rp: matthew bellamy

Le nuove storie sono in alto.

Genere: Commedia, Romantico.
Pairing: Matthew/Brian.
Rating: PG
AVVISI: Slash, Fluff.
- La mattina del dieci dicembre duemiladodici, Brian apre gli occhi e si ritrova avvolto in un centinaio di strati di coperte calde ma desolatamente solo nel proprio letto. Una tale mancanza di rispetto nei confronti della sua palese vetusta persona non può restare impunita. Peccato che Matthew sia irraggiungibile, e che pertanto a fare le spese per la sua insubordinazione sia tutto il resto del mondo.
Note: Tanti auguri, Brian \*O*/ Sì, lo so, il compleanno di Brian era l'altroieri, ma io ho bisogno di tempo per scrivere, specie da quando non riesco più a scrivere flashfic ed ogni storia approfitta di qualsiasi pretesto per diventare spropositatamente lunga XD
Comunque u.u Niente, in realtà questa fic non nasce da nessuna ispirazione precisa, semplicemente ad un certo punto l'altroieri ho cominciato a sentire Brian parlarmi nella testa come non accadeva da un po', e questo è il risultato ♥
Scritta per la Maritombola @ maridichallenge con prompt #15 (X e Y hanno una relazione a distanza), e sul prompt #41 (Ed è bello) della 500themes_ita.
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404

Matthew aveva avuto quantomeno la decenza di presentarsi a casa il ventiquattro novembre senza por tempo in mezzo, questo Brian doveva riconoscerglielo. Non che ciò valesse in alcun modo a migliorare la sua posizione, considerando la situazione contingente che eliminava a priori qualsiasi possibilità di attenuanti applicabili, ma era giusto ricordare il particolare, fosse anche solo per darsi un singolo motivo al quale pensare quando l'avrebbe avuto nuovamente per le mani e si sarebbe trattato di decidere se lasciarlo in vita o terminare la sua patetica esistenza.
Il ventiquattro novembre mattina si era puntualmente fatto trovare sullo zerbino rosa a macchie leopardate fucsia che aveva preteso di scegliere personalmente quando avevano affittato l'appartamento ed erano di conseguenza dovuti andare all'IKEA per acquistare la relativa mobilia-barra-articoli di arredamento. Brian - imbottito di antibiotici per cercare di tenere a bada la tonsillite ricorrente contro la quale combatteva ormai da mesi, ed avvolto in una sciarpa arrotolata sei volte intorno al collo ed in una felpa larga almeno un paio di taglie in più rispetto alla propria - l'aveva accolto con la migliore fra le proprie espressioni affatto impressionate, come se, per Matthew, trovarsi lì quella mattina fosse il minimo da fare per non incorrere in qualche orrenda punizione divina coinvolgente mutilazioni e dannazioni eterne, cosa che peraltro corrispondeva al vero. Il suo sguardo di ghiaccio non s'era ammorbidito neanche quando Matt aveva piegato le labbra nel suo solito sorriso un po' triste e carico di scuse, ed aveva sfilato da sotto il cappotto una scatola di cioccolatini al liquore.
"Sorpresa," aveva abbozzato, e Brian aveva inarcato un sopracciglio, scostandosi dall'uscio per lasciarlo passare.
Ad onor del vero, bisognava riconoscere che le successive due settimane (tralasciando l’incidente relativo al Buddha in giada imperiale che era accidentalmente caduto sul piede di Matthew fratturandogli un dito, incidente col quale Brian negava recisamente di avere alcunché a che fare nonostante sia lui che Matthew sapessero perfettamente che non era così) erano state per Brian probabilmente le migliori in un lungo periodo in cui non avevano fatto che succedersi settimane peggiori, e bisognava riconoscere nondimeno che gran parte del merito per questo improvviso ed inopinato miglioramento andava senza dubbio attribuito a Matthew, il quale, preso atto della generica cattiva disposizione del proprio compagno rispetto al mondo circostante, invece di afferrare le proprie rachitiche stampelle e fuggire in Australia col primo volo disponibile, aveva ingoiato il rospo, smesso i panni del frontman di fama mondiale col gesso al piede ed indossato quelli della diligente infermiera devota per prendersi cura del proprio uomo depresso e malaticcio, cosa che, lentamente ma inesorabilmente, era riuscita a disciogliere lo spesso strato di ghiaccio attorno al cuore della Regina Checca delle Nevi, come Dom amava chiamarlo quando si riferiva a lui, rendendolo meno uggioso e più genericamente ben disposto, almeno nei confronti della sua persona.
Naturalmente, al punto in cui si trovava Brian quando, la mattina del dieci dicembre, si risvegliò, sommerso dai sei strati di coperte in differenti tessuti e a differente densità all'interno dei quali Matthew si era premurato di imbozzolarlo la sera prima dopo averlo imbottito di pasticche colorate e vomitevole tè bollente alla pesca nana del Madagascar, niente di tutta questa storia pregressa di amorevoli cure ed affezionate attenzioni aveva più un valore. La parte sinistra del letto era vuota e non c'erano crediti precedentemente accumulati che potessero rendere questa realtà meno offensiva o irritante.
Tirando rumorosamente su col naso, Brian strisciò all'esterno del caldo bozzolo, pentendosene all'istante e decidendo pertanto molto saggiamente di tornare indietro e nascondersi nuovamente sotto le coperte, impegnandosi il più possibile ad aggrottare le sopracciglia ed arricciare le labbra in un broncio impietoso. Lasciando emergere dalle coperte solo un braccio, come fosse un periscopio, recuperò a tentoni il cellulare abbandonato sul comodino e, pur sapendo già perfettamente cosa aspettarsi, provò a chiamare Matthew. La voce femminile impersonale ed anche vagamente antipatica della segreteria telefonica lo invitò gentilmente a riprovare più tardi o lasciare un messaggio dopo il bip, e lui, altrettanto gentilmente, la mandò a quel paese e poi chiamò Helena per la quotidiana telefonata mattutina a Cody. Cercava di andarlo a trovare il più spesso possibile - giornalmente, in periodi come quello in cui non era in tour e neanche impegnato ventiquattro ore su ventiquattro in studio - ma Helena gli aveva espressamente proibito di avvicinarsi a suo figlio - che da lui, oltre alle guance da criceto, aveva ereditato anche la salute particolarmente cagionevole - quando era ammalato.
Ad Helena bastarono venticinque secondi di conversazione per scoppiare in una risata divertita e sussurrargli "Matthew se n'è andato senza farti gli auguri, vero?". Al colmo del disappunto, Brian tirò su col naso un'altra volta e borbottò qualcosa di incomprensibile, rigirandosi fra le coperte.
- Cosa te lo fa pensare? - biascicò poi, cercando di sbirciare all'esterno del letto per capire che ore fossero.
- Non lo so, hai sempre quel tono di voce lì, quando sta qualche giorno e poi se ne va. - rise ancora Helena, - Oggi, poi, sembri particolarmente di malumore.
- Be', ti sbagli. - sbottò lui, - Matthew è qui e sta preparando i pancake per colazione. Mi ha promesso di metterci sopra lo sciroppo d'acero e portarmeli a letto, e se sono di malumore è solo perché sto diventando sempre più decrepito e brutto.
Helena rise ancora, divertita. Brian la immaginò scuotere il capo con aria a metà fra l'intenerito e l'incredulo mentre preparava una tazza di latte e cereali per Cody, e si concesse un sospiro stanco e vagamente nostalgico.
- Ovviamente non c'è nulla di vero in quello che hai appena detto. - commentò quindi, mentre Brian sbuffava ancora.
- Niente a parte il fatto che divento sempre più decrepito e brutto. - confermò lui, arreso, fra le risate divertite della sua ex. - Ma la pianti? - la rimproverò, fingendosi molto più offeso di quanto in realtà non fosse, - Hai il cuore di pietra, giuro. Cody?
- In arrivo. - lo rassicurò lei, allontanando la cornetta. "Cody, di' ciao a papà," la sentì raccomandarsi dolcemente col figlio a distanza.
- Papà! - strillò Cody, entusiasta, afferrando il telefono e fuggendo in un'altra stanza come faceva sempre quando parlava con suo padre, geloso di quei momenti d'intimità che solo a fatica riusciva a strappare dalla vita concitata dalla quale Brian non sembrava mai in grado di prendersi una pausa, - Tanti auguri!
- Grazie, piccolo. - rispose Brian in una mezza risata, accoccolandosi meglio fra le coperte, - Pronto per andare a scuola?
- Sì. - annuì lui, e poi Brian lo sentì come interrompersi all'improvviso per riflettere. - Zio Matthew è andato via senza farti gli auguri, vero? - domandò quindi, con l'aria di uno che chiede per scrupolo ma in realtà non ha alcun bisogno di sentirsi confermare a viva voce qualcosa che sa già essere vera.
- Che? - sbuffò Brian, spalancando gli occhi, - Ma da cosa l'hai capito?
- Boh, parli diverso quando se ne va. - rispose Cody con la massima naturalezza. Poi, dissipata la propria curiosità, tornò all'argomento principe della giornata. - Ti ho comprato un regalo! - annunciò felice, - Con la mia paghetta. - precisò con una punta di orgoglio.
- Davvero? - sorrise Brian, rigirandosi su un fianco.
- Sì! - confermò Cody, - Quindi guarisci presto, così posso dartelo.
- Va bene. - annuì Brian, compiaciuto, - Sono curioso di sapere--
- E' una borsa dell'acqua calda! - disse precipitosamente Cody, impaziente di rivelare al padre cosa avesse comprato per lui, - Così puoi dormire al caldo e smettere di ammalarti così spesso. - precisò, compiaciutissimo della propria scelta saggia ed evidentemente brillante.
Brian rise, scuotendo il capo con aria rassegnata.
- Va bene, tesoro. - concluse, - Ora vai a scuola. E ricorda da parte mia a mamma di rispiegarti di nuovo il concetto del regalo e della sorpresa.
- Papà, sei un cretino. - borbottò Cody, offeso, porgendo nuovamente il telefono ad Helena e correndo via per non perdere l'autobus per la scuola.
- Brian? - il sorriso perenne ed evidente nella voce di Helena lo investì come un'onda anomala di tepore improvviso, avvolgendolo tutto e costringendolo a propria volta ad un sorriso simile, - Che gli hai detto?
- Che dovevi rispiegargli il concetto dei regali e della sorpresa.
- Sei un cretino. - rise Helena, - Era solo impaziente di fartelo sapere. Sei contento?
- Estatico, - rispose Brian, accentuando ancora quel tono di offesa che si era ormai del tutto dissipato, - mio figlio mi ha appena confessato di avermi regalato una borsa dell'acqua calda, neanche fossi un nonnetto ottuagenario. Sono così depresso che penso mi trasferirò sul divano a guardare repliche di Dynasty ingozzandomi di cioccolatini.
- Bel modo di festeggiare i quaranta. - concordò Helena in una risata. - Cerca di rimetterti, piuttosto. - aggiunse più dolcemente, - A presto.
Dopo averla salutata, Brian si concesse altri cinque minuti sotto le coperte, prima di cominciare ad accorgersi di tutta quella serie di familiari doloretti ossei che avevano cominciato a tormentarlo recentemente quando si attardava a letto troppo a lungo. Sbuffando contro l'età e contro la ribellione ingiustificata del suo vecchio corpo, si costrinse a scivolare in una lagna infinita fuori dalle coperte, recuperando un plaid a scacchi dalla poltrona vicina e trascinandosi faticosamente verso il divano, fra le rassicuranti morbidezze del quale si lasciò sprofondare con un ennesimo sbuffo contrariato prima di avvoltolarsi la coperta attorno alle spalle.
Chiamare Stef non rappresentava niente di diverso rispetto al passaggio logico immediatamente successivo a tutta questa indecorosa fatica, motivo per il quale Brian si decise a non frapporre più la barriera della propria volontà fra se stesso e la telefonata, ed afferrò nuovamente il cellulare, schiacciando con forza il numero uno ed aspettando che l'autodialer facesse il resto.
- Pronto? - rispose la voce sempre pacata e compassata di Stef dopo non più di un paio di squilli.
- Stef. - cominciò Brian con aria grave, - Mio figlio mi ha comprato una borsa dell'acqua calda per il compleanno.
- Ossignore. - sbuffò Stef, passandosi una mano sulla faccia in segno di anticipata stanchezza rispetto alla conversazione che doveva ancora avere luogo, - Matthew se n'è andato senza farti gli auguri, vero?
- Che? - sbottò Brian, sconcertato, - Ma cosa c'entra?! Ma mi ascolti? Ti ho detto una cosa molto precisa. Mio figlio--
- Sì, ma è evidente che Matthew se n'è andato senza farti gli auguri, - insistette Stef, - E tu sei incredibilmente contrariato da questo fatto.
- ...be', sì. - ammise Brian, piegando le labbra in un broncio carico di disappunto, - Sì, se proprio vogliamo dimenticarci che oggi compio mille anni e questo sarebbe già un motivo più che sufficiente per essere contrariato, Matthew se n'è andato senza farmi gli auguri e questo mi rende ancora più contrariato, contento? Come hai fatto a capirlo?
- Non lo so, - rispose Stefan, quasi stupito dalla domanda, come non avesse mai pensato di potersi chiedere una cosa del genere, - E' qualcosa nella tua voce, quando se ne va c'è sempre.
- Ma piantala. - sbuffò lui, - Comunque non c'è. Se n'è andato. Ieri sera! Non ha neanche aspettato la mattina. E' fuggito via nella notte come un delinquente. Potrei denunciarlo.
- Per cosa, lesa maestà? - domandò curiosamente Stefan.
- Zitto! - lo interruppe Brian, urtatissimo, - Non capisci la gravità della situazione?
- Brian, i Muse sono in concerto ad Helsinki, stasera. - cercò di ragionare Stef, mentre Brian lo immaginava pinzarsi la radice del naso e fissare il soffitto con aria supplice, invocando un qualche miracolo che potesse salvarlo dalla successiva mezz'ora di conversazione, - Nonostante i tuoi ripetuti tentativi di sabotare il loro tour attentando alla vita del loro cantante nonché tuo fidanzato usando enormi Buddha di giada come armi contundenti.
- Queste sono volgari illazioni delle quali non mi curerò nemmeno, e comunque poteva anche partire stamattina! - sbuffò Brian, - Ci sono meno di tre ore di volo, da qui a lì. E poi nessuno mi leverà mai dalla testa che abbia fissato la data di ripresa del tour oggi appositamente per non restare con me il giorno del mio compleanno. - concluse con un altro sbuffo offeso.
- ...certo. - sospirò Stef, - Brian, cerca di riflettere un minimo. Hai dimenticato di prendere le tue medicine?
- Impiccati.
- Scherzo. - rise Stef, - No, dai, sul serio. A parte che le date del tour non le decide personalmente Matthew e non poteva certo dire al tour manager "no, guarda, il dieci dicembre no che se non sto a casa per il suo compleanno il mio uomo si sente trascurato". Ma poi, se davvero avesse preferito andarsi a nascondere in Finlandia proprio oggi, potresti biasimarlo?
- ...non mi piace dove sta andando a parare questo discorso. - sentenziò cupamente Brian, tirandosi su la coperta fin sotto al naso, - Penso che riattaccherò, ora.
- Davvero, Brian. - insistette Stefan, sospirando pesantemente ed ignorando del tutto la sua vana minaccia, - Sono almeno due mesi che fai terrorismo psicologico su quel povero disgraziato. Io per primo non ho ancora capito se questi benedetti auguri per questi benedetti quarant'anni li vuoi fatti o no. E se non l'ho capito io, figurarsi se può averlo capito Matthew, che per carità, ha tanti pregi, ma certamente, quando Madre Natura distribuiva la sagacia, era impegnato a mangiare la sabbia nella piscinetta del parco giochi ed è risultato assente.
Brian sbuffò sonoramente, cercando di trattenere l'impulso di ridere causato dall'immagine mentale che Stefan gli aveva appena regalato.
- E' per questo che non mi hai ancora fatto gli auguri? - domandò quindi, - Perché non hai capito se li voglio o meno?
- Ecco, appunto. - sospirò Stef, - Scusa, Brian. Auguri.
- No! - strillò istericamente Brian per tutta risposta, - Non li voglio! Cosa c'è da festeggiare in me che mi trasformo lentamente in Matusalemme?!
- Ma vedi? Vedi?! - strillò anche Stefan, nella voce la stessa sfumatura isterica che colorava anche quella di Brian, - Sono due mesi che ti comporti così! Se provavamo ad organizzare qualcosa per il tuo compleanno sbuffavi subito che non c'era niente da festeggiare, se rinunciavamo ti offendevi perché avevamo rinunciato troppo in fretta e non ti sentivi abbastanza considerato, e ti stupisci davvero che Matthew preferisca fuggire al circolo polare artico piuttosto che restare lì a farsi trattare malissimo solo perché non ti piace invecchiare e puntualmente quando ti accorgi che sta accadendo diventi isterico?!
- Io non sono per niente isterico! – strillò Brian, dimostrando quindi di esserlo eccome, - E sai cosa ti dico? I tuoi auguri ed anche i tuoi rimproveri non richiesti te li puoi anche tenere per te!
- Bene! – strillò anche Stef, - Non chiedo altro! Arrivederci!
- Addio! – rispose Brian, alquanto drammaticamente, prima di interrompere la chiamata con la stessa violenza con la quale avrebbe schiacciato uno scarafaggio orrendo se se lo fosse trovato di fronte sul ripiano della cucina e poi, non contento, lanciando il telefono sull’angolo opposto del divano, augurandosi di non rivederlo mai più.
Tutto quel movimento e tutta quella concitazione avevano avuto un solo effetto sul corpo di Brian, naturalmente negativo, perché non esisteva fenomeno naturale, atmosferico o emotivo che non avesse effetti negativi sul corpo di Brian: gli avevano fatto venire fame. Gorgogliando con estremo disappunto, Brian strisciò giù dal divano, avvolgendosi nella coperta per trascinarsi stancamente in cucina. Aveva bisogno di qualcosa di caldo, morbido e dolce, per cui decise che avrebbe preparato una camomilla ed avrebbe dunque passato la successiva mezz’ora ad inzuppare biscotti finché non fossero diventati morbidi abbastanza da poter essere ingeriti anche dal suo organismo palesemente secolare.
Si fermò sulla soglia della porta, però, notando un bigliettino – in realtà un quadrato di carta strappato da una pagina di un quaderno a quadretti – appeso alla maniglia con lo scotch. Lo staccò per portarlo più vicino al viso e poterlo leggere più agevolmente. Il biglietto, nella calligrafia incasinata ed onestamente indecorosa per un ultratrentenne che Matthew si ostinava a conservare neanche fosse un tratto distintivo della propria personalità, recitava: “Dunque, siccome siamo stati insieme senza praticamente mai vedere nessun altro due settimane e nonostante questo non sono riuscito ad assorbire per osmosi se volessi ricevere gli auguri ed un regalo per il compleanno o meno, io per non saper né leggere né scrivere il regalo te l’ho fatto, però poi sono anche fuggito in Finlandia dove non potrai farmi alcun male se la cosa non dovesse andarti a genio. Scusami, Bri, io ti amo ma amo anche le mie gambe, i miei piedi e in generale tutte le varie parti del mio corpo. Sono fuggito per autoconservazione.
Comunque, il regalo è oltre questa porta. Buon compleanno!”
Inarcando un sopracciglio e sbuffando dal naso, Brian appallottolò il bigliettino e lo ficcò senza riguardi in una delle tasche anteriori della felpa, spalancando la porta della cucina con un calcio e preparandosi a ritrovarsi sotto gli occhi quello che ovviamente sarebbe stato il regalo di compleanno più orrendo che si fosse mai visto da quando l’uomo aveva inventato l’usanza di regalare cose brutte ed inutili alla gente per festeggiare un fatto che non aveva alcun diritto di essere festeggiato, e poi, altrettanto ovviamente, si immobilizzò sulla soglia, gli occhi spalancati, le labbra dischiuse in segno di sorpresa, una miriade di fiori multicolori ad incontrare il suo sguardo ovunque lo guardasse.
- Oddio… - mormorò, muovendo un paio di passi incerti all'interno della stanza, - Oddio.
Matthew aveva spostato il tavolo per la prima colazione al centro esatto della cucina, cosa che, in qualsiasi altro momento, non gli avrebbe fatto guadagnare altro che una strigliata e possibilmente un paio di scapaccioni molto forti dietro la nuca. Non in quel momento, però, specialmente considerato il fatto che, sul ripiano del tavolo, campeggiava il portatile personale di Matthew, aperto ed acceso da chissà quante ore, peraltro. Sullo schermo, un video in attesa di partire ed un altro quadratino di carta a quadretti attaccato con lo scotch, con sopra scritto "pigia play!".
In estatico, quasi ascetico silenzio, Brian prese posto sulla sedia addobbata con un cuscino a forma di cuore che Matthew aveva sistemato proprio davanti al computer ed avviò il filmato. Per i primi tre o quattro minuti non si vedeva altro che Matthew che cercava di spostare il portatile in modo da inquadrarsi in maniera appena passabile, il tutto condito da una sequela di imprecazioni e insulti talmente buffi che, nonostante il mal di gola, Brian non poté fare a meno di ridere di gusto.
Dopodiché, intorno al quinto minuto di registrazione, il vero e proprio video d'auguri ebbe finalmente inizio.
"Ehi. Ciao. Buon compleanno!" diceva Matthew, agitando la manina oltre lo schermo, "Lo so che sei arrabbiato con me, avrei dovuto restare, ma mi facevi paura. Smettila di farmi paura, Brian. Perché devi sempre farmi paura? Ma poi, perché il tuo compleanno deve essere sempre una cosa così complicata? Io invecchio esattamente come invecchi tu, ma non faccio tutte queste storie, ogni anno."
Brian lo osservò interrompersi e poi schiarirsi imbarazzato la gola, come potesse osservarlo aggrottare le sopracciglia in reazione alle sue ultime parole.
"Ma sto andando fuori tema!" riprese a chiacchierare quindi, sollevando entrambe le mani in un gesto esageratamente gioioso. "Niente, dunque. Ho pensato a lungo a cosa regalarti per il compleanno, ma la verità è che sei troppo complicato per me. Okay? Lo ammetto candidamente. Non riesco a starti dietro. Per cui, visto che non ti manca niente e regalarti uno stupido orologio o uno stupido dolcevita mi sarebbe sembrato ridicolo, ho pensato di riempire la cucina di fiori e girarti un video. Anche perché tu gli orologi non li usi che ti danno fastidio al polso, e i dolcevita figurarsi, che metti magliette con lo scollo a v fino all'ombelico anche in pieno gennaio. Ho pensato, magari i profumi dei fiori gli liberano le vie respiratorie - aromaterapia! - e il mio video lo mette di buon umore - Matthewterapia! - per cui mi è sembrata la scelta più sensata," Brian lo osservò arricciare le labbra in una smorfia pensosa e grattarsi il mento con ponderazione, "Mi sovviene adesso che forse non è una scelta tanto sensata, ma mi è sembrata carina, sul momento. Meno male che sono in Finlandia."
- Meno male che sei un cretino e non posso prenderti a pugni perché sarebbe come perpetrare atti di crudeltà contro gli animali! - rise Brian, assestando un colpetto vagamente affettuoso sul fianco del portatile e poi incrociando le braccia sul tavolo ed appoggiandovi sopra il mento per continuare a guardare lo schermo con aria sognante, mentre Matthew continuava a parlare.
"Insomma, niente, volevo solo dirti che sono felice che stai invecchiando. Cioè, sono felice che stiamo invecchiando. Insieme. Nel senso che è una cosa bella ed io un po' l'ho sempre sognata, cioè, invecchiare insieme alla persona che amo. Che saresti tu. E quindi, boh, niente, tutto quello che spero è di riuscire a rendere il tempo che passa una cosa meno brutta per te, come tu la rendi una cosa meravigliosa per me. Ed ora, visto che palesemente non sono capace di parlare come una persona seria, però so cantare come una persona seria, ecco... ecco," biascicò, allungandosi fuori dall'inquadratura per recuperare una chitarra acustica abbandonata lì di lato, "Buon compleanno, Bri."
Avrebbe voluto risparmiarselo, giusto per fingere di possedere ancora un briciolo di dignità e non avere lasciato che lo stupido folletto dagli occhi azzurri del quale s'era innamorato gliela strappasse tutta di dosso, ma per tutti e cinque i minuti che seguirono, e che videro Matthew impegnarsi in una ridicola quanto adorabile cover di Absolute Beginners per voce e chitarra, Brian non riuscì neanche per un secondo a trattenere le lacrime.
Naturalmente, Stef si aspettava la telefonata che lo raggiunse pochi minuti dopo la fine dello spettacolo, motivo per il quale invece di rispondere al telefono col solito laconico "pronto?" trovò più opportuno rispondere con un semplice ed efficace "vai".
- Sono un cretino epocale. - biascicò Brian, ancora impegnatissimo ad asciugarsi le lacrime.
- E questo ormai non stupisce più nessuno. - sospirò pazientemente Stef, - Quanto è bello il regalo che ti ha fatto, da uno a dieci?
- Venticinque. - ammise Brian in un mugolio intenerito.
- Bene. - sorrise Stef, - Allora chiamalo, uomo orribile che non sei altro.
- Ma non risponde, - si lamentò Brian, - ho già provato!
- Dio mio, devi averlo terrorizzato proprio parecchio.
- Sta’ zitto, non ti ho dato il permesso di prendermi in giro. Proverò a mandargli un messaggio. - concluse lui, annuendo a se stesso con palese eccessivo autocompiacimento.
- Ecco, bravo. - rise Stef, - Fammi sapere poi.
- Seh. - concesse Brian, prima di interrompere la chiamata e restare poi in contemplazione della schermata per l'invio dei messaggi per i successivi dieci minuti. La testa ancora confusa dalla commozione e dalla generica esondazione d'amore che stava colpendo il suo povero cervello vecchio e stanco, si arrese con un gemito alla propria incapacità di trovare qualcosa di divertente e-barra-o spiritoso e-barra-o simpatico da scrivere a Matthew, e pertanto si limitò a scrivere "cretino".
Mattew chiamò puntualissimo pochi secondi dopo, e nello schiacciare il tasto verde per rispondere alla telefonata Brian si concesse un sorriso soddisfatto. Si sentiva già meglio.
In coppia con l'armata delle fangirl nella sua interezza è_é
Genere: Comico, Demenziale, Parodia.
Pairing: BrianxMatt, BillxTom.
Rating: R
AVVERTIMENTI: CrackFic, Language, Slash, RPS.
- Matthew e Brian scendono di casa una mattina, convinti di poter andare a fare una romantica gita in macchina in giro per l'Italia, e invece si ritrovano i gemelli Kaulitz beatamente addormentati sul sedile posteriore. I piani dei due sono rovinati, e fra paesini strani, animali vari ed eventuali, lo zampino del dio del fangirling e tanta umanità varia ed eventuale, se c'è una cosa che non mancherà in questa storia sarà la Demenzialità. Sì, quella con la D maiuscola.
Note: Inserirò un commento quando la storia sarà conclusa ù_ù
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Road Trip
Quando liz se ne esce con idee per scene assurde, Ana dovrebbe fermarla invece di darle corda aggiungendo altre scene altrettanto assurde ogni 10 secondi
…e se poi ci si mette pure la Nai, la cosa degenera oltre ogni limite. Apriti, cielo!


Before you begin… Credetemi, voi avete bisogno di essere avvertiti. Perché voi non volete davvero leggere questo concentrato di demenza gratuita, questo pout-pourri di sconfinata e illimitata idiozia, voi non volete davvero leggere robe che, per quanto sono stupide, somigliano a un anomalo caso di chara bashing innamorato. Voi non volete davvero imbarcarvi in una storia a capitoli così stupida e infinita da non avere un capo né una coda, da non capirci più niente. Non volete davvero, e a dire la verità non volevo neanche io ._. Ma siccome so che, come è successo a me, finirete per finirci invischiati comunque :D precisiamo un paio di cose.
Bill Kaulitz e suo fratello Tom, così come Brian Molko e Matthew Bellamy, non mi appartengono, per quanto la cosa possa essere disgustosamente ingiusta. Io non li conosco, mi limito a venerarli da lontano, e con quello che scrivo non intendo offenderli ma dichiarare loro il mio amore imperituro, per quanto tutto ciò possa sembrare allucinante °_°
Questi quattro, per quanto scriteriati possano sembrare, non fanno NULLA di ciò che narro. Avanti, quello che racconto io è troppo folle anche per loro, credetemi.
E comunque non mi appartengono, si appartengono da soli. Ma la proprietà morale e affettiva è nostra, fangirl <3 Facciamoci sentire! èoé
Ciò detto, io non ho responsabilità. La colpa di questa fanfiction è di Ana. Totalmente. E del dio del fangirling, che deve smetterla di approvarmi, o finirò male.
…sono già finita male, mh?
Buona lettura ç_ç”
(Per inciso, i manager non sono il male ç_ç!!! Sono tutti amabili, io li adoro ._. Alex, Dave, Tom, scusatemi se vi faccio fare sempre parti malefiche çoç Siete dei tatini ç.ç!!!)


PRIMA PARTE
LA PARTENZA
Dove veniamo a conoscenza della cruda verità per la quale i manager sono il male, e dei piani di vacanza estiva di Matthew Bellamy, prontamente mandati all’aria da una gita romantica nell’arcipelago di ew-che-schifo-non-voglio-nemmeno-pensarci.


