rp: ben brewer

Le nuove storie sono in alto.

Genere: Introspettivo, Commedia.
Pairing: Nessuno.
Rating: PG-13.
AVVISI: OC, What If?.
- I Muse sono persi nelle campagne del Devon e stanno registrando il loro nuovo album di studio. Il problema è che nessuno può esserne davvero sicuro, ed ecco perché Edgar Bronfman Jr., CEO della Warner, invia il proprio figlio in Inghilterra perché possa accertarsene al di là di ogni ragionevole dubbio...
Commento dell'autrice: Ovvero: parto plurigemellare di una fanfiction travestita da originale travestita da fanfiction, in cui nulla è ciò che sembra, tutto è storicamente documentato ma slittato avanti o indietro nel tempo in favore dei bisogni dell’autrice e c’è un unico OC, e non si tratta del protagonista.
Vorrei poter dire poco, di questa storia, e non annoiare i poveri lettori che hanno già fatto un considerevole sforzo ad arrivare fin quaggiù senza demordere nonostante i copiosi sbadigli, ma il giorno in cui mi riuscirà di essere breve e sintetica probabilmente cadranno le stelle ed avrà inizio la fine del mondo, perciò tolleratemi e continuate a volermi bene anche se mi preferireste maggiormente grafo stitica.
Dunque, l’idea per questa storia nasce nel momento in cui i Muse decidono di condividere parte del loro processo di registrazione. Se vi siete chiesti se le pecore, le mucche, le galline e gli schiocchi di dita nel cesso fossero finti o veri, ecco, un buon 50% di ciò che ho scritto (pecore e schiocchi) sono assolutamente reali. Per il resto ho inventato, ma voi capite bene che, se possono essere veri i primi, hanno buone probabilità d’essere veri anche i secondi, pure se i Muse non li hanno condivisi con noi XD
Poi. Benjamin. Dunque, Benjamin Bronfman, conosciuto dai più come Ben Brewer (che poi è il cognome della madre), voce/chitarra dei The Exit ed attuale fidanzato di M.I.A. nonché padre di suo figlio (Ikhyd Edgar Arular Bronfman <- ripetete dopo di me, tutte in coro: WTF?), esiste, naturalmente, sul serio. È il più grande fra i figli di Edgar Bronfman Jr., CEO della Warner. I miei piani iniziali non comprendevano l’utilizzo di quest’uomo, nel senso che volevo un OC che fosse il figlio di qualche pezzo grosso della Warner e che andasse a monitorare i Muse, tutto qui XD Poi, mentre mi perdevo nelle solite ricerche con le quali porto avanti le RPF, e che mi portano sempre a scoprire cose assurde, mi sono affezionata a quest’uomo dai millemila figli (parlo di Edgar) ed ho voluto fosse lui il mio pezzo grosso. Ben, poi, aveva l’età perfetta per essere il manager di produzione che mi serviva, e quindi, senza pensarci nemmeno due volte, ho finito per usarlo XD Vanessa ed Hannah sono davvero le sue sorelle e tutti e tre sono figli dell’ex-moglie di Edgar, Sherry. Non so nemmeno perché vi sto dicendo tutto questo, sono quasi sicura che non ve ne freghi un accidenti XD Ma io mi diverto moltissimo quando posso pucciare roba vera al 100% nelle fanfiction, quindi volevo condividere. Anche se poi qui non è proprio tutto vero al 100%, perché al momento in cui scrivo Ben è già frontman dei The Exit dal 2000, mentre qui viene ritratto come un nerd sfigatissimo che comincia a cantare solo in seguito all’esperienza coi Muse =P L’unico OC della storia è Stephanie. Ed io le voglio intimamente bene XD
Inizialmente non doveva essere una fanfiction epistolare, ma durante la stesura mi sono resa conto dell’inoppugnabile evidenza per la quale potevo continuare con la narrazione normale e scrivere sessanta pagine di storia nel tentativo di renderla credibile a livello crono-narrativo (se ciò che sto dicendo ha un senso), oppure potevo ripiegare sulle mail allo “scricciolo” e sperare che il buon Dio (del fangirling) me la mandasse buona. Spero l’abbia fatto XD
No, non sono mai stata né a Teignmouth né a Como, me ne strafrego e per tutto ciò che ho detto delle due cittadine mi sono basata sulle foto che ho visto e sulle sensazioni che le immagini mi hanno comunicato. Punto. Non intendo farvi vedere le foto che ho usato, googlate le due cittadine e verranno fuori da loro XD Oh.
Il cappellino di Matt esiste davvero. Nessun animale è stato maltrattato per la realizzazione di questa fan fiction :D Qualche autrice sì, però XD (La sottoscritta, nel caso sorgesse il dubbio).
PS. Scritta per lo Spring Party ’09 di Fidelity, secondo il regolamento del quale la fanfiction doveva rifarsi alla quote di Kitchen di Banana Yoshimoto “Nel flusso indefinito degli eventi e degli stati d'animo, gran parte della storia è incisa nei sensi.”, e che qui è presente all’interno della storia sulle labbra di Stephanie.
Scritta altresì per la challenge Temporal-mente di Criticoni. Il tema di riferimento ("It´s like a multicoloured snapshot stuck in my brain”, tratto dalla splendida It Takes A Fool To Remain Sane dei The Ark), è qui presente nel momento in cui Ben descrive ad Hannah il lungomare di Teignmouth, utilizzando le parole “È un fotogramma multicolore che mi porterò dietro a lungo”.
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Io non ho nessun talento particolare e non sono granché bravo a fare niente. Questo, quando non sei nessuno, probabilmente è un problema perché ti guardi intorno e non sai dove mettere le mani, non sai cosa fare della tua vita e come ti muovi sbagli, d’accordo, ma vi assicuro che quando sei “qualcuno” – o meglio: quando non sei nessuno ma nasci con l’etichetta qualcuno stampata sulla fronte, indipendentemente dai tuoi meriti personali – una totale assenza di capacità, più che un problema, è un disastro.
Sospiro profondamente, affondando nella poltrona di fronte alla scrivania di mio padre e cercando di farmi minuscolo come quando da piccolo rompevo i soprammobili con una pallonata e cercavo di muoverlo a compassione tirando fuori gli occhioni color cioccolato di mamma.
- Papà, io non penso sia il caso di mandare me, sai…?
Mio padre sospira a propria volta, sistemando carte sulla scrivania davanti a sé. Sono documenti che dovrei conoscere, visto che lavoro qui da circa tre anni, ma anche a guardarli con attenzione non mi dicono niente. Il che, penso, la dice lunga sul mio problema che più che un problema è un disastro.
- Ben, tu sei mio figlio. – mi ricorda pazientemente.
- Sì! – annuisco io, - E non sono mai uscito dagli Stati Uniti d’America. E non ho mai avuto a che fare con una band musicale. E tu vuoi mandarmi sei mesi in Inghilterra a seguire il lavoro di… come hai detto che si chiamano?
Mio padre sospira ancora.
- Muse, Benjamin. E sono uno dei nostri cavalli di battaglia sul mercato europeo.
- Ecco, sul mercato europeo, quindi perché non ci mandi qualcuno di là? Qualcuno che lo conosca, quel mercato! – così che non possa mandare tutto a puttane come presumibilmente farò io mettendo piede sul suolo inglese, vorrei aggiungere, ma l’occhiata severa di mio padre mi frena, perciò mi mordo la lingua, deglutisco ed abbasso lo sguardo sulle mie mani, che giacciono abbandonate e inermi sulle mie ginocchia.
Lui si alza dal proprio posto e mi raggiunge girando attorno alla scrivania e sedendosi sulla poltrona al mio fianco.
- Ben… - mi chiama dolcemente, - Io vorrei che un giorno tu potessi avere le competenze per diventare il presidente esecutivo della divisione inglese della Warner. – annuisce compitamente, - Penso che tu sia un ragazzo intelligente e capace, non capisco per quale motivo ti stai… - gesticola, indicandomi distrattamente, - sprecando così. Non è onesto nei tuoi confronti.
Non sollevo lo sguardo. Come si fa a dire “guarda che ti sbagli” ad una persona che ti dice cose simili?
Mio padre è sempre stato molto indulgente, con me. O forse il suo orgoglio paterno gli impedisce di vedermi per quello che sono – un inetto, in pratica. Ci sono figli che non riescono a vedere in se stessi qualcosa che invece i loro genitori intuiscono perfettamente, ma io non appartengo a quella categoria. In me non c’è proprio niente da vedere.
- Ci tengo molto a questo incarico, Ben. Potresti, per favore, portarlo a termine?
Da quando sono nato non ho fatto che dare delusioni a tutti. In qualità di primo figlio maschio, suppongo mio padre si sia sempre aspettato da me standard di resa piuttosto alti, ed invece la mia carriera scolastica è stata mediocre, le mie relazioni pubbliche sono state mediocri e ristagno nella mediocrità anche adesso che lavoro alla Warner. Sono fermo lì in amministrazione a catalogare contratti da tre anni e non sono ancora riuscito a tirarmene fuori. Mio padre mi ha già aiutato abbastanza assumendomi e s’è giustamente rifiutato di aiutarmi anche nelle promozioni – “quelle devi guadagnartele, Ben” – ed io cosa ho fatto? Ovviamente sono rimasto immobile. Non dipende da me. O meglio, dipende da me, ma non è una cosa che posso controllare. Non riesco a controllare niente, io.
Per questo ora sollevo lo sguardo e lo fisso su mio padre e, semplicemente, annuisco. In fondo è solo un viaggio transoceanico, ecco, non è neanche detto che succedano drammi enormi tipo schiantarci sull’Atlantico mentre lo sorvoliamo o perdermi in una giungla appena sceso dall’aereo. Non credo che ci siano giungle in Inghilterra, oltretutto.
Mio padre mi sorride conciliante, stringendo una mano sulla mia spalla. Le sue mani sono sempre state enormi, almeno, io le ho sempre viste così, fin da quando ero un bambino. Il fatto che continuino ad esserlo anche adesso, e che, a confronto, le mie sembrino tanto piccole, mi dà quasi fastidio.
- Vedrai, ti divertirai. – mi rassicura lui, alzandosi in piedi ed obbligandomi a seguirlo nel movimento, lasciandomi disinvoltamente intendere che la discussione è finita qui, - Ovviamente dovrai lavorare sodo. – aggiunge con un cipiglio più severo, quasi avesse paura di indorarmi troppo la pillola nel tentativo di galvanizzarmi. Apprezzo i suoi tentativi, ma dubito che riuscirei a galvanizzarmi anche se adesso tirasse fuori dal cappello qualche assurdità del tipo “ad attenderti ci saranno cinquecento vergini appena diciottenni pronte ad esaudire ogni tuo più piccolo desiderio”. – Ma riuscirai comunque a divertirti. – conclude con un sorriso più conciliante, - E poi vedrai, sono tutti dei bravi ragazzi. Ti troverai bene.
Mi troverò bene. Mi troverò bene.
Cerco di ripetermelo fino a quando non ci crederò davvero.

