Genere: Introspettivo, Romantico.
Pairing: Davide/Mario, Davide/Chloe.
Rating: PG.
AVVERTIMENTI: Slash, Het, What If?.
- "Sienna è la bambina più buona, più tranquilla del mondo."
Note: Scritta per la Notte Bianca #11 di maridichallenge (♥) su prompt T'es mon tempo, mon inlassable écho (Grande Rio, BB Brunes). Obbligatorio dazio nottebianchiano pagato al Santonelli :) (E poi avevo una voglia matta di giocare un po' con Sienna-Mae *O* Non è di certo l'ultima volta.)
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MON TEMPO

T'es mon tempo, mon inlassable écho

Sienna è la bambina più buona, più tranquilla del mondo. Da che è nata, né Davide né Chloe possono dire di ricordare una sola occasione in cui abbia pianto per noia o per capriccio o, in generale, per qualunque motivo che non fosse il pressante bisogno di cibo o l’altrettanto pressante bisogno di essere cambiata. Ed anche in quelle occasioni, si è limitata a due o tre latrati di precisione, lanciati all’indirizzo di mamma e papà perché capissero esattamente cosa stesse accadendo all’interno di quella sua testolina perfettamente rotonda, e si affrettassero a risolvere il problema prima ancora che si presentasse.
Ciononostante, il ventitré novembre dell’anno duemilatredici, esattamente alle ore ventuno e diciassette, senza alcun apparente motivo, Sienna ha cominciato a piangere. Uno di quei pianti uggiosi e infastiditi, tipici di quei neonati che vorrebbero addormentarsi ma non riescono, o che si annoiano ma non sanno cosa fare per distrarsi, o che sono stanchi di stare sdraiati ma non hanno intorno nessuno che voglia o possa prenderli in braccio, in quel momento.
- E la bambina? – ha domandato ad alta voce Chloe, sollevando lo sguardo dalla rivista che stava sfogliando pigramente per lanciare un’occhiata nella vaga direzione della stanza della piccola.
Davide le ha ricambiato un’occhiata incerta, poi si è sollevato in piedi ed è andato a prenderla, sperando che cullarla un po’ potesse calmarla, ed aiutarla a riaddormentarsi. Ma quello non era un pianto normale, e niente di normale è stato in grado di calmare Sienna. Coccole, paroline dolci, offerte di ciucci, latte e sonaglini multicolore— niente.
Sta ancora piangendo quando, più di due ore dopo, il cellulare di Davide prende a vibrare.
Lui sta scorrendo le ultime notizie sul tablet prima di andare a dormire, avvolto nel pigiama con le pecore che la mamma di Chloe gli ha regalato per il suo compleanno e tutto raggomitolato sulla poltrona accanto alla lampada da tavolo, in salotto, e se ne accorge solo perché, per una fortunata coincidenza, si ritrova a lanciare un’occhiata al tavolino sul quale il cellulare è appoggiato proprio mentre il display comincia ad accendersi e spegnersi furiosamente per catturare la sua attenzione.
Chloe, stremata dopo un’ora e mezza di tentativi di placare Sienna, è andata a dormire una ventina di minuti fa, e Sienna, al momento, è tutta imbacuccata nella sua tutina da notte e legata al passeggino, che Davide spinge pigramente avanti e indietro sperando che quell’ondeggiare continuo contribuisca a darle un po’ di sonnolenza. (Inutile dire che non sta funzionando, e Sienna continua a piagnucolare agitando i pugnetti per aria, infastidita da qualcosa che non è in grado di spiegare, e forse nemmeno di capire.)
Davide non smette di spingere il passeggino, mentre si allunga a recuperare il cellulare per leggere il nome del disgraziato che ha scelto proprio questa sera, di tutte le sere, per rompere le palle. E quando riconosce il numero – perché il nome dalla rubrica l’ha cancellato, ma il numero dalla testa mai – capisce tutto, ed anche il pianto improvviso ed apparentemente immotivato di Sienna ha improvvisamente un suo perché. D’altronde, non sono i bambini che percepiscono le catastrofi naturali prima che si verifichino? (O forse erano i cani. Davide non potrebbe giurarci, al momento.)
- Mario. – lo chiama a bassa voce, rispondendo al telefono.
Dall’altro capo della cornetta, Mario non risponde subito. Resta in silenzio per un paio di secondi, respirando piano, come assaporando il suono della sua voce.
- Oh. – dice quindi, - Com’è?
- Com’è? – ripete Davide, fissando un punto a caso nel vuoto con evidente sconcerto, - Ma sei serio? Non ci sentiamo da mesi.
- Eh, infatti. – ribatte lui, - Per questo m’informavo.
