvviso?
- Non faccio che chiedermelo da quando me ne ha parlato. – sospira Davide, lanciando un’occhiata al giardino illuminato di fuori, sul prato naturale del quale Mario e Giovanni si rincorrono fra loro fingendo di rincorrere entrambi il pallone, - Non mi ha neanche chiesto cosa ne pensavo, ha semplicemente preso una decisione. E tu sai com’è quando prende una decisione.
- Lo so anche troppo bene. – sbotta Zlatan con una smorfia, - Ma perché non me l’hai detto?
- Perché tu sei un procuratore, Zlatan. – risponde Davide, - E questi invece sono affari della società. Non potevo dirtelo.
- Professionalmente parlando, no. – annuisce Zlatan, - Ma considerata la nostra vecchia e proficua amicizia…
- Sempre no. – sorride lui, mentre Mario prende in braccio Giovanni e lo fa volare più in alto di quanto lui non sia mai riuscito a fare. – È un bel casino. – sospira quindi, abbattuto.
- E non può che peggiorare. – commenta Zlatan, pensoso. – Dade, ma Mario ha idea di chi sia la gente che Christos frequenta? I suoi amici, le persone che l’hanno cresciuto… non è veramente pensabile che ci possa lavorare in mezzo, me compreso. Sarà una guerra.
- Senti, a me non dici nulla di nuovo! – sbuffa lui, stendendosi contro lo schienale della poltrona ed allentando il nodo della cravatta, - È José che s’è fissato, io non avrei mai permesso che una cosa simile potesse accadere, se lui non mi avesse scavalcato. Fa’ il tuo mestiere, comportati da procuratore e rompi i coglioni alla società. Io non posso farlo, tu sì.
- Non posso farlo nemmeno io, Da’. – ride Zlatan, inarcando un sopracciglio, - Avrei potuto, fino a cinque anni fa, ma ormai il regolamento è tutto cambiato, e la nostra libertà di rompere i coglioni al nostro prossimo, che poi è stato il motivo principale che mi ha spinto a intraprendere questa carriera, s’è molto ridotta.
Davide torna ad avvicinarsi al videotelefono, sorridendo appena.
- Ora non raccontarmi balle. – borbotta, - Sappiamo entrambi che non è per questo che hai cominciato. - Zlatan rotea teatralmente gli occhi, gesticolando come a scacciare via una mosca molesta, e Davide torna a distendersi, molto più rilassato di quanto non fosse prima. – Senti, perché non gli parli? Christos è una cosa molto speciale, per lui, ma è evidente che se te l’ha affidato, dodici anni fa, l’ha fatto perché ritiene di potersi fidare di te. Prova a spiegargli che non è questo il modo per—
- E qual è il modo, Davide? – chiede Zlatan, abbattuto, - Perché io, sinceramente, non ho più conigli da tirare fuori dal cappello. Ho esaurito le risorse. Christos deve partire, se vuole avere una dannata carriera, e deve staccarsi da questo dannato posto, ed io non so come convincerlo a farlo.
- Il problema è che non so come potrebbe convincerlo Mario. – considera Davide, atono. – Ti saluto, adesso, sta rientrando. – dice frettolosamente, osservandolo avvicinarsi alla porta con Giovanni già addormentato appoggiato su una spalla, - Ci vediamo domani a pranzo, come al solito.
Zlatan lo saluta con un breve cenno del capo ed interrompe la chiamata. Il suo volto scompare dallo schermo prima che Mario possa raggiungerlo.
- Dove lo poso questo sacco di patate? – gli chiede in una mezza risata. Davide sorride intenerito, alzandosi in piedi e tendendo le braccia per farsi passare il bambino, che mugola appena ma resta addormentato nonostante gli smottamenti.
- Ci penso io. – risponde, - Tu va’ a riposarti. Non hai idea della giornata che ti aspetta, domani. – dice, quasi divertito. – Conosci la strada. – conclude, salutandolo con un cenno della mano ed avviandosi lungo il corridoio. Mario si guarda intorno e si chiede cosa abbia dato a Davide questa certezza, visto che è arrivato non più di un’ora e mezza fa, ma sospira, si rimbocca metaforicamente le maniche e parte alla ricerca della propria camera. È, invero, piuttosto soddisfatto quando, dieci minuti dopo, la trova.
*
Nonostante le parole tutt’altro che rassicuranti di Davide, non gli è riuscito di chiudere occhio. Mentre si cambiava per la notte, Zenga l’ha chiamato ed ha preteso che rimanesse in piedi accanto a letto senza mai sedersi mentre lo rimproverava strillandogli addosso quanto fosse irresponsabile, e stupido, e quanto in realtà stesse aspettando una cosa simile da anni e l’avessero capito tutti tranne lui. Mario non sa perché abbia obbedito, non sa perché sia rimasto in piedi quando avrebbe tranquillamente potuto sedersi o anche stendersi e non ci sarebbe stato modo, per Walter, di saperlo, dall’altro lato del mondo. Tutto quello che sa è che, anni fa, non l’avrebbe mai fatto. Sedersi o stendersi sarebbero state le prima cose che avrebbe fatto nel momento stesso in cui avesse sentito le parole “resta in piedi”. Oggi, ad anni di distanza, in una casa non sua, lontano dalla propria vita, dalla propria squadra, e catapultato nella vita e nella squadra che erano sue vent’anni prima, invece, non l’ha fatto. Qualcosa significherà, ma Mario non sa cosa, ed in ogni caso non è ancora pronto a chiederselo.
Incapace di restare ancora a letto a sudare nonostante la casa perfettamente rinfrescata, si alza ed esce dalla propria stanza, guardandosi intorno. Non vuole finire nella zona delle camere di Davide e Giovanni, per cui cerca di ricordare verso dove ha visto avviarsi Davide quando l’ha salutato prima di andare a dormire e si dirige verso un punto completamente opposto, sperando di trovare qualcosa. Qualsiasi cosa.
Gira a vuoto per almeno un quarto d’ora. Incontra porte chiuse, il salotto con la porta a vetri, un bagno con la porta socchiusa – probabilmente lasciata così apposta nell’eventualità che lui ne avesse bisogno – e poi, semplicemente, la porta di casa. Attraverso i vetri si vede tutto, il cielo pieno di stelle, la vegetazione rigogliosa ovunque, il torrente che scende lungo la collina e la piscina. E Davide che fa il bagno.
Esce cercando di non fare troppo rumore, ma nel silenzio totale che avvolge il giardino Davide fa in fretta a sentirlo comunque, e si volta a guardarlo. Non sembra infastidito, né sorpreso dal suo trovarsi lì.
- Non riesci a dormire? – gli chiede. Mario scrolla le spalle, avvicinandosi. Sfila le ciabatte e si siede a bordo vasca, dondolando i piedi, mentre Davide si issa sulle braccia, appoggiandosi sui gomiti e restando fuori dall’acqua solo per metà, proprio accanto a lui.
- Pensavo. – risponde, piantando le mani per terra e provando semplicemente a rilassarsi.
- A cosa? – chiede Davide. La sua voce è dolce, carezzevole, completamente diversa da quella che ha usato per rivolgersi a lui per tutto il resto del giorno.
- A domani. – risponde lui, vago, - A come mi organizzerò, a cosa dirò a questo benedetto ragazzo. Il mister mi ha detto che è importante.
- Allora evidentemente lo è. – risponde lui, lo sguardo fisso nel buio.
- Ti fidi di Mourinho? – chiede Mario, incerto.
- Hai dimenticato com’è con lui? – ritorce Davide, ironico, - O ti fidi, o ti rassegni. Per la maggior parte delle cose riesco a fidarmi, sì. Per tutto il resto, mi rassegno.
- Come con me. – suggerisce Mario. Davide sospira.
- Esatto. – risponde, - Come con te.
Mario lascia che qualche minuto passi in perfetto silenzio, riempito soltanto dallo sciabordio dell’acqua contro le rocce del letto del torrente, e poi schiude le palpebre, ritira le gambe e si piega per guardare Davide dritto negli occhi.
- Ho bisogno del tuo aiuto. – gli dice. Davide si ritrae appena, solo pochi millimetri, ma abbastanza perché Mario possa notarlo e interpretarlo come un segnale di sfiducia. – Professionalmente parlando. – precisa lui, aggrottando le sopracciglia, - Lavorare coi ragazzini non è facile. Ogni parola può essere quella sbagliata, e quello con Christos sarà un lavoro di precisione. A Manchester sono abituato a lavorare a stretto contatto con le famiglie, col loro supporto, mentre qui non ho niente. Mi serve tutto quello che sai. Come è arrivato qui questo ragazzino, chi ce l’ha portato e perché. E questo non perché sono Mario, non perché stavamo insieme e non perché ti ho lasciato, - dice tutto d’un fiato, - ma perché siamo colleghi.
Davide resta teso a lungo, anche dopo aver finito di ascoltarlo. Quando si scioglie, espirando stremato e tornando ad appoggiarsi a bordo vasca, i suoi occhi tornano distanti e un po’ smarriti. Perdono parte di quel bagliore che da sempre li rende più vivi e vispi di quelli degli altri, e istintivamente Mario sa che tutto questo sta avvenendo perché Davide sta spingendo la propria memoria a ricordare tempi antichissimi, che avrebbe preferito non dover rivangare mai più.
- Tu eri andato via da poco, e tutti noi eravamo ancora troppo esaltati dalla vittoria della Champions per preoccuparci. Di te o della trattativa in corso fra José e il Real. Io personalmente continuavo a pensare che tutto fosse andato come doveva andare, e che avrebbe continuato ad essere così anche da quel momento in poi, per cui se José doveva andarsene, che andasse. Così come avevi fatto tu. – si ferma per qualche secondo, inumidendosi le labbra, incerto. – Sarebbe andato via davvero, sai? La trattativa col Real era quasi chiusa. E poi una mattina si presenta in sede, a bordo di una macchina dai vetri oscurati, e mezz’ora dopo esce ed è ancora l’allenatore dell’Inter. – Davide sospira, dondolandosi un po’ nell’acqua. – Mario, cazzo, lo sai quanto sono lunghi vent’anni?
- Diciotto. – lo corregge lui, teso.
- Diciotto. – concede Davide, - Sono lunghissimi, per certuni sono una vita. Per Christos, per dire, lo sono. – solleva lo sguardo e incontra quello di Mario. I suoi occhi brillano di nuovo, adesso, e Mario può vederli con chiarezza.
- …Christos. – dice piano, - È lui la ragione per cui è rimasto.
Davide annuisce, inspirando profondamente.
- Non ci ha mai detto da dove sia spuntato. Ognuno di noi ha teorie diverse sul punto. Io credo sia suo figlio, per esempio, anche se non ho proprio idea di chi potrebbe essere la madre. Fatto sta che, da un giorno all’altro, Christos era sempre con lui. – sorride appena, gli occhi di nuovo persi nel vuoto, - Ci è praticamente cresciuto, in Pinetina, capisci? José non lo portava mai a casa, restava in dormitorio con noi. Ci prendevamo tutti cura di lui a turno, facevamo le notti in bianco quando era piccolissimo, e ci siamo abituati tanto alla sua presenza che dopo un po’ prendercene cura non è più stata una fatica, ma un piacere.
Mario annuisce composto, tornando a immergere i piedi nell’acqua.
- Almeno adesso è chiaro perché non vuole partire neanche morto. – considera. Davide annuisce.
- Christos ha grandi progetti, per il suo futuro. – dice, - È cresciuto in mezzo a grandissimi campioni e sa ciò che vuole. Il problema è che lo vuole all’Inter, dove è sempre stato, e non riesce ad accettare la possibilità di doversene separare per raggiungere i propri obiettivi. Sa che tornerebbe, il presidente Moratti è quasi un nonno per lui, ed Angelomario non lo manderebbe mai via senza avere la certezza di poterlo riprendere all’occorrenza, ma non accetta compromessi. Abbiamo… - sospira, - Abbiamo tutti cercato di spiegargli che non è così che funziona, ma lui vuole ottenere ciò che vuole alle sue condizioni e basta. E da lì non si muove.
Mario annuisce ancora, prendendo mentalmente nota di tutte le informazioni ottenute.
- Grazie. – dice infine, - Sono sicuro che tutto questo mi sarà utile.
- Anche perché io non ho altro da darti. – scrolla le spalle Davide, uscendo dalla piscina e sedendosi al suo fianco.
- Dovrò parlare con il suo procuratore, con chiunque frequenti di rilevante. – ragiona, - Sarà possibile?
Davide ride a bassa voce, stringendosi nelle spalle.
- Sarà obbligatorio, più che possibile. – risponde, - È tutta gente che in un modo o nell’altro continua a frequentare Appiano ancora oggi. Non sarà difficile ottenere quello che cerchi.
Mario sorride soddisfatto. Fa per alzarsi, ma all’ultimo secondo ci ripensa, restando là seduto.
- Tu perché non dormi? – gli chiede, lanciandogli un’occhiata fintamente casuale, - Pensieri per la testa?
Davide sospira, chiudendo gli occhi per una manciata di secondi.
- Non intendo mentirti, Mario: la tua presenza qui mi turba. – confessa, - Se sono riuscito ad andare avanti con la mia vita dopo che te ne sei andato, è perché la vita, che tu lo voglia o no, si muove, e tu puoi solo muoverti assieme a lei. Restare fermi non è proponibile. E così mi sono sposato, ho avuto un figlio, ho costruito questa bella casa, e ora faccio un lavoro che mi piace e sono un uomo soddisfatto. Ma quando guardo te… - mormora, voltandosi a sfiorarlo con un’occhiata improvvisamente dolce, quasi antica, - …torna tutto indietro. Tutto assieme. Ed è un po’ troppo, sai? – conclude con una risatina un po’ incerta.
Mario si inumidisce le labbra, sollevando un braccio con l’intenzione di sfiorargli una spalla. I suoi polpastrelli toccano appena la sua pelle nuda ed umida, e lui subito ritrae la mano, quasi si fosse scottato.
- Mi troverò presto un altro posto dove stare. – dice a bassa voce. Davide lo guarda con delusione palese negli occhi, e Mario si alza da terra, un po’ impacciato. Tanto che, quando la mano di Davide scatta ad afferrarlo per una manica, tirandolo repentinamente giù, lui inciampa sui propri stessi piedi e gli cade praticamente addosso, la maglietta che si inumidisce all’istante, a contatto con la sua pelle bagnata. Si guardano negli occhi per una quantità di tempo che non riescono né vogliono quantificare, e Mario ha l’impressione che possa spuntare il sole da dietro le colline troppo presto, ad un certo punto, ed è per questo, solo per questo, perché sente l’alba approssimarsi ed ha paura che, sorgendo, il sole possa togliergli la possibilità di fare ciò che vuole, che si china su di lui e copre le sue labbra con le proprie in un bacio che è bagnato solo perché lo è Davide, lo sono loro.
Si rimette in piedi subito dopo. È ancora notte, buia più che mai. Davide, sdraiato a bordo vasca, così perso e vulnerabile, lo tenta – senza volerlo, probabilmente – come mai niente l’ha tentato prima d’ora. E Mario distoglie lo sguardo.
Davide respira a pieni polmoni e poi si alza in piedi a propria volta, stando bene attento a non scivolare.
- Non metterti fretta. – gli suggerisce, - Non solo per la casa. In generale. Prenditi il tempo che ti serve. Non ti butterò in mezzo a una strada. – conclude passandogli accanto e rientrando in casa.
Mario sfiora con due dita la propria maglietta all’altezza del ventre. È calda e bagnata, di Davide e di lui. Ne stringe con forza un lembo in un pugno, prima di tornare in camera propria.
*
- Non vuoi parlare prima col suo procuratore? – chiede José, inarcando un sopracciglio mentre prepara sbrigativamente il programma della seduta di allenamento mattutina, picchiettando a memoria col pennino sul touchscreen del palmare. Mario lo osserva per qualche secondo, notando come non abbia nemmeno bisogno di stare a guardare cosa stia selezionando. Dopo vent’anni, malgrado tutti i cambiamenti che ci sono stati nel lavoro, nella società ed anche nel modo di intendere il calcio a livello nazionale e globale, Mourinho tende comunque a restare immutabile come ha sempre pensato che sarebbe stato.
- No. – risponde sinceramente, - Sarebbe perfettamente inutile. Non avrei niente da dirgli.
- Guarda che è una delle persone che lo conoscono meglio, in giro. – gli fa notare l’uomo, mentre dalla stampante in un angolo della stanza viene fuori il programma dell’allenamento su carta, pronto ad essere appuntato all’immancabile cartellina senza la quale José non sembra essere in grado di sopravvivere, abitudine che non ha mancato di passare anche a Davide.
- Non importa. – insiste Mario, - È comunque una figura di tipo professionale, nella sua vita. Non è direttamente parte del suo privato. Quindi, al momento, non mi serve.
José sospira, appuntando il foglio col fermaglio in cima alla cartellina.
- Scoprirai col tempo che, quando si parla di Christos, professionale e privato sono due concetti che vanno inaspettatamente a braccetto.
Mario sbuffa, esasperato, e José ride di gusto.
- Può lasciarmi fare come dico io? – ride a propria volta Mario, già dimentico dell’offesa, - Non ci riesce proprio, eh?
- Be’, sei stato tu il primo a chiamarmi “mister”. – risponde José, dandogli una pacca sulla spalla, - È ovvio che io mi sia adeguato. Comunque, - sorride, avviandosi verso l’uscita del proprio ufficio e facendogli cenno di seguirlo, - dimmi cosa ti serve.
- I nomi. – annuisce Mario, - Quelli che l’hanno cresciuto.
José rallenta il passo, riflettendo per qualche istante.
- Davide ti ha già detto tutto, vero? – chiede. Mario annuisce. – Non è mio figlio. – dice immediatamente lui, - So che Davide lo pensa, ma non è mio figlio. Non ho mai tradito Tami e non avrei mai potuto. Le ho chiesto molto, quando le ho parlato di Christos. Le ho chiesto di fidarsi di me, di non indagare, di rinunciare a sapere. Per lei non è stato facile. Christos ha passato la quasi totalità del suo tempo con me per i primi tre, quattro anni della sua vita, e dal momento che non potevo portarlo a casa, visto il rischio enorme che correvo di essere visto o fotografato con lui, non solo ero costretto a lasciarlo in Pinetina praticamente sempre, ma trascorrevo lì quasi tutti i giorni. Ogni giorno. Ventiquattro ore su ventiquattro. – sospira, scuotendo il capo. – Puoi immaginare cosa questo possa voler dire per un matrimonio? Non esserci mai perché troppo impegnato ad accudire un figlio non tuo.
Mario si inumidisce le labbra, incerto.
- Di chi è figlio Christos? – chiede a bassa voce. José si volta a guardarlo con severità, come lo avesse appena scoperto a rovistare fra i suoi documenti privati.
- Non ne ho idea. – risponde alla fine. Mente, e Mario se ne accorge, ma non ritiene opportuno insistere oltre. Se Mourinho non glielo sta dicendo, vuol dire che non ritiene possa essere un’informazione utile. Magari i suoi genitori sono morti, magari erano suoi cari amici. In sostanza, non sono fatti suoi. – Ed al contempo, lo so. – continua José, ora più pensieroso. Si prende qualche secondo, prima di proseguire. Mario lo scruta con attenzione. – Esclusi Davide e me, - dice quindi, - Javier, Esteban, Dejan e, per una strana combinazione di coincidenze, - aggiunge con un sorriso più dolce, - Philippe. Sono queste le persone che si sono occupate più spesso di lui, quando era piccolissimo. I suoi punti di riferimento, per così dire. Molti altri sono quelli che l’hanno seguito man mano che si faceva più grande, ma cercavo per quanto possibile di non coinvolgere troppo i nuovi arrivati, o comunque i più piccoli. Preferivo fidarmi dei senatori.
- L’ha sempre fatto. – ride Mario, inarcando un sopracciglio. – Come mai Coutinho? – chiede quindi, incuriosito, - Che vuol dire una strana combinazione di coincidenze?
José solleva gli occhi al cielo, parzialmente divertito, parzialmente rassegnato.
- Cose di cui sarebbe meglio evitare di parlare. – risponde enigmatico, - Cose, comunque, che potrà dirti lui stesso, se vorrai incontrarlo.
- Vorrò incontrare tutti loro. – annuisce Mario, tornando serio, - Dovrà dirmi dove e quando.
- Be’, gli allenamenti stanno per cominciare. – riflette José, lanciando un’occhiata all’orologio da polso, - Posso concederti dieci minuti con Philippe mentre gli altri si scaldano. Quanto agli altri, temo dovrai aspettare la pausa pranzo. A quest’ora, sono già tutti impegnati da un pezzo. E Javier non tornerà dall’Argentina prima di qualche giorno.
- È sempre stato… - mormora Mario, gli occhi bassi, mentre escono sui campi appena fuori dal centro sportivo, - …spiazzante, credo. Il modo in cui la maggior parte delle persone che hanno a che fare con questa società poi, per un motivo o per l’altro, insistono sempre per rimanerci incastrate a vita. C’è gente che non s’è mai mossa da qui. È una cosa che non riesco a comprendere.
José ride divertito, stringendogli affettuosamente una spalla.
- È per questo che sei la persona adatta a convincere Christos a darsi una mossa. – lo rassicura incoraggiante, - Adesso, forza, al lavoro. Per incontrare Deki e il Cuchu, durante la pausa pranzo, ti converrà andare in mensa. È probabile che Christos sia con loro, peraltro. – riflette, grattandosi il mento, - Dirò a Davide di trattenerlo con una scusa.
- Grazie. – annuisce Mario, sorridendo appena. – In generale.
José risponde al suo sorriso, salutandolo con un’altra pacca sulla schiena, prima di indicargli Philippe che fa il proprio ingresso in campo con un asciugamano poggiato sulle spalle.
Mario gli si avvicina sfoggiando un sorriso aperto, carico di fiducia, incoraggiante. Riflesso sul volto di Philippe, però, trova un sorriso molto diverso. Divertito, ironico, incuriosito, forse, ma non certo ben disposto. Si dà mentalmente del cretino per avere accettato l’incarico abbandonando un lavoro piacevole che amava profondamente, e poi si fa forza.
- Ciao. – lo saluta, tendendogli la mano. Philippe si ferma e gliela stringe con decisione, il suo sorriso ora è vagamente meno indisponente. – Noi due non abbiamo mai avuto propriamente modo di conoscerci.
- No, non direi. – ammette Philippe, allontanandosi verso una panchina ma aspettando che lui lo segua, - Quando sono arrivato, tu eri già andato via. Un trasferimento lampo, non c’è che dire.
- Conosci come me le tempistiche del calciomercato di allora. – scrolla le spalle lui, rimanendo al suo fianco mentre Philippe solleva una gamba e l’appoggia sulla seduta della panca per un po’ di stretching, - Tutto poteva avvenire in poche ore, oppure potevano volerci dei mesi. Da uscirci pazzi.
- Eccome. – ride Philippe, piegandosi e risollevandosi ritmicamente, - È vera quella storia su Raiola? Se n’è parlato tanto, qualche anno fa. L’esaurimento nervoso e tutto…
- Balle. – sbotta Mario, roteando gli occhi, - Di gente che non ha mai imparato a tacere. Mino stava male già da un po’, quando s’è messo in pensione. È sempre stato un testardo, ma contro il secondo infarto non poteva spuntarla nemmeno lui. Ero lì quando è successo, sai? I medici gli avevano detto di riguardarsi, mangiare leggero, ed invece a casa sua si organizzavano cene spaziali ogni tre giorni. Pollo, costolette alla brace, peperonata, pomodori ripieni… - ride, - Le sue ultime parole, poco prima dell’attacco di cuore, sono state “Mario, tu eri, sei e resterai per sempre un cazzone”. Gli avevo appena detto di volermi ritirare.
Philippe ride ad alta voce, rimettendo entrambi i piedi per terra e saltellando un po’ sul posto.
- Aveva ragione? – chiede curiosamente.
- Sì, abbastanza. – risponde Mario, ridendo a propria volta.
- Sembri averla presa bene, comunque. – commenta Philippe, inarcando un sopracciglio ironico.
- Be’, sì. – scrolla le spalle lui, invitandolo ad una breve passeggiata con un gesto. Philippe accetta. – Sembrava proprio non dovesse farcela, dopo il primo infarto. Ero molto amareggiato, temevo che non avrei avuto modo di salutarlo, o di ringraziarlo. Sai, quello che sono oggi, per quanto possa sembrare assurdo, è in gran parte merito suo. E invece poi s’è ripreso. Questo mi ha dato qualche mese in più. – guarda verso gli alberi che circondano il centro sportivo, sempre uguali, immutabili, le punte che fanno il solletico al cielo di un azzurro sorprendente sopra le loro teste. – Quando se n’è andato, eravamo a posto, se capisci cosa intendo. Tutti dovremmo avere il tempo per elaborare i lutti, di qualsiasi tipo siano.
- Che una cosa del genere venga proprio da te… - ridacchia Philippe, le braccia incrociate dietro la schiena, mettendo avanti un piede alla volta, serenamente, - Quando sei andato via, non hai proprio lasciato a nessuno il tempo giusto per elaborare, mi pare.
- Lo so. – ride Mario, - L’ho capito dopo. D’altronde, non ho mai fatto mistero di essere stato uno stronzo.
- Ed ora? – chiede Philippe, svoltando a sinistra per girare attorno al campo.
- Ora è diverso. – sospira Mario, - Sembra siano passati secoli, da quando me ne sono andato da Milano. Comunque, - si interrompe, ridendo divertito, - non è certo per psicanalizzare me che siamo qui, adesso.
- Aaah, eccoci qua. – solleva gli occhi al cielo Philippe, rassegnato, - La sfilza di domande su Christos.
- Ti dispiace? – chiede Mario con un mezzo sorriso. Philippe scrolla le spalle, ed anche il capo.
- Spara. Prima risolviamo questo problema, meglio sarà per tutti.
- Come l’hai conosciuto?
Philippe scoppia a ridere, divertito oltre il legale.
- Conosciuto? Tu quando sei arrivato come hai conosciuto i letti, i divani, le donne delle pulizie…?
Mario si lascia andare ad una risatina complice, tirando fuori dalla tasca un palmare sottilissimo e minuscolo corredato da un pennino col quale comincia immediatamente a prendere appunti sullo schermo.
- Credo di capire cosa intendi. – annuisce, incitandolo a continuare.
- Christos era già qui da più di un mese, quando sono arrivato io. – racconta il capitano, - Era già uno di famiglia. Dovevi vederla, tutta la squadra, un branco di omaccioni sudati che dopo l’allenamento fuggivano via per andare a coccolare ed allattare un infante piagnucoloso. – ride, perso nella propria memoria, - Erano uno spettacolo fantastico. Io a quei tempi non capivo una parola di italiano, per cui ero abbastanza confuso. Al mister, peraltro, non piaceva parlarne. Puoi immaginarti il casino?