LONG ROAD TO RUIN
"It´s like a multicoloured snapshot stuck in my brain." (It takes a fool to remain sane – The Ark)

È già passata una settimana dal momento della mia investitura a manager di produzione per il quinto album dei Muse, quando metto piede in Inghilterra. E, giuro, ho passato gli ultimi sette dannati giorni a non fare altro che ripetermi che mi sarei trovato bene. Che non ho davvero nulla di cui preoccuparmi, intendo, andiamo, cosa diavolo può succedere? Avrò comunque a che fare con dei professionisti. Se non capirò qualcosa o mi troverò in difficoltà, certamente qualcuno di loro sarà in grado di aiutarmi. Posso farcela.
Sette giorni di questa solfa. Durante il viaggio in aereo non ho fatto che ripetermelo. Se nel lettore mp3 non avessi avuto tutta la discografia di questi fantomatici Muse – dovevo almeno fare un tentativo di approcciarmi a loro, giusto per cercare di capire con cosa avrò a che fare, e non sono affatto male. Un po’ schizzati, magari, ma niente affatto male – avrei sicuramente tenuto una registrazione vocale di una qualche signorina dal timbro suadente che non avrebbe fatto altro che ripetermelo, di modo che restasse bene fisso in testa: non ho niente di cui preoccuparmi, mi troverò bene, posso farcela.
Non ci credo ancora, per inciso. Ho maturato la convinzione che potrei passare anche tutto l’intero resto della mia vita a ripeterlo, e non ci crederei comunque. È difficile scardinare ventisei anni di ferrea convinzione in senso opposto, d’altronde. Io non ho mai creduto di potermi trovare bene e di potercela fare. In niente. Ho sempre sperato di risolverla in qualche modo. Non so se capite la sottile sfumatura di differenza. Crederci e sperarci, intendo.
Londra mi accoglie incasinata come l’ho sempre immaginata, anche se in realtà non sono mai uscito dagli Stati Uniti e non ho mai avuto veramente un’idea di come andassero le cose negli aeroporti europei. Il fascino che l’Europa esercita sugli statunitensi, suppongo, può capirlo solo uno statunitense. Non è che si immagini effettivamente qualcosa di così diverso dalla nostra realtà, pensando a ciò che capita oltreoceano. Anche perché, a conti fatti, non si saprebbe cosa immaginare: quando immagini una foresta fantastica, ci metti dentro gli elfi, i folletti, le piante parlanti, per dire. Ma lo fai perché non sai niente, puoi darci dentro quanto vuoi con la fantasia.
Con l’Europa, per forza di cose, non può essere lo stesso: se non altro perché comunque la studi a scuola; voglio dire, lo sai che non ci sono gli elfi e i folletti, in Europa. Quindi non è che la immagini come un luogo mistico e misterioso o chissà che. Però un po’ te l’aspetti che ci sia qualcosa di diverso. Poi rimani deluso quando arrivi che non cambia rispetto a quanto hai già visto mille volte nel resto della tua vita in luoghi diversi.
Londra mi accoglie, quindi, anzi, in realtà sarebbe meglio dire che Londra non mi accoglie, perché come metto piede sulla pista d’atterraggio, dopo aver abbandonato l’aereo, finisco trascinato sballottato e spintonato malamente da una massa di gente in agitazione verso il pullman parcheggiato a qualche metro di distanza.
Non so neanche bene come riesco ad uscire dall’aeroporto. Potrei dire di aver seguito le indicazioni, ma in realtà io le indicazioni le ho solo viste. Cioè, ho preso atto della loro esistenza e le ho lette. A trascinarmi fuori dall’edificio è stata la massa di persone. Siamo tutti così compressi che mi sembra di non avere più nemmeno i piedi, mi muovo con il flusso. E dire che qui è grandissimo.
Il treno per Teignmouth – una cittadina industriale il cui nome, ne sono sicuro, non sono ancora riuscito a pronunciare correttamente – non è il trabiccolo malmesso e cigolante che ho immaginato arrivando. Cioè, quel poco di Londra che ho visto di sfuggita mentre cercavo di afferrare un caffè ed una ciambella, mi ha dato l’impressione di essere una di quelle cose irripetibili di fronte alle quali tutto il resto perde colore. E invece il treno è carino, intendo, moderno, non va a vapore né niente di simile – no, non ho davvero immaginato che potesse essere a vapore, o forse un po’ sì, non saprei dire – ed è sedili sono comodi, non sono sfondati e non ci sono buchi. Mi sento molto un cretino, in questo momento, ma in realtà è così da giorni, quindi non mi stupisco nemmeno così tanto.
Quando arrivo a Teignmouth, non ho quasi nemmeno il tempo di guardarmi intorno, che subito vedo un cartello bianco col mio nome sopra, retto in alto da un tizio dall’aria simpatica e con la barbetta incolta che circonda un sorriso ampio e divertito. Sistemo il cappellino sulla testa e mi faccio avanti, stringendo la tracolla con una mano e la maniglia del trolley con l’altra. Le rotelline fanno a cazzotti con la ghiaia del piazzale, ed impreco a bassa voce mentre cerco di disincastrarle da un piccolo fosso e l’uomo si avvicina, dandomi una mano e salutandomi con una mezza risata divertita.
- Ben Bronfman, suppongo. – mi saluta con una vigorosa stretta di mano, - Posso chiamarti Ben, vero?
Annuisco, ancora un po’ rintontito dal viaggio. È una bella giornata, il sole è quasi fastidioso e sento i gabbiani stridere dalla spiaggia – che è davvero a due passi, ho guardato il mare dal treno per tutto il tempo, mentre arrivavamo in stazione. Non sembra quasi neanche di essere a febbraio, ed al momento l’Inghilterra non mi sembra tanto diversa da una realtà parallela rispetto all’America, dopotutto.
- È un posto carino… - commento sovrappensiero mentre salgo in macchina, dopo aver sistemato il trolley nel portabagagli, - Intendo, è un bel paesino di provincia. Col mare, la spiaggia, le colline e tutto. Ci sono dei bei colori. – aggiungo mentre passiamo davanti ad una sfilata di case dalle mura rosa e dai tetti spioventi azzurri che mi ricordano tantissimo le case delle bambole con cui Hannah e Vanessa si fracassavano le teste quando erano piccole.
Il tizio – che, mentre io mi perdevo nell’osservazione del paesaggio, s’è presentato come Tom Kirk ed ha ricevuto in risposta da parte mia, prima di un normalissimo “piacere”, uno sballatissimo “ODDIO, COME IL CAPITANO” seguito da squittii di varia natura… e mi chiedo come farà a considerarmi una persona seria, nonché l’uomo che dovrà supervisionare il suo lavoro, da ora in poi – insomma, questo Tom mi lancia un’occhiata dubbiosa e fa una smorfia.
- Quanto si vede che sei americano… - borbotta con aria saccente. Io, piuttosto che sentirmi offeso come probabilmente dovrei – anche se mi rendo conto di non fare altro che pensare per stereotipi, perciò non vedo perché anche gli altri non dovrebbero farlo – mi sento profondamente in imbarazzo, perciò non rispondo. – È un bordo di merda. – aggiunge poi, scrollando le spalle, - È di uno squallore nauseante e non c’è niente di niente. A parte le spiagge, le colline e tutto. – mi fa il verso con un mezzo ghigno.
- E allora… - deglutisco io, cercando di riportare la conversazione su un terreno meno accidentato, - come mai avete scelto proprio questo luogo, per registrare?
Il ghigno di Tom si allarga e diventa quasi un sorriso sincero, mentre abbandoniamo la strada principale immergendoci in una specie di tangenziale che taglia in due i campi coltivati.