- Okay… Brian? Mi spiegheresti un’altra volta com’è che ci siamo trovati in questa situazione? – chiese Matthew con aria abbattuta prendendo l’autostrada e accelerando moderatamente per non passare i limiti consentiti dalla legge e, allo stesso tempo, non farsi urlare “lumaca idiota!” dall’orda inferocita di automobilisti italiani in partenza per il weekend.
Brian sorrise gioioso e lanciò un’occhiata tenera ai gemelli Kaulitz addormentati l’uno contro l’altro sul sedile posteriore.
- Oh, Matty… - rispose zuccherino, agitando una mano, - il come è del tutto irrilevante!
- Scusami se dissento! – si agitò Matt, strizzando il volante fra le mani e saltellando sul proprio sedile come se pungesse.
- Non fare così, dai! – lo blandì Brian, accarezzandolo lievemente su una spalla, - Sveglierai i bambini! Avanti, se ti fa piacere ti racconto tutto da capo…
Matthew annuì decisamente, più volte, sterzando a destra per evitare di essere travolto da un camionista in chiaro momento da “devo-essere-dall’altro-lato-del-mondo-in-un’ora-toglietevi-dalle-palle!”.
Brian sospirò e incrociò le braccia sul petto, preparandosi a dire La Frase.
- È stata colpa di Alex… - accennò appena, e questo bastò a Matt perché decidesse di prendere la parola e continuare lui.
- Certo! È sempre colpa di quel diavolo malefico della tua manager! Ora, dico, io non sono nessuno per impedirle di mollare il mio manager che la venerava come una dea!, per mettersi con un tipo uscito dal nulla che si chiama come un formaggio sloveno neanche tanto buono e che guardacaso fa il baby-sitter per una band di adolescenti tedeschi… ma se il rischio dev’essere ritrovarmeli in macchina il giorno in cui ti ho promesso di portarti in giro per l’Italia, addormentati, puliti e profumati come bimbi, affiancati solo da un bigliettino che dice “prendetevi cura di loro fino a quando non saremo tornati, sono bravi!”, allora non ci sto, caro Brian! Alex deve darsi una calmata!
Il frontman dei Placebo sorrise bonariamente, scostando dalla fronte del proprio uomo la frangetta che, nei movimenti concitati che avevano condito lo sproloquio, era ricaduta quasi davanti agli occhi.
- Bravissimo, Matty. Sapevo che non avresti lasciato che mi consumassi la voce. Ma devo dire che nel tuo racconto ci sono delle piccolissime imprecisioni che sarebbe il caso di correggere…
- Sarebbe a dire?!
- Sarebbe a dire che Alex ha lasciato Tom perché Tom ha smesso di essere carino con lei, non perché è un’arpia vampira assetata di sangue e l’ha prosciugato e ora ha deciso che è inutile. Secondo poi, se puoi ricordarti che il cognome di David è uguale al nome di un formaggio, allora puoi anche ricordarti come si chiama per intero. E smetterla di dire che fa il baby-sitter, suvvia, è un manager…!
- Questi fatti sono assolutamente irrilevanti!
- Ecco, vedi? È esattamente quello che ti ho detto io, il come è irrilevante
- Non è il come ad essere irrilevante, sono i dettagli stupidi come le bagattelle amorose fra i nostri due manager e il vero nome di Jost!
- Oh, insomma! – si accigliò Brian, battendo nervosamente un dito sull’interno gomito, - La vuoi piantare di fare tutto questo casino? I bambini si sveglieranno davvero!
I bambini sono due giganti spaventosamente somiglianti ad adolescenti incazzate col mondo!
- …perché diamine il femminile…?
- Perché sono palesemente due donne!
Brian inarcò un sopracciglio.
- Posso capirlo se parli di quello truccato… - disse, indicando Bill con un cenno del capo, - Ma sulla sessualità dell’altro non penso dovrebbero esserci dubbi…
- Hanno entrambi dei lineamenti da donna, quindi sono donne.
- E tu ti vesti da donna, quindi sei donna, e io ho le gambe e un’acconciatura da donna e quindi sono donna anche io?
- Vuoi smetterla di fare precisazioni totalmente inutili?
Brian sbuffò annoiato e cercò di sprofondare nel proprio sedile, gettando uno sguardo distratto alla campagna che scorreva loro accanto.
- …Comunque, - riprese Matt, dopo essersi calmato e aver deciso che no, non era il caso di svoltare per Altopascio, - da dove hai detto che vengono questi Tokio Cosi…?
Tokio Hotel. – precisò Brian con una punta di fastidio, - E sono tedeschi.
- …vedi che sono pazzi?! Sia Alex che quell’altro uomo malefico di Jost! Prendere i suoi protetti e trasferirli dalla Germania a Milano solo per toglierseli di mezzo per poter passare un weekend di passione da qualche parte nell’arcipelago di ew-che-schifo-non-voglio-nemmeno-pensarci!
- In fondo è come se avessero chiesto un favore a degli amici, Matt… - cercò di ammorbidirlo Brian, parlando dolcemente.
- Quando vuoi chiedere un favore a degli amici non lasci il favore sul sedile posteriore della loro auto! E comunque com’è che avevano le chiavi?! Penso che dovrei avere paura! Immagina se- - cominciò, ma non riuscì a finire. Un mugugno lamentoso si sollevò dal retro della macchina, dapprima cupo e basso, poi sempre più acuto, fino ad estinguersi in un soddisfatto mh, e il nuovo giorno – malgrado fossero già le tre del pomeriggio, ma si sa, a quell’ora per i Kaulitz è ancora notte – vide la luce degli occhi castani e perfettamente truccati – nonostante la notte passata – di Bill Kaulitz.
- Che diamine…? – borbottò il ragazzo, ancora stordito dal sonno, guardandosi intorno con gli occhi offuscati. – Tomi…?
- Ungh… - mugugnò il biondo, sollevando appena il capo dalla spalla del fratello, - Noooh, oggi voglio la colazione a letto…
Bill completò la complessa operazione di spalancare gli occhioni proprio nel momento in cui Brian fece capolino dal sedile anteriore, sorridendo felice e radioso per dargli il buongiorno.
- Ciaaao! – cantilenò il leader dei Placebo, agitando una manina smaltata di nero, - Dormito bene?
Il moretto lo fissò.
Lo fissò a lungo.
E poi cominciò a strattonare i capelli del fratello, perché si svegliasse.
- Okay, okay, ho capito, Bill! – si lamentò Tom, svegliandosi a sua volta, mettendosi dritto e agitando le braccia per liberarsi del fratello, - Che cavolo hai?
- Tom. Quello. È… è lui?
- Lui. – articolò confuso,- Lui? Perché, dove siamo?! – strillò Tom, guardandosi intorno e rendendosi conto di non trovarsi nell’albergo nel quale s’era addormentato la notte prima, - Che ci facciamo in macchina?! Chi diav- … Molko…?
- Allora è lui!!! – strillò Bill, arpionando il fratello per un braccio e cominciando a strizzarlo furiosamente, - È lui è lui è lui!!!
Brian rise di cuore, godendo dello sconvolgimento emotivo che aveva provocato nel ragazzo, e si strinse nelle spalle con fare modesto.
- Sì, sono io. E tu devi essere Bill…
- Oddiomio!!! Oddiomio, Tom, mi conosce!!!
Tom continuò a guardare Brian come non riuscisse a credere che fosse vero.
- Sì, ho anche visto un vostro video… tu eri seduto e avevi una macchina da scrivere sulle ginocchia e l’ombretto più ca-ri-no che avessi mai visto! E comunque, chi è il tuo hair-stylist?
- Ossignore! Tom!!! Brian Molko si sta complimentando con me per il mio ombretto e per la mia pettinatura!!! Lo senti?!
- Lo sento, lo sento! – urlò Tom, riprendendosi dallo stato catatonico per risistemarsi il cappellino sulla testa, - Mi sembra incredibile e non capisco ancora che ci facciamo qui, ma mi sembra perfettamente legittimo che cominciate a scambiarvi consigli sul vostro make-up! Figuratevi! – disse, con una punta d’ironia derisoria nella voce. Ironia che Bill non colse, perché si gettò su di lui, urlacchiando come una ragazzina e blaterando “oh, ti adoro quando sei così comprensivo nei miei riguardi!”.
Brian rise di gusto, socchiudendo gli occhi.
- Siete qui perché i nostri manager avevano bisogno di passare un po’ di tempo da soli, e vi hanno affidati a noi. – spiegò pacatamente, - Spero che non vi dispiaccia…
- Dispiacerci?! – gioì Bill, giungendo le mani sotto il mento, - È una cosa fantastica! È una cosa meravigliosa! È tipo il sogno della mia vita che diventa realtà! È… “noi” chi?
Un grugnito adirato si sollevò dal sedile del guidatore, rivelando ai gemelli la presenza di Matt.
- Se conoscete Brian… - disse il frontman dei Muse, trattenendo il fastidio nella voce, e gonfiandosi orgoglioso come un palloncino, - dovete conoscere anche me…
Sia Bill che Tom si sporsero fino a poterlo guardare, e lo fissarono attenti per molti secondi.
Poi tornarono entrambi ai loro posti, e Bill scrollò le spalle.
- È il tuo parrucchiere? – chiese, indicando Matt e riprendendo a guardare Brian, - Sei sicuro di volerti affidare a uno con un taglio simile?
Brian sentì Matt sgonfiarsi facendo esattamente lo stesso rumore di un palloncino, e rise allegramente.
- No che non è il mio parrucchiere, Bill, tesoro, dico, guarda i miei capelli!
- Ehi! – sussultò Matt, ricominciando ad agitarsi, - Non si dice “non è il mio parrucchiere, guarda i miei capelli”!!! Si dice “non è il mio parrucchiere, è il mio uomo e lo amo da impazzire”!!!
- Tom!!! Mi ha chiamato “tesoro”!!! Oddio, è bellissimo! Muoio!!!
- Sì, Bill, sì…
- Amore, non arrabbiarti… dai, dai, “non sei il mio parrucchiere, sei il mio uomo e ti amo da impazzire”…
Elimina quelle virgolette, bastardo!!!
- Oddio, usa le virgolette nella voce!!! Tomi!!! Tomiiii!!!
- Sì, Bill, sì…
- Coooomunque… - la voce di Brian interruppe melodiosa il delirio, mentre una delle sue mani ancora si agitava sulla testa di Matt, accarezzandolo come volesse calmarlo, - Quanti anni avete? – chiese ai ragazzi, gli occhi bene aperti brillanti d’interesse.
- Diciassette! – risposero in coro Bill e Tom, mentre Tom mimava un dieci con le mani e Bill mimava il rimanente sette.
- Aaaawh! – mugolò Brian, - Siete così piccini e carini!!!
- Piccini e carini un corno! – interloquì Matt, fissando con astio un automobilista accanto a lui, evidentemente in vena di botte, - Tu sei piccino e carino! Come fai a dare del piccino e carino a un duo di stangoni di questo tipo?! E per inciso, quello truccato sembra un tuo clone ipervitaminizzato!
- Matt! – sbottò Brian, inorridendo della sua maleducazione, - Ti sembra modo di parlare davanti ai bambini?! Concentrati sulla strada e taci!
Matthew mormorò un’astiosa protesta incomprensibile e mandò a quel paese l’automobilista sfidante, strillando “se hai tanta fretta, passa! E che tu possa incontrare code chilometriche, qualsiasi sia l’uscita alla quale ti stai dirigendo!”.
- Dicevamo… - disse Brian, riportando lo sguardo sui gemelli e scuotendo il capo di fronte alla palese italianizzazione del proprio uomo, - E quand’è che fareste il compleanno?
- Presto! – risposero i ragazzi all’unisono.
- Ossignore, il mio cuore cede! – cinguettò Brian, quasi saltellando sul posto dalla gioia, - Li senti, Matty? Rispondono in perfetta sincronia!
- Sì, sì, certo, è magnifico…
- Ne voglio due uguali!
- Diventa donna e ti giuro che cercherò di darti due gemelli…
- Non mi interessa restare incinto! Sei tu quello che ha i pensieri deviati in questo senso!
- Eh, ma scusa! – sbottò Matthew, trattenendo l’impulso di sfilare un mocassino e lanciarlo in testa a un automobilista palesemente ubriaco davanti a lui (e non perché capisse quanto scorretto fosse lanciare mocassini fuori dal finestrino, ma solo perché i suddetti mocassini Dior avevano appena una settimana di vita e non gli sembrava il caso di mandarli a fare i kamikaze contro una stupida Fiat Panda dell’era paleozoica) – Non pretenderai, chessò, che te li compri!
Lo sguardo innamorato e cuccioloso che Brian gli rimandò indietro fu abbastanza per fargli capire che , decisamente avrebbe gradito che glieli si comprasse.
Lanciò un’occhiata dubbiosa ai gemelli dietro e catturò lo sguardo innocente e gioioso di Bill.
- Voi non siete in vendita, vero? – chiese, sollevando appena un sopracciglio.
- Dobbiamo parlarne con Dave! – pigolarono in coro i ragazzi, inclinando appena il capo e socchiudendo gli occhi per accompagnare un angelico sorriso.
- Oh, che meraviglia!!! – gioì Brian, ricominciando a saltellare sul sedile, - Ci pensi, Matty?! Sarebbe come adottarli!
- …con la differenza che in realtà non avremmo fatto altro che firmare un contratto a vita per possedere le loro anime, le loro menti e i loro corpi. – sentenziò cupamente Matthew, lanciando l’ennesima occhiataccia all’ennesimo automobilista maleducato in cerca di guai.
Sei paia d’occhi gli si fissarono addosso, spaventate.
Brian deglutì.
- Hai un modo orribile di uccidere la poesia della vita! – disse lamentoso, - Tesorini, voi non badategli. Che poi crescete male, andando in giro dicendo che credete negli alieni e che per cantare avete bisogno di tre banane. Non è bello.
I due annuirono simultaneamente, ritrovando il sorriso, e Brian si lasciò andare a tutta un’altra serie di versetti innamorati che Matt non tardò a definire urtanti.
- Ma quanto tempo avete impiegato per imparare a muovervi così in perfetta sincronia? – chiese, col tono di chi è intenzionato a smontare una bella cosa con un inutile sovraccarico di crudele sarcasmo.
- Nove mesi… - cominciò Tom, annuendo deciso.
- …nella pancia di nostra mamma! – concluse Bill, sollevando due dita in segno di vittoria.
Per poco Matt non andò a schiantarsi contro un tipo totalmente pazzo che aveva pensato bene di frenare bruscamente nel mezzo della strada – come lui stesso aveva appena fatto d’altronde.
- Voi due siete gemelli?! – strillò, lanciando loro l’ennesima occhiata sconvolta dallo specchietto retrovisore.
I ragazzi annuirono insieme, mentre Brian lo fissava stupito e commentava “Ma era ovvio, amore, non te n’eri accorto? Hanno lo stesso naso!”.
- Stesso naso un paio di palle, Brian! – sbraitò l’inglese, agitando teatralmente un pugno per aria, - Cioè, sinceramente, a parte questo fantomatico naso, cos’è che vedi di uguale in quelle due facce? Quello truccato è così truccato che per poco non gli si vedono gli occhi…
- Ma i ragazzi non nascono truccati, amore…
- E poi ha i capelli neri!!!
- Le tinte esistono per questo motivo, come entrambi ben sappiamo…
- Per non parlare dei vestiti!
- Amore, nasciamo tutti nudi, eh…
- Ma non importa! – sbottò Matthew, battendo le mani sul volante, - Io continuo a non capire questa situazione! E non capisco che ci facciamo qui! E non capisco per quale motivo i miei piani di passare una bella giornata romantica al mare con te siano saltati, e io sia stato costretto a rendere realtà la menzogna che ti avevo propinato per convincerti a partire-
- Non volevi davvero portarmi in giro per l’Italia in macchina?
Ovvio che no, Brian, io non conosco l’Italia, e non capisco perché questi incompetenti degli italiani continuino ad ostinarsi a guidare a destra quando il resto del mondo civile – il fatto che fosse solo l’Inghilterra non lo toccava minimamente – ha ormai accettato la guida a sinistra come fonte del bene mondiale, ma COMUNQUE tutto questo è secondario, io odio che i miei piani vengano cambiati, e odio dovermi occupare di gente che non conosco, e odioquando mi si ruba del tempo per stare da solo con te, e odio-
- Matt. – lo chiamò Brian, glaciale. Matthew si fermò e lo guardò, un brivido di paura lungo la schiena, - Se continui a blaterare, - sorrise angelico il frontman dei Placebo, stringendosi appena nelle spalle, - odierai anche il mio pugno che si scaraventerà contro la tua faccia senza la benché minima pietà. Ci sei?
Matthew tremò ancora un paio di volte, poi annuì e lanciò un’altra serie di improperi a un paio di automobilisti random, per far capire a Brian che sì, era tutto a posto e lui era ritornato in character.
I gemelli osservarono tutta la scenetta con infantile interesse, e alla sua conclusione si lanciarono un breve sguardo di comprensione e sollevarono entrambi un sopracciglio, in segno di silenzioso ma divertito sconcerto.
Matthew colse il cenno nello specchietto retrovisore e mugugnò.
- In effetti vi somigliate. – confessò, scrollando le spalle, mentre Brian annuiva con decisione.
- E chi è il più grande fra voi due? – chiese Brian, al colmo della curiosità, probabilmente prendendo appunti invisibili per poi costringere una qualche fabbrica sperduta da qualche parte nel meraviglioso mondo della sua mente a crearne due copie identiche per il proprio esclusivo divertimento.
- Io! – disse Tom gioioso, mentre Bill lo indicava, ugualmente gioioso, - Sono più grande di dieci minuti! – proseguì, gonfiandosi orgoglioso come un galletto.
- Oh! E ti prendi cura del tuo fratellino adorato? – continuò Brian, gli occhi ormai ridotti a due pozzi di fangirling.
- Sìsì! – annuirono insieme i gemelli, allargando le braccina e stringendosi amorevolmente a vicenda.
- Awh! E Bill, tesoruccio, tu come ti trovi nei panni di fratello minore? – continuò imperterrito Brian, totalmente dimentico dell’uomo irritato al suo fianco, che peraltro continuava a divertirsi a suo modo minacciando di morte poveri automobilisti in vacanza.
Bill per tutta risposta si lasciò andare ad un risolino dolcissimo, accoccolandosi come una piccola palla di pelo nero riflessato biondo contro la spalla del fratellone.
- Tomi è dolce e tanto tanto paziente! E io lo amo tantissimo!
- Ommamma! – sospirò Brian, brillando estasiato, - Matty, non sono la cosa più canon che tu abbia mai visto?
- Canon?!
I gemelli sorrisero compiaciuti, strizzandosi a vicenda.
- Ce lo dicono spesso anche Gusti, Georg e Dave, anche se non sappiamo cosa significa, ma probabilmente è un complimento! – gongolò Bill, strusciandosi contro la spalla del fratello, mentre quest’ultimo continuava ad annuire convinto.
Brian si lasciò andare a un piccolo applauso d’approvazione, e poi fece per tornare a sedersi composto al proprio posto, ma non ebbe neanche il tempo di girarsi che nel piccolo spazio fra i loro sedili e quello posteriore si diffuse un suono inquietante molto – troppo – simile a un ritornello dei Cradle Of Filth.
Matthew rischiò per l’ennesima volta di causare un disastro di proporzioni enormi, frenando bruscamente.
- Quello era un growl!!! – strillò sconvolto, lanciando occhiate terrorizzate ai gemelli, - Era palesemente un growl!!! Dov’è Dani Filth?! Dovedovedove?! Oddio! Brian! Dovremo disinfettare la macchina! Non voglio che la tappezzeria rimanga impregnata dei rutti di quell’uomo!!!
- …Matt. Calmati. – disse Brian atono, fissandolo come fosse pazzo, - Credo che i bambini abbiano fame.
- …ah. – commentò brillantemente Matthew, mentre i gemelli cominciavano a ballare come bimbi dell’asilo, canticchiando “fame, fame!” sulle note di “ma che bel castello marcondirondirondello”.
- Dovremo trovare qualcosa da dargli… - mormorò Brian, accarezzandosi pensieroso il mento. Poi il suo sguardo si illuminò e sul suo volto si aprì un sorriso vittorioso. – Cos’è che abbiamo trovato in macchina accanto ai bimbi addormentati e al biglietto di Alex e David…?
Matthew rifletté qualche secondo.
- Una specie di valigia?
- Non una specie, Matthew! Una valigia vera e propria! E sopra c’era scritto “da aprire in caso di emergenza”! Sarà sicuramente del cibo!
- Toh. – commentò acido Matthew, - E io che avevo pensato fosse il cambio di pannolino e i vestitini puliti per quando si fossero fatti la pipì addosso…
- Noi non ci facciamo la pipì addosso!!! – si ribellarono i Kaulitz, afferrando i capelli di Matt uno da un lato e uno dall’altro e prendendo a tirare come indemoniati, costringendo il cantante a tutta una serie di sterzate ad alta velocità che gli fecero guadagnare più d’un epiteto ingiurioso dalla fauna automobilistica che lo circondava.
- Suvvia, bambini, state calmi… Matthew, appena trovi un’area di sosta, fermati. È evidente che così non possiamo continuare.
- È evidente sì! – strillò Matt, massaggiando la cute dolorante, - Per questo, appena scesi, li legheremo al guard rail, li lasceremo lì, faremo inversione e torneremo a casa!
- No, Matt, amore, non è questo il piano… - disse dolcemente Brian, socchiudendo gli occhi, e, dal momento che Matthew aveva ripreso ad urlare come un ossesso, ricoprendolo di “non hai capito un accidenti di niente della vita intera, Brian!!!”, lo accarezzò lievemente sul collo e proseguì: - Avanti, vedrai: quando i pancini saranno pieni, i bimbi torneranno tranquilli.
Matthew lo guardò di sbieco, scivolando proprio malgrado contro la sua mano in un gesto morbido e stanco.
- Se non la finisci con questo atteggiamento da mammina… - minacciò lamentoso, - Giuro che ti compro un grembiule con una chioccia disegnata davanti. E poi ti ci imbavaglio.
Dopodichè, ignorando il risolino divertito di Brian e gli infantili gorgheggi dei gemelli, Matt individuò un’area di sosta e accostò, tagliando la strada a un pover’uomo che non chiedeva altro che proseguire diritto come aveva fatto fino a quel momento, e che, seppure incolpevole, ricevette una buona dose di insulti per la sua incompetenza evidente da parte del frontman dei Muse.
Quando la macchina fu ferma, al sicuro nell’area di sosta, col freno a mano ben piantato, solo allora Matthew osò spalancare lo sportello e scaraventarsi fuori dall’abitacolo, come fosse alla ricerca d’aria. Si guardò intorno – i campi coltivati di fronte a lui, brulle colline alle sue spalle, automobilisti indemoniati e disordinati ovunque – ascoltò Brian dire ai bambi- ai gemelli “Mi raccomando, rimanete qua buoni buoni, che noi fra poco torniamo” e desiderò realmente fuggire. Subito. Senza ripensarci.
Notò un autogrill poco distante da dove si trovavano, e pensò di fare una passeggiata a piedi fino a lì per prendere un caffé, magari qualche muffin, una bottiglietta d’acqua e poi mettersi a fare l’autostop – sebbene sulle autostrade italiane fosse inspiegabilmente vietato – per farsi portare al primo aeroporto utile e fuggire, chessò, alle Bahamas… ma il suo piano purtroppo non poté realizzarsi, perché Brian colse il brillio demoniaco e vigliacco nei suoi occhi e lo arpionò per il colletto della maglietta.
Tu vieni con me ad aprire la valigia, Matt. – disse glaciale e inamovibile il frontman dei Placebo, trascinando il proprio uomo disperato e mugolante lungo la strada, come un enorme sacco d’immondizia, - Non posso mica rischiare di rovinarmi lo smalto, se per caso non si apre dicendo “apriti sesamo”.
- Okay. – sbuffò infine Matthew, aprendo il portabagagli e recuperando il borsone che avevano trovato accanto ai ragazzi, - Apriamo questa roba.
La roba, all’interno, era divisa in tre scomparti. Uno, più grande, conteneva delle adorabili tazze da latte a forma di muso di mucca, due cucchiai pezzati bianchi e neri, evidentemente in coordinato con le tazze, due cartoni di latte e un’enorme, mastodontica confezione di corn flakes. “Per quando si svegliano”, recitava la calligrafia spigolosa di Jost, da un foglietto a quadretti tutto spiegazzato.
- Non sono Special K! – si lamentò Brian, sbuffando sonoramente e guadagnando in cambio un’occhiata di disapprovazione da parte di Matt.
Quando la delusione di Brian fu passata, i due si guardarono, ghignando compiaciuti.
Avevano trovato il modo per fermare il growl!
- E qua che altro c’è…? – chiese curioso Brian, adocchiando uno scomparto di media grandezza e forma circolare, all’interno della valigia.
Matthew recuperò il foglietto che usciva da sotto la scatola rotonda riposta nello scomparto, e lesse.
- “Se proprio non riuscite a farli stare zitti”, dice. – recitò atono, rivoltando il foglietto fra le mani, - E nient’altro.
Brian scrollò le spalle a aprì con noncuranza la scatola.
Era ricolma di caramelle gommose.
Entrambi gli uomini rimasero lì a guardare i dolcetti multicolore e multiforma per molti secondi, e infine si limitarono ad annuire comprensivi.
- Questa sarà la chiave della buona riuscita di tutto il viaggio! – gioì Brian, pieno d’entusiasmo. – L’ultimo biglietto dice…?
Matthew lo prese fra le mani e lesse.
- “Da usare solo se davvero non riescono neanche a tenere gli occhi aperti. A vostro rischio e pericolo”… sarà mica una bomba…?
Brian sollevò la tovaglietta che copriva il terzo comparto, rivelando quattro lattine blu e argentate.
- Peggio. – deglutì, - Red Bull.
- Una bevanda energetica?! – strepitò Matthew, inorridendo al punto da fare un passo indietro e rischiare d’essere investito da un bontempone che pensava fosse divertente fare il pelo alle macchine in sosta passando loro accanto a centottanta chilometri orari, - Quei due hanno bisogno di tutto, tranne che di una bevanda energetica!!!
- Mi sa che per una volta hai ragione. – annuì Brian, ricoprendo le lattine, - Ed è per questo che noi non gliele daremo. Mai e poi mai. Adesso prendiamo questa roba e portiamola in macchina, probabilmente fare colazione li calmerà.
Matthew roteò gli occhi, esasperato.
- Brian, amore, per quanto la visione che hai nella tua testa sia spaventosamente simile a quella di due poppanti di sei mesi, quei due giganti non hanno sei mesi! La colazione non li rintontirà al punto da costringerli a dormire, fornirà loro solo più energia, così potranno saltare sui nostri corpi esanimi e ridurci a brandelli!
- Matt-
- E tu sarai pestato dagli stivali coi tacchi di Bill!!!
- MATTHEW, CRISTO! – strillò Brian, afferrandolo per la maglietta e scaraventandolo contro la carrozzeria della macchina, - Adesso datti una calmata! Sono solo bambini! Sono innocenti! Cosa diavolo pensi possano fare?! Sono due angeli! Fino ad ora non ti hanno fatto niente, a parte quando hai dato loro dei piscialletto, eppure tu sei stato scorbutico e isterico dal primo momento!!! Adesso basta!!! Ora torniamo lì dentro, prepariamo loro la colazione e tu ti scuserai per essere stato il mostro che sei stato! D’accordo?!
Brian si interruppe, ansante, stringendo ancora il colletto della maglia di Matt fra le dita.
Lui lo guardò, terrorizzato dal suo sguardo iniettato di sangue, e lentamente posò la mano sulla sua.
- Bri… tesoro… non volevo irritarti tanto… - mormorò dolcemente, cercando di rabbonirlo, - Solo che pensavo di stare un po’ da solo con te ed è andato tutto a farsi benedire… ma hai ragione, hai ragione su tutto, poveri cari, mi sono comportato male con loro… adesso torno dentro e mi scuso, promesso… - gli lanciò una breve occhiata, osservando compiaciuto la furia ormai sparita dalle belle iridi grigioverdi, - Okay?
Brian sorrise, sospirando pesantemente e abbandonandosi contro di lui con tenerezza.
- Sapevo che bastava farti ragionare! – pigolò il leader dei Placebo, mentre Matthew gioiva silenziosamente del pericolo scampato.
- Bene! Mettiamo in pratica i buoni propositi. – asserì l’inglese, voltandosi verso il proprio sportello ancora spalancato, per raggiungerlo e rientrare in macchina, - Ragazzi, volevo dirvi… - cominciò, ma si interruppe quando si rese conto che nessun rumore proveniva dall’abitacolo, il che era assurdo, perché da quel poco che aveva visto gli era sembrato di capire in maniera del tutto inequivocabile che le parole “silenzio” e “Kaulitz” non potessero trovarsi nella stessa frase senza costituire un ossimoro.
- Ragazzi…? – cinguettò Brian, facendo capolino all’interno della macchina, per verificare che fosse tutto a posto, - Oddio, dove sono…?
- …LO SAPEVO!!! – tuonò Matthew, resistendo a stento all’impulso di afferrare la macchina con entrambe le mani, farla roteare sopra la testa e lanciarla lontano (più per evidente impossibilità di compiere l’azione che per altro) – Lo sapevo io, che non c’era da fidarsi! Te l’avevo pure detto! Ma tu no! Tu non capisci! “Sono due angeli”, dici tu!!! Due angeli un piffero, Brian!!! Chissà dove sono finiti adesso?!
Brian uscì dalla macchina e cominciò a guardarsi intorno, apprensivo.
- Oh, ma io li lascio qui! – continuò Matthew, sistemandosi più comodamente sul proprio sedile e rimettendo la cintura di sicurezza, - Eccome se li lascio qui! Che chiamino il loro baby-sitter, se vogliono farsi venire a salvare! Io mi sono rotto! – e così dicendo girò la chiave e mise in moto. – Brian? – chiamò, ma Brian non rispose.
Ma appena Matthew fece per sporgersi dal lato del passeggero, per capire cosa stesse facendo là fuori, immobile come uno stecco in assenza di vento, venne investito da un’enorme quantità di luce brillantissima e dall’immagine del proprio uomo in posa adorante – il viso proteso in avanti, le mani giunte sotto il mento, le gambe unite e dritte, tese come volessero aiutarlo a sporgersi il più possibile verso la scena che stava guardando – che fissava qualcosa che lui non riusciva a vedere.
- Oh, Signore Benedetto… - mormorò, liberandosi nuovamente dalla cintura e riscendendo dalla macchina, - Brian, cosa diavolo…? – ma anche lui non riuscì a continuare. Anche lui, non poté che fermarsi e, semplicemente, restare ad osservare.
Evidentemente, i gemelli Kaulitz erano silenziosamente scivolati fuori dalla macchina mentre loro erano intenti a rovistare fra i bagagli. Evidentemente, aiutati da quei trampoli che avevano al posto delle gambe, erano riusciti a scavalcare sia il guard rail che il muretto che separava la strada dal terreno montuoso. E lì s’erano seduti, in mezzo all’erba e ai fiori di campo, e avevano preso a coccolarsi come leoncini, con fusa e piccoli ruggiti compiaciuti annessi, totalmente dimentichi di tutto il resto.
- Ossignore!!! E adesso chi la paga a quel diavolo di Jost la tassa sul twincest?! Hai idea di quanto sia alta?!
- Maaaaaaatt!!! – strillò Brian, saltellando sul posto, - Ma guardaliiiiiiii!!!
- Disastro! – si lamentò Matthew, portando entrambe le mani ai lati del viso, - Ora chi li smuove più?!
- Ma non voglio smuoverli affatto! – trillò Brian felice, sistemando tutto il necessaire per la colazione in bilico sotto un braccio e organizzandosi per raggiungere i gemelli sul prato.
- Brian! Non ci riuscirai mai! Sei troppo basso per scavalcare il muretto!!!
Ma Brian neanche lo sentiva più. Aiutato da chissà che forza divina – probabilmente dal dio del fangirling, che aveva pensato che unire un Brian Molko alla già tenerissima scena dei gemelli Kaulitz non avrebbe potuto che giovare – era riuscito a raggiungere il prato e ora saltellava come uno stambecco in direzione dei ragazzi, agitando in aria cereali e latte in una pessima e decisamente inquietante imitazione di un’Heidi trentacinquenne maschio, abbigliato con un paio di terrificanti jeans ricoperti di toppe multicolori e una maglietta bianca sulla quale trionfava la scritta “I Love New York”.
- Brian… cosa diavolo stai facendo?! – urlò dalla strada, cercando di riportare la situazione in carreggiata, in tutti i sensi.
- Ooooh, Matty! Smettila di fare il guastafeste! – si lamentò Brian, invece di rispondere, poggiando il necessario per la colazione per terra e prendendo a intrecciare margherite per farne ghirlande con le quali addobbare i gemelli, - In fondo non abbiamo nessuno che ci insegue! Abbiamo tempo! Ah, e… c’è un plaid a scacchi sul sedile posteriore, vieni qui e portalo con te!


OMAKE
Uno stupendo talk-show condotto dalle autrici, con esclusivi collegamenti via satellite in giro per il mondo!
Redatto in stile copione teatrale perché alla liz sinceramente seccava stare lì a scrivere le cose seriamente.


Liz: Buonasera! Siamo qui riuniti per-
Ana: No, neechan, non c’entra… questa è la formula del matrimonio… il matrimonio è più avanti… non spoilerare i lettori…
Nai: Tanto è scema, dico, che ti aspetti…?
Liz: Adesso!!! Non cominciamo. Buonasera cari lettori! Vi presento l’omake! Un omake per il quale fino a dieci minuti fa non avevo il benché minimo straccio di idea, ma fortunatamente poi la mia neechan e la Lemmina mi hanno dato una mano via MSN e adesso so esattamente cosa fare!
Nai: Adesso ho paura.
Ana: No, ma è una bella idea, aspetta che la spieghi…
Liz: È un’idea geniale! Non a caso non è stata mia!
Nai: Tutto si spiega…
Liz: La finisci o no?
Nai: *solleva le braccia e poi si passa due dita sulla bocca come a chiudersela con la cerniera*
Liz: Comunque! Quello che faremo in questo talk-show, da oggi in poi, sarà addentrarci nei meandri misteriosi e scabrosi di questa fantastica storia che siamo sicure avrete amato dal profondo del vostro cuoricino fangirlante…
Ana&Nai: Ma anche no.
Liz: Dico, quando la piantate di sabotarmi è sempre tardi! Bando alle ciance, ecco il primo scoop: uno dei grandi misteri della serie è-
Nai: Quale assurda malattia impedisca a Matthew di capire con uno sguardo che Bill e Tom sono gemelli?
Liz: No. E non parlarne di fronte ad Ana, che lei ne è affetta!
Ana: Allora il mistero potrebbe essere cos’è che spinge i gemelli a comportarsi da decerebrati per i tre quarti della fic – mentre per il restante quarto dormono?
Liz: A parte che questo si scoprirà nel prossimo capitolo, il perché tutti nelle mie fic si comportino da decerebrati per principio è un mistero che non verrà mai svelato. Per esigenze di copione. MA COMUNQUE!!! La vogliamo smettere di dire vaccate?! Sono già dieci pagine, i lettori poi si stufano!!!
Ana&Nai: Ma chi ti vuole?! Fai tutto tu! Prima chiedi e poi ti arrabbi, ma sei normale?!
Liz: Maledizione a me e a quando ho deciso di scrivere questa fanfiction in comunità. Dicevo, uno dei grandi misteri della serie sarà cercare di capire dove diavolo siano finiti Alex e David, scappati in fuga d’amore, e perché l’abbiano fatto. A questo proposito, siamo collegati in diretta con questo luogo misterioso, dove Alex e Dave…
*sullo schermo scorrono immagini idilliche dei due manager che corrono lungo la spiaggia con sottofondo musicale di Asereje*
Liz: REGIA!!! Che c’entra Asereje?! *indica lo schermo* Stanno amoreggiando, serve una canzone italiana degli anni ’60 o peggio!
*la Lemmina dalla regia fa segno di vittoria e mette su Maledetta Primavera di Loretta Goggi, gentilmente suggerita dalla neechan*
Liz: Adesso ci siamo! Alex, Dave, ci sentite?
Alex&Dave: Forte e chiaro!
Liz: Bene! Cosa ci dite di bello?
Alex: *con sguardo sognante* Aaaawh, qua è tutto così meraviglioso! Spiagge chilometriche, sole, hawaiani sexy che ci sventagliano per non farci sudare…
Ana: Quindi siete alle Hawaii!
David: Ovviamente no. Però hawaiani rendeva bene, vero amore?
Alex: Vero amore!
Nai: Bleah!
Alex&Dave: …come sarebbe a dire bleah?
Nai: Io disapprovo! L’ho detto anche alla liz, quando progettava di scrivere questa vac- ehm, questa storia! Alex, è ingiusto che tu abbia lasciato Tom per scappare con- con- con- con un formaggio!!!
Alex&Liz: NON È UN FORMAGGIO!!!
Lemmina (dalla regia): E comunque è un gran bel pezzo di formaggio!
Nai: È comunque scappata con lui!
Alex: *tirando fuori un fazzoletto da talk-show strappalacrime* Ho lasciato Tom perché lui non mi amava più!
Nai: Non ci crederò mai!!! L’ho visto l’altroieri, era un uomo completamente disfatto e-
Liz: Nai, vuoi smetterla di spoilerare i lettori?! Di questo si parlerà nel prossimo omake!
Ana: Ma spiegatemi una cosa… io posso capire che tu, Alex, abbia lasciato Tom, ma dico, sei una donna adulta… fuggire così… senza spiegare niente a nessuno… mollando i gemelli a un paio di genitori snaturati che palesemente non hanno la più pallida idea di come prendersene cura… mi meraviglio di te! E mi meraviglio anche di te, neechan! Perché questa predica la fai fare proprio a me?!
Liz: *scrolla le spalle* Non parlavi da un po’…
Alex: Parli così perché non sai! *morde fazzoletto* Se anche tu avessi avuto Matthew a girarti intorno come un’ape imbizzarrita ripetendo come un pazzo “devi tornare con Tom, devi tornare con Tom, devi tornare con Tom”, anche tu avresti avuto voglia di fuggire in un luogo sperduto e ignoto agli occhi del mondo!
Liz: Aha! Abbiamo scoperto il motivo per il quale i due sono scappati!
Nai: Già. Come al solito Matt ha fatto una vaccata random della quale pagheremo tutti le conseguenze per SECOLI, visti i mille seguiti che volete scrivere di quest’oscenità!
Ana&Liz: Non parlarne come se non c’entrassi niente!
*la Lemmina fa cenno di tagliare dalla regia perché è mezzanotte e quindici e le autrici hanno di meglio a cui pensare che non continuare a dire idiozie a ripetizione*
Liz: La Lemmina ha ragione! È stato un piacere, signore care…
David: Un attimo, dovremmo parlare degli estremi per il pagamento della tassa twincest che-
Liz: ECCO, È PROPRIO ORA DI CHIUDERE!!! Al prossimo capitolo, con nuove, esaltanti rivelazioni!
Nai&Ana: Esaltanti? Avremo mica visto uno show diverso?
Liz: Tacete adesso! Lemmina, sigla!
Lemmina (dalla regia): Tarattattatattà tarattattattà! *copincollata direttamente dalla finestra MSN*

FINE PRIMA PUNTATA
(sul serio)



Dall’autrice… Ed eccoci qui alla fine del primo capitolo :’D Facciamo un po’ di making of, che non fa mai male (anche perché sennò poi rischio di dimenticarlo, e non sarebbe bene X’D). Allora, questa storia, so che morite dalla voglia di saperlo, è nata totalmente per caso, mentre guardavo una buffa gallery su Virgilio, e venivo inondata da decine di immagini lol provenienti da tutta Italia, raffiguranti cartelli stradali idioti et similia XD
Comunque, dopo aver visto tutta ‘sta serie di idiozie, la prima cosa che ho pensato, ovviamente, è stata “Voglio scrivere una fanfiction in cui Brian e Matthew portano i gemelli in giro per l’Italia” X’D Al che mi sono rivolta ad Ana, sperando che, tipo, mi fermasse. Ma lei, essendo il mio seme, non poteva che fomentarmi di più, e perciò invece di fermarmi ha risposto “Posso dare una mano? *_*”, e da lì praticamente la fic è diventata sua X’DDDD Nel senso che io ho dato l’idea e abbozzato la trama, e lei s’è messa a sputare fuori una tale quantità di scenette lol con cui riempire le pagine che, come avrete intuito, da oneshot che era nata la storia è diventata una longfic X’D Una lol-longfic <3
Poi, chiaramente, è degenerata grazie anche al mio cervello e a quello di Nai, c’è da dire X’D Si sono aggiunti dei motivi, s’è perfezionata la trama, sono nate pure le mascotte della storia <3 (che vedrete più avanti XD), si sono aggiunte ALTRE scenette lol e altre persone alle quali devo tanto (la Lemmina, Vale e Bea <3), e alla fine di tutto ciò Road Trip è diventata un’epopea divisa in tanti di quei seguiti e controseguiti che vi confonderete prima di arrivare alla fine di tutto, credetemi X’D Per la gioia vostra e mia <3
(PS: Ci tengo a specificare che scrivo in prima persona perché sono il comandante in capo – altresì detto Führer – dell’armata delle fangirl… ma siamo veramente tante teste dietro questa storia X’D Quindi amateci tutte <3)

Genere: Comico, Demenziale, Parodia.
Pairing: MatthewxBrian.
Rating: PG-13
AVVISI: Boy's Love, CrackFic, RPS.
- Il concerto parigino del Live8 (e soprattutto il tempo passato nel backstage) non potrà svolgersi in maniera tranquilla, se sommiamo alla normale follia di Matthew e Brian anche quella di un fangirlantissimo Bono e cospargiamo tutto con una spruzzata di esasperazione da parte di Dom e Stef! E cosa c'entra il peluche a forma di cane?!
Note: Questa demenza senza il benché minimo senso e priva anche di veridicità a livello storico (la foto che ha ispirato tutto questo non è stata scattata il giorno del Live8 e decisamente Bono non era a Parigi a pulire per terra quando il concerto aveva luogo X’D Per non parlare del fatto che Brian e Matt non erano in luna di miele a Parigi in quel periodo! Erano in luna di miele altrove ù_ù”””) è dedicata ad Eide e IrishBreeze <3 Due ragazze amabili con le quali condivido varie ed eventuali passioni musicali e fangirlanti <3 In particolare, è colpa della prima se l’idea m’è venuta in mente, ed è colpa della seconda se mi sono sentita stimolata a portarla avanti fino alla fine. Quindi, come al solito, io sono del tutto incolpevole ù_ù Prendetevela con loro ù_ù
Ringrazio altresì tutte le altre fangirl che sono rimaste pazientemente in attesa della fine, e che hanno sopportato i miei deliri via MSN (neechan, Juccha, Lemmina <3) e via SMS (Nai <3). Vi lovvo <3
Non odiatemi troppo, eh X’D
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Before you begin… Questa è la dose mensile (mensile? Facciamo anche settimanale… o giornaliera… ç_ç Sono perduta) di lol demente della liz :D Pertanto, niente di quanto descritto in questa storia è reale, e neanche realistico, se è per questo X’D Si fa per ridere, e perdonatemi se per una volta (la modestia dov’è?) fa veramente schifo X’DDDD
I tati non mi appartengono, eh. Nessuno di loro. E non ci lucro su, no no ù_ù Affatto.

Matt, Brian E Il Peluche A Forma Di Cane


Bono si nascose nello sgabuzzino.
Non era un avvenimento che avesse luogo molto spesso, ma la situazione contingente era tale da impedirgli di poter continuare a girovagare libero per gli studi. Edge, da qualche parte, lo stava cercando. E voleva la sua testa.
Il frontman sbuffò, incrociando le braccia sul petto e giocando a prendere a calci una scopa.
Non capiva sinceramente quale fosse il problema del suo chitarrista!
In fondo, non aveva fatto altro che esternare la propria intenzione – neanche, il proprio desiderio – di invitare due comunissimi e normalissimi ospiti al Live8…
Si guardò circospetto intorno. Constatò che l’antiquato chiavistello della porta fosse ben chiuso e poco propenso ad aprirsi e poi tirò fuori il cellulare dalla tasca dei jeans, cercò un numero in rubrica e chiamò. Attese solo pochi secondi, non più di uno squillo, prima che una voce allegra e trillante rispondesse dall’altro lato della cornetta.
- Ciaaaaaaao Bono!
- Carissimo! – esultò felice il frontman, mettendo una mano sul fianco e accomodandosi su uno scatolone nel mezzo della stanza, - Come va? Ho saputo che sei di nuovo felicemente ammogliato!
- Già. – annuì la voce allegra e trillante, - Lo sai, non sono tipo da privarmi di una relazione per troppo tempo…
- Sì, be’, quando ho sentito con chi stavi mi sono quasi preoccupato… ho temuto, non so, che gli alieni ti avessero rapito durante la notte, per scambiarti con una replica perfettamente uguale a te ma totalmente folle…
- Ah! Attento a non parlare di alieni davanti alla mia nuova mogliettina… non vuoi davvero iniziare questo discorso in sua presenza! – rise la voce allegra e trillante.
- Sì, ho letto qualcosa in giro… - rise a sua volta Bono. – Ma dimmi, dimmi, che programmi avevate per la prossima settimana?
- Mah. – sbottò la voce allegra e trillante, mentre si trasformava rapidamente in una voce dubbiosa e sbuffante, - Siamo qui a Parigi in luna di miele, e…
- Parigi! – gioì Bono, battendo una mano sullo scatolone, - Cosa sentono le mie orecchie!
- …scommetto che stai per proporci un nuovo modo per salvare il mondo. – asserì la voce dubbiosa e sbuffante, mentre un’altra voce, più lontana, annoiata e insofferente, borbottava “ma hai finito con quello stupido telefono?!”.
- Esatto! – annuì Bono. – Avrete sentito che Parigi sarà una delle location dove avrà luogo il Live8, no?
- Ah-ha…
- E quindi, se non avete niente di meglio da fare…
La voce dubbiosa e sbuffante, appunto, sbuffò, e mormorò “aspetta che chiedo”. Dopodichè Bono ascoltò le due voci confabulare per un po’, e dopo qualche secondo la voce annoiata e insofferente si trasformò in una voce allegra e trillante proprio come la prima, e disse “Cantare? Non vedo l’ora!!!”.
- Direi che va bene. – rispose infine la voce dubbiosa e sbuffante, tornando pure lei allegra e trillante, - Ci vediamo lì!
La conversazione venne bruscamente interrotta quando la seconda voce allegra e trillante strappò il cellulare dalle mani della prima e minacciò “ora se non lo spegni lo butto nella Senna!”.
Bono sogghignò, e si preparò ad uscire vittorioso dallo sgabuzzino, meditando di non dire nulla ad Edge fino a quando per lui non fosse stato troppo tardi per poter fare qualcosa per cambiare la situazione.

*

- Che giornata meravigliosa! – strillò Bono Vox, saltellando felice come un coniglio da un lato all’altro del backstage, dando all’enorme stanza gli ultimi ritocchi.
- Perché ho come l’impressione che qualcosa andrà storto e saremo coinvolti in una situazione assurda? – chiese Edge, aiutando il proprio frontman a sistemare la fodera rossa anti-macchia sul divanetto nel mezzo della stanza.
- Non riesco a capire di cosa tu stia parlando. – cinguettò Bono, abbandonando la fodera al suo destino e ricominciando a saltellare allegramente, volando di poltrona in poltrona per verificare la morbidezza dell’imbottitura.
- Sto parlando… - disse Edge, afferrandolo per una spalla e portandolo di fronte all’enorme armadio pieno di assurdi costumi di scena che l’irlandese aveva piazzato su una parete della stanza, - …di quello.
Fra i vestiti faceva capolino in effetti una gigantesca cesta ricolma di giocattoli.
- Ehm. – disse Bono e, non trovando altro di più intelligente da aggiungere, tacque.
Ehm il cavolo. A cosa dovrebbero servire i giocattoli?!
- …portano allegria e colore all’ambiente! – motivò Bono, illuminandosi d’immenso, mentre prendeva una palla a caso e cominciava a farla rotolare sul pavimento.
- …certo. – annuì Edge, fingendo di credergli, - Soprattutto stando chiusi in un cestone qua dentro. Mi convinci proprio, B.
- Oh, insomma! Sono solo giocattoli! Cosa vuoi che significhino?!
- Significano esattamente che c’è qualcosa che non mi hai detto! E voglio sapere cos’è!
- …
- …perché se è quello che temo…
Proprio in quel momento, la porta si spalancò e Brian Molko fece il proprio ingresso trionfale, seguito a ruota da Matthew Bellamy, il suo nuovo ragazzo.
- Siamo un po’ in anticipo! – gridacchiò il frontman dei Placebo, tuffandosi sul divano e lanciando una banana a Matt, che la prese al volo, - Spero non sia un fastidio!
- Figuratevi!!! – gioì Bono, fregandosi le mani, - Siete sempre i benvenuti qui!!! Buon divertimento, spero che la permanenza sia di vostro gradimento! – e, così dicendo, prelevò Edge e lo trascinò nell’altra stanza, richiudendosi istantaneamente la porta alle spalle.
- Ecco, era esattamente quello che temevo! – sbottò Edge, gesticolando, - È da quando è venuta fuori la storia che stanno insieme che mediti di invitarli al Live8 per cantare!!! Lo sapevo che sarebbe successo!
- Ma Edge, scusa! – si lamentò il moro, stringendosi nelle spalle, - Fino a questo momento, ogni volta che si è provato a farli stare insieme nella stessa stanza, si sono ottenuti effetti disastrosi che andavano dallo scoppio della quarta guerra mondiale alla detonazione di una bomba atomica! Permetti che colga l’occasione di una loro possibile civile convivenza per istigarli a suonare per fare qualcosa di buono per il mondo e salvare l’Africa da-
- Tu dici troppe belle parole. – lo interruppe Edge, tappandogli la bocca, - E non ti guardi abbastanza intorno. Quella ti pare una civile convivenza?! – sbuffò, indicando Matt che divorava banane sul divano ripassando i testi assurdi delle proprie canzoni e Brian che faceva di tutto per distrarlo, miagolando intorno a lui e strusciandoglisi addosso.
- …facciamo… “pacifica” al posto di “civile”…? – mormorò Bono timoroso.
- Bah! – concluse Edge esasperato. – Che finirà male lo sappiamo entrambi. Tanto vale prepararsi al peggio e correre ai ripari in caso di bisogno.

*

Al termine della propria esibizione, Matthew Bellamy rientrò felice nel backstage e si accasciò sul Divano Rosso Del Riposo, con un sorriso soddisfatto sul volto. Neanche due secondi dopo, Brian Molko era al suo fianco, e lo guardava con occhi brillanti d’amore e devozione.
- Siete stati fantastici! – commentò il frontman dei Placebo, giungendo le mani sotto il mento, - E tu con questa camicia sei… sei… veramente incommentabile!!!
- Spero in senso buono… - ridacchiò Matthew, stendendosi più comodamente sui cuscini, mentre Brian si arrampicava sul divano e si accoccolava contro di lui.
- Una volta tanto, sì! – rise l’uomo, sistemando i cuscini sotto la testa del proprio compagno e aiutandolo a distendersi meglio. – Adesso che fai?
Matthew aprì appena gli occhi per lanciargli uno sguardo luminoso di gioia e sporgersi verso di lui, baciandolo lievemente sulle labbra.
- La nanna. – rispose, tornando disteso.
- Ma… ma… - balbettò Brian, deluso, - La mia esibizione…
Stefan trattenne Steve dallo sgozzare il proprio frontman, mentre il batterista ripeteva sconvolto “la tua esibizione, Brian…?!”.
- Mi sveglierò in tempo per vederti, tesoro… - lo blandì Matt, sollevandosi ancora una volta per baciarlo sulla punta del naso, mentre Steve strillava e, indicandoli, faceva notare a Stef che “quei due bastardi parlavano come se loro non esistessero affatto!”.
- Ma!!! – continuò Brian, sempre più triste, - Io canto stasera! C’è ancora un sacco di tempo! Mi annoierò!!!
Matthew sorrise ancora una volta, possibilmente più soddisfatto di prima, e non rispose.
- Matt!!! – lo richiamò Brian.
Nessuna risposta.
- …Matt?
Un lieve grugnito annunciò rombando che il frontman dei Muse stava già dormendo e si apprestava anche a cominciare a russare.
- Matt!!! Non ci posso credere!
Con uno sbuffo irritato saltò giù dal divano e si accucciò per terra, le gambe incrociate, fissando Matthew felicemente assopito, abbandonato contro i cuscini, con un sereno sorriso sul volto.
- Oooh… - mormorò, a metà fra la delusione e la tenerezza, - Non riesco neanche ad avercela con lui… è così adorabile… vero Dominic, che è adorabile? – chiese amorevolmente, afferrando il povero batterista che passava di lì e costringendolo a sedersi accanto a lui.
- ALT, Molko! – disse il batterista, alzando le braccia, - Non so cosa diavolo vuoi! – proseguì, - Ma sappi! che nella mia mente assomigli molto al male primordiale! Tipo il serpente di Adamo ed Eva! E, per quanto mi riguarda, potresti tranquillamente essere la sua reincarnazione! – si interruppe, prese fiato, continuò. – Quando Matt mi ha detto che stavate insieme, mi sono opposto! Quando mi ha detto della luna di miele, mi sono disgustato! Quando mi ha detto di oggi, mi sono spaventato, e ho fatto bene!
Brian annuì lentamente, ascoltandolo con attenzione.
- Non mi stai simpatico. – continuò Dom, - Non ti trovo piacevole e non vedo alcuna ragione per la quale dovrei andare d’accordo con te, passare del tempo con te o anche solo restare ad ascoltarti! E quindi ora gradirei essere lasciato in pace. Ci comprendiamo?
Brian annuì ancora.
Poi sorrise.
- Allora? – chiese innocentemente, - Non lo trovi anche tu adorabile?
Dominic si diede una manata sulla fronte.
- No, dico… - cominciò mugugnando, - Tu potrai pure essere enormemente malefico, l’incarnazione del demonio sulla terra e tutto il resto, ma… - lo squadrò da capo a piedi, - insomma, sei parecchio bellino. Sei una specie di emo-barbie piatta, bassa e con i piedi in posizione normale…
- …guarda che-
- No, non credo affatto che la situazione nelle tue mutande sia diversa da quella nelle mutande di Barbie. E comunque, il succo non è questo. È che comunque sei… - lo squadrò di nuovo, - piacente. Ora, vuoi cercare di spiegarmi in poche parole per quale motivo uno come te dovrebbe essere attratto da… - squadrò Matt, - lui?!
Brian ghignò.
- Avevi detto che non avevi alcuna voglia di parlare con me…
- Sì, ma la mia curiosità scientifica sta avendo la meglio. – annuì il batterista, - Quindi?
Brian giunse le mani sotto al mento.
- Ma guardaloooo!!! – disse, indicando il proprio uomo profondamente addormentato, - È la cosa più carina che esista! Quel nasino!
- Enorme!
- Quel visetto!
- Affilato e puntuto come un coltello!
- Quel fisico!
Quale fisico?!
I due si guardarono.
- Sai, Dom… - disse infine il frontman dei Placebo, interrompendo il secondo di silenzio, - Mi conforta sapere che non sei attratto dal suo uomo, davvero. Però non c’è bisogno di farmelo sapere in maniera così rude… mi fai passare per un uomo privo di gusto…
- È quello che sto dicendo! Insomma… guardalo! Ew!
- Sai, non credo che a Matty farebbe piacere sentirti dire cose simili…
- Tanto dorme, chissene.
Brian ridacchiò debolmente e si appoggiò sui palmi delle mani, accomodandosi meglio sul pavimento.
- Comunque in effetti non è del tutto perfetto. – disse, rimirando il quadretto di Matty addormentato, - C’è qualcosa che manca.
- Oh! – ridacchiò Dom, mettendosi in ginocchio, - Lo so io! Un bel paio di baffi!
E, così dicendo, tirò fuori dalla tasca dei jeans un uniposca dorato e si mise a dipingere la faccia di Matt.
- Noooo, cosa fai?! – strillò Brian, portando le mani alle guance e, subito dopo, accorgendosi dell’inutilità del gesto, utilizzandole per qualcosa di più sensato, tipo scacciare Dom come fosse stato una mosca, - Non deturpare il bellissimo volto del mio uomo! – minacciò, e subito dopo afferrò la borsetta, ne estrasse un pacchetto di salviette imbevute e cercò di ripulire il naso di Matt dalle macchie di colore, tra le sonore proteste di quest’ultimo, che continuava a ripetere mugugnando “nooouh, ho sonnoooouh”.
- Brian, si può capire cosa diavolo stai facendo…? – disse Stef, avvicinandosi a lui, attirato dal suo muoversi frenetico attorno all’inglese.
- Dom l’ha sporcato! Io l’ho pulito!
- …ma lascialo in pace! – sbottò il bassista, inorridito, - Non vedi che dorme?!
- E infatti io sto vegliando sul suo sonno.
- Ah, be’. Ovvio.
- Piuttosto, Stef, Stef! Dammi una mano, non capisco!
Stef si sedette al suo fianco, incrociando le braccia.
- Cos’è che non capisci?
- Be’, guardalo! – disse, indicando il proprio uomo, - È bellissimo, su questo siamo tutti d’accordo.
- …
- …Stef?
- Sì, sì, certo, Brian.
- Ecco. Solo che… non so, è come se gli mancasse qualcosa… - commentò dubbioso, grattandosi il mento.
- …come quando manca la ciliegina sulla torta?
- Ecco! Sì! Esattamente!
Stef scrollò le spalle.
- Sta dormendo. – disse, - E quindi non sta mangiando banane. È ovvio che ti sembri strano.
- Lo vedi che non hai capito niente?! Non sto parlando di questo!
- Ma come no? – chiese Stef, assottigliando gli occhi e fissando Matt con interesse artistico, - Guarda che io sono serio, secondo me gli manca la banana…
- …se c’era un doppio senso, Stefan…
- No, no! – si affrettò a difendersi lo svedese, - Dico sul serio… aspetta.
Si sollevò da terra e corse saltellando verso il frigo-bar a pochi metri da loro, lanciando lontano Dominic che, dopo essere sopravvissuto al “battibecco” con Brian, aveva decisamente bisogno di reidratarsi.
Aprì lo sportello e scomparve all’interno dell’elettrodomestico, riemergendone solo quando ebbe trovato ciò che cercava.
- Ecco! – disse, esibendo un’enorme banana matura ma ancora mangiabile.
Si avvicinò al frontman del Muse e posizionò la banana in equilibrio sulla sua testa, per poi allontanarsi di qualche metro e rimirare compiaciuto il proprio capolavoro.
Brian guardò Matt. Poi la banana sulla sua testa. Poi Stef.
- Stefan, mi stai prendendo per il culo, vero?
- Ovviamente. – rispose il bassista annuendo.
- …no, era per capire. Ora puoi sparire, grazie.
- Agli ordini! – sorrise Stef, dirigendosi ridacchiando verso il bagno.
Brian tornò a sedersi per terra, stendendo le gambe davanti a sé e continuando a fissare Matt con disappunto. Non poteva tollerare di trovarlo così imperfetto! Doveva assolutamente risolvere quell’enigma!
Fissò la banana ancora in equilibrio precario sulla sua testa e annuì. Decisamente qualcosa in quel punto gli donava. Ma la banana era del tutto fuori luogo!
- Uff! La gente passando qua davanti potrebbe dire cattiverie tipo “non ce l’ha nelle mutande e quindi se la mette in testa”!
Bono, che andava raccogliendo tutta la spazzatura lasciata in giro per la stanza dagli artisti che attendevano il proprio turno di esibirsi, si sistemò la cuffietta da domestica sulla testa e, dopo aver ascoltato le parole di Brian, gli si avvicinò.
- Bri… - disse comprensivo, - Solo tu potresti arrivare a pensare una bastardata di un tale pessimo gusto… solo tu, e forse anch’io…
- Uffa, Bono!!! Non riesco a venirne a capo! Matty è bellissimo, ma gli manca qualcosa e io non riesco a capire cos’è!
- …la banana non basta?
- No che non basta! Non è appropriata! – e così dicendo, gliela strappò dalla testa con un gesto stizzito e la lanciò nel sacchetto nero che Bono trascinava attaccato alle spalle. – Aaaargh, adesso è ancora peggio!!! Guarda, senza niente sopra è così… spoglio!!!
- Non stiamo parlando di un albero di Natale, Bri… - lo blandì Bono, cercando di calmarlo, - Avanti, dai, lascia perdere questa stupidaggine… vieni con me, ti mostro una bella cosa… - disse, prendendolo per mano e conducendolo gentilmente verso l’armadio, - Vedi, qua dentro c’è un’enorme cesta piena di giocattoli! L’ho preparata apposta per te e Matt, così quando lui si sveglierà potrete giocare insieme! E intanto tu puoi giocare da solo!
- Uuuh! – pigolò Brian, illuminandosi alla vista del cestone, - Sì! Che cosa carina! Grazie Bono!
- Puoi chiamarmi papà! – si commosse l’irlandese, dandogli una pacca sulla testolina.
- Grazie papà! – disse Brian sorridendo, - Ma attento ai capelli!
- Oooh, sei così carino quando fai così! Dai, dai, gioca, che papino ha altro da fare…
- Okay papino! – continuò Brian, accucciandosi per terra accanto alla cesta e cominciando a scavare fra i giochi con aria indemoniata.
E mentre cercava e cercava, d’improvviso lo trovò.
Eccolo, l’addobbo perfetto!
Riemerse dal cestone nel quale era caduto, con i capelli scarmigliati e un piccolo cagnolino di peluche a batterie in mano.
- Yay! – disse felice, - Ragazzi, guardate! L’ho trovato!
Tutti gli artisti presenti si voltarono a guardarlo, attirati dal suo urletto gioioso.
- Non mi dire che hai intenzione di mettergli addosso quel cane! – strillò Dom, inorridito.
- Potrebbe essere un’idea… - commentò Stef, - Almeno si metterebbe il cuore in pace. E lascerebbe in pace noi.
Ignorando tutti quei commenti, Brian trotterellò felice accanto al proprio uomo, posizionò il cane di peluche sulla sua testa e poi lo accese.
Il cane si guardò intorno, piegando il capino a destra e poi a sinistra. Scodinzolò festoso. E poi abbaiò.
- Bau! – disse il cane.
- Awh!!! – dissero tutti, colpiti a morte dalla carineria estrema di quella scenetta.
- Ma che…? – disse Matthew, svegliandosi e sollevando il capo dal cuscino, mentre il cane si reggeva in equilibrio precario sulla sua testa.
- Heh. – sorrise Brian, felice, socchiudendo graziosamente gli occhioni, - Adesso sì che è perfetto!
Genere: Comico, Demenziale, Parodia.
Pairing: BillxTom, MattxBrian, principalmente, ma ci pieghiamo alle esigenze del lol quando serve XD
Rating: R
AVVISI: Boy's Love, CrackFic, RPS.
- Una raccolta contenente una serie di oneshot demenziali ispirate alle fiabe tradizionali (o della Disney X'D) rivisitate in chiave demenziali con protegonisti Muse, Placebo e Tokio Hotel.
Note: Inserirò un commento quando avrò concluso la storia è_é
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Fairytales Gone Bad
1. CAPPUCCETTO BILL
Storia di una bella bimba (?), di suo fratello e delle loro disavventure nella Foresta del Lupo Cattivo

Before you begin… Questa storia è STUPIDA. Ma proprio stra-stupida come non ne vedete da tanto tanto tempo su questi lidi XD In compenso (dicono) è divertente è_é Voi godetevela e fatemi sapere ù_ù
Comunque né i gemelli né Brian né Matthew mi appartengono, ovviamente XD Niente lucro. Solo tanta idiozia XD Veniteci a patti è_é!
Ah, e Brian e Matthew non hanno alcun legame con Tom e Bill °_° Per carità, non sono legati neanche tra di loro!!! Ma le fic AU demenziali permettono questo ed altro, perciò viva le fic AU demenziali *_*!!!