- Lo immagino sì. – annuisce Mario, ridendo un po’, - E poi?
- Poi niente. – Philippe scrolla le spalle, - Christos è sempre rimasto qua, così per un motivo o per l’altro era sempre in giro. Io sono diventato capitano nel duemilasedici e quello è stato un anno piuttosto confuso, sai, con l’infortunio di Davide e tutto. – lo guarda per qualche secondo, prendendo atto solo distrattamente della sua occhiata vagamente perplessa, - Insomma, sentivo di avere una certa responsabilità, no? Christos aveva sei anni. Ed un giorno torna infebbrato e indisposto dopo l’allenamento dei pulcini, e comincia a ricoprirsi di pustoline. Varicella. – solleva gli occhi al cielo, - Abbiamo passato insieme qualcosa come una settimana, non mi sono mai allontanato da lui. Non poteva praticamente uscire dalla stanza, il campo sportivo come al solito era pieno di bambini e sarebbe stato pericoloso. E stando a stretto contatto con lui, ero contagioso anch’io. Non sapevo chi o meno nel centro avesse avuto la varicella da piccolo, perciò per evitare problemi siamo entrati entrambi in una mini-quarantena.
- Non dev’essere stato facile. – riflette Mario, picchiettando un po’ a caso col pennino sul touchscreen, disegnando puntini neri sul foglio virtuale che scompaiono immediatamente quando ci passa sopra con un dito, - Trascorrere tutto quel tempo da solo con un bambino praticamente sconosciuto.
- Invece è stato facilissimo. – sorride Philippe, - Ci siamo trovati subito. Era così incredibilmente affascinato da… tutto, più o meno. – ride appena, - La sua curiosità era irrefrenabile. Mi tempestava di domande, soprattutto sulla squadra, e su com’era giocare in Brasile. Io mi sposai quell’anno, - sorride più teneramente, - e ricordo di aver pensato distintamente che mi sarebbe piaciuto avere un figlio come lui. Per un certo periodo, dopo il matrimonio, pensammo anche di adottarlo. – ride, un’improvvisa nota amara nella voce, - Sai, non potendo avere figli nostri ci siamo detti “piuttosto che pagare un utero in affitto, perché non lui?”. Ma il mister non era d’accordo, andò su tutte le furie quando glielo proponemmo, ed alla fine non se ne fece più niente. – scrolla le spalle, guardando altrove.
- Tu di chi pensi sia figlio? – chiede Mario a bruciapelo, mettendo via il palmare.
- Non ne ho idea. – risponde sinceramente Philippe, lanciando un’occhiata ai propri compagni che già si allenano in mezzo al campo, - Suo, credo. Lo crediamo quasi tutti. Ma chi può saperlo. In ogni caso, - sospira, - dopo quell’episodio il rapporto fra me e Christos si fece particolarmente stretto. Si prese anche una bella cotta per me, ma di quelle di una certa entità, sai? Se l’è portata dietro per anni.
Mario inarca le sopracciglia, divertito.
- È gay? – chiede con un mezzo sorriso.
- Dio, - sospira Philippe, - non potrebbe essere più gay neanche se indossasse un corpetto ed una minigonna fucsia ed andasse in giro facendosi chiamare Veronique. Sai che a dodici anni l’ho beccato a scambiare scarpini per un bacio? – ridacchia, - Deki gli aveva comprato questo paio di Nike Vintage splendide, era l’edizione di quell’anno ispirata alle vecchie Superfly del 2009, una roba che gli invidiavano tutti dalle giovanili ai più grandi, soprattutto perché sai, c’era sopra l’autografo di Zlatan e tutto, e… - gli lancia un’occhiata, prendendo atto del suo sguardo a dir poco confuso, e ridacchia imbarazzato, - …sto divagando. Comunque, regalò gli scarpini a un ragazzo degli Allievi in cambio di un bacio. Avresti dovuto vederlo, ne andava orgogliosissimo. Del bacio, dico, non degli scarpini.
- …wow. – ride Mario, stupito ma nonostante tutto divertito, - Un tipino niente male.
Philippe sbuffa una mezza risata sarcastica, grattandosi nervosamente la nuca.
- Già. – risponde, - Forse è per questo che… Dio, dirlo è ancora così difficile. – ridacchia appena, guardando insistentemente qualsiasi punto circostante che non sia il viso di Mario, - Insomma, avemmo una storia. Non lunga, ma a suo modo… importante. E questa cosa ha distrutto completamente il mio matrimonio, mettendoci definitivamente una pietra sopra.
Mario gli batte una pacca sulla spalla, comprensivo.
- State ancora insieme? – chiede incerto.
- No, - ride Philippe, - e da parecchio tempo.
- E… insomma, non hai mai provato a ricontattare il tuo ex? – insiste Mario, inarcando le sopracciglia. Philippe ride ancora.
- Non ho bisogno di ricontattarlo, - risponde, - lo vedo ogni giorno. Ora sta insieme a Christos, - ride un po’, - e da parecchio tempo. – conclude, facendosi il verso da solo. – Ora scusami, - lo saluta, sottraendosi al suo tocco, - devo andare ad allenarmi. Non sarò più il capitano di questa squadra, dall’anno prossimo, perciò voglio godermi appieno ogni occasione di torturare i giovani che mi viene offerta da qui a fine stagione. Ci si becca in giro.
Quando lo vede allontanarsi, attraversando il cancello e correndo fino a centrocampo mentre Mourinho gli urla che non c’era bisogno di prendersi le ore per raccontargli l’intera storia della sua vita, per qualche secondo Mario rimane immobile a fissare il vuoto con aria perplessa, e non può fare a meno di chiedersi in che razza di trappola si sia andato a cacciare.
*
Quando Mario arriva, la mensa è piena di ragazzini che chiacchierano e fanno rumore spostando sedie, posando piatti e posate, tirandosi calci a vicenda e ridendo come idioti per ogni battuta. Li riconosce facilmente perché ricorda com’era avere la loro età e frequentare quella stessa mensa, mangiare quello stesso cibo – be’, forse non propriamente lo stesso, dopotutto – e ridere allo stesso modo delle stesse battute cretine.
Riconosce facilmente anche Deki e il Cuchu, comunque, perché non sono cambiati di una virgola. Sorride, o almeno ci prova, nonostante sia teso come una corda di violino, mentre si avvicina al tavolo al quale sono seduti, da soli. Non mangiano, parlottano fra loro con aria serena, e lui si sente quasi di troppo quando scolla un “ehi” impacciato che lo riporta a vent’anni prima e ad un se stesso molto più piccolo che si avvicinava agli stessi due uomini sperando che potessero dargli una mano ad ambientarsi in mezzo ai grandi.
Dejan si volta a guardarlo immediatamente, ed il suo movimento è così repentino e inaspettato da spiazzarlo. Mario fa un mezzo passo indietro mentre l’espressione del serbo si fa istantaneamente tesa e poi subito maggiormente rilassata, anche se si tratta palesemente di una forzatura volta a non metterlo troppo a disagio.
- Ciao. – sillaba Esteban, la voce incerta solo inizialmente, che va prendendo confidenza man mano che comincia a parlare, - José ci ha avvertiti che saresti arrivato. Sei un po’ in ritardo, però.
- Chiedo scusa. – sorride appena lui, grattandosi la nuca, - Avevo un po’ di appunti da riordinare. Pare che Christos sia uno su cui gli aneddoti si sprecano.
- Oh, potrei raccontartene alcuni piuttosto piacevoli. – ridacchia Dejan, incrociando le braccia sul tavolo, - D’altronde, è stato qui in giro parecchio a lungo. Ha assorbito tutte le influenze che poteva assorbire e le ha portate ad un nuovo livello evolutivo.
- Piantala, Deki. – ride Esteban, tirandogli uno schiaffetto sulla nuca. – Non ascoltarlo, - continua, tornando a rivolgersi a Mario, - va così orgoglioso del piccolo che ogni tanto straparla.
- Il piccolo? – domanda divertito Mario, - È alto quasi quanto me.
- Quando conosci qualcuno che è ancora così piccolo da poterlo tenere sul palmo di una mano, fatichi ad accettare che possa davvero crescere. – considera Esteban, malinconico.
- Confermo. – annuisce Dejan, - E ti assicuro che io ho provato in ogni modo possibile a convincermene, eh. Non c’è stato verso.
Mario annuisce, tirando fuori il palmare dalla tasca a picchiettando lievemente sul touchscreen per accenderlo.
- Quand’è arrivato qui? – chiede con tono professionale.
- Era una notte buia e tempestosa… - risponde Dejan, ironico, gesticolando e modulando la voce perché risulti più cupa di quanto in realtà non sia, - A che ti serve saperlo, Supermario?
- Dio. – ride lui, scuotendo il capo, - Non mi chiamano così da secoli. E non fate i vaghi, ho bisogno di queste informazioni, e se c’è qualcuno dal quale posso estorcerle, quelli siete voi.
- Puoi provarci. – ribatte Dejan, sorridendo sereno, - Ma non ci riuscirai.
- Vedi, Mario, - spiega Esteban pazientemente, - Christos, così come ciò che questa squadra è stata, soprattutto negli ultimi quindici anni, è famiglia. Tu sei un elemento che ha preferito smettere di farne parte prima che si formasse definitivamente. Quindi ci sono cose che non possiamo dirti.
- Ci sono cose che non vogliamo dirti. – precisa Dejan, guardandolo con una certa severità.
Mario aggrotta le sopracciglia.
- È stato José a chiamarmi. – fa presente, offeso.
- Senza prima consultare nessuno di noi. – ritorce Dejan, ora decisamente meno calmo.
- Deki. – lo riprende Esteban, lanciandogli un’occhiata disapprovante prima di tornare a guardare Mario con indulgenza, - Non prenderla sul personale. – si scusa stringendosi nelle spalle, - Quello di averti qui è un desiderio di José, non esattamente condiviso da gran parte della comunità. Aiuteremo come potremo, per il bene di Christos, ma se sei venuto qui per una cronistoria completa della sua vita da quando è arrivato ad Appiano fino ad ora, è mio dovere avvertirti che questo sarà solo il primo di una lunga serie di buchi nell’acqua, per te. Oltretutto, - continua con un sospiro, - noi sappiamo molte cose, e Christos ci vuole molto bene, ma è innegabile che i suoi punti di riferimento, al momento, siano altri. È a loro che dovresti rivolgerti.
- …il suo ragazzo. – riflette Mario, occhi bassi ed espressione concentrata, - E il suo procuratore. – qualcosa gli si illumina negli occhi, all’improvviso, - Il suo ragazzo è il suo procuratore? – chiede incerto.
- Ti piacerebbe. – scoppia a ridere Dejan, quasi piegandosi in due per le grandi risate, - Così almeno avresti una sola gatta da pelare. E invece no, caro mio, sono due ed entrambi problematici come si addice ad uno come Christos. Non si può che augurarti buona fortuna. Secondo me José l’ha fatto apposta, a gettarti in questa fossa di leoni. È la sua vendetta, dopo tutti questi anni.
- Dejan. – lo chiama Esteban, cupo e gelido, sferzandolo con un’occhiataccia peggiore di tutte le precedenti messe insieme, - Ora basta.
Dejan sospira, allungando una mano ad accarezzargli la testa perfettamente lucida.
- La pianto, la pianto. – annuisce alzandosi in piedi, - Vado a prendere una boccata d’aria. E tu, - dice, rivolgendosi a Mario, - farai meglio a tornartene a casa e riposarti. – il suo sorriso si fa più dolce, solo per un momento, - Scommetto che per oggi ne hai già avuto abbastanza. – conclude, prima di allontanarsi verso l’uscita.
Esteban gli si avvicina subito dopo, dandogli qualche pacca su una spalla, con la mano bene aperta.
- Scusalo. – dice sorridendo, - Devi un po’ capire che per tutti noi la questione della tua presenza qui è molto complessa. Sei un po’ una storia che non si è mai chiusa, - ridacchia, - sarà dura riviverti, e poi magari lasciarti andare di nuovo.
- Non è detto che vada così. – dice Mario, aggrottando le sopracciglia, - Potrei rimanere. Sono una persona diversa, adesso.
Esteban sorride con più convinzione, la presa della mano sulla sua spalla che si fa più stretta solo per un attimo, prima di lasciarlo andare.
- Potresti. – annuisce, - Chissà. Un passo alla volta, vuoi? – ride. Mario sbuffa un mezzo sorriso, ed annuisce.
- Cosa cazzo ci fai qui? – dice una voce tetra alle sue spalle. Quando si volta a guardare, si ritrova davanti Christos, ancora sudato e coi capelli ricci scarmigliati sulla testa, - Stai lontano da lui.
- Christos. – prova a intromettersi Esteban, ma lui non gli dà modo di farlo, scattando in avanti ed afferrando Mario per il colletto della camicia, prima di strattonarlo e spingerlo verso la parete.
- Stai lontano da lui! – tuona minaccioso, - Stai lontano dalla mia famiglia, stai lontano dalla mia vita! – grida, prima di dare loro le spalle e fuggire di fuori attraverso la portafinestra in fondo alla sala.
Mario respira a fatica, immobile contro la parete, Esteban al suo fianco che gli chiede come stia. Tutti gli sguardi dei presenti sono voltati verso di lui. Gli duole una spalla. Per un secondo, un secondo soltanto, ha avuto paura di Christos. È stato sufficiente a farlo dubitare di fin troppe cose che credeva al di fuori di ogni questione.
*
- Ho saputo che l’incontro in mensa non è andato esattamente bene. – commenta Davide, sistemandosi addosso la polo e tirandone su e giù il colletto mentre si guarda con attenzione nello specchio, alla ricerca del risultato migliore.
- Oh, e immagino come questo ti dispiaccia. – ride Mario, appoggiato allo stipite della porta con le braccia incrociate sul petto, - Scommetto che avresti voluto essere lì per vederlo.
- Oh, sì. – ghigna Davide, decidendo per il colletto sollevato e dandosi una sistemata ai capelli, - Sarebbe stato grandioso.
- Stronzo. – ride Mario, tirandogli uno scappellotto contro la nuca. Davide ride a propria volta, sollevando una mano per fermarlo e, non riuscendoci, scattando ad afferrare quella che l’ha appena colpito, senza però lasciarla andare. La tiene stretta fra quattro dita, e Mario lo lascia fare anche quando si volta e la esamina lentamente, con gli occhi e coi polpastrelli, scivolando fra le dita, contando le falangi.
- Sicuro che non ti pesa restare qui con Giovanni? – gli chiede soprappensiero, continuando a guardare il palmo chiaro della sua mano, - Posso ancora chiamare la babysitter. Magari hai qualcos’altro da fare.
- Niente che non possa aspettare domani. – risponde lui, la mano libera che risale lungo il braccio di Davide e poi si poggia quasi casualmente sulla sua spalla, strofinandola piano al di sopra del tessuto leggero della maglietta a maniche corte. È come se i loro corpi stessero imparando da capo come trovarsi, come non l’avessero mai saputo. Ricorda quando succedeva davvero, quando davvero né lui né Davide avevano idea di cosa aspettarsi da una carezza o da un bacio, e pensa che quella condizione, rispetto a questa, era mille volte più lieve, mille volte meno dolorosa. Ora Mario sa di cosa saprebbe Davide se solo si sporgesse a coprire le sue labbra con le proprie. Conosce alla perfezione il tepore della sua pelle, il suo odore, la sensazione tattile dei suoi fianchi ossuti, delle sue natiche piene, della sua voglia dura fra le dita. Eppure non può prendersela. È lì e non può averla. – Esci spesso con Obi? – chiede quindi, cercando di far sì che il suo tono risulti il più casuale possibile.
Davide ride di gusto, e solleva gli occhi dalla sua mano, incontrando il suo sguardo.
- Sei geloso. – constata con divertimento palese.
Mario si stringe nelle spalle, incapace di trattenere un sorriso sornione.
- Forse. – concede in una mezza risata, - Ma questo non risponde alla mia domanda.
Davide inspira profondamente, tornando a guardare la sua mano, ed anche a rigirarsela fra le dita.
- Al contrario di te, - comincia con tono polemico, ma intimamente divertito, - Joey per me c’è stato in ogni momento in cui ne ho avuto bisogno. Quando sei andato via… - sospira, - Insomma, avevo bisogno di qualcuno a cui aggrapparmi, e ne avevo bisogno immediatamente, perché tu eri quello cui mi aggrappavo prima e te n’eri andato via troppo presto. Non mi hai… lasciato il tempo di recuperare l’equilibrio.
- Avete avuto una storia? – chiede Mario a bruciapelo.
- No, demente. – risponde Davide, tirandogli uno schiaffo contro la nuca, - C’è stato e basta. Per chiacchierare, per uscire, quando ho avuto qualche problema scemo con Hera… soprattutto, c’è stato quando mi è andato in pezzi il ginocchio.
Lo sguardo di Mario torna a farsi più serio, mentre con la mano che prima gli accarezzava una spalla sale ad accarezzargli anche il collo, e i contorni del viso.
- Fuori sono arrivate notizie frammentarie. – dice a bassa voce, inumidendosi le labbra, - La notizia ha fatto scalpore, ma i giornali dicevano tutti una cosa diversa, e dopo un po’ ho perso traccia di quello che ti stava succedendo.
- Avresti potuto chiamarmi. – sospira Davide, socchiudendo gli occhi.
- Potevo, sì. – annuisce lui, - Ma non volevo. Avrebbe riportato a galla troppe cose, non era passato abbastanza tempo.
- Erano passati sei anni, Mario.
- Non era passato abbastanza tempo, Davide. – ripete lui, calcando maggiormente le parole. Davide schiude le palpebre e torna a guardarlo.
- I medici l’hanno capito subito che non c’era più niente da fare. – racconta, il tono dimesso e spento, - Solo che hanno aspettato di esserne certi al cento per cento prima di dirmelo. Allora il trattamento a base di PFD non era ancora legale, per quanto fosse a un passo dallo sviluppo completo, e io potevo scegliere di farmi riempire il ginocchio di viti e convivere con ossa che si sarebbero ridotte in polvere ciclicamente dandomi il tormento, oppure… be’, ritirarmi.
- …e tu hai scelto di ritirarti. – conclude Mario per lui, guardandolo intensamente. Davide scrolla le spalle.
- Non volevo rischiare di gettare fango su quanto di buono avevo costruito nel corso di tutta la mia carriera. – spiega, - Non sarebbe stato giusto, e non solo per me, ma anche per tutti quelli che mi avevano aiutato a diventare quello che ero. Che sono.
- Avresti potuto diventare capitano. – insiste Mario, accarezzandogli una guancia col pollice seguendo le linee della barba rasata di fresco, - Anche solo per un anno.
- Solo per un anno? – ridacchia Davide, scuotendo il capo, - Io non volevo essere il capitano dell’Inter solo per un anno, Mario. Io volevo esserlo fino a che non mi fossi ritirato, io volevo morire con la consapevolezza di aver giocato l’ultima partita della mia vita con quella maglia addosso, con quella fascia al braccio. Ma non posso spiegartelo adesso, perché questa è la classica cosa che non hai mai capito, l’unica che tu non abbia mai afferrato di me, e se non l’hai compresa allora non la comprenderai mai.
Mario distoglie lo sguardo, abbassando la mano che lo accarezzava ma lasciando che Davide continui a stringere l’altra fra le proprie.
- Mi dispiace. – sussurra sincero. Davide sorride.
- Non dispiacerti. – scuote il capo, - Ci sono cose che semplicemente non sono destinate ad accadere. Tu sei stato felice, no? Non eri destinato a restare. E io sono stato felice, Mario, davvero. Te lo giuro. Per cui non è colpa tua. Non hai niente di cui scusarti.
Mario si morde un labbro. Improvvisamente, le sue dita si chiudono attorno a quelle di Davide, e le stringono teneramente.
- Posso baciarti? – chiede in un fiato. Non sa perché stia chiedendo il permesso quando potrebbe semplicemente chinarsi e prendersi le sue labbra come in passato ha sempre fatto senza che ci fosse bisogno di espliciti permessi di alcun tipo, sente soltanto che deve farlo. Che questa non è una cosa che può decidere da sé, che è una scelta che deve coinvolgere anche Davide. Perciò lo chiede. E lo ripete. – Posso baciarti?
Davide ride, scuote il capo con rassegnazione e si sporge in avanti, appoggiando la propria fronte contro la sua. È così vicino che potrebbe semplicemente spingersi di qualche centimetro verso di lui e baciarlo, ma non può. Non prima di aver ricevuto una risposta.
- No. – è la risposta di Davide. E quindi Mario non può baciarlo affatto. – Devo andare, adesso, sono in ritardo. – dice, allontanandosi da lui, - Giovanni a letto per le nove e mezza massimo, e niente ologiochi se prima non finisce tutti i compiti. – lo avverte con una mezza risata, recuperando la giacca dalla spalliera di una sedia e dirigendosi verso l’uscita.
- Quella roba lo fa impazzire. – commenta Mario divertito. Davide annuisce, strizzandogli un occhio.
- È mio figlio, d’altronde. Noi due sui videogiochi ci facevamo le nottate. – ridacchia, sparendo oltre l’uscio e richiudendosi la porta alle spalle. Mario non ha neanche il tempo di salutarlo.
*
Due letturine con protagonisti uccellini perduti che non riuscivano più a ritrovare la strada di casa – in inglese e in italiano – una cena e mezz’ora di tiri in porta fuori in giardino dopo, Giovanni giace sbadigliante nel proprio lettino con la luce accesa, e Mario sta seduto sul bordo, proprio accanto a lui, sistemandogli le coperte sul petto.
- E poi che hai fatto? – chiede il bambino, gli occhi così piccoli da sembrare solo due linee sottili che brillano a tratti nella luce giallognola dell’abat-jour sul comodino a fianco, - Gliele hai date di santa ragione, vero?
- No che non gliele ho date di santa ragione. – ride Mario, scuotendo il capo, - Ibrahimović era largo il doppio di me, io ero solo un ragazzino. Mi ha rincorso per tutto lo stadio e mi sono dovuto chiudere a chiave in bagno per impedire che a darmele di santa ragione fosse lui!
Giovanni ride, rotolandosi un po’ fra le coperte e scombinandole tutte, così che a Mario tocca sollevarle nuovamente e risistemargliele addosso tenendole dagli orli.
- Era davvero così manesco, da giovane? – chiede curiosamente il bambino, - Ora a guardarlo non sembra, è sempre gentile con me.
- Lo conosci? – chiede Mario, inarcando un sopracciglio, dubbioso. Giovanni annuisce freneticamente, entusiasta.
- Ogni tanto viene qui a pranzo o a cena! Papà borbotta sempre, perché Zlatan lo prende in giro.
- Sì? – ride lui, sporgendosi curiosamente verso Giovanni per incitarlo a continuare.
- Sì! – conferma il bambino, emozionato dall’aver trovato un argomento di discussione che possa interessarlo, - Io non è che capisco cos’è che dicono, in realtà, parlano sempre di cose successe tanti anni fa.
- Ed è molto cambiato, lui? – chiede ancora Mario, il tono che si ammorbidisce, nostalgico.
- Un po’. – annuisce Giovanni, - Ma ha sempre il nasone. – ride divertito, - E gioca ancora a calcio benissimo, una volta l’ho incontrato in Pinetina e mi ha portato sul campo dei grandi, e mi ha detto “stai fermo qui” e mi ha messo fermo davanti a una delle porte piccole per l’allenamento, e poi ha cominciato a prendermi a pallate!
- Ha cominciato a fare cosa?! – sbotta Mario, incredulo, e Giovanni ride.
- Si è messo lontano e ha cominciato a calciare, e segnava sempre, e non mi colpiva mai! E c’era la palla che mi passava sempre accanto e a un certo punto mi è passata a tanto così dall’orecchio, e l’ho sentita fischiare! A te ti è mai successo? È una cosa troppo bella! E io allora ho deciso che volevo diventare un calciatore, perché da grande volevo farla pure io questa cosa di calciare in porta senza prendere neanche una volta il bambino che ci ho messo dentro.
Mario ride divertito, chinandosi a scompigliargli i capelli.
- Saggia scelta. – dice, - Scommetto che sarai un calciatore grandioso. Ibra è il tuo preferito, vero?
- No no. – risponde Giovanni, scuotendo il capo, - Il mio preferito sei tu!
- Ah, sì? – chiede lui, inarcando un sopracciglio, - E cosa ne sai? Non ti ho mai messo in una porta per prenderti a pallate.
Giovanni ride, agitando le gambe sotto il lenzuolo.
- Papà mi ha raccontato tutto di te. – annuisce dopo essersi ripreso dall’accesso di risa, - Ha un’agenda nel suo studio ed è piena piena di foto tue vecchissime e anche più nuove, e poi mi ha fatto vedere un sacco di olotape con un sacco di cose bellissime che hai fatto. Prima capitava che la domenica ci mettevamo in salotto e lui metteva il lettore in mezzo alla stanza e proiettava gli ologrammi a grandezza massima, e tu sembravi proprio lì. – dice con aria sognante. Mario lo guarda e sorride, rimboccandogli un’ultima volta le coperte sotto il mento.
- Adesso dormi. – dice, ravviandogli la frangetta biondiccia sulla fronte, - È già tardi, tuo padre si arrabbierà moltissimo se torna a casa e ti trova ancora sveglio.
- Okay! – risponde il bambino, sistemandosi comodamente sul materasso e tirandosi la coperta fin sopra la testa. Mario spegne la luce e contemporaneamente vede spuntare quella di una torcia da sotto la massa di coperte, e nel silenzio perfetto della stanza cominciano a diffondersi i primi suoni del giochino elettronico portatile che Giovanni accompagna con la propria voce, facendo la telecronaca della partita che sta giocando.
Mario ride silenziosamente, scuote il capo e si allontana, lasciando la porta socchiusa. Passa di fronte alla porta dello studio di Davide, e non prova neanche a fare finta di voler rispettare la sua privacy.
*
- Allora… - comincia Joel, le mani sul volante ed un sorrisino sornione ad increspargli le labbra, - Com’è che sta andando?
- Oddio, no, ti prego. – mugola Davide, rilasciando il capo all’indietro contro il sedile mentre la macchina sfreccia veloce lungo le vie semivuote della notte nel tardo agosto milanese, - Abbiamo passato tutta l’intera serata parlando di qualsiasi cosa non fosse Mario, e proprio all’ultimo rovini tutto?
- Be’, era piuttosto ovvio che te l’avrei chiesto, dai! – ride Joel, - Vedila come una questione pratica, sono finiti gli argomenti di conversazione, a furia di ignorarlo è rimasto solo lui. Dunque, è successo qualcosa fra voi?
Davide sospira, guardando fuori dal finestrino. Il cielo è così ingombro di nubi che non si vede nemmeno la luna, figurarsi qualche stella. Non vede l’ora di essere di nuovo in campagna.