- Perché i ragazzi sono cresciuti da queste parti… perché sono tre nostalgici… perché il quarto di Chris è appena nato e lui è un tipo molto casa e chiesa senza chiesa di mezzo… - ghigna ancora, - Ma soprattutto perché Matt ha sempre desiderato di tornare qui da eroe. E perciò, da eroe, ha preteso i suoi studi. In piena campagna. – e butta lì una risata che, in realtà, un po’ mi turba. Rido anch’io solo per non fare brutta figura, ma non posso fare a meno di chiedermi perché, con tutti gli studi già disponibili nel mondo conosciuto, questi qui abbiano preteso di costruirsene uno proprio perduto nelle campagne del Devonshire.
- Capisco. – annuisco mentendo, mentre la macchina che mi ospita svolta per una stradina sterrata laterale e, dopo qualche metro in cui scompare letteralmente nell’erba alta come cespugli, riemerge di fronte ad un cancello, superato il quale si ferma all’interno di uno spiazzo di terra bianca e polverosa.
- Ora, - mi avverte Tom, spegnendo il motore, - non ti spaventare troppo, okay? Ti assicuro che sono persone normali anche loro, una volta che ci fai l’abitudine.
“Normale”, però, non è esattamente la prima parola che mi viene in mente quando, appena sceso dalla macchina e prima ancora di recuperare il bagaglio, vengo accolto dall’immagine straniante di una pecora che mi taglia la strada belando disperata, inseguita da un nano impazzito che strilla “È lei! È lei! Non può scappare!”, a sua volta tampinato da un nano biondo vagamente meno nano del primo che lo implora di fermarsi e tornare a ragionare, a sua volta seguito a ruota da una mandria di bambini dai sei ai dieci anni che saltano e rotolano in ogni direzione, giustamente pedinati da una specie di gigantesco orso barbuto e ricciuto che porta in braccio un neonato di proporzioni microscopiche e borbotta burbero “Fermatevi!” senza che nessuno gli dia ascolto.
Il tutto coronato dal chiocciare insistente di un pollaio intero di galline, che si riversa nel cortile proprio appena passa la pecora e comincia a svolazzare istericamente qua e là fra i piedi di ogni singolo componente della carovana, bambini compresi. Potrei anche giurare di aver sentito qualcosa muggire, da qualche parte qua intorno, ma non sono sicuro di voler confermare.
Tom si passa una mano fra i capelli e sospira pesantemente.
- Ossignore… - biascica, più rassegnato che confuso. E dovrebbe essere confuso. Io so che dovrebbe. Io lo sono.
In tutto questo, l’unica nota di un colore vagamente normale è una signorina che sta un po’ defilata vicino alla porta d’ingresso di quelli che dovrebbero essere gli studi ma, comincio a pensare a questo punto, sono probabilmente solo una fattoria o un agriturismo o qualcos’altro del genere. Sta poggiata contro lo stipite, le braccia incrociate sul petto ed un sorriso ilare a curvare la linea morbidissima delle labbra.
Dico che è vagamente normale perché le pende dalla mano un cappello da Babbo Natale, quindi non si può proprio dire sia normale del tutto. Che ci si fa a febbraio con un capello da Babbo Natale in mano?
- Steph? – la chiama Tom. Capisco che è proprio lei quella a cui si sta riferendo, perché si volta e lo saluta indossando il cappello come un guanto ed agitandolo a mezz’aria, il pon pon che ondeggia avanti e indietro colpendola sul polso ogni volta che si muove, - Che cosa diamine stanno facendo?
Lei si stringe nelle spalle e si mette dritta, muovendo qualche passo verso di noi mentre le galline, ormai tranquille – visto che la folle processione di qualche minuto fa si sta allontanando verso le campagne – le razzolano intorno.
- Matt dice che l’ha trovata. – risponde quindi, con aria compita, poggiandosi il cappellino su una spalla e stringendo in una coda lenta la massa di boccoli castani che le scende lungo le spalle.
Tom rotea gli occhi.
- Ci mancava solo questa… - borbotta, tornando a recuperare il mio bagaglio mentre io, ancora un po’ sconvolto, cerco di passare attraverso le galline senza pestarle tutte.
La ragazza mi saluta con un lieve cenno del capo e mi sorride con calore.
- Benjamin, giusto? – chiede, stringendomi la mano, - Io mi chiamo Stephanie.
- È un piacere… - annuisco ricambiando la stretta, - Scusa, - chiedo poi, curioso, - ma ha trovato cosa, esattamente?
Tom arriva alle mie spalle, posando il trolley per terra con un tonfo.
- Vuole inserire in una traccia il belato di una pecora. – mi spiega con aria esasperata.
- E fa provini alle pecore dei dintorni da settimane per trovare quella con la voce giusta. – completa Stephanie con una risatina divertita.
- Provini alle pecore…? – sillabo con sincero sconcerto mentre la carovana errante riappare in cortile.
Il nano pazzo che prima inseguiva la pecora – e che suppongo sia il Matt Bellamy che compare come compositore e cantante e chitarrista e pianista e tutto il resto nei credit dell’album – ora la guida, spalle mogie e viso basso. Si muove ondeggiando come uno zombie depresso e i suoi occhi azzurri – che si vedono fin da qui! – sono acquosi e colmi di tristezza. Dietro di lui, il biondo incede con aria furiosa, borbottando qualcosa di incomprensibile, ed al suo fianco trotta il gigante con ancora in braccio il neonato e che però adesso, a differenza di prima, porta addosso anche tutti gli altri bambini, che pendono da svariate parti del suo corpo neanche fossero i rami di un albero. Tra quello che gli sta appollaiato sulle spalle, quella che gli pende dal braccio e quello che ondeggia avanti e indietro attaccato ad una delle sue gambe come uno scimpanzé ad un banano, faccio fatica a capire dove finisca il suo corpo e dove comincino i loro.
La pecora non è con loro, quindi suppongo sia riuscita a fuggire verso la libertà ed una vita migliore. Almeno glielo auguro. Comunque quest’assenza giustifica la tristezza di Matt, immagino.
- Ti è caduto il cappellino, Matt. – gli dice Stephanie porgendoglielo. Lui lo prende fra le mani con un borbottio incomprensibile e se lo calca bene sulla testa, finché la fettuccina di lana bianca che ne decora l’orlo inferiore non arriva a coprirgli il volto fino al naso.
Si infila nell’edificio dando un calcio ad una gallina che gli finisce malauguratamente fra i piedi – quella vola via con un pokòòò! oltraggiato – e non dà neanche segno di avermi in qualche modo notato. Tant’è che io resto lì immobile senza capire esattamente cosa fare di me stesso, almeno fino a che non vengo raggiunto dal biondo e dal porta-bambini ambulante, che mi salutano entrambi con un sorriso radioso e compiaciuto.
- Tu devi essere Benjamin. – dice il primo, e mentre io ricambio l’ennesima stretta della giornata penso che qui tutti sembrano sapere chi sono, e invece io non conosco nessuno. Forse avrei dovuto informarmi meglio. Forse avrei dovuto cercare qualcosa su internet, cazzo, sì che avrei dovuto, dai. È tipo la cosa più normale del mondo, no? Quando non si sa niente di qualcosa, la prima mossa è aprire la Wiki e cercare informazioni. Io non l’ho fatto per niente e, mentre saluto e sorrido e mi presento – ciao Dominic-posso-chiamarti-Dom, ciao Christopher-posso-chiamarti-Chris e ciao anche a voi Frankie, Ava Jo, Alfie ed Ernie, chi è chi, esattamente? – non posso fare a meno di pensare di averla proprio cominciata col piede sbagliato, questa cosa.
- Non ti preoccupare per Matt. – mi dice Dom con un mezzo sorriso, - È solo un po’ eccentrico, non è davvero pazzo. Ti sorprenderai di quanto possa essere normale, a volte.
Annuisco un po’ incerto e continuo a guardare le galline che chiocciano e razzolano tutto intorno. Mi chiedo se questo, Dom, lo definirebbe normale. Però evito di chiederlo anche a lui.
*
Date: Sun, 22 Feb 2009 10:41:25
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: È palese che io non sopravvivrò a tutto questo…