*

C'era una volta una bambina molto carina che viveva un in bel paese con la sua mamma.
Solo che questa bambina si chiamava Bill.
E in realtà era un bambino. Eggià.
E non viveva solo con la sua mamma, ma anche col suo fratellino gemello, Tom, uguale a lui in tutto e per tutto a eccezione del fatto che Tom, be’, al contrario del fratello Tom sembrava maschio. Infatti, che la piccola Bill fosse in realtà un piccolo Bill, era un segreto; anche perché al piccolo Bill piaceva vestirsi da donna, e quindi sarebbe stato faticoso per mamma e Tom spiegare la situazione, se si fosse scoperto che era un maschio.
Comunque.
Un giorno, la mamma dalla cucina chiamò il piccolo Bill, e il piccolo Bill uscì dalla propria cameretta, scese le scale e la raggiunse.
- Che c’è mamma? – chiese, sorridendo allegramente.
- Piccolo Bill! La tua nonna s’è molto ammalata. – disse la mamma con aria grave, - E perciò ho bisogno che tu vada a trovarla a casa e le porti questi biscotti. – concluse, porgendogli un adorabile cestino di canapa intrecciata ricolmo di ogni ben di Dio.
Il piccolo Bill lo guardò come avesse contenuto scarafaggi e poi, arricciando il naso, afferrò una copertina spuntata dal nulla e se l’arrotolò addosso, crollando sul divano poco distante e accendendo la tv con aria distratta.
- Mammaaaah, - disse, con tono lamentoso, - non mi vaaaah!
La mamma, che ben conosceva il suo pargolo, non si arrese di fronte alla sua ritrosia, e si preparò a sfoderare la sua arma più potente: Tom.
- Ma dai, Bill, amore! – cinguettò allegra, afferrando Tom per il colletto della maglietta (mentre lui non si accorgeva di nulla e continuava a suonare la chitarra – o almeno a provarci – come stava facendo prima che sua madre lo prelevasse), - Ti accompagnerà Tomi!
La reazione di Bill non fu immediata, ma la mamma sapeva di non aver sbagliato i propri calcoli. E infatti gli occhi del suo figliolo cominciarono presto a sbrilluccicare come stelline.
“Uuuuh”, pensò Bill, “se prendiamo la strada del bosco saremo soli… potrò stare da solo con Tomi… potrebbe essere un’ottima occasione per farci le coccole!!!”.
Simone osservò il proprio figlio emanare luce come un piccolo sole, afferrare il fratello per la collottola e trascinarlo gioiosamente fuori casa, dopo aver indossato l’immancabile mantellina rossa che gli aveva regalato tempo prima e grazie alla quale tutti la conoscevano come Cappuccetto Bill, e poi ritornò tranquilla alle faccende domestiche.

*

Una volta che furono nel bosco, i ragazzi presero a dilettarsi con le loro attività preferite: mentre Tom riprendeva a fare del male alla propria chitarra, cercando di suonarla, Bill cominciò a vagolare in giro per la selva, ammaliato dai colori dei fiori e dai mille cinguettii diversi degli uccellini che lo circondavano.
- Tooooomiiiii!!! – chiamò entusiasta, roteando su sé stesso come una principessa Disney, - Guardati intorno!!! Non è bellissimo?!
- Mh-hm. – disse Tom, senza neanche sollevare lo sguardo dalle corde, facendo una smorfia crudele a un accordo nato sbagliato.
Bill gonfiò le guanciotte e aggrottò le sopracciglia.
Detestava essere ignorato! Avrebbe solo desiderato che suo fratello gli regalasse un fiorellino! Che lo guardasse, gli sorridesse, gli porgesse una margherita, sfilasse il cappellino, sciogliendo i rasta al vento come un modello in riva al mare e gli dicesse “Bill, sei il ragazzo più bello dell’universo! I miei occhi vorrebbero essere pieni solo ed esclusivamente della tua immagine! Ti voglio bene!”.
Ma no, Tom era troppo impegnato ad amoreggiare quella sua stupida chitarra, per accorgersi di lui! Cosa diavolo aveva quella chitarra in più di lui, in fondo? Era anche stupida! Aveva bisogno di essere suonata, per produrre quel rumore! Mentre Bill era perfettamente in grado di produrre rumore anche senza essere toccato!
Di quella immensa tristezza si accorse un lupo che passava di lì per caso, avvolto in una camicetta molto fashion, con un paio di jeans attillati anch’essi molto fashion, due graziose orecchiette lupose in cima alla testa e una lunga e morbida coda altrettanto luposa ad uscire con naturalezza da un buco sul sedere.
- Ciao, bella bambina! – disse il lupo, avvicinandosi a Bill e fissandolo con occhi bramosi, - Cosa c’è che non va?
Bill sollevò un paio di enormi occhioni castani truccati all’inverosimile, fissandoli in quelli grandi e grigi e altrettanto truccati del lupo.
- Non sono una bambina! – piagnucolò deluso, - Tutti mi scambiano per femmina solo perché sono carino e gracilino e ho i capelli lunghi e i lineamenti delicati e mi trucco e mi vesto da donna! Ma in realtà io sono maschio!
Il lupo lo guardò da capo a piedi, annuendo comprensivo.
- Be’, per me non fa nessuna differenza. – concluse deciso, - Io mi chiamo Brian, e tu?
- Io mi chiamo Bill! – rispose lui, sorridendo felice perché qualcuno lo stava prendendo in considerazione.
- E come mai piangevi? – si informò il lupo, premuroso.
- In realtà non piangevo, ero solo triste, ma evidentemente l’autrice pensava fosse più carino che tu mi chiedessi questo… comunque!!! È colpa di mio fratello Tom! Lui mi ignora! Continua a suonare la sua stupidissima chitarra e non perde neanche un secondo per dimostrare che tiene a me!
Brian lanciò uno sguardo a Tom, che continuava a tentare di suonare senza molto successo, sbagliando gli accordi e saltando le note, e pensò “oh, come lo capisco! Continua a provarci, povero caro, anche se il mondo è contro di te vedrai che un giorno anche tu strimpellerai bene come il sottoscritto!”.
- Signor Lupo! – strillò Bill, sentendosi nuovamente ignorato, e Brian tornò a dedicargli tutta la propria attenzione.
- Oh, povera bamb- ehm, povero bambino! – disse, giungendo le mani sotto al mento, - Che vita triste, la tua! Ecco, tieni un fiorellino! – e così dicendo gli porse una margherita.
- Yay! – gridacchio Bill, commosso, sistemando il fiorellino fra i capelli, - Grazie!
- E adesso che ne dici di divertirci un po’? – propose Brian, malizioso, avvicinandoglisi con fare ammiccante, da bravo lupo famelico.
Bill, però, non era uno sprovveduto! Era ben cosciente degli effetti che la sua persona poteva avere sui lupi famelici come Brian, e perciò si tirò indietro.
- Ti pare che io sia una sciacquetta qualsiasi?! – disse contrariato, - Io ho una dignità! Io non mi svendo così! Io non-
- Vuoi andare a farlo in un posto più comodo, vero?
- Esatto! – concluse Bill, battendosi un pugno sul palmo della mano come se quella fosse l’espressione che aveva sempre cercato durante tutta la propria vita.
- Allora perché non andiamo a casa da tua nonna? – propose Brian, sospirando di sollievo, - Ci liberiamo della vecchia e avremo il lettone tutto per noi!
- Yeeeh! – disse Bill, e poi entrambi, festanti, cominciarono a correre allegramente verso la dimora dell’ignara nonnina, mano nella mano, saltellando gioiosi con gli uccellini che continuavano a cinguettare felici sulle loro teste.
Nel frattempo, Tom aveva smesso di giocare con la sua chitarra e s’era guardato intorno, notando con estremo disappunto che sua sor- ehm, suo fratello era scomparso.
- Bill, tesorino, dove sei? – chiamò, - Vieni fuori, dai, che mamma mi ammazza se- ehm, che mi dispiacerebbe moltissimo se tu dovessi perderti!!!
Ma nonostante i suoi ripetuti richiami, dal folto del bosco non venne nessuna risposta!
Preoccupato, cominciò a vagare per la foresta, fino a quando non incontrò un cacciatore.
- Signore! – lo chiamò, avvicinandosi, - Scusi, sa, non è che per caso ha visto una bella bambina coi capelli lunghi e un cappottino rosso che vagava da queste parti?
- Un cappottino rosso come questo? – chiese a sua volta il cacciatore, facendo un giro su sé stesso per mostrare a Tom il proprio cappottino in tutto il suo splendore.
- Sì, sì! Esattamente come questo! – disse Tom, entusiasta.
Il cacciatore lanciò un urlo.
- Ommioddio! Ragazzo! Tua sorella è in grave pericolo! – disse, allarmato.
Tom si trasfigurò nell’Urlo di Munch.
- Perché in pericolo?! Cosa può esserle successo?!
- Devi sapere… - spiegò tenebroso il cacciatore, - che in questo bosco c’è un lupo maniaco che attacca qualsiasi cosa sia carina e pucciosa!
- E mio fratello è carino e puccioso!
- …ma non era una sorella?
- …be’, più o meno.
Il cacciatore annuì seriamente.
- Capisco. Il lupo ci andrà a nozze.
- È un lupo pervertito?!
- Il più pervertito che si sia mai visto sulla faccia della terra!!! – annuì il cacciatore, che ormai, visto il cappottino, abbiamo capito essere Matthew Bellamy, rabbrividendo, - Devi sapere che anche io… - cominciò a raccontare, ma Tom lo fermò.
- Non credo di voler conoscere i dettagli… andiamo a salvare mio fratello! – affermò Tom con convinzione.
- Sì! – disse Matt, imbracciando il fucile, - Dove possono essere andati?
- Probabilmente sono a casa della mia nonnina! Bill si sarà diretto lì in tutta la sua innocenza, e il dannato lupastro l’avrà seguito!
- Bene! – disse Matthew, - Andiamo! – ed entrambi si mossero verso la casa della nonna, al limitare del bosco.
Frattanto, Bill e Brian erano già arrivati a destinazione, si trovavano proprio di fronte alla porta di casa e stavano intensamente pensando a un modo per sbarazzarsi della nonna, conquistare l’appartamento e fare i loro porci comodi fino a quando sarebbe loro andato.
- Ma tua nonna che tipo è? – chiese Brian, come fosse interessato a scoprire se era una signora compiacente per organizzare un mènage a trois, sfilando celermente dalle spalle di Bill il cappottino rosso, per dimezzare i tempi una volta che fossero entrati.
- Oh, una signora tranquilla! – rispose Bill, mentre cercava anche lui di spogliare Brian sul selciato, - Una di quelle che preparano i biscotti e quando ti guardano dicono “oh, ti sei fatta proprio una bella signorinella!” – disse il ragazzo con uno sbuffo, liberandosi della propria camicia.
- Ah bene! – gioì Brian, facendosi avanti e puntando minaccioso alle labbra di Bill, - Allora non sarà difficile liberarsi di lei.
Bill rispose con un sorrisetto malizioso e soddisfatto, avventandosi sul lupo e scaraventandolo a terra, per poi arrampicarglisi addosso.
- CHI È CHE FA OSCENITÀ SUL TAPPETINO WELCOME DI CASA MIA?! – ululò all’improvviso un vocione, mentre qualcuno spalancava la porta della casa della nonna.
Fu in quel momento che Bill sollevò lo sguardo e vide la sua amata nonnina.
O meglio.
Era ovvio che fosse la sua amata nonnina, perché aveva la sua vestaglia rosa a fiorellini e i suoi occhialini spessi come fondi di bottiglia e la sua cuffietta celeste e le sue pantofole pelose a forma di coniglio e il suo mattarello in mano.
Ma in effetti quella roba non somigliava granché alla donnina gracilina e bassina che Bill ricordava.
- Nonna! – disse stupito, - Che mascelle grandi che hai!
- È perché non sono tua nonna, razza di deficiente, ma David Jost! – tuonò l’uomo, brandendo il mattarello a mo’ di ascia bipenne.
- E che fine ha fatto la mia nonnina? – chiese il ragazzo, mentre Brian, terrorizzato, cercava di fuggire senza riuscirci, dal momento che Bill lo teneva ancorato a terra con tutto il suo peso.
- Me la sono mangiata! – rispose David con un poderoso rutto, - Quella stronza andava in giro dicendo che sfrutto troppo te e tuo fratello! Avesse almeno una minima idea di quanto è difficile fare il mio lavoro!!!
- Oddio, David!!! Ti sei mangiato la mia nonnina!!! Ora come lo spiegherò alla mamma?! – chiese Bill con gli occhi pieni di pianto, cercando di ammorbidire il manager infuriato.
David però si mostrò completamente insensibile ai piagnucolii di Bill, e si limitò a scoccare uno sguardo crudele a Brian, che rabbrividì fino alla punta della coda luposa che gli era stata data in dotazione per la fanfiction.
- E lui chi sarebbe? – chiese il manager incuffiettato, con tono grave.
- Lui è Bri! – sbrilluccicò Bill, ignaro di tutto, mentre Brian continuava a tremare.
- E cos’è che avrebbe intenzione di fare qui? – proseguì impietoso David, incrociando le braccia sul petto.
- Io e lui volevamo farci tante coccole!!! – continuò a sbrilluccicare Bill, senza neanche un pensiero per la testa.
A quel punto, Brian pensò che fosse il caso di scappare, una buona volta, e così lanciò in aria Bill e scattò in piedi, ma non riuscì ad allontanarsi neanche di un passo, perché David lo afferrò per il colletto della camicia fashion che indossava e lo costrinse a rimanere fermo dov’era.
- TU! Dannato pervertito!!! Cos’è che avevi intenzione di fare al mio protetto?!
- Ma nulla! – si giustificò Brian, sorridendo terrorizzato, - Assolutamente nulla!!! Giuro!!! Ho famiglia e cucciolo a casa, sono un lupo rispettabile io, è il moccioso che ha frainteso tutto!!!
- Ma Bri! – piagnucolò Bill, - Quando ti ho chiesto se poi mi avresti sposato, mentre venivamo qui, hai detto “sì certo”!!!
- Perciò avevi anche intenzione di prenderlo con l’inganno!!! – sbraitò Dave, strapazzando Brian qua e là, - Non sai che certi favori si pagano a peso d’oro?! Bill è ancora vergine!!! E poi comunque c’è una tassa speciale da pagare, perché Bill può essere rappresentato in atteggiamenti sconci solo con suo fratello, dal momento che noi abbiamo delle fangirl da soddisfare!!!
Brian stava per inginocchiarsi e chiedere perdono implorando pietà, ma proprio in quel momento un potentissimo acuto fece tremare tutti gli alberi del bosco e la casa della nonna fin nelle sue fondamenta, e il cacciatore Matt e Tom apparvero davanti ai tre litiganti, strillando “Fermi tutti! Nessuno si muova!!!”.
- Ah! Il cacciatore!!! – disse Brian.
- Ah! Tom!!! – disse David, incapace di sopprimere un altro rutto.
- Ah! Che cappottino adorabile!!! – disse Bill.
- Grazie, anche il tuo!!! – sorrise Matt, facendo un altro giro su sé stesso per mostrare il cappotto.
- David! – strillò Tom, accorgendosi del proprio manager, - Che ci fai qui?! E perché sei vestito come mia nonna?!
- Perché me la sono mangiata! – rispose David, - E comunque, invece di indagare sul mio passato, dovresti ringraziarmi! Ho salvato il tuo amato fratello da questo lupo malvagio!
Nel momento in cui le parole “amato” e “fratello” affiancate raggiunsero le orecchie di Bill, il ragazzo ricominciò a brillare.
- Amato… amato… amato fratello…? – chiese il giovane cantante, come in trance, - Che vuol dire amato…?
Proprio in quel momento, Georg apparve su un albero, vestito da scoiattolo, e accese un enorme riflettore retto con delle stampelle metalliche che arrivavano a terra, tenute in piedi da Dom, Chris, Stef e Steve vestiti da coniglietti pacioccosi, che andò a puntarsi direttamente sulla figura di Gustav, appollaiato su un altro ramo e vestito da gufo tedesco (nel senso che aveva addosso un costume tipico tedesco) con un paio d’occhiali finti sul becco, che sollevò un’ala e recitò candidamente:
- Amata o Amato che dir si voglia: il nome ha origine latina con chiaro significato. Questo nome fu molto usato nel Medioevo, come nome augurale per un bimbo molto desiderato e, appunto, amato. Amata si festeggia il 24 settembre in ricordo di Santa Amata vergine e martire. Amato, invece, viene festeggiato il 13 settembre in ricordo di Sant'Amato vescovo di Sens.
- Ebbene sì, Bill. – disse Dave, cercando di riportare il discorso sul serioso andante, - Tuo fratello in realtà è innamorato di te!
Una strana musica ricordante tanto un TA-TA-TA-TAAAAN! si diffuse nell’aria, e Bill intensificò l’attività sbrilluccicante della propria pelle, arrossendo fino alla punta dei capelli e giungendo le mani come in preghiera.
- Oooooh, Tomi!!! Anche io sono innamorato di te!!! – disse entusiasta, gettando le braccia al collo del fratellone.
- Come posso crederti?! – disse Tom, scuotendo teatralmente il capo e causando un uragano col movimento turbinoso dei rasta, facendo così volare via tutti gli animaletti della foresta sopraccitati, - Tu stavi venendo qui a fare sozzerie col lupo!!! Vi abbiamo visti amoreggiare prima che Dave spalancasse la porta!!!
- Ma no, Tom! – disse Bill, abbracciando più decisamente il ragazzo, - In realtà lui era solo un ripiego perché tu mi ignoravi e non volevi regalarmi un fiorellino!!!
- Ehi… - provò a dire Brian, sentendosi trattato come un uomo-oggetto, ma uno sguardo furioso di Dave, accoppiato a un mattarello roteante incombente sopra la sua testa e la bocca del fucile di Matthew puntata contro la tempia lo zittirono.
- Se è così, Bill… - disse Tom, strusciandosi amorevolmente contro il fratellino, - posso perdonarti! Scappiamo insieme dove nessuno potrà ostacolare il nostro amore!
- Oh, sì! – annuì Bill, entusiasta.
- Fate che sia un posto raggiungibile in elicottero. – puntualizzò Dave, sistemandosi la cuffia sulla testa, - Avete un servizio fotografico, domani.
I due ragazzi annuirono responsabilmente, e poi si diressero mano nella mano verso un luogo sconosciuto, per coronare il loro sogno d’amore.
- Be’, il mio lavoro qui è finito. – commentò Dave con un altro rutto, - E la digestione si prospetta lunga e complicata, perciò buonanotte! – concluse, e si rintanò in casa in un fruscio di vestaglie.
Fuori dalla porta rimasero solo Matt e Brian.
- Adesso a noi, lupastro! – strillò Matthew, piantando il fucile in mezzo agli occhi del lupo, - Finalmente potremo chiudere i conti, e io potrò vendicarmi per quello che mi facesti anni fa, rubando la mia innocenza e-
- Oh, avanti! Falla finita! – lo fermò Brian, scostando il fucile con una zampata e rimettendosi in piedi, pulendo i pantaloni fashion sporchi di terra, - Ti è pure piaciuto, quella volta!
- No che non mi è piaciuto!!! – strillò Matt, diventando rosso come il cappottino che indossava, - E poi… e poi… tu mi avevi giurato che sarei stato l’unico!!! – piagnucolò, - E invece sei sempre in giro ad adescare ragazzini compiacenti!!!
Brian sospirò, si sistemò il colletto della camicia e poi pensò di sistemare definitivamente la situazione sfoggiando il più seducente degli sguardi che aveva in repertorio.
- In realtà, Matthew… - disse sensualmente, avvicinandoglisi, - nessuno dei ragazzini che adesco può essere anche solo lontanamente paragonabile a te… il ricordo di quella meravigliosa notte che passammo insieme è ancora vivo dentro di me… ed è lui che mi spinge a cercare di provare ancora quelle fantastiche sensazioni… ma non riesco con nessuno, perché Matt, solo tu sei in grado di farmi sentire in quel modo…
Matthew lo ascoltò parlare e, molto semplicemente, si sciolse.
- Oh… Brian… come ho potuto dubitare di te…? – disse, con voce rotta dalla commozione, - Adesso ricordo il grande amore che ci univa, e com’eravamo felici insieme…!!!
- Esatto!!! – annuì Brian, abbracciandolo, - Perciò riproviamo ancora quelle meravigliose sensazioni! La mia caverna ci aspetta!
- Sì!!! – disse Matt entusiasta, ed entrambi si diressero a braccetto verso la caverna del lupo.
…e tutti vissero felici e contenti.


*


Dall’autrice… Ossignore santo XDDDD Allora, prima di tutto: ogni riferimento a nomi, cose, città, animali, personaggi famosi e persone reali è assolutamente vol- ehm, non voluto, non previsto e non intelligente >_< Davvero, che nessuno si offenda per questa roba, perché è talmente cretina e insensata che sarebbe assurdo farlo XD
Nata perché la Lemmina un giorno è apparsa su MSN e mi ha chiesto “Dai, raccontami una storia!”. E io, per pronto accomodo, ho tirato fuori questa ROBA XD Totalmente improvvisata in chat, eh ù_ù La versione che avete sotto gli occhi al momento, invece, è la storia trasformata in fanfiction seguendo il “copione” della chatlog (ed è in gran parte copiata da quella XD che dire, era venuta bene XD).
Sono inoltre le prove generali del quartetto vincente Brian/Matthew/Bill/Tom che, prima o poi, vedrete ANCHE in una fic vera e propria ù_ù Della quale ho parlato entusiasticamente con circa la metà dei miei contatti MSN e anche con buona parte del resto del mondo, e che si intitola Teenage Angst, e che scriverò presto, anche se non so quando ._.””””
In ogni caso questa storia non è che la prima di una serie di rivisitazioni di varie fiabe che intendo fare XD Aspettatevi (non tanto) presto anche BiancaBill E I Sette Pseudo-Nani e La Bella Bill Addormentata Nel Bosco, per non parlare di Billerentola e Billahontas XDDDDDD
Stay tuned è_é
PS: Si ringrazia con affetto la neechan per avere trovato il titolo della raccolta nel tempo record di due secondi e mezzo X***** E già che ci siamo ringraziamola anche per gli uccellini cinguettanti, per la tassa da pagare al twincest, per il secondo giro su sé stesso di Matt, per il significato della parola amato/amata e per l’effetto dell’uragano sugli animaletti della foresta X’D Neechan, sei un concentrato di lol <3
In coppia con Nainai
Genere: Generale.
Pairing: BrianxMatthew
Personaggi: Placebo, Muse, Gerard Way, Chester Bennington e un po' di PG originali °_°
Rating: R
AVVERTIMENTI: Slash.
- Una storia dolce. Una storia a frammenti. Passato e presente. Fotografie che raccontano i momenti di un tour e di una storia d'amore.
Quella di Brian e Matthew. Del loro inizio. Del loro desiderio di stare insieme.
E della distanza.
Note: Io non è che abbia moltissimo, da dire XD Questa storia mi ha tenuto tanta compagnia, sia mentre la scrivevo che poi mentre andavamo pubblicandola. Sono stata molto contenta che l’abbiate apprezzata, perché secondo me è una storia molto bella. Posso dirlo senza vergogna perché non è stata tutto merito mio XD Spero che anche questo finale vi sia piaciuto come il resto. E spero tanto anche di potervi fornire presto il seguito, ma vedremo bene con Nai XD
Baci e grazie di tutto :*
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
They Have Trapped Me In A Bottle


Before you begin… Ciao, siamo Nai e liz *_* Ditelo, che siete felici di vederci <3 E questa è la seconda storia che scriviamo insieme e decidiamo di pubblicare dopo Cupid’s. Speriamo vi piaccia altrettanto X3 (anche perché questa è una storia vera!).
Precisazioni del caso: nessuno dei personaggi citati ci appartiene (e dal momento che sono veramente… ma veramente svariati °.° È giusto dirlo XD) e noi non abbiamo niente a che fare con loro se lasciamo da parte il fatto che li amiamo tutti, in un modo o nell’altro è_é Non abbiamo niente a che fare con loro e, per la maggior parte, non hanno mai fatto né faranno niente di quanto descritto in questa storia.
Ovviamente non ci guadagniamo niente >_< Sono solo fanfiction, in fondo ù_ù
Per quanto fanfiction, però, la base di partenza è reale °_° È ambientata fra la fine di luglio e l’inizio di settembre di quest’anno, durante il Projekt Revolution (festival itinerante al quale hanno preso parte band celebri come i Linkin Park, ideatori del progetto, e i My Chemical Romance… e il bello è che avranno tutti un ruolo, in questa storia XD). Siamo state abbastanza scrupolose, ma se c’è qualche cavolata random non badateci troppo >.<
Per quanto sia triste, né Cody né Gaia sono contemplati è_é” In fondo è meglio così, credeteci :D
Buona lettura :*

One:

Ci sono giorni che semplicemente dovrebbero non esistere.
A volte sogno di tracciare una linea rossa sopra questi giorni. Sogno che basti questo – un colpo di pennarello, pescato a caso dentro il cesto della frutta senza che nemmeno sappia come ci è arrivato – per farli sparire ugualmente dai miei ricordi.
Lo sogno.
E generalmente sto facendo proprio come ora. Sto guardando fuori da un finestrino un mondo che va veloce nella direzione opposta.
Sono stanco. Non ho molto altro da dire, molto altro che mi pesi addosso. Sono semplicemente stanco. Come qualunque persona che sia stata costretta per un lungo periodo di tempo a sottoporsi allo stress costante di un lavoro dai ritmi frenetici.
Potrei essere stanco come un manager di impresa, o come un dirigente di industria, o come un professore universitario in giro per congressi. Invece sono stanco come il cantante di una band rock in tour da quasi un anno e mezzo. E questo, per uno strano caso del destino, vale a togliere attendibilità, dinanzi alla gente, al mio stato fisico e mentale. Per questo strano caso del destino, infatti, la gente sembra credere che un musicista rock non possa in alcun modo rivendicare il diritto a qualificare il proprio come “lavoro”. Figuriamoci a riconoscergli “ritmi frenetici” al punto da indurlo a stancarsi.
Di conseguenza, io sono stanco. Davvero. Ma ufficialmente non posso dirlo.
Stefan fa un gran casino quando si lascia cadere pesantemente accanto a me. Il cuscino sistemato sulla panca si abbassa e slitta un po’ sul legno, lui si sistema contro il tavolo e mi gira lo sguardo addosso, anche se io non posso vederlo.
Infatti non lo vedo, ma lo so.
-Hai intenzione di restare con la faccia incollata al vetro finché la tua pelle non si fonderà con il finestrino?
È un’immagine disgustosa. Penso che dovrei dirglielo, ma mi limito a storcere il naso senza muovermi e a mugugnare qualcosa di assolutamente incomprensibile, che vorrebbe essere una protesta risentita.
Sono patetico.
Stefan sospira, si rimette dritto, so che sta scambiando un’occhiata con Steve. Lo so anche perché Steve smette per un attimo di giocare con quelle dannate bacchette e libera la mia mente dall’orrido e ripetuto ticchettio che ha prodotto finora. Presumibilmente Stefan gli sta chiedendo con lo sguardo cosa diavolo devono fare con me. Quasi certamente Steve gli sta rispondendo con un’alzata di spalle.
-Brian!- mi richiama Stefan con una certa urgenza. Mugugno di nuovo una cosa molto simile alla precedente, che stavolta vorrebbe essere un’attestazione di presenza…Il mio vocabolario si sta riducendo incredibilmente in questi pochi minuti.- O.k., senti.- Sento. Ma lui ci pensa su. Si ferma un attimo e raccoglie le idee. Nel frattempo io colgo l’immagine del deserto che sfila contro di noi. Poi il profilo di un altro autobus, leggo il nome del gruppo sulla fiancata quando ci superano. Il deserto ritorna nel mio spazio visivo…- C’è qualcosa che possiamo fare io e Steve per tirarti su di morale?- s’informa Stef alla fine.
-No.- borbotto appena.
La prima parola di senso compiuto da non ricordo quante ore.
Un altro sospiro. Adesso Stefan sta puntando Alex. Lei è seduta nel posto più lontano del tour bus. Si ricambiano lo sguardo, lei scuote il capo dicendogli di lasciarmi perdere. Mi passerà.
Ha ragione lei, è chiaro. Credo che nessuno, a parte i cavalli, sia mai davvero morto di stanchezza.
Solo che Stefan non accetta di lasciarmi perdere. Per lui occuparsi di me è una priorità, una necessità indefettibile. A volte questa cosa mi fa piacere. Altre volte mi sfinisce, esaurendo le mie ultime energie. Come questa volta…
-Senti, Bri.- Tono carezzevole, giusto per farmi sentire che è preoccupato per me e che, quindi, sarebbe carino che io gli dessi quel minimo di attenzione necessario a rassicurarlo. Mi ci sforzo, mi tiro un po’ più su sulla panca, rimetto le spalle in asse con il resto del corpo e stacco la fronte dal finestrino.- Lo so che siamo tutti a pezzi e che non vediamo l’ora di tornare a casa, ma dobbiamo tenere duro ancora un po’.
Borbotto qualcosa che non so nemmeno io cosa sia. Forse un assenso, forse una nuova protesta. Suscito l’ennesimo respiro profondo da parte di Stef. Lui mi guarda, io non alzo il viso ma tanto i suoi occhi li sento anche a metri e metri di distanza, anche quando sto facendo tutt’altro e non ho neppure voglia di voltarmi a sincerarmi che lui sia davvero lì…
C’è questo silenzio che si protrae un po’. Steve ridacchia, Stefan gli sibila di piantarla, aggiunge che è un cretino e che dovrebbe aiutarlo invece di ridere. Steve gli dice che si preoccupa troppo e si alza per andarsi a prendere una birra dal mini frigorifero. Torna indietro con tre bottiglie, ne posa una davanti a Stefan, l’altra me la apre e la allunga verso il mio viso.
-Grazie.- mormoro sollevando gli occhi su di lui mentre prendo la birra dalle sue mani.
Mi sorride come a dirmi che non importa.
-Beh, almeno guarda che bel tramonto.- prova ancora Stefan, cercando invano di scuotermi dalla mia apatia.
Mi volto. Oltre il finestrino si allunga una striscia rosa sull’orizzonte. Una parte del vetro, illuminata direttamente dalle luci del tour bus, mi rimanda il mio volto disfatto.
-Ne ho visti di più belli.- sussurro sollevando la macchina fotografica e fermando il tempo.

***

La fotografia è una “cosa” di Helena.
In una relazione, inevitabilmente, le persone prendono qualcosa le une dalle altre. Io ho preso da Helena molto più di quanto le abbia dato ed alla fine l’unica cosa che le riconosco è questa. Lo penso mentre soppeso la macchina fotografica sul palmo della mano.
Fuori si è fatto tutto buio. Ci sono solo le stelle ed i fari della nostra piccola carovana di autobus e camion ad illuminare la strada che passa attraverso il deserto. Io sono l’unico qui dietro ancora sveglio. Stefan se n’è andato a dormire da poco; Steve sonnecchia su un divanetto, ogni tanto si rigira, apre un occhio e mi brontola qualcosa, poi crolla di nuovo senza pretendere una risposta. Alex è in cabina guida, stava ascoltando musica con l’autista fino ad una decina di minuti fa, ora mi arrivano di tanto in tanto le loro risate e qualche battuta a voce alta. Mi ha chiesto se volevo sedermi con loro, ho risposto che preferivo restare ed andare a dormire anche io.
Helena è uscita dalla mia vita da un po’ ormai.
Helena ed io ci siamo lasciati in modo civile, seduti dentro un caffè, sorridendoci mentre ci dicevamo “addio”.
Ha fatto male lo stesso. Ma non a me.
Io da lei avevo già preso tutto quello che volevo. Il mio nuovo equilibrio, la mia nuova pace interiore, la mia nuova capacità di accettare e di farmi accettare dagli altri.
Lei da me voleva solo una cosa, ma quella davvero non poteva dargliela. Perché io non l’amavo, ed alla fine doveva accorgersene, doveva capire le mie bugie e la mia falsità, nascosta dietro lo zucchero. E dirmi che era finita lì. Com’è finita, infatti.
Sì, sembra strano a me per primo. È stata lei a lasciarmi, lei a dirmi che tra noi non c’era nulla, quando il nulla ero solo io. Il fatto che sia stata lei ha reso possibile che entrambi sorridessimo quando ci siamo alzati da quel tavolo dentro il caffè.
Da allora sono stato felice. Lo ero anche con lei, ma in modo diverso. Quel modo ordinario e pervicace delle storie serie ma senza anima. Lei mi aveva curato, io le ero riconoscente, ero vivo grazie a lei ed ero felice di questo.
Ma è stato solo quando lui è entrato nella mia esistenza che ho capito davvero che fino a quel momento ero sopravvissuto. E basta.
Suona il cellulare. Mi strappa ai ricordi. Poso la macchina fotografica davanti a me sul ripiano chiaro, spingo le dita nella tasca dei jeans e riesco con difficoltà a tirar fuori il telefono. Leggo il nome sul display mentre la suoneria sveglia di nuovo Steve. Solleva la testa e mi guarda, contrariato.
-Digli che non può rompere quando qui sono le tre di notte e noi domani abbiamo un concerto!- sbotta prima di lasciarsi ricadere sui cuscini.
Sorrido. Improvvisamente mi sento meno stanco.
-Matt.- chiamo rivolto alla persona dall’altro immaginario capo dell’apparecchio.
Ridacchia e poi tira un respiro profondo. Come se avesse davvero bisogno d’aria.
…Come se quell’aria fossi io.
-Brian!- esclama alla fine.- Dove sei?- mi chiede subito dopo con urgenza.
Ridacchio anch’io.
-Da qualche parte, in un deserto “x” qualunque, in uno stato a caso degli USA.- riassumo ricominciando a fissare il paesaggio oltre il vetro.
Adesso che è veramente buio riesco a vedere quasi solo il mio profilo. O quello dei mobili, che sembrano arancione sotto la luce artificiale. Vedo il divanetto su cui Steve ha ricominciato a dormire, la bottiglia di birra che Stefan ha mollato a metà. La mia ormai vuota. La macchina fotografica con l’obiettivo serrato ed il laccio logoro che mi ricade addosso oltre il bordo del tavolo.
-Uno Stato a caso?!- ripete Matt.
Sento che ne sta combinando qualcuna. Mi arrivano il rumore dei suoi passi e poi dei suoni sordi, come se spostasse qualcosa che cadendo produce un tonfo leggero. Mi piacerebbe chiedergli cosa sta facendo, ma preferisco aspettare. Matt è un mago, sapete? Sa fare piccole magie. Riesce a fare apparire cose meravigliose dal nulla. Ma se gli chiedi ad alta voce cosa sta facendo e lui ti risponde, allora la magia non funziona più.
I rumori finiscono. Ha una voce allegra ed eccitata quasi quanto quella di un bambino, quando riprende a parlare.
-Sai cosa ho comprato oggi?- mi domanda.
-No…- rispondo io. Alzo una gamba ed incastro il ginocchio contro il tavolo posandoci sopra il gomito.
-Un atlante degli Stati Uniti d’America.- mi spiega.
-Cosa dovresti farci?- chiedo stupito.
-Beh, come cosa?!- sbotta lui, deluso.- Ci seguo le tappe del Festival!
Rido.
-Matt!- lo richiamo.
Mi vengono in mente un centinaio di cose da dirgli, suonano tutte come una sorta di rimprovero. Mi fermo a metà quando mi rendo conto che sono altrettante scuse per non ammettere quanto mi faccia piacere questa sua idea.
Sì, Matt è un mago.
“E questa è una delle sue magie”, penso mentre mi sistemo contro lo schienale della panca e lo lascio continuare senza più contraddirlo.
-Ho preso una scatola enorme di pennarelli colorati…- si ferma e ci ripensa- O.k., i pennarelli li avevo presi per altro in realtà.- precisa.
-Cosa?
-Mah. Volevo fare una specie di disegno da appendere sul palco nelle prossime date, ma è venuto una schifezza!- confessa ridendo.- Allora ho deciso che potevo utilizzarli in un altro modo e, quando ho capito che Dom non apprezzava che ci colorassi i contorni della sua batteria…
-Come diavolo hai fatto a sopravvivergli?!- sbotto ridendo anch’io.
-Semplicemente si è vendicato su una delle mie chitarre!- mi risponde lui.- Ci ha fatto i baffi, Brian! Ti rendi conto?!- mi chiede come se da questo dipendesse la sua vita.- I baffi e poi…tipo…degli occhiali da sole o qualcosa del genere. Insomma, adesso ha una faccia e…
-I pennarelli sono indelebili?- domando io, passandomi le dita sugli occhi per scacciare via quel po’ di stanchezza che rimane. Voglio parlare con lui ancora un po’…
-Ma và!- ritorce lui. Non sembra particolarmente arrabbiato, ma del resto ormai l’ho capito che lui e Dominic hanno un loro linguaggio personale per comunicare, fatto anche di piccoli dispetti da ragazzini.- Ovviamente andranno via comunque, ma chiaramente adesso passiamo tutte le prove ad insultarci vicendevolmente ed a guardarci in cagnesco. Chris e Tom ci odiano già.
-Immagino.- soffio appena, sorridendo. Mi rilassa immensamente sentirlo parlare.- Allora dimmi, quando hai capito che Dom non gradiva la tua arte, cosa hai fatto dei pennarelli?- m’informo.
-Ah sì.- Riacchiappa qualcosa, un altro rumore, probabilmente l’atlante gli era scivolato, perché quando ci batte su la mano riconosco il rumore delle pagine e del cartonato plastificato della copertina.- Ho deciso che potevo segnarci le date del vostro tour. Tipo, in rosso le date del Festival, in blu quelle del tour di “Meds” e, quando andate via da una tappa, ci metto un segno verde. Poi indico anche i giorni che passate in ogni città e…
-Matt.
Si interrompe ed aspetta.
Io prendo fiato. Una. Due volte. Prendo fiato e glielo dico.
-Non dovresti.
Il suo silenzio fa più male di quanto pensassi. Ora so cosa ha provato Helena quel giorno, lo so perché adesso sì che sono innamorato. E quindi so cosa vuol dire avere paura.
-Sei un cretino, Brian.- mi risponde lui con una serietà che gli è totalmente inusuale.
-…già.
Un altro silenzio. Nel vuoto che lascia ci si potrebbero infilare migliaia di pensieri. Ma la mia mente si ostina a non farcene entrare nemmeno uno, perché è come se ciascuno di quelli che si affacciano iniziasse con “se lui non ci fosse…”. Ed io in realtà non voglio nemmeno pensare alla possibilità che lui non ci sia.
-Sai che tra tredici giorni tornerete in Europa?- mi chiede alla fine.
“…tredici giorni…”
-E voi andrete in Australia.- rispondo io.
-No, solo ad ottobre. A settembre siamo in Europa come voi.
-Est Europa.- correggo.- E noi in sala prove.
-Beh, come noi adesso.
Respiriamo con lo stesso ritmo. Qualcosa di terribile se non fosse meraviglioso. E ridiamo nello stesso momento, come due idioti.
-Che schifo di lavoro!- commenta lui per primo.
-Non ti credi nemmeno tu quando lo dici!- ribatto io.
-L’anno prossimo vacanze insieme!- pretende.
-L’anno prossimo si vedrà.- sminuisco.
-Tu non mi ami abbastanza!- protesta lui.
-Non vedo neppure perché dovrei farlo…- ci scherzo io.
-…Vuoi andare a dormire, cretino?! Domani devi lavorare!- sbotta Matt arrabbiato.
“No, Matt. Voglio parlare ancora un po’…”
-Sì, papà, vado a dormire, promesso.- sorrido invece.
-Ecco!
Quando riattacco e guardo di nuovo fuori dal finestrino, mi dico che avrei dovuto chiedergli dove siamo - “Guarda sul tuo atlante, Matt, dimmi se mi vedi” - invece non l’ho fatto, forse per paura che lui me lo dicesse davvero. Che puntasse il dito su un deserto “x” qualunque di uno Stato a caso e mi dicesse “sei qui”. E potesse avere ragione.
-Che ne dici se ora mantieni la tua promessa?
Mi volto verso Stefan, che mi guarda e sorride. Ricambio il suo sorriso e scivolo lungo la panca per uscire da dietro il tavolino.
-A che ora arriviamo domani?
-Alle dieci.- risponde lui sbadigliando.
-Dovremmo svegliare Steve e mettere a letto anche lui.- noto distrattamente, mentre passiamo per raggiungere la zona notte.
-Io non ci provo nemmeno, l’ultima volta mi stavo beccando un cazzotto sul naso!- ricorda Stefan, gettando un’occhiata a Steve.
-Questo perché lui ha aperto gli occhi e si è ritrovato il tuo brutto muso davanti. Invece, se lo sveglio io…- comincio ad argomentare con saccenteria, ma badando a tenermi lontano dal nostro batterista.
Stefan mi manda cortesemente a cagare e si infila risoluto nella propria cuccetta. Mi stendo anch’io e fisso il tettuccio del tour bus.
-Stefan.- chiamo. Lui brontola qualcosa per farmi capire che mi ascolta.- Che cazzo ci facevi ancora sveglio?- domando.
-Mi assicuravo che non cercassi di strozzarti con il laccio della macchina fotografica.- sospira girandosi verso la parete- Ed ora dormi, Brian! Dannazione a te!
Ridacchio e lo imito, arrotolandomi nelle coperte.
-‘Notte, Stef.
-‘Notte, insopportabile scocciatore dell’esistenza altrui.- mi risponde, prendendosi immediatamente una cuscinata addosso.
-Stronzo!- gli strillo contro.
-Fanculo!- ritorce lui restituendomi il favore.
-Volete dormire?!- strepita Steve, svegliandosi di botto e ripiombando nell’incoscienza quasi nello stesso momento.
-Come accidenti ci riesce secondo te?!- protesto fissando sconvolto Steve riprendere a russare come se niente fosse.
-Non è umano, è evidente.- afferma Stefan, annuendo convinto.- Ora, però, ti prego, Brian, dormiamo davvero!- m’implora, lasciandosi ricadere sul materasso.
-Sì sì.- borbotto stendendomi di nuovo anch’io.
-E dì a Bellamy di chiamarti di giorno, se ci riesce.
-Mi chiama quando vuole.
-Sei una ragazzina.
-E tu sei stronzo.
-Lo hai già detto.
-Beh, volevo ribadirlo.
-Se non dormite, giuro che vengo lì e vi “addormento” io.- s’intromette Steve.