- Mi spieghi perché ci ostiniamo a venire a cena sempre da queste parti? – borbotta soprappensiero, - Ormai ad Appiano e dintorni hanno aperto un sacco di localini simpatici. Io la odio questa città.
- È la tua città, Davide, - gli ricorda Joel, - è la città dei colori che indossi ed è la città del tuo primo stadio.
- Sì, e fortunatamente è una città dalla quale sono anche scappato via. – ritorce lui, lanciandogli un’occhiata quasi infastidita.
- Stai ignorando la mia domanda. – gli fa presente Joel, atono.
- No, è la tua domanda che è del tutto imprecisa. – ribatte Davide, scrollando le spalle. – Mi chiedi se è successo qualcosa… - sospira stancamente, - Definisci qualcosa.
- Aaah, lo sapevo! – ride Joel, battendo divertito i palmi delle mani contro il volante, - È successo! Qualsiasi cosa sia, è successo!
- Ma quanto sei cretino? – ride anche Davide, tirandogli un cazzotto nient’affatto amichevole contro una spalla, - Qualcosa è successo, sì. Niente di davvero significativo, comunque.
- Sento della delusione, nella tua voce. – tira a indovinare Joel, lanciandogli un’occhiata divertita, - Ti vuoi davvero ficcare in questo casino impossibile? – gli chiede, e Davide si arriccia su se stesso, prendendosi la testa fra le mani e mugolando di dolore come in preda alla più fastidiosa delle emicranie.
- Non lo so. – borbotta con tono lagnoso, mentre la macchina, dopo aver brevemente attraversato le vie praticamente sterrate in mezzo ai campi, si ferma a pochi passi dal vialetto di casa sua, - Mario è sempre stato così, lo sai. Lui potrà essere cambiato, ma genera casini anche solo esistendo. Io sono sposato, ho un figlio, non posso— non voglio, però…
- Però quando lo guardi è la fine del mondo. – sorride Joel, guardandolo teneramente e scompigliandogli i capelli. – Dio, sei così palese. Sei rimasto un sedicenne dentro, ma guardati.
- Oh, e piantala! – sbotta lui, rimettendosi dritto e scansando via la sua mano, ma ride divertito, nonostante sia palesemente in imbarazzo. – Non lo so, davvero. – sospira alla fine, curvando le spalle solo per un attimo, come dovesse sostenere un peso troppo grande, prima di voltarsi indietro e recuperare la giacca abbandonata sul sedile posteriore. – Me ne vado a letto, va’. Domani sarà il massacro, José ha organizzato un’amichevole di allenamento fra la prima squadra e la Primavera e mi ha già anticipato che vorrà almeno dieci cambi per parte durante la partita.
- Uuuh. – ride Joel, osservandolo aprire lo sportello e scendere dalla macchina, - Dovrò tenere pronte le incubatrici, i ragazzi avranno bisogno di un trattamento ricostituente di quelli mica male.
- Sissì, senti che tono eroico… “dovrò tenere pronte le incubatrici”… - lo prende in giro Davide, facendo la voce grossa, - Mentre tu terrai pronte le incubatrici e ti rigirerai i pollici fino alle sei del pomeriggio, a me toccherà tenere a bada un mucchio di ragazzi smaniosi di farsi scegliere in prima squadra che entreranno sulle caviglie di chiunque senza capire che rischiano che la Regina di Cuori ordini che venga tagliata loro la testa.
Joel ride ad alta voce, gettando indietro il capo ed asciugandosi una lacrima dall’angolo di un occhio prima di scuotere la testa e guardarlo come guarderebbe un fratellino minore che abbia appena detto qualcosa di estremamente stupido.
- Vedi cosa intendevo? Sei rimasto un sedicenne dentro. – sbuffa appena, tornando a guardare davanti a sé mentre rimette in moto l’automobile, - La Regina di Cuori, ma sentitelo… buonanotte. – lo saluta con un cenno della mano. Davide gli fa una linguaccia, giusto per non smentirlo e sentirsi ridicolo una volta di più ad indulgere in comportamenti così infantili alla sua età, e poi richiude lo sportello, voltandosi per risalire il vialetto e rientrare in casa.
Tutte le luci delle stanze che danno sul prospetto frontale sono spente, il che significa che Giovanni è già a letto e, se è molto fortunato, sarà già a letto anche Mario. Non è proprio sicuro di volerlo affrontare adesso, perché se solo chiude gli occhi davvero non fatica a ritornare adolescente nel sentire ancora il tepore della sua pelle così vicina alla propria.
Attraversa il corridoio in silenzio, camminando a memoria senza sbattere da nessuna parte nonostante il buio pesto che lo avvolge. Tutto in quella casa è stato voluto così com’è espressamente da lui. Forme, dimensioni, posizioni. Riconosce ogni centimetro delle pareti che nemmeno sfiora, perfettamente bilanciato al centro esatto del corridoio, e percepisce ciò che lo circonda come una melodia che parla direttamente alla parte più profonda di lui. Una melodia tranquilla, regolare, priva di imperfezioni.
È per questo che nota subito la porta socchiusa dello studio e il lievissimo raggio di luce che esce dallo spiraglio, illuminando a ventaglio una minuscola porzione del corridoio. Inarca un sopracciglio e, nel momento in cui poggia una mano sulla porta e la spinge verso l’interno, aprendola, sa già chi deve aspettarsi là dentro.
Mario, d’altronde, non sembra stupito di essere stato trovato. È, anzi, così tranquillo che sembra non abbia cercato altro. Appoggiato alla sua scrivania, sfoglia l’agenda che aveva lasciato sul ripiano con attenzione quasi eccessiva, leggendo ogni parola degli stralci di articoli attaccati con lo scotch o trascritti a mano, e sfiora con la punta delle dita ogni foto. Voltando incautamente una pagina, si accorge di un biglietto per una partita che scivola fra le pagine e lo afferra deciso prima che possa cadere a terra. Lo guarda da ogni lato e sorride, e per tutto il tempo Davide resta lì, fermo sulla soglia, sereno come non avrebbe mai immaginato di poter essere, e lo osserva.
- Sei venuto a vedermi per il debutto al Real Madrid. – constata, riponendo il biglietto al suo posto e riprendendo a sfogliare le pagine, ora meno attentamente, - E in generale ci sei sempre stato, anche se eri lontano. Qui sono registrate cose che quasi non ricordo nemmeno io.
- È a questo che servono le agende. – risponde Davide, muovendo un passo in avanti verso l’interno della stanza e chiudendosi la porta alle spalle, - A ricordare le cose.
Mario annuisce.
- Non ho neanche dovuto cercarla davvero. – considera a bassa voce, - Era qui, in bella mostra.
- Non è mai stata pensata per essere segreta. – risponde lui, scrollando le spalle, - È una cosa a cui tengo. Volevo poterla mostrare a Giovanni senza dovergli riempire la testa di segreti.
- Ma avresti potuto farla sparire quando mi sono trasferito qui. – insiste Mario, richiudendola lentamente e posandola sulla scrivania al proprio posto.
- Forse volevo che tu la trovassi. – ipotizza Davide, lo sguardo lontano, perso in un punto vuoto oltre la sua spalla, - O forse ci speravo e basta, non lo so.
Mario resta appoggiato alla scrivania mentre Davide attraversa in pochi passi lo spazio che li separa, mantenendo il contatto fra i loro sguardi.
- Ti sei divertito con Obi? – chiede, ma è evidente nel brivido che gli corre lungo la schiena che qualcosa è cambiato, la consistenza dell’aria che respirano, forse, o il suo sapore.
- Smettila di chiamarlo per cognome. – sorride Davide, spostando il peso del corpo da un piede all’altro, - Siete stati amici.
- A volte – confessa Mario a mezza voce, - A volte faccio fatica a ricordare cose che risalgono al periodo in cui ho giocato per l’Inter, sai? Tutto si è disintegrato e mescolato e io a volte mi chiedo cosa sia successo in un determinato periodo e cosa in un altro, chi ho conosciuto prima e chi dopo, e questo vale per tutto, Davide, tutto tranne te. – conclude in un fiato. – E ora ti prego, dimmi che posso baciarti, perché giuro che se non lo faccio adesso impazzirò del tutto.
Davide si morde il labbro inferiore, irrigidendo le braccia lungo i fianchi al solo scopo di cercare di trattenersi dall’abbracciarlo di slancio.
- Baciami. – dice ansioso, il respiro già troppo pesante per poter essere sostenuto se non con l’aiuto delle sue labbra a dargliene di nuovo e più leggero, - Baciami, per favore.
Il sollievo di Mario si esprime in un lamento quasi strozzato mentre si lancia in avanti, afferrandolo per le spalle e tirandoselo addosso. Le loro labbra, i loro denti, le loro lingue collidono, e si scambiano un bacio umido, aperto e doloroso. Un bacio che assomiglia a un morso che assomiglia a una carezza che assomiglia ad uno schiaffo in pieno volto. Davide solleva le braccia e lo cinge al collo, sollevandosi un po’ sulle punte per raggiungere la sua altezza e lasciando il proprio corpo strusciarsi contro quello di Mario nel movimento, più in un tentativo di riprendere confidenza con le sue forme che in un invito di tipo sessuale.
Le mani di Mario si appendono ai suoi fianchi magri mentre si allontana nel tentativo di riprendere fiato, e quando Davide gli si schiaccia di nuovo contro quelle stesse mani corrono con naturalezza alla fibbia della sua cintura, e lì si fermano per un secondo, incerte.
- Posso? – chiede.
- Sì. – risponde lui, annuendo deciso. Ha gli occhi chiusi, perciò non può vederlo, ma ricorda ancora qual era la sua espressione in momenti come quello, quanto sembrasse concentrato, come pensasse che maneggiarlo con qualcosa in meno della massima premura possibile fosse criminale o chissà che altro. È certo che, se schiudesse le palpebre e lo guardasse in viso, troverebbe la stessa espressione di allora, perciò sorride mentre la cintura scivola fuori dai passanti dei suoi jeans e poi sul pavimento, producendo un fastidioso tintinnio attutito solo in parte dalla moquette che riveste la quasi totalità della casa.
Mario gli sbottona i jeans e li lascia scivolare giù lungo le sue gambe, e lui ha appena il tempo di scalciarli lontano da sé che si ritrova seduto sulla scrivania, mentre Mario si pressa spasmodicamente fra le sue cosce, cercando la via per il suo corpo con ansia quasi disperata.
- Cristo. – mormora Mario, senza fiato, cercando le sue labbra a casaccio, - Cristo, Dade.
A Davide fa male il cuore al solo sentirsi chiamare così dalla sua voce. Il vortice che si apre nei suoi ricordi ogni volta che ripensa a Mario si spalanca anche stavolta, solo mille volte più violento, improvviso e doloroso del solito. Si aggrappa alle sue spalle perché è certo che se non lo facesse non riuscirebbe a mantenere il contatto con la realtà, e Mario entra dentro di lui poco dopo con un sospiro di sollievo quasi ridicolo nella sua infantile serenità. Si muove lentamente, subito dopo, come se avesse avuto una gran fretta di ritrovarlo ma quella fretta si fosse esaurita immediatamente, sostituita dal desiderio ben più pressante di tenerlo stretto il più a lungo possibile.
Davide si muove in sincronia con il suo corpo, andando incontro alle sue spinte e ritraendosi quando anche lui si allontana, così che ogni colpo che gli viene inferto finisce con l’andare sempre un po’ più a fondo di quanto non fosse andato il precedente, e fa male come una coltellata, ma allo stesso tempo il piacere che lo scuote ogni volta è così intenso da dargli quasi il capogiro.
Stretto fra le sue dita, viene con tanta forza da non riuscire a trattenere il gemito che gli ingombra la gola, e che spinge per uscire al punto che è costretto a pressare le labbra contro il suo collo e mugolargli addosso, perché all’improvviso la camera di Giovanni e più in generale tutta la realtà sembrano troppo vicini per non fare paura. Ora che anche le spinte di Mario si fanno più incostanti, più lente, ora che anche lui sta venendo dentro il suo corpo e gli nasconde il viso fra il collo e il mento, è fin troppo facile riaprire gli occhi e vedere il buio e la casa vuota e la vita di tutti i giorni che non può comprendere l’esistenza di qualcosa che li leghi come li legava un tempo, semplicemente perché questo, la parte più profonda di loro, è rimasto uguale mentre tutto intorno il mondo cambiava, ed è cambiato così tanto che ormai non resta più spazio per ospitarlo, né per contenerlo. Non ha un posto, eppure dal posto che si prende con la forza straripa, tracima gli argini, e Davide si allontana da Mario con forza perché del tutto all’improvviso, senza un perché, si sente mancare l’aria, come gli si stessero riempiendo d’acqua i polmoni.
Mario lo guarda ferito, e per qualche secondo, Davide ne è sicuro, non comprende esattamente ciò che sta succedendo. Poi però torna in sé, e vede di nuovo tutto anche lui. Davide scende dalla scrivania e si risistema frettolosamente i vestiti addosso, osservando Mario fare lo stesso e poi restando immobile, sperando che sia lui a fare la prossima mossa, perché per parte propria non saprebbe nemmeno da dove cominciare.
Lo sguardo di Mario si fa più dolce mentre gli si avvicina, gli appoggia una mano sulla nuca e se lo tira nuovamente contro, baciandolo lievemente sulla fronte e trattenendolo immobile contro le proprie labbra per qualche secondo, secondo di cui Davide approfitta per chiudere gli occhi e rilasciare un respiro tanto profondo da dargli la sensazione di non avere più aria da buttare fuori.
- Buonanotte, Dade. – gli sussurra Mario sulla pelle, prima di lasciarlo andare. Non si volta a guardarlo mentre esce dallo studio, ma Davide non riesce a staccare gli occhi dalla sua schiena che si allontana. È un déjà vu troppo doloroso perché Davide possa sopportarlo senza vacillare, perciò si morde un labbro e, quando la porta dello studio si chiude, silenziosamente si mette a piangere.
*
Mario non ha chiuso occhio tutta la notte, ed il risultato di questa opinabile scelta del suo sistema nervoso è un mal di testa lancinante che lo accompagna per tutta la mattina, da quando mette piede giù dal letto in poi, affiancato ad una sonnolenza che lo rintontisce sbiadendo i contorni della realtà all’interno della quale si sta muovendo.
Prende un caffè, prima di uscire di casa. Lo trova ancora tiepido nella caffettiera. Lo stupisce, in qualche modo, la naturalezza dei propri stessi gesti. Sa dove cercare e trovare le tazzine pulite, sa che il manico non tiene bene e la caffettiera va sollevata con molta attenzione, ha preso l’abitudine di sciacquare la tazzina e riporla al proprio posto dopo averla usata. Sa già che il caffè farà schifo, perché a Davide non è mai piaciuto ma gli ha spiegato che adesso gli serve per svegliarsi completamente e in fretta al mattino, per cui lo prende, sì, ma incredibilmente annacquato, anche perché ogni volta Giovanni insiste a volerne un goccio e lui non potrebbe di certo propinarglielo se fosse fatto in grazia di Dio, forte e nero e denso e così amaro da dargli la pelle d’oca. A Mario invece piace, neanche a dirlo, forte e nero e denso e amaro, ma mentre butta giù la brodaglia quasi trasparente di Davide non ne sente nemmeno il sapore, così come a stento riesce a percepire la sensazione bagnata dell’acqua sul viso quando si lava prima di vestirsi.
In compenso, se solo chiude gli occhi, il profumo di Davide è ancora lì, come il calore della sua pelle, l’odore dei suoi capelli e il suono della sua voce. È tutto lì, concentrato sulla pelle sensibile dei suoi polpastrelli e sulla punta della sua lingua. Quelle legate a ciò che ha fatto con Davide la sera prima sono le uniche sensazioni che sente di essere in grado di provare, al momento.
Sa che è sbagliato, ed è consapevole di comportarsi in modo molto, molto stupido. Vorrebbe prendersi a schiaffi, ma sarebbe troppo stupido perfino per lui. Cerca di dirsi che deve concentrarsi, che ha un lavoro da portare a termine. Si aggrappa a questo pensiero con tutte le proprie forze quando, meno di venti minuti dopo, arriva in Pinetina e la prima cosa che vede è Davide. Sta discutendo serenamente con alcuni collaboratori, ha un’aria così perfettamente concentrata e seria, mentre si accarezza distrattamente il pizzetto e indica una serie di nomi facendo prove di formazione sul display del touchscreen di medie dimensioni che regge per un angolo, che Mario quasi fatica a riconoscerlo.
Davide annuisce, soddisfatto della formazione definitiva, e consegna il touchscreen ad uno dei suoi collaboratori perché cominci a radunare i ragazzi che, fra una mezz’ora, scenderanno in campo da titolari contro la prima squadra. Mario gli fa un cenno, e quando Davide si accorge di lui gli si avvicina, offrendo un sorriso come pegno di pace.
- Preparativi frenetici. – commenta divertito, e Davide sospira stancamente, lasciandosi andare sulla prima panchina disponibile ed aspettando che lui si sia seduto al suo fianco prima di rispondergli.
- José tiene molto a queste partitelle, soprattutto nel pre-stagione. Oggi, poi, è speciale. – sorride appena, - Mi ha lasciato intendere che due o tre ragazzi potrebbero fare il salto in prima squadra, se si mettono abbastanza in mostra.
- Posso immaginare l’emozione. – ride Mario, guardando i ragazzini che indossano una pettorina bianca sulla maglietta celeste e si riscaldano correndo, scattando e saltando qua e là.
- Puoi? Davvero? – lo prende in giro Davide, inarcando un sopracciglio, - Ti sei mai sentito sotto esame, tu? – chiede incredulo.
- Costantemente. – risponde Mario con naturalezza, senza guardarlo, - Immagino che Christos giocherà.
- Non fra i titolari. – nega Davide, scrollando le spalle, - Sa già cosa penso di tutta questa storia. Guarda con che ragazzini gioco oggi, sono tutti diciassettenni, c’è qualche diciottenne fresco di compleanno al massimo. Christos è il più grande. Dovrebbe essersene già andato l’anno scorso. – sospira affranto. Mario gli appoggia una mano su una spalla, cercando di rassicurarlo mentre lancia un’occhiata curiosa attorno al campo per individuare Christos.
- Toh. – ride divertito quando lo trova, - Fra le varie informazioni che mi sono state date, nessuno si è premurato di dirmi che Christos è molto amico del vostro vice-capitano.
Davide segue il suo sguardo e sorride quando i suoi occhi incontrano le figure di Christos ed André vicine sotto un albero. I due parlano del più e del meno, ogni tanto ridono, scherzano, si tirano qualche spallata giocosa. La pelle scura di André contrasta piacevolmente contro quella caramellata di Christos, sensibilmente più chiara, ed il sorriso di Mario si piega un po’ di più quando pensa che il contrasto fra la sua pelle e quella di Davide un tempo era molto simile, e nonostante tutto lo è ancora.
- Sono sempre stati piuttosto amici, sì. – annuisce Davide, la voce soffice, venata di tenerezza, - André s’è preso una cotta spaziale per lui, sai?
- Santo cielo. – sospira Mario, sollevando gli occhi al cielo, - Ma ce n’è uno che si salvi, qua dentro?
Davide ride di gusto, gettando indietro il capo.
- Spiritoso. – lo apostrofa, tirandogli uno schiaffo sulla nuca, - Direi che ogni situazione è particolare e va osservata nel suo contesto, ma tieni presente che con Christos è tutto sempre un po’ più inspiegabile del resto. È qui da così tanto tempo… è parte di tutti noi. Alcuni di noi ci sono caduti perché—
- Alcuni di voi? – lo interrompe Mario, incredulo. L’occhiata che lancia a Davide è sinceramente stupita, ma anche profondamente divertita. Davide risponde infilandogli due dita fra le costole e ridendo mentre lui si piega in preda alle risate e al dolore contemporanei.
- Alcuni di noi, sì. – annuisce continuando a torturarlo finché Mario non implora pietà, - Non io, comunque. Ma devi capire che è una cosa particolare, Mario. Tutti noi abbiamo, credo, cercato di essere dei buoni padri, per lui. Nessuno di noi c’è riuscito, ovviamente, visto che siamo sempre stati genericamente impreparati alla sua persona, ma ci abbiamo provato, ed ognuno di noi ha fallito in modo diverso. Christos è un po’ confuso, riguardo certe cose. Credo che si senta molto amato, in generale, stando qua, e credo che abbia molta paura di allontanarsi da questo posto in cui tutti pendono dalle sue labbra e per lui darebbero un braccio e vogliono solo il meglio per la sua vita. Ma d’altronde, - sospira, - penso che sia così per tutti. Io, però, non posso capirlo, perché non sono mai stato costretto ad andarmene. Forse tu puoi, però.
Mario scrolla le spalle, alzandosi in piedi.
- Il punto è esattamente questo, Dade. – dice, usando senza pensarci lo stesso soprannome che gli è sempre rimasto disegnato sulle labbra, - Io non sono stato costretto ad andarmene. Io sono stato costretto a capire che andarmene sarebbe stata la soluzione migliore, e solo a quel punto ho deciso di andarmene di mia spontanea volontà. – si volta a guardarlo, - Avrei potuto restare, e farmi un altro anno di scazzi e rotture di coglioni partendo da titolare cinque volte in tutto il Campionato, ma ho scelto di andarmene. E così dovrà essere anche per Christos. Noi possiamo solo spiegargli nel dettaglio che alternative ha, poi dev’essere lui a decidere.
- Ma le sa già le alternative che ha. – sospira Davide, scuotendo il capo.
Mario sorride.
- Il fatto che le conosca non vuol dire che le abbia davvero comprese. – conclude, allontanandosi a grandi passi verso la coppia ancora intenta a chiacchierare sotto le fronde dell’albero che li protegge dal sole spaccapietre di agosto, poco più in là. – La palança negra. – dice, sorridendo sereno e porgendo ad André la mano mentre finge di ignorare l’occhiata astiosa di Christos che ha accompagnato i suoi ultimi passi e continua ad accompagnarlo anche ora che è già arrivato, - Ti ho seguito con molta attenzione, dall’estero. Non si fa che parlare della tua Angola, dai Mondiali del duemilaventisei. È incredibile quello che siete riusciti a fare, sarebbe già stato leggendario anche solo arrivare in finale, ma costringere l’Olanda ai rigori e perdere con un solo gol di scarto, be’, che dire. L’Inter è fortunata ad averti.
- Sono stato fortunato io ad avere l’Inter. – sorride André, ricambiando la stretta della sua mano ed ignorando a propria volta Christos che, per protesta, incrocia le braccia sul petto. – Non sarei nemmeno vivo, oggi, se non fosse stato per quello che questa società ha fatto per me quando ero ancora un bambino. La mia gratitudine è immensa.
- Vedo che abbiamo tutti uno o più motivi per essere grati a questa società. – commenta Mario con un sorriso.
- Tu non sei grato. – sbotta Christos, interrompendo il proprio sciopero del silenzio con un fiotto d’acido diretto al centro del suo petto, - Tu sei solo uno stronzo opportunista che non sarebbe mai tornato se non per soldi.
Mario gli lancia un’occhiata severa, prima di voltarsi nuovamente verso André.
- Mi spiace, dovremo rimandare ad un altro momento la nostra conversazione. – dice, continuando a sorridere come se Christos non avesse mai parlato. André si scusa, saluta Christos con un bacio sulla tempia facendosi strada a fatica fra i ricci gonfi e leggeri che gli incorniciano il viso, e poi scompare oltre il cancello, deciso a riprendere il proprio posto in allenamento con la prima squadra. – Per inciso, - dice Mario non appena lo vede sparire oltre la siepe, - il mio stipendio come consulente tecnico qui non giustificherebbe il mio passaggio dallo United all’Inter neanche se fossi stato dichiarato clinicamente incapace di intendere e di volere prima di firmare il contratto.
Christos lo liquida con uno sbuffo contrariato, e prova a sorpassarlo girandogli attorno. Mario si muove lateralmente, piazzandoglisi di fronte e guardandolo dritto negli occhi in segno di sfida.
- Lasciami passare. – dice gelido, stringendo i pugni lungo i fianchi. Mario scuote il capo. – Lasciami passare! – insiste lui, stavolta più ad alta voce.
- Tanto non giocherai. – gli fa presente Mario, sorridendo beffardo. Alle volte, parlando con Christos, ha l’impressione di tornare ragazzino e litigare con lo specchio.
- Lo so già che non parto titolare. – ringhia lui, - Ma Davide mi—
- Il tuo mister – lo corregge Mario, incrociando le braccia sul petto, - non ti farà giocare nemmeno per il secondo tempo, che siano quaranta, dieci o anche solo cinque minuti.
- E questo perché l’hai deciso tu? – ribatte Christos, strafottente, ma il sorriso che gli piega le labbra svanisce in un lampo quando si ritrova a fronteggiare un sorriso identico da parte sua.
- Esattamente. – risponde Mario, - E visto che tenerti lontano dagli allenamenti e dal campo non basta a farti entrare un minimo di sale in zucca, farò quello che avrebbero dovuto fare altri con me quando avevo la tua età e ti toglierò il pallone.
- …che cosa? – balbetta Christos, incerto. Mario sorride ancora.
- Esci dalla Pinetina. Vai da qualche altra parte. Non ti è permesso entrare in questo centro sportivo per tutta la prossima settimana.
- Cos— io ci vivo qua dentro, stronzo di merda! – annaspa il ragazzo, gesticolando animatamente.
- Me ne sbatto le palle. – risponde Mario, sorridendo serafico, - Ora, vuoi che te lo ripeta io o preferisci che chiami mister Mourinho in persona per farti buttare fuori da questo posto a calci in culo? – Christos lo guarda come volesse saltargli alla gola e sbranarlo sul posto. Ringhia sommessamente, come una bestia in gabbia, e Mario sente il prurito più piacevole del mondo scivolargli lungo la schiena e crepitargli sulle mani. Il ragazzino non ha idea della persona contro cui si è messo. – Ti irrita, vero? – ride piano, - Ti irrita da morire che ad ordinarti una cosa del genere debba essere proprio io. Io che con te non c’entro un cazzo, sono arrivato da meno di una settimana e questa squadra che tu ami tanto l’ho mollata senza pensarci quando avevo quasi la tua stessa età. Che ingiustizia. – ride ancora, sottovoce. Le mani di Christos, lungo i suoi fianchi, si aprono e si chiudono a pugno alternativamente, come se solo provando a strangolare l’aria Christos potesse impedirsi di provare a strangolare lui. – Be’ ti insegno qualcosa che pare qui nessuno sia stato in grado di ficcarti in quella testaccia del cazzo: la giustizia non esiste. E ora fuori di qui.