...e non vivrò abbastanza per vederti superare incolume i ventuno anni, scricciolo. Ma ti dirò tutto con calma.
Sto scrivendo a te, prima di scrivere a papà con il resoconto del mio primo mese di “lavoro”, per due motivi. Il primo è che mi piacerebbe sapere come state tu, mamma e Nessa, e mi piacerebbe saperlo prima che sia troppo tardi – ovvero che papà abbia mandato qui qualche squadrone della morte per punirmi per la mia inettitudine, ed io sia perciò morto.
Il secondo motivo è che spero di armarmi di un po’ di coraggio, perché io non sto lavorando, qui, o se sto lavorando non me ne sto accorgendo.
Sono arrivato qui il cinque febbraio, la nostra deadline è fissata per il 20 agosto ed io non so davvero come dire a papà che questo posto non è uno studio di registrazione ma una fattoria. E che la gente che lo gestisce è del tutto pazza. Completamente. Non se ne salva nessuno, pure quelli normali in realtà sono morbidi e accondiscendenti nei confronti dei pazzi, quindi sospetto siano pazzi anche loro. Vada per i componenti della band – sì, insomma, il genio e la follia vanno di pari passo, si dice, no? – ma il manager? Un uomo maturo che dovrebbe mandare avanti la baracca arginando l’infantilismo dei suoi protetti? Me lo trovo che ciancia con loro di alieni, guerre mondiali e svariate teorie del complotto, mentre stanno tutti seduti per terra in un angolo ad assemblare luminosi modellini di astronavi con la scusa di riutilizzarne poi in studio gli effetti sonori per simulare l’atterraggio di un U.F.O. Potrei anche crederci – voglio dire: ognuno ha i propri modi per tirar fuori la musica dalle cose, credo – se poi questi ci entrassero veramente, in studio!
Oppure, ecco, per dire: Stephanie. Stephanie è una ragazza di ventisette anni, diplomata al conservatorio da direttore d’orchestra. Capisci? S’è fatta tutti i suoi bei dieci anni di composizione e poi altri tre anni di corso ed ora è qui perché, a detta di Matthew – il cantante. Il più pazzo del gruppo – ha bisogno di qualcuno che lo aiuti ad armonizzare le varie parti che lui sta componendo per svariati strumenti che lui non suona. Vorrei farti notare che questo tizio pare abbia studiato chitarra per qualcosa come due mesi o ancora meno, nella sua intera esistenza, e poco ci manca che dove poggia i piedi la gente si chini a venerarlo neanche fosse Mozart o chessò io. Insomma, questa ragazza – che è una ragazza molto dolce, molto coi piedi per terra, cioè, almeno, a parlarle sembra così – dovrebbe star qui a fare il proprio mestiere, non a sprecare la propria esperienza, ed invece la ritrovo che regge il cappellino da Babbo Natale di Matthew quando lui non può tenerlo – sì, va in giro con un cappellino da Babbo Natale… mi dicono non se lo sia mai tolto di dosso da dicembre in poi – e si perde in questioni assurde come cercare di armonizzare i belati delle pecore con il chiocciare delle galline. Magari sono questi gli strumenti per cui Matthew sta scrivendo le partiture, chissà. Sempre ammesso che le scriva. O che sappia farlo.
Insomma, il consuntivo di questo primo mese scarso è zero tracce registrate in più di venti giorni.
Ed io, davvero, non so come farò a dirlo a papà.