***

Sedevo sul fondo del backstage. Avevamo appena finito di esibirci, ero felice di come fosse andata, ancora assordato dalle urla dei fan sotto il palco, sereno dopo che la mia storia con Helena era finita appena quattro giorni prima.
Stefan e Steve erano spariti da qualche parte. Dopo i concerti hanno ognuno il proprio rituale. Stefan ama continuare il bagno di folla, raggiungendo i fan per le foto, gli autografi, i complimenti a voce e tutto quanto ne consegue. Steve doveva essere corso a chiamare la moglie e la figlia.
Io non avevo niente da fare. Quattro giorni prima sarei stato attaccato ad un cellulare anch’io, ma in quel momento potevo starmene seduto a terra, contro le casse della strumentazione, con il cellulare effettivamente in mano e nessuno da chiamare.
Helena mi aveva fatto un regalo enorme. Fino a prima di lei questa mia condizione mi avrebbe gettato nello sconforto… in quel momento dentro di me c’era invece solo una luminosità calda e profonda.
Mi venne incontro direttamente dalla zona del palco. Aveva le mani in tasca e sorrideva, teneva gli occhi fissi su di me, quasi volesse farmi capire che mi cercava, che era proprio me che voleva. M’incuriosì, fino a quel momento non ci eravamo mai nemmeno scambiati due parole. Ero convinto che ci stessimo evitando, una di quelle convinzioni silenziose che si creano e che ci portano a parlare di “taciti accordi”. Il nostro accordo avrebbe dovuto prevedere che ognuno di noi due ignorasse l’altro. Lui lo stava per violare.
Si fermò davanti a me e mi guardò senza sfilare le mani dalle tasche dei pantaloni. Io ricambiai il suo sguardo ed attesi.
Quando parlò non mi sembrò davvero che avesse violato alcunché.
-Complimenti.- mi disse.
-Grazie.
-È stata un’ottima performance.
Mi strinsi nelle spalle, ripetere “grazie” era privo di senso. Non c’era ironia nella sua voce, non provavo alcuna avversione o fastidio nel rimanere seduto a parlare con lui. Già questo mi stupì.
-Noi ci esibiamo tra poco.- Lo sapevo, annuii.- Resti a guardarmi?
Rimasi sbigottito. Aprii la bocca annaspando. Lui mi fissava con un candore tale da darmi il capogiro e nemmeno si rendeva conto – credo – di quanto assurdo fosse quello che mi aveva appena domandato.
Sarebbe stato già tanto se lui mi avesse chiesto di rimanere per sentire loro. Ma mi aveva appena chiesto di rimanere a guardare lui. E nel farlo mi aveva fissato con la stessa espressione che io usavo da bambino, quando correvo da mio padre a mostrargli i voti presi a scuola, in cerca della sua approvazione.
In quel momento capii che, tutte le volte che Matthew Bellamy aveva detto di stimare me e la mia band, non aveva mentito. A differenza mia.
Che, quando gli avevo consegnato il premio agli EMA del 2004 e lui mi aveva abbracciato per ringraziarmi, non aveva mentito. A differenza mia.
…che, quando mi aveva fatto i complimenti poco prima, non aveva mentito.
Ma lì nemmeno io nel dirgli “grazie”.
Fu il senso di colpa a farmi accettare di restare. Provavo una vergogna terribile al pensiero di quanto ero stato meschino fino a quel momento. Guardai la sua esibizione, mi fermai anche dopo, quando mi invitò ad andare con lui al party che si teneva dopo il concerto; mi fermai con lui anche al party, mentre tutti gli altri intorno ci guardavano come se fossimo impazziti. E forse lo eravamo. Io rimanevo al suo fianco, lo ascoltavo parlare a raffica come il suo solito, e per una volta – la prima in questa assurda storia – non ne trovavo la voce sgradevole, il tono spiacevole, le parole stizzenti. Trovavo la sua presenza confortante.
So che non fu l’alcool – come mi giustificai il giorno dopo con Steve e Stefan – a farmi accettare il suo invito a casa. So che ero perfettamente padrone di me, mentre lo guardavo balbettare qualche scusa ridicola sul fatto che voleva il mio parere su alcuni lavori incompiuti. E so che ero perfettamente padrone di me anche quando acconsentii, ben sapendo che si stava nascondendo, ed anche male, e che i suoi occhi azzurri finivano per tradirlo più della sua incapacità di mentire.
Per questo, e per rendergli più facile il resto, fui io a baciarlo quando arrivammo a casa sua e lui ebbe richiuso la porta dietro di noi.
Ricordo che mi disse impacciato che non aveva mai fatto sesso con un uomo. Lo disse subito, ed io risi divertito da questa sua sincerità e dal fatto che riuscisse a mettere nero su bianco quello che voleva senza esserne veramente imbarazzato. In fondo a parte il mio bacio non avevo ancora ammesso di avere voglia di lui. Potevo tranquillamente prenderlo in giro, mollarlo lì ed andarmene. Lui non ne aveva paura. O più semplicemente, a differenza della maggior parte delle persone comuni, lui era disposto a rischiare di essere sincero.
Non posso davvero negare che fu questo a conquistarmi. Se lui fosse stato appena meno sincero, appena più interessato, quella notte sarebbe rimasta solo un episodio della mia vita, come negli anni se ne erano succeduti tanti. Ma Matthew Bellamy era quello che io vedevo e quello che vedevo mi aveva già strappato l’anima.
Mi si avvicinò quasi con timore, guardandomi attentamente, come non sapesse neanche cosa aspettarsi da me. Continuò a guardarmi a quel modo anche quando cademmo con un tonfo pesante sul letto – senza spingerci, senza fretta, sfiorammo il materasso con le gambe dopo aver vagato alla cieca lungo tutto il corridoio e buona parte della camera da letto, e semplicemente ci lasciammo cadere lì come foglie – continuò a guardarmi a quel modo sbottonando la mia camicia, scivolandomi addosso con i polpastrelli, sfilando la cintura dai jeans dopo averla sfibbiata. Continuò a guardarmi a quel modo anche quando rimasi completamente nudo fra le sue mani, come avesse paura che potessi improvvisamente trasformarmi in qualcos’altro o scomparire in una nuvola di vapore.
Continuò a guardarmi e lo guardai anch’io. E quando i suoi occhi incontrarono i miei, lui sorrise appena, imbarazzato, chiedendomi se mi stesse dando fastidio, se fosse troppo lento o troppo veloce. Capii che voleva essere rassicurato, ma non potevo realmente dirgli che nonostante i movimenti maldestri era così perfetto da farmi pensare avesse studiato quei momenti nel dettaglio per fare in modo che si adattassero perfettamente ai miei desideri.
Adoravo che mi guardasse in quel modo, adoravo che i suoi occhi irradiassero quel tipo di venerazione che riservi alle cose nuove che trovi stupende al punto da toglierti il fiato. Adoravo che mi toccasse piano, lievemente, come fosse spaventato.
…adoravo che mi toccasse.
E no, non potevo dirglielo, perché erano solo dieci ore e qualcosa che ci conoscevamo. Ed anche se per lui non sembrava passato troppo poco tempo per mettersi nelle mie mani in quel modo, per me era ancora troppo, troppopresto.
Mi limitai a sollevarmi sui gomiti e baciarlo, attirandolo a me con una mano sulla nuca, sperando che decidesse di lasciare da parte le insicurezze e si lasciasse un po’ andare.
Lo fece.
Affondò con un sospiro sollevato il viso nell’incavo fra il mio collo e la mia spalla, baciandomi lievemente in una scia bagnata e morbida che viaggiava verso il petto. Sembrava stesse seguendo una mappa ideale, toccando tutti i punti più sensibili del mio corpo, come volesse registrare le mie reazioni e imparare a muoversi nel modo giusto.
Come si stesse preparando ad altre milioni di volte.
E nessuno dei sospiri che mi sfuggirono dalle labbra, nessun ansito, nessun gemito, nessun movimento improvviso del mio corpo, nessun accenno di spinta verso di lui, niente fu falso, non simulai niente, non forzai nulla solo per compiacerlo; e quando mi morsi le labbra per non urlare, fu solo perché se non l’avessi fatto avrei urlato davvero; e quando mi aggrappai alle sue spalle per non cadere, fu solo perché se non l’avessi fatto sarei caduto davvero; e quando lui mi si strinse addosso, e chiamò il mio nome mentre veniva, io chiamai il suo. E non fu perché durante il sesso sono cose che si fanno. Fu perché lui era lì. E stava godendo per me, con me, dentro di me. Ed io facevo lo stesso. E ringraziarlo – per tutto, tutto – era davvero il minimo che potessi fare.

***

Vedevo i suoi occhi. Erano limpidi al punto da risplendere anche al buio. La luce della luna filtrava dalla finestra spalancata e lui mi guardava, perché quell’azzurro chiaro e brillante era fisso su di me. Mi guardava, appoggiato con i gomiti al cuscino, il busto sollevato, mi studiava come se fossi stato un’insolita opera d’arte caduta sul suo letto…
-…cosa?- mormorai alla fine.
Sorrise, penso, perché il suo sorriso fece un rumore divertente, come uno sbuffo leggero di fiato. Per un momento gli occhi si chiusero e poi tornarono a guardarmi.
Ma non mi ripose.
-Matt.- chiamai a bassa voce, sorpreso io per primo di come fosse stato facile prendere confidenza con un diminuitivo. Come se fossimo amici da sempre. Amanti da tutta la vita. Respirai e sollevai lo sguardo a ricambiare il suo attraverso la penombra. Mi chiesi se anche i miei occhi riuscivano ad essere così limpidi al buio- Che intenzioni hai adesso?
Non so perché glielo chiesi, ma immagino avesse a che fare con la consapevolezza che lui non sarebbe mai riuscito a rivolgermi quella domanda. La mia risposta la conoscevo già, volevo che tutto quello fosse più di una notte. La sua mi rigirava in testa dandomi un leggero capogiro, come se avessi le vertigini e rischiassi da un momento all’altro di cadere giù.
-Serie.- mi rispose lui come se stessimo discutendo di una cosa perfettamente ordinaria. Del tempo. Del tour. Dei progetti per il giorno dopo. Poggiò la guancia su una mano e mi fissò con il viso inclinato, aspettando.
Divenne urgente assicurarmi che avesse capito davvero.
-Sai di cosa sto parlando, Matthew?- ribadii, sentendo il mio tono alzarsi impercettibilmente, dandomi l’esatta misura dell’ansia che mi agitava. Annuì per interrompermi, ma non lo feci lo stesso.- Sto parlando di stare insieme. Sto parlando di sopportarci l’un l’altro ogni volta che uno di noi due starà male, che avrà voglia di urlare, di rendersi impossibile ed insopportabile. Sto parlando di dormire assieme e svegliarsi assieme la mattina dopo, sto parlando di imparare a capirsi anche quando non si parla, di riuscire ad intendere i silenzi anche quando si fanno pesanti, di superarli nonostante non se ne abbia la voglia. Sto parlando di dire al mondo che tu sei me ed io sono te, di ammetterlo davanti ai nostri amici, di farlo accettare a loro ed a chiunque altro e…
-Stai parlando troppo.- mi mormorò lui, piano.
Lo disse in un modo tanto quieto da zittirmi. Un tono fioco e sottile, che non perse di forza per essere così labile, ma acquistò di gentilezza e di delicatezza nell’infilarsi tra le mie paure ed i miei dubbi.
Sentii un nodo serrarmi la gola comunque, e somigliava fin troppo ad un pianto trattenuto.
-Tu mi hai chiesto che intenzioni io abbia, ed io posso risponderti solo su questo.- mi spiegò pacatamente lui- E ti rispondo che le mie intenzioni hanno a che fare con il non lasciarti uscire da qui per non tornare più.- ammise stringendosi nelle spalle- Il resto non lo so, Brian, e nemmeno me lo chiedo ora come ora.
Vorrei chiedermelo io per tutti e due…
Ed invece rimasi a fissarlo, le labbra schiuse su una frase che non ho mai detto. E, invece di chiedermelo per entrambi, ho smesso del tutto di farlo.
Ricordo che il mattino dopo quando mi svegliai ancora tra le sue coperte, lui era già uscito. Lo scoprii dopo un po’, quando tornò in camera da letto, vestito di tutto punto, con un vassoio e con i croissant appena sfornati ancora in un pacchetto. Risi, perché mi sentivo idiota nel ritrovarmi ad avere un uomo che mi portava la colazione a letto. Lui rise con me, rendendosi conto che era davvero ridicolo. Ma poi c’era una confusione terribile su quel vassoio, le tazze del caffè rischiarono almeno un paio di volte di cadere e Matt aveva dimenticato – grazie al cielo – sia i fiori, sia la spremuta d’arancia o la marmellata con le fette biscottate, e tutto questo bastò a rimettere le cose in ordine, mentre mi tiravo a sedere e lui si metteva di fianco a me, incrociando le gambe come un bambino e posando il vassoio tra noi.
Non ricordo, invece, di cosa parlammo. Sciocchezze, penso. E già pensare questo mi basta, e non riesco a ricordare altro. Mi basta perché era l’inizio della nostra abitudinarietà, la confidenza che si crea nelle coppie un pezzo alla volta e che è fatta anche di discorsi futili dimenticati subito dopo che si esce dalla porta di casa.
Quando uscii dalla porta di casa sua quel mattino, lui era con me.
Doveva andare agli Studi della Universal, ci salutammo sul portone ed io presi un taxi per farmi riaccompagnare. Sorridevo ancora quando scesi dall’auto ed attraversai la strada.
-Brian!
Sollevai lo sguardo, abbastanza stupito. E se già dovevo trovare assurdo sentire la voce di Stefan a quell’ora del mattino davanti casa mia, fui ancora più stupito quando me li ritrovai lì entrambi. Stef a braccia conserte sul petto e con un’espressione tutt’altro che amichevole in faccia e Steve che mi guardava divertito.
-Che accidenti ci fate qui?- chiesi d’istinto.
-Che accidenti ci facevi tu fuori casa?!- strillò Stefan furioso- E perché diamine sei vestito come ieri?! E soprattutto, dove accidenti sei finito ieri?!
Sbattei le palpebre, realizzando che era palesemente preoccupato per me.
-Stef, ho trentacinque anni…- feci notare.
-E non sei capace di badare a te stesso, è evidente!- strepitò lui senza neppure ascoltarmi.- Ti abbiamo cercato tutta la notte! Eravamo in pensiero per te! Potevi almeno…che so! fare una telefonata! O quanto meno rispondere al telefono!
Tirai fuori dalla tasca del cappotto il cellulare e mi accorsi che effettivamente mi avevano chiamato più volte.
-Ahah- registrai indifferente.- Sono vivo. Posso andare a dormire?- chiesi educatamente.
-Avresti già dovuto essere a dormire!- ci tenne a specificare lui.- Avresti dovuto aprire la porta in pigiama, urlare contro di noi che le dieci del mattino non sono un orario accettabile per essere svegliati e poi invitarci ad affogarci in un caffè!
-Hai di me una visione orribile.- notai perplesso.
-Non c’entra!
Scrollai le spalle, infastidito dal protrarsi inutile di quella discussione.
-Comunque io sono già affogato in un caffè per stamattina.- ammisi semplicemente, tirando fuori dalla tasca anche le chiavi per aprire il portone.- A casa di Matt.- specificai.
Stefan mi fissò come se non potesse credere che fossi proprio io, vivo, vegeto ed in carne ed ossa, davanti a lui. Steve si accodò a lui per un momento. Poi scoppiò a ridacchiare come un ragazzino – ed io lo seguii praticamente subito – e commentò.
-Allora era vero…
Stefan si voltò verso di lui, continuando a mantenere la stessa espressione sconvolta.
-Non dire “allora è vero” come se fosse una cosa normale…- lo pregò in un soffio strozzato.- Brian!- chiamò poi, voltandosi. Sbuffai e mi feci spazio per andare ad aprire- Cos’è questa storia? Vi hanno visti tutti al party ieri sera, ma io non posso credere che davvero tu e Bellamy…- non finì la frase, come se la sola idea fosse inconcepibile. Aprii il portone appoggiandomici con la schiena e li guardai, invitandoli silenziosamente ad entrare- Insomma, voi due vi odiavate fino a ieri!-mi ricordò alla fine.
Ci pensai su, spingendo il portone finché non urtò contro il muro, e rimasi lì appoggiato aspettando che loro sfilassero davanti a me.
-No, ci sbagliavamo tutti su quello.- spiegai quindi.
Steve rise di nuovo, facendo risuonare tutto l’atrio del palazzo, provai a dirgli di piantarla, ma siccome lo feci ridendo anch’io non servì a molto. Stefan invece mi guardò. Mi guardò attentamente per un bel po’ di tempo. Poi non disse più nulla e seguì Steve fino all’ascensore.
 

***

 
Nota di fine capitolo della Nai:

…bah.
E’ il concetto che credo renda meglio il perché di questa storia.
Giusto per dovere di cronaca, comunque, dico subito che il titolo è rubato a parte del titolo – chilometrico – con cui il Sig. Molko ha identificato una “graziosa” rassegna fotografica da lui realizzata durante il tour.
Il titolo completo è perfino più deprimente del pezzetto scelto! ^_^
Al momento l’unico “perché” della scelta è dato dal fatto che mi piacesse l’idea di un Brian Molko che dichiara al mondo di essere stato preso in trappola in una bottiglia. Come un genio o un folletto.
Ma sto divagando e, siccome devo lasciare spazio alla Liz per la sua nota di fine capitolo, mi interrompo qui.
Spero che vi sia piaciuto, avevo bisogno di zucchero e questa storiella a capitoli – leggera ed inconsistente – è zucchero e poco altro. Un po’ di sano romanticismo ogni tanto fa bene al cuore *_*
Inoltre sono così felice che la Liz abbia deciso di assecondare questa follia e collaborare alla sua realizzazione che penso piangerò di gioia (ç_ç) e desidero dichiararle pubblicamente il mio eterno amore!!!
Detto questo. Un bacio ed al prossimo capitolo!

Nota di fine capitolo della liz:

…amore a parte è___é Anche io sono molto felice di aver assecondato questa follia e…
…anzi, no, amore a parte il cavolo: questa storia È amore <3 È tipo la personificazione dell’amore romantico come lo intendo io nei miei sogni di gloria *.* Ed è fantastico che la Nai sia riuscita a partorire una cosa simile… peraltro tutta da sola <_< Non credetele, quando mi dà i meriti: la maggior parte delle volte mi arrogo meriti non miei perché lei scrive cose talmente belle che poi mi ispirano a scriverci su dando il massimo ù.ù *sì, in questo consiste il mio aiuto*
Comunque, comunque. Anche se ancora non si vede, per i capitoli futuri avrete di che odiarmi *-* *risata malvagia*
*scompare in dissolvenza*

Genere: Commedia, Introspettivo, Romantico, Triste.
Pairing: Matthew/Brian.
Rating: NC-17
AVVISI: AU, Lemon, OC, Slash.
- Del giorno in cui suo padre è andato via di casa, Matthew ricorda solo che era estate, che sua madre piangeva, che piangeva anche la televisione e che lui voleva un jukebox. Da quel momento, la sua vita è stato un inseguirsi di vuoti, nel disperato tentativo di evitare di prendere atto di un problema che non c'è ma forse dovrebbe esserci. O forse non dovrebbe esserci e invece c'è. Il successivo momento di non-vuoto è Brian. E Matthew che comincia a imparare che il problema non è tale solo se lo vedi. Lui c'è comunque. Sta a te affrontarlo.
Note: WIP.
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
MAKE-UP FOR BOYS
CAPITOLO 1
BUBBLER

Avevo quindici anni, quell’estate. Mamma piangeva nella stanza accanto alla mia. Alla TV, che era rimasta accesa per tutto il giorno, un uomo cominciò a piangere a bassa voce. Disteso sul letto, fissando il vuoto, pensai che il pianto di mia madre e quello dell’uomo alla TV si componessero in un duetto veramente meraviglioso. Poi, all’improvviso, il soffitto divenne grigio ed io pensai “Voglio un jukebox”.
Questo è tutto quello che ricordo della giornata in cui mio padre andò via di casa.
Mia madre mi ha raccontato molte cose, di quel giorno. Di avermi chiamato in salotto, di avermi detto di accomodarmi in poltrona mentre lei e papà continuavano a fissarmi dall’alto, semplicemente terrorizzati perché non avevano la minima idea di come gestirmi. Mi ha raccontato che mio padre prese la parola e disse “Matt, io e tua madre abbiamo deciso”, e che lei lo interruppe puntualizzando che era stato lui a decidere tutto, e che quasi scoppiarono a litigare davanti a me perché mio padre cominciò a sindacare su cosa trovava giusto far sapere “al bambino” mentre mia madre giustamente obiettava che per “il bambino” la cosa migliore sarebbe stata continuare ad avere un padre e non uno stronzo che va via di casa.
Mamma mi ha raccontato anche che, a quanto pare, dopo la scenata io semplicemente mi alzai e tornai in camera mia. Papà raccolse la propria roba ed uscì, e lei si rintanò in camera da letto. Quella che era stata la loro camera da letto, e che da quel momento in poi sarebbe rimasta per me la sua camera da letto, nonostante i numerosi uomini che si sono succeduti nell’occupare la metà di lettone che non è più di mio padre da oltre vent’anni.
Tutto questo susseguirsi d’eventi non è che uno sterile racconto. Io non ne posseggo immagini. Non ne ho ricordo. Potrebbe anche non essere mai successo.
Tutto quello che ricordo resta l’incrocio di quei pianti.
E il desiderio di avere un jukebox.
*
Ne parlai a mia madre solo molti mesi dopo, quando, nell’ingenuità egoistica della mia gioventù, credetti che, dal momento che aveva smesso di piangere ogni giorno, “le fosse passata”. Un giorno lei passò a prendermi da scuola, io mi sedetti tranquillamente nel posto del passeggero al suo fianco e le dissi che mi sarebbe piaciuto avere un jukebox.
Lei staccò appena gli occhi dalla strada, solo per qualche secondo. Giusto il tempo di voltarsi, incontrare il mio sguardo serio e pacato e tornare a fissare l’asfalto.
- Non avrei neanche idea di dove andartelo a comprare. – disse sinceramente, stringendo la presa sul volante, - Non potresti desiderare un IPod come tutti i ragazzi della tua età…?
Ridacchiai lievemente, coprendomi la bocca con una mano.
- Fa nulla. – dissi, scrollando le spalle.
In realtà faceva.
Erano passati all’incirca quattro o cinque mesi da quando mio padre era andato via, e quello del jukebox in camera era stato l’unico pensiero fisso a tenermi compagnia.
Non era come se fossi “stato male”. Non ero “stato male”. Ero rimasto tranquillo, ero tutto sommato rilassato. La partenza di mio padre per l’Australia – appena tre settimane dopo la sua uscita di casa – non mi aveva sconvolto. Il pensiero di non poterlo più rivedere se non per fantomatici viaggi di vacanze estivi che sapevo non si sarebbero mai verificati, non mi turbò affatto.
Mio padre cantava in una band piuttosto famosa a livello internazionale, ero abituato a non vederlo. Ero abituato al pensiero che non ci fosse. Ed ero abituato al pensiero che potesse trovarsi dall’altro lato del mondo rispetto a me, senza che questo dovesse procurarmi particolari traumi. Era una condizione del tutto normale. L’unica cosa che era cambiata era il rapporto fra lui e mia madre. Perché quel rapporto, in effetti, un tempo c’era stato. Quello fra me e lui, invece, era sempre mancato.
Ciononostante, malgrado il mio stato d’animo non potesse dirsi “sofferente”, di sicuro non ero rimasto lo stesso. Avevo progressivamente perso interesse per qualsiasi cosa mi stuzzicasse prima. Non era stata una cosa intenzionale – neanche me ne rendevo conto, a dirla tutta. Suonicchiavo il piano – e non lo toccai più, se non per una volta, ma il solo contatto con i tasti d’avorio mi infastidì al punto da convincermi a non provarci mai più. Scrivevo racconti – ma smisi. Ogni tanto disegnavo – non era mai stato un passatempo fisso, ma smisi anche con quello.
Passavo le mie giornate ad ascoltare musica. E non era solo una questione di udito. Potevo trascorrere interi pomeriggi ad esaminare le copertine dei CD, facendovi scorrere sopra la mano alla ricerca di imperfezioni nel cartone, o, se l’artwork era in rilievo, a saggiarne colli e valli per imprimerne la forma nei polpastrelli. Io e la musica avevamo un rapporto molto fisico. Mi sarebbe davvero piaciuto poter avere un jukebox, sarebbe stato il regalo perfetto, il giocattolo perfetto.
Chiaramente allora non la vedevo in questi termini.
Un jukebox non sarebbe stato un giocattolo, sarebbe stato l’altare del personalissimo santuario che avrei costruito in camera.
Ma quando sei adolescente vedi tutto in maniera talmente distorta che a ripensarci dopo ti dai i brividi da solo. Non hai percezione chiara di niente. È tutto esageramene grande. O esageratamente piccolo.
Io sapevo di avere un problema. O meglio, sapevo che avrei dovuto averlo. Avrei dovuto sentire il bisogno di parlare con qualcuno di ciò che provavo, di ciò che l’assoluta mancanza di mio padre significava in quel momento, di ciò che aveva sempre significato, in qualche luogo oscuro della mia testa.
Ma questo problema, in effetti, mi sembrava esageratamente piccolo. Insignificante.
Al contrario, la fissazione per la musica era enorme. Si gonfiava, come una spugna, occupava tutto lo spazio nella mia testa. Dom continuava a ripetere che avrei dovuto lasciarne un po’ anche per il cervello, quando cercavo di spiegare come lo sentivo. Chris si limitava a ridacchiare sotto i baffi, mandandolo su tutte le furie.
Potevo capire la paura di Dom. Avevo già stressato incredibilmente lui e Chris perché imparassero a suonare rispettivamente batteria e basso, dal momento che avevo intenzione di mettere su una band. Era stato molto felice nel momento in cui io avevo perso interesse nell’idea, ma ora quel ritorno di fiamma lo metteva in agitazione, aveva come il presentimento che da un momento all’altro avrei potuto investirlo di nuovo con quell’idea strampalata, e che lui non sarebbe stato in grado di sottrarsene.
Poverino.
Se penso a com’è finita, aveva ragione lui.
Ma non sarebbe successo prima di un altro anno, almeno, e il filo di pensieri che sto seguendo non è ancora arrivato a quel punto. Manca un tassello fondamentale.
Manca Brian.
Devo arrivare prima a lui.
Quando sarò arrivato a lui, arriverà anche il resto.
*
Il jukebox continuò a tormentarmi. Mia madre lo sapeva e sbuffava, e io passavo il tempo ad osservare immagini su internet, cercando qualcosa che potesse andare bene col disegno assurdo della mia carta da parati gialla e arancione.
Poi un giorno tornò a casa, irruppe in camera mia e mi trovò disteso sul letto ad osservare curioso la copertina di una rivista musicale random. Io mi voltai a guardarla, e le vidi passare negli occhi una quantità enorme di cose. Prima di tutto che in quel momento avrei dovuto studiare, e che quindi adesso era indecisa se dirmi o meno ciò che pensava. Poi che probabilmente quello che stava per dirmi avrebbe soltanto incasinato ancora di più la situazione. E infine che be’, io sembravo tenerci, e quindi così sia.
- Pensi ancora di volere quel coso?
Scattai a sedere, abbandonando la rivista sul copriletto.
- Me ne hai comprato uno?
Lei sospirò.
- No. – confessò abbassando lo sguardo.
- Oh. – dissi io, demoralizzato, imitandola.
- Però ne ho visto uno in quella creperia che c’è in Saint James street… - aggiunse, scrollando le spalle, - Puoi provare a parlare con il proprietario… magari te lo vende.
Ora, so che può sembrare idiota. Ma la mia giornata veramente cambiò sapore, colore e odore, in quel momento. Era la prima volta che mia madre mi dava una piccola speranza in quel senso, e dannazione, non avevo mai visto un vero jukebox, prima di allora!
Volai fuori di casa e la metropolitana mi portò, caotica e ordinaria come al solito, fino a destinazione.
La creperia era in realtà un piccolo bar. All’esterno aveva un giardinetto piuttosto grande, ricolmo di tavolini, mentre all’interno c’era solo la cassa, un bancone sempre stracolmo di panini e un ripiano enorme per fare le crepes, spalleggiato da un grandissimo frigorifero e da tutta una serie di scaffali contenenti ingredienti di ogni tipo.
Il jukebox era in fondo.
Spento, inutilizzato da chissà quanto tempo.
E bellissimo.
I colori scivolavano dal rosa al giallo passando per tutte le tonalità intermedie, il che gli dava un aspetto psichedelico davvero affascinante, ed era una riproduzione fedelissima di un modello che avevo visto online, il Bubbler, praticamente il jukebox più famoso della storia della musica.
Lo amavo.
Lo amavo, lo amavo e lo volevo.
- Prego. – disse una voce alle mie spalle, e io mormorai “il jukebox” prima ancora di voltarmi.
Quando lo feci, però, ripiombai nel silenzio. Davanti a me si stagliava un uomo non troppo alto ma decisamente robusto, che mi fissava sorridendo in un modo che probabilmente a lui doveva sembrare aperto e conciliante, ma in realtà era quantomeno spaventoso.
- Buonasera… - borbottai incerto, torturando gli orli delle tasche dei jeans fra le dita.
- Buonasera! – rispose lui entusiasta, restando in attesa della mia ordinazione.
Io mi guardai intorno e gli chiesi un panino.
- Un panino come? – insistette lui, senza capire che non si trattava d’altro che di una scusa.
Scrollai le spalle e buttai fuori un “cotoletta e patatine” poco convinto, preparandomi a spendere quella sterlina e mezzo e buttarla nell’immondizia appena uscito da quel posto.
Il tizio mi rifilò un panino enorme. Uscivano patate, pezzi di carne e foglie di lattuga da ogni lato. Mi sedetti al bancone del bar, su uno sgabello, e lo poggiai sul piattino che mi aveva passato, cominciando ad esaminarlo per togliere tutto ciò che non mi convinceva. A cominciare dalla lattuga.
- Pensavo… - dissi, dopo un’enorme serie di incertezze, senza riuscire a sollevare lo sguardo dal panino che stavo crudelmente sezionando, - …il jukebox è in vendita?
Lui posò nel lavandino il bicchiere che stava lavando e mi fissò.
- Perché? – chiese curioso. Il suo tono mi costrinse ad alzare gli occhi e guardarlo a mia volta.
- Io lo comprerei. – dissi serenamente, ripetendomi che la sola vista di Bubbler era abbastanza per ridarmi coraggio.
Lui continuò a scrutarmi con attenzione, prima di ridacchiare nervosamente.
- Mi dispiace, ragazzino, il Bubbler non è in vendita.
Il Bubbler.
Cioè era un modello originale?!
- Era tipo di mio nonno. O qualcosa del genere. Capiscimi, - disse sbuffando, - non è che a me interessi, te lo darei pure gratis, ma non sono io il proprietario, qui.
- No…? – piagnucolai indecentemente, giocando con la lattuga unta di maionese nel piatto.
- No. È tutto di quel vecchiaccio di mio padre. – spiegò con astio, - Credimi, se potessi cambierei praticamente il novanta per cento di tutto quello che c’è qui dentro. – borbottò, accompagnando le parole con ampi gesti delle braccia e schizzandomi d’acqua su tutta la faccia.
- E non c’è proprio niente da fare…? – chiesi io, asciugandomi il viso con una manica, cercando di non mostrarmi infastidito, - Vorrei davvero quel jukebox, ci penso da mesi…
- Mmmh. – mugugnò lui, pensieroso, - Senti, io qui devo fare tutto da solo. Il che in genere non è particolarmente faticoso, perché per la maggior parte del giorno questo posto è semivuoto. – illustrò con uno sbuffo annoiato, - Solo che da queste parti c’è una scuola, e quindi all’uscita d’improvviso mi ritrovo invaso da stupidi adolescenti che… - mi lanciò un’occhiata, - Be’, da ragazzini come te.
Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare, perciò mi limitai ad annuire incerto e fissarlo ammirato.
- Quindi, tu vuoi il Bubbler. Io voglio una mano d’aiuto. Possiamo risolvere!
M’illuminai. Pensai che volesse propormi un accordo del tipo “lavori qui a pieno regime pulendo i cessi per due mesi e alla fine il Bubbler sarà tuo”, ed ero già pronto ad accettare con slancio, quando lui disse “Vieni a lavorare con me! Così potrai stare col Bubbler tutto il tempo che vorrai!”, ed io ero così preso da tutti i miei sogni di gloria che quasi neanche me ne accorsi, e accettai lo stesso.
Quando me ne resi conto, era troppo tardi.
- Aspetta. – balbettai, - Intendi lavorare qui a tempo indeterminato…?
Lui annuì tranquillamente.
- Ma è illegale! – protestai agitato, - Ho quindici anni!
- Basterà l’autorizzazione dei tuoi. – risolse lui semplicemente, con una scrollata di spalle.
- Ma… - cercai altro da dire, e non trovai niente. Lanciai un’occhiata a Bubbler, nell’angolino buio. Così, ricoperto di polvere e abbandonato a sé stesso, faceva veramente tristezza. – D’accordo. – annuii, - Ma ad una condizione.
Il tipo sorrise furbo.
- Lo rivuoi funzionante, eh?
Annuii ancora, con più decisione.
- E sia. – concesse lui, - Per quello che m’importa. Ma te ne occuperai tu, ok?
- Sì!!! – risposi entusiasta, scattando in piedi e rischiando di scivolare in terra dallo sgabello, - Certo che sì!
Un Bubbler originale sotto la mia unica e totale responsabilità!
Il mondo era un luogo bellissimo.
Fu così che venni assunto al Cafe Creperie.
Tom Kirk, il mio datore di lavoro, l’uomo che avevo incontrato quel giorno, decise che avevo un talento per le crepes alla nutella e mi mise a fare solo quello. Lo feci per mesi. Ogni giorno uscivo da scuola e mi fiondavo al locale; lì rimanevo ore: preparavo crepes per i miei stessi compagni di classe – che da quando avevano saputo che lavoravo lì avevano deciso di approfittare di me come mai avevano fatto prima, sperando in qualche sconto che il comportamento burbero di Tom mi salvò dal negare, dal momento che lo negava già lui più che bene – e rimiravo il mio Bubbler luminoso e colorato che mangiava vecchi dischi dei Beatles e di musica ballabile varia ed eventuale che naturalmente mi disgustava, ma non era quello il punto.
Fu così improvviso che è quasi assurdo pensarci.
Passai dal niente al tutto in un paio di giorni.
Dai pomeriggi noiosi riverso sul letto e fissare per la milionesima volta la copertina di Diamond Dogs a quelli pieni di chiacchiere e scherzi dietro il bancone della caffetteria, con Dom e Chris che cercavano di infilare le dita nel barattolone di Nutella da tre chili che tenevo su un tavolino lì a fianco e le ragazze che mi imploravano per un pezzettino di crepes gratuito.
Penso che in assoluto quella fu l’esperienza che più mi aiutò a risolvere il “problema” che non avevo ma che decisamente avrei dovuto avere. Anche se è stupido dirlo in questi termini.
Comunque sia, mi aiutò anche a non accorgermi di tutta una serie di cose delle quali, però, sarebbe stato utile prendere coscienza prima. Per dirne una, l’abitudine di mia madre di cambiare uomo ogni due-tre mesi senza nessun motivo apparente. Il continuo viavai di tizi sconosciuti dalla sua camera da letto. La sua tristezza.
Dal momento che non me ne accorsi, non riuscii ad accorgermi neanche di quando tutto questo finì. Mia madre ricominciò a rifiorire. Il viavai scomparve del tutto. E lei riprese ad uscire di sera.
Non mi accorsi di niente. E così, quando si presentò in camera mia e, imbarazzata come una ragazzina, mi confessò che le sarebbe piaciuto farmi conoscere “una persona speciale”, non ebbi immediatamente una percezione chiara di ciò che stava succedendo. Mi limitai a guardarla come se fossimo idioti entrambi e le chiesi chi fosse.
- Si chiama Brian Molko. – gorgogliò lei gioiosa, - S’è trasferito qui qualche mese fa, è un mio collega.
Allora cominciai a subodorare qualcosa. Non capii, ma mi sembrò che qualcosa da capire ci fosse. Il che non era mai stato del tutto automatico, per me.
- Ci vediamo da un po’… - continuò mia madre dolcemente, - Sai Matt, so di aver fatto tanti errori, con gli uomini, in quest’ultimo periodo… - errori dei quali io non ero a conoscenza, e per i quali non sentii il bisogno di perdonarla, - …ma credo davvero che lui sia quello giusto. – quello giusto, disse, me lo ricordo, disse proprio così, - E ci terrei a fartelo conoscere.
Rimasi lì, seduto alla mia scrivania, incerto sul da farsi. Annuii, lei lo prese come un “ok” ed uscì.
Io pensai solo che da quel momento in poi avrei avuto un “padre” per casa.
Non mi sembrò tanto diverso dall’idea di comprare un nuovo vestito o, chessò, un cucciolo di cane.
Preparai lo zaino per il giorno dopo, spensi il pc, infilai le cuffie dell’IPod che avevo finito per farmi comprare comunque nelle orecchie e mi misi a letto.
Mamma preparò l’incontro col signor Molko per il giorno dopo. Si informò sui miei orari scolastici, sui miei orari lavorativi, e quando le assicurai che sarei tornato a casa solo per cena lei annuì e disse “perfetto”.
Quando rincasai, il signor Molko era già lì.
Era un uomo sulla quarantina, sembrava decisamente più vecchio di mia madre e dimostrava certamente più anni di quanti non ne avesse in realtà. Corti capelli brizzolati, limpidi occhi celesti e un sorriso affascinante. Modi da galantuomo. Abbigliamento impeccabile. Mi salutò chiamandomi “Matt” e mi disse che gli faceva molto piacere conoscermi, che ero “esattamente come Marylin mi aveva descritto” e che gli sembravo un ometto simpatico.
Gli risposi che anche lui mi sembrava un ometto simpatico, e lui rise di gusto.
Risi anche io.
E rise mamma.
Ci sedemmo a tavola e mangiammo i pomodori ripieni che mamma aveva preparato con cura per tutto il pomeriggio, perché la salsa tonnata fosse densa e non sapesse troppo di maionese, e perché il mais non uscisse dai bordi, cadendo sul piatto. Divorammo tutto, antipasto, primo, secondo e contorno. Quando arrivammo al dolce – budino al cioccolato. A mamma non piaceva, ma si ostinava a dire fosse un dolce divertente. Io lo amavo, questo mi bastava. – sapevo già tutto quello che c’era da sapere sulla vita del signor Molko. Che era americano. Che era divorziato. Che aveva due figli ma stavano negli Stati Uniti.
E soprattutto che amava mia madre.
Mi bastò.
*
Non bastò al signor Molko, però. Per quanto mia madre cercasse di convincerlo a “non andare troppo di fretta” e “fare le cose con calma”, lui non volle sentire ragioni. Le chiese di sposarlo e lei accettò ma lo implorò di darle tempo. Lui annuì e disse che “tanto non correva loro dietro nessuno”, e che comunque avrebbe gradito che Junior fosse lì, quando si fossero sposati, quindi dovevano aspettare che arrivasse.
Io assistetti a quel discorso imburrando una fetta biscottata alle nove di una domenica mattina. Quando sentii la parola “Junior” d’improvviso gli sbuffi di burro che non riuscivo ad appianare persero interesse e sollevai lo sguardo.
- Junior…? – sillabai incerto, poggiando il coltello sul tavolo e allungando una mano verso il barattolo di marmellata.
- Oh. – rispose il signor Molko, sorseggiando il proprio caffé. E li si fermò.
- No, non gliene ho parlato. – disse mia madre, annegando lo sguardo nel cesto di biscotti in mezzo alla tavola.
Il signor Molko annuì compitamente.
- Non preoccuparti, Mary. – le sorrise, conciliante, - È meglio se a dirglielo sono io.
- Dirmi cosa? – insistetti, un po’ nervoso, aprendo il barattolo e affondando il coltello nella conserva.
Il signor Molko sospirò.
- Matt, tu sai che ho due figli, no?
Annuii, spalmando la marmellata sulla fetta e osservando il burro colorarsi di rosa.
- Ecco, io e tua madre – e mi accorsi che mamma non si lamentò, non negò, sorrise e basta, - pensiamo sarebbe una bella cosa se potessimo essere… più come una famiglia vera.
Addentai la fetta, continuando a guardarlo.
- Mio figlio minore, Brian, ha la tua stessa età.
Risi.
- Ha il tuo stesso nome! – commentai divertito, - È la prima volta che vedo una cosa simile dopo Indiana Jones!
Lui rise con me, continuando a bere il caffé.
- Abbiamo pensato di farlo venire qui. E vivere tutti insieme. – confessò tranquillo, - Speriamo che per te vada bene.
Finii la mia fetta biscottata, bevendoci su un po’ di latte caldo.
L’unica cosa che mi colpì, in quel momento, fu che lui e mia madre si consideravano un’unica entità pensante in sincronia, e che mi dispiaceva non essere parte di quel groviglio caldo e accogliente che la loro unione mi sembrava.
Sorrisi.
- Certo che mi va bene.
*
Passò solo una settimana. Il signor Molko chiamò gli Stati Uniti solo una volta, e più che chiedere ad un figlio di trasferirsi da lui sembrava stargli dando ordini. Non fu brusco, non fu perentorio, non fu neanche fastidioso, almeno non per me. Fissava il muro, parlando al cellulare, e disse al ragazzo dall’altro lato dell’oceano “Sto per risposarmi. Ovviamente voglio che tu venga a stare con me”.
Non credo che il ragazzo dall’altro lato protestò.
Il successivo sorriso del signor Molko non era il tipo di reazione che si ha quando si deve cominciare un litigio per convincere qualcuno delle proprie ragioni… era la reazione che si ha quando si sa di averla comunque vinta.
In ogni caso, la domenica successiva eravamo all’aeroporto. Io mi guardavo intorno con aria curiosa e mia madre si mordicchiava le unghia, ansiosa, mentre il signor Molko si sollevava sulle punte per superare un gruppo di giganti scandinavi in arrivo nella piovosa Inghilterra probabilmente per una partita di calcio.
Successe tutto in due secondi.
Due davvero.
Io adocchiai un manifesto con sopra la pubblicità di un nuovo panino di McDonald’s, decisi che lunedì avrei ucciso Tom e sarei fuggito al primo locale disponibile per mangiarlo, e quando tornai a guardare l’atrio della sala arrivi lo vidi.
Quasi contemporaneamente, il signor Molko sollevò un braccio e disse “Brian!”, ridendo felice come un bambino.
Furono due secondi.
So che è banale, so che è stereotipato, ma furono i più lunghi della mia vita.
Era una ragazzina.
Bassa e magra.
Con uno strano casco di capelli scuri e spettinati sulla testa.
Una maglia nera stretta con le maniche più lunghe dell’universo.
Una gonna.
Un paio di collant.
E un paio di anfibi.