- Ma t’informavi di cosa?! – sbotta Davide, e per il nervosismo dimentica perfino di spingere il passeggino, dettaglio che Sienna non manca di notare e per il quale non si risparmia una rumorosa, piagnucolante protesta.
- Non lo so. – ribatte lui, - Ma che succede?
- Niente, lascia stare, è la bambina… - risponde Davide con un sospiro sconsolato. Poi si rende conto che, da quando è nata Sienna, lui e Mario non hanno mai parlato. In realtà non parlavano già da un po’, quando la bambina è nata. Ma fa un po’ strano, pur sapendo che Mario deve per forza essere a conoscenza della sua nascita, parlare di lei senza avergli mai detto che era venuta al mondo. – Ho avuto una bambina. – dice quindi, un po’ stupito dal suono della sua stessa voce mentre pronuncia quelle poche parole, - Si chiama Sienna-Mae.
- Ma lo so. – risponde Mario, sbrigativo, - Che discorsi fai?
- Non lo so… - risponde lui, un po’ confuso, - Pensavo di dovertelo dire.
- Lo navigo anch’io l’internet, Dade, piantala di fare il cazzone. – sbotta Mario.
Il tono, il soprannome, lo slang da ragazzini. Mezza frase, e Davide torna indietro di cinque anni. Un viaggio a ritroso che gli dà la nausea e gli fa girare la testa.
- …Mario, - sospira, - Perché mi hai chiamato?
Di nuovo, Mario non risponde subito. Resta in silenzio per qualche secondo, sembra riflettere sulla sua domanda e poi rilascia un sospiro profondo, prima di parlare.
- Stasera è stata una merda. – mugugna in un borbottio continuo ed infantile, di quelli che Davide ricorda di avergli sentito fare spesso quando dividevano la stanza in Pinetina e qualcosa gli andava storto (sempre troppo spesso) e Mario sentiva il bisogno di lamentarsi. – Non so come andrà, ma non… - sospira, - Questo non è più il posto giusto per me.
Davide non può trattenere un sorriso sghembo, mentre si appoggia con la schiena alla spalliera della poltrona, piegando le gambe sotto il sedere.
- Cos’è, stai diventando uno zingaro anche tu? – domanda quasi teneramente.
- Forse lo sono sempre stato. – risponde Mario. Davide può sentirlo scrollare le spalle con finto disinteresse. Sarebbe quasi comico, se non fosse impossibile. – In ogni caso, - prosegue, e Davide trema, perché la sente arrivare, come il fischio di un treno in corsa, - Credo tornerò in Inghilterra.
Davide trattiene il respiro solo per un paio di secondi, il tempo di sentire l’eco furiosa del proprio cuore che batte al triplo della velocità, forte abbastanza da scacciare, anche se solo per qualche istante, perfino il piagnucolio continuo di Sienna.
- Lo sapevo già. – dice in un soffio.
- Eh? – risponde Mario, interdetto, - Come?
- Mourinho. – ribatte lui, - L’ho incontrato qualche giorno fa e… insomma, mi ha accennato. – borbotta vago.
- Ah, certo. – sbuffa Mario, contrariato, - Certo, ovviamente. Lui lo sapeva già.
- Eddai, Mario… - ride appena lui, - Dammi pace. Mi hai appena detto questa cosa e mia figlia sta piangendo ininterrottamente da ore, mi merito una tregua.
- Ma che ha la bambina? – sospira Mario, ma c’è una nota di curiosità, nella sua voce, che accende qualcosa nel petto di Davide.
- Non lo so. – risponde, - Ha cominciato a piangere un paio d’ore fa, del tutto a caso, e non s’è più fermata.
- Mh… - mugola lui, - Sai cosa, passamela.
- Che?
- Passamela, ti dico.
Trova l’idea più piacevole di quanto avrebbe mai potuto pensare. Lentamente, scosta il cellulare dall’orecchio e lo accosta al viso paffuto e arrossato della bambina, abbassando il volume delle casse in modo che non possa ferirle l’udito.
Mario le dice qualcosa, qualcosa che Davide non riesce a sentire, e Sienna, improvvisamente come quando ha cominciato, smette di piangere.
Davide spalanca gli occhi, riportando il cellulare all’orecchio.
- Dimmi come hai fatto. – ordina perentorio.
Mario ride, divertito.
- Abbiamo fatto quattro chiacchiere. – risponde.
- Semmai un monologo. – lo corregge Davide, - Lei non parla.
- Stessa cosa. – scrolla le spalle Mario in un’altra risata.
- No, dai, sul serio. – insiste lui, quasi piagnucolando come sua figlia (adesso serenamente sonnecchiante nel proprio passeggino) stava facendo fino a pochi istanti fa, - Cosa le hai detto?