Ben
*
Date: Sun, 22 Mar 2009 01:31:55
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Scusa se scrivo così tardi…


…ma oggi è stata una giornata intensa. Non che da queste parti si sia capaci di lavorare, ovviamente – figurarsi – ma quando ci si ritrova di punto in bianco a gestire una fattoria, qualcosa da fare lo si trova sempre.
Ciao, Hannah, spero che tu, mamma e Nessa stiate bene. Io sono ricoperto di piume di gallina e distrutto, sono ancora senza neanche una traccia che sia una registrata e sono immobile davanti al computer da mezz’ora alla ricerca delle parole giuste da usare per dirlo a papà. L’ultima volta l’ha presa bene, ma ha anche detto “ma sì, dai, sei lì da meno di un mese”. Adesso sono qui da due e non so che scuse addurre al fatto che non solo qui nessuno fa un cazzo, ma io mi ci sto facendo trascinare dentro.
Stamattina, appena sveglio, sono sceso in cucina per la colazione ed ho trovato Matthew insaccato in una salopette vecchia il doppio rispetto a lui e probabilmente appartenuta a un qualche schiavo obeso di qualche piantagione di cotone inglese. Se è mai esistito uno schiavo obeso. E se mai ci sono state piantagioni di cotone qui in Inghilterra.
Comunque stava insaccato in questa tutaccia con in testa il suo fido berretto da Babbo Natale – un po’ l’ho invidiato, qui fa ancora un freddo disgustoso. Com’è il tempo a New York? C’è il sole? Comincia a far caldo? – e teneva in mano un sacco pieno di mais. Tutti gli altri, seduti al tavolo, stavano ruminando il loro latte e cereali con aria risentita, al che mi sono azzardato a chiedere cosa stesse succedendo e lui si volta e fa “oggi manutenzione pollaio”. Cioè, ti rendi conto? Questo tizio ha un album in uscita a settembre, e pensa a fare manutenzione del pollaio con la banale scusante del “voglio registrare le galline che chiocciano per metterle nella tale canzone, e se c’è tutto sporco il suono viene fuori poco limpido”. Come se ci credesse ancora qualcuno, a lui che registra le galline per metterle da qualche parte!
Ovviamente, oltretutto, non ha mosso un dito. No, lui è rimasto lì in cortile. Fa “io le attiro fuori col mangime e voi, nel mentre, pulite dentro”, e quindi, mentre lui passeggiava avanti e indietro per l’aia spargendo mais a destra e a manca, inseguito da gruppi di galline svolazzanti a becco spalancato che lo tampinavano neanche fossero stati cagnetti ubbidienti, noi ci siamo infilati all’interno del capannone ed abbiamo passato tutta l’intera giornata a ripulirlo da cima a fondo, con l’unico risultato che, quando siamo riusciti a finire e rificcare al loro posto tutte le galline, quelle – piene come botti – si sono accoccolate nei loro stupidi nidi e non c’è stato più verso di far loro emettere un suono. E Matthew che borbottava, “sì, ma io le volevo ben sveglie e chioccianti, che me ne faccio delle galline che dormono…?”. Che se ne fa delle galline, vorrei sapere io, in generale.
Due mesi di lavoro, zero tracce registrate. Spero che papà non voglia la mia testa entro la fine del prossimo mese.

Ben

PS: Realizzo solo adesso – ma scusa davvero, sono stanchissimo, devo ancora scrivere a papà e fare la doccia – che non so perché mi sono scusato per l’ora tarda, all’inizio. Voglio dire, lì da voi sarà un orario più che decente, anche se ammetto di non sapere quanto cambi il fuso da qui a lì. E poi comunque una mail non è mica una chiamata, la leggi quando sei sveglio per forza. Bah. Tuo fratello sta perdendo la testa, in questo posto. I tuoi figli non avranno uno zio, scricciolo.
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Date: Wed, 27 Apr 2009 12:45:02
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Caro scricciolo, abbiamo una mucca.