Brian.
Si avvicinò sbuffando, ed io seguii il movimento delle sue labbra. Sembrarono arrotondarsi e gonfiarsi in una piccola morbida palla, increspandosi come le onde del mare.
Rosse, piene e leggermente umide.

Non mi degnò di uno sguardo. Si limitò a scrutare con malcelato odio il proprio padre, lanciando la valigia ai suoi piedi e mettendo una mano sul fianco.
- Contento? – sputò fuori, velenoso.
- Junior, ti prego… - mormorò il signor Molko, roteando gli occhi.
- Avresti almeno potuto costringere anche Barry a venire. – continuò il ragazzo, senza interessarsi a nient’altro che non fosse il proprio genitore.
- Barry ha una famiglia e dei figli, Junior… - rispose lui, prendendo la valigia da terra e rimettendola dritta sulle rotelle.
- Piantala di chiamarmi Junior. È meschino che tu lo faccia solo perché sai che mi infastidisce.
Il signor Molko ghignò apertamente.
- Posso presentarti la mia compagna, o la sbranerai?
- Non ne avrei motivo. – rispose Brian con un sospiro, socchiudendo gli occhi. Solo allora sembrò cominciare a guardarsi intorno sul serio. E, prima di guardare mia madre, lanciò un’occhiata alla propria sinistra e mi sfiorò. Non diede neanche segno di accorgersi della mia presenza… ma che mi vide lo so.
Perché sentii i suoi occhi addosso, e quegli occhi non guardano mai in maniera lieve, non sono mai leggeri, non sono mai discreti. Sembra vogliano spezzarti in due ogni volta che ti si posano sulla pelle.
L’incontro fra Brian e mia madre fu quanto di più esilarante successe quel giorno. Era ovvio che lo trovasse adorabile da guardare, ma che avrebbe preferito mille volte poter rimanere solo a guardarlo senza necessariamente doverselo portare in casa. In fondo, posso capirla. Lui non era esattamente il tipo di adolescente maschio nel pieno delle proprie facoltà fisiche e mentali che immagini verrà a bussare alla tua porta. Era decisamente atipico, e non solo sembrava fiero di esserlo, sembrava anche uno di quei casini ambulanti impossibili da sbrogliare.
Questo fu il motivo per cui mia madre ne fu terrorizzata e si comportò con lui come se Brian fosse una principessina d’altri tempi e lei la dama di corte incaricata di farle compagnia. Mi chiedo ancora come sia riuscita a resistere all’impulso di aprire per lui la portiera della macchina.
Mamma non era abituata ad avere il controllo delle cose, ma era sempre lei a perderlo. Non qualcun altro a sottrarglielo. Cosa che invece Brian sembrava del tutto intenzionato a fare.
Comunque per me fu abbastanza semplice. Mi limitai ad osservare quello scricciolo in azione, trattenendo a stento le risate per tutte le occhiatacce che lanciava al signor Molko e tutte quelle che si sforzava di non lanciare a mia madre.
Fu semplice, fino a quando il signor Molko non distrusse tutto con l’uscita più infelice della giornata.
- E lui sarà il tuo nuovo fratello. – disse, mettendomi un braccio attorno alle spalle e spingendomi verso Brian.
Lui mi guardò.
Inequivocabilmente. Per molti secondi.
Socchiuse le palpebre, e il suo sguardo divenne veramente cattivo.
Catalizzò su di me tutto l’odio che provava e incrociò le braccia sul petto.
- Io ho un solo fratello. – sentenziò secco, - Tu chi saresti?
Deglutii.
- Matthew. – risposi incerto.
Lui roteò gli occhi e scosse il capo come a dire “sì, be’, chissenefrega” e poi si allontanò senza più calcolarmi.
Finì così, praticamente. C’infilammo velocemente in macchina e prendemmo l’autostrada per tornare a casa.
- Non sei felice di essere in Inghilterra…? – chiese incerto il signor Molko, fissando il figlio riflesso nello specchietto retrovisore.
Brian si rincantucciò nell’angolino più lontano da tutti nel sedile posteriore, le braccia ancora strette e serrate sul petto e l’espressione più schifata che avessi mai visto in faccia a qualcuno.
- Non potrà essere peggio di casa. – borbottò impietoso, prima di ripiombare nel silenzio.
*
[Cercai di non calcolarti affatto.
Cercai di non calcolare nessuno, perché sinceramente speravo di fare uscire di testa mio padre prima che ci fosse bisogno di abituarmi a una convivenza con degli estranei. Speravo mi avrebbe rimandato a casa. Speravo che entro la fine della settimana successiva sarei tornato negli Stati Uniti. Alla mia vita schifosa. Che però quantomeno era prevedibile.
Speravo in un mucchio di cose, l’unica cosa in cui non speravo eri tu.
Il che dimostra che ho sempre avuto scarso intuito per le scommesse.]

continua…


Genere: Commedia, Romantico.
Pairing: Matthew/Brian.
Rating: NC-17.
AVVISI: Slash, Lemon.
- Matthew, preoccupato dal collasso di Brian durante un concerto in quel di Osaka, una volta saputo che il suo ragazzo sta riprendendosi a Londra, passa a fargli un saluto.
Commento dell'autrice: La colpa è interamente di Fae e del collasso che ha colpito il povero Brian mentre cantava in Giappone D: Povero coccolo. Storiellina per esorcizzare la cattiva sorte (ogni tanto funziona; ogni tanto no XD) e per giocare un po’ con questi tatini, che mi mancavano.
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
TRE PROS AND CONS OF GORGONZOLA CHEESE
20 Rooms / 001 Cucina @ PWP Fest (Kinks&Pervs)
RPF Cantanti @ Fanworld.it Pigiama Party

Brian mugolò di fastidio quando la luce della stanza si accese, colpendolo in pieno volto.
- Nooo… - biascicò esausto, nascondendosi al di sotto delle lenzuola, - È ancora presto, i dottori hanno detto sei settimane e sei settimane non finiscono prima di altri quarantuno giorni e dodici ore…
- Brian! – tuonò la voce di Matthew, inondando l’intero ambiente e costringendo Brian a tapparsi le orecchie, pressando forte le mani ai lati del viso, - Ma cosa diavolo ti è successo?!
- Non… urlare… ti prego… - mugolò lui, rivoltandosi stancamente fra le coperte, - Sto male…
- Il Giappone è sempre la causa di ogni male! – asserì risoluto Matthew, afferrando il lenzuolo e strappandoglielo di dosso con la delicatezza di uno scaricatore di porto che si fosse svegliato col piede peggiore in assoluto, quel mattino, - Ho dei pessimi ricordi di quella terra. Sballo dissennato fino alle cinque del mattino, donne ovunque il cui unico scopo sembrava venire a letto con me, droga, alcool, ro-
- Quando comincia la parte negativa? – chiese Brian, ancora steso sul letto, osservandolo con aria supponente.
Matthew aggrottò le sopracciglia, deluso.
- È cominciata quando ho cominciato a parlare di sballo, Bri. – precisò, - Posso solo immaginare come tu abbia passato i giorni prima del collasso, per ridurti in questo stato!
- Non sono in nessuno stato, Matt. – sospirò Brian, cercando di sorridere conciliante mentre si metteva seduto e poggiava i piedi a terra, cercando a tentoni le proprie pantofole, - Vedi? – cinguettò incoraggiante, alzandosi in piedi e vagolando a caso per la stanza, - Sto in piedi, posso muovermi senza svenire e se devo dirti la verità ho anche un po’ di fame. Per cui apprezzo che tu sia venuto a controllare come sto, ma puoi anche tornare al tuo lavoro. – concluse, muovendosi disinvoltamente verso la cucina.
- Ma! – cerco di fermarlo Matthew, andandogli dietro, - Ho preso il primo aereo, appena ho saputo!
- Ma! – gli fece il verso Brian, roteando gli occhi prima di spalancare il frigo e immergersi al suo interno, fra pacchetti e pacchettini di svariate forme e dimensioni, alla ricerca di qualcosa da mangiare, - Chi te l’ha chiesto?
Offeso, Matthew si ritrasse di qualche centimetro.
- …simpatico. – commentò acido, incrociando le braccia sul petto.
- Sì, eh? – ghignò Brian, riemergendo dal frigorifero con un sandwich al formaggio fra le mani.
- Come un calcio nelle palle, più o meno. – annuì Matthew, lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi, - E quello ti fa malissimo, comunque, è pesante da digerire! Tanto vale, non so, che torni da Gaia a prendere quello che è rimasto della peperonata di sua zia, così quantomeno se devi morire lo fai con un sorriso sulle labbra e mangiando qualcosa di più glorioso di un dannato panino con del dannato cos’è quello?
- Gorgonzola. – rispose Brian, scrollando le spalle e portando il panino alla bocca.
- Ma neanche per idea! – urlò Matthew, raccapricciato, strappandoglielo dalle mani, - Tu non mangerai questa schifezza, lo sai che c’è la muffa dentro?!
- Sì, Matthew, lo so. – grugnì l’uomo, allungando una mano a cercare di recuperare il panino, - Mi piace, è commestibile, un po’ di gorgonzola non ha mai ucciso nessuno, ti spiacerebbe ridarmelo, adesso?
- Mi spiacerebbe moltissimo! – s’impuntò lui, la voce quasi stridula, - Tu non ti curi abbastanza! Non ti riguardi! Sei completamente sregolato e questi sono i risultati, e-
- E non intendo continuare ad ascoltare una paternale simile da te che sei notoriamente uno degli esseri umani più fuori di testa abbiano mai calcato questa terra, Dio mio, Matthew! – strillò Brian, spintonandolo lateralmente e dimostrando di non essere poi così esausto come Matt aveva creduto in principio, per poi dirigersi risoluto verso la camera da letto, fumando come una teiera prossima allo scoppio.
- Brian! – lo richiamò Matthew, afferrandolo per un polso e riportandoselo vicino, notandolo molto più arrendevole di quanto non fosse in genere, e quindi dicendosi che okay, probabilmente era stanco davvero. – Bri… - ripeté più dolcemente, appoggiando la fronte contro la sua e spingendolo piano contro lo sportello chiuso del frigorifero, accarezzandogli lento la nuca, - Senti, mi dispiace. – sussurrò sulla sua pelle, cercando le sue labbra per un bacio lievissimo, appena accennato, - Ero solo preoccupato. Sei… voglio dire, le immagini hanno fatto il giro del mondo, sei collassato nel mezzo del palco. Ero fuori di me.
- Me ne sono accorto. – borbottò Brian, ricambiando con scarsa convinzione i suoi baci, - Ma non sono mica morto. Mi vedi, no? Vivo e vegeto.
- Idiota. – rispose semplicemente Matthew, chinandosi di qualche centimetro e catturando più decisamente le sue labbra, spingendolo ancora contro il frigo.
- Matt...? – cercò di chiamarlo Brian, incerto, piegando il capo per accogliere le sue labbra mentre scivolavano lente lungo la curva bianchissima del suo collo, un po’ ruvida a causa della barba non rasata da qualche giorno, - Che…
- Mi sei mancato. – rispose sbrigativamente Matthew, avvolgendogli le braccia attorno alla vita ed introducendo le dita oltre l’orlo della maglia, a sfiorare la pelle morbida dei fianchi e della pancia, - Dio, Bri…
Brian rispose chiamandolo a propria volta in un sospiro sottilissimo, sollevando entrambe le braccia a cingerlo al collo e spingendosi in alto col bacino per strusciarsi lento contro di lui. Matthew arpionò con forza l’elastico dei pantaloni del suo pigiama, spingendoli verso il basso e sorridendo compiaciuto contro le sue labbra quando Brian, docile, sollevò una gamba e poi l’altra per agevolare i suoi movimenti.
- Sverrò. Sicuro. – sorrise anche Brian, quando Matthew lo sollevò contro lo sportello, spingendolo a serrare le cosce attorno ai suoi fianchi e reggendolo per un fianco mentre, con la mano libera, si disfaceva dell’impaccio della cintura e della zip dei jeans, - Sei un pessimo infermiere.
- E un ottimo amante. – rispose sicuro lui, mordendogli il labbro inferiore.
- E un pessimo modesto. – rise Brian, perdendosi nei tocchi brevi di Matthew lungo la sua spina dorsale, - Ma va bene così. – ammise, chiudendo gli occhi e schiudendo le labbra per offrirsi ad un altro bacio.
Matthew stava già spingendosi contro e dentro di lui con la solita forza, con la solita foga, meno di un minuto dopo. Perso fra la sensazione fredda e quasi fastidiosa del metallo del frigorifero contro le spalle e quella decisamente più calda e piacevole del corpo di Matthew schiacciato addosso davanti a sé, contro il petto, contro i fianchi, sotto la stretta saldissima delle sue gambe, Brian si inarcò e gemette il suo nome più volte, in ogni carezza e in ogni bacio a fior di labbra, sussurrandogli il proprio piacere sulla lingua quando, venendo dentro di lui e stringendolo con forza fra le dita per portarlo a sua volta all’orgasmo, Matthew si sporse verso di lui reclamando l’ennesimo bacio umido e profondo, fra un morso e l’altro.
Ringraziò che Matthew avesse abbastanza forza nelle gambe da continuare a sorreggere lui e se stesso, perché se fosse rimasto in piedi sarebbe sicuramente crollato per terra, e il suo collasso non sarebbe stato poi molto diverso da quello che aveva tanto spaventato Matthew in video. Lentamente, gli lasciò scorrere le dita fra i capelli arruffati, ravviandoli sulla fronte e sulla nuca ed osservando come, madidi di sudore, si appiccicassero alla sua pelle chiara e un po’ arrossata dalla fatica e dalle sue carezze.
- Ora però mi riporti a letto. – gli mugolò in un orecchio, col tono lamentoso di una principessa insoddisfatta. Matthew roteò gli occhi, sbuffando annoiato contro la sua spalla.
- Viziato. – lo rimproverò, stringendolo con forza fra le braccia e cercando di camminare in modo da non dover perdere i pantaloni per strada, mentre lo riconduceva in camera, - Quanto hai detto che durerà ancora la vacanza?
- Quarantuno giorni, - rifletté Brian, risistemandosi mollemente fra coperte e cuscini, - e dieci ore, più o meno. – completò con una risatina. – Resti?
Matthew scrollò le spalle, stendendosi al suo fianco sul materasso ed allungandosi a recuperare il telecomando perso fra i cuscini, per accendere il televisore.
- Qualcuno dovrà pure impedirti di mettere in bocca altre schifezze.
Brian rise, senza cogliere l’opportunità per la battuta cattivissima che s’era appena formulata nella sua mente. Poi, l’aria della stanza si riempì delle risate preregistrate di una vecchia commedia inglese che Matthew sembrava adorare alla follia, e presto anche la stanchezza tornò a farsi sentire, solo che, fra le risatine idiote di Matt e quelle altrettanto idiote del pubblico della commedia, sembrava molto più facile da affrontare.
Genere: Introspettivo, Commedia.
Pairing: Nessuno.
Rating: PG-13.
AVVISI: OC, What If?.
- I Muse sono persi nelle campagne del Devon e stanno registrando il loro nuovo album di studio. Il problema è che nessuno può esserne davvero sicuro, ed ecco perché Edgar Bronfman Jr., CEO della Warner, invia il proprio figlio in Inghilterra perché possa accertarsene al di là di ogni ragionevole dubbio...
Commento dell'autrice: Ovvero: parto plurigemellare di una fanfiction travestita da originale travestita da fanfiction, in cui nulla è ciò che sembra, tutto è storicamente documentato ma slittato avanti o indietro nel tempo in favore dei bisogni dell’autrice e c’è un unico OC, e non si tratta del protagonista.
Vorrei poter dire poco, di questa storia, e non annoiare i poveri lettori che hanno già fatto un considerevole sforzo ad arrivare fin quaggiù senza demordere nonostante i copiosi sbadigli, ma il giorno in cui mi riuscirà di essere breve e sintetica probabilmente cadranno le stelle ed avrà inizio la fine del mondo, perciò tolleratemi e continuate a volermi bene anche se mi preferireste maggiormente grafo stitica.
Dunque, l’idea per questa storia nasce nel momento in cui i Muse decidono di condividere parte del loro processo di registrazione. Se vi siete chiesti se le pecore, le mucche, le galline e gli schiocchi di dita nel cesso fossero finti o veri, ecco, un buon 50% di ciò che ho scritto (pecore e schiocchi) sono assolutamente reali. Per il resto ho inventato, ma voi capite bene che, se possono essere veri i primi, hanno buone probabilità d’essere veri anche i secondi, pure se i Muse non li hanno condivisi con noi XD
Poi. Benjamin. Dunque, Benjamin Bronfman, conosciuto dai più come Ben Brewer (che poi è il cognome della madre), voce/chitarra dei The Exit ed attuale fidanzato di M.I.A. nonché padre di suo figlio (Ikhyd Edgar Arular Bronfman <- ripetete dopo di me, tutte in coro: WTF?), esiste, naturalmente, sul serio. È il più grande fra i figli di Edgar Bronfman Jr., CEO della Warner. I miei piani iniziali non comprendevano l’utilizzo di quest’uomo, nel senso che volevo un OC che fosse il figlio di qualche pezzo grosso della Warner e che andasse a monitorare i Muse, tutto qui XD Poi, mentre mi perdevo nelle solite ricerche con le quali porto avanti le RPF, e che mi portano sempre a scoprire cose assurde, mi sono affezionata a quest’uomo dai millemila figli (parlo di Edgar) ed ho voluto fosse lui il mio pezzo grosso. Ben, poi, aveva l’età perfetta per essere il manager di produzione che mi serviva, e quindi, senza pensarci nemmeno due volte, ho finito per usarlo XD Vanessa ed Hannah sono davvero le sue sorelle e tutti e tre sono figli dell’ex-moglie di Edgar, Sherry. Non so nemmeno perché vi sto dicendo tutto questo, sono quasi sicura che non ve ne freghi un accidenti XD Ma io mi diverto moltissimo quando posso pucciare roba vera al 100% nelle fanfiction, quindi volevo condividere. Anche se poi qui non è proprio tutto vero al 100%, perché al momento in cui scrivo Ben è già frontman dei The Exit dal 2000, mentre qui viene ritratto come un nerd sfigatissimo che comincia a cantare solo in seguito all’esperienza coi Muse =P L’unico OC della storia è Stephanie. Ed io le voglio intimamente bene XD
Inizialmente non doveva essere una fanfiction epistolare, ma durante la stesura mi sono resa conto dell’inoppugnabile evidenza per la quale potevo continuare con la narrazione normale e scrivere sessanta pagine di storia nel tentativo di renderla credibile a livello crono-narrativo (se ciò che sto dicendo ha un senso), oppure potevo ripiegare sulle mail allo “scricciolo” e sperare che il buon Dio (del fangirling) me la mandasse buona. Spero l’abbia fatto XD
No, non sono mai stata né a Teignmouth né a Como, me ne strafrego e per tutto ciò che ho detto delle due cittadine mi sono basata sulle foto che ho visto e sulle sensazioni che le immagini mi hanno comunicato. Punto. Non intendo farvi vedere le foto che ho usato, googlate le due cittadine e verranno fuori da loro XD Oh.
Il cappellino di Matt esiste davvero. Nessun animale è stato maltrattato per la realizzazione di questa fan fiction :D Qualche autrice sì, però XD (La sottoscritta, nel caso sorgesse il dubbio).
PS. Scritta per lo Spring Party ’09 di Fidelity, secondo il regolamento del quale la fanfiction doveva rifarsi alla quote di Kitchen di Banana Yoshimoto “Nel flusso indefinito degli eventi e degli stati d'animo, gran parte della storia è incisa nei sensi.”, e che qui è presente all’interno della storia sulle labbra di Stephanie.
Scritta altresì per la challenge Temporal-mente di Criticoni. Il tema di riferimento ("It´s like a multicoloured snapshot stuck in my brain”, tratto dalla splendida It Takes A Fool To Remain Sane dei The Ark), è qui presente nel momento in cui Ben descrive ad Hannah il lungomare di Teignmouth, utilizzando le parole “È un fotogramma multicolore che mi porterò dietro a lungo”.
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Io non ho nessun talento particolare e non sono granché bravo a fare niente. Questo, quando non sei nessuno, probabilmente è un problema perché ti guardi intorno e non sai dove mettere le mani, non sai cosa fare della tua vita e come ti muovi sbagli, d’accordo, ma vi assicuro che quando sei “qualcuno” – o meglio: quando non sei nessuno ma nasci con l’etichetta qualcuno stampata sulla fronte, indipendentemente dai tuoi meriti personali – una totale assenza di capacità, più che un problema, è un disastro.
Sospiro profondamente, affondando nella poltrona di fronte alla scrivania di mio padre e cercando di farmi minuscolo come quando da piccolo rompevo i soprammobili con una pallonata e cercavo di muoverlo a compassione tirando fuori gli occhioni color cioccolato di mamma.
- Papà, io non penso sia il caso di mandare me, sai…?
Mio padre sospira a propria volta, sistemando carte sulla scrivania davanti a sé. Sono documenti che dovrei conoscere, visto che lavoro qui da circa tre anni, ma anche a guardarli con attenzione non mi dicono niente. Il che, penso, la dice lunga sul mio problema che più che un problema è un disastro.
- Ben, tu sei mio figlio. – mi ricorda pazientemente.
- Sì! – annuisco io, - E non sono mai uscito dagli Stati Uniti d’America. E non ho mai avuto a che fare con una band musicale. E tu vuoi mandarmi sei mesi in Inghilterra a seguire il lavoro di… come hai detto che si chiamano?
Mio padre sospira ancora.
- Muse, Benjamin. E sono uno dei nostri cavalli di battaglia sul mercato europeo.
- Ecco, sul mercato europeo, quindi perché non ci mandi qualcuno di là? Qualcuno che lo conosca, quel mercato! – così che non possa mandare tutto a puttane come presumibilmente farò io mettendo piede sul suolo inglese, vorrei aggiungere, ma l’occhiata severa di mio padre mi frena, perciò mi mordo la lingua, deglutisco ed abbasso lo sguardo sulle mie mani, che giacciono abbandonate e inermi sulle mie ginocchia.
Lui si alza dal proprio posto e mi raggiunge girando attorno alla scrivania e sedendosi sulla poltrona al mio fianco.
- Ben… - mi chiama dolcemente, - Io vorrei che un giorno tu potessi avere le competenze per diventare il presidente esecutivo della divisione inglese della Warner. – annuisce compitamente, - Penso che tu sia un ragazzo intelligente e capace, non capisco per quale motivo ti stai… - gesticola, indicandomi distrattamente, - sprecando così. Non è onesto nei tuoi confronti.
Non sollevo lo sguardo. Come si fa a dire “guarda che ti sbagli” ad una persona che ti dice cose simili?
Mio padre è sempre stato molto indulgente, con me. O forse il suo orgoglio paterno gli impedisce di vedermi per quello che sono – un inetto, in pratica. Ci sono figli che non riescono a vedere in se stessi qualcosa che invece i loro genitori intuiscono perfettamente, ma io non appartengo a quella categoria. In me non c’è proprio niente da vedere.
- Ci tengo molto a questo incarico, Ben. Potresti, per favore, portarlo a termine?
Da quando sono nato non ho fatto che dare delusioni a tutti. In qualità di primo figlio maschio, suppongo mio padre si sia sempre aspettato da me standard di resa piuttosto alti, ed invece la mia carriera scolastica è stata mediocre, le mie relazioni pubbliche sono state mediocri e ristagno nella mediocrità anche adesso che lavoro alla Warner. Sono fermo lì in amministrazione a catalogare contratti da tre anni e non sono ancora riuscito a tirarmene fuori. Mio padre mi ha già aiutato abbastanza assumendomi e s’è giustamente rifiutato di aiutarmi anche nelle promozioni – “quelle devi guadagnartele, Ben” – ed io cosa ho fatto? Ovviamente sono rimasto immobile. Non dipende da me. O meglio, dipende da me, ma non è una cosa che posso controllare. Non riesco a controllare niente, io.
Per questo ora sollevo lo sguardo e lo fisso su mio padre e, semplicemente, annuisco. In fondo è solo un viaggio transoceanico, ecco, non è neanche detto che succedano drammi enormi tipo schiantarci sull’Atlantico mentre lo sorvoliamo o perdermi in una giungla appena sceso dall’aereo. Non credo che ci siano giungle in Inghilterra, oltretutto.
Mio padre mi sorride conciliante, stringendo una mano sulla mia spalla. Le sue mani sono sempre state enormi, almeno, io le ho sempre viste così, fin da quando ero un bambino. Il fatto che continuino ad esserlo anche adesso, e che, a confronto, le mie sembrino tanto piccole, mi dà quasi fastidio.
- Vedrai, ti divertirai. – mi rassicura lui, alzandosi in piedi ed obbligandomi a seguirlo nel movimento, lasciandomi disinvoltamente intendere che la discussione è finita qui, - Ovviamente dovrai lavorare sodo. – aggiunge con un cipiglio più severo, quasi avesse paura di indorarmi troppo la pillola nel tentativo di galvanizzarmi. Apprezzo i suoi tentativi, ma dubito che riuscirei a galvanizzarmi anche se adesso tirasse fuori dal cappello qualche assurdità del tipo “ad attenderti ci saranno cinquecento vergini appena diciottenni pronte ad esaudire ogni tuo più piccolo desiderio”. – Ma riuscirai comunque a divertirti. – conclude con un sorriso più conciliante, - E poi vedrai, sono tutti dei bravi ragazzi. Ti troverai bene.
Mi troverò bene. Mi troverò bene.
Cerco di ripetermelo fino a quando non ci crederò davvero.

LONG ROAD TO RUIN
"It´s like a multicoloured snapshot stuck in my brain." (It takes a fool to remain sane – The Ark)

È già passata una settimana dal momento della mia investitura a manager di produzione per il quinto album dei Muse, quando metto piede in Inghilterra. E, giuro, ho passato gli ultimi sette dannati giorni a non fare altro che ripetermi che mi sarei trovato bene. Che non ho davvero nulla di cui preoccuparmi, intendo, andiamo, cosa diavolo può succedere? Avrò comunque a che fare con dei professionisti. Se non capirò qualcosa o mi troverò in difficoltà, certamente qualcuno di loro sarà in grado di aiutarmi. Posso farcela.
Sette giorni di questa solfa. Durante il viaggio in aereo non ho fatto che ripetermelo. Se nel lettore mp3 non avessi avuto tutta la discografia di questi fantomatici Muse – dovevo almeno fare un tentativo di approcciarmi a loro, giusto per cercare di capire con cosa avrò a che fare, e non sono affatto male. Un po’ schizzati, magari, ma niente affatto male – avrei sicuramente tenuto una registrazione vocale di una qualche signorina dal timbro suadente che non avrebbe fatto altro che ripetermelo, di modo che restasse bene fisso in testa: non ho niente di cui preoccuparmi, mi troverò bene, posso farcela.
Non ci credo ancora, per inciso. Ho maturato la convinzione che potrei passare anche tutto l’intero resto della mia vita a ripeterlo, e non ci crederei comunque. È difficile scardinare ventisei anni di ferrea convinzione in senso opposto, d’altronde. Io non ho mai creduto di potermi trovare bene e di potercela fare. In niente. Ho sempre sperato di risolverla in qualche modo. Non so se capite la sottile sfumatura di differenza. Crederci e sperarci, intendo.
Londra mi accoglie incasinata come l’ho sempre immaginata, anche se in realtà non sono mai uscito dagli Stati Uniti e non ho mai avuto veramente un’idea di come andassero le cose negli aeroporti europei. Il fascino che l’Europa esercita sugli statunitensi, suppongo, può capirlo solo uno statunitense. Non è che si immagini effettivamente qualcosa di così diverso dalla nostra realtà, pensando a ciò che capita oltreoceano. Anche perché, a conti fatti, non si saprebbe cosa immaginare: quando immagini una foresta fantastica, ci metti dentro gli elfi, i folletti, le piante parlanti, per dire. Ma lo fai perché non sai niente, puoi darci dentro quanto vuoi con la fantasia.
Con l’Europa, per forza di cose, non può essere lo stesso: se non altro perché comunque la studi a scuola; voglio dire, lo sai che non ci sono gli elfi e i folletti, in Europa. Quindi non è che la immagini come un luogo mistico e misterioso o chissà che. Però un po’ te l’aspetti che ci sia qualcosa di diverso. Poi rimani deluso quando arrivi che non cambia rispetto a quanto hai già visto mille volte nel resto della tua vita in luoghi diversi.
Londra mi accoglie, quindi, anzi, in realtà sarebbe meglio dire che Londra non mi accoglie, perché come metto piede sulla pista d’atterraggio, dopo aver abbandonato l’aereo, finisco trascinato sballottato e spintonato malamente da una massa di gente in agitazione verso il pullman parcheggiato a qualche metro di distanza.
Non so neanche bene come riesco ad uscire dall’aeroporto. Potrei dire di aver seguito le indicazioni, ma in realtà io le indicazioni le ho solo viste. Cioè, ho preso atto della loro esistenza e le ho lette. A trascinarmi fuori dall’edificio è stata la massa di persone. Siamo tutti così compressi che mi sembra di non avere più nemmeno i piedi, mi muovo con il flusso. E dire che qui è grandissimo.
Il treno per Teignmouth – una cittadina industriale il cui nome, ne sono sicuro, non sono ancora riuscito a pronunciare correttamente – non è il trabiccolo malmesso e cigolante che ho immaginato arrivando. Cioè, quel poco di Londra che ho visto di sfuggita mentre cercavo di afferrare un caffè ed una ciambella, mi ha dato l’impressione di essere una di quelle cose irripetibili di fronte alle quali tutto il resto perde colore. E invece il treno è carino, intendo, moderno, non va a vapore né niente di simile – no, non ho davvero immaginato che potesse essere a vapore, o forse un po’ sì, non saprei dire – ed è sedili sono comodi, non sono sfondati e non ci sono buchi. Mi sento molto un cretino, in questo momento, ma in realtà è così da giorni, quindi non mi stupisco nemmeno così tanto.
Quando arrivo a Teignmouth, non ho quasi nemmeno il tempo di guardarmi intorno, che subito vedo un cartello bianco col mio nome sopra, retto in alto da un tizio dall’aria simpatica e con la barbetta incolta che circonda un sorriso ampio e divertito. Sistemo il cappellino sulla testa e mi faccio avanti, stringendo la tracolla con una mano e la maniglia del trolley con l’altra. Le rotelline fanno a cazzotti con la ghiaia del piazzale, ed impreco a bassa voce mentre cerco di disincastrarle da un piccolo fosso e l’uomo si avvicina, dandomi una mano e salutandomi con una mezza risata divertita.
- Ben Bronfman, suppongo. – mi saluta con una vigorosa stretta di mano, - Posso chiamarti Ben, vero?
Annuisco, ancora un po’ rintontito dal viaggio. È una bella giornata, il sole è quasi fastidioso e sento i gabbiani stridere dalla spiaggia – che è davvero a due passi, ho guardato il mare dal treno per tutto il tempo, mentre arrivavamo in stazione. Non sembra quasi neanche di essere a febbraio, ed al momento l’Inghilterra non mi sembra tanto diversa da una realtà parallela rispetto all’America, dopotutto.
- È un posto carino… - commento sovrappensiero mentre salgo in macchina, dopo aver sistemato il trolley nel portabagagli, - Intendo, è un bel paesino di provincia. Col mare, la spiaggia, le colline e tutto. Ci sono dei bei colori. – aggiungo mentre passiamo davanti ad una sfilata di case dalle mura rosa e dai tetti spioventi azzurri che mi ricordano tantissimo le case delle bambole con cui Hannah e Vanessa si fracassavano le teste quando erano piccole.
Il tizio – che, mentre io mi perdevo nell’osservazione del paesaggio, s’è presentato come Tom Kirk ed ha ricevuto in risposta da parte mia, prima di un normalissimo “piacere”, uno sballatissimo “ODDIO, COME IL CAPITANO” seguito da squittii di varia natura… e mi chiedo come farà a considerarmi una persona seria, nonché l’uomo che dovrà supervisionare il suo lavoro, da ora in poi – insomma, questo Tom mi lancia un’occhiata dubbiosa e fa una smorfia.
- Quanto si vede che sei americano… - borbotta con aria saccente. Io, piuttosto che sentirmi offeso come probabilmente dovrei – anche se mi rendo conto di non fare altro che pensare per stereotipi, perciò non vedo perché anche gli altri non dovrebbero farlo – mi sento profondamente in imbarazzo, perciò non rispondo. – È un bordo di merda. – aggiunge poi, scrollando le spalle, - È di uno squallore nauseante e non c’è niente di niente. A parte le spiagge, le colline e tutto. – mi fa il verso con un mezzo ghigno.
- E allora… - deglutisco io, cercando di riportare la conversazione su un terreno meno accidentato, - come mai avete scelto proprio questo luogo, per registrare?
Il ghigno di Tom si allarga e diventa quasi un sorriso sincero, mentre abbandoniamo la strada principale immergendoci in una specie di tangenziale che taglia in due i campi coltivati.
- Perché i ragazzi sono cresciuti da queste parti… perché sono tre nostalgici… perché il quarto di Chris è appena nato e lui è un tipo molto casa e chiesa senza chiesa di mezzo… - ghigna ancora, - Ma soprattutto perché Matt ha sempre desiderato di tornare qui da eroe. E perciò, da eroe, ha preteso i suoi studi. In piena campagna. – e butta lì una risata che, in realtà, un po’ mi turba. Rido anch’io solo per non fare brutta figura, ma non posso fare a meno di chiedermi perché, con tutti gli studi già disponibili nel mondo conosciuto, questi qui abbiano preteso di costruirsene uno proprio perduto nelle campagne del Devonshire.
- Capisco. – annuisco mentendo, mentre la macchina che mi ospita svolta per una stradina sterrata laterale e, dopo qualche metro in cui scompare letteralmente nell’erba alta come cespugli, riemerge di fronte ad un cancello, superato il quale si ferma all’interno di uno spiazzo di terra bianca e polverosa.
- Ora, - mi avverte Tom, spegnendo il motore, - non ti spaventare troppo, okay? Ti assicuro che sono persone normali anche loro, una volta che ci fai l’abitudine.
“Normale”, però, non è esattamente la prima parola che mi viene in mente quando, appena sceso dalla macchina e prima ancora di recuperare il bagaglio, vengo accolto dall’immagine straniante di una pecora che mi taglia la strada belando disperata, inseguita da un nano impazzito che strilla “È lei! È lei! Non può scappare!”, a sua volta tampinato da un nano biondo vagamente meno nano del primo che lo implora di fermarsi e tornare a ragionare, a sua volta seguito a ruota da una mandria di bambini dai sei ai dieci anni che saltano e rotolano in ogni direzione, giustamente pedinati da una specie di gigantesco orso barbuto e ricciuto che porta in braccio un neonato di proporzioni microscopiche e borbotta burbero “Fermatevi!” senza che nessuno gli dia ascolto.
Il tutto coronato dal chiocciare insistente di un pollaio intero di galline, che si riversa nel cortile proprio appena passa la pecora e comincia a svolazzare istericamente qua e là fra i piedi di ogni singolo componente della carovana, bambini compresi. Potrei anche giurare di aver sentito qualcosa muggire, da qualche parte qua intorno, ma non sono sicuro di voler confermare.
Tom si passa una mano fra i capelli e sospira pesantemente.
- Ossignore… - biascica, più rassegnato che confuso. E dovrebbe essere confuso. Io so che dovrebbe. Io lo sono.
In tutto questo, l’unica nota di un colore vagamente normale è una signorina che sta un po’ defilata vicino alla porta d’ingresso di quelli che dovrebbero essere gli studi ma, comincio a pensare a questo punto, sono probabilmente solo una fattoria o un agriturismo o qualcos’altro del genere. Sta poggiata contro lo stipite, le braccia incrociate sul petto ed un sorriso ilare a curvare la linea morbidissima delle labbra.
Dico che è vagamente normale perché le pende dalla mano un cappello da Babbo Natale, quindi non si può proprio dire sia normale del tutto. Che ci si fa a febbraio con un capello da Babbo Natale in mano?
- Steph? – la chiama Tom. Capisco che è proprio lei quella a cui si sta riferendo, perché si volta e lo saluta indossando il cappello come un guanto ed agitandolo a mezz’aria, il pon pon che ondeggia avanti e indietro colpendola sul polso ogni volta che si muove, - Che cosa diamine stanno facendo?
Lei si stringe nelle spalle e si mette dritta, muovendo qualche passo verso di noi mentre le galline, ormai tranquille – visto che la folle processione di qualche minuto fa si sta allontanando verso le campagne – le razzolano intorno.
- Matt dice che l’ha trovata. – risponde quindi, con aria compita, poggiandosi il cappellino su una spalla e stringendo in una coda lenta la massa di boccoli castani che le scende lungo le spalle.
Tom rotea gli occhi.
- Ci mancava solo questa… - borbotta, tornando a recuperare il mio bagaglio mentre io, ancora un po’ sconvolto, cerco di passare attraverso le galline senza pestarle tutte.
La ragazza mi saluta con un lieve cenno del capo e mi sorride con calore.
- Benjamin, giusto? – chiede, stringendomi la mano, - Io mi chiamo Stephanie.
- È un piacere… - annuisco ricambiando la stretta, - Scusa, - chiedo poi, curioso, - ma ha trovato cosa, esattamente?
Tom arriva alle mie spalle, posando il trolley per terra con un tonfo.
- Vuole inserire in una traccia il belato di una pecora. – mi spiega con aria esasperata.
- E fa provini alle pecore dei dintorni da settimane per trovare quella con la voce giusta. – completa Stephanie con una risatina divertita.
- Provini alle pecore…? – sillabo con sincero sconcerto mentre la carovana errante riappare in cortile.
Il nano pazzo che prima inseguiva la pecora – e che suppongo sia il Matt Bellamy che compare come compositore e cantante e chitarrista e pianista e tutto il resto nei credit dell’album – ora la guida, spalle mogie e viso basso. Si muove ondeggiando come uno zombie depresso e i suoi occhi azzurri – che si vedono fin da qui! – sono acquosi e colmi di tristezza. Dietro di lui, il biondo incede con aria furiosa, borbottando qualcosa di incomprensibile, ed al suo fianco trotta il gigante con ancora in braccio il neonato e che però adesso, a differenza di prima, porta addosso anche tutti gli altri bambini, che pendono da svariate parti del suo corpo neanche fossero i rami di un albero. Tra quello che gli sta appollaiato sulle spalle, quella che gli pende dal braccio e quello che ondeggia avanti e indietro attaccato ad una delle sue gambe come uno scimpanzé ad un banano, faccio fatica a capire dove finisca il suo corpo e dove comincino i loro.
La pecora non è con loro, quindi suppongo sia riuscita a fuggire verso la libertà ed una vita migliore. Almeno glielo auguro. Comunque quest’assenza giustifica la tristezza di Matt, immagino.
- Ti è caduto il cappellino, Matt. – gli dice Stephanie porgendoglielo. Lui lo prende fra le mani con un borbottio incomprensibile e se lo calca bene sulla testa, finché la fettuccina di lana bianca che ne decora l’orlo inferiore non arriva a coprirgli il volto fino al naso.
Si infila nell’edificio dando un calcio ad una gallina che gli finisce malauguratamente fra i piedi – quella vola via con un pokòòò! oltraggiato – e non dà neanche segno di avermi in qualche modo notato. Tant’è che io resto lì immobile senza capire esattamente cosa fare di me stesso, almeno fino a che non vengo raggiunto dal biondo e dal porta-bambini ambulante, che mi salutano entrambi con un sorriso radioso e compiaciuto.
- Tu devi essere Benjamin. – dice il primo, e mentre io ricambio l’ennesima stretta della giornata penso che qui tutti sembrano sapere chi sono, e invece io non conosco nessuno. Forse avrei dovuto informarmi meglio. Forse avrei dovuto cercare qualcosa su internet, cazzo, sì che avrei dovuto, dai. È tipo la cosa più normale del mondo, no? Quando non si sa niente di qualcosa, la prima mossa è aprire la Wiki e cercare informazioni. Io non l’ho fatto per niente e, mentre saluto e sorrido e mi presento – ciao Dominic-posso-chiamarti-Dom, ciao Christopher-posso-chiamarti-Chris e ciao anche a voi Frankie, Ava Jo, Alfie ed Ernie, chi è chi, esattamente? – non posso fare a meno di pensare di averla proprio cominciata col piede sbagliato, questa cosa.
- Non ti preoccupare per Matt. – mi dice Dom con un mezzo sorriso, - È solo un po’ eccentrico, non è davvero pazzo. Ti sorprenderai di quanto possa essere normale, a volte.
Annuisco un po’ incerto e continuo a guardare le galline che chiocciano e razzolano tutto intorno. Mi chiedo se questo, Dom, lo definirebbe normale. Però evito di chiederlo anche a lui.
*
Date: Sun, 22 Feb 2009 10:41:25
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: È palese che io non sopravvivrò a tutto questo…


...e non vivrò abbastanza per vederti superare incolume i ventuno anni, scricciolo. Ma ti dirò tutto con calma.
Sto scrivendo a te, prima di scrivere a papà con il resoconto del mio primo mese di “lavoro”, per due motivi. Il primo è che mi piacerebbe sapere come state tu, mamma e Nessa, e mi piacerebbe saperlo prima che sia troppo tardi – ovvero che papà abbia mandato qui qualche squadrone della morte per punirmi per la mia inettitudine, ed io sia perciò morto.
Il secondo motivo è che spero di armarmi di un po’ di coraggio, perché io non sto lavorando, qui, o se sto lavorando non me ne sto accorgendo.
Sono arrivato qui il cinque febbraio, la nostra deadline è fissata per il 20 agosto ed io non so davvero come dire a papà che questo posto non è uno studio di registrazione ma una fattoria. E che la gente che lo gestisce è del tutto pazza. Completamente. Non se ne salva nessuno, pure quelli normali in realtà sono morbidi e accondiscendenti nei confronti dei pazzi, quindi sospetto siano pazzi anche loro. Vada per i componenti della band – sì, insomma, il genio e la follia vanno di pari passo, si dice, no? – ma il manager? Un uomo maturo che dovrebbe mandare avanti la baracca arginando l’infantilismo dei suoi protetti? Me lo trovo che ciancia con loro di alieni, guerre mondiali e svariate teorie del complotto, mentre stanno tutti seduti per terra in un angolo ad assemblare luminosi modellini di astronavi con la scusa di riutilizzarne poi in studio gli effetti sonori per simulare l’atterraggio di un U.F.O. Potrei anche crederci – voglio dire: ognuno ha i propri modi per tirar fuori la musica dalle cose, credo – se poi questi ci entrassero veramente, in studio!
Oppure, ecco, per dire: Stephanie. Stephanie è una ragazza di ventisette anni, diplomata al conservatorio da direttore d’orchestra. Capisci? S’è fatta tutti i suoi bei dieci anni di composizione e poi altri tre anni di corso ed ora è qui perché, a detta di Matthew – il cantante. Il più pazzo del gruppo – ha bisogno di qualcuno che lo aiuti ad armonizzare le varie parti che lui sta componendo per svariati strumenti che lui non suona. Vorrei farti notare che questo tizio pare abbia studiato chitarra per qualcosa come due mesi o ancora meno, nella sua intera esistenza, e poco ci manca che dove poggia i piedi la gente si chini a venerarlo neanche fosse Mozart o chessò io. Insomma, questa ragazza – che è una ragazza molto dolce, molto coi piedi per terra, cioè, almeno, a parlarle sembra così – dovrebbe star qui a fare il proprio mestiere, non a sprecare la propria esperienza, ed invece la ritrovo che regge il cappellino da Babbo Natale di Matthew quando lui non può tenerlo – sì, va in giro con un cappellino da Babbo Natale… mi dicono non se lo sia mai tolto di dosso da dicembre in poi – e si perde in questioni assurde come cercare di armonizzare i belati delle pecore con il chiocciare delle galline. Magari sono questi gli strumenti per cui Matthew sta scrivendo le partiture, chissà. Sempre ammesso che le scriva. O che sappia farlo.
Insomma, il consuntivo di questo primo mese scarso è zero tracce registrate in più di venti giorni.
Ed io, davvero, non so come farò a dirlo a papà.