Christos lascia andare un mezzo grido frustrato, muovendo qualche passo verso di lui e calciando con una forza inaudita un pallone lasciato lì per terra, prima di allontanarsi imprecando e continuando a prendere a calci qualsiasi cosa incontri al passaggio.
Mario sospira, rilassando le spalle ed i lineamenti del viso. Un tempo era abituato a tirare sulle labbra sorrisi falsi per lasciare intendere al mondo che stesse andando tutto bene quando in realtà non era affatto così, ma è un’abitudine che ha perso andando via da Milano, quando la gente ha smesso di pretendere, di chiedere, di accerchiare. Di soffocarlo.
Scuote con decisione il capo, per evitare che ricordi che non ha alcuna voglia di rivangare tornino inattesi e indesiderati ad ingombrargli il cervello. Sciogliendo le spalle, si dirige verso la panchina sulla quale è seduto Davide. I Primavera stanno ancora scaldandosi, la prima squadra, accompagnata da Mourinho, è appena arrivata. Davide non lo guarda, nemmeno quando lui si siede al suo fianco.
- L’hai fatta grossa. – lo avverte.
Mario scrolla le spalle.
- Non è la prima né l’ultima volta.
*
Il pomeriggio è già tardo, col sole ancora giallo e splendente ma basso a sfiorare già le punte degli alberi attorno alla Pinetina, quando Mario entra nella sala principale della zona medica. La luce è bassa e per lo più azzurrina, c’è solo qualche lampada bianca sparsa in giro, soprattutto vicino alle scrivanie dei dottori e in qualche punto strategico vicino alle incubatrici, così che i vari addetti possano controllare valori e funzioni vitali degli incubati senza doversi portare dietro una torcia elettrica.
Joel è vicino all’incubatrice di Philippe. Controlla scrupolosamente che tutto sia a posto e poi, sollevando gli occhi, ricambia il sorriso estatico che Philippe stesso gli rivolge, al di là dello spesso vetro che lo protegge, della maschera ad ossigeno che gli fornisce la quota di ossigeno in più che gli permette di respirare e dello straordinario liquido che lo avvolge interamente come un abbraccio.
- L’aria liquida. – commenta Mario, avvicinandosi a lui e spezzando discretamente il silenzio della sala, - È o non è stata la scoperta in assoluto più interessante dell’ultimo secolo?
- Indubbiamente. – annuisce Joel, scorrendo gli elenchi di valori sul proprio datapad, - Curare gli infortuni immediatamente, dimezzare i tempi di recupero, potenziare l’apparato respiratorio e rallentare l’invecchiamento cellulare, e tutto questo è possibile con una sola seduta a settimana, e nemmeno tanto lunga. – sbuffa appena un sorriso, - Personalmente, avrei preferito la UEFA lo legalizzasse qualche anno prima. Considerato che già allora le singole leghe calcistiche nazionali non esistevano più, e che già parecchi centri sportivi in tutta Europa erano pronti a partire ed aspettavano solo il via dei grandi capi, sarebbe bastato un niente per prendere il ginocchio di Davide in tempo ed aiutarlo a guarire.
Mario si volta a guardarlo, sorridendo appena.
- Sembri molto affezionato a lui. – considera, prendendo a passeggiare davanti alle incubatrici ed osservando i ragazzi godersi la terapia, chi più quietamente, con gli occhi chiusi e le braccia molli lungo i fianchi, chi in maniera più rocambolesca, saltellando sul fondo dell’incubatrice o azzardando qualche capriola dopo aver staccato la maschera ad ossigeno.
- Non è che lo sembro, lo sono. – risponde Philippe, affiancandoglisi e bussando ad una delle incubatrici al cui interno si verifica un’attività più turbolenta, - Aleks, vedi di darti una calmata. Sta’ buono e respira. – sbotta, prima di tornare a rivolgersi a Mario con un sospiro rassegnato, - La soluzione di Perfluorodecalin ossigenato funziona meno efficacemente se si agitano, ma molti sono ragazzini e lo vedono solo come un gioco. Educare i piccoli non è facile.
- Questa è decisamente qualcosa che non è cambiata. – ride Mario, appoggiando una mano al vetro di una delle incubatrici ed accarezzandolo lentamente. – Il che ci riporta al motivo per cui sono qui.
- Oh, non volevi parlare di Davide? – ride lui, stringendosi nelle spalle.
- No, Joey. – risponde Mario, facendogli eco, - Quello magari dopo.
- Hai smesso di chiamarmi Obi? – insiste lui, inarcando un sopracciglio.
- Ti ho detto do— aspetta, Davide ti ha detto perfino che ti chiamavo Obi?! – sbotta lui, spalancando gli occhi, e Joel ride di gusto, piegandosi in due ed appoggiandosi alla stessa incubatrice sulla quale Mario stava passando una mano prima. Alen, da dentro, tira un calcetto contro il vetro, guardandoli infastidito, e loro si allontanano.
- Ok, ok, basta idiozie. – ride Mario, girandogli un braccio attorno alle spalle e tirandoselo contro in un abbraccio affettuoso, - Dimmi di Christos.
Joel scrolla le spalle, ricambiando l’abbraccio.
- Sei venuto da quello che lo conosce di meno in assoluto, Mario. – confessa, - Nell’anno in cui Christos è arrivato in Pinetina, io feci il salto definitivo dalla Primavera alla prima squadra e allo stesso tempo decisi di cominciare a frequentare l’università. Fra allenamenti e studio non è che avessi davvero del tempo libero, perciò di lui si occupavano prevalentemente gli altri. Poi all’università ho conosciuto anche quella che ora è diventata mia moglie, per cui—
- Sei sposato? – chiede Mario, sorridendo, - Congratulazioni! Mi fa piacere sapere che la specie umana è ancora provvista di qualche esponente eterosessuale in grado di proseguirla.
Joel ride, scuotendo il capo.
- Sei sempre stato un cretino. – lo apostrofa divertito, - Comunque, - sospira, - mi spiace di non poterti dire molto. So meno di quanto sappiano altri con cui hai già parlato, Christos è arrivato dal nulla, nessuno sa chi sia il padre, quasi tutti crediamo sia José ma lui è tanto ostinato nel ripetere che non è suo figlio quanto lo è nel rifiutarsi di dirci allora chi sia questo padre misterioso. Hai perso tempo, me ne rammarico.
- Ah, io no. – sorride Mario, battendogli una pacca amichevole sulla spalla, - Mi andava di parlare un po’ con te, comunque. E, be’, sento il bisogno di ringraziarti, anche.
Joel inarca un sopracciglio, scettico.
- …vorrei chiederti perché, ma suppongo ci sia di mezzo Davide e non ci tengo minimamente a sentirti fare un discorso del tipo “grazie di esserti preso cura di lui mentre non c’ero”. Cercati un altro Pacey, Dawson.
Ridono entrambi, e continuano a farlo anche mentre le luci si accendono e le incubatrici si svuotano, lasciando i ragazzi all’interno liberi di tornare a poggiare i piedi per terra e respirare normalmente. È in quel momento che una segretaria entra in sala, cercando Mario, per riferirgli che Mourinho vuole parlare con lui nel proprio ufficio.
*
Zlatan irrompe nel suo ufficio sbraitando come una furia, la cravatta che svolazza ovunque e che lui immediatamente allenta e sfila, lanciandola sulla scrivania un attimo prima che entrambi i suoi pugni si abbattano sullo stesso piano, a pochi centimetri dalle mani di José.
- Oggi si è passato il segno! – strilla, chinandosi su di lui in modo da poterlo guardare dritto negli occhi, anche se José non sembra intimorito da questo, come neanche dal suo atteggiamento aggressivo in generale. – Cristo, José, sai che io sono il primo a desiderare che Christos muova il culo e si allontani da qui quanto prima, ma è già da due settimane che il ragazzo è rientrato e si allena a programma ridotto, ora arriva Mario e lo mette fuori squadra! Ma stiamo scherzando?! Vogliamo che giochi altrove o che perda la forma e si distrugga?! Ma Cristo!
L’espressione di José si incrina appena solo quando sente Zlatan dire che Mario ha messo Christos fuori squadra, ma torna immediatamente alla solita impeccabile maschera di controllato interesse già per la fine del suo monologo. Frustrato, Zlatan sbuffa e si lascia ricadere su una delle due poltrone di fronte alla scrivania, incrociando le braccia sul petto e mormorando un “di’ qualcosa!” estremamente risentito.
José sospira, intrecciando le dita ed avvicinando la propria poltrona girevole alla scrivania con un colpo di reni.
- Zlatan, da quanti anni segui Christos? – chiede con rassegnazione evidente nella voce, negli occhi, nei lineamenti del viso.
- Tanti. – risponde Zlatan, piegandosi verso di lui in modo da dare a quella conversazione il tono più intimo che José implicitamente gli ha chiesto avvicinandosi per primo. – Ma il fatto che io gli sia affezionato non può impedirmi di fare correttamente il mio lavoro, e— - ride un po’, - È assurdo che tu mi chieda di comportarmi come se non mi importasse essere scavalcato proprio da lui. L’ultimo arrivato, e sarebbe già abbastanza per farmi saltare i nervi, ma Mario, per giunta. José, sei stato tu a volere che imparassi questo lavoro. Per Christos. Non puoi chiedermi di svolgerlo male, adesso.
- Non te lo sto chiedendo, Zlatan. – scuote il capo lui, - Ti sto chiedendo di fidarti di me, è ben diverso.
- No, José, tu non mi stai chiedendo di fidarmi di te! – sbotta lui, esasperato, - Tu mi stai chiedendo di fidarmi di Mario, e questo è ben diverso!
- Io mi fido di lui. – ribatte José, serio.
- E non riesco a capire perché. – sbuffa Zlatan, tornando ad appoggiarsi contro lo schienale e incrociando le braccia sul petto, - Non ti ha mai dato motivo di farlo.
- Nemmeno tu me ne avevi mai dato. – gli ricorda il portoghese, sistemandosi gli occhiali sul naso.
- È diverso, - insiste Zlatan, - io sono tornato, quando me l’hai chiesto.
- Ed anche lui. – ridacchia José, - Zlatan, smettila. – lo rimbrotta divertito, - So quello che faccio.
- Forse tu sì, ma Mario no di certo. – sospira lui, alzandosi in piedi e recuperando la cravatta, girandosela attorno al collo senza però annodarla. Fa per voltarsi verso la porta e muovere qualche passo per uscire, ma nota subito Mario immobile sulla soglia, una mano sulla maniglia e gli occhi spalancati dalla sorpresa. – Da quanto sei qui? – gli chiede gelido, piantando una mano su un fianco. Mario boccheggia, fa per dire qualcosa, non ci riesce. Zlatan sbuffa. – Fa niente, - dice con un gesto di stizza, attraversando i pochi metri che li separano e uscendo dalla stanza per imboccare il corridoio, - non che m’interessi davvero.
Mario resta immobile senza essere capace di esprimere nemmeno uno dei pensieri che gli affollano la testa. José ha tutto il tempo di alzarsi dalla propria poltrona ed avvicinarglisi circospetto.
- Mario, - lo chiama a bassa voce, - devo parlarti.
Lui si riscuote, abbassando lo sguardo e incontrando i suoi occhi.
- È lui il suo procuratore? – gli chiede. José annuisce. – Perché?
- Perché era adatto. – risponde.
- Come sono adatto io adesso? – domanda ancora, stringendo la presa attorno alla maniglia.
- Esattamente. – annuisce ancora lui.
Al di là delle labbra serrate, Mario digrigna i denti.
- Forse ha fatto un errore di valutazione di troppo. – gli risponde seccamente, prima di voltarsi e inseguire Zlatan lungo il corridoio.
- Aspetta, Mario! – cerca di fermarlo lui, allungando un braccio per afferrarlo e ritrovandosi a stringere solo aria, - Devo parlarti!
- Dopo! – risponde semplicemente lui ad alta voce, prima di sparire dietro un angolo. José sospira e torna nel proprio ufficio, massaggiandosi stancamente le tempie e sperando che dopo non sia troppo tardi.
*

- Smettila di seguirmi. – dice Zlatan, senza degnarlo nemmeno di un’occhiata.
- Non lo farò fino a quando non avrai risposto alle mie domande. – ribatte lui, sicuro.
- Non ne hai posta nemmeno una, ancora. – gli fa notare lo svedese, inarcando un sopracciglio senza smettere di camminare.
- Sto aspettando che tu ti fermi e mi dia modo di cominciare! – sbotta Mario, allargando le braccia in un gesto rassegnato e fermandosi all’improvviso, sperando intimamente che Zlatan lo segua. Zlatan, però, continua a camminare imperterrito, e dopo pochi secondi Mario ha bisogno di corrergli dietro, se non vuole perderlo. – Zlatan. – lo chiama, il respiro un po’ affaticato per la corsa.
- Chiedi. – risponde lui, gelido.
- È figlio tuo? – domanda Mario a bruciapelo. Zlatan si ferma all’improvviso, così inaspettatamente che Mario ha bisogno di un paio di secondi buoni prima che il suo corpo comprenda che è successo e si decida a fermarsi. Si volta a guardarlo, e Zlatan lo sta fissando di rimando, gli occhi spalancati.
- Ma come ti salta in mente? – ritorce allucinato, - No che non è figlio mio! Mi spieghi come dovrebbe essere arrivato qui mentre io ero in Spagna?
- Cosa vuoi che ne sappia?! – sbuffa lui, allargando nuovamente le braccia ai lati del corpo, - C’è una qualsiasi cosa che abbia senso, in questa storia? Puoi biasimarmi se ormai non do più niente per scontato?
- Senti, Mario, - riprende Zlatan con un sospiro, ricominciando a camminare, - non so che idee ti sia fatto tu, ma ci sono molte più probabilità che il figlio sia tuo che non che sia mio, ed è tutto dire.
- Spiritoso. – quasi ringhia Mario, rimettendosi al suo fianco e riprendendo il passo, - Tu sei il suo procuratore e non sai di chi è figlio?
- Esattamente. – dice Zlatan, e fatica ad ammetterlo, Mario lo capisce, perché i suoi lineamenti si tendono tutti, indurendosi e dandogli l’aria di uno che non vede l’ora che il momento che si ritrova controvoglia costretto a vivere svanisca nel vortice dei momenti suoi simili già trascorsi e fortunatamente dimenticati.
- Come cazzo è possibile che nessuno oltre José sappia di chi questo ragazzo è figlio?! – strilla Mario, esasperato, affiancandosi alla macchina di Zlatan, parcheggiata a pochi passi dal cancello d’ingresso secondario del centro sportivo.
- Cosa vuoi che ti dica? – scrolla le spalle lui, aprendo lo sportello e sedendosi al proprio posto, - È stato bravo a mantenere il segreto.
Mario si affretta a spalancare lo sportello anche dal proprio lato, chinandosi poi sull’automobile sportiva bassissima per cercare gli occhi di Zlatan. Si scambiano uno sguardo lungo, intenso e combattuto, simile a certi sguardi che si lanciavano in allenamento troppi anni prima perché il ricordo possa essere ancora di una qualche importanza. Ciononostante, al termine del confronto, Zlatan sospira e lo invita con un cenno ad entrare, cosa che Mario termina di fare pochi attimi prima che l’auto parta, imboccando la strada per il centro residenziale di Appiano a velocità sostenuta per passare in mezzo al crocchio di giornalisti e curiosi ammassato poco fuori dall’uscita.
- Dove stiamo andando? – chiede timoroso. Zlatan fissa di fronte a sé.
- Da Christos. – risponde lapidario, - Capisco cosa hai avuto intenzione di fare, ma lui non ha nessun posto dove stare oltre alla Pinetina. Sarà andato a rompere i coglioni al suo ragazzo, e lì non ci può stare.
Mario inarca un sopracciglio, incerto.
- E perché no? – chiede, - Dovrebbero essere felici di stare un po’ insieme.
- Lo sarebbero indubbiamente se non fosse che in quella casa non c’è spazio. E naturalmente, se non fossero anni che Adri cerca di rompere con lui.
Mario spalanca gli occhi, prendendosi qualche secondo per cercare di digerire l’informazione e rassegnandosi a boccheggiare sconvolto quando si rende conto che non c’è modo per digerire una cosa simile. Non c’è modo, in generale, per comprendere quanto profondamente Christos abbia messo radici a Milano, con quanta forza si sia imposto su ogni singolo componente di questa società, del nucleo di persone che la compone e di tutti coloro che a queste persone sono in qualche modo collegati. È un bene che i suoi genitori, chiunque siano, stiano ben lontani da Milano, perché hanno sulla coscienza la vita di troppa gente, e da quando è tornato anche la sua.
- Quindi è lui il ragazzo di Christos. L’ex marito di Philippe. – considera con aria assente. Zlatan si concede una mezza smorfia, deviando dalla strada principale per entrare in paese e cominciando a vagare per le vie dei quartieri semivuoti.
- Senti, cerca di non darti troppa pena per quello che è successo mentre non c’eri. – lo avverte, - Anche perché è troppa roba, e per lo più sono cose di cui non hai colpa. Non è che se tu fossi rimasto Christos non sarebbe arrivato comunque, eh. Anzi, ci sarebbe solo stato un problema in più.
Mario annuisce, ma si mordicchia l’interno di una guancia, incapace di smettere di pensare a come sarebbero andate le cose se invece fosse rimasto davvero.
- Cosa sai di lui? – chiede quindi, più per distrarsi dalla piega che i suoi pensieri stanno prendendo che perché speri di cavare un qualche ragno dal buco.
Zlatan, infatti, scrolla le spalle.
- Niente più di quello che ormai saprai a memoria anche tu. – risponde, continuando a tenere d’occhio la strada nonostante la disinvoltura con cui guida lasci intendere che conosce quelle vie perfettamente a memoria, - José s’è presentato già col bambino, come l’avesse autogenerato. E lì è cambiato tutto. Doveva andarsene, ma è rimasto. Ora, io non so se lui cercasse solo una scusa per rimanere e questo bambino gli sia piovuto fra capo e collo regalandogliela, o se restare qui sia stata solo una conseguenza cui s’è dovuto abituare controvoglia, però so che è così che è andata. E per inciso, dei primi anni di Christos io non so niente, perché ho saputo della sua esistenza quando lui ne ha compiuti sei.
Mario annuisce serio, meditando sulla possibilità di tirare fuori il suo pad e prendere qualche appunto. Poi lascia perdere, decidendo di affidarsi alla propria memoria. Per qualche motivo, l’idea di fare con Zlatan come ha già fatto con tutti gli altri lo disturba. Vuole che questa continui ad essere una conversazione normale, per quanto – se ne rende conto – nella situazione contingente la parola normale perda un po’ senso.
- Com’è successo? – chiede, - Come l’hai saputo?
- José mi ha chiamato. – dice Zlatan con un mezzo sorriso, - E mi ha chiesto di fare un sacrificio.
Mario non può impedirsi di sorridere a propria volta.
- È la stessa cosa che ha detto a me, sai? – dice, guardando fuori dal finestrino Appiano sempre uguale, le sue palazzine basse, le villette sporadiche, le piazze semivuote, - Mi ha detto che non voleva propormi un affare, assumendomi, ma chiedermi un sacrificio.
Zlatan ride ad alta voce, i lineamenti molto più rilassati di quanto non fossero qualche minuto prima.
- Non è cambiato molto, in questi ultimi anni. – dice, nella voce una punta di tenerezza, - È pretenzioso e sfacciato adesso come lo era allora.
- Quando ti ha chiamato… tu non dovevi essere poi così vecchio. – riflette Mario, dubbioso, - Quanti anni avevi? Trentacinque, trentasei? Il PFD era appena stato legalizzato, il Barça aveva apparecchiature molto all’avanguardia. Avresti potuto fare almeno altri due, tre anni.
Zlatan annuisce.
- Avevo trentacinque anni, infatti. E sì, avrei potuto. Ma non l’ho fatto. – ride, - Ho lasciato Barcellona e sono tornato a Milano immediatamente.
- Cosa ti ha detto per convincerti? – chiede Mario, curioso, e Zlatan ride ancora.
- Assolutamente niente. – risponde divertito, - Non è neanche stato completamente chiaro, al telefono. Mi ha parlato di questo bambino e mi ha detto che voleva che fossi io il suo procuratore. “Sei abbastanza stronzo per farlo,” mi ha detto.
- E tu hai mollato tutto e sei tornato a Milano solo per questo? – insiste Mario, - Solo perché te l’ha chiesto?
Zlatan ride a bassa voce, scuotendo lievemente il capo con evidente rassegnazione.
- Assurdo, vero? – commenta, - Eppure, sì. È andata esattamente così. Ed è successo così anche con te, no? – gli chiede, lanciandogli un’occhiata complice.
Mario distoglie lo sguardo, un po’ in imbarazzo.
- Io non pensavo di rimanere. – risponde, - Pensavo di rifiutare.
- Certo. – ride Zlatan, ad alta voce, - Chiunque prende un volo transoceanico per andare a rifiutare una proposta di lavoro. Come no. – lo prende in giro, e Mario gli lancia un’occhiataccia solo fintamente offesa. – La verità – riprende Zlatan poco dopo, fermandosi a pochi passi da una bifamiliare con un bel cortile davanti all’interno del quale Mario nota due cani che sonnecchiano in un angolo e un piccolo pollaio sull’angolo opposto, tre o quattro galline che chiocciano nell’aia e i panni stesi in alto a pochi passi dal cancello d’ingresso. – Ma mi ascolti? – rimbrotta Zlatan, ridacchiando divertito. Mario annuisce, tornando a guardarlo ma non riuscendo a smettere di chiedersi per quale motivo si siano fermati. – La verità – ricomincia Zlatan, - è che il punto non è Mourinho e non è nemmeno quello che siamo venuti a fare qua. Sai perché sono convinto che Christos non sia stato altro che il pretesto di cui José aveva bisogno per rimanere? Perché è stato il mio pretesto per tornare. E credo che la stessa cosa valga per te. – annuisce deciso, - Il punto è Milano, Mario. Quello che ci siamo lasciati alle spalle andandocene. Ecco perché siamo tornati. Il motivo reale è questo.
Mario abbassa lo sguardo, incerto.
- Anche se mi dici così, se è vero io non posso saperlo, perché non me ne sono accorto. – risponde, - Io credevo davvero di voler rifiutare.
- E poi non l’hai più fatto. – scrolla le spalle Zlatan, aprendo lo sportello. – Matematico. Ora esci, dai. Siamo arrivati.
Mario solleva lo sguardo, tornando a guardare il cortile.
- Qui? – chiede allibito, indicando il pollaio, i cani, i panni, in generale tutto ciò che vede, - È qui che abita Adri?
Zlatan si mette a ridere, chiudendo la macchina ed avviandosi verso il cancello.
- È qui che abitiamo tutti. – risponde, tirando fuori le chiavi.
Mario non riesce ad impedirsi di lasciare andare un’esclamazione di puro stupore, nel sentire le sue parole.
- Come sarebbe a dire tutti? – domanda sconvolto, seguendo Zlatan oltre il cancello e dentro al cortile ed osservandolo con un certo sgomento mentre scaccia a pedate qualche gallina più stupida delle altre, convinta di potersi frapporre fra lui e il suo obbiettivo.
- Ti presento il Senato. – ride Zlatan, aprendo la porta ed invitandolo ad entrare, - Ma non azzardarti a chiamarlo così davanti ai vecchi, è il modo in cui lo chiamano i ragazzi in Pinetina per prenderli in giro.
- Il Senato? – chiede Mario, sempre più allucinato, seguendolo all’interno dell’edificio e lanciando occhiate curiose intorno per provare a mappare la casa, il cui piano terra è composto da due stanze a vista sull’ingresso, un salotto enorme e la cucina abitabile, ed un corridoio sul quale si aprono altre tre porte.
- Aha. – prosegue Zlatan, posando le chiavi sulla consolle all’ingresso e chiudendo la porta mentre Mario muove qualche passo incerto attorno a sé, giusto per non rimanere impalato in mezzo al niente come uno stoccafisso. – Lo sai com’è quando i figli crescono, no? Le famiglie si rimpiccioliscono e gli amici si avvicinano. – scrolla le spalle, - Javi, Deki e il Cuchu ne hanno solo approfittato per poter avere un posto in cui tenere Christos e prendersi cura di lui quando ha cominciato a farsi un po’ più grande. Poi le cose si sono complicate, naturalmente, prima sono arrivato io, molti anni dopo hanno dovuto trovare un posto anche per Adri, insomma, una serie di terremoti uno dietro all’altro. Che poi, se ci pensi, - continua, come perso nei suoi pensieri, - tutti i terremoti sono stati generati da Christos, in un modo o nell’altro. Tutto il resto è una conseguenza.
- …quindi vivete tutti qui. Tutti assieme. – commenta Mario, deglutendo a fatica, - Ma non è la cosa più opprimente del mondo? Il mio appartamento mi sembra già troppo affollato quando porto a casa qualcuno per la notte.
- Porti a casa qualcuno per la notte? – ridacchia Zlatan, divertito, - Dio, non sei cambiato per niente. – sbuffa scuotendo il capo, - Ci credo che continui a combinare danni, il danno ambulante sei tu. – sospira appena, prima di alzare la voce e rivolgersi genericamente a tutto il resto della casa. – Sono tornato! – annuncia, - E c’è un ospite.
Il primo a mostrarsi, affacciandosi alla porta del salotto con tanto slancio che ha bisogno di puntellarsi con entrambe le mani sugli stipiti per non cadere in avanti, è Javier.
- Mi sembrava di aver sentito una voce conosciuta. – dice, così piano che Mario a stento lo sente, - Speravo di sbagliarmi.
- Javi, bentornato. – lo saluta Zlatan, sfilando la giacca ed appendendola all’appendiabiti, - Andato bene il viaggio di ritorno?
- Quello sì. – sbuffa lui, - Il papà di Paula sta meglio, tra l’altro.
- Ah, ne sono contento. – sorride Zlatan, battendogli una breve pacca sulla spalla prima di sorpassarlo ed entrare in salotto.
- Certo, arrivare a Milano ed essere costretto a correre qui immediatamente perché Christos è stato buttato fuori dalla Pinetina mi ha un po’ scombussolato i programmi. – riprende Javier, accigliato, inseguendolo senza aspettare un attimo. – A chi devo dare la colpa di tutto questo?
Zlatan si lascia andare sul divano con un tonfo, lanciando un’occhiata al televisore acceso e cercando alla cieca il telecomando fra i cuscini con entrambe le mani.
- A lui. – dice, indicando Mario con un cenno del capo.
- E perché l’hai portato qui? – insiste Javier, comportandosi in tutto e per tutto come se Mario non esistesse, mentre lui resta immobile alle sue spalle, ancora all’ingresso, tremendamente a disagio.