L’ho sempre sospettato, in realtà. Una delle prime cose che ho sentito arrivando in questo posto assurdo, è stato un muggito. Quando senti un muggito in aperta campagna, una volta, non ci fai caso. Voglio dire, ho sempre pensato che qui fosse circondato da fattorie tutte simili a questa. Ho scoperto che non era vero solo quando mi sono fatto coinvolgere da Chris, il bassista – che è pieno di figli come non facesse altro che scopare per tutto il giorno. E peraltro lo seguono per tutto il tempo. La madre l’avrò vista una volta, è passata a cambiare carta di credito prima di tornare a “prendersi il suo meritato riposo dopo il parto”. Almeno così mi è sembrato di capire.
…comunque mi sono perso. Anche questa è colpa di Matthew, quell’uomo parla solo per incisi e solo per tempi minimi di tre quarti d’ora. Una volta che l’hai azionato, fermarlo è impossibile.
Comunque, dicevo, ho scoperto che in realtà questa è l’unica fattoria dei dintorni, perché Chris ci ha coinvolti tutti in una specie di gita coi pargoli, quindi ho avuto modo di vedere che in realtà qui attorno ci sono solo boschi. Tra l’altro è stata una gita il cui unico risultato più o meno positivo è stato il riuscire finalmente ad imparare i nomi di tutti i bambini, visto che fino alla settimana scorsa ancora facevo confusione fra Alfie, Frankie ed Ernie. Ava Jo non si può confondere, primo perché è l’unica femminuccia, secondo perché è una furia su due piedi e terzo perché è carina da morire.
Sia come sia, io ero convinto che di mucche, qui intorno, fosse pieno. E invece non lo è. Invece c’è solo Clarissa.
Clarissa è un bellissimo esemplare di bovino pezzato bianco e nero. È una mucca da pubblicità. È anche la mucca che, secondo Matt, ha la voce giusta. Per cosa, io l’ho scoperto oggi quando Matthew ha fatto irruzione in camera mia saltellando come un bambino e strillando di darmi una svegliata ed anche una mossa, perché loro stavano partendo ed avevano bisogno di aiuto per caricare la mucca sul furgoncino – e comunque non volevo mica perdermi lo spettacolo, no?
Faccio: “No, figurati se voglio perdermi lo spettacolo, Matt. Che spettacolo sarebbe?”. E lui, candidamente, mi risponde che intendono andare nell’unico bel posto di tutta Teignmouth e dintorni.
Scopro che, a suo parere, l’unico bel posto di tutta Teignmouth e dintorni è il lungomare.
Io rimango del parere che Taignmouth non sia poi così male, intendo, quando l’ho vista ho subito pensato che come cittadina è piuttosto carina. Sarà che non ci ho mai vissuto, in un posto simile, ma passarci del tempo non mi darebbe fastidio – certo, se non fossimo costantemente impegnati a rigirarci i pollici o altre attività ancora meno interessanti ventiquattro ore su ventiquattro su in fattoria.
Matthew, invece, palesemente la odia. Tanto che non capisco davvero perché ci sia voluto tornare per registrare, è ovvio che qui non ci sta bene e vorrebbe essere da tutt’altra parte. Mi ha anche detto che in realtà lui qui non c’è nemmeno nato, è di Cambridge. Io a Cambridge non ci sono mai stato, ma per come ne parla lui sembra una specie di paradiso in cui la sua adolescenza sarebbe sicuramente stata un periodo molto più bello e fruttuoso e tutto il resto, se solo avesse potuto trascorrerla lì. Ho cercato di dirgli che l’adolescenza non è mai un periodo bello e fruttuoso per nessuno – tranne per te, eh, scricciolo? Ho visto le foto dell’ultimo party cui sei stata, ti fai sempre più bella man mano che passano i mesi! Spero di non avere dei nipoti troppo presto, anche perché è ovvio che dovrei ammazzarne il padre – ma insomma, lui non ascolta e Teignmouth, in tutti i suoi racconti, è la culla del male.
Il lungomare, comunque, è davvero bellissimo. Non è un golfo sterminato e non è nemmeno tanto grande, come spiaggia. Ma le colline sono verdissime, il cielo è una volta infinita, il mare è calmo e azzurro e la sabbia marroncina scorre granulosa sotto i piedi facendoti il solletico ed anche un po’ male quando per caso becchi qualche sassolino che i flutti non sono ancora riusciti a macinare per bene infrangendosi a riva. È un fotogramma multicolore che mi porterò dietro a lungo, scricciolo, se mai uscirò vivo da quest’avventura – e continuo a dubitarne, nonostante papà si ostini a non volere la mia testa su un piatto d’argento ed a liquidare la nostra tragica assenza di progressi alla voce “son ragazzi, cresceranno” – dicevo, se mai riesco ad uscirne vivo, voglio portartici. Voglio che tu la veda. Assieme ai famosi figli che avrai e che saranno stupendi.
Tutto quello che Matthew voleva dalla giornata, comunque, era che Clarissa muggisse in riva alla spiaggia deserta – motivo per cui ci siamo mossi così presto: fa ancora freschetto, ma gli inglesi sono fuori di zucca e ci vengono lo stesso, a mare, anche con così pochi gradi.
Per una volta, è andato perfino tutto bene. Clarissa ha muggito, il mare ha rombato, Matthew ha avuto la sua registrazione. Cosa voglia farne, resta un mistero.
Totale tracce registrate alla fine del terzo mese, zero. Però abbiamo una mucca. Questo è tutto quello che so.

Ben
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Date: Thu, 28 May 2009 15:02:02
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Le pecore del destino.