Ben
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Date: Sun, 22 Mar 2009 01:31:55
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Scusa se scrivo così tardi…


…ma oggi è stata una giornata intensa. Non che da queste parti si sia capaci di lavorare, ovviamente – figurarsi – ma quando ci si ritrova di punto in bianco a gestire una fattoria, qualcosa da fare lo si trova sempre.
Ciao, Hannah, spero che tu, mamma e Nessa stiate bene. Io sono ricoperto di piume di gallina e distrutto, sono ancora senza neanche una traccia che sia una registrata e sono immobile davanti al computer da mezz’ora alla ricerca delle parole giuste da usare per dirlo a papà. L’ultima volta l’ha presa bene, ma ha anche detto “ma sì, dai, sei lì da meno di un mese”. Adesso sono qui da due e non so che scuse addurre al fatto che non solo qui nessuno fa un cazzo, ma io mi ci sto facendo trascinare dentro.
Stamattina, appena sveglio, sono sceso in cucina per la colazione ed ho trovato Matthew insaccato in una salopette vecchia il doppio rispetto a lui e probabilmente appartenuta a un qualche schiavo obeso di qualche piantagione di cotone inglese. Se è mai esistito uno schiavo obeso. E se mai ci sono state piantagioni di cotone qui in Inghilterra.
Comunque stava insaccato in questa tutaccia con in testa il suo fido berretto da Babbo Natale – un po’ l’ho invidiato, qui fa ancora un freddo disgustoso. Com’è il tempo a New York? C’è il sole? Comincia a far caldo? – e teneva in mano un sacco pieno di mais. Tutti gli altri, seduti al tavolo, stavano ruminando il loro latte e cereali con aria risentita, al che mi sono azzardato a chiedere cosa stesse succedendo e lui si volta e fa “oggi manutenzione pollaio”. Cioè, ti rendi conto? Questo tizio ha un album in uscita a settembre, e pensa a fare manutenzione del pollaio con la banale scusante del “voglio registrare le galline che chiocciano per metterle nella tale canzone, e se c’è tutto sporco il suono viene fuori poco limpido”. Come se ci credesse ancora qualcuno, a lui che registra le galline per metterle da qualche parte!
Ovviamente, oltretutto, non ha mosso un dito. No, lui è rimasto lì in cortile. Fa “io le attiro fuori col mangime e voi, nel mentre, pulite dentro”, e quindi, mentre lui passeggiava avanti e indietro per l’aia spargendo mais a destra e a manca, inseguito da gruppi di galline svolazzanti a becco spalancato che lo tampinavano neanche fossero stati cagnetti ubbidienti, noi ci siamo infilati all’interno del capannone ed abbiamo passato tutta l’intera giornata a ripulirlo da cima a fondo, con l’unico risultato che, quando siamo riusciti a finire e rificcare al loro posto tutte le galline, quelle – piene come botti – si sono accoccolate nei loro stupidi nidi e non c’è stato più verso di far loro emettere un suono. E Matthew che borbottava, “sì, ma io le volevo ben sveglie e chioccianti, che me ne faccio delle galline che dormono…?”. Che se ne fa delle galline, vorrei sapere io, in generale.
Due mesi di lavoro, zero tracce registrate. Spero che papà non voglia la mia testa entro la fine del prossimo mese.

Ben

PS: Realizzo solo adesso – ma scusa davvero, sono stanchissimo, devo ancora scrivere a papà e fare la doccia – che non so perché mi sono scusato per l’ora tarda, all’inizio. Voglio dire, lì da voi sarà un orario più che decente, anche se ammetto di non sapere quanto cambi il fuso da qui a lì. E poi comunque una mail non è mica una chiamata, la leggi quando sei sveglio per forza. Bah. Tuo fratello sta perdendo la testa, in questo posto. I tuoi figli non avranno uno zio, scricciolo.
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Date: Wed, 27 Apr 2009 12:45:02
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Caro scricciolo, abbiamo una mucca.


L’ho sempre sospettato, in realtà. Una delle prime cose che ho sentito arrivando in questo posto assurdo, è stato un muggito. Quando senti un muggito in aperta campagna, una volta, non ci fai caso. Voglio dire, ho sempre pensato che qui fosse circondato da fattorie tutte simili a questa. Ho scoperto che non era vero solo quando mi sono fatto coinvolgere da Chris, il bassista – che è pieno di figli come non facesse altro che scopare per tutto il giorno. E peraltro lo seguono per tutto il tempo. La madre l’avrò vista una volta, è passata a cambiare carta di credito prima di tornare a “prendersi il suo meritato riposo dopo il parto”. Almeno così mi è sembrato di capire.
…comunque mi sono perso. Anche questa è colpa di Matthew, quell’uomo parla solo per incisi e solo per tempi minimi di tre quarti d’ora. Una volta che l’hai azionato, fermarlo è impossibile.
Comunque, dicevo, ho scoperto che in realtà questa è l’unica fattoria dei dintorni, perché Chris ci ha coinvolti tutti in una specie di gita coi pargoli, quindi ho avuto modo di vedere che in realtà qui attorno ci sono solo boschi. Tra l’altro è stata una gita il cui unico risultato più o meno positivo è stato il riuscire finalmente ad imparare i nomi di tutti i bambini, visto che fino alla settimana scorsa ancora facevo confusione fra Alfie, Frankie ed Ernie. Ava Jo non si può confondere, primo perché è l’unica femminuccia, secondo perché è una furia su due piedi e terzo perché è carina da morire.
Sia come sia, io ero convinto che di mucche, qui intorno, fosse pieno. E invece non lo è. Invece c’è solo Clarissa.
Clarissa è un bellissimo esemplare di bovino pezzato bianco e nero. È una mucca da pubblicità. È anche la mucca che, secondo Matt, ha la voce giusta. Per cosa, io l’ho scoperto oggi quando Matthew ha fatto irruzione in camera mia saltellando come un bambino e strillando di darmi una svegliata ed anche una mossa, perché loro stavano partendo ed avevano bisogno di aiuto per caricare la mucca sul furgoncino – e comunque non volevo mica perdermi lo spettacolo, no?
Faccio: “No, figurati se voglio perdermi lo spettacolo, Matt. Che spettacolo sarebbe?”. E lui, candidamente, mi risponde che intendono andare nell’unico bel posto di tutta Teignmouth e dintorni.
Scopro che, a suo parere, l’unico bel posto di tutta Teignmouth e dintorni è il lungomare.
Io rimango del parere che Taignmouth non sia poi così male, intendo, quando l’ho vista ho subito pensato che come cittadina è piuttosto carina. Sarà che non ci ho mai vissuto, in un posto simile, ma passarci del tempo non mi darebbe fastidio – certo, se non fossimo costantemente impegnati a rigirarci i pollici o altre attività ancora meno interessanti ventiquattro ore su ventiquattro su in fattoria.
Matthew, invece, palesemente la odia. Tanto che non capisco davvero perché ci sia voluto tornare per registrare, è ovvio che qui non ci sta bene e vorrebbe essere da tutt’altra parte. Mi ha anche detto che in realtà lui qui non c’è nemmeno nato, è di Cambridge. Io a Cambridge non ci sono mai stato, ma per come ne parla lui sembra una specie di paradiso in cui la sua adolescenza sarebbe sicuramente stata un periodo molto più bello e fruttuoso e tutto il resto, se solo avesse potuto trascorrerla lì. Ho cercato di dirgli che l’adolescenza non è mai un periodo bello e fruttuoso per nessuno – tranne per te, eh, scricciolo? Ho visto le foto dell’ultimo party cui sei stata, ti fai sempre più bella man mano che passano i mesi! Spero di non avere dei nipoti troppo presto, anche perché è ovvio che dovrei ammazzarne il padre – ma insomma, lui non ascolta e Teignmouth, in tutti i suoi racconti, è la culla del male.
Il lungomare, comunque, è davvero bellissimo. Non è un golfo sterminato e non è nemmeno tanto grande, come spiaggia. Ma le colline sono verdissime, il cielo è una volta infinita, il mare è calmo e azzurro e la sabbia marroncina scorre granulosa sotto i piedi facendoti il solletico ed anche un po’ male quando per caso becchi qualche sassolino che i flutti non sono ancora riusciti a macinare per bene infrangendosi a riva. È un fotogramma multicolore che mi porterò dietro a lungo, scricciolo, se mai uscirò vivo da quest’avventura – e continuo a dubitarne, nonostante papà si ostini a non volere la mia testa su un piatto d’argento ed a liquidare la nostra tragica assenza di progressi alla voce “son ragazzi, cresceranno” – dicevo, se mai riesco ad uscirne vivo, voglio portartici. Voglio che tu la veda. Assieme ai famosi figli che avrai e che saranno stupendi.
Tutto quello che Matthew voleva dalla giornata, comunque, era che Clarissa muggisse in riva alla spiaggia deserta – motivo per cui ci siamo mossi così presto: fa ancora freschetto, ma gli inglesi sono fuori di zucca e ci vengono lo stesso, a mare, anche con così pochi gradi.
Per una volta, è andato perfino tutto bene. Clarissa ha muggito, il mare ha rombato, Matthew ha avuto la sua registrazione. Cosa voglia farne, resta un mistero.
Totale tracce registrate alla fine del terzo mese, zero. Però abbiamo una mucca. Questo è tutto quello che so.

Ben
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Date: Thu, 28 May 2009 15:02:02
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Le pecore del destino.


Credevo che non sarebbe potuto accadere niente di peggio di Clarissa che muggiva in riva al mare, e scricciolo, non hai idea di quanto mi sbagliassi. A parte il fatto che nell’ultimo mese non abbiamo avuto modo di fare nulla – strano, eh? – perché c’è stata un’epidemia di non-so-cosa nel pollaio di Matthew, che ha portato alla dipartita di tutte le galline – e un po’, ok, mancano anche a me, in fondo erano bravi animali, potevamo perfino accarezzarle, di tanto in tanto – e, conseguentemente, alla disperazione da lutto profondo di Matthew, che perciò è caduto in una “profonda crisi creativa” – almeno così ha detto – ed ha passato la quasi totalità delle ultime due settimane ad ascoltare i Placebo – è a te che piacciono, giusto? – senza uscire praticamente mai da camera propria.
Comunque, adesso il periodo di lutto di Matthew sembra essere giunto al termine. Due giorni fa è riemerso dalla stanza ed è sceso in cucina per la colazione col berrettino moscio pendente su una spalla ed i vestiti stropicciatissimi addosso, e noi ci siamo tutti stretti intorno a lui chiedendogli come stesse, se gli andasse di fare qualcosa, cosa volesse mangiare e via così. Alla fine, siamo riusciti a convincerlo ad andare fuori a fare una passeggiata con Chris e i bambini, e noialtri siamo rimasti qui in fattoria, siamo saliti al piano di sopra ed abbiamo messo un po’ mano alla strumentazione per sistemarla per bene in attesa del loro ritorno – sia mai la natura fosse d’ispirazione – e nel mentre Stephanie ha potuto finalmente mettere mano a qualche partitura, anche se non so cosa ne abbia pensato – s’è messa le mani fra i capelli: vorrà dire qualcosa? – ed eravamo tutti molto presi dalle nostre mansioni – io spolveravo gli amplificatori e, per dire, mi sentivo molto partecipe. Finalmente utile! – quando all’improvviso arriva una chiamata sul cellulare di Tom.
Nessuno di noi capisce niente di quanto sta accadendo, tutto ciò che sappiamo è che Matt ci vuole “lì”, dobbiamo andarci subito e dobbiamo portare con noi una grancassa ed una mazza da gong. “Lì” si rivela poi essere uno spiazzo erboso poco fuori dalla fattoria e poco prima del bosco. “Lì” è stato imprigionato un gregge di pecore.
“Matthew,” fa Tom, allucinato, “Ma di chi sono? Da dove vengono?”
Matthew nemmeno risponde, sta lì a gironzolare attorno alle pecore come un cane da pastore, le spinge da un lato, le spinge dall’altro, le raggruppa e nel mentre borbotta “le ho ritrovate” e ride, “le pecore del destino”, e ci strilla “avete portato quello che vi ho chiesto?” e noi produciamo il materiale e restiamo in attesa.
Al che Matthew si volta verso Dom, lo piazza nel centro della radura, gli dà in mano un registratore e gli dice di ascoltare la melodia che c’è dentro e batterne il ritmo con la mazza sulla grancassa. Dice a Tom di registrare il sonoro in presa diretta, a noialtri di stare zitti come se dal nostro silenzio dipendesse la nostra vita e poi ci rassicura sul fatto che al resto penserà lui. “Vi fidate?” chiede. La risposta è no, ma decidiamo di fidarci comunque.
Al termine del quarto mese di lavoro, scricciolo, abbiamo zero tracce registrate, una mucca che muggisce in riva al mare ed una grancassa che batte regolare mentre, sullo sfondo, si sentono belare delle pecore impazzite e terrorizzate.
Preparo un caffè e cerco il coraggio per scrivere a papà. A presto.

Ben
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Date: The, 30 Jun 2009 08:00:20
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Se non mi ha ucciso un viaggio transoceanico, perché dovrei essere terrorizzato dall’Italia?


Scricciolo, oggi sarò breve perché ti sto scrivendo dall’aeroporto e devo ancora avvisare papà di quanto è accaduto nell’ultimo mese – non molto – e comunque il nostro aereo dovrebbe partire fra quelli che sembrano due minuti in costante dilatazione – rimandiamo già da mezz’ora, eppure pare che il trabiccolo sia già atterrato da un po’. Misteri delle compagnie aeree italiane di cui Matthew è un fan.
Riassumendo, ieri sera Matthew ha avuto una crisi isterica ed ha strillato, nell’ordine, che l’Inghilterra fa schifo, che il Devonshire è paragonabile ad un pozzo di melma fangosa, che Teignmouth non dovrebbe avere neanche il diritto di comparire nelle cartine geografiche – e infatti in realtà in molte non compare – e che è quest’aria insalubre ad uccidere la sua ispirazione. Insomma, che dovevamo trasferirci in Italia. Mare, sole ed allegria.
“Matt,” gli fa Tom, “Non è che ti manca Gaia?”
Matthew non ha risposto, ha solo borbottato qualcosa di non perfettamente comprensibile e non perfettamente gentile, prima di ritirarsi in camera. Sono quindi venuto a sapere che Gaia è la ragazza di Matthew, che è italiana, che vive a Como, che è bellissima e che Matt va blaterando in giro che sono una coppia aperta. Salvo poi ciclicamente sentirne la mancanza così tanto che rompe le palle a chiunque lo circondi per farsi ricondurre da lei.
“Dura poco, comunque,” mi ha rassicurato Tom, “Il più delle volte, tempo due mesi, ha già voglia di andarsene.”
La cosa non mi rassicura perché delle beghe sentimentali di Matthew, con tutto il rispetto e con tutto l’affetto, non mi frega un accidenti. So solo che a causa loro sto per trasferirmi in Italia almeno per i prossimi due mesi, che non so spiccicare una parola d’Italiano, che Teignmouth potrebbe perfino mancarmi – perché almeno ormai la conosco! – e che, a parte la mucca e la grancassa con sottofondo di pecore, siamo ancora a zero quanto a registrazioni.
Scrivo a papà. Spero di sopravvivere anche stavolta. Un bacio a Nessa, a mamma e, naturalmente, anche a te, scricciolo.

Ben, che palesemente non vedrà mai i tuoi figli
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Date: Fri, 31 Jul 2009 20:30:50
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Io ho a che fare con dei pazzi.


Non so come ho fatto a sopravvivere agli scorsi sei mesi, scricciolo, ma di certo non sopravvivrò al settimo. E, poco ma sicuro, non sopravvivrò neanche a stasera.
Qui sono le otto e mezza, abbiamo appena finito di cenare e l’Italia, quanto a cibo, non rivaleggia con nessuno, poco da fare. Como è bellissima, confrontarla con Teignmouth sarebbe offensivo, anche se non so se nei confronti di Teignmouth o di Como. Nel complesso, comunque, dopo aver conosciuto Gaia, non mi riesce più tanto difficile capire come mai Matthew sentisse tutto questo bisogno insopprimibile di tornare da queste parti, anche se, in tutta sincerità, non sono proprio convinto che cambiare aria gli abbia fatto bene. Ora lo vediamo molto meno rispetto a prima; io suppongo passi tutta la giornata a letto, ma Dom è arcisicuro e convinto che le giornate le passi al piano, anche se non esattamente a comporre. Pare interpreti arie di Bellini per entrare in contatto col suo spirito. Io temo, veramente.
Tom sembra un po’ abbattuto e Chris è molto depresso perché lo spostamento l’ha privato dei bambini. Non credo affatto fosse pronto ad abbandonarli, ma tutto si è svolto in maniera così improvvisa che, a ripensarci, sembra quasi surreale. Stephanie continua a ripetermi di avere fiducia, che lei i Muse li conosce ed è assolutamente convinta che Matthew riuscirà a trovare qualcosa di assolutamente geniale prima della deadline. Io lo spero, visto che da tutto questo continua a dipendere la mia vita.
L’ultima, quella di oggi, è stata addirittura disturbante. Matthew è apparso agli studi, raggiante come un bambino, annunciandoci di avere appunto avuto un’idea geniale. Tutti noi ci siamo illuminati come lampadine pensando “magari è la volta buona, ci siamo!” e l’abbiamo seguito, ed eravamo così entusiasti che non ci siamo neanche accorti con precisione del posto in cui ci stava portando.
Quando siamo arrivati di fronte ad un bagno – uno di quelli piccini, con le porticine sottili, che dentro hanno solo la tazza e il coso che regge la carta igienica, presente?, senza nemmeno un lavandino – abbiamo cominciato a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava. Il sospetto è poi divenuto certezza quando Matt ha stabilito che gli piaceva l’acustica di quella stanza – è sempre di un cesso che stiamo parlando, eh – e che gli effetti sonori delle dita che schioccavano e che lui voleva assolutamente infilare in una delle tracce del nuovo album andavano necessariamente registrati lì. Usando lo sciacquone come segnale per l’avvio.
Giuro, scricciolo, la cosa non mi avrebbe neanche sconvolto così tanto – dopo la mucca e le pecore, sai… - se solo avessimo avuto una traccia. Anche una sola. Una qualsiasi. E invece, Dio mio, siamo a fine luglio, la deadline è a fine agosto e, a parte le pecore e la mucca di cui sopra, non abbiamo niente. Niente di niente. Ed il fatto che papà continui a rispondere alle mie mail con aria bonaria e soddisfatta non mi aiuta. Mi terrorizza e basta, mi fa sentire nell’occhio del ciclone, qui tutto va storto e nessuno se ne accorge ed io so – perché lo so – che all’improvviso qualcuno esploderà ed allora sarà la fine. Niente zio per i tuoi futuri figli e niente nipotini per me, perché sarò bello che morto e sepolto. Me lo sento.
Scrivo a papà e dopo vado a dormire. Ho un mal di testa tale che non mi riesce neanche di pensare.

Ben
*
Date: Sat, 29 Aug 2009 17:16:02
From: Benny ([email protected])
To:
Subject: Scricciolo, ho visto la luce.


D’accordo, mi sento ancora un po’ preso in giro, anche se tutti mi hanno spiegato in più lingue – italiano compreso, come servisse parlarmi in una lingua che non capisco! – che non è stato un modo per prendersi gioco di me, ma semplicemente il modo in cui i Muse lavorano, però al di là di tutto le sensazioni che sto provando adesso non sono niente male.
Sai, scricciolo, quando papà mi ha mandato qui, cioè, quando mi ha mandato in Inghilterra, ero assolutamente convinto che sarebbe andato tutto storto perché io non sarei stato per nulla in grado di gestire la situazione ed avrei rovinato tutto, o ancora peggio avrei portato avanti la baracca in maniera assolutamente mediocre ed il mio lavoro sarebbe stato così dimenticabile che sarebbe stato poi effettivamente dimenticato in men che non si fosse detto.
La verità è che probabilmente io non ho mai davvero avuto modo di crescere, ed invece oggi mi sembra di aver fatto dei passi da gigante perché ho imparato che la gente ha i propri ritmi. Ha le sue certezze e i suoi modi di procedere. Che il mio lavoro qui non è mai stato quello di obbligarli a seguire le mie direttive – anche perché non ci sarei mai riuscito… ed in effetti non l’ho proprio fatto – ma essere di supporto mentre loro trovavano la loro via.
Tra una mucca, una pecora, una gallina ed un berretto di Babbo Natale, i Muse la loro via l’hanno trovata. L’hanno trovata e l’hanno fatta vedere anche a noi questo pomeriggio, quando ci hanno richiamati in sala prove e Matt, sedendosi al piano con aria serissima, ci ha annunciato di avere pronto qualcosa, e che avrebbe voluto sentire da noi – me, Stephanie e Tom – cosa ne pensavamo.
Mi sono seduto nervosamente e Steph s’è seduta accanto a me, e quando mi ha visto così teso mi ha sorriso e mi ha chiesto cos’avessi. Al che io mi sono voltato e le ho detto con grande sincerità che non credevo proprio che quello che avremmo ascoltato sarebbe stato un buon lavoro, e visto come avevano condotto le registrazioni i ragazzi, anzi, non c’era da aspettarsi che un disastro.
Ed è stato allora che lei ha sorriso, no? E s’è alzata. Si è sistemata dietro di me e mi ha coperto gli occhi con una mano. “Ora sta’ tranquillo,” mi ha detto, “Nel flusso indefinito degli eventi e degli stati d’animo,” mi ha sussurrato dolcemente, “gran parte della storia è incisa nei sensi. Non badare a ciò che pensi. Bada solo a ciò che senti.”
Ed ho sentito. Note alte e tintinnanti sollevarsi dal pianoforte come campanelle, intrecciarsi ai colpi bassi e sensuali del basso e lanciarsi in una danza al ritmo delle battute precisissime della batteria. Ho percepito il canto muoversi lento e insinuante fra questi suoni, mi sono lasciato catturare e, senza guardare niente e nessuno, ho capito che era giusto così. Che sì, quello era un bel suono. Che le pecore non c’entravano, neanche le mucche e neanche nient’altro di tutto il resto che poi probabilmente sarebbe stato aggiunto in sala missaggio. A livello base, nel momento di creatività più pura, quel pianoforte, quel basso e quella batteria era tutto ciò che avevamo e tutto ciò che sentivo. E mi piaceva.
Il seguito m’è piaciuto meno, okay, non mi aspettavo certo che squillasse il cellulare di Matthew, lui rispondesse e trillasse allegramente “Edgar! Ciao! Che piacere! Si, è tutto pronto, da queste parti, dobbiamo rifinire le ultime liriche ma le registrazioni sono quasi ultimate. Tuo figlio è adorabile, comunque, ma ti assicuro che la sua via non è nella produzione”.
Però, in fin dei conti, va bene anche così. Ha ragione, sai, scricciolo? La mia via non è nella produzione.

Ben

*

Io non ho nessun talento particolare e non sono granché bravo a fare niente. Comunque, ho imparato un po’ a suonare la chitarra, ultimamente, e mi sto mettendo di buzzo buono per perfezionare le mie tecniche canore. Nel senso che sto studiando, ce la sto proprio mettendo tutta, e sta andando bene.
Sto organizzandomi con qualche amico, voglio provare a mettere su una band. Certe cose ti toccano nel profondo e tu nemmeno capisci perché; io credo che la musica l’abbia fatto, con me.
Vogliamo chiamarci The Exit. Perché ce n’è sempre una. Uscita, dico. Alla fine la trovi, in un modo o nell’altro.
Non credo che registreremo mai con pecore e mucche, dopotutto. Non sono nemmeno sicuro che prima o poi riusciremo davvero a registrare, o che mio padre riuscirà a venire a patti col fatto che non diventerò il presidente della divisione Europea della Warner, ma sono fiducioso. Mi troverò bene.
E stavolta, non ho nemmeno bisogno di ripetermelo, perché tanto ci credo davvero.
Genere: Introspettivo.
Pairing: MatthewxBrian.
Rating: PG-13.
AVVISI: Boy's Love, Drug.
- Indietro fino al 1998. Fino al ventiquattro ottobre di quell'anno. Ad un concerto alla Brixton Academy che cambierà per sempre la vita di Matthew. Per raccontare la storia quasi vera di un plettro apparso nel posto sbagliato in un momento in cui nessuno se lo sarebbe aspettato.
Commento dell'autrice: Okay, io in realtà volevo scrivere una storia PG che, oltre a parlare del plettro, ovviamente, parlasse di letti. E questo perché la gen!week su Fanfic_Italia richiedeva esattamente una cosa del genere. Io, giuro! XD, sono partita con quelle intenzioni. Però, non ho capito perché, all’improvviso la fic s’è ribellata XD Matthew ha cominciato ad indulgere nell’uso di droghe allucinogene neanche tanto leggere e Brian ha deciso di diventare una zoccola XD Quindi, insomma, mi so no ritrovata con una PG-13 che in realtà si salva dall’R solo perché sul finale Brian ritrova la decenza perduta.
Credit doverosi: la trama di questa storia non è mia ma di Nai XD Che l’ha tirata fuori dal cappello quando le ho detto che io non avevo nulla su cui basare la storia. Cioè, veramente, me l’ha raccontata in due minuti contati. Poi io ho aggiunto il Mollamy, e da lì è nato questo.
Che, sinceramente, mi piace un casino XD *immodestia rulez*
Spero sia così anche per voi <3
PS: Ah, Andy è mio °_° L’ho inventato secoli fa XD Però in realtà Matt ci ha convissuto davvero con uno spacciatore, proprio nel periodo che racconta questa storia. Io ho inventato solo nome e caratterizzazione ^^
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THE WIZARD
the almost true story of a necklace pick

A voler trovare la cosa più importante gli fosse accaduta nel corso dell’anno in assoluto più pieno e scombinato della sua intera esistenza – un 1998 che era suonato come una fuga, una rivoluzione ed un ritorno alle origini tutto insieme – probabilmente avrebbe indicato il concerto alla Brixton Academy dei Placebo, in un ventiquattro ottobre da brivido per quanto era freddo e piovoso e deprimente.
Non tanto per l’aria che aveva respirato – quella dell’eccitazione simultanea di migliaia di persone chiuse dentro la forma tondeggiante del teatro – e forse, a dire la verità, neanche per Brian.
Ma perché quella era stata l’occasione in cui aveva deciso – deciso davvero – che quella lì sarebbe stata la sua vita. Su un palco. A sgolarsi. E basta.
Fino a quel momento – fino a quando ancora stava a Teignmouth – la musica era stata un pretesto. Un pretesto per urlare. Un pretesto per esprimersi. Un pretesto per sopraffare gli altri. Un pretesto per farsi amare. Un pretesto per un complimento. Per i baci delle ragazze nel cortile dietro la scuola. Per le carezze distratte della mamma e per l’incoraggiamento silenzioso di Paul. Un pretesto per ripensare a suo padre e sentirsi superiore. Un pretesto per quattro risate in compagnia ed un pretesto per assaggiare in punta di lingua la sensazione fisica dell’intreccio delle note in armonia nell’aria spessa ed umida del garage di casa di Chris.
La musica era il pretesto.
L’obiettivo era la fuga.
In quell’istante – trasferito a Londra da un paio di mesi e con un mondo nuovo in perenne movimento davanti agli occhi – lo era ancora. La musica era ancora il pretesto. Ma visto che non era più tanto chiaro quale fosse l’obiettivo, lui cercava di non pensarci.
Viveva in un trilocale squallidissimo proprio sopra a un sexy shop. Andy, il coinquilino di fortuna che aveva accettato di prenderselo in casa dall’oggi al domani, spacciava roba pesante pure per lui che in genere con le droghe pesanti, a livello ideologico, andava perfino d’accordo. Londra era stupenda, ma enorme e spaventosa. Dom viveva in centro con una zia di famiglia. Chris faceva la spola da Teignmouth alla City ogni giorno, viveva da pendolare perché al solo pensiero di allontanarsi da Kelly stava fisicamente male. Tom, neanche a dirlo, si lamentava già abbastanza della loro presenza quando era costretto a lavorare con loro, figurarsi tirarseli appresso anche in altri momenti.
L’obiettivo non si capiva più quale fosse, ecco.
Perché il risultato, alla fine della giornata, dopo ore sfiancanti in sala di registrazione e pomeriggi buttati nella noia ed in un’insana e immotivata nostalgia di casa, era una casa squallida ed un letto vuoto.
E Matthew Bellamy solo e sperduto fra le lenzuola.
*
Il ventiquattro ottobre, nella girandola di luci suoni colori ed odori che gli era vorticata attorno dentro la Brixton Academy mentre Brian Molko – in bianco immacolato sul palco – cantava piano e con aria affranta senza di te non sono niente, era cambiato tutto.
I Placebo gli piacevano perché la loro musica – confusa, insistente, il carillon di una novella morbosa e decadente che attutiva i suoi sensi, disinnescandoli uno per uno – parlava direttamente ad una parte di sé nascosta in profondità dietro la facciata da ragazzino entusiasta che si trascinava stancamente dietro in quei mesi. Era la sua parte più debole: la voce di Brian la spogliava da ogni difesa e la riportava alla luce con una semplicità quasi urtante.
Matthew, arreso alla cantilena sensuale delle sue labbra, lo lasciava fare senza sensi di colpa. Beveva ogni sillaba di quelle poesie sghembe e trascinanti, fino a perdercisi dentro.
I Placebo gli piacevano.
Davvero.
Erano un po’ il suo negativo – perché se c’era qualcosa, una sola cosa, che poteva dire per certo, era che mai nella sua vita avrebbe realizzato musica simile – ma lo completavano. Erano lui in modi tutti misteriosi.
I Placebo gli piacevano.
Qualche volta, alla sera, nel letto, non era neanche tanto solo.
*
Il ventiquattro ottobre, comunque, non lo era affatto. Non era solo. Non lo era a livello teorico e non lo era a livello fisico e non lo era neanche a livello emotivo, perché, appunto, c’era Brian. C’era Brian sul palco, vestito di bianco come un angelo del paradiso, che cantava l’amore finito di You Don’t Care About Us con un’espressione talmente altera e disgustata da farti sentire in colpa. Era la stessa persona che inarcava le sopracciglia, abbracciava la chitarra e si scioglieva nell’urlo straziante di un amore in dirittura d’arrivo su Ask For Answers. Ed era ancora lo stesso che sembrava fissarti con rabbia e gettarti addosso la furia vindice di una canzone che non aveva bisogno di avere un testo sensato per darti i brividi, perché Every You Every Me era perfettamente riassunta dalla consistenza del suo titolo: era la cosa più vaga del mondo ed era anche la più precisa; diretta a te. Da me. Dal centro del mio cuore al centro del tuo.
Il ventiquattro ottobre 1998, Matthew non aveva solo Brian e la musica e quasi cinquemila persone, a fargli compagnia. Andy gli aveva dato qualcosa, prima di lasciarlo di fronte all’Academy. “Perfetto per i concerti”, gli aveva detto con un sorriso enigmatico.
Matthew gli aveva chiesto un aiuto. Un incentivo. Un po’ di coraggio.
“Vorrei provare a conoscerlo…”, aveva annunciato con aria affranta.
Parlava di Brian.
Andy l’aveva guardato senza mascherare neanche in parte lo stupore e un vago senso di fastidio.
Quello?”, gli aveva chiesto incredulo. Poi aveva sospirato e scosso il capo. “Ti servirà ben più di un’iniezione di coraggio, mio caro leone codardo”, l’aveva preso in giro, passandogli una bustina dal contenuto inequivocabile.
Matthew aveva buttato giù con un bicchiere d’acqua ed aveva pensato “Tanto vale”. Aveva sollevato lo sguardo, inumidendosi le labbra. “Come si chiama?”, aveva chiesto, indicando le due pillole colorate rimanenti nel pacchetto.
Andy aveva sorriso tranquillamente.
Speed”, aveva risposto, divertito. “Significa che devi darti una mossa”. E l’aveva spinto verso la porta.
Uscendo di casa, Matthew s’era ripromesso che no, quella notte nel letto non sarebbe stato solo proprio per niente. L’avrebbe raggiunto a qualsiasi costo. Gli avrebbe parlato a qualsiasi costo. L’avrebbe portato con sé. A qualsiasi costo.
Se io sono il leone codardo, tu devi proprio essere il mago di Oz, Brian.
*
Gli sarebbe piaciuto che le anfetamine continuassero ad avere effetto sulla sua mente almeno fino all’alba del venticinque ottobre, ma già alla fine del concerto sembrava tornato tutto sui soliti vecchi binari.
Perso in mezzo ad una folla incerta fra l’andarsene ed il restare per sempre, vagava confuso dal fronte del palco al centro della sala, cercando di trovare un varco per il backstage. E non sembravano essercene da nessuna parte. Peraltro, le due aree ad accesso ristretto ai lati del palco erano ancora piantonate da quattro individui alti e grossi almeno il doppio di lui. E per quanto Brian potesse essere un obiettivo allettante, morire per il mago di Oz sembrava davvero troppo. Per un leone codardo, superava ogni limite di razionalità.
Era ancora il ventiquattro ottobre, insomma. Il profumo dolciastro di Brian, misto all’aroma acre del suo sudore, si sollevava dall’asciugamano che era riuscito ad afferrare dopo l’encore e galleggiava nell’aria tutta attorno a lui. C’era ancora l’eco vagamente triste della sua voce a rimbombare nel teatro. O forse solo nelle sue orecchie.
Le bodyguard lanciarono un’ultima occhiata all’auditorium ormai semivuoto e poi si allontanarono con discrezione, quasi percepissero la propria stessa presenza come un disturbo.
Era il momento.
Matthew si avvicinò ad una rientranza alla sinistra del palco ed imboccò un corridoio stretto e nerissimo – tutte le luci erano già spente, come se, una volta passati i Placebo, non ci fosse più bisogno di illuminare alcunché – e quasi claustrofobico. Il corridoio si biforcò presto in due corridoietti perfino più angusti. Uno dei due si perdeva nel buio. L’altro, invece, terminava con luci e risate festose. Lo percorse velocemente, affacciandosi pochi secondi dopo su una stanzetta privata che ospitava, oltre ai Placebo, un ristretto numero di fan – probabilmente del fan club ufficiale – ed i tecnici di scena.
Brian rideva serenamente mordicchiandosi l’unghia di un pollice, e tratteneva in bilico fra le dita una sigaretta ed un bicchiere di birra.
Matthew deglutì.
E s’infilò nella mischia.
*
Non avrebbe più dimenticato quel ventiquattro ottobre, anche perché dimenticare l’occhiata con cui l’aveva omaggiato Brian una volta identificatolo come membro esterno a quella che, in fin dei conti, era una ristrettissima cerchia di amici e conoscenti, non era certo di quelle occhiate che ti passano addosso in un soffio e finiscono nel dimenticatoio già il minuto successivo.
Tutt’altro.
Brian l’aveva squadrato con aria critica per una quantità indefinita di minuti, restando sulla difensiva – circondato, cioè, da Stefan, Steve ed un ragazzo che il cartellino sulla maglietta battezzava Levi – ed indicandolo di tanto in tanto ai propri compagni di band con sfacciati cenni del capo.
Mortalmente imbarazzato – e totalmente dimentico del fatto che il leone codardo il coraggio ce l’aveva già, doveva solo ripescarlo nella parte più profonda del suo cuore – Matthew era rimasto immobile, attaccato alla parete, le mani strette con forza attorno all’asciugamano e lo sguardo basso e colpevole di chi sa di aver fatto una cazzata ma si sente troppo in difetto pure per cercare di porvi rimedio.
Brian s’era avvicinato con naturalezza pochi minuti dopo. Matthew non aveva avuto bisogno di alzare lo sguardo per capire che si trattava di lui: il profumo non mentiva.
- Mi sa che hai qualcosa di mio. – aveva detto la sua voce un po’ nasale, venata di un’ironia più divertita che realmente infastidita.
Solo allora s’era azzardato a ricambiare quegli occhi.
- …questo? – aveva chiesto, sollevando l’asciugamano con una mano ed indicandolo con l’altra, - Lo rivuoi?
Brian aveva riso ad alta voce, e sembrava pure un po’ compiaciuto.
Era bello da morire.
I capelli pettinati all’indietro erano ancora talmente bagnati che sembrava fosse appena uscito dalla doccia. Il trucco disfatto portava i segni del concerto appena terminato. Soffriva la fatica di quel movimento nello stesso modo in cui avrebbe sofferto quella di un amplesso.
- No, tienilo pure. Te lo sei guadagnato. Ci vuole coraggio ad imbucarsi nel backstage.
Eccolo qui, il leone coraggioso. Il mago di Oz ce l’ha fatta ad accontentarlo.
- Io non volevo disturbare… - aveva preso a parlare come in trance, senza neanche accorgersene, - speravo che potessi farmi un autografo, ecco. I Placebo mi piacciono tantissimo, e tu sei… Dio, fantastico! Tra l’altro sai che anch’io suono la chitarra? Sono ancora un po’ inesperto, nel senso, non è che abbia mai davvero imparato a farlo, però ci provo, ecco, e-
- Mio Dio, ragazzino! - aveva riso ancora Brian, agitandogli comicamente le braccia davanti al viso, - Frena un po’, eh? Te lo faccio, l’autografo. – aveva sorriso conciliante, tendendo le mani verso di lui, - Hai una penna?
Il silenzio imbarazzato e imbarazzante che seguì la sua domanda venne accolto con un risolino un po’ intenerito e un po’ sinceramente divertito da parte dell’intera stanza, che osservava la scena con la stessa curiosità con la quale si sarebbe approcciata ad una rappresentazione teatrale.
Brian rise con tutti gli altri, scuotendo il capo.
- Farai a meno dell’autografo. – commentò, stringendosi nelle spalle.
Matthew non riuscì a trattenere una smorfia delusa, e Brian rise ancora.
- Oddio, se fai così non posso certo lasciarti andare a mani vuote. – aggiunse, cominciando a rovistare freneticamente nelle tasche dei jeans immacolati che indossava. – Ecco! – esultò, quando ebbe trovato ciò che cercava, - Tieni questo. Ti sarà sicuramente più utile di un asciugamano sporco con un nome scarabocchiato sopra.
Fra le dita dalle unghia laccate di nero ormai rovinato, c’era un plettro, nero anch’esso.
Matthew tese la mano e lo afferrò.
Fuori dall’Academy, Andy lo aspettava in macchina. Lo riaccompagnò a casa, si assicurò che raggiungesse sano e salvo l’appartamento al primo piano e poi uscì per il solito giro di consegne notturne del finesettimana.
Matthew piombò sul materasso senza neanche spogliarsi, esausto e disfatto per com’era. In qualche modo, col plettro sul cuscino e la voce di Brian ancora nelle orecchie, il letto sembrava meno vuoto che mai.
*
Il quindici luglio del 2008 non sembrava avere niente di neanche vagamente simile a quello sconvolgente ventiquattro ottobre. Le date erano diverse, i mesi erano diversi, era diverso il clima – perché Città del Messico grazie a Dio non è Londra – a separare quei due giorni c’erano ben dieci anni e, peraltro, non era nemmeno sabato.
Qualcosa ad accomunare il passato ed il presente, però, c’era.
Era lo sguardo di Brian. Brillante dello stesso stupore vagamente divertito di dieci anni prima. Anche se la situazione in sé era completamente differente: alla Brixton Academy s’era intrufolato come un ladro; in quel vecchio pub di periferia, invece, non c’erano segreti: solo la coincidenza di un incontro fortuito che dimostrava chiaramente quanto ironica e stronza potesse essere la vita, quando ci si metteva d’impegno.
Brian e Matthew non si vedevano dal 2004. Da un EMA troppo amaro per ricordarlo con piacere. L’EMA dei sorrisi affettati e dei ringraziamenti al veleno. L’EMA degli abbracci come tenaglie e delle occhiatacce truci nel backstage. Un EMA che nessuno voleva: perché Brian di certo non voleva consegnarlo e Matthew non è che ci tenesse poi così tanto, a riceverlo. Un EMA che comunque era arrivato e non aveva fatto altro che spargere sale su una ferita mai cauterizzata.
Non è bello ridurre a brandelli il più bel ricordo che hai.
Non è bello superare il tuo idolo e costringerlo a premiarti.
Non è bello per lui che viene superato e non è bello per te che perdi tutti i tuoi punti di riferimento.