- Perché ha bisogno di parlare con qualcuno con cui non ha ancora parlato. – sbuffa Zlatan, chiudendo l’argomento e trovando finalmente il telecomando. – Aaah, eccoti. – esala soddisfatto, prendendo a fare zapping. Solo allora Javier si volta e guarda Mario con la stessa espressione con cui l’ha osservato spesso scrutare gli avversari prima delle partite. Gli occhi di uno che sa chi ha davanti, ha ottenuto tutte le informazioni che gli servivano ed è perfettamente pronto ad affrontarlo.
- Scusami. – gli dice, i tratti del volto che si distendono tutti assieme, sciogliendosi in un sorriso rassicurante che ridà al suo volto l’età che la durezza di poco prima gli aveva tolto, riportandolo quasi a quando di anni ne aveva trentasei e guidava senza paura una squadra di pazzi a vincere quella che per certi versi è rimasta la Champions League più epica di tutti i tempi, - Non è colpa tua. È solo che José ha giustamente aspettato che io fossi via, per farti venire. Che uomo assurdo.
Mario si inumidisce le labbra, guardando Javier con un certo timore reverenziale che suona francamente assurdo, visto che non lo guardava in questo modo neanche quando avrebbe dovuto farlo per contratto.
- Non mi volevi qui? – chiede incerto. Javier sorride ancora e scuote il capo.
- Ma ancora una volta, non è colpa tua. – lo rassicura con una breve stretta di mano, - Purtroppo, la situazione è molto complessa, come immagino già saprai.
- Sì, - ride un po’ Mario, ricambiando la stretta e grattandosi nervosamente la nuca con la mano libera, - il mondo intero non fa che ripetermelo da quando sono arrivato.
- E non hai ancora avuto modo di vederlo coi tuoi stessi occhi? – chiede Javier, facendogli strada verso la cucina proprio di fronte al salotto.
- Per la verità sì. – sospira lui, prendendo posto su uno degli sgabelli attorno al tavolo alto nel mezzo della stanza ed osservando Javier che prepara il caffè meticolosamente, senza sporcare nulla. Ripensa al piano accanto al lavello a casa sua. Non ricorda se l’ha pulito prima di partire. È straniante come la sua permanenza a Milano, per quanto scombussolata e sconvolgente, gli stia dando modo di comprendere a fondo quanto disordinata e priva di qualsiasi criterio sia la propria vita di tutti i giorni a Manchester. – Capitano, non ho la minima idea di dove stia andando a parare questa storia.
Per niente stupito di sentirsi chiamare ancora così proprio da lui, quando nessuno più lo fa ormai da tempo, Javier sorride e continua a preparare il caffè. Altri capitani hanno preso il suo posto dopo di lui, alcuni meno longevi di altri. C’è stato Deki per un anno subito dopo il suo ritiro, poi c’è stato il Cuchu per un po’, Julio per l’ultimo anno all’Inter prima di cedere il passo e tornare in Brasile, poi Philippe, tanto a lungo da superare perfino i suoi record, ed André si appresta a prendere il suo posto l’anno prossimo, col benestare di tutti, e Javier non è più il capitano di nessuno che militi ancora nella formazione dell’Inter, non è il capitano di nessuno dei ragazzi che scendono in campo ogni domenica e nei turni infrasettimanali e durante le competizioni nazionali, europee e mondiali, ma è rimasto il capitano di Mario. Quello che gli hanno insegnato a chiamare così quando aveva sedici anni, lo stampo sul quale ha posizionato tutti gli altri capitani che si sono susseguiti nel corso della sua carriera, l’ombra scura sul muro sopra la quale proiettava le sagome degli altri, per vedere se le assomigliavano, se c’entravano qualcosa, il suo imprinting, il suo primo assaggio reale di cosa possa voler dire prendere sulle spalle una squadra e condurla dove ha bisogno di andare, dove è giusto che vada.
- Dove sta andando a parare quale storia? – chiede bonario, accendendo il fornello e voltandosi a guardarlo, per poi sedersi di fronte a lui. Mario si stringe nelle spalle e si sente molto più piccolo di quanto non si sia mai sentito, anche quando piccolo lo era davvero.
- Tutte. – risponde un po’ abbattuto. – Perché José mi ha voluto qui, cosa sto facendo con Christos e con tutto il resto… non ho avuto neanche il tempo di fermarmi a riflettere su quale fosse effettivamente la cosa di cui si stava parlando, sai?, perché c’era la possibilità di tornare, e il ragazzino indisponente era una sfida troppo allettante, e tutte le cose che ho lasciato qui vent’anni fa sembra che mi stiano chiamando per chiedermi di restare. – sospira, - Ma io che ci faccio qui? Questa non è più la mia vita, qui non è rimasto niente che sia solo mio. Non ho neanche un posto dove stare. – ride un po’.
- Cos’è, dormi sotto un ponte? – gli fa eco Javier, - Ti direi di trasferirti qui, che tanto è stata la frase che ho usato di più nell’ultimo ventennio, ma non abbiamo più stanze libere. Oh, ma abbiamo soppalcato lo sgabuzzino, un paio d’anni fa, se vuoi—
- Mi sta ospitando Davide, grazie. – ride di cuore Mario, sciogliendosi un po’. Javier sorride con affetto sincero, mentre gli appoggia una mano sulla spalla e la stringe calorosamente.
- Ho capito cosa intendi. – gli dice a bassa voce, - È esattamente il motivo per cui ero contrario alla tua presenza qui. Ma per qualche motivo José invece è convinto che tu possa essere la soluzione ideale per Christos, e sia io che tu sappiamo bene che sono rare le volte in cui quell’uomo ha torto.
- Già, perché nessuno sopravvive per raccontarle. – ride Zlatan, entrando in cucina e spegnendo il fornello. – Si stava bruciando. – risponde con un sorriso alle loro domande mute, prima di recuperare qualche tazzina e versare il caffè.
- Senti, - sospira Mario, sorseggiando il proprio con aria incerta e rivolgendosi nuovamente a Javier, - tu lo sai chi è il padre, vero? Se c’è una persona alla quale il mister può averlo detto, quella persona sei tu.
Javier trattiene il respiro solo per un attimo, mentre Mario resta in attesa, e in quell’attimo Zlatan inarca un sopracciglio e gli lancia un’occhiata incerta.
- Tu lo sai. – gli dice a bassa voce. Javier distoglie lo sguardo.
- Non è— - comincia, ma non ha modo di concludere la frase perché la tensione quasi sacrale del momento viene interrotta dal rumore che produce la mano di Christos quando si schianta contro lo stipite della cucina. Indossa solo i jeans e le pantofole, i capelli così arruffati che gli coprono tutta la fronte. Le punte dei ricci un po’ sudate gli accarezzano la nuca e i suoi occhi sono talmente pieni di rabbia che Mario, guardandoli attentamente, riesce già quasi a vederli lucidi di lacrime.
- Tu devi stare lontano da me. – dice il ragazzo, e la sua furia è tale che non riesce a nascondere il tremito che gli scuote la voce, - Devi stare lontano da me e dalla mia famiglia. Io non me ne voglio andare, io non andrò da nessuna parte e tu devi smetterla di ficcare il naso in cose che non ti riguardano! – il suo sguardo si allontana da Mario e si posa su Zlatan e Javier, dall’altro lato del tavolo. – E voi siete due stronzi. – conclude, la delusione che rende pesante il tono di voce, mentre volta loro le spalle e corre fuori. Dalla stanza, dalla casa, dal cortile.
Zlatan espira profondamente, come avesse trattenuto il fiato fino a quel momento, e si passa una mano fra i capelli.
- Era su con Adri, immagino. – sospira, scuotendo il capo. Javier annuisce, voltandosi a guardare Mario.
- Va’ da lui. – dice, indicando le scale per il piano di sopra con un cenno del capo, - Non potrà rispondere alla domanda che sembra più importante per te, perché non sa chi sia il padre, ma risponderà sicuramente a tutte le domande che sono più importanti per Christos. – conclude con un sorriso mesto.
Mario si morde un labbro, annuendo lentamente, e poi, a capo chino, si incammina verso il primo piano.
*
Adriano non si aspetta di vederlo, ma la sua espressione sorpresa è immediatamente mitigata dal sorriso sincero che gli si apre sulle labbra quando gli posa gli occhi addosso.
- Oh-mio-Dio. – dice incredulo, - Oh-mio-Dio! – ride, saltando giù dal letto ed andandogli incontro. Mario fa per stringergli la mano, incapace di trattenere un sorriso di fronte a tanta allegria, ma Adriano non gliene porge alcuna, preferendo di gran lunga avvolgerlo in un abbraccio tanto stretto da risultare quasi soffocante nel momento stesso in cui si avvicina abbastanza da poterselo tirare contro.
- Ehi. – ridacchia Mario, a corto di fiato, - Sei il primo che sembra così felice di vedermi.
- Be’, è abbastanza normale. – ride Adriano, allontanandosi da lui ma continuando a tenergli una mano sulla spalla, come non volesse in alcun modo interrompere il contatto fra i loro corpi, - Immagino che il ricordo che gli altri hanno di te sia piuttosto diverso da quello che ho io. Per me rimarrai sempre il ragazzino idiota che rideva a tirava fuori la lingua contro gli avversari quando si guadagnava una punizione o segnava. Non ho avuto modo di pensare a te come qualcosa di diverso, visto che quando sono tornato in Italia, be’, tu eri già andato via.
- Mi sei mancato. – sorride Mario, stringendolo in un altro abbraccio di propria iniziativa, un abbraccio molto diverso dal precedente, meno irruento ma più caloroso, - Non è che all’Inter non ci fosse nessuno in grado di capirmi, quando sei andato via tu, però ecco, con te mi sentivo molto più a mio agio. Eravamo più… simili.
- Verissimo! – annuisce Adriano, con un’altra risata, - Questo perché sia io che tu siamo sempre stati due casini ambulanti. Tu, però, sei stato più fortunato di me. – annuisce serio, - Figlio di un’altra generazione, una generazione di vincenti. Infatti ti è andata molto meglio.
- Non mi sembri granché infelice, però, nonostante tutto. – commenta Mario con un sorriso divertito, sedendosi sul letto quando Adriano lo invita a farlo, prima di piombare sgraziatamente al suo fianco.
- Perché non lo sono. – scuote il capo il brasiliano, - La mia vita è stata piena e carica di gioie. Se fosse stata del tutto priva di dolori, non sarebbe stata una vita, ti pare?
- Dolori come Philippe? – gli chiede Mario a bruciapelo, rifiutandosi di guardarlo negli occhi perché odia giocare al detective con la gente che l’ha cresciuto, anche se sa di non avere molte alternative a riguardo. Adriano s’interrompe un attimo, perfino il sorriso che ancora piega le sue labbra si fa meno convinto, più dimesso, prima di aprirsi nuovamente, con maggiore convinzione.
- Dritto al punto. – commenta, la voce ancora un po’ incerta, - Perché avrei dovuto aspettarmi qualcosa di diverso, d’altronde?
- Mi dispiace. – borbotta Mario, tornando a guardarlo solo quando l’imbarazzo comincia lentamente a scemare.
- Non scusarti. – lo rassicura Adriano, battendogli una robusta pacca su una spalla, - Immagino che tu non abbia avuto proprio modo di raccapezzarti in questo gran casino, da quando sei qui.
- No, infatti. – annuisce Mario, lasciandosi andare ad un piccolo sorriso, - È per questo che sto cercando di tornare il più indietro possibile, capisci? Cioè, - cerca di spiegarsi, e gesticola, e guarda altrove perché teme di non riuscirci, - so che c’è un passaggio che mi sono perso. C’è un corto circuito da qualche parte e non riesco ad individuarlo. Forse, se riesco a risalire fino al momento in cui ero ancora qui e questo posto per me non aveva segreti, riuscirò anche a… - sospira, - Non lo so. Andare avanti fino all’interruzione, e sistemarla.
Adriano annuisce lentamente, considerando le sue parole. Poi striscia all’indietro sul materasso, appoggiandosi contro la testiera e guardando un punto a caso nel vuoto per raccogliere i pensieri, prima di schiudere le labbra e riprendere a parlare.
- Con Philippe è cominciata molto tempo prima che ci trasferissimo entrambi in Italia. – racconta a bassa voce, perso nella propria memoria, - Era solo un ragazzino, allora, per cui non è che ci fossero state chissà che grande cose. – ridacchia, vagamente imbarazzato, - Però lui era così spontaneo, allegro e, be’, sì, stupido, che insomma, non riuscivo davvero a stargli lontano. È stato il primo essere umano che ho sentito il bisogno di proteggere. Che mi sono sentito in grado di proteggere. – ride un po’, ma è una risata molto più spenta della precedente, - Mi sbagliavo, come mi sono sbagliato spesso quando s’è parlato di relazioni umane, nella mia vita. Christos ne è solo l’ennesima prova, d’altronde.
- Cos’è successo? – si azzarda a chiedere Mario, sfilando le scarpe e sedendosi a gambe incrociate di fronte a lui, sentendosi sempre più bambino man mano che i secondi passano e la sua schiena si curva assumendo una posizione di curiosità infantile che le sue ossa non dovrebbero più nemmeno ricordare come comporre, visto quanto tempo è passato dall’ultima volta che se l’è concessa.
- Fra me e Philippe o fra me e Christos? – chiede Adriano, inarcando un sopracciglio. Mario ride.
- Fra te ed entrambi. – risponde. Adriano ride a propria volta, inspirando brevemente.
- Be’, io e Philippe ci siamo trasferiti, lui a Milano, io a Roma, e ci siamo un po’ persi di vista, ovviamente. E altrettanto ovviamente ci siamo ritrovati quando io mi sono ritirato e sono tornato a Milano. Non chiedermi perché l’ho fatto. – ride, - Non saprei risponderti.
Mario abbassa lo sguardo annuendo lentamente. Lo comprende più di quanto non riesca a dire, più di quanto non riesca perfino ad ammettere.
- E vi siete sposati. – aggiunge, incitandolo a continuare.
- Già. E siamo stati felici a lungo. – conclude lui, annuendo.
Mario si morde un labbro, prima di sollevare nuovamente lo sguardo su di lui, incerto.
- E Christos? – chiede, - Come diavolo— voglio dire, come è riuscito a passarvisi entrambi? Cioè, scusa la brutalità, ma—
Adriano ride ad alta voce, interrompendolo all’improvviso e gettando indietro il capo.
- No, ma è il modo migliore per dirlo. – ammette, - Anche se forse sarebbe più corretto dire che siamo stati noi a passarcelo, non lui a passarcisi. Ma sarebbe solo una questione di forma, la realtà è che Christos… - sospira, - Come te lo spiego? Ha sempre avuto un gran bisogno di sentirsi amato. Sempre. Da chiunque. Ed il fatto che sia sempre stato circondato da persone che per lui avrebbero fatto di tutto l’ha portato a cercare di fare qualunque cosa per, come dire, tenersele strette.
Mario si inumidisce le labbra, gli occhi che brillano appena.
- Da piccolo facevo così anch’io. – ammette, - Con la mia famiglia adottiva, intendo. Nessuno di loro, né i miei genitori né i miei fratelli, hanno mai colto la malizia con cui facevo certe cose, i ricatti morali che imponevo loro per cercare di evitare che mi abbandonassero. Piangevo ogni volta che mi sembrava non mi fossero stati vicini abbastanza, o abbastanza a lungo. Ho fatto in fretta a crescere, quindi questa cosa si è un po’ smorzata, col passare del tempo, ma è un atteggiamento che posso capire.
Adriano annuisce serio, grattandosi pensieroso il mento.
- Il problema è questo qua, di fondo. – cerca di spiegare con la massima chiarezza possibile, - C’è una questione irrisolta, nella vita di Christos, che è la questione dei suoi genitori. Cazzo, deve pure averceli un padre ed una madre. Tu, voglio dire, sei stato adottato, ma sai di avere due genitori naturali, sai chi sono, sai che esistono, da qualche parte, li hai visti, ci hai parlato. Sono presenze che magari hai rifiutato nella tua vita, però li conosci. – Mario annuisce, ed Adriano non aspetta altro per proseguire. – Lui invece no. I suoi genitori potrebbero aver fatto una fine qualsiasi, è come se non fossero mai esistiti, e sente di dovere troppo a Mourinho per costringerlo a dirgli la verità. E la cosa peggiore è che tutti intorno a lui si comportano come se questa questione non fosse poi così importante, cazzo, come se fosse normale per un bambino avere trecentocinquanta padri ed altrettante madri soltanto perché gli unici due che avrebbero dovuto crescerlo non ci sono.
Mario annuisce, un po’ abbattuto. Ha creduto di poter comprendere Christos presumendo di poter comparare le loro situazioni, ma la realtà è che non può affatto. Comparare, né comprendere. C’è una profonda differenza fra la sua infanzia e quella di Christos, e questa differenza è la chiarezza. Lui ha sempre saputo fin troppo bene da dove veniva e dove invece era andato, come e perché. Christos, invece, no.
- Quindi mi stai dicendo che si tratta solo di una banalissima sindrome da abbandono? – sospira, le spalle che tornano dritte nel momento in cui ricorda di avere ancora un lavoro da portare a termine.
- Banalissima? – chiede Adriano, scrollando le spalle, - Se preferisci considerarla banalissima, fai pure. Sarà anche banale, ma ha combinato un casino dietro l’altro. Christos voleva Philippe, e quando se l’è preso si è reso conto di non averlo voluto davvero. O meglio, di averlo voluto, ma non tanto profondamente da accettare di essere il responsabile della fine di un matrimonio. Si è depresso. Parecchio. Ha smesso di mangiare, di allenarsi, di alzarsi dal letto. Eravamo tutti preoccupati perché era ancora in fase di crescita e trascurarsi in questo modo poteva rovinargli la vita, oltre che la carriera. – Mario trattiene il fiato, ed Adriano lo imita per un secondo, prima di ricominciare a parlare. – Philippe non poteva più stargli vicino come un tempo. Fra loro era cambiato tutto e sarebbe stato un disastro. Allora ho cercato di avvicinarmi io, ho cercato— non lo so. Di aiutarlo. E Christos ha voluto me, ed è riuscito a prendermi, ed io ho cercato in tutti i modi, negli anni, di fargli capire che non è giusto così, non è amore, è solo paura, ma lui non ascolta. Non ascolta una parola di ciò che gli dici, mai.
Mario si mette in ginocchio, avvicinandosi quasi a gattoni ed abbracciando Adriano con tanta forza da sentirlo annaspare contro il proprio petto.
- Ha fatto così anche con me. – ammette a bassa voce, cullandolo piano. Adriano ricambia la sua stretta, aggrappandosi alla sua maglia come ad uno scoglio nel mezzo di una tempesta.
- Per te è diverso, Mario. – dice, - Per te, quando si rifiuta di ascoltarti, non si tratta che di un rifiuto. A me spezza il cuore ogni volta. Ogni santa volta.
Mario si morde un labbro, trattenendo il respiro mentre Adriano, silenziosamente, comincia a piangere contro la sua spalla. Non smette per un secondo di stringerlo, e per questo solo molti, molti minuti dopo, Mario riesce ad allontanarsi, salutarlo ed uscire dalla camera. Scende al piano di sotto guardando fisso davanti a sé, come in trance. Non bada ai gradini, imbocca il corridoio ed entra in cucina, parandosi davanti a Zlatan e Javier, ancora intenti a sorseggiare i propri caffè, restando in silenzio fino a quando non sono loro stessi a sollevargli gli occhi addosso. Ed è la voce di Zlatan a costringerlo a parlare, chiedendogli cosa ci faccia lì impalato.
- Riportami in Pinetina. – dice semplicemente, la voce ruvida come fosse disabituato ad usarla, - Devo parlare con José. Immediatamente.
Zlatan potrebbe domandargli perché, ma se lo risparmia. Mario gli è grato, mentre lo osserva posare la tazzina vuota nel lavabo e fargli strada all’esterno della casa, attraverso il cortile e poi in macchina.
- Non te lo dirà mai. – lo avverte lo svedese, intuendo i suoi pensieri. Mario non risponde. Continua a guardare fisso davanti a sé, come se potesse visualizzare il proprio obbiettivo in qualcosa di fisico eppure impalpabile, la linea dell’orizzonte, le punte degli alberi in lontananza, la sagoma sbiadita del centro sportivo nella luce azzurrognola della sera. José e tutte le sue rispose sono lì. Mario può vederlo.
Quando è arrivato ad Appiano, è stato José stesso a fargli giurare che niente sarebbe riuscito a distoglierlo dal suo obbiettivo. E così sarà.
*
- Mi chiedevo se saresti tornato, oggi. – sorride appena José, seduto alla scrivania, gli occhi bassi sulle proprie stesse dita intrecciate sul tavolo. – Avevo bisogno di parlarti e speravo di poterlo fare prima che scoprissi tutte le cose che avrai sicuramente scoperto andando a casa dai ragazzi.
Mario si morde un labbro, cercando di non prestare troppa attenzione a Davide in piedi accanto a José, appoggiato di schiena alla parete e con le braccia incrociate sul petto, ed a Zlatan seduto sulla poltrona accanto a lui.
- Speravo che avremmo potuto parlare a quattr’occhi. – non può evitare di dire, stringendo la presa sui braccioli della propria poltrona. Il sorriso di José si allarga un po’, venato da una sorta di tenerezza paterna che Mario non può fare a meno di trovare in qualche modo rassicurante, per quanto vagamente fuori luogo.
- Arrivati a questo punto, non c’è niente che io debba dire a te che non debba dire anche a loro. – sospira, - Perciò tanto vale farla breve.
- José. – lo interrompe Mario, usando con lui il suo nome di battesimo e la seconda persona per la prima volta in assoluto da quando lo conosce, per la prima volta in tutta la sua vita, mentre Davide e Zlatan, consci di ciò che sta per accadere, tendono tutti i sensi in attesa della risposta all’unica domanda che José si sia ostinato ad ignorare negli ultimi anni. – Ho parlato con Adri. Mi ha detto di quello che è successo a Christos. E mi ha detto perché gli è successo. È ridicolo ostinarsi in questo modo, non possiamo continuare ad ignorare il fulcro del problema. Devi dirmi chi sono i genitori di Christos. Non mi importa dei dati anagrafici o di sapere dove trovarli, devi solo dirmi chi erano, che persone erano, perché altrimenti io non—
- Perché questa questione ti sta così a cuore? – lo interrompe José, guardandolo dritto negli occhi, - Perché vuoi sapere chi sono?
- Per risolvere il problema di Christos. – risponde lui, seccamente. – Perché è il lavoro che mi è stato dato quando sono stato assunto, e voglio portarlo a termine. Perché non voglio essere preso in giro. E perché è giusto così.
- E anche per poter dire a Christos chi sono? – insiste José, duro. Mario si morde l’interno di una guancia.
- Sì, se sarà necessario. Se ciò servirà a spronarlo a partire, lo farò senza dubbio. – annuisce, senza interrompere il contatto coi suoi occhi.
José inspira profondamente, intrecciando le dita davanti agli occhi e chiudendo le palpebre, perso in qualche secondo di riflessione silenziosa. Davide sposta il peso del corpo da un piede all’altro, mordendosi nervosamente un labbro. Zlatan stringe la presa attorno ai braccioli della propria poltrona, picchiettando con un piede sul pavimento lucido e nero.
- E se invece saperlo lo intrappolasse qui? – chiede, - Se vi intrappolasse qui entrambi?
Mario trema.
- Che cosa…? – balbetta. Davide si avvicina di un passo. Zlatan si sporge verso José.
- Christos è tuo figlio. – dice l’uomo, gelido, tornando a guardarlo negli occhi. Mario smette di respirare, anche perché in un solo secondo la consistenza dell’aria si fa troppo densa, e il suo peso specifico troppo elevato. Respirare adesso equivarrebbe a soffocare, e Mario se lo risparmia. Non riesce a staccare gli occhi da Mourinho, anche se vorrebbe, e non riesce a smettere di ascoltarlo, anche se vorrebbe riuscirci anche più di quanto non vorrebbe riuscire a distogliere lo sguardo. – Betty venne a trovarmi a casa un paio di giorni dopo la tua partenza. Disse di non avere più il tuo numero, di non sapere come rintracciarti. Voleva parlartene, ma non aveva avuto il coraggio di farlo fino a quel momento e in tutta sincerità dubito che lo avrebbe trovato nel tempo. – José sospira, sfilando gli occhiali e passandosi due dita sugli occhi, massaggiandoli piano. – Voleva darlo via. Non voleva tenerlo ed avrebbe cercato di darlo via il più silenziosamente possibile. Mi disse che già doversi nascondere per quasi sei mesi le aveva rovinato la vita a sufficienza. Non c’era più nessuno che le offrisse un lavoro. Aveva perso la linea e recuperarla non sarebbe stato semplice. Era così… - sospira ancora, cercando le parole più giuste per descriverla, - arrabbiata. Con se stessa, principalmente. E anche con te, e con il suo bambino. Per questo non avrebbe avuto difficoltà a darlo a qualcun altro. – José solleva nuovamente lo sguardo, incontrando quello di Mario e restando silenzioso per qualche secondo, prima di proseguire. – Io non ci sono riuscito, però. Avevo lasciato andare te, ma lui volevo— non lo so. – ammette, un po’ abbattuto, - Volevo tenerlo. È stata una follia, e non ho avuto tempo di rendermene conto perché man mano che gli anni passavano Christos si faceva sempre più grande, e tutto sempre più normale. Ma non lo era. E quando ho capito cos’era a bloccarlo in questo modo, ho pensato che tu potessi riuscire a liberarlo, in qualche modo. Ma probabilmente mi sbagliavo.
Mario fa per dire qualcosa, Zlatan sembra più veloce di lui perché si sposta in punta alla sedia e batte un pugno violento contro la scrivania di José, ma l’unica voce che si riesca a sentire prima di quella di Christos è quella di Davide che, dalla propria posizione privilegiata in piedi dietro alla scrivania, lo vede prima di tutti, immobile sulla soglia della porta, ed ha il tempo di mormorare un “Dio” strozzato che dà i brividi a tutti. Poi è solo la sua voce, sottile, debole, sperduta come quella di un bambino intimidito di fronte all’enormità dell’edificio scolastico all’entrata del primo giorno delle elementari, e nonostante questo è un suono che deflagra nella mente di tutti i presenti, azzerando le loro capacità di pensiero.
- No. – dice, con una sicurezza impressionante, nonostante la sua voce sia appena udibile, pur nel silenzio caotico di quel momento. Zlatan e Mario si voltano a guardarlo così lentamente che sembra che il solo girare sulla sedia costi loro una fatica immensa. Si aprono come il mar Rosso e questo permette agli sguardi di José e Christos di incrociarsi, ed è guardandolo dritto negli occhi che Christos ripete “no”, a voce più alta, così che l’unico uomo cui vuole far sentire quella parola recepisca il messaggio senza possibilità di errore.