Credevo che non sarebbe potuto accadere niente di peggio di Clarissa che muggiva in riva al mare, e scricciolo, non hai idea di quanto mi sbagliassi. A parte il fatto che nell’ultimo mese non abbiamo avuto modo di fare nulla – strano, eh? – perché c’è stata un’epidemia di non-so-cosa nel pollaio di Matthew, che ha portato alla dipartita di tutte le galline – e un po’, ok, mancano anche a me, in fondo erano bravi animali, potevamo perfino accarezzarle, di tanto in tanto – e, conseguentemente, alla disperazione da lutto profondo di Matthew, che perciò è caduto in una “profonda crisi creativa” – almeno così ha detto – ed ha passato la quasi totalità delle ultime due settimane ad ascoltare i Placebo – è a te che piacciono, giusto? – senza uscire praticamente mai da camera propria.
Comunque, adesso il periodo di lutto di Matthew sembra essere giunto al termine. Due giorni fa è riemerso dalla stanza ed è sceso in cucina per la colazione col berrettino moscio pendente su una spalla ed i vestiti stropicciatissimi addosso, e noi ci siamo tutti stretti intorno a lui chiedendogli come stesse, se gli andasse di fare qualcosa, cosa volesse mangiare e via così. Alla fine, siamo riusciti a convincerlo ad andare fuori a fare una passeggiata con Chris e i bambini, e noialtri siamo rimasti qui in fattoria, siamo saliti al piano di sopra ed abbiamo messo un po’ mano alla strumentazione per sistemarla per bene in attesa del loro ritorno – sia mai la natura fosse d’ispirazione – e nel mentre Stephanie ha potuto finalmente mettere mano a qualche partitura, anche se non so cosa ne abbia pensato – s’è messa le mani fra i capelli: vorrà dire qualcosa? – ed eravamo tutti molto presi dalle nostre mansioni – io spolveravo gli amplificatori e, per dire, mi sentivo molto partecipe. Finalmente utile! – quando all’improvviso arriva una chiamata sul cellulare di Tom.
Nessuno di noi capisce niente di quanto sta accadendo, tutto ciò che sappiamo è che Matt ci vuole “lì”, dobbiamo andarci subito e dobbiamo portare con noi una grancassa ed una mazza da gong. “Lì” si rivela poi essere uno spiazzo erboso poco fuori dalla fattoria e poco prima del bosco. “Lì” è stato imprigionato un gregge di pecore.
“Matthew,” fa Tom, allucinato, “Ma di chi sono? Da dove vengono?”
Matthew nemmeno risponde, sta lì a gironzolare attorno alle pecore come un cane da pastore, le spinge da un lato, le spinge dall’altro, le raggruppa e nel mentre borbotta “le ho ritrovate” e ride, “le pecore del destino”, e ci strilla “avete portato quello che vi ho chiesto?” e noi produciamo il materiale e restiamo in attesa.
Al che Matthew si volta verso Dom, lo piazza nel centro della radura, gli dà in mano un registratore e gli dice di ascoltare la melodia che c’è dentro e batterne il ritmo con la mazza sulla grancassa. Dice a Tom di registrare il sonoro in presa diretta, a noialtri di stare zitti come se dal nostro silenzio dipendesse la nostra vita e poi ci rassicura sul fatto che al resto penserà lui. “Vi fidate?” chiede. La risposta è no, ma decidiamo di fidarci comunque.
Al termine del quarto mese di lavoro, scricciolo, abbiamo zero tracce registrate, una mucca che muggisce in riva al mare ed una grancassa che batte regolare mentre, sullo sfondo, si sentono belare delle pecore impazzite e terrorizzate.
Preparo un caffè e cerco il coraggio per scrivere a papà. A presto.

Ben
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Date: The, 30 Jun 2009 08:00:20
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Se non mi ha ucciso un viaggio transoceanico, perché dovrei essere terrorizzato dall’Italia?


Scricciolo, oggi sarò breve perché ti sto scrivendo dall’aeroporto e devo ancora avvisare papà di quanto è accaduto nell’ultimo mese – non molto – e comunque il nostro aereo dovrebbe partire fra quelli che sembrano due minuti in costante dilatazione – rimandiamo già da mezz’ora, eppure pare che il trabiccolo sia già atterrato da un po’. Misteri delle compagnie aeree italiane di cui Matthew è un fan.
Riassumendo, ieri sera Matthew ha avuto una crisi isterica ed ha strillato, nell’ordine, che l’Inghilterra fa schifo, che il Devonshire è paragonabile ad un pozzo di melma fangosa, che Teignmouth non dovrebbe avere neanche il diritto di comparire nelle cartine geografiche – e infatti in realtà in molte non compare – e che è quest’aria insalubre ad uccidere la sua ispirazione. Insomma, che dovevamo trasferirci in Italia. Mare, sole ed allegria.
“Matt,” gli fa Tom, “Non è che ti manca Gaia?”
Matthew non ha risposto, ha solo borbottato qualcosa di non perfettamente comprensibile e non perfettamente gentile, prima di ritirarsi in camera. Sono quindi venuto a sapere che Gaia è la ragazza di Matthew, che è italiana, che vive a Como, che è bellissima e che Matt va blaterando in giro che sono una coppia aperta. Salvo poi ciclicamente sentirne la mancanza così tanto che rompe le palle a chiunque lo circondi per farsi ricondurre da lei.
“Dura poco, comunque,” mi ha rassicurato Tom, “Il più delle volte, tempo due mesi, ha già voglia di andarsene.”
La cosa non mi rassicura perché delle beghe sentimentali di Matthew, con tutto il rispetto e con tutto l’affetto, non mi frega un accidenti. So solo che a causa loro sto per trasferirmi in Italia almeno per i prossimi due mesi, che non so spiccicare una parola d’Italiano, che Teignmouth potrebbe perfino mancarmi – perché almeno ormai la conosco! – e che, a parte la mucca e la grancassa con sottofondo di pecore, siamo ancora a zero quanto a registrazioni.
Scrivo a papà. Spero di sopravvivere anche stavolta. Un bacio a Nessa, a mamma e, naturalmente, anche a te, scricciolo.

Ben, che palesemente non vedrà mai i tuoi figli
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Date: Fri, 31 Jul 2009 20:30:50
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Io ho a che fare con dei pazzi.


Non so come ho fatto a sopravvivere agli scorsi sei mesi, scricciolo, ma di certo non sopravvivrò al settimo. E, poco ma sicuro, non sopravvivrò neanche a stasera.
Qui sono le otto e mezza, abbiamo appena finito di cenare e l’Italia, quanto a cibo, non rivaleggia con nessuno, poco da fare. Como è bellissima, confrontarla con Teignmouth sarebbe offensivo, anche se non so se nei confronti di Teignmouth o di Como. Nel complesso, comunque, dopo aver conosciuto Gaia, non mi riesce più tanto difficile capire come mai Matthew sentisse tutto questo bisogno insopprimibile di tornare da queste parti, anche se, in tutta sincerità, non sono proprio convinto che cambiare aria gli abbia fatto bene. Ora lo vediamo molto meno rispetto a prima; io suppongo passi tutta la giornata a letto, ma Dom è arcisicuro e convinto che le giornate le passi al piano, anche se non esattamente a comporre. Pare interpreti arie di Bellini per entrare in contatto col suo spirito. Io temo, veramente.
Tom sembra un po’ abbattuto e Chris è molto depresso perché lo spostamento l’ha privato dei bambini. Non credo affatto fosse pronto ad abbandonarli, ma tutto si è svolto in maniera così improvvisa che, a ripensarci, sembra quasi surreale. Stephanie continua a ripetermi di avere fiducia, che lei i Muse li conosce ed è assolutamente convinta che Matthew riuscirà a trovare qualcosa di assolutamente geniale prima della deadline. Io lo spero, visto che da tutto questo continua a dipendere la mia vita.
L’ultima, quella di oggi, è stata addirittura disturbante. Matthew è apparso agli studi, raggiante come un bambino, annunciandoci di avere appunto avuto un’idea geniale. Tutti noi ci siamo illuminati come lampadine pensando “magari è la volta buona, ci siamo!” e l’abbiamo seguito, ed eravamo così entusiasti che non ci siamo neanche accorti con precisione del posto in cui ci stava portando.
Quando siamo arrivati di fronte ad un bagno – uno di quelli piccini, con le porticine sottili, che dentro hanno solo la tazza e il coso che regge la carta igienica, presente?, senza nemmeno un lavandino – abbiamo cominciato a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava. Il sospetto è poi divenuto certezza quando Matt ha stabilito che gli piaceva l’acustica di quella stanza – è sempre di un cesso che stiamo parlando, eh – e che gli effetti sonori delle dita che schioccavano e che lui voleva assolutamente infilare in una delle tracce del nuovo album andavano necessariamente registrati lì. Usando lo sciacquone come segnale per l’avvio.
Giuro, scricciolo, la cosa non mi avrebbe neanche sconvolto così tanto – dopo la mucca e le pecore, sai… - se solo avessimo avuto una traccia. Anche una sola. Una qualsiasi. E invece, Dio mio, siamo a fine luglio, la deadline è a fine agosto e, a parte le pecore e la mucca di cui sopra, non abbiamo niente. Niente di niente. Ed il fatto che papà continui a rispondere alle mie mail con aria bonaria e soddisfatta non mi aiuta. Mi terrorizza e basta, mi fa sentire nell’occhio del ciclone, qui tutto va storto e nessuno se ne accorge ed io so – perché lo so – che all’improvviso qualcuno esploderà ed allora sarà la fine. Niente zio per i tuoi futuri figli e niente nipotini per me, perché sarò bello che morto e sepolto. Me lo sento.
Scrivo a papà e dopo vado a dormire. Ho un mal di testa tale che non mi riesce neanche di pensare.