Quello del 2004 era stato un EMA che non era andato davvero giù a nessuno. Era nell’aria fin dall’uscita di Absolution. Era rimasto sospeso come particelle di gas venefico. S’era intrufolato nei loro polmoni e li aveva avvelenati tutti, tant’è che Brian aveva subito preso a parlar male dei Muse – probabilmente perché già subodorava cosa gli sarebbe toccato fare qualche mese dopo.
Matthew aveva cercato di mettere qualche pezza qua e là, sganciando attestati di stima che facevano ridere i giornalisti – gli stessi che poi raccoglievano la merda quando intervistavano quell’altro – ed irritavano a morte Tom, che proprio non riusciva a capire come si potesse tollerare tanto disonore. Rassicurazioni di facciata: dichiarava candidamente di essere in ottimi rapporti con Brian, mentre lui continuava a ripetere di considerare i Muse come una specie di piaga infetta in seno all’alternative rock inglese.
Praticamente un disastro.
Gli EMA non erano serviti a chiarirsi. La tensione a Roma era stata tanta da impedirgli perfino di scambiare quattro chiacchiere. Tra loro sembrava scorrere elettricità pura. Niente di particolarmente rassicurante. Abbastanza spaventoso, anzi, da costringere Tom a prendere delle contromisure adeguate – placcandolo appena sceso dal palco per portarlo il più lontano possibile dal posto di Molko, anche se l’organizzazione era stata tanto gentile da sistemarli praticamente a due tavoli di distanza l’uno dall’altro.
Da quel giorno in poi, s’erano evitati. Per il Reading nel 2006 avevano scelto due giornate diverse. Perfino quando sembrava inevitabile dovessero proprio incontrarsi – come al Live8, per esempio – erano riusciti a sistemare voli ed orari per non doversi sfiorare neanche casualmente.
Il piano era riuscito talmente bene che, per tutti gli ultimi quattro anni, Matthew aveva saputo qualcosa dei Placebo solo grazie ad MTV ed al sito ufficiale.
Quel quindici luglio, comunque, dei suoi trascorsi da fan non sembrava interessare molto agli occhi glaciali di Brian che lo squadravano ironici dall’altro capo del bancone.
Sollevò una mano distratta, accennando un saluto col mento.
Brian sorrise.
Matthew sospirò e si alzò in piedi, raggiungendolo.
- Be’? – chiese, dimenticando completamente che la prima volta che l’aveva avuto così vicino aveva faticato perfino a respirare, - Che diavolo ci fai in Messico?
Brian si rigirò un po’ il boccale fra le mani, sorridendo enigmatico mentre ponderava la possibilità di rispondere o di lasciarlo lì a marcire nell’imbarazzo di un approccio fallito. Poi si strinse semplicemente nelle spalle e mandò giù un sorso di birra.
- Ho accompagnato Stef. – lo informò, - È qui a fare promozione con gli Hotel Persona.
- Ma guarda. – ghignò sardonico lui, incrociando le braccia sul petto, - Mi era sembrato di capire l’avessi già richiamato all’ordine. La questione dei tempi del tour inconciliabili con quelli di registrazione del nuovo album…?
Brian aggrottò istantaneamente le sopracciglia, posando il boccale sul bancone con un tonfo secco.
- Sono slittati. – rispose brutalmente, senza degnarlo di un’altra occhiata.
Matthew chinò il capo, improvvisamente indisposto dalla sua freddezza.
- …e lui dov’è? – si azzardò a chiedere timoroso.
- In albergo.
- E come mai non sei con lui?
- Perché quando uno sta col proprio ragazzo nella propria camera non ha bisogno di un amico rompipalle a girargli intorno. Ed ora l’interrogatorio è finito o no?
Matthew si morse un labbro e guardò altrove.
- Non sapevo che Stefan stesse con qualcuno.
- Sì, be’, - scrollò le spalle Brian, - lui non mente mai. Quando dice che gli piacciono gli uomini latini, è perché ha già un uomo latino che gli piace per le mani.
Matt ridacchiò a bassa voce, scuotendo il capo.
- Ho un’altra domanda. – sussurrò poi, infilando una mano in tasca.
- Una sola, Bellamy. – rispose Brian con un sospiro, - E se mi chiedi se sto con qualcuno al momento, giuro che ti prendo a pugni.
- Figurati. Che sei impegnato lo so. Non ho creduto alle voci che ti davano in rotta con Helena.
- Che bravo bambino sei. – rise amaramente Brian, mandando giù un altro sorso di birra, - Forse invece avresti dovuto.
- …Brian-
- Questa domanda?
Matt s’inumidì le labbra e tirò fuori dalla tasca il ricordo più importante della sua vita. Sembrava incredibile che fosse racchiuso in un triangolino di plastica nera.
- …l’hai fatto bucare… - commentò Brian, fissando il plettro con un’aria a metà fra lo stupito ed il commosso.
Devi aver bevuto tanto, eh?
Sarai mica anche tu un leone codardo in cerca del suo mago personale?

- Volevo metterlo alla collana, come un ciondolo. – spiegò annuendo e rigirandoselo fra le dita, - Però non sapevo come l’avrebbe presa Gaia, e sinceramente non avevo voglia di stare lì a sottostare all’interrogatorio del secolo per…
- …per?
- …per niente.
Brian annuì, evitando i suoi occhi.
- Giusto. – commentò, quasi compiaciuto. – La domanda qual era?
Matthew sorrise e posò il plettro sul bancone, fra loro.
- Perché? – chiese quindi, cercando e trovando i suoi occhi e perdendocisi contro la propria volontà.
- Perché? Un po’ vaga, come domanda. – lo prese in giro Brian, ghignando cattivo.
- Perché odi i Muse. Perché odi me. Perché hai detto di voler bruciare i nostri CD?
Brian rise e si lasciò andare con la schiena contro la spalliera della sedia, gettando indietro il capo.
- Come sei infantile, Bellamy. – rispose, asciugando una lacrima di ilarità pura dall’angolo di un occhio, - Non ti sei proprio mosso da quando ci siamo incontrati per la prima volta, eh?
Matthew si strinse nelle spalle, abbassando imbarazzato lo sguardo e ritirando il plettro facendolo scivolare sul ripiano in legno.
- Forse. – concesse in un borbottio vagamente offeso.
Brian sorrise con un cenno di tenerezza che lui non poté proprio ignorare.
- Mettilo alla catenina. – disse poi, sporgendosi a sfiorarlo con due dita, - Ho il biglietto per domani all’Arena Monterrey, sai?
Matthew sollevò lo sguardo e lo trovò già in piedi. Spaventato dalla possibilità di poterlo perdere senza – senza cosa? Forse era meglio non pensarci – si alzò a propria volta con uno scatto quasi isterico.
Brian rise. E Matthew rise con lui.
Poi cercò di guardarlo senza arrossire come un deficiente e gli chiese un passaggio in hotel. Sperando che, almeno per quella sera, il suo letto potesse sembrare pieno per un motivo valido.
*
Il sedici luglio 2008 era cominciato da un’ora scarsa, quando le sue labbra erano riuscite finalmente ad assaggiare il sapore che inseguivano da più di dieci anni. Il tourbus sarebbe partito per le otto ed il soundcheck a Monterrey cominciava alle quattro. Avrebbe dovuto preoccuparsi di riposare per bene, visto che quella era la prima data dopo la pausa ed avrebbe anche dovuto tirare fuori dal cappello qualche riarrangiamento convincente per Space Dementia e Dead Star, ma non avrebbe potuto interessarsene di meno.
Il sapore di Brian era identico a come l’aveva sempre immaginato. Salato e prepotente. Da invasione. Un profumo da combattimento. Di quelli che mettono subito in chiaro chi è che comanda.
A lui piaceva. Quel profumo, come la musica dei Placebo, parlava ad una parte nascosta di lui. La parte che nel farsi condurre, nel farsi dominare, nel farsi trascinare in un abisso di sensualità, godeva profondamente. Una parte che tendeva a dimenticare, perché la routine della rockstar non è poi tanto diversa dalla routine delle vacanze passate a pescare sotto casa, ed è una routine che uccide la voglia di provare qualcosa di nuovo. Uccide la voglia di metterti consapevolmente nelle mani di uno sconosciuto dalla voce assassina. Un uomo che un tempo credevi di conoscere e che ti rendi conto di non aver mai conosciuto per niente.
Quando si separarono l’uno dall’altro, avevano il fiatone. La fronte di Brian scottava contro la sua ed il suo respiro s’infrangeva contro le sue labbra in sbuffi ansiosi e sconnessi.
- Okay, basta così. – lo sentì sussurrare, rimettendosi in piedi.
Ancora confuso, rimase disteso sul letto a fissarlo dal basso. Nella stessa posizione di svantaggio nella quale era rimasto per tutto il tempo.
- Tu sei fidanzato, Bellamy. E non è vero che io ed Helena ci siamo lasciati. Non credere mai nel gossip, ti prende in giro.
- Né più né meno di quanto abbia fatto tu fino ad ora. – scoccò infastidito, portando una mano a risistemare per quanto possibile i capelli scarmigliati.
Brian rise sommessamente.
- Esatto. – aggiunse con un pizzico di crudeltà. – Il plettro mettilo davvero, però. – lo avvertì prima di uscire dalla stanza, - Dicevo sul serio, riguardo al biglietto per domani.
Non fa alcuna differenza.
Forse Andy si sbagliava. Non sono il leone codardo: sono lo spaventapasseri senza cervello.
E da questo non mi possono salvare neanche le anfetamine.

Rimase immobile ad osservare il soffitto per un sacco di tempo, finché le palpebre non diventarono troppo pesanti e la testa cominciò a ciondolare pericolosamente da un lato all’altro del materasso. Poi si tirò su, si sistemò fra le coperte e, senza neanche finire di spogliarsi, allargò gambe e braccia e poggiò il capo sul cuscino.
In fondo, per riempire un letto, una persona era più che sufficiente.
Genere: Commedia, Romantico.
Pairing: BrianxMatt, accenni lievissimi di DomxMatt.
Rating: PG-13.
AVVISI: Boy's Love.
- I trent'anni sono un traguardo importante nella vita di un uomo. Brian Molko ne è perfettamente consapevole, ed è per questo che per il compleanno di Matthew vorrebbe organizzare qualcosa di molto speciale...
Commento dell'autrice: Buon compleanno, Matt ;O;!!! *si riprende* In realtà, questi trent’anni il nostro amato frontman li ha fatti *calcola* tipo una settimana fa *piange* Ma sono riuscita a concluderla solo oggi >.< Scusami, Matty, non volevo, è stata colpa del porno Kaulitzest çOç!
Comunque. Non fosse stato per il forum di MuseLive.com, questa roba non avrebbe visto mai la luce. Nel senso che, nel topic degli auguri a Matt, a un certo punto uno ha postato l’immagine di una tortina verde con alieno & navicella spaziale XD ed io non ho proprio potuto fare a meno di cogliere la palla al balzo e… creare questo, ecco XD
Che poi, non ho senso: una fic per fare gli auguri a Matthew, e il protagonista è Brian. Ma si può? Ho ragione quando dico che in realtà il mio gruppo preferito sono i Placebo, è solo che non l’ha ancora capito nessuno – me stessa compresa.
Ovviamente – precisazioni inutili – il Goldsmith College è la scuola d’arti drammatiche che ha frequentato Brian a Londra. (Peraltro, lolliamo insieme: il sito cita fra gli allievi famosi chiunque tranne lui, povero tato!). Ed Andy, come al solito, esiste – perché è vera la convivenza con uno spacciatore nei nel primo anno londinese di diciottenne!Matt – ma non si chiama veramente Andy. È solo che nella prima fic in cui l’ho usato l’ho chiamato in questo modo, ed io, be’, sono una donnina fedele XD
Nient’altro da dire è.é Vedete che il Mollamy non l’abbandono mai? Non preoccupatevi <3 Spero che abbiate gradito la storia! :*
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ALIEN-SHAPED CAKE

Per trovare una spiegazione razionale alla propria coesistenza con Brian Molko nella cucina in finto marmo di quell’anonimo appartamentino londinese, Chris dovette andare indietro con la memoria di molti giorni.
Dovette risalire, precisamente, ad una settimana prima.
Anche quel giorno si trovava con Brian, ma non era solo – con loro c’era anche Dom – e stava in un altro luogo – il proprio ordinatissimo salotto.
- È che vorrei organizzare una bella festa. – aveva mugolato in quell’occasione proprio Brian, arrotolato come gli si confaceva su una poltrona scamosciata bianco panna che, lo sapeva, Kelly avrebbe vendicato con la furia di un mohicano, - I trent’anni sono importanti.
- E tu lo sai bene, - aveva sibilato stizzito Dom, che, probabilmente, avrebbe preferito trovarsi in qualsiasi altro posto ed impegnato in qualsiasi altra faccenda, piuttosto che in quel salotto a parlare col fidanzato del proprio migliore amico del quale era inspiegabilmente e ferocemente geloso, - visto che li hai già passati da un pezzo.
- Ma che dici?! – aveva ribattuto Brian, saltando sulla poltrona come l’avessero punto con uno spillo e piantando con forza i tacchi squadrati degli stivaletti nella morbida imbottitura lanuginosa, - Lo sanno tutti che devo compierli l’anno prossimo!
- Seh. – aveva sospirato il batterista, roteando gli occhi, - È da cinque anni che devi compierli l’anno prossimo.
Brian non aveva raccolto la provocazione ed era tornato a rivolgere l’attenzione solo a Chris, come faceva sempre quando si sentiva incompreso. Chris aveva sospirato e l’aveva accontentato con un sorriso partecipe e curioso. Ormai le dinamiche di quel destrutturato gruppo che erano diventati da quando i Placebo erano entrati nelle loro vite erano così precise ed ovvie che riusciva a trovarle perfino noiose.
Lo sarebbero state, probabilmente, se non fossero state anche piuttosto rassicuranti.
- Insomma, una cosa informale. – aveva continuato Brian, annuendo, - Non voglio mica affittare Buckingham Palace e chiedere alla vecchia di presenziare e farlo cavaliere. Però mi serve il vostro aiuto…
Dom aveva incrociato le braccia sul petto ed aveva sbuffato come un bambino di tre anni, mentre Brian spiegava il proprio piano malefico nell’approvazione di Chris, che continuava – per proprio conto – ad annuire compitamente, prendendo nota.
In seguito a questi eventi, Brian aveva saggiamente pensato che fosse più utile tenere al proprio fianco l’uomo che lo sopportava, rispetto a quello che non lo tollerava.
Perciò, in definitiva, a Dom era toccato tenere fuori Matthew per tutto il pomeriggio adibito alla preparazione del party – con suo sommo gaudio – ed a lui, invece…
…a lui era toccato tenere compagnia a Brian mentre, in quella preparazione, finiva immerso fino al collo.
E non immaginava neanche in che guaio si fosse cacciato.
- Non trovi anche tu che sia bellissima? – stava appunto pigolando il frontman dei Placebo, quando Chris riuscì a distaccarsi dal tunnel dei propri ricordi abbastanza da dargli ascolto.
Le mani giunte sotto il mento ed uno sguardo brillante d’amore sul volto, Brian fissava ammirato un’enorme torta multistrato ricoperta letteralmente da cima a fondo di lucida glassa verde.
Chris dubitava perfino fosse commestibile.
- È… - si sforzò di rispondere, cercando furiosamente le parole per rendere il commento in modo che non suonasse drammaticamente offensivo come… be’, come in effetti era. - …particolare. – concluse quindi, annuendo soddisfatto per la propria prontezza di spirito.
Brian gli lanciò un’occhiata dubbiosa, e Chris deglutì, terrorizzato.
Accidenti.
- Particolare? – chiese ansioso il frontman, voltandosi a guardarlo ed assediandolo fisicamente, facendoglisi vicino e minaccioso in maniera quasi intollerabile, - Cosa intendi per particolare? Stai cercando di dire che è brutta? Che non ti piace? Che non piacerà a Matt?
- N-No… - ansimò Chris, tirandosi indietro. Avrebbe dovuto essere più cauto. Mai mentire ad una donna. - Particolare vuol dire particolare… - arrangiò celermente, - Nel senso, non è comune vedere una torta ricoperta di glassa verde, ecco, è… una scelta coraggiosa!
Brian sembrò soddisfatto dalla spiegazione. Si tirò indietro con un sorriso radioso e tornò ad affaccendarsi intorno alla torta, per procedere all’operazione successiva: distribuire palline di zucchero argentato sui bordi come si fosse trattato di luci direzionali su una pista d’atterraggio.
- Brian… - riprese il bassista, chinandosi ad osservare l’intricato disegno delle palline, - C’è un piano, dietro tutto questo?
Lui lo sferzò con un’altra occhiata poco convinta.
- Stai di nuovo cercando di dire che non ti piace?
- Ma no, assolutamente! – si affrettò a negare, - È ancora una scelta molto coraggiosa, ma… ecco, mi piacerebbe comprenderne i dettagli.
Brian sospirò come non riuscisse proprio a concepire la sua ottusità.
- È ovvio che tu non capisca. – spiegò pazientemente, - Non hai ancora visto la ciliegina.
Chris inarcò le sopracciglia, dubbioso.
- Non so se il color ciliegia starà bene con questa tonalità di verde… e va bene che Dom dice che qualsiasi cosa, vista dalla giusta angolazione, può sembrare fucsia, ma anche in quel caso non so se-
- Parlavo di una ciliegina metaforica. – sospirò ancora Brian, arricciando le labbra in una smorfia di profonda delusione, - Sto aspettando che Stef me la porti.
A questo punto, c’è solo da preoccuparsi, pensò distrattamente Chris, mentre osservava Brian ritoccare la traiettoria delle palline con scrupolosità perfino eccessiva.
Fortunatamente, l’attesa non durò troppo a lungo, perché pochi minuti dopo il particolarissimo campanello che imitava il muggito di una mucca nonché il tintinnio del suo campanaccio – che Matt aveva preteso di installare in un pomeriggio di folle passione per il fai-da-te – annunciò ai due l’arrivo di qualcuno, e quel qualcuno era appunto Stef. Stef che stringeva fra le mani una scatola bianca di medie dimensioni, ed aveva sul viso un’espressione abbattuta, confusa e stanca che Chris non faticò a riconoscere come un riflesso perfetto della propria.
- Brian, non chiedermelo mai più! – furono le prime parole dello svedese quando si fece strada all’interno dell’appartamento, dopo aver salutato Chris con un mugolio di sofferenza repressa, - Sono serio, la prossima volta ti uccido.
Chris lo osservò entrare, sinceramente perplesso, e poi gli si avvicinò per liberarlo dall’ingombro del pacco mentre sfilava la giacca e la posava su una poltrona.
- L’hai trovato? – fu l’unica, cinguettante risposta di Brian, mentre irrompeva in salotto portandosi dietro il profumo dello zucchero e della crema al cioccolato con la quale aveva farcito la torta.
- Trovato? Non direi. – rispose l’uomo, piantandosi di fronte al compagno di band con le mani sui fianchi e le gambe semidivaricate, in una piccata espressione di rimprovero, - Le cose trovate si trovano, appunto, non ti costringono al suicidio mentale per guadagnartele. Diciamo che il modo più preciso di dirlo è “ho minacciato il commesso perché me lo facesse su misura e dal vivo”. Ecco, questo rende.
Brian agitò disinteressato una mano davanti al viso ed informò il proprio bassista che stava utilizzando troppe parole per poter essere davvero ascoltato.
- Perciò dimmi solo dov’è il pacco e facciamola finita.
Stefan sospirò ed indicò la scatola bianca ancora fra le braccia di Chris, prima di lasciarsi andare con evidente disperazione su un divano a caso, coprirsi gli occhi con un braccio e annunciare a gran voce di stare schiacciando un pisolino.
Brian non gli augurò neanche un buon riposo: si diresse – come sempre minacciosissimo – verso Chris e gli strappò il pacco di mano, poggiandolo sul tavolo e scoperchiandolo con velocità inaudita.
- Eccolo!!! – esultò poi, al colmo della felicità, - Oddio, è ancora più bello di quanto non sperassi!!!
Mentre Stef mugugnava un’imprecazione random dal divano, Chris si avvicinò curioso e sbirciò quasi timidamente all’interno dell’involucro, per sincerarsi del contenuto.
Di fronte a lui si stagliava una statuina di zucchero a forma di tipico alieno verde che stazionava immobile in piedi accanto ad un’altra statuina, a forma di navicella spaziale, bianca e rossa.
Il tutto era grande abbastanza per coprire interamente la grandezza dell’ultimo strato della torta che, con tanto amore, Brian aveva preparato per il suo Matt.
- …allora c’era questo, dietro. – constatò incredulo, la gola secca ed un incipiente mal di testa a farsi strada fra i neuroni.
- Sì! – annuì allegro Brian, - Adesso sbrigati, aiutami a portarlo di là, voglio che la torta sia pronta quando cominceranno ad arrivare gli invitati!
- …invitati? – si ritrovò a chiedere soprappensiero, mentre aiutava Brian a trasportare la scatola in cucina con la massima cura, - Che invitati, scusa? A parte Matt e Dom siamo tutti qui…
Brian lo sferzò con l’ennesima occhiataccia disapprovante della giornata. Probabilmente stava pure cominciando a pentirsi di averlo scelto come collaboratore onorario, chissà.
- Non essere ridicolo, Chris. Ho detto che sarebbe stata una festa informale, mica deprimente.
- …e questo significa…?
- Aaah, non preoccuparti! – borbottò, afferrando la navicella e posandola con cura in cima alla torre di pan di spagna glassato, - Pochi amici intimi. Alex, Tom, Steve, cose così.
Chris annuì dubbioso e si dedicò ad aiutare Brian nella complicata operazione di piazzare il piccolo alieno verde accanto alla navicella senza distruggere quanto faticosamente creato fino a quel momento, e fu proprio in quell’istante che la mucca muggì annunciando l’arrivo dei primi ospiti.
- Stef, tesoro, ti dispiace andare tu? – chiese Brian con tono falsamente dispiaciuto, - Qui siamo un po’ occupati…
Stefan, nell’altra stanza, grugnì qualcosa di indefinito ma si alzò comunque, andando ad aprire la porta e facendo gli onori di casa.
Impegnato com’era nel posizionamento dell’UFO zuccherino, Chris non riuscì a farsi una chiara idea di cosa stesse succedendo. Fu forzato a realizzare tutto, però, quando Stef li raggiunse in cucina e dichiarò candidamente che David era arrivato e si stava chiedendo dove fossero tutti.
A quel punto, Chris si ritrovò obbligato a sollevare lo sguardo e fissare Brian con aria smarrita.
- David chi? – chiese incerto.
Brian si strinse nelle spalle e ridacchiò debolmente.
- Oh… David Bowie. – rispose timido, - Non potevo certo lasciarlo fuori, su! – aggiunse poi, come fosse una giustificazione.
Chris spalancò la bocca e fece per chiedere qualcosa. Poi la richiuse e rifletté un altro paio di secondi. Ed infine decise che sì: per quanto la verità potesse fare paura, urgeva chiarirla.
- Brian, chi altri hai invitato con precisione?
Brian si mordicchiò un labbro e fece finta di pensarci su.
- Solo un paio di amici comuni. Micheal Stipe, Robert Smith, Gerard Way, Chester Bennington, Bono Vox…
L’elencò continuò per un altro paio di minuti. Ed alla fine, fu chiaro che, almeno per un particolare, Brian era sempre stato sincero: non aveva invitato la Regina. In compenso, però, era proprio l’unica che mancasse.
Quando i due riemersero dalla cucina – solo nel momento in cui la torta fu, a parere di Brian, del tutto perfetta – il salotto era pieno e Stefan s’era tramutato in una specie di maggiordomo borbottante acredine e risentimento.
- Ti ucciderò. Lo so che ti ucciderò. – andava mugugnando mentre continuava a rispondere al citofono ed aprire la porta ad intervalli regolari di tre secondi.
Perso in mezzo a quel delirio di volti conosciuti, sorridenti ed allegramente chiacchieranti, Chris si sentì, per la prima volta nella propria vita, così irrimediabilmente confuso da dimenticarsi perfino come si chiamasse, quali fossero le proprie origini e cosa stesse facendo in quel posto.
- Allora io andrei… - sussurrò poco convinto a Brian, mentre faceva per raggiungere la propria giacca sull’attaccapanni.
- Ma che stai dicendo?! – strillò lui, afferrandolo per la collottola e tirandoselo dietro, - Matthew sarà qui fra pochi minuti! Dove credi di andare?!
Ah, già… Matthew. I trent’anni. La festa, realizzò finalmente, a fatica, mentre la mucca muggiva per la trecentesima volta.
- Dev’essere lui! – gioì Brian, saltellando sul posto e trascinando in quella strana danza un povero Chris del tutto inerme, - Forza, nascondetevi!
Gli ospiti si guardarono l’un l’altro confusi ed un po’ incerti, ma ubbidirono. In pochi secondi, ogni anfratto del piccolo salotto di casa fu occupato ed utilizzato come tana dalla quale sbucare fuori al momento opportuno.
Quando il risultato fu soddisfacente, ed ogni lembo di tessuto ribelle fu rintuzzato negli angoli alla meno peggio, Brian ridacchiò e si diresse giulivo verso la porta.
- Tesoro, sei tornato! – mugolò felicemente, sollevandosi per baciare Matt in punta di labbra, - Andato bene lo shopping?
Matthew annuì distrattamente ed entrò in casa, guardandosi intorno con aria cupa mentre Brian “dimenticava accidentalmente” la presenza di Dominic e gli chiudeva la porta sul naso, guadagnandosi in cambio un appellativo poco lusinghiero.
- Come mai così triste…? – indagò quindi il moro, avvicinandosi titubante ed aiutando Matthew a liberarsi della leggera giacchetta di cotone che indossava.
- È che per tutto il pomeriggio Dom non ha fatto che ripetermi “compra questo, compra quello, è il tuo compleanno, te lo meriti”… - mugugnò l’inglese, stringendosi nelle spalle e distogliendo lo sguardo, - Solo che io non ce l’ho mica tutta questa voglia di festeggiare. Insomma, trent’anni sono così tanti
Brian fece un passo indietro, scioccato. Dom ristette sulla soglia e spalancò gli occhi, come chiedendosi se fosse proprio vero ciò che aveva appena sentito.
Da ogni singolo divano, poltrona ed anfratto nascosto della stanza, si alzò un riecheggiante quanto spaventoso “oh” di stupore e vaga disapprovazione.
- …che razza…? – biascicò Matt, guardandosi intorno spaesato, - Brian, che era quel rumore?!
Ma Brian non ascoltava. Testa bassa ed occhi ardenti di rabbia, fissava il proprio uomo come se la sua prima intenzione fosse caricarlo con una testata degna del più potente toro da corrida dell’intera Spagna.
- Perciò trent’anni sarebbero tanti, eh…? – bisbigliò crudelmente, stringendo i pugni.
- …Bri, cosa… - accennò Matt, turbato da quel repentino cambio d’umore, - Cosa ho detto di sbagliato…?
Brian sbuffò e si rimise dritto, intrecciando le braccia sul petto.
- Nulla. – rispose, gelido, - Figurati.
Poi si girò, raggiunse l’attaccapanni, recuperò un giubbino a caso – era di Matt, ma non sembrò saggio farglielo notare – afferrò un berretto ed un paio di occhiali da sole e si diresse a passo deciso verso l’uscita.
- Goditi la torta. – sibilò acido, prima di andare via.
Fu in quel momento che David Bowie trovò appropriato affacciare la testolina bionda da dietro un divano, sorridere timidamente e – dopo aver osservato Matthew scattare indietro e strillare neanche avesse voluto ucciderlo – sussurrare un imbarazzato “Be’, sorpresa!”, in seguito al quale i mobili presero vita e si misero a partorire persone come madri evangeliste, lasciando il povero inglese ingolfato nel panico più nero.
- Quell’essere incommentabile del tuo uomo, - trovò opportuno informarlo Dom, mentre tutto intorno fiorivano occhiatacce disapprovanti e sguardi diffidenti, - ti ha organizzato una festa di compleanno a sorpresa. Potevi almeno evitare di rovinargli tutto dandogli del vecchiaccio!
Matthew spalancò gli occhi e cercò confusamente la rassicurante figura di Chris in mezzo alla folla, come se Dom lo stesse attaccando con troppa violenza per potersi difendere e lui avesse bisogno di un cavaliere senza macchia e senza paura che potesse proteggerlo adeguatamente. Chris, in effetti, rispondeva in pieno alla descrizione.
- Io non gli ho detto che è un vecchiaccio! Ma che hai sentito?! – sbottò infatti alla volta del proprio batterista, quando Chris fu abbastanza vicino da potersi nascondere per metà dietro le sue spalle ampie e robuste.
- È come se l’avessi fatto. – scrollò le spalle lui, - Gli hai detto che trent’anni sono già troppi.
- Ma che cazzo, lui li deve ancora fare! Anzi, sono io che mi sento a disagio nei suoi confronti, per essere ben un anno più vecchio di lui! – rispose Matt, sempre più agitato, aggrappandosi alle spalle di Chris ed usandole a mo’ di trampolino per saltellare istericamente sul posto.
A quel punto, perfino Chris – generalmente bonario nei confronti di un frontman che sapeva essere, in fondo, innocentemente e tenacemente ingenuo – non poté fare a meno che unirsi allo sguardo colmo di allucinata incredulità di Dominic, e si mise a fissare Matthew oltre la sua spalla, con aria inquisitoria.
- Ma parli sul serio? – chiese a bassa voce, mentre, tutto attorno, gli invitati riprendevano la classica routine festaiola di chiacchiere e risate.
Matthew regalò anche a lui l’occhiata del cucciolo innocente, ed inclinò il capo – come a dare maggior valore alla propria incolpevole idiozia.
- Che intendete dire? – aggiunse, come se già il quadretto non fosse abbastanza deprimente.
- Intendiamo dire che il tuo uomo i trenta li ha passati da un bel pezzo! – sbraitò Dom, agitando un pugno bellicoso nella sua direzione, - E non posso credere di stare dicendo qualcosa in sua difesa, ma tu decisamente non te lo meriti, eccheccazzo! – concluse infuriato, prima di voltarsi indietro e cominciare a sbottare rabbia e insofferenza verso la cucina, trotterellando isterico come uno scoiattolo ingiustamente deprivato delle ghiande che con tanta fatica aveva raccolto per tutta l’estate.
- …Chris…? – chiamò debolmente Matthew, osservando il biondo allontanarsi e cominciando a temere seriamente per la propria vita.
Il bassista gli sorrise condiscendente e gli batté un’amichevole pacca sulla spalla.
- Nessuno te ne fa una colpa. – mentì, perché Matthew sapeva che tutti, dannazione, gliene stavano facendo una colpa, - È normale che tu non l’abbia capito, Brian non dimostra la sua età e, se può, mente pure in merito. – scrollò le spalle, simulando un’indifferenza che avrebbe dovuto tranquillizzarlo ed invece lo mandò ancor più in paranoia, - Però, insomma, Brian ha trentacinque anni. Ne fa trentasei a dicembre.
…e lui gli aveva detto che trent’anni erano già troppi.
Trent’anni! Troppi!!!
E viene fuori che lui ne ha trentacinque!!!

In apparente stato di morte cerebrale, Matthew fissò Chris, le lacrime agli occhi e il labbro tremulo.
- Dimmi che non è vero. – biascicò indecentemente, scrollando incredulo il capo.
Impietosito, Chris si strinse nelle spalle, e probabilmente provò anche a ritrattare tutto e far finta di niente, ma era un uomo troppo onesto per riuscirci in maniera convincente, perciò Matt lo fermò con un breve cenno del capo e fissò attentamente le punte delle proprie scarpe per un enorme periodo di tempo, come a cercare nei ghirigori dorati che impreziosivano la punta nera la risposta a tutti i drammi della sua esistenza.
Frattanto, Dom s’era affacciato dalla cucina reggendo la torta fra le braccia con aria frettolosa.
- Visto che c’è, vediamo se è commestibile. – annunciò compitamente il batterista, planando agilmente in mezzo al fittissimo dialogo che Bono e Chester stavano intrattenendo di fronte al tavolo e poggiando l’enorme vassoio rotondo proprio fra di loro.
- Coraggio, Bells. – cercò di consolarlo Chris, stringendolo compassionevole attorno alle spalle, - Tornerà, chiarirete e domattina sarà tutto a posto. Andiamo a mangiare, almeno potrai fargli i complimenti per com’è bravo a cucinare i dolci! – propose incoraggiante. Poi si fermò e rifletté brevemente, arricciando le labbra in una smorfia poco convinta. – Be’, forse. – concluse saggiamente, annuendo come a darsi ragione da sé.
Matthew seguì l’amico fin davanti al tavolo e lì rimase per qualche secondo ad osservare contrito la splendida torta che gli si parava di fronte. Verde dalla punta alla base, cosparsa di palline di zucchero lucenti come perle e sormontata da una splendida scultura in zucchero raffigurante un piccolo alieno verde nell’atto di scendere dalla propria astronave per esplorare quel meraviglioso pianeta di pan di spagna e cacao.
Allungò una mano, come a voler verificare quella meraviglia fosse vera. Ma poi si ritrasse, e sorrise furbo.
Aveva avuto un’idea migliore.
*
Brian lo conosceva benissimo. Nel corso degli ultimi due anni passati insieme – e di insieme si poteva parlare, nonostante i tour, i viaggi e i continui impegni di lavoro, perché la verità, molto semplicemente, era lui e Brian fossero stati del tutto inseparabili nelle occasioni in cui stavano insieme, e continuamente tendenti l’uno verso l’altro anche quando stavano separati – Brian aveva imparato a memoria ogni sua passione, ogni suo divertimento, ogni sua opinione. Tutto ciò che lo faceva ridere e arrabbiare e disperarsi. Tutto ciò che gli piaceva e tutto ciò che odiava. Perfino le parole esatte per farlo star meglio quando stava male, e quelle per riportarlo a terra quando cominciava un’improbabile quanto fuori luogo scalata per la conquista del Paradiso.
“Perché – l’hai detto tu, no, Matt? – per entrare in Paradiso devi pagare un prezzo che non sei disposto a concedere.”
E nello specifico, ogni santa volta, voleva dire “Torna giù, piccolo, che sei bravo, bravo davvero, ma non sei ancora diventato un dio, né mai lo sarai, perché cose del genere proprio non esistono”.
Brian, con lui, non era stato prudente. Non s’era comportato come la maggior parte delle persone giunte all’apice di una brillante carriera ed alla metà di una triste vita. Non aveva trattenuto niente per sé, non era stato avaro d’emozioni – né nel darle né nel pretenderle – e non aveva evitato alcun momento spendibile insieme.
Al punto che sì: anche Matthew lo conosceva alla perfezione.
L’enorme edificio principale del Goldsmith College, immerso nella notte ambrata di luci di Londra, rendeva perfettamente onore alla propria essenza di vecchio maniero ottocentesco. Letteralmente ricoperto d’edera e fronteggiato da uno sterminato prato verdissimo ed umido di brina, era perfino inquietante. Al punto che Matt esitò nell’addentrarsi alle sue spalle alla ricerca della nicchia fra gli alberi del cortile interno che sapeva essere il luogo preferito di Brian.
Lo individuò subito: la giacchetta multicolore che aveva comprato secoli prima da Harrod’s, e che lui aveva distrattamente preso con sé prima di uscire, spiccava curiosamente nel verde scurissimo degli alberi nella notte. Era così piccolo – accucciato su una panchina, lo sguardo fisso nel vuoto ed il mento affondato fra le ginocchia – che non sarebbe stato strano prenderlo per un bambino che avesse perduto la mamma e non sapesse dove andare.
La verità di Brian era che non importava quanti anni avesse, perché era rimasto piccolo dentro. Non immaturo né egoista e capriccioso alla maniera sciocca dei bambini, ma insicuro e fragile come se la parte più pura di lui si fosse dibattuta negli anni per preservarsi integra comunque e nonostante tutto, e alla fine ce l’avesse pure fatta.
- Per quello che può valere, - sussurrò con un sorriso tenero, sedendosi al suo fianco e poggiando fra i loro corpi un piatto con l’ultimo piano della torta e la statuetta che le si accompagnava, - non sapevo che avessi più di trent’anni.
Brian si lasciò andare ad un ghigno amarissimo, senza guardarlo ma sciogliendo leggermente le gambe.
- Lascia perdere. – gli disse atono, - Non è davvero importante.
Matthew sorrise, accomodandosi meglio contro lo schienale della panchina ed indicando distrattamente la torta fra loro.
- È stato un pensiero carino. – commentò, - Grazie.
Brian rise a bassa voce e scosse il capo, rimettendo i piedi a terra.
- Ti ho detto che non importa. – lo rassicurò, rassegnandosi finalmente a guardarlo, - Non c’è bisogno che tu mi faccia i complimenti per farti perdonare. Non ce l’ho con te.
Matthew sorrise ancora e si sporse verso di lui, arrivando fino ad un centimetro dal suo viso e fissandolo intensamente negli occhi.
- …è vero. – constatò, tirandosi indietro, un po’ stupito. – Non sei arrabbiato.
Brian scosse il capo e si appoggiò a propria volta allo schienale.
- Sono solo uno stupido. – rispose in un soffio.
Matthew ridacchiò e gli fece passare un braccio attorno alle spalle, attirandolo a sé.
- Sì, lo sei. – annuì, - Ma ti amo anche per questo.
- Questo non mi lusinga granché. – borbottò Brian, fingendo un broncio infantile, - Mi piacevi di più in versione penitente.
Matt rise ancora, stringendolo con calore.
- Sai cosa ho pensato la prima volta che ti ho visto? – gli chiese poi, sfiorandogli la guancia con un bacio, - Non quando ci siamo conosciuti. Molto prima. Proprio la primissima volta.
Brian si adagiò contro la sua spalla e sospirò brevemente, prima di negare con un lento cenno del capo.
Matthew sorrise.
- Era il mio primo anno a Londra. Non avevamo i soldi per comprare un appartamento tutti insieme, dico, io, Chris e Dom, perciò abbiamo affittato delle stanze in giro. Ed io stavo con un tizio, Andy, faceva lo spacciatore ma era uno sfigato. – scrollò le spalle, - Uno si aspetta sempre che quelli che lavorano in quel ramo siano ricchi sfondati, ma Andy era tristissimo, stavamo praticamente in un bilocale che era uno sputo ed avevamo un televisorino minuscolo in cucina che-
- Matthew! – ridacchiò Brian, spostando la torta altrove per potersi sistemare meglio sul sui corpo, - Questo discorso va a parare da qualche parte?
- Ci sto arrivando. – rise lui, stringendolo a sé, - Insomma, una mattina facevo colazione e guardavo MTV. Ed è passato il video di Teenage Angst.
- Mio Dio! – rise forte Brian, allungando una mano a cercare le dita di Matt per stringerle e giocarci un po’, - Se è davvero la prima impressione, quella che conta…!
- Be’, - lo interruppe Matthew, affondando nell’incavo del suo collo, - per me è stato così.
- …ed è stata disastrosa? – inquisì lui, cercando i suoi occhi.
Matt scosse il capo.
- Ho pensato che tu fossi una creatura da un altro pianeta. – raccontò con aria sognante, - Sembravi troppo perfetto per venire dalla terra. E poi, sinceramente, non ero neanche sicuro al cento per cento di sapere cosa in effetti tu fossi. – ridacchiò sommessamente, - Perciò, siccome il fatto che tu potessi essere un maschio mi turbava tanto quanto quello tu potessi essere una donna, mi limitai a pensare che dovevi essere proprio un alieno.
- …un alieno.
- Sì. – rise lui, - Negli angeli non ho mai creduto.
- …okay. – sospirò lui, arrendendosi, - Quindi?
Matthew scrollò le spalle.
- Niente. – sbuffò, - Cioè, è una cosa stupida, e dopo una settimana l’avevo già dimenticata. Però, quando poi ci siamo conosciuti, me lo sono ricordato.
Brian sollevò gli occhi nei suoi e se ne lasciò catturare.
- E? – lo incitò impaziente.
- Ed era vero. – annuì Matt senza esitazioni, - Sei troppo perfetto per venire dalla terra. Confessalo, sotto questa maschera c’è un faccino verde e bitorzoluto! – lo prese in giro, tirandogli una guancia.
- …ma piantala! – sbottò Brian, offeso, trincerandosi dietro un broncio di circostanza e nascondendosi dietro l’intreccio della proprie braccia sul petto, dandogli le spalle, - Sei una merda.
Matthew ridacchiò e tornò a nascondersi contro la sua pelle, respirandogli addosso.
- C’è una vocina dentro di me che non fa che ripeterlo. – sussurrò sul suo collo, dandogli i brividi, - Se ti amo tanto, forse è anche un po’ per questo.
- …perché sono un alieno? – mugugnò lui, più per evitare l’imbarazzo che per reale curiosità.
Matthew strizzò gli occhi e si sporse a baciarlo sulle labbra.
- …d’accordo. – borbottò Brian, quando si furono separati, - Ma almeno l’hai assaggiata? – mugolò, indicando la torta dimenticata sul bordo della panchina.
Matt scosse il capo.
- Speravo di mangiarla insieme.
Brian sorrise ed annuì.
- Ma l’alieno lo mangio io! – precisò, afferrando l’omino verde e mettendone velocemente la testa in bocca.
Matthew fece una smorfia delusa e gli si chinò ancora addosso, addentando i piedi dell’omino e staccandoli in un morso.
- Facciamo a metà, no? – chiese poi, facendo ballare i piedini verdi fra le labbra.
Brian sospirò pazientemente, scuotendo il capo, simulando un’esasperazione che era quanto di più lontano dal suo stato d’animo esistesse in tutto il mondo.
- Facciamo a metà.
Genere: Introspettivo, Triste.
Pairing: Nessuno.
Rating: R.
AVVERTIMENTI: Angst, Language, What If?.
- Matthew Bellamy ha un sacco di paure cretine. Non che lo ossessionino, ovviamente, ma di certo non può ignorarle. Fra tutte, però, quella che sente più vicina è di sicuro la possibilità di potersi svegliare un giorno e riscoprirsi in tutto e per tutto uguale alla persona che più odia al mondo. Suo padre.
Note: Gh. Chiaramente non so che dire, perché nonostante sia stato un lavoro lungo, faticoso ed anche vagamente doloroso, non mi ha impegnato tanto intellettualmente quanto emotivamente. Ed alla fine, quando si scrive una cosa usando tanto il cuore e pochissimo il cervello, c’è poco da stare a ragionarci su.
Mi ha drenata.
E qualcuno dovrebbe fermarmi, quando mi metto in testa di marchiare nero su bianco cose che farebbero meglio ad essere dimenticate.
Comunque spero vi sia piaciuta, nonostante le ventiquattro pesantissime pagine di emoparanoia ^^
Devo creditare un mare e mezzo di canzoni dei Muse che sono il motivo preciso per cui amo Matt e per il quale ho seriamente paura di essergli per certi versi molto affine. E quando dico paura, intendo proprio paura. Io non voglio davvero essere affine alla mente di un uomo che produce musica per lucine colorate ;_; *depressa*
Comunque: la canzone che apre e chiude la storia è anche quella che le dà il titolo. Si tratta di Escape, tratta dal primo album dei Muse, Showbiz. Pare che dal vivo non l’abbiano proprio mai fatta, anche se non potrei giurarci. L’interpretazione “anti-paterna” me l’ha suggerita Stregatta, ed io mi ci sono appiccicata come una patella sullo scoglio, piangendoci su pure amarissime lacrime. Grazie gioia :* Se non me l’avessi suggerito tu, questa storia non sarebbe mai nata!
And if my wish comes true, you’ll never see me again” è un verso tratto dalla bellissima Host, una delle millemila canzoni anti-Teignmouth che Matty ha scritto mentre era palesemente depresso, e che oltretutto è anche la matrice da cui ho ripreso l’espressione “ed ammazzarli tutti, quei bastardi che l’avevano dissanguato a morte”. B-side del singolo di Cave.
You’re so happy now… burning a candle on both ends… Your self-loving soothes… and softens the blows you’ve invented…” sono invece versi tratti dall’altrettanto bellissima Fury, bonus track della versione giapponese di Absolution. Non si capisce perché i giapponesi debbano avere sempre il meglio -_- Comunque secondo me è una canzone che si adatta un casino al padre di Matt o.o Basta conoscere un attimino la storia della sua famiglia (qui ne avete un assaggio storicamente esatto, peraltro, tranne per i nomi dei fratellastri di Matt, che ho allegramente inventato io <3) per rendersene conto XD
Nel corso della narrazione cito anche Falling Down (sempre presa da Showbiz), che è la canzone in cui Matt dice che Teignmouth non l’ha mai fatto neanche “cominciare a cantare”, ed è anche lei un orgoglioso manifesto anti-patria, e Blackout, che è una canzone splendida tratta da Absolution e che mi sembrava si adattasse molto allo stato d’animo di Matt sul finale della storia. Ovviamente non c’è alcuna prova che le canzoni che io gli ho fatto scrivere in queste situazioni siano davvero state scritte proprio in questo modo. Licenza <3
Per essere totalmente sinceri, una cosa da dire su questa storia c’è: inizialmente doveva essere una BellDom o.o Ma non ce l’ho fatta XD Perdonatemi. E poi, secondo me ed anche secondo Nai, è meglio così u__u Prima o poi ne scriverò una è_____é *mente spudoratamente* Voi continuate a seguirmi, non si sa mai <3
PS: When Doves Cry è una canzone meravigliosa di Prince che parla – guarda un po’! – di divorzio, ed è una delle canzoni preferite di Matt.
PPS: Che Matt sia tifoso del Manchester United è una mia gioiosa invenzione è_é È che io amo il Manchester United. Punto <3
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
Alla me stessa di dieci anni fa, perché proprio non se lo meritava.
Alla me stessa di cinque anni fa, perché il tempo, prima o poi, ricomincia sempre a scorrere, lo si voglia o no.
Alla me stessa di oggi, perché la rabbia potrà non essere il migliore dei sentimenti, ma come valvola di sfogo è insuperabile.
E infine, alla me stessa di domani. Perché non dimentichi. E non perdoni.