Poi si volta, e il minuto successivo è sparito oltre la porta, lungo il corridoio. Mario sente lo scricchiolio fastidioso delle suole di gomma delle sue scarpe da tennis che strisciano contro il pavimento lucido e liscio, e non si concede il tempo per pensare. Sa che, se si fermasse a riflettere, capirebbe che non è lui quello che deve alzarsi e corrergli dietro, al momento. Dopo, forse, per un chiarimento, per chiedergli scusa, anche se non riesce a immaginare esattamente per cosa. Ma non ora. Non proprio ora.
Ed è proprio questo il motivo per cui spegne il cervello. Non deve inseguire Christos, ma è quello che vuole fare, perciò mormora un “Davide” che sa di implorazione d’aiuto e si alza in piedi con uno scatto, correndogli dietro. Davide gli è accanto già prima che sia riuscito ad uscire.
Anche José si alza, visibilmente più lentamente degli altri due, schiacciato da troppi pesi per poterli contare, e per la prima volta anche dall’età. Gli cadono addosso gli anni uno ad uno, lo confondono e lo rattristano e lo riempiono di tante altre emozioni e sensazioni troppo vivide per poter essere sostenute su due gambe, motivo per cui appoggia entrambe le mani sulla scrivania e la usa per sostenersi mentre le gira intorno, ben deciso a seguire Christos a propria volta.
Zlatan si alza in piedi e lo afferra per un polso, tanto repentinamente che José si sente quasi cadere all’indietro. Quando si volta a guardarlo, nei suoi occhi legge troppa confusione e troppo dolore. Stringe forte le labbra e si gira, fronteggiandolo e reggendo il suo sguardo per qualche secondo prima di rassegnarsi a chinare il capo e fissare il pavimento. È la prima volta, la prima volta nella sua intera vita che si sente in colpa.
- …avresti dovuto dirmelo. – dice Zlatan, la furia trattenuta nella sua voce è così palese che José prova quasi fastidio nel percepire quanto lui si senta in dovere di moderarsi per non dargli troppo addosso. Che sia a causa dell’età o di chissà che altro motivo non gli interessa, vorrebbe avere la forza di tornare a guardarlo negli occhi e dirgli chiaro e tondo che può urlargli addosso quanto gli pare, come ha sempre fatto in passato, e che nulla di quello che potrà dire lo scalfirà, o riuscirà a sfiorarlo. Il punto è che sa che sarebbe una menzogna, e non può aggiungere al carico anche questa.
- Lo so. – risponde sommessamente, continuando a fissare per terra, - Non ci sono mai riuscito.
- La mia intera vita, José… - continua Zlatan, come non l’avesse nemmeno sentito, - La mia intera vita è così com’è oggi perché tu mi hai chiesto una cosa ed io ho risposto di sì. E ora—
- Non è cambiato niente, Zlatan. – prova a dire, - Te l’avrei chiesto comunque, anche se ti avessi detto che era figlio di Mario, io—
- Ma io l’avrei saputo! – tuona Zlatan, stringendo la presa sul suo polso per un attimo, prima di lasciarlo andare con delicatezza quasi forzata. – Non mi hai mai detto niente, e la cosa più assurda, la cosa più stupida, è che per me è andata bene così, fino ad adesso.
José si morde l’interno di una guancia, spostando il peso del corpo da un piede all’altro, a disagio. Si inumidisce le labbra e si schiarisce la voce, prima di parlare, perché ciò che ha da dire adesso è più difficile di tutto quello che ha dovuto dire nel corso della sua intera esistenza, e di cose difficili ne ha dette, tante, e a parecchie persone.
- Forse… - azzarda, sollevando lo sguardo per cercare i suoi occhi, - dovresti chiederti perché.
Zlatan deglutisce a vuoto un paio di volte, restando immobile nei pressi della scrivania. José osserva il suo corpo rigido, come si stesse volutamente impedendo di muoversi. Poi si scioglie, poco a poco, è come se il sangue piano piano riprendesse a scorrere attraverso le sue vene. Il suo viso riprende colore e si avvicina a José di un passo, poi di un altro, e quando solleva un braccio e gli accarezza una guancia José trattiene il respiro, terrorizzato e ad un passo dall’esplodere per l’emozione.
- …sarebbe stupido chiedersi qualcosa di cui conosco già la risposta. – conclude, abbassando ancora il braccio. José riprende a respirare e sul volto di entrambi nasce un sorriso.
*
- Christos! – lo chiama ad alta voce, ma Christos non si ferma. È naturale che non lo faccia, Mario si dà dell’idiota da solo per averci sperato, per aver sprecato chiamandolo fiato che avrebbe potuto utilizzare per correre più veloce, per cercare di stargli dietro. Davide gli è due passi dietro, così composto che a Mario viene quasi da ridere, soprattutto visto che lui ha un fiatone tale che se non si conoscesse si scambierebbe per uno che ha smesso di tenere il passo degli allenamenti già da almeno vent’anni. Mario gli lancia un’occhiata subito dopo essere uscito dal centro sportivo, e Davide gli ricambia lo sguardo come a dirgli che lui è lì, non deve preoccuparsi di chi lo sta seguendo, che badi solo a chi si ritrova a dovere inseguire a propria volta, ma anche che quella, comunque, è la sua lotta, e lui potrà anche aiutarlo, ma non potrà mai combattere al posto suo.
Mario torna a guardare di fronte a sé. Christos scavalca una recinzione e oltrepassa un nugolo di giornalisti assiepati nei pressi, per gettarsi come una furia in mezzo ai campi poco distanti, e mentre Mario prende distrattamente nota della pioggerellina fresca che gli cade addosso dal cielo grigio chiaro sopra Appiano, si chiede dove abbia sbagliato nella vita. Se sia stato un errore andarsene, se sia stato un errore tornare, se l’errore l’abbia fatto a monte concedendosi a vent’anni quello che poi, per una svariata serie di ragioni, avrebbe deciso di smettere di concedersi nel tempo. Da qualche parte un errore deve esserci stato, perché immaginarsi colpevole dell’aver rovinato la vita a così tante persone è già abbastanza senza dovere aggiungere il carico della consapevolezza che, anche cercando di impedire tutto questo, non sarebbe riuscito ad evitarlo.
Ha bisogno di qualcuno da incolpare. Se non se stesso, chi altri?
- Mario! – lo chiama Davide, e Mario solleva lo sguardo. Christos è più vicino, sta piangendo così forte che lo si sente singhiozzare nonostante il rumore della pioggia sempre più forte, e sta correndo molto più lentamente di quanto non stesse facendo fino a qualche minuto fa, nonostante l’ostinazione gli impedisca di fermarsi e lasciare che l’inevitabile avvenga. Mario lo capisce. Christos sa che prima o poi dovrà fermarsi, che lo prenderanno o se anche non dovessero riuscirci sarà lui a dover tornare a casa, prima o dopo. Sa che questa è una verità che dovrà affrontare, ma non vuole farlo. Mario sa come si sente perché s’è sentito così per vent’anni, già da prima di partire per Manchester. Ora sa che la sensazione di terrore che ha sentito quando è arrivato in Pinetina è la stessa che muove le gambe di Christos, adesso, ed è la stessa che, fosse stato più giovane, avrebbe costretto alla fuga anche lui: la certezza di essere arrivato alla resa dei conti, di avere qualcosa da confessare a quelle pareti, qualcosa da chiarire, qualcosa per cui scusarsi.
Scatta in avanti con l’ultimo respiro che gli sia rimasto nei polmoni, sperando di non scivolare sul fango che scricchiola sotto le sue scarpe per niente adatte a correre per campi, e quando riesce a sentire solida e fisica la spalla fradicia di Christos sotto le dita non può impedirsi di sorridere, anche se nel movimento si sbilancia e nell’aggrapparsi a lui finisce per trascinare entrambi a terra, facendosi male e, probabilmente, facendone anche a lui.
- Lasciami stare. – piange Christos, le mani sul viso e le lacrime che scorrono lungo le guance arrossate per lo sforzo, mentre i capelli, resi pesanti dalla pioggia, gli si afflosciano lungo il collo e la nuca, - Dio, perché proprio tu? Fra tutti quelli che potevano essere… Lasciami stare, vaffanculo, tornatene da dove sei venuto, lasciami stare
Mario cerca di riprendere fiato, appoggiandosi per terra mentre i vestiti gli si inzuppano d’acqua e fango, e quando Davide lo raggiunge e si china al suo fianco per chiedere ad entrambi come stiano non gli lascia nemmeno il tempo di aprire bocca.
- Io non sono tuo padre. – dice seccamente, e Christos abbassa le mani e solleva lo sguardo, trovando i suoi occhi. – Io non sono tuo padre. – ripete Mario con un sorriso più dolce. – Sai chi è Thomas Barwuah? – gli chiede. Christos scuote il capo. – È un uomo che ho conosciuto e ha vissuto un po’ fra Palermo e Brescia fino a settant’anni. È un uomo che ogni tanto parlava di me per portare a sua moglie e ai suoi due figli qualche soldo in più. È un uomo che ho odiato e che ho imparato a perdonare con la consapevolezza che è arrivata col tempo che per me lui non è stato nulla, non è stato in grado di farmi male. Thomas Barwuah è stato tutte queste cose, ma non è mai stato mio padre. E io non sono tuo padre. Non sono tuo padre, Christos. – conclude sorridendo con maggiore convinzione.
- …e chi è tuo padre? – chiede Christos, abbassando lo sguardo. La sua voce è debole, fioca come una fiammella persa in mezzo al temporale che si sta abbattendo sul campo e su di loro in quello stesso istante. – Tu lo sai? Perché io no. Io non lo so.
- Sì che lo sai. – sorride ancora Mario, e si allunga a ravviargli una ciocca di capelli bagnati dietro l’orecchio, scivolando poi con due dita lungo il profilo del suo viso fino a trovare il suo mento, costringendolo a tornare a guardarlo negli occhi. – Mio padre si chiamava Franco. Era un uomo buono. Mi ha sempre voluto bene. Quella del suo funerale è stata l’unica occasione in cui sono tornato in Italia in tutti questi anni.
- Sì, ma io non ce l’ho! – grida Christos, la voce spezzata dal pianto, - Io non ne ho uno. Non ho niente. Non ho niente— come faccio ad andarmene se non ho niente a cui tornare? Se me ne vado perdo tutto. Qui per me non resta nessuno. Perché non ho nessuno.
Mario sorride appena, avvicinandoglisi un po’.
- Mister Mourinho. – comincia ad elencare, - E Davide, e Philippe, e Joey. E Adri, e Zlatan. E il capitano, e il Cuchu, e Deki. E potrei farti altri cinquecento nomi. È tutta la gente che ti ha cresciuto, Christos, sono le tue radici. Sono i tuoi genitori.
Gli occhi di Christos si fanno enormi, così pieni di lacrime che Mario teme di poterli vedere sciogliersi nella pioggia. Ma poi Christos li chiude e il suo respiro si fa più pesante, più calmo, quasi si fosse addormentato. E dopo un attimo esplode in un singhiozzo enorme, come l’avesse trattenuto per tutta la sua vita da quando è venuto al mondo, aspettando il momento giusto per emetterlo. Allungandosi a stringerlo fra le braccia nel fango, una cosa che sa non farà mai più, Mario sa che è proprio così che è andata. Tutto torna al suo posto. Appiano gli piove addosso, Mario sente il suo celo grigio scivolargli goccia dopo goccia sulla pelle, e il suono flebile della pioggia sembra sussurrargli che adesso è libero, adesso può scegliere se andare o restare, ma restare non sarà più una prigione, ed andarsene non sarà più un obbligo.
Christos gli si abbandona lentamente fra le braccia, e Mario si accorge solo dopo qualche minuto che s’è addormentato, esausto. Si volta a cercare gli occhi di Davide, e li trova subito. Rossi e bagnatissimi, lo osservano in un misto di stupore e gioia. La sua mano calda sopra la spalla lo rassicura una volta di più. E quando gli chiede aiuto per tirare su Christos e riportarlo in Pinetina, Davide non si tira indietro, e Mario sa che i loro problemi non sono ancora risolti, ma sono comunque sulla buona strada per esserlo.
*
- Sei sicuro di aver preso tutto? – chiede Zlatan, trascinandosi dietro il proprio trolley ed inarcando un sopracciglio quando nota Christos intento ad amoreggiare senza vergogna con André in un angolo poco distante da loro. – Christos! Ma santo Dio, partiamo fra venti minuti e invece di salutare tutta la gente che è venuta fin qui per dirti arrivederci cosa fai?
- Quello che fa sempre da quando aveva dodici anni? – chiede innocentemente Philippe, chinando appena il capo con aria incuriosita e scatenando immediatamente la risata divertita di Adriano al suo fianco. Zlatan si passa una mano sugli occhi, espirando pesantemente.
- Ma chi me l’ha fatto fare… - si lagna, e chi gliel’ha fatto fare gli sorride spavaldo, riuscendo per un istante ad assomigliare più che mai al se stesso di tanti anni prima che con due parole era stato in grado di riportarlo a Milano senza nemmeno doverlo guardare negli occhi. – Lasciamo perdere. – sbuffa con una punta d’imbarazzo. – Ti chiamo appena arriviamo, così sai che— è andato tutto bene. – conclude. José gli sorride ancora, stavolta più dolcemente, senza aggiungere una parola.
- Christos, è davvero il caso che tu ti muova. – sorride Davide, afferrando il ragazzo per un orecchio e staccandolo di peso dalle labbra di André, che subito ride, intrecciando le dita con le sue e seguendolo quando Christos, una lamentela dopo l’altra, si trascina verso il resto del gruppo, dispensando abbracci a tutti i presenti, fra una rassicurazione di Javier, una battuta di Dejan ed un abbraccio caloroso di Esteban.
- Non sono ancora sicuro di quello che sto facendo. – borbotta fermandosi davanti a José e guardandolo dritto negli occhi, - Ma adesso so che se non va bene ho qualcuno che mi aspetta qui.
José sorride, accarezzandogli una guancia e tirandoselo contro per abbracciarlo stretto.
- Andrà bene. – lo rassicura, - Non può che andare bene.
Christos chiude gli occhi e prova a crederci. Si allontana pochi secondi dopo, cercando Mario con lo sguardo e trovandolo alle spalle di José, quasi defilato, come se lui, con tutto ciò che sta accadendo, non avesse niente a che fare.
- Ehi. – lo chiama con fare acido, - Grazie.
Mario sbuffa una risatina divertita.
- Perché? – chiede inarcando un sopracciglio.
Christos rotea gli occhi, voltandogli le spalle. Non si spreca a rispondergli, e d’altronde a Mario va bene così. Lo osserva attraversare il corridoio fino all’entrata dell’imbarco, seguito a ruota da Zlatan e da tutte le valige che lo svedese è costretto a portare per lui fra un borbottio e l’altro.
- Sai cosa pensavo? – gli chiede Davide, appoggiandosi contro la sua spalla mentre guarda André seguire Christos fin dove gli è possibile, prima di lasciargli la mano e tornare indietro per osservarlo da lontano mentre passa i controlli e imbocca il corridoio che lo porterà all’aereo, - La settimana prossima torna Hera, e sono tre-quattro giorni che Giovanni non fa che chiedermi se possiamo andare in campeggio tutti insieme. Non so da dove gli sia venuta in testa quest’idea, ma—
- Gliel’ho suggerita io. – ride Mario, voltandosi a cercare le sue labbra in un gesto discreto ma inequivocabile. Davide lo guarda, un po’ sorpreso, ma ricambia il bacio prima di ridere e scuotere mestamente il capo.
- Dimmi come si suppone che io possa resistere a un simile attacco combinato. – finge di lamentarsi con un sorriso.
- Non si suppone, perché non puoi. – ride ancora Mario, tirandoselo contro. – Allora? Ci andiamo in campeggio?
Davide si morde un labbro, guardandolo incuriosito.
- Questo vuol dire che resti? – gli chiede a bassa voce.
Mario sfiora le sue dita con le proprie in un gesto quasi casuale.
- Dici che se resto abbiamo qualche speranza? – gli chiede. Davide riflette qualche secondo e poi torna a guardarlo. Sta ancora sorridendo.
- La differenza fra allora ed adesso, è che adesso avremmo qualche speranza anche se te ne andassi di nuovo. – gli risponde.
Mario sorride più apertamente, stringendogli una mano con decisione.
- Allora resto. – conclude. La voce dell’aeroporto, con tutti i suoi piccoli e grandi rumori, il borbottio delle persone, il ticchettio di centinaia di tacchi contro il pavimento in marmo lucido, sembra complimentarsi con lui per la risposta esatta, e spingerlo ad uscire. Mario obbedisce. E nei suoi occhi non c’è più neanche un’ombra di paura.





(1) André è lui, è angolano e le Palanças Negras (Antilopi Nere) sono appunto i calciatori della nazionale angolana.
(2) Grazie a Def per il titolo, per tutto l'aiuto, per il betaggio e per il PFD :*
(3) Grazie alla Kya per il fanmix stupendo e per aver dato quella faccia a Christos ;____; *piange splendore e amore per sempre*
(4) Un bacio speciale ad Ary e Chià. Loro sanno perché. ♥
Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Mario/Davide.
Rating: PG-13
AVVERTIMENTI: Slash.
- Mario torna in Italia per assistere a Juventus-Inter. E per parlare con Davide, ovviamente. Solo che Davide non sembra averne davvero voglia.
Note: Poco da dire. Ci ho messo dentro una serie di cose che non mi aspettavo di poterci mettere dentro, ma alla fine è nata perché per una sola sera ho sentito Mario molto "mio", come se fosse ancora qui. Stuuuupido, lo so. Ma va be'.
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TALK TO ME
like lovers do

Cerca con tutte le proprie forze di non saltargli addosso nel momento stesso in cui scorge la sua figura familiare nei pressi dello sportello del pullman, e per essere totalmente onesto con se stesso, l’unico motivo per cui si trattiene dal farlo è che non sa esattamente cosa accadrebbe se si lasciasse andare. Una parte di lui vorrebbe prenderlo a schiaffoni. L’altra parte, semplicemente, no.
Perciò resta quasi in disparte quando anche gli altri lo notano e gli si avvicinano, ricoprendolo di saluti e allegre prese in giro. Non è che si tolga di mezzo o si nasconda dietro al gruppo, non è che stia fuggendo da lui, questo no, o almeno crede, solo che non gli va di mettersi troppo in mezzo, di esporsi troppo. D’altronde, ha imparato a sue spese che farlo con Mario non può che portare dolore e sofferenza. Mario, come tutti coloro che si sono costruiti addosso una corazza indistruttibile per sopravvivere ad una vita che, differentemente, li avrebbe schiacciati, non possiede un minimo di sensibilità, quando si parla di sentimenti umani. Per lui è tutto un gioco, tutto uno scherzo, ed è così perché se solo si azzarda a prendere qualcosa seriamente, finisce per sprofondarci dentro.
Davide non può, onestamente, dire che Mario abbia nei confronti della vita un atteggiamento sbagliato. Lui è il suo opposto, e nei drammi della sua vita è sempre affogato, volta dopo volta, proprio perché si è sempre preso troppo sul serio. L’esclusione dai titolari, l’infortunio. La sua partenza. Tutte cose che l’hanno sommerso, soffocato per mesi, prima che riuscisse a liberarsene. Mario, invece, sta lì, sorride e si fa abbracciare da tutti, come non avesse neanche un problema. Eppure il suo ginocchio è fuori uso, non gioca e a quanto si legge in giro in Inghilterra non è che faccia poi la bella vita che tanto desiderava.
Lentamente, tutti i suoi compagni di squadra lo salutano, scambiano con lui quattro chiacchiere e poi passano oltre, salendo sul pullman. Davide lascia passare gli altri riscoprendosi un po’ più spaventato man mano che la fila davanti a lui si fa meno affollata e poi scompare del tutto, lasciandolo solo di fronte a Mario. Abbassa lo sguardo, ma anche se non lo vede riesce a sentire il suo sorriso nell’aria.
- Hai giocato bene. – commenta. Davide si stringe nelle spalle, e solleva il viso solo quando sente i passi di qualcuno da qualche parte alla sua sinistra. Benitez si affaccia dallo sportello ancora aperto del pullman e lo fissa con aria interrogativa.
- Andiamo? – gli chiede, con una gentilezza talmente genuina, soprattutto se paragonata ai sarcastici “ci muoviamo?” di Mourinho, che Davide si sente correre un brivido di disagio e quasi di fastidio lungo tutta la schiena.
- Mister, Dade viene via con me, stanotte. – risponde Mario per lui, sorridendo spavaldo. Benitez inarca un sopracciglio e poi, molto saggiamente, decide di ignorarlo, tornando a concentrarsi su Davide.
- Andiamo? – ripete, lo stesso tono gentile di poco prima, invariato. Non sta cercando di obbligarlo ad andare con loro, vuole solo sapere cos’ha intenzione di fare.
- Mister, se non è un problema, - accenna Davide, imbarazzato, - vorrei andare con lui. Tornerò in Pinetina domattina di buon’ora, promesso.
Benitez inarca anche l’altro sopracciglio. È evidente che non capisce cosa esattamente stia succedendo, perché quel ragazzino biondo e un po’ malconcio che però oggi sembra avere ritrovato se stesso per la prima volta dopo un anno dovrebbe avere anche il minimo interesse ad andar via con un ex compagno di squadra piuttosto che tornare in ritiro con i suoi.
- Mister, le spiego io, le spiego io. – dice Dejan dal fondo del pullman, e Benitez si volta a guardarlo con aria un po’ curiosa, prima di indietreggiare e sgusciare maldestramente fra le due file di sedili per raggiungerlo dove si trova, dando l’ordine all’autista di partire. Lo sportello si chiude a due centimetri dalla sua faccia, e Davide sa che Deki spiegherà la situazione al mister chiaramente, senza giri di parole e senza dettagli inopportuni, motivo per il quale, almeno per stanotte, può stare tranquillo.
Si volta a guardare Mario dritto in viso, per la prima volta quella sera, e nota che non ha ancora smesso di sorridere.
- Che ci fai qui? – si rassegna a chiedergli, sospirando pesantemente.
- L’avevo detto che forse sarei venuto a vederla. – risponde lui scrollando le spalle e facendogli strada verso la propria macchina. – Non hai letto i giornali?
- Sì, ma credevo che scherzassi. – risponde lui, - Ma puoi guidare? – chiede, lanciando una lunga occhiata incerta alla macchina sportiva nuova di zecca che li aspetta a due passi dall’uscita del parcheggio.
- Per la verità no, ma in qualche modo dovevo pur venire. – ride Mario, rovistando nelle tasche dei jeans alla ricerca delle chiavi, che trova e gli lancia prontamente due secondi dopo. – È per questo che adesso guidi tu.
- Non me l’hai mai fatto fare. – dice Davide, un po’ stupito, afferrando le chiavi al volo.
- Non mi ero neanche mai spaccato il ginocchio in mille pezzi. – risponde lui, girando attorno alla macchina e raggiungendo il sedile del passeggero.
- Giusta osservazione. – commenta Davide, prendendo posto al volante ed avviando il motore. Allontanando le mani dal portachiavi, si rende conto di quanto la forma sia familiare al tatto, ed accende un attimo le luci sopra lo specchietto retrovisore per lanciargli un’occhiata incerta. Scoppia a ridere quando si rende conto che i suoi sensi non l’hanno ingannato, e che il portachiavi ha la forma esatta dello stemma dell’Inter. – E questo? – lo prende in giro, facendo ondeggiare il portachiavi con un paio di colpi. Mario sorride, perfettamente a proprio agio.
- Mi è rimasto. – risponde, - Come un sacco di altre cose. Andiamo da me o da te? – chiede quindi, e Davide si irrigidisce sul posto, prendendo immediatamente a guidare più nervosamente. – Calmati. – dice subito Mario, appoggiandogli una mano sulla spalla, - Solo per parlare.
- E per dirsi cosa? – chiede lui seccamente, l’irritazione evidente nella voce.
- Non voglio parlare nel senso di parlare, Dade. – sospira Mario, alzando gli occhi al cielo, - Noi non abbiamo niente di cui parlare. Intendevo così, giusto per farsi una chiacchierata fra amici.
- Noi non siamo amici. – risponde Davide, irritato.
- Però lo eravamo. – sospira ancora Mario, e Davide si sente improvvisamente stringere il petto in una morsa al pensiero di ciò che avevano, che era bellissimo e puro e completo anche prima di mettersi insieme, e che non avranno mai più, perché quando posi le tue labbra su quelle di qualcun altro, anche se non lo vuoi, stai spazzando via in un colpo tutta la vostra storia per dare il via a qualcosa di nuovo, qualcosa che cancella qualsiasi passato abbiate condiviso. Innamorandosi di Mario, Davide ha detto addio alla loro amicizia. Ora non saprebbe nemmeno da dove partire per cominciare a recuperarla, sempre che una cosa del genere sia possibile.
- Perché sei tornato? – gli chiede a bassa voce.
- Sono qui da settimane, Davide. – sbotta Mario, infastidito, - Mi ci sono operato, qui, ho fatto avanti e indietro dallo studio del dottor Combi per giorni e sono tutti venuti a trovarmi a casa almeno una volta, tutti tranne te. Non chiedermi perché sono tornato, sono tornato perché il mio ginocchio ha deciso di darmi il tormento, ecco perché sono tornato.
- E allora perché hai voluto vedermi?! – insiste Davide, stringendo con forza le mani attorno al volante mentre si ferma esattamente sotto casa sua. Ci è arrivato senza pensarci, il suo corpo ha ricordato la strada prima ancora che la sua mente avesse bisogno di ordinargli di farlo.
Mario non risponde subito. Aspetta che lui spenga il motore e si volti a guardarlo. Dopodiché ricambia la sua occhiata piena di paura, e schiude le labbra.
- Perché mi mancavi tantissimo. – risponde. – Sali un po’?
*
Mario non accende la luce, e Davide si sente troppo a disagio per farlo da sé. Certo, l’idea di restare lì al buio non lo rassicura granché, ma per la verità anche quella di allungarsi verso un interruttore a caso per schiacciarlo lo spaventa. Sente il respiro di Mario quieto e sereno a pochi passi da lui e ha quasi paura di poter distruggere l’equilibrio che si è creato fra loro, decidendo di fare una qualsiasi cosa. È per questo che decide di non fare niente, preservando l’equilibrio che hanno creato su quella coperta di silenzio che si sono gettati addosso subito dopo essere scesi dalla macchina.