- Che aveva rotto il cazzo. – risponde Mario, ridendo come un bambino.
- Mario! – lo rimprovera Davide, oltraggiato.
- Scherzo, scherzo! – ride ancora lui. Poi la sua voce si fa più dolce. – Le ho detto “a fra poco”.
E di nuovo, nel silenzio, il cuore di Davide gli rimbomba nelle orecchie. Stavolta, senza brusii di sottofondo.
back to poly
  1. Avrei voluto che tu potessi vedermi, mentre leggevo questa cosa.
    Avrei voluto che vedessi il mio sorriso scemo di fronte a Davide papà, la mia risata deliziata di fronte al “Com‘è?” assolutamente assurdo di Mario, il modo completamente idiota in cui mi sono coperta la faccia con il lenzuolo sul “Eh, infatti. Per questo mi informavo.” CHE VOGLIO DIRE, SOLO MARIO COSÌ IDIOTA NEL MONDO quaNTA VERITÀ.
    Avrei voluto che vedessi come m‘è venuto da arricciare le labbra per non fare una smorfia un po’ così, di quelle tristi che però della tristezza prendono giusto la rassegnazione e la malinconia, perché è una tristezza vecchia e che hai già metabolizzato, di fronte alla confusione e all’incerto nervosismo di Davide, che si sente in dovere di spiegare che ha una figlia, ora, ha una figlia e quindi una casa e quindi una compagna e quindi tutta una vita che è andata avanti senza più dividere una sola parola.
    Avrei voluto sentissi la risata, il modo in cui è scoppiata spontaneamente e si è spenta con uno di quei sospironi appagati, “aaaw”, che ti salgono dal cuore, di fronte al tono indignato con cui Mario risponde “Lo navigo anch’io l’internet, Dade, piantala di fare il cazzone”, che è come se lo potessi vedere mentre lo dice, aggrottando le sopracciglia e assumendo la sua espressione scazzata e vagamente annoiata dalla vita, con quel Dade che reclama molto più di quanto non potrebbero fare mille discorsi.
    Avrei voluto che tu vedessi i miei occhi mentre leggevo il resto, e pensavo a quanto va a fondo il discorso tra Mario e Davide (molto più a fondo delle semplici parole tra loro, perché è un po’ un discorso che coinvolge anche noi), a quanto distacco c‘è ora da una carriera che prima conoscevo in tappe pressoché giornaliere. Quanto distacco c‘è perché quando c‘è così tanto amore non puoi sopportare di vedere certe cose, e quindi il senso di tradimento, che a momenti è grande da sembrare immenso ma si fa comunque piccolo piccolo di fronte al dispiacere, di fronte a delle scelte che non puoi capire per tutta una serie di motivi, primo tra tutti perché non è il posto giusto, non sono le persone giuste, non posso credere che tu non veda che male ti stai facendo da solo, non posso credere che tu sia tanto piccolo e scemo e indifeso e ignorante da non capire, chi ti difenderà ora. Quanto quel distacco comunque si azzeri sempre di fronte a giornate come quelle di oggi, ieri, l’altroieri e così via, perché la vera misura dell’affetto sta nel fatto che si mantiene costante nel tempo, e l’affetto non te lo può portare via nessuno, neanche le scelte diverse e non condivise.
    Avrei voluto vedessi il modo in cui ho dovuto guardare il soffitto per farmi passare quell’impulso cretino e imbarazzante di piangere di fronte a una cosa che di lacrime non ne richiede manco mezza, perché la scelta di parlare di zingari riporta sempre a galla cose.
    Ricordo un tempo in cui Mario scimmiottava Zlatan come qualsiasi ragazzino farebbe di fronte al proprio idolo, ed era una somiglianza così palese, ma così palese, cazzo, che a momenti, se non fosse che poi uno non si ferma sempre alle occhiate superficiali, si poteva dire che fossero proprio uguali.