Ben
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Date: Sat, 29 Aug 2009 17:16:02
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Scricciolo, ho visto la luce.


D’accordo, mi sento ancora un po’ preso in giro, anche se tutti mi hanno spiegato in più lingue – italiano compreso, come servisse parlarmi in una lingua che non capisco! – che non è stato un modo per prendersi gioco di me, ma semplicemente il modo in cui i Muse lavorano, però al di là di tutto le sensazioni che sto provando adesso non sono niente male.
Sai, scricciolo, quando papà mi ha mandato qui, cioè, quando mi ha mandato in Inghilterra, ero assolutamente convinto che sarebbe andato tutto storto perché io non sarei stato per nulla in grado di gestire la situazione ed avrei rovinato tutto, o ancora peggio avrei portato avanti la baracca in maniera assolutamente mediocre ed il mio lavoro sarebbe stato così dimenticabile che sarebbe stato poi effettivamente dimenticato in men che non si fosse detto.
La verità è che probabilmente io non ho mai davvero avuto modo di crescere, ed invece oggi mi sembra di aver fatto dei passi da gigante perché ho imparato che la gente ha i propri ritmi. Ha le sue certezze e i suoi modi di procedere. Che il mio lavoro qui non è mai stato quello di obbligarli a seguire le mie direttive – anche perché non ci sarei mai riuscito… ed in effetti non l’ho proprio fatto – ma essere di supporto mentre loro trovavano la loro via.
Tra una mucca, una pecora, una gallina ed un berretto di Babbo Natale, i Muse la loro via l’hanno trovata. L’hanno trovata e l’hanno fatta vedere anche a noi questo pomeriggio, quando ci hanno richiamati in sala prove e Matt, sedendosi al piano con aria serissima, ci ha annunciato di avere pronto qualcosa, e che avrebbe voluto sentire da noi – me, Stephanie e Tom – cosa ne pensavamo.
Mi sono seduto nervosamente e Steph s’è seduta accanto a me, e quando mi ha visto così teso mi ha sorriso e mi ha chiesto cos’avessi. Al che io mi sono voltato e le ho detto con grande sincerità che non credevo proprio che quello che avremmo ascoltato sarebbe stato un buon lavoro, e visto come avevano condotto le registrazioni i ragazzi, anzi, non c’era da aspettarsi che un disastro.
Ed è stato allora che lei ha sorriso, no? E s’è alzata. Si è sistemata dietro di me e mi ha coperto gli occhi con una mano. “Ora sta’ tranquillo,” mi ha detto, “Nel flusso indefinito degli eventi e degli stati d’animo,” mi ha sussurrato dolcemente, “gran parte della storia è incisa nei sensi. Non badare a ciò che pensi. Bada solo a ciò che senti.”
Ed ho sentito. Note alte e tintinnanti sollevarsi dal pianoforte come campanelle, intrecciarsi ai colpi bassi e sensuali del basso e lanciarsi in una danza al ritmo delle battute precisissime della batteria. Ho percepito il canto muoversi lento e insinuante fra questi suoni, mi sono lasciato catturare e, senza guardare niente e nessuno, ho capito che era giusto così. Che sì, quello era un bel suono. Che le pecore non c’entravano, neanche le mucche e neanche nient’altro di tutto il resto che poi probabilmente sarebbe stato aggiunto in sala missaggio. A livello base, nel momento di creatività più pura, quel pianoforte, quel basso e quella batteria era tutto ciò che avevamo e tutto ciò che sentivo. E mi piaceva.
Il seguito m’è piaciuto meno, okay, non mi aspettavo certo che squillasse il cellulare di Matthew, lui rispondesse e trillasse allegramente “Edgar! Ciao! Che piacere! Si, è tutto pronto, da queste parti, dobbiamo rifinire le ultime liriche ma le registrazioni sono quasi ultimate. Tuo figlio è adorabile, comunque, ma ti assicuro che la sua via non è nella produzione”.
Però, in fin dei conti, va bene anche così. Ha ragione, sai, scricciolo? La mia via non è nella produzione.

Ben

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Io non ho nessun talento particolare e non sono granché bravo a fare niente. Comunque, ho imparato un po’ a suonare la chitarra, ultimamente, e mi sto mettendo di buzzo buono per perfezionare le mie tecniche canore. Nel senso che sto studiando, ce la sto proprio mettendo tutta, e sta andando bene.
Sto organizzandomi con qualche amico, voglio provare a mettere su una band. Certe cose ti toccano nel profondo e tu nemmeno capisci perché; io credo che la musica l’abbia fatto, con me.
Vogliamo chiamarci The Exit. Perché ce n’è sempre una. Uscita, dico. Alla fine la trovi, in un modo o nell’altro.
Non credo che registreremo mai con pecore e mucche, dopotutto. Non sono nemmeno sicuro che prima o poi riusciremo davvero a registrare, o che mio padre riuscirà a venire a patti col fatto che non diventerò il presidente della divisione Europea della Warner, ma sono fiducioso. Mi troverò bene.
E stavolta, non ho nemmeno bisogno di ripetermelo, perché tanto ci credo davvero.