Sfila la giacca ed aspetta che Mario abbia tolto la propria e l’abbia appesa all’attaccapanni per imitarlo, dopodiché lo guarda e solo quando lo vede muoversi verso il salotto si azzarda a fare lo stesso. La cosa è ridicola, soprattutto se pensa che fino a non più di sei mesi fa muoversi all’interno di questo appartamento era la norma, e se non riusciva ancora a considerarlo come casa propria era perché in realtà la maggior parte del tempo che passavano insieme era in Pinetina, ma questo restava comunque uno dei loro spazi, uno dei posti in cui andavano quando volevano un po’ di tempo solo per loro, uno dei luoghi che conosceva meglio al mondo, dove si sentiva più tranquillo. Sentirlo tanto ostile in questo momento non lo aiuta, lo rende nervoso. Vorrebbe avere la lucidità mentale sufficiente per affrontare questo momento per quello che è – una semplice parentesi, è solo questione di giorni, poi Mario tornerà in Inghilterra e chissà quando potrà rivederlo di nuovo – ma non ci riesce. Non è mai stato sufficientemente lucido, quando s’è trattato di Mario in passato, e non riesce proprio a trovare un motivo per cui dovrebbe cominciare adesso.
- Siediti. – lo invita Mario, battendo un paio di colpi con la mano aperta sul divano accanto a sé. Davide annuisce, accorgendosi solo in quel momento di essere rimasto in piedi come un idiota fino ad ora. Si siede al suo fianco, restando talmente sulle proprie che, potendo, si prenderebbe a schiaffi da solo. È così irritante, alle volte, l’atteggiamento difensivo che usa con gli altri quando si sente minacciato. È irritante per se stesso in primo luogo. Ma Mario sembra non farci caso, o se lo nota non gli dà granché peso. Si limita a sorridere e guardarlo come se averlo ritrovato gli facesse proprio un gran piacere, e Davide si trattiene a fatica dal gridargli in faccia che no, non ha ritrovato un bel niente, perché lui si rifiuta, si rifiuta di lasciarsi ritrovare. Di lasciarsi riprendere. Non dopo tutta la fatica che ha fatto per lasciarlo andare.
- Dobbiamo restare qui al buio? – chiede nervosamente. Mario scrolla le spalle, muovendosi impercettibilmente sul divano per avvicinarsi.
- Ti infastidisce?
- Un po’. – risponde lui di scatto, - Non è mica tanto normale. E poi avevi detto di voler parlare, e invece stai lì in silenzio, sorridi e basta. A te sembra normale?, perché a me no.
- Da quando ti fai problemi per cose simili? – gli chiede Mario, inarcando un sopracciglio e squadrandolo con aria dubbiosa.
- Da quando sto cercando di rimettere ordine nella mia esistenza, Mario. – risponde lui, esasperato, massaggiandosi stancamente le tempie. – Senti, - riprende dopo un sospiro stanco, - mi va bene qualsiasi cosa. Mi va bene anche se scopiamo, davvero, tutto pur di non restare qui a— a fare cosa, Mario? A guardarci negli occhi per cercare di capire se c’è ancora qualcosa che ci leghi? Non c’è. Ci siamo allontanati e non potrà che peggiorare, col tempo. – abbassa lo sguardo, mordendosi un labbro. – Non prendermi in giro, non me lo merito.
Mario gli si avvicina ancora un po’, e stavolta Davide lo sente. Lo sente per forza, perché Mario gli appoggia una mano sulla spalla e lo costringe a voltarsi per guardarlo negli occhi.
- Cos’hai nella testa? – gli chiede, scrutandolo con aria preoccupata, - Cosa c’è là dentro che ti distrugge? Io voglio che quando pensi a me tu sia felice, Dade.
- Non posso. – risponde lui, trattenendo a stento un singhiozzo che pressa per uscire dal fondo della gola, mozzandogli il respiro, - Quando penso che ti vorrei e non ci sei, e non ci sarai mai più, come faccio ad essere felice? Ricordarti mi fa solo male. Rivederti, adesso, mi fa solo male.
- Non voglio che sia così. – insiste Mario, accigliandosi.
- Ma lo è! – sbotta lui, dibattendosi nella sua stretta, intenzionato a scappare da lui, da quella casa e, possibilmente, anche dalla città, fino a domattina.
- Devi crescere! – quasi urla Mario, stringendo la presa attorno alle sue spalle e scuotendolo un po’, - Devi crescere. – ripete più dolcemente, accarezzandolo piano da sopra il tessuto leggero della maglia che indossa. – Io non vivo più qui. Non sarà possibile vederci tutti i giorni o anche solo spesso, ma— Cristo, Davide, non ti è neanche mai passato per la testa il desiderio di provarci, a continuare questa relazione?
- …non ne abbiamo mai parlato, prima che tu partissi. O anche dopo. – biascica lui, abbassando lo sguardo.
- Tu hai smesso di parlarmi, Davide, è per questo che sono venuto a trovarti. – dice Mario, sollevandogli il mento con due dita, così da non interrompere il loro contatto visivo. – Tu mi hai— mi hai buttato fuori come se non contassi più niente. Cazzo, col ginocchio conciato in questo modo, non hai pensato a quanto avrei avuto bisogno di te, proprio di te al mio fianco?
- Non potrei comunque stare al tuo fianco! – ritorce Davide, spintonandolo un po’ ed arrendendosi subito quando capisce che Mario non ha alcuna intenzione di allontanarsi. – Mario, siamo troppo lontani.
- Tu non mi ami più? – gli chiede a bruciapelo, guardandolo dritto negli occhi. Davide boccheggia.
- Questo non c’entra.
- Questa è l’unica cosa che c’entri. – insiste Mario, stringendolo con più forza ed avvicinandosi ancora. – Tu non mi ami più? Perché se tu non mi ami più, Davide, io ti giuro che quando sarai uscito da questo appartamento fra noi due non ci sarà più niente. E non ti cercherò, non ti penserò e non saremo più parte l’uno della vita dell’altro. Ma se mi ami ancora… - si interrompe per qualche secondo, e il suo silenzio è talmente carico che Davide si sente quasi scoppiare il petto mentre cerca di assorbirlo tutto e farlo proprio, - …se mi ami ancora, Dade, non devi nemmeno dirlo. – gli si avvicina ancora, coprendo i pochi centimetri che li separano e sfiorando le sue labbra in una carezza incerta, aspettando prima di ogni altra cosa la risposta del suo corpo. – Non devi nemmeno dirlo.
*
Il buio della stanza gli impedisce di distinguere i contorni delle cose con sufficiente precisione, perciò lascia che a distinguere i contorni di Mario sia il suo corpo. Gli si stende addosso e il suo corpo prende la forma perfetta per incastrarsi col suo come ha sempre fatto prima. È una sensazione piacevole in modo tutto nuovo, non è più la semplice certezza di provare un sentimento e sentirsi ricambiato, è qualcosa di più profondo, la consapevolezza che spazio e tempo sono fardelli pesanti da portare sulle spalle, ma alle volte, per brevi istanti, si annullano, e in quegli istanti il mondo è leggero, e amare una persona è splendido.
Mario sorride sotto di lui, accarezzandogli le punte del capelli cortissime sulle nuca, e dà proprio l’aria di essere uno in grado di goderseli, questi momenti minuscoli, uno in grado di tollerare pesi infiniti col solo desiderio di arrivare a vivere quell’attimo speciale in cui tutto è facile indipendentemente da ogni altra cosa. Davide s’è sentito così per un istante brevissimo, mentre veniva fra le sue dita e Mario si spingeva dentro di lui con tanta forza da dare l’impressione di volersi scavare un posto eterno dentro il suo corpo, ma quella sensazione è svanita subito, fugace come un alito di vento. Mario sa assaporarla, invece, sa conservarla, morderla piano, staccarne pezzi minuscoli e aspettare di sentire scivolare via dalla lingua il sapore del primo, prima di attaccare il secondo.
- Insegnami. – gli sussurra all’orecchio, nascondendo il viso contro il suo collo.
- A fare cosa? – ride Mario, stringendoselo contro e sistemandosi più comodamente sul materasso. Davide sorride sulla sua pelle, sfiorando la sua guancia con un bacio umido e breve.
- A parlare con te. – gli risponde, appoggiandosi contro la sua spalla e restando in attesa come faceva da piccolo quando mamma entrava in camera sua aspettandosi di trovarlo già a letto per raccontargli la favola della buonanotte.
Mario sorride ancora, visibilmente più felice di quanto non fosse prima, e poi, lentamente, comincia a parlargli.
Genere: Introspettivo.
Pairing: Nessuno.
Rating: G
AVVERTIMENTI: Gen.
- "Zlatan picchia contro la porta con una forza tale che Mario ha seriamente paura che possa abbatterla."
Note: Dunque, parte di questa storia dovrebbe essersi verificata sul serio XD Nel senso che, in un'intervista alla Gazzetta, Matrix disse che dopo una partita (a Torino, ma non ci è dato sapere di più), Zlatan inseguì Mario per tutto lo stadio con la ferma intenzione di picchiarlo per motivi che non comprendiamo. Cioè, secondo la gran parte di noi Matrix s'è sbagliato a dire che tutto ciò si sarebbe svolto a Torino, crediamo invece che sia accaduto all'ultima di campionato dell'anno scorso che ora non mi sovviene con chi sia stata -- Parma? -- comunque il succo è quello. E tempo prima peraltro José aveva confermato di aver cazziato furiosamente Mario perché si rifiutava di giocare per far segnare Zlatan e anzi andava a segnare lui... XD Gioie dell'essere una squadra.
A parte questo, comunque, storia scritta la settimana corrente del Challenge Trimestrale #2 @ dietrolequinte, su prompt "Tu vuoi essere creativo, vuoi essere al centro dell'attenzione, ammettilo: vuoi essere come me". \o/
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MIRROR OF MYSELF
"Tu vuoi essere creativo, vuoi essere al centro dell'attenzione, ammettilo: vuoi essere come me"


Zlatan picchia contro la porta con una forza tale che Mario ha seriamente paura che possa abbatterla. Gira la chiave nella toppa, una volta non basta per rassicurarlo e la gira ancora, poi si volta e si appoggia di spalle alla porta stessa, fissando il proprio sguardo terrorizzato nello specchio che copre quasi per metà la strettissima parete di fronte a lui. Sta ansimando faticosamente per la corsa attraverso tutto lo stadio e il cuore gli martella in petto velocissimo, tanto che non sa se gli faccia più male lui o le costole contro cui finisce inesorabilmente per cozzare ogni volta che bum scatta in avanti per ogni bum per ogni colpo di Zlatan contro la bum contro la porta.
- Apri la cazzo di porta! – urla Zlatan, e Mario si allontana, andando ad accucciarsi sul water chiuso nell’angolo opposto del bagno. La porta trema ogni volta che Zlatan le scaraventa contro un cazzotto, e Mario vorrebbe tapparsi le orecchie con le mani per impedire sia ai botti che alla sua voce di raggiungerlo, ma sa che niente potrebbe impedirgli di ascoltare il battito furioso del proprio stesso cuore, e quello scandirebbe il tempo che passa con una precisione ancora maggiore del pugno di Zlatan. Mario non è pronto a restare solo con la sua paura, perciò resta immobile. – Cazzo! Mario! Apri la cazzo di porta! – continua Zlatan. Smettila, smettila, smettila, pensa silenziosamente Mario, tremando fin nelle ossa.
Da fuori sente provenire rumori concitati. Voci che si accavallano, un mezzo accenno di rissa, urla confuse. “Fai quel cazzo che vuoi, allora!” grida improvvisa la voce di Marco. Mario non l’ha sentito avvicinarsi, ma di certo sente i suoi passi pesanti mentre si allontana lungo il corridoio, e gli salta il cuore in gola. Realizza in un lampo che forse ha avuto una chance di uscire, ma non è andata per il verso giusto. A Zlatan sfugge qualche imprecazione fra i denti. La voce di Mario trema, quando prova a parlare due secondi dopo.
- Lasciami in pace! – lo implora, sull’orlo delle lacrime, - Non lo faccio più, lo giuro! – ma non sa nemmeno cosa diamine stia succedendo, perché dovrebbe avere paura, perché Zlatan dovrebbe volerlo prendere a pugni. Anche se forse non è del tutto vero, la voce di Mourinho gli risuona nelle orecchie inferocita ancora adesso. Devi far segnare lui, porca puttana, Mario.
Si morde un labbro, con forza. Non vuole sentirsi in colpa per una cosa simile. Forse è solo un ragazzino, forse non ha segnato tanto quanto ha segnato Zlatan, quest’anno, e forse non è nemmeno stato altrettanto importante per la squadra, ma erano lui, la palla e la porta, e Mario non è mai stato capace di dire no né all’una, né all’altra. Non è un calciatore egoista, sa quando è meglio darla via. Ma non quando sono soli. Non quando sa di potersele prendere.
Zlatan, di fuori, sembra essersi calmato. Non picchia più contro la porta, almeno, ed il suo respiro s’è fatto quieto, tanto che Mario non riesce più a sentirlo. Ma sa che è ancora lì, può percepire la sua presenza, e gli dà i brividi.
- Mario. – dice piano. La sua voce non è mai stata soffice, e non lo è neanche adesso, anche se lui sta cercando di fare di tutto per addolcirla, smussarne gli angoli perché non gli perfori le orecchie, aumentando di nuovo il ritmo con cui il sangue gli corre nelle vene. È dura ignorare la voglia che gli scuote lo stomaco e che vorrebbe indurlo a sprofondare di nuovo nel panico. Mario cerca di respirare con calma. – Apri la porta, dai. Voglio solo parlare. E non puoi certo rimanere chiuso lì dentro per sempre.
- Posso eccome. – si sforza di rispondere, annuendo a se stesso, come a volersi dare coraggio. Zlatan, da fuori, ride piano.
- Mario, andiamo. Mi sono calmato, lo senti, no? – insiste, - Prometto che non ti picchierò.
Già il fatto che debba prometterglielo, si dice Mario, grattandosi nervosamente una tempia, è terrificante. Zlatan non è mai stato davvero manesco, con lui. Rude, quello sì, duro, molto spesso, ma non gli ha mai sollevato addosso un dito, niente più di una semplice minaccia fisica dovuta più alla sua stazza ed al suo atteggiamento che ad un vero e proprio tentativo di spaventarlo volutamente, eppure questo è sempre bastato per ghiacciargli il sangue nelle vene quelle volte – non poche, ma neanche tantissime – in cui l’ha visto infuriarsi con lui. Un suo sguardo il più delle volte è già stato sufficiente a riempirlo di brividi, le sue parole severe in più occasioni l’hanno ridotto in lacrime, ma non era pronto a quel terrore sordo e cieco e muto che l’ha preso quando Zlatan ha mostrato seriamente, per la prima volta, l’intenzione di fargli del male fisico.
- Chiamo il mister, se… - accenna intimidito, alzandosi ed allungando un braccio verso la chiave, - se mi fai male. Lo giuro.
Zlatan ride ancora e non risponde. Mario gira la chiave nella toppa una volta, fa per tornare a sedersi e poi ricorda di doverla girare ancora. Lo fa e poi si schiaccia indietro contro la parete come avesse paura di vedersi spalancare la porta in faccia, e quando questo non avviene non sa se sentirsi rassicurato o ancora più spaventato. Si lascia scivolare contro le piastrelle ghiacciate, ricadendo seduto sul water, le mani ancorate con forza ai bordi nell’insana paura di poter essere travolto da un uragano da un momento all’altro.
La porta, invece, si apre con calma. L’espressione di Zlatan è fredda, nervosa, ma non congestionata. Sembra davvero più tranquillo – niente di neanche lontanamente rassomigliante al mostro in cui si era trasfigurato prima, rincorrendolo per tutti i corridoi dello stadio – e Mario non può fare a meno di guardarlo con una certa curiosità quando, dopo essere entrato, gli dà le spalle, per tornare a chiudere la porta a chiave.
Deglutisce a fatica quando Zlatan torna ad osservarlo dall’alto, gelido e distante, le braccia incrociate sul petto e l’espressione più offesa che realmente severa. Ha quasi voglia di sorridere – sembra che Zlatan l’abbia presa sul personale, ma d’altronde lo fa sempre, come fosse convinto che al mondo non possa proprio esistere altro in grado di competere con la sua importanza.
- Sei un cretino infantile ed egocentrico. – dice Zlatan, e Mario scoppia come un bambino che si sente accusato di qualcosa che non ha commesso.
- Ma perché?! – strilla, le dita che si chiudono con forza perfino maggiore attorno al coperchio del water, - Cosa cazzo ho fatto di male?! Non è che tutto il mondo deve girare attorno a te, cazzo, non è giusto! Io ero lì, potevo fare gol, perché avrei dovuto— perché?!
- Perché sei un ragazzino! – tuona Zlatan, battendo il pugno con violenza contro la porta, - Perché sei un ragazzino e il tuo allenatore ti ha dato un ordine preciso! Perché tu non sei niente e nessuno, Mario, ed a volte, anche quando una cosa può sembrarti la migliore in assoluto, non lo è! Ti era stato detto di agire in un determinato modo e questo perché evidentemente non era importante segnare e basta, era importante che segnassi io!
Mario si morde l’interno della guancia, aggrottando le sopracciglia, nervoso.
- Be’, ma allora questo discorso vale anche per te, no? Anche tu devi obbedire agli ordini. Io e tu— non siamo diversi. Tu devi obbedire esattamente come me.
Sul viso di Zlatan si disegna un’espressione dapprima semplicemente un po’ stupita, che poi si apre in un sorriso quasi incredulo ed infine scoppia in una risata tonante, colma di derisione.
- Non ci posso credere. – borbotta scuotendo il capo come un fratello maggiore davanti al fratellino quasi impossibilmente stupido, - Mario, no. – dice quindi, senza riuscire a trattenersi dal ridere ancora.
- Ma no cosa?! – sbotta Mario, mollando finalmente il coperchio del water e quasi digrignando i denti per la rabbia.
- No, noi non siamo uguali. – risponde subito Zlatan, con un sorriso adesso perfino sereno. – Tu vuoi essere creativo, vuoi essere al centro dell’attenzione, vuoi essere come me. Ma non lo sei, Mario, e non solo perché sei un ragazzino, non hai esperienza e sei troppo piccolo per arrivare al mio livello.
Mario abbassa lo sguardo, sentendo gli occhi pungere fastidiosamente. Non piangerà, non piangerà, non piangerà.
- E per che altro motivo? – chiede alla fine fra i denti, mordendosi il labbro inferiore con tanta forza da potersi illudere di voler piangere per il dolore che sente e non, ancora una volta, per le parole di Zlatan.
Zlatan, prima di rispondere, si prende tutto il tempo che gli serve per sorridergli e tirargli un mezzo cazzotto contro una spalla. Poi si abbassa fino a poterlo guardare direttamente negli occhi, e poggia la propria fronte contro la sua, scrutandolo da una distanza così infinitesimale e per tanto a lungo che Mario ha tutto il tempo di sentire il suo respiro caldo infrangersi contro le proprie stesse labbra, e rabbrividire senza un perché.
- Perché tu non sei me, Mario. – dice Zlatan, e gli angoli della sua bocca si piegano in un sorriso divertito e solo in parte macchiato d’ironia, - E non potrai mai esserlo.
*

È per questo che, un anno dopo, quando Mario e Zlatan s’incontrano – Mario è arrivato a Miami solo ieri, Zlatan c’è già da almeno una settimana e probabilmente continuerà a rimanerci anche una volta che Mario sarà andato via – e Zlatan chiede a Mario se siano vere le voci che circolano, se davvero andrà via dall’Inter durante l’estate, Mario ridacchia fra sé, e poi scuote il capo.
- Non è vero. – risponde serenamente, - Non m’interessa andarmene.
Zlatan sorride appena, quasi nervosamente, e si gratta una spalla in un gesto quasi infastidito.
- Come mai? – chiede, - Potrebbe essere un’esperienza interessante.
Mario ride ancora, si stende sulla propria sdraio, aspira una boccata dalla sigaretta che tiene mollemente fra le dita.
- Sì, ma io non sono te, Zlatan. – risponde con un sorriso furbo, guardando altrove, - E non lo sarò mai.
Genere: Introspettivo, Triste, Erotico.
Pairing: Mario/Davide, José/Mario, José/Davide, José/Mario/Davide (yeah baby).
Personaggi: José, Mario, Davide, menzionata Hera.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon, Threesome, Angst, What If?, Song-fic.
- Davide ha cose che non ha mai detto a Mario, José ha cose che non ha mai detto a Davide, Mario ha cose che non ha mai detto a nessuno.
Note: A metà fra un esorcismo, un'apologia di Mario e uno sfogo personale, questa storia in teoria nasce da uno scambio di battute col Def. Tutto è partito dal fatto che lui avrebbe dovuto promptarmi roba che io poi avrei dovuto scrivere per farlo felice, solo che naturalmente mi ha promptato roba che io riesco a scrivere una volta ogni morte di papa e solo quando i pianeti si allineano in modo da formare figure di bambini che giocano a palla se li si unisce con una matita, per cui... XD Insomma, a partire dalla roba che mi aveva dato lui, e avvalendomi anche dell'aiuto di uno dei prompt del P0rn Fest (RPF Calcio (Inter FC), Davide Santon/José Mourinho/Mario Balotelli, "Ti dà fastidio se lo sfioro, Mario?") (perché io voglio i bannerini di fiumidiparole, sempre), ho scritto questa storia che naturalmente si è mossa tanto dalle premesse da non assomigliarci più neanche un po'. Insomma, io a Def chiedo scusa perché non è possibile che per il suo compleanno abbia la faccia tosta di propinargli a) roba che non gli piace, b) ANGST... XD Mi spiace, bimbo. Però ti vu bi e tutto l'amore che ci ho messo (assieme al dolore che ci ho spremuto sopra) spero possano ricordartelo ;_; *cuori*
Comunque, a parte questo ringrazio i Muse perché esistono u.u e perché Guiding Light mi ha guidata lungo tutta la stesura, oltre a darmi il titolo.
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CRUSHED, COLD AND CONFUSED
RPF Calcio (Inter FC), Davide Santon/José Mourinho/Mario Balotelli, "Ti dà fastidio se lo sfioro, Mario?"

 
Quando Mario era arrivato all’Inter, lui era già di casa da un po’. Naturalmente lo conosceva, quantomeno di nome – era impossibile non aver sentito nell’ambiente delle gesta dell’italiano nero che non ci teneva manco per un cazzo a fare il simpatico, mandava a fanculo l’universo, pestava i compagni anche più grandi del Lumezzane e quando capitava gli pisciava pure addosso, giusto per far capire che selvaggio era nato e selvaggio sarebbe rimasto, in culo a chiunque volesse anche solo provare ad insegnargli l’educazione – ma oltre questo non è che potesse dire di sapere esattamente chi Mario Balotelli fosse, da dove venisse, dove stesse andando e cosa stesse cercando.
Mario era arrivato d’estate. Faceva un caldo boia e lui era felice come un demente di stare in camera da solo perché significava poter dormire nudo e sbattersene le palle di andare in giro fradicio come fosse stato per ore sotto la pioggia quando, al più, era stato per ore sotto la doccia, senza preoccuparsi che qualcuno potesse emergere all’improvviso fra le coperte dell’altro letto e dirgli di andarsi a rivestire, che non aveva la minima voglia di vederlo stare lì ad aggirarsi baldanzoso per la camera col culo di fuori.
Un tipo del settore giovanile, uno degli svariati responsabili senza nome che cambiavano ogni anno e che comunque lui non vedeva abbastanza da poter dire di conoscere, era venuto da lui il giorno prima del suo arrivo, e gli aveva detto che “quello nuovo” – il nome di Mario ancora non girava, non perché fosse un segreto, lo sapevano tutti, ma perché non si voleva fare troppa pubblicità alla cosa quando la trattativa col Lumezzane era ancora in bilico fra il sì e il no – “quello nuovo”, insomma, sarebbe arrivato fra una settimana o poco più, e che perciò sarebbe stato meglio se avesse cominciato ad organizzare le sue cose per stare nella propria metà di stanza e non disturbarlo troppo. “Che lo sai quello che si dice di lui. Non è un tipo facile.”
Davide avrebbe potuto odiarlo per principio. Del tipo, non solo arrivi e mi vieni a rompere le palle in casa mia impedendomi di andare in giro come più mi piace, ma sei pure uno stronzetto cui le mille sfighe della vita non hanno insegnato neanche l’abc della gratitudine, e io dovrei tollerarti?, ma non era mai stato capace di far lavorare il cervello abbastanza a lungo da crearsi dei preconcetti veri, perciò l’idea della comparsa di qualcuno di potenzialmente fastidioso nella sua vita era rimasta per l’appunto soltanto un’idea, fastidiosa quanto si voleva, ma impalpabile, quasi insignificante.
Il giorno che Mario s’era presentato in Pinetina batteva un sole sconcertante e loro erano tutti appena tornati dalle vacanze. Era arrivato in ritardo, correndo come un disperato, ma nel momento in cui aveva messo piede sul campo aveva subito ripreso a camminare, cercando di darsi un tono e dare a bere a tutti che non gliene fottesse niente, sostanzialmente, di trovarsi in casa di una delle “grandi” del Campionato ltaliano – probabilmente l’unica con qualche possibilità di vincere qualcosa senza rubare niente a nessuno.
Gli brillavano gli occhi, e sotto il sole estivo pure la sua pelle scura, madida di sudore, sembrava brillare.
Davide avrebbe potuto odiarlo per principio, ed invece aveva finito con l’innamorarsene all’istante.
*
Mario è andato via da appena due mesi, ma il suo posto è già occupato. Appena tornati dalle vacanze estive, il mister ha fatto la conta e poi ha tirato Tia in prima squadra, e la prima cosa che ha detto a Davide è stata “te lo affido”. Il particolare l’ha fatto un po’ ridere perché quando era stato lui a ritrovarsi richiamato in prima squadra, con un anno di ritardo rispetto a Mario che pure era arrivato in Primavera con un anno di ritardo rispetto a lui, senza sapere niente della loro situazione pregressa José aveva detto più o meno le stesse parole a Mario stesso, riferendosi a lui. “Te lo affido”, gli aveva detto, e poi aveva aggiunto “sia mai che un po’ di responsabilità ti aiuti a tappare un po’ dei buchi enormi di quella tua testaccia bacata”.
Se chiude gli occhi, Davide può ricordare con una nitidezza impressionante il sorriso sicuro e radioso che era sbocciato sulle labbra di Mario nel momento esatto in cui Josè si era allontanato da loro. “Ti dico subito una cosa,” gli aveva detto, passandogli un braccio sopra le spalle e portandolo in giro per fingere di mostrargli campi che conosceva già a memoria, “il mister è di quelli che, quando si convincono di aver scoperto una cosa, non possono accettare che quella stessa cosa esistesse prima che loro gli posassero gli occhi addosso. Quindi, in pratica, per Mourinho tu sei nato nel giorno stesso in cui t’ha visto giocare in Primavera e gli sei piaciuto.”
“Ah,” aveva ridacchiato Davide, stringendosi imbarazzato nelle spalle e sperando che Mario non notasse quanto la sua vicinanza quasi esagerata lo stesse mandando su di giri, “Quindi non importa che conosca la Pinetina meglio di lui che è arrivato da tipo due mesi.”