    A vedere le cose con l’ottica del poi, con il succitato distacco, mi viene invece ancora più facile cogliere una differenza che ho sempre visto, intuito, osservato, ma mai davvero elaborato e soppesato come ora: e cioè che non è la stessa cosa andartene perché un posto ti sta stretto e ti ha annoiato e hai voglia di qualcosa di nuovo, e andartene perché un posto ti sta stretto e ti opprime, ti soffoca, non ti lascia neanche uno spazietto piccolo piccolo per respirare. Nel primo caso è una scelta, nel secondo caso è una necessità. Nel primo caso sei un nomade, uno zingaro, nel secondo un esule. Zlatan è uno zingaro, perché non lascia il cuore da nessuna parte, Mario… Mario non lo è. Mario, in un certo senso, è la persona più ridicolmente costante del mondo, in questo senso: se ci pensi, frequenta gli stessi amici da una vita, frequenta gli stessi posti da una vita, gira tutto il tempo accompagnato da suo fratello e da familiari più o meno stretti; è partito perché era troppo difficile rimanere, ma non ha mai pensato di non tornare. Ha colto al volo la prima occasione utile per farlo, anzi, in culo alle prospettive di carriera e ai soldi e a tutto, e non solo perché il Milan era la sua squadra del cuore: l’ha colta perché Milano è vicinissima a casa ed è casa a modo suo. Milano è il baricentro, l’Italia è quel posto che gli appartiene perché è pressoché tutto quello che conosce, ma l’Italia è anche quel posto che lo rifiuta costantemente.
    Mario, in Italia, non può respirare senza doverne rendere conto a qualcuno, questi giorni l’hanno dimostrato ulteriormente, senza neanche bisogno di rivangare cosa è stato nel corso degli anni. Mario, se dovesse partite, non lo farebbe certo perché è un nomade… Solo che, magari già da allora, da quando osservava Zlatan e ne imitava certi comportamenti, ha realizzato che almeno se ti comporti da nomade non dai agli altri la soddisfazione di ammettere che ti hanno piegato e che non li puoi vincere. E cos‘è questo, se non saper stare al mondo, in risposta alle tante persone che gli rimproverano il contrario?
    Non lo so, dopo aver passato questi giorni a leggere le peggio cose, a confrontarmi ancora una volta con l’incapacità delle persone di trattare con un minimo di grazia e cura – la stessa grazia e la stessa cura che dovresti rivolgere di default a ogni essere umano perché esistere non è una colpa e non ti deve chiedere perdono – questo ragazzo, per una cosa stupida come può essere stupido il calcio nel grande schema della vita, per una cosa opinabile come possono essere le colpe di un fottuto mondiale perso, vengo a leggere una cosa così carina e mi viene comunque il magone e sento il bisogno di sfogarmi con te che lo capisci più di tutti. Anzi, mi sfogo con te e col tuo Davide, che è un po’ la stessa cosa, e quindi lo faccio e mi levo il peso dal cuore.
    Ma ora basta, chiudiamo questa mega parentesi e passiamo alla conclusione che se no qui mi cadono gli occhi a furia di piagnucolare e non mi pare il caso.
    Per cui, aggiungo a questo punto, avrei voluto che vedessi come ho riso tra le lacrime mentre leggevo di Mario che dice alla bambina che aveva rotto il cazzo, quando palesemente MAI, quando palesemente è un POSER E AMA I BAMBINI, DIO, E FIGURATI SE NON AMA LA BIMBA DI DADE e quanto mi è venuto da piangere di nuovo sul “a fra poco” finale. Dio mio liiiiiiz. :°OOOOO
    In sostanza, niente, è palese che questa cosa di Mario non mi passerà mai, non ci passerà mai, e sarà sempre un amore di quelli che ti fanno un male fottuto ma di cui non ti penti neanche un secondo. E mi dispiace se in questa recensione ho preso a sproloquiare e ho ignorato per buona parte Davide, TIGGIURO che ero partita con le migliori intenzioni di mantenermi sul sintetico e il giocoso andante MA NON CE L’HO FATTA PERCHÉ IL SANTONELLI È SEMPRE IL SANTONELLI E APPARENTEMENTE È QUELLUNICA COSA CHE È IN GRADO DI APRIRMI IL RUBINETTO EMOTIVO FINO A CREPARE I TUBI DI CONDUZIONE IN 0.3 SEC NON APPENA DECIDO DI PARLARNE (?????? LE MIE SIMILITUDINI FANNO SCHIFO MA ABBI PAZIENZA SONO DUE SECOLI CHE NON SCRIVO RECENSIONI, SONO LE DUE E MEZZO DI NOTTE E DOMANI HO LA SVEGLIA PRESTISSIMO E COMUNQUE NON HO MAI SAPUTO SCRIVERE RECENSIONI SENSATE E DECENTI E LE MIE SIMILITUDINI HANNO SEMPRE FATTO CAGARE).
    Ciò detto, Mario ti voglio bene perché esisti, Davide ti voglio benissimo perché rispondi al telefono, liz ti voglio strabene perché ne scrivi sempre e ne scrivi così e insomma SOLO TU E ALTRE DUE PERSONE ed è sempre roba nostra dopo ANNI :°(((((((
    mioddio quanto capslock e quanta incoerenza PERDONAMI, pensavo di essere migliorata con gli anni e invece no

    Arianna
    27/06/2014 08:44

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