“Ecco, hai capito subito,” aveva riso Mario, scompigliandogli un po’ i capelli. “Ora ci conviene andare,” aveva aggiunto, indicando il centro del campo con un cenno del capo, “Un’altra cosa che bisogna sapere su di lui è che odia quando le cose non vanno come le ha prestabilite. Quindi, in pratica, niente ritardi o siamo fottuti.”
Davide riapre gli occhi sul sole che batte insistente sul campo di allenamento principale, solo perché Deki uscendo dall’edificio se l’è ritrovato lì davanti immobile col muso piantato per aria e non è riuscito a fermarsi in tempo per non rovinargli addosso.
- Dade! – sbotta, aiutandolo a mantenersi in piedi, - ‘Cazzo ci fai qua fermo?
Le immagini di Mario sfumano dai suoi occhi, scivolano via annacquate come acquerelli sotto la pioggia. Davide cerca di ricomporsi addosso un sorriso, si scusa e corre svelto verso il campo, saggiando il terreno coi tacchetti per acquisire maggior stabilità possibile. Un’ultima controllatina al ginocchio che pare rispondere bene, e poi via coi giri di campo, per riscaldarsi e possibilmente smettere anche di pensare.

There's sunshine trapped in our hearts
It could rise again
But I'm lost, and crushed, and cold
and confused with no guiding light left inside


Quando José era arrivato all’Inter, aveva immediatamente inquadrato Mario come un oggetto misterioso da studiare approfonditamente. Gli era spesso capitato, nel corso della sua carriera, di avere a che fare con soggetti oggettivamente assurdi da instradare, addirittura educare, roba che ad un allenatore non dovrebbe mai essere chiesto, perché dannazione, si sta parlando di calcio a livello professionistico, mica di oratori a caso sparsi in campagna, ma col tempo si era reso conto che nulla di tutto ciò che aveva incontrato nella propria vita, per quanto indisciplinato e maldestro a livello di educazione potesse essere, poteva essere anche solo lontanamente paragonato a lui.
Mario era refrattario. A tutto. All’educazione, a una guida, agli schemi tattici, ai pilastri morali della squadra, alle mode, ai consigli, all’integrazione. A Mario non fregava un cazzo di sentirsi ammirato, compreso, considerato o lodato. Mario voleva solo essere accettato, tutto, pregi e difetti, così com’era. E non per una questione di principio, ma perché era profondamente convinto di valere abbastanza da meritarselo.
Cosa gli  avesse infuso una consapevolezza del genere, José non era mai riuscito a capirlo: il loro rapporto non era stato certo di breve durata, ma era durato comunque troppo poco perché lui riuscisse a sondare alla perfezione tutte le pieghe della sua anima.
Tre cose era riuscito a capire con assoluta certezza, comunque.
Prima, Mario avrebbe sempre detto più no di quanti sì gli capitasse di lasciarsi sfuggire.
Seconda, Mario usava le persone – maschi o femmine o lui che fossero – per non pensare.
Terza, Mario era perdutamente, inesorabilmente, infantilmente, quasi assurdamente innamorato di Davide.
*
Osservando i giocatori correre qua e là mentre si esercitano sul possesso palla, ingaggiando autonomamente duelli a torello all’ultimo sangue, José ripensa al giorno in cui Mario s’è infilato nel suo letto la prima volta, alla sfacciataggine con cui s’è presentato in camera sua e, senza chiedergli il permesso né dargli spiegazioni, ha pressato le labbra contro le sue, e non può evitare di abbandonarsi al brivido che lo scuote lungo tutta la schiena, diffondendoglisi nelle gambe e rendendogli difficoltoso pure restare semplicemente lì in piedi a sorvegliare che l’allenamento si svolga nel migliore dei modi.
Rivede ancora senza la minima difficoltà i suoi occhi scuri, perfettamente tranquilli, scrutarlo quasi con curiosità mentre si lascia scivolare via i vestiti di dosso in una carezza leggerissima, certo che non sentirà mai un no provenire dalle sue labbra. Riesce a rivedersi, nel fondo scuro di quegli occhi, immobile sul letto come paralizzato, terrorizzato, sconvolto da se stesso, perché sa già che non riuscirà a tirarsi indietro.
Lo rivede avvicinarsi lentamente, non perché cauto ma perché divertito dalla sua paura, come quei felini predatori che sanno potrebbero stroncare in un morso velocissimo la vita delle loro prede ma preferiscono avvicinarsi circospetti, sentire il respiro delle loro future vittime sciogliersi in un ansito terrorizzato, e poi agguantarle e finirle quando sono già così oltre la paura da non riuscire quasi più a sentire nemmeno il dolore.
Nei suoi ricordi, Mario allarga le gambe scure e tornite e punta le ginocchia sul materasso, avvicinandosi fino a stargli addosso senza sederglisi in grembo. Lo guarda il silenzio, poi guida le sue mani lungo le linee nette e scolpite eppure dolcissime del suo petto, quelle curve talmente definite da sembrare disegnate col compasso, e lo annega nel gemito liquidissimo che gli sfugge dalle labbra quando le sue dita dischiuse scivolano distrattamente sui suoi capezzoli già turgidi di desiderio.
José ricorda distintamente di aver perso definitivamente la testa quando le sue labbra piene si sono chiuse sulle proprie, ma le voci dei giocatori che ridono per chissà che motivo lo distolgono dai propri pensieri, e lui si ritrova costretto a ringraziare i pantaloni larghi della tuta di quest’anno se l’oggetto dell’ilarità dei suoi calciatori non sono lui e l’erezione fastidiosa che gli è cresciuta fra le gambe, ma qualcos’altro.
Per un attimo, incrocia lo sguardo incerto di Davide, e l’attimo successivo lo rifugge, vergognoso.

And comfort and warmth can't be found
I still reach for you
But I'm lost, and crushed, and cold
and confused With no guiding light left inside


Hera era entrata nella sua vita per pura e semplice reazione. Non poteva dire di ricordare esattamente il momento in cui aveva capito che Mario andava a letto con José, ma poteva dire quanto devastante e concreta era stata la certezza, il dolore sordo che gli aveva invaso il petto impedendogli di respirare per dei secondi interi, la voglia di piangere che gli aveva annebbiato occhi e pensieri, confondendolo, il desiderio di fuggire il più lontano possibile e dimenticare, dimenticare, dimenticare.
Mario andava a letto con un mucchio di ragazze, ed a lui l’andirivieni di donne fra le sue braccia non aveva mai dato fastidio, un po’ perché Mario stesso non dava loro il minimo peso, un po’ perché i loro passaggi fra le sue lenzuola erano talmente fugaci che rimanevano presenze effimere, quasi impalpabili, come fantasmi. Il problema era che tutto, nella vita di Mario, sembrava seguire la stessa logica del passaggio. Nulla è davvero importante, ma anche le cose poco importanti, in fondo, esistono, e ingombrano. Alla fine, il motivo per cui i fantasmi fanno paura, il motivo per cui non puoi sconfiggerli, è che non li puoi toccare. Non puoi prendere un coltello e tagliarli in due, non puoi prendere una pistola e sparargli contro, non puoi soffocarli con un cuscino, non puoi picchiarli fino a spaccar loro tutte le ossa. Loro restano lì, invisibili ma presenti, sottili ma enormi, li percepisci ovunque e non puoi farci niente.
Così erano le donne, così era anche Mourinho, con la differenza che le donne cambiavano a velocità ridicole, i loro lineamenti si confondevano, non riusciva ad essere geloso di una di loro perché faceva appena in tempo di imparare il nome della nuova ragazza del momento che Mario subito la cambiava con un’altra, ma con Mourinho questo meccanismo non poteva funzionare, perché lui era uno solo, unico, irripetibile, e quando Mario non poteva guardare fissa la sua donna del momento – cioè per il novanta percento della sua giornata – erano i suoi occhi quelli che cercava di continuo, i suoi lineamenti quelli ridisegnando i quali si perdeva distraendosi durante gli allenamenti, le sue labbra quelle da cui pendeva ogni volta che le schiudeva cominciando a parlare.
Accorgersi di tutti quei piccoli gesti e non avere nessun’arma con cui combatterli stava diventando una tortura. Per questo, quando Hera si era avvicinata, non l’aveva scansata a priori come aveva cominciato sistematicamente a fare da dopo Sofia in poi – cioè da quando aveva capito che mettere le mani addosso a qualcosa che era stato di Mario per cercare di ritrovarci lui dentro non poteva che portarlo ad ulteriore quanto inutile sofferenza.
Hera era bella ma non bellissima, simpatica ma non eccessivamente rumorosa, intelligente ma non troppo brillante, talentuosa ma non unica nel suo genere. Andava bene per lui, insomma: riusciva ad oscurargli la vista di Mario per qualche minuto, ma non abbastanza da costringerlo a sentirsi mancare l’aria perché non ce l’aveva più intorno. E finché il compromesso aveva funzionato, la storia fra lui e lei era andata avanti senza problemi.
*
Quando Mario è andato via, dopo i tumulti del finale di stagione – per non parlare dei tumulti di tutto il resto della stagione – il  compromesso ha smesso di funzionare. Principalmente per l’ovvio motivo che distrarsi dal pensiero di Mario andava bene finché Mario era una presenza costante, cioè finché lui aveva effettivo bisogno di distrarsi dal suo viso dai suoi occhi dall’odore della sua pelle e dalla forma del suo corpo, ma da quando era andato via tutto ciò di cui Davide sentiva il bisogno era cercare di riportare alla memoria quanti più dettagli possibili, per ricostruire nella propria mente un’immagine di lui quanto più fedele alla realtà fosse possibile. “L’hai perso una volta,” si diceva, “ma non di nuovo. Non di nuovo.”
Adesso, ogni volta che, finiti gli allenamenti e rimasto solo con José, Davide si avvicina a lui, sfiorando la sua pelle con la punta del naso e le labbra dischiuse, tutto ciò che vuole è seguire la traccia impalpabile dei propri ricordi e fonderla con quella più concreta rimasta intrappolata sulla pelle di José, e riavere Mario, in qualche modo, seppure per una sola mezz’ora.
Ogni volta che José lo stringe fra le braccia, lo adagia sul letto ed entra piano dentro di lui, Davide chiude gli occhi e pensa a braccia più scure, gambe più forti, un ventre più piatto, una schiena dalla curva più dolce. E non riesce mai a guardarlo.

You're my guiding light
And there's no guiding light left inside
There's no guiding light in our lives


Una delle volte in cui Mario s’era fermato da lui a dormire per la notte, nascosto in uno delle millemila camere per gli ospiti che rendevano Villa Ratti più simile a un albergo che a una casa normale, José gli aveva chiesto perché lo stesse facendo. Era una cosa che non s’era mai azzardato a chiedere prima – le risposte di Mario, quelle brevi che dava ma soprattutto quelle più lunghe e complesse che taceva, gli facevano paura – ma quella volta s’era lasciato andare alla curiosità, se non altro perché il loro incontro, se così si poteva chiamare Mario che gli salta addosso fradicio di pioggia sulla soglia della porta e poi lo trascina in camera lasciandosi scopare ripetutamente fino quasi a perdere i sensi, era stato, stranamente, più dolce del solito.
Da qualche parte a metà fra la seconda e la terza volta distribuite nell’arco di tre ore totali – cose che ad uno della sua età avrebbero dovuto essere vietate per motivi di salute – Mario aveva reclinato indietro il capo ed aveva sorriso, perso, poggiando entrambe le mani sulle sue che lo stringevano ai fianchi e forzando le sue dita con sufficiente ostinazione da costringerle ad incastrarsi perfettamente con le sue. José s’era fermato per qualche secondo ad osservare il contrasto delle loro dita intrecciate, prima di venire dentro di lui con un’ultima spinta e stendersi al suo fianco mentre Mario si allargava il più possibile per prendere possesso di tutta la propria metà di letto e strabordare abbondantemente anche nella sua, lanciandogli disordinatamente addosso braccia e gambe come fosse stato un cuscino.
“Perché vuoi restare?” gli aveva chiesto, e Mario aveva sorriso distante.
“A casa c’è Hera,” aveva risposto senza guardarlo, “Vederla con Dade non è un’opzione, per me.”
José aveva sollevato la testa dal cuscino e, del tutto irrazionalmente, come se lui e Mario non avessero appena finito di scopare, gli aveva chiesto “Lei ti piace davvero?”, una cosa che già a ripensarci due secondi dopo l’aveva addirittura stordito con la sua lampante stupidità. Mario s’era voltato a guardarlo, gli occhi persi in un misto di confusione e incredulità, e poi aveva sorriso.
“Mi piace lui,” aveva risposto, il tono dolce e un po’ cupo, “Mi piace da morire lui.”
*
Davide geme sotto le sue dita, la sua schiena si inarca e le goccioline di sudore che la imperlano brillano del riflesso della luce sul comodino, ipnotizzandolo. José si spinge profondamente dentro di lui ed obbedisce quando, stringendo le mani attorno al lenzuolo con tanta forza da strapparlo quasi via dagli angoli, Davide esala un “di più” stentato, spingendo il bacino contro il suo e contraendo i muscoli fino a dargli l’impressione di volergli risucchiare via il respiro, le forze, la vita stessa.
Lo aiuta a tirarsi su, stringendoselo contro ed accarezzandogli la pancia e poi i fianchi, fino a prendere fra le dita la sua erezione ed accarezzare anche lei, seguendo il ritmo delle proprie spinte. Davide piange in silenzio, e José chiude gli occhi perché non vuole vederlo.
Minuti dopo, stesi l’uno accanto all’altro sul letto della stanza di José in ritiro, fissano il soffitto con sguardo vacuo e José non riesce a frenare la lingua abbastanza in fretta da impedirle di srotolare una domanda dal sapore inopportuno e nostalgico.
- Lui ti piace davvero? – chiede, e stavolta non è la domanda sbagliata.
Davide si volta a guardarlo francamente terrorizzato, e José può leggere nei suoi occhi spalancati e sconvolti tutta la tipica paura che si prova nel sentirsi nudo davanti a qualcuno indipendentemente dal fatto di avere o meno vestiti addosso. Sa che, quando Davide tira su il lenzuolo coprendosi fino al petto, non è per pudore, ma per provare a schermarsi in qualche modo da uno sguardo che sta scavando dentro di lui più profondamente di quanto non gli è mai sembrato di avergli permesso.
In ogni caso, Davide non è Mario, e perciò José non si stupisce di vederlo rigirarsi su un fianco per voltargli le spalle, senza rispondere né dire nient’altro. Lo immagina provare a chiudere gli occhi per dormire, e sa già che non ci riuscirà.
Non passano che pochi secondi, e poi si alza, cercando i propri vestiti in giro per ricomporsi e lasciarlo solo. Ha già invaso abbastanza spazi, per oggi, e non è il caso di continuare ad invaderne altri.
*
Quando arriva a Malpensa, Mario è nervoso. Nel momento stesso in cui ha messo piede fuori dall’aereo, ha avuto come l’impressione di essersi sognato gli ultimi due mesi a Barcellona, o comunque di essere appena tornato dalle vacanze e trovarsi costretto a dimenticarsi quanto di bello abbia vissuto lontano da quella città, per tornare ad immergersi nel suo grigiore asfittico e deprimente.
Milano non gli è mai piaciuta granché, manco quando per lavoro era obbligato a viverci, tant’è che ad ogni occasione favorevole scappava a Concesio. È sempre stata utile come distrazione, perché è rumorosa e luminosa, soprattutto di notte, ma la sua attrattiva finiva lì, ed a lui non manca. Essere solo in prestito al Barça, peraltro, aumenta tutta la sua insicurezza. Non fa che chiedersi da ore per quale motivo José l’abbia preteso in Italia il prima possibile, e prega con tutte le sue forze che non si tratti di un estremo tentativo di convincerlo a tornare in Italia, perché più passano i minuti a Milano più lui si sente mancare l’aria.
In Pinetina, fortunatamente, non c’è nessuno. Solo qualche inserviente e qualcuno dello staff tecnico che si aggira pigramente per i corridoi, le maniche delle divise arrotolate fino alle spalle. Saluta timidamente un po’ tutti, non perché sia refrattario ai sorrisi in genere, quanto più perché si sente incredibilmente fuori posto.
È già arrabbiato quando arriva di fronte all’ufficio di José, ma si arrabbia anche di più quando gli dicono che il mister non è là, s’è ritirato in camera sua subito dopo l’allenamento e non ne è ancora uscito se non per brevi momenti. “Sta preparando la trasferta ad Abu Dhabi”, gli fa sapere Andrea salutandolo con un sorriso genuinamente felice quando lo incontra per caso girovagando per il centro, “Sarà contento di vederti.”
Sarà contento sì, pensa Mario, m’ha chiamato lui, ma non lo dice perché le parole di Andrea gli rivelano chiaramente che nessuno sa della telefonata di José che lo invitava a tornare quanto prima. Alla rabbia si aggiunge la paura e l’incertezza – non sa cosa José voglia da lui, ma se non ha potuto parlarne con nessun altro, non può essere niente di buono.
È sul piede di guerra quando arriva di fronte alla camera di José. Si trattiene qualche secondo a pensare – dovrebbe bussare? – poi decide di no e schiude la porta senza aspettare un secondo di più.
Paura, rabbia, risentimento, confusione – scivola tutto via fuori dal suo corpo lasciandolo quasi sgonfio nel momento in cui vede Davide nudo e steso sul letto con José al suo fianco, impegnato ad accarezzarlo lentamente, le sue dita che si prendono cura della sua erezione con devozione e le sopracciglia corrugate in un’espressione tesa e preoccupata smentita solo in parte dagli occhi distanti e carichi di una dolcezza indefinita di cui Mario non saprebbe spiegare la ragione.
- Sapevo che non avresti bussato. – commenta José, sospirando platealmente. Davide è sconcertato dalla sua apparizione, salta in ginocchio sul materasso appena si rende conto di quello che sta succedendo, e la sua prima mossa è cercare a tentoni un lenzuolo sul materasso per tirarselo contro e coprirsi il più possibile. Il suo petto si alza e si abbassa velocemente al ritmo del suo respiro stravolto un po’ dalle carezze di José e un po’ dalla sorpresa. Mario non riesce a parlare, ed infatti è ancora José a farlo, più per riempire il vuoto che per dire davvero qualcosa. – È andato bene il viaggio?
Mario lo guarda – ancora sdraiato sul letto, perfettamente a proprio agio – e deglutisce.
- Sapevo che non sarei dovuto venire. – biascica confuso, - Dovevo restare a Barcellona.
José getta lentamente le gambe fuori dal materasso, mettendosi in piedi e girando tutto attorno al letto, fino a ritrovarsi alle spalle di Davide. Non dice una parola quando gli strappa letteralmente il lenzuolo di dosso e, per coprire il suo urletto sorpreso e vergognoso, lo bacia profondamente, stringendogli le braccia lungo i fianchi per impedirgli di divincolarsi. Quando lo lascia andare, Davide è senza fiato. E Mario anche.
- Ti dà fastidio se lo sfioro, Mario? – chiede a bassa voce, lasciando scivolare il dorso della mano lungo la curva appena accennata del suo fianco. Davide lo guarda, poi guarda Mario, i loro occhi si incatenano e nel fondo si agita la stessa paura di essere di fronte ad una strada obbligata e accidentata, una di quelle che in genere si fa di tutto per evitare nella vita e che poi, per un motivo o per l’altro, finiscono per presentarsi sempre sul cammino di ognuno. – Se lo tocco, se lo bacio… - aggiunge, poggiando le labbra sulla curva della sua spalla ed assaggiandola piano in punta di lingua, - Ti dà fastidio?
Lo stomaco di Mario fa le capriole, ma non saprebbe dire se ciò che sta provando sia fastidio. Punge, però, punge tanto e insistentemente, quindi forse al di là di tutto fa un po’ male.
Annuisce senza nemmeno pensarci, e José sorride appena – un sorriso minuscolo da padre costretto a fare cose che non avrebbe mai pensato di poter fare, solo per i suoi piccoli – invitandolo ad avvicinarsi con un cenno della mano. Mario si muove meccanicamente, guidato dall’istinto prima e dall’odore di Davide poi. Si arrampica sul letto e si muove in ginocchio fino ad arrivargli vicinissimo. Il suo respiro s’infrange erratico e caldo contro le sue labbra, confondendolo, tanto che solo molto dopo Mario si accorge che José lo sta ancora masturbando, e che è quello, oltre all’agitazione, che motiva il suo ansito incerto e quasi soffocato.
Solleva le braccia perché se José lo sta toccando allora non c’è proprio niente di male a volerlo toccare anche lui. Gli sfiora le spalle, le linee del petto e dei fianchi, e quando José fa per allontanarsi e lasciarli è lui che guarda, quasi implorandolo di restare e continuare a dirigerli, perché con lui sembra tutto più semplice.
In effetti, a pensarci bene, è sempre stato così. Era più facile, quando stava ancora all’Inter, sentirsi protetto nei confronti del mondo quando c’era José a schermarlo da tutto il resto, durante le interviste o in conferenza stampa. E diventava tutto drammaticamente più pesante quando invece José non c’era, o la sua voce, per quanto urlasse, era troppo debole per superare in potenza la voce tonante di San Siro e i suoi fischi costanti e senza via di scampo. A ben pensarci, ogni singolo momento in cui ha perso la testa, ha fatto qualche cazzata o ha distribuito in giro perle che non hanno fatto altro che rendergli la vita più complessa di quanto già non fosse, è stato  perché José non era nei paraggi a salvarlo da se stesso.
Si china sulle labbra di Davide e lo bacia piano, assaggiandolo fino in fondo e conservando il suo sapore sulla lingua. Ogni tanto, la mano di José – che ancora lo accarezza – incontra con una nocca la sua erezione ancora imprigionata sotto pantaloni e biancheria, e lui si sente scosso da un brivido che gli toglie ogni forza. È per questo che utilizza tutte quelle che gli sono rimaste per spogliarsi in fretta, il più velocemente possibile, e schiacciarsi contro Davide fino a sentire ogni centimetro della sua pelle aderire contro il proprio. È la prima cosa che suoni perfettamente giusta degli ultimi cinque anni della sua vita, suona giusta come l’unico momento perfetto in cui ha messo piede per la prima volta a San Siro e tutto lo stadio, tutto il dannato stadio s’è sgolato per supportarlo.
José lo aiuta a sistemarsi Davide addosso, indirizza perfino la sua erezione quando deve cominciare a farsi strada dentro di lui. Distrae Davide e le sue difficoltà ad abituarsi a qualcosa che fino a quel momento non ha mai toccato, dispensando baci lievissimi sulla sua pelle accaldata e sudata, e liberando lui dall’incombenza di doversi occupare di tutte quelle minuscole attenzioni in prima persona. Non potrebbe farcela, questo Mario lo sa, non potrebbe farcela semplicemente perché il solo sentirsi mentre si spinge prima lentamente e poi sempre più velocemente dentro di lui gli toglie ogni capacità di pensiero razionale. Mario chiude gli occhi e spinge, e lo stringe fra le braccia come non volesse più lasciarlo andare, e le sue orecchie si riempiono dei suoi gemiti che crescono di volume e di intensità col passare dei minuti, dei secondi, degli attimi, fino a quando lo sente sciogliersi e riversarsi sul suo stomaco, ma fra dita che non sono sue e che si sono occupate della sua eccitazione per tutto il tempo mentre tutto ciò che lui era in grado di pensare era ti voglio, sei mio, ti voglio da sempre, ti amo.
Riapre gli occhi sull’espressione di Davide, esausta e stravolta dal piacere. Ne studia le linee con occhi stanchi e ancora annebbiati dalla sensazione devastante dell’orgasmo che l’ha scosso interamente non più di pochi secondi fa, e poi segue il suo profilo con le labbra, ascoltandolo ritrovare un ritmo meno faticoso per il proprio respiro.
José li guarda a lungo e sospira come si fosse liberato da un peso più grande di lui. Li saluta senza parole, con un ultimo sguardo carezzevole, prima di lasciarli entrambi sfatti su un letto perfino più sfatto di loro, nel buio protettivo di una stanza che non dovrebbe essere rassicurante per nessuno dei due, e che invece, per qualche ragione, lo è.
- Forse l’errore è stato quello di trattare tutto questo come una storia d’amore quando in realtà non lo era. – riflette Mario voltandosi sulla pancia e guardando Davide, che gli ricambia l’occhiata non senza qualche incertezza.
- Tu sei sempre stato troppo complicato, per me. – risponde lui, ravviandosi i capelli umidi di sudore lungo una tempia, - Di cosa stai parlando?
- Di tutto. – sospira Mario, sistemandosi il cuscino sotto il capo, - Io mi sento tradito per motivi che non comprendo, da anni, Dade. Da te, dalla squadra, dal mister… i motivi sul momento li trovo senza fatica, perché sono arrabbiato, ma poi me li dimentico. Io so di essere scappato da Milano perché ero furioso, perché mi sembrava che tu mi avessi abbandonato, che mi avesse abbandonato José, che mi avesse abbandonato l’Inter. Però, se provo a ripensarci adesso, non riesco ad immaginarmi nemmeno un perché.
- E questo – quasi mugola Davide, voltandosi sul fianco verso di lui, - cosa c’entra con le storie d’amore, Mà?
- C’entra che uno non ripone fiducia a caso, Dade. – risponde Mario, e improvvisamente ritrovarsi a chiamarsi con gli stessi soprannomi che usavano prima che tutto questo enorme casino scoppiasse, gli sembra la cosa più giusta di sempre. – Riponi fiducia solo in chi ami. E io non ho mai detto d’essere innamorato di nessuno. Quindi, in pratica, non avevo nessun diritto di sentirmi tradito, ma mi ci sentivo lo stesso.
Davide solleva una mano, gli accarezza la guancia e poi la tempia, passando le dita fra i capelli corti e crespi che hanno appena cominciato a ricrescere ai lati della sua testa.
- Non l’hai mai detto, ma forse non ce n’era bisogno. – gli fa notare in un sussurro un po’ stanco. Mario lo osserva abbassare il braccio e poi accoccolarsi contro di lui, recuperando la coperta finita a calci in fondo al materasso ed utilizzandola per coprire entrambi. Davide lo guarda un’ultima volta, Mario annuisce e gli sorride, e solo allora Davide si concede un minuscolo sorriso dei suoi, poi torna a chiudere gli occhi e si addormenta. Mario non riesce a seguire il suo esempio – ha ancora troppe cose a cui pensare, troppe cose da risolvere, e come sempre nella sua testa c’è troppo casino per poter pensare davvero di risolvere alcunché – ma in qualche modo ha l’impressione che decidere cosa fare di tutto il resto della sua esistenza, per una volta, potrebbe cominciare a diventare più facile di quanto non lo sia stato in passato.