ESCAPE

You would say anything
And you would try anything
To escape your meaningless
And your insignificance
You’re uncontrollable
And we are unlovable
But I don’t want you to think that I care
I never would
I never could again

Matthew Bellamy aveva un sacco di paure cretine. Non che lo ossessionassero, chiaramente, ma c’erano, ed il più delle volte non poteva nemmeno ignorarle. Per dire, aveva una paura assurda di soffocare nel sonno – gli era rimasta attaccata addosso da quando aveva rischiato di finire davvero morto stecchito in quel modo allucinante, durante uno dei tour più folli che ricordasse, in Giappone l’anno precedente – che non riusciva a scacciare in nessun modo. Che nemmeno la prolungata sobrietà – per quanto sobrio potesse dirsi un inglese… sospettava che in realtà lui, come tutti i propri compatrioti, conservasse una quota d’alcool minima nelle vene pure quando non beveva da settimane. Giusto quanto bastava per carburare, ecco – o l’astinenza da qualsiasi tipo di droga erano riuscite a lenire. Tant’è che alla fine aveva pure smesso di privarsene.
Poi, va be’, questo lo sapevano tutti: aveva paura di restare incinto di un piccolo alieno da dover poi crescere ed accudire da solo, come figlio proprio. Ed aveva paura delle guerre, dei viaggi transatlantici, delle grandi città sconosciute, degli squali, degli orsi, di Tom quando si arrabbiava, del cane di Dom, di Chris quando si faceva crescere i baffi fino al mento e di perdersi negli aeroporti.
Soprattutto, però, Matthew aveva una paura che lo preoccupava fin nel profondo. Che sentiva molto più vicina e reale di tutte le altre, e che a volte lo tormentava proprio.
Matthew Bellamy era uguale al proprio padre. Solo fisicamente, almeno da quanto era riuscito a capire fino a quel momento della propria esistenza, ma era più che abbastanza per terrorizzarlo.
Suo padre aveva mollato sua madre – con due figli a carico – quando lui aveva appena compiuto tredici anni. Paul ne aveva tre di più. E sua madre era giovanissima, e di anni ne aveva appena trentaquattro.
Suo padre era l’uomo senza cuore che aveva lasciato tutti loro per rifugiarsi letteralmente nell’emisfero terrestre opposto a quello dove si trovavano, in Australia, per ricominciare una nuova vita con un’altra donna, altri figli e un nuovo lavoro nel quale impegnare tutto se stesso.
Suo padre era anche stato un musicista. Perfino piuttosto famoso, per quanto perennemente squattrinato.
Era un’altra somiglianza che Matthew proprio non poteva ignorare.
La sua più grande paura era questa: svegliarsi un giorno e scoprire di aver annullato tutte le differenze. Di essere diventato proprio lui.
La persona che più odiava in tutto il mondo.
*
- Io continuo a non essere d’accordo. – borbottò mestamente, accucciandosi in una posa molto emotivamente infantile sullo scomodo seggiolino della sala d’aspetto dell’aeroporto.
Dom roteò gli occhi e gli rispose con una botta neanche troppo delicata sulla spalla.
- Piantala di lamentarti, una buona volta. – lo rimproverò, - Non fai altro da quando abbiamo deciso di tornare per le vacanze!
- Non abbiamo deciso di tornare! – precisò lui, sollevando lo sguardo, - Voi avete deciso di farlo, e me ne avete parlato solo a giochi fatti!
- Probabilmente perché sapevamo che avresti reagito come un idiota isterico, non ti pare? – fu la laconica risposta di Dom.
Chris squadrò il batterista con manifesta disapprovazione e poi sedette accanto a Matthew, poggiandogli una consolatoria manona sulla spalla.
- Matt, avevamo davvero bisogno di una vacanza… - cercò di motivare, stringendogli calorosamente la nuca, come in un massaggio.
- Ma io sono d’accordo… - mugolò Matthew, lasciandosi andare contro quella mano dai balsamici poteri, - Però, a questo punto, non capisco per quale motivo non sono potuto andare in Costa Azzurra con Tom! Scommetto che mi sarei divertito di più!
Chris sospirò e gli diede qualche altra amichevole pacca sulla schiena, mentre Dom intrecciava le braccia sul petto e lo fissava astioso.
- Perché anche Tom aveva bisogno di una vacanza. – rispose, - Da te. E poi, Matthew, da quanto diavolo è che non vedi tua madre?! – riprese a rimproverarlo, - Quella poverina finirà col dimenticarsi di aver mai avuto un figlio minore!
Matthew mugugnò un qualcosa di indefinito e tornò ad accucciarsi sul seggiolino, fissandosi le ginocchia.
Nella sua ottica, sarebbe stato molto meglio che sua madre procedesse una buona volta con le “pulizie di primavera”, e si dimenticasse totalmente di lui. D’altronde, Paul era più che sufficiente, come figlio. Era responsabile ed aveva un lavoro solido e si prendeva cura di lei.

Non somiglia affatto a nostro padre.

Per di più, quando a sedici anni diceva di odiare Teignmouth al punto che avrebbe desiderato raderla al suolo – ed ammazzarli tutti, quei bastardi che l’avevano dissanguato a morte – era serio. Era dannatamente serio, perfino quando affermava che non sarebbe mai più tornato a casa se fosse riuscito a realizzare il suo sogno – diventare famoso, cantare e suonare per vivere, farsi ascoltare, una buona volta.

And if my wish comes true, you’ll never see me again.
Se ce la faccio, Dio, col cazzo che mi rivedrete più.
Cristo, ero serio davvero.


Valeva anche per Dom e Chris, allora, ma… be’, probabilmente il loro odio s’era smorzato. Considerevolmente. Forse addirittura fino a spegnersi.
Il punto era che da adolescenti erano stati tutti e tre piuttosto maltrattati dal mondo circostante. Fosse solo per il fatto che proprio non ce l’avevano fatta ad integrarsi con la parte migliore della scuola, fosse perché erano tutti piuttosto poveri – e quindi, anche volendo, altro che integrazione – fosse perché avevano comunque degli interessi che continuavano a sospingerli lontano dalla massa, o fosse, infine, perché ogni volta che mettevano mano ad uno strumento c’era sempre qualcuno pronto a dire loro che non sarebbero mai riusciti a concludere niente nella vita, non l’avevano mai capito. Non era nemmeno importante. Perché tanto il risultato era quello, no?
Le botte dei bulli, il disprezzo degli insegnanti, le prese in giro delle ragazze e la rassegnata frustrazione dei genitori. C’era poco da fare.
Crescendo, però, qualcosa era cambiato.
Di quello che era stato un comune desiderio di fuga, era rimasto molto poco.
Nel 2002, con un album universalmente adorato attualmente in cima alle classifiche di vendita di alternative praticamente in ogni stato del mondo, un tour trionfale che li aveva portati fino in Asia – in Asia, Cristo! – appena concluso ed una considerevole somma di denaro al sicuro in banca, c’era davvero poco, del loro passato, da cui valesse ancora la pena fuggire.
Perciò Chris aveva pensato di vendicarsi a modo proprio – comprando una villa in campagna per Kelly e i bambini. Proprio nei dintorni di Teignmouth – e Dom di far risalire in superficie quella vena di attaccamento mammone per la quale l’avevano sempre sfottuto perfino fra loro.
Il risultato di quella brusca virata emotiva era stato il ritorno a casa.
Era contento per i suoi amici, perché era evidente desiderassero recuperare le proprie radici, ma…

…ma cazzo. Io le mie radici le ho strappate a forza dal terreno. Ora si muovono con me. Le mie radici sono ovunque io vada.
Però il suolo del Devonshire è malato. È putrido. È saturo di ricordi che preferirei cancellare. Di fantasmi che non ho alcuna voglia di incontrare.
Se torno lì mi ammalo e muoio. Lo sento.
Se torno lì… chi mi salva da papà…?


Scosse il capo, ficcando con forza le mani fra i capelli rossissimi e disordinati sulla testa.
A sua madre sarebbe preso un colpo.
Gli avrebbe sicuramente detto che poteva anche essere d’accordo se decideva di mettersi a fare il pittore, ma che le tele da disegno esistono proprio per non dover utilizzare come tali i propri capelli, “perciò vedi di tornare al colore originario, ragazzino, che non ti ho dato quell’adorabile castano biondiccio per non godermelo!”.
Il castano biondiccio non era di sua madre, dannazione anche a lei.
Era di suo padre.
Sua madre aveva i capelli corvini ed era pallida come Biancaneve. Sua madre aveva trasferito i propri geni direttamente a Paul. Paul e lei erano identici.
Anche lui era il perfetto riflesso di qualcuno. Solo che era un qualcuno di cui neanche sopportava la vista.

Mamma, se non mi concio in questa maniera è difficile perfino guardarmi allo specchio, sai…?

Avrebbe dovuto abituarsi. E basta.
- Ehi… - mormorò Dom, scivolando spalla contro spalla su di lui, - Dai, calmati. Non sarai mica solo! – cercò di consolarlo, sorridendo dolcemente.
- Chris va a stare fuori… e tu vivi dall’altro lato della città!
- Teignmouth è un buco talmente minuscolo che se lo cerchi sulla cartina neanche lo vedi! – rise ancora Dom, omaggiandolo di una divertita pacca sulla spalla, - Non sarà difficile trovarmi, se avrai bisogno di me!
- E poi noi andremo in spiaggia praticamente ogni giorno… - aggiunse Chris, annuendo deciso, - Tu stai a due passi dal lido, vero? Potremmo andare insieme, ai bambini farebbe un enorme piacere giocare un po’ con te… devi ancora ad Alfie il più maestoso castello di sabbia di tutti i tempi, non fartelo ricordare ogni estate!
Si lasciò andare ad una risatina che aveva molto più di rassegnato che di effettivamente consolato, ma sperò che i suoi amici se la facessero bastare. Era il massimo che fosse disposto a concedere in quel frangente. Almeno in quel preciso istante.
Una voce metallica dagli altoparlanti li informò che l’imbarco del loro volo stava cominciando.
Il tour s’era concluso da meno di dodici ore. Da Leeds a Londra in volo.
E poi un treno che non sopportava, perché era già vecchio e distrutto quando lui era un bambino, e da allora non era mai cambiato.
Fino a casa.
Anche lei vecchia e distrutta da sempre.
Anche lei, da sempre identica a se stessa.
*
Il treno cigolava fastidiosamente già da una ventina di minuti. Succedeva sempre, ed era una normalità che gli portava alla mente tanti di quei ricordi agrodolci e terribili che a volte doveva necessariamente trattenere il fiato per non esplodere in singhiozzi di nostalgia pura.
Per un motivo che non aveva mai compreso – probabilmente ricercabile nel fatto Teignmouth fosse, in fondo, un florido porto di mare ed anche una produttiva cittadina industriale – dalla stazione passavano decine di treni ogni giorno. Perciò, tornare a casa significava ogni volta attendere che l’unico binario che passava per quei lidi sperduti fosse sgombro o allineato o chissà cos’altro, e l’unico modo per non pensarci era lasciare che il tempo si diluisse da solo nella noia e, se si era fortunati, nel sonno.
Quando erano ragazzini non era così. Quando erano ragazzini, il treno non lo prendevano mai. Però ne osservavano passare a dozzine per tutta la settimana. Dai prati verdissimi che circondavano quella stazione minuscola, si vedevano i binari mischiarsi con la linea dell’orizzonte fino a sparire. Era bellissimo immaginarne il tragitto fino a Londra, e poi magari ancora più in alto, fino al cuore del cielo.
Ma adesso non avevano più alcun bisogno di immaginare niente. C’erano arrivati, nel centro preciso di quel fottuto cielo. E l’avevano spaccato pure in mille pezzi, con la stessa furia grondante rabbia e frustrazione e dannato sollievo con la quale in genere spaccava le proprie chitarre o la batteria di Dom, durante i concerti.
Quel panorama – quella stupida cittadina, quella stazione spoglia da fare pietà, le esistenze grigie di coloro che non erano riusciti a sottrarsi a quella quotidianità fatta di silenzio e anonimato – non era più una cosa per loro.
Teignmouth era squallida. Squallidissima.
Il suo palcoscenico doveva essere un altro. Nel suo palcoscenico, le luci si accavallavano impetuose l’una sull’altra come le onde del mare. Sentiva il battito del basso di Chris fino in gola, come fosse stato il suo stesso cuore. Sentiva le botte delle bacchette di Dom sulla pelle dei tamburi fin dentro le viscere. Il battere simultaneo delle mani di migliaia di persone regolava il ritmo del suo respiro, e le loro voci, amalgamate in un’orgia di cacofoniche assonanze, reggevano i fili dei suoi pensieri.
Nel suo palcoscenico, lui era tutto. Era ognuno di loro ed era tutti loro.
E poteva essere qualsiasi cosa.
Un prete una puttana un padre un figlio un messia. Dio in persona.
- Recuperiamo le valigie! Siamo arrivati!
C’era troppo entusiasmo nella voce di Dom. Non riusciva proprio a capire cosa ci fosse di tanto entusiasmante.
Aveva un pessimo presentimento.
Aveva sempre pessimi presentimenti, quando tornava lì.
Arrivava fino alla porta della sua vecchia casa sempre con un’angosciante massa di pensieri cupi ad ingombrargli la testa. Poi la porta si apriva. E sua madre era sempre un po’ più vecchia. E Paul era sempre un po’ più scocciato. E dentro di lui si faceva strada, sempre più profondamente, un terrore viscido e strisciante che gli ricordava che no, non sarebbe rimasto sempre tutto bello e comodo com’era stato fino a quel momento. Prima o poi, Paul si sarebbe davvero rotto i coglioni di giocare al figlio devoto. Prima o poi, una delle numerose donne che continuavano a susseguirsi nella sua vita avrebbe preteso qualcosa di più di un eterno fidanzato.
A quel punto, davvero, sua madre avrebbe ricordato di avere un altro figlio.
O, forse, l’avrebbe dimenticato sul serio: e sarebbe rimasta sola per sempre.
Non sapeva quale delle due possibilità fosse la peggiore. In ogni caso, lo spaventavano entrambe.
Aveva salutato Dom e Chris in stazione e si era diretto stancamente all’esterno dell’edificio, lasciando cadere lo sguardo intorno a sé come un’ombra distratta, in cerca di un taxi. Ci mise effettivamente un po’ di tempo a ricordarsi che in quel buco di cesso dimenticato dalla civiltà i taxi neanche c’erano. Era inutile perfino che passassero gli anni, Teignmouth restava una fogna. Puzzava pure, di fogna: di pesce marcio e fumi di scarico e dell’aria appestata di qualche migliaio abitanti – chissà se poi era vero? Chissà con quante persone condivideva il respiro in quel momento? Erano poche e riuscivano a mangiarsi tutto l’ossigeno. Tutto.
Teignmouth era un’enorme fossa biologica a cielo aperto.
Ripiegò in favore del vecchio autobus che prendeva sempre. La solita linea.
Quella che l’avrebbe portato direttamente a casa.

Cristo. Mi sono mai mosso davvero, da quando avevo sedici anni?
Mi sento in gabbia. Dio, Dio, Dio, odio questo posto. Lo odio davvero.


Ed odiava davvero ritrovarsi coi propri parenti. Paul faceva almeno un po’ di fatica per star dietro a lui e ad i Muse, ogni tanto lo andava a vedere per qualche concerto nel circondario, e quando si fermava a Londra passava sempre a trovarlo, perciò l’impatto per lui era meno traumatico, ma sua madre, sua madre!, viveva una realtà propria fatta di antiche canzoni in gaelico e tele dipinte a metà destinate a sbiadirsi nell’incuria del tempo. Sua madre ogni volta aveva difficoltà ad abituarsi alla sua faccia, ai suoi vestiti, al suo modo di passare il tempo, ai suoi atteggiamenti, perfino all’idea di lui. Sua madre, a volte, gli dava l’impressione di non conoscerlo affatto.

Mi hai cresciuto tu. Sono così per te.
Sono così perché non hai fatto che ripetermi come fosse lui. Dovevo prendere le contromisure adeguate. Dovevo essere diverso. Dovevo essere un me stesso completamente diverso da mio padre, ma siccome, in realtà, di lui non ho mai avuto un’idea così precisa, dovevo essere un me stesso completamente diverso da tutto il resto del mondo.
Non è facile, mamma.
Essere Qualcuno.
Non è facile nemmeno essere qualcuno senza maiuscola.


Casa lo accolse come al solito. Silenziosa e squallida. Era quasi ora di cena – sarebbe stato perfino giustificato aspettarsi il tintinnare metallico delle pentole contro i fornelli, che avrebbe reso tutto molto classico e molto normale – ma sua madre non sapeva cucinare ed utilizzava gli utensili da cucina giusto il minimo indispensabile per sfamare la propria prole. Avevano quasi sempre mangiato alimenti cotti al microonde o in forno.
Aprì il cancelletto d’ingresso, la cui serratura era rotta da sempre, e s’inerpicò lungo il vialetto sterrato che conduceva alla porta, strascicando faticosamente l’enorme ed anonima valigia nera che aveva riempito alla rinfusa un’ora prima di partire.
Bussò e ad aprirgli fu Paul.
Suo fratello schiuse la porta con una certa violenza, come stesse aspettando qualcuno.
Quel qualcuno non poteva essere lui, perché lui non aveva avvisato.
Paul dischiuse le labbra e modulò qualcosa che avrebbe potuto essere una parola qualsiasi. Non era importante.
Matt sorrise timidamente.
- Se stavi aspettando la tua ragazza attuale, - ironizzò, stringendosi nelle spalle magrissime, - mi dispiace ma non posso aiutarti.
Paul sembrò riscuotersi solo in quel momento. Ridacchiò, scuotendo il capo, e lo avvolse istantaneamente in uno di quegli abbracci così tipici di lui – che era robusto e altissimo e forte – che Matthew avrebbe preferito chiamare “casa” loro, piuttosto che l’ammasso di mattoni in disgregazione in cui ricordava di aver trascorso i pomeriggi più orrendi della propria adolescenza.
- Scricciolo… - borbottò suo fratello, scrollandolo rude un po’ qua e un po’ là, - Non ti aspettavamo.
- Sì, lo so. – mugugnò lui, separandosi a malincuore dal corpo caldo dell’uomo.

Dannazione. Dannazione pure ai ventiquattro anni suonati che non mi permettono di pretendere qualche coccola in più.
Mi sento stupido perfino a pensarle, certe cose.
Coccole.
Eppure ne vorrei un po’. Davvero.


- Non hai scelto un buon momento, sai? – continuò suo fratello, impossessandosi della valigia e facendogli strada in casa, - Cristo, sei magrissimo! Ma ti danno da mangiare?
- Ero così pure l’ultima volta che mi hai visto… - si lamentò lui, stringendosi ancora nelle spalle, - E comunque che vuol dire che non ho scelto un buon momento? È un modo carino per farmi sapere che sono diventato indesiderato in questa famiglia?
Paul lo fissò offeso, dandogli uno scappellotto sulla fronte.
- Bestia che non sei altro. – sbottò, - Sei sempre il benvenuto, lo sai. Solo che in questi ultimi giorni c’è stato… un piccolo imprevisto.
- Insomma, la pianti o no di fare il misterioso? – mugolò lui, lasciandosi andare con un tonfo irritato sul divano del piccolo salottino di casa, mentre Paul abbandonava la valigia in corridoio ed andava a sedersi sulla poltrona di fronte a lui.
- Non sto facendo il misterioso. – rispose Paul, con un sorriso stanco, - E comunque faresti meglio ad alzarti dal letto di papà. Non sono sicuro di che parassiti possano essere arrivati con lui dall’Australia, e preferirei non provarli sulla tua pelle.
- …come fai a dire di non stare facendo il misterioso?! Non capisco un accidenti di ciò che stai dicendo! E comunque…

…che c’entra papà…?

Il suo silenzio improvviso diede a Paul un po’ di tempo per sospirare e stirarsi meglio sulla poltrona rovinata.
- Dai. Sveglia.
- …Paul…
- Mary si è laureata.
Mary Bellamy.
Mary Bellamy era la prima figlia che suo padre aveva avuto con l’altra. L’altra non era sua madre. L’altra era una donna che lui aveva visto pochissime volte in tutta la sua vita. L’altra si chiamava Vanessa ed era tutto ciò che gli interessava sapere di lei – era, anzi, fin troppo.
Mary Bellamy era l’unica figlia femmina di suo padre. Mary Bellamy era una dei figli privilegiati: suo padre stravedeva per lei, proprio in quanto figlia unica. George Bellamy stravedeva anche per Paul: il primogenito è sempre il migliore, agli occhi di un padre. E George Bellamy stravedeva anche per Marty, l’ultimogenito. Anche lui, l’aveva avuto con l’altra. Ed era proprio piccolo piccolo, l’ultima volta che Matt l’aveva visto. Doveva avere sei o sette anni, allora. Adesso, probabilmente, era un allegro adolescente australiano.
In realtà, tutti i figli di George Bellamy avevano degli ottimi motivi per considerarsi dei privilegiati.

Tutti tranne me.
Che non sono proprio niente.
Il terzo. Che razza di posizione è “terzo”? Pure negli sport, chi prende il bronzo non è altro che uno sfigato.
E dire che io sono ricco e famoso e le masse mi adorano e…


- A Yale. – continuò suo fratello, ignorando di proposito il suo disagio, - Proprio oggi c’era la cerimonia di consegna. Insomma, papà voleva essere presente, perciò è venuto a stare qui per un po’, piuttosto che andare in albergo. E mamma è andata con lui.
Matthew deglutì prepotentemente – no, non si sarebbe fatto sconfiggere da quella gola traditrice, che decideva di chiudersi, abbandonandolo proprio adesso che aveva più bisogno d’aria in assoluto – e strinse con forza le mani attorno al tessuto sdrucito dei cuscini del divano, prima di separarsene con uno scatto isterico ed alzarsi in piedi.
- Sì. – annuì incerto, fissando il vuoto davanti a sé, - Ho scelto proprio un brutto momento.
Paul scrollò le spalle.
- Be’, camera tua è libera e pulita, come al solito. Perciò, se sei venuto per stare qui qualche giorno, si può fare.
La verità era che avrebbe preferito di gran lunga prendere e tornarsene a Londra. Come non fosse mai arrivato. Ma il solo pensiero di andarsi a rinchiudere nell’enorme appartamento vuoto che condivideva con Dom, Chris e Tom gli dava i brividi, soprattutto se sommato al fatto che l’afa tipica degli agosti della capitale in genere impediva qualsiasi movimento pure ai lombrichi, figurarsi lui, che era ancora più pigro di un lombrico, quando si metteva in vacanza.
Insomma, piuttosto che tornare indietro e morire di solitudine…

…piuttosto cosa? Preferisco morire qui?
Dio.
Non ho mai voluto morire qui.


- …ok, d’accordo, ho capito. Recupero la valigia e ti riaccompagno in stazione. – biascicò suo fratello, visibilmente deluso, alzandosi stancamente dalla poltrona.
- …no, dai. – lo fermò lui. Quel tono rassegnato gli era bastato, per decidere. – Resto. – cercò di sforzarsi di sorridere sinceramente. Avrebbe dovuto immaginare che non sarebbe stato facile già dall’evidenza che la parola “sforzarsi” implicava una bugia. – È tutto a posto, tranquillo.
Paul si lasciò prendere in giro e lo strinse ruvidamente a sé ancora una volta, prima di cominciare letteralmente a trainare lui e la valigia al piano di sopra, verso la sua vecchia stanza.
Quella camera, in effetti, con gli anni era rimasta del tutto identica. Sua madre ne aveva un rispetto quasi sacrale – probabilmente perché le ricordava di un periodo sbiaditissimo nel tempo, in cui ancora capiva cosa passasse per la testa del proprio secondogenito e poteva perfino azzardare previsioni sulle sue decisioni future senza rischiare di sbagliarsi grossolanamente – e questo la portava a cercare di preservare tutto esattamente com’era rimasto nel giorno in cui Matthew – aveva poco più di sedici anni, allora – aveva sceso le scale trascinandosi dietro l’enorme valigia riempita di tutte le sue cose ed aveva annunciato che lui era pronto, perciò Paul poteva accompagnarlo in stazione.

Il primo treno della mia vita. Sedici anni, e quella valigia era piena più di speranze che di vestiti.
Esattamente il contrario rispetto ad adesso. Il mio bagaglio è pieno di stracci, ma la speranza l’ho perduta da qualche parte fra Londra e questo buco di merda.


Comunque, tornare in quella stanza era un po’ come tuffarsi nella parte migliore della propria adolescenza. Appesi alle pareti c’erano ancora i due poster dei Dream Theater che aveva comprato ad ognuno dei due concerti in cui era andato, il poster dei Metallica che aveva rubato impunemente a Jake al terzo anno delle medie e la sciarpa del Manchester United che s’era fatto comprare da Paul il giorno che, per andare allo stadio, aveva speso tutti i propri soldi e non gli era rimasto nulla neanche per una bandiera da sventolare mentre faceva il tifo.
Erano tutte cose che, da ragazzino, aveva amato con la passione di un devoto. Erano splendidi obiettivi irraggiungibili. Adesso l’autografo che aveva preteso da Heatfield in occasione del primo festival durante il quale s’erano ritrovati a condividere il palco suonava quasi una banalità, dal momento che continuava ad incontrarlo ovunque; avrebbe incontrato i Dream Theater al completo non appena fosse tornato a Londra – Petrucci, a quanto pareva era già lì: con un piede sull’acceleratore e un berrettino sulla testa, tanta era la voglia d’incontrarlo – e le partite del Manchester allo stadio erano diventate la normalità, quando non era in giro per lavoro.
- Sei stanco? – chiese suo fratello, sollevando di peso la valigia sulla scrivania, - Se vuoi puoi riposare un po’. Prima però togli dalla valigia qualsiasi oggetto strano o equivoco possa esserci. Sai che a mamma piace sistemarti la roba nell’armadio. Non voglio scene isteriche come l’anno scorso.
Scosse il capo con aria trasognata, lasciando scorrere le dita sul piumone celeste fresco di bucato che copriva il letto.
- Non ho portato niente di strano… - sussurrò assente, abbassando lo sguardo.
Paul sorrise.
- Starai mica mettendo la testa a posto? – lo prese in giro, - Guarda che non sono d’accordo. Ci tengo a mantenere il mio ruolo di figlio normale, io.
Matthew sorrise e Paul lo salutò brevemente, lasciandolo solo.
Si lasciò trascinare in un sonno leggero ed agitatissimo per le successive due ore circa. Continuò a rigirarsi nel letto in preda ad angosce di ogni tipo che non riuscivano però ad assumere una forma fisica tanto definita da permettergli di individuare il proprio nemico, fino a quando il cervello, esausto, non si arrese alle lusinghe di un sonno più profondo e desolatamente vuoto.
Quando si risvegliò, aveva del tutto perso il senso del tempo. Le tende in camera sua erano sempre state molto pesanti – in quel quartiere le case erano vicinissime, e sua madre era ossessionata dalla possibilità che i vicini si mettessero a spiare attraverso le tende troppo leggere, perciò aveva drappeggiato tutta casa con dei pesanti teli in spesso cotone dalla fibra grossolana, dei colori più impensabili. Le sue erano rosse. Un rosso talmente scuro da ricordare il colore del sangue. Contrastavano in maniera intrigante col chiarore azzurrino dell’intonaco sulle pareti, e col biancore immacolato dei pochi mobili dalle linee semplicissime che arredavano la stanza – il letto, la scrivania, un piccolo armadio ed una cassapanca da sempre sigillata della quale non aveva mai compreso l’utilità.
Quello era stato il suo mondo per una quantità d’anni che, a ripensarci, sembrava brevissima, ma nel momento in cui l’aveva vissuta era stata talmente lunga da dargli l’impressione non si sarebbe mai conclusa. Allora, il suo era un regno rosso e azzurro. Un regno in cui la luce del sole non riusciva a passare neanche al mattino, perché restava imprigionata nei nodi del tessuto della tenda, tingendola di rosso vivo. Ed anche quando riusciva a filtrare, almeno in parte, andava a scontrarsi contro le pareti e diventava solo un pallido riverbero celeste, più simile alla luce lunare che non a quella del giorno.
Aveva sempre adorato i colori di quella stanza. Forse per questo si sentiva tanto al sicuro fra quelle coperte.
Si voltò supino, decidendosi finalmente ad aprire gli occhi per cercare di capire che ore fossero. Quella lieve giravolta gli diede un sottile capogiro. Portò una mano a massaggiare la fronte e si rese conto che, in quel preciso istante, non avrebbe saputo dire neanche quanti anni avesse.
Sua madre lo guardava dolcemente dall’alto, seduta su una sponda del letto, esattamente come quando si costringeva a svegliarlo il sabato mattina verso le dieci e mezza, perché “non puoi mica dormire per sempre, anche se non hai da andare a scuola, piccolo”.
- La spazzatura l’ha portata fuori Paul ieri sera… - borbottò incerto, la voce ancora impastata dal sonno.

Ma che diavolo sto dicendo?
Che c’entra Paul, e che c’entra la spazzatura?
…che anno è? Dove sono?


Sua madre sorrise bonaria, nascondendo le labbra dietro una mano mentre sollevava l’altra in una carezza distratta lungo il profilo ossuto del suo viso.
- Ti vedo un po’ sciupato, Matty…
Lui la fissò con attenzione, mentre si sollevava pigramente a sedere. Nella penombra che invadeva la camera, sua madre non sembrava cambiata, rispetto all’anno precedente. In realtà, però, sapeva che, non appena la luce si fosse accesa, sarebbe stato inevitabile notare una nuova ruga d’espressione agli angoli della bocca o nel mezzo della fronte. Erano normali segni del tempo, ma non riusciva ad accettarli come tali. Gli sembravano solo inutili punizioni per chissà che crimine. I segni del tempo lo infastidivano.
- Sto bene… - si forzò a rispondere, scuotendo brevemente il capo, - Tu?
Marylin si strinse nelle spalle.
- Faccio del mio meglio per mandare avanti la casa. – rispose a bassa voce, - Tuo fratello mi dà una mano come può, ma come vedi l’edificio non fa che invecchiare… come tutto, più o meno.
Matthew si morse un labbro, aggrottando le sopracciglia.
- Questa stanza non cambia mai. – le fece notare, sostenendosi contro il materasso con le mani.
- Questa stanza è tutto quello che mi resta del mio bambino. – rispose lei, accarezzandolo ancora una volta dalla fronte al mento. – Ti ho disfatto la valigia. Ho messo tutto a posto nell’armadio. Hai portato tante cose…
- Sì, perché… - deglutì, - Abbiamo un po’ di tempo libero. Un bel po’. Il tour è finito e non abbiamo esattamente intenzione di infilarci immediatamente in studio, perciò… - si strinse nelle spalle, - pensavamo di restare per qualche settimana, ecco. Siamo qui tutti insieme.
- Oh! – il viso di sua madre si illuminò all’improvviso, mentre sulle sue labbra si apriva un sorriso tenero, - Anche Dom e Chris sono qui! – gioì allegramente.
Matthew non poté che rispondere a quella gioia con un altro sorriso, sistemando il cuscino dietro la schiena ed appoggiandosi contro la parete.
- Mi fa piacere. – concluse sua madre, ravviandogli indietro i capelli senza commentarne il colore, - Comunque dovresti scendere di sotto. – aggiunse poi, cautamente, - La cena è pronta.
Matt si lasciò andare ad un sorriso di scherno che aveva poco di crudele e fin troppo di nostalgico.
- Roast-beef e puré di patate in polvere, come al solito? – chiese ironico, inclinando lievemente il capo.
Sua madre non raccolse la provocazione. Evidentemente, non c’era proprio niente da ridere.
- Ha cucinato tuo padre. – sussurrò lentamente, quasi si sentisse colpevole. – Mi dispiace, Matt, non avevo idea che-
- Fa niente. – la interruppe lui, abbassando lo sguardo, - Immagino di essere comunque io in difetto.
- No. – corresse lei, fissandolo dritto negli occhi e trattenendolo lievemente per il mento, per impedire che lui distogliesse lo sguardo, - Anche se lo fossi in questa occasione, tuo padre ha raccolto talmente tanti torti nei vostri confronti, durante tutta la sua vita, che ne ha da compensare finché campa.
*
Aveva un ricordo molto preciso di suo padre, per due motivi diversi. Il primo era che, comunque, nonostante lui fosse andato via quando Matthew era ancora un bambino, tredici anni di vita non si possono cancellare. In tredici anni di vita hai tutto il tempo per imprimere nella memoria un’immagine più che precisa di tuo padre, anche se non lo vedi così spesso a causa del suo lavoro.
Il secondo motivo era invece di tipo più fisico ed immediato. Quando suo padre era andato via, Matthew l’aveva visto. Paul era andato a scuola, quel giorno, ma lui no. S’era sentito male. Era rimasto rintanato in camera, sotto le coperte, dimenticandosi perfino di avvertire, tant’è che i suoi genitori dovevano essersi convinti che fosse uscito presto, assieme a Paul, quando loro ancora dormivano. Era per quel motivo, probabilmente, che non ponevano freni al baccano che stavano facendo giù al piano di sotto. Si sentiva sua madre strillare attraverso il pavimento, e la voce bassa e grave di suo padre scuoteva l’edificio dalle fondamenta, come un terremoto.
Nonostante si sentisse debole e febbricitante, s’era alzato ed aveva arrancato lungo il corridoio, fino alle scale, e lì s’era fermato, aggrappandosi esausto al corrimano, ed aveva abbassato lo sguardo a spiare cosa stesse accadendo di sotto.
Proprio in quell’istante, suo padre era uscito dalla camera da letto e s’era diretto verso la porta, trascinandosi dietro la valigia. Non avrebbe mai dimenticato le spalle e la schiena sottili scosse da tremiti di rabbia, la mano stretta attorno al manico del bagaglio tanto violentemente da rendere le dita bianche come quelle di un morto ed i capelli, usualmente tenuti a posto da una quantità indecente di gel, scarmigliati e scomposti sul capo.
Non era riuscito a vederlo in faccia.
Ed aveva pure da ringraziare, per questo, perché era sempre stato convinto che, quel giorno, il volto di suo padre dovesse somigliare tragicamente a quello di un demonio.
Non l’avrebbe più dimenticato.
Per questo trovava quantomeno strana la figura che gli stazionava di fronte in cucina, quella sera, e che davvero era quanto di più dissimile al ricordo di suo padre avesse mai visto in tutta la sua esistenza. Quell’uomo tarchiatello, robusto, dalle spalle ampie e forti e dalle braccia muscolose, non assomigliava affatto a suo padre. Non poteva essere lui.
- …alla fine, sei proprio diventato un cantante.
Furono quelle le sue prime parole.
- Proprio quello che temevo.
Matt si morse le labbra a sangue.
- Ciao, papà.
*
Non era arrabbiato.
Gli sarebbe piaciuto poter dire di esserlo ed esserlo davvero, perché almeno sarebbe stato un sentimento chiaro cui aggrapparsi. Qualcosa di netto, di inequivocabile e, soprattutto, di abbastanza giustificato da non dare modo a nessuno di chiedergliene il motivo.
Invece si sentiva solo incredibilmente confuso.
Paul e suo padre parlavano tranquillamente della cerimonia di laurea di Mary, seduti l’uno di fronte all’altro sui due lati opposti del tavolo, e lui invece non riusciva a staccare gli occhi dal viso di sua madre, cupo e spento, che fissava intensamente il proprio piatto di pastasciutta come se la colpa della quale si sentiva responsabile fosse davvero troppo grande per pensare di sostenerla sulle spalle tese.
Il disagio di sua madre strideva fastidiosamente col tono rilassato e colloquiale della fitta conversazione di suo padre e suo fratello. Strideva al punto che, per un secondo, si sentì perfettamente in grado di odiare entrambi con la stessa intensità, perché era evidente Paul stesse tradendo anni ed anni di confessioni reciproche di disagio in favore di una tranquillità solo apparente e priva di sostanza.
Ricordava perfettamente le decine – centinaia – di volte in cui aveva fatto irruzione in camera di suo fratello, stringendo tra le mani qualcosa che era appartenuta a suo padre, che lui non aveva portato con sé e che sua madre non si decideva a gettare via. Non aveva neanche bisogno di parlare: Paul faceva una smorfia, si alzava in piedi – qualunque cosa stesse facendo – e borbottava “che ci fa questa spazzatura ancora qui?”, per poi coinvolgerlo in spericolati giochi pomeridiani in cui veniva scelto e portato a compimento il destino dell’oggetto – giù per lo scarico, sepolto nel letame di vacca delle fattorie appena fuori il circuito urbano, messo al rogo in giardino e così via.
Paul era entusiasta e triste e sollevato quanto lui, quando facevano cose simili.

E adesso gli parli come fosse tutto a posto. Come non avessi nulla da rimproverargli. Come fosse sempre stato un padre modello. Perché lo fai? Come diavolo ci riesci?

- Gli Stati Uniti d’America sono un bel posto, comunque. Penso che ti divertirai.
Sollevò lo sguardo dalla pasta che aveva a malapena toccato, posandolo su suo padre. Lui lo fissava a propria volta, sorridendo incerto.
- …come…? – biascicò, agitato. Non aveva la più pallida idea di quale fosse l’argomento di conversazione.
- Tuo fratello mi stava dicendo – gli spiegò lui, paziente, - che pensate di andare a Los Angeles per registrare il prossimo album.
- Oh, sì… - annuì lentamente. Ricordava di aver detto qualcosa di simile a Paul, nel delirio d’agitazione euforica che l’aveva colto quando Tom aveva ventilato l’idea, qualche settimana prima. – In realtà però stiamo aspettando di avere un po’ di materiale, prima di rimetterci a lavorare seriamente.
- Ma come? – inquisì suo fratello, stupito, - Mi avevi detto di aver scritto un sacco, in tour…
- Sì, ma…

Come dire? Non è niente di particolarmente convincente? Non sono dello stato d’animo adatto per produrre i deliri psichedelici che ho scritto mentre ero in viaggio in tutti i sensi? Sinceramente, al momento, preferirei attaccarmi al repertorio dei Cure come non faccio da quando avevo quindici anni, per lasciarmi morire in un letto di depressione?

- …posso scrivere di meglio. – concluse stringendosi nelle spalle.
Paul abbassò lo sguardo e mandò giù una forchettata di spaghetti, senza indagare oltre. Sua madre non aveva ancora detto niente.
Suo padre non mostrò segno di aver capito alcunché. Né di avere intuito il suo turbamento.
In effetti, non c’era poi molto da intuire.
Finirono di mangiare in perfetto silenzio. Sua madre sparecchiò mentre erano ancora seduti a tavola, e quello fu il segno che indicò a tutti fosse arrivato il momento di alzarsi e ritirarsi nelle proprie stanze. Che poi era esattamente ciò che aveva intenzione di fare Matthew stesso, indipendentemente da quale destino avrebbero scelto gli altri membri di quell’assurda famiglia improvvisata che si ritrovava.
Suo padre rimase in cucina ad aiutare sua madre, e Paul lo seguì in corridoio fino alla rampa di scale.
- Matt… - lo richiamò, mettendogli una mano sulla spalla, - Vuoi che salga su a farti un po’ di compagnia? Magari ti va di uscire?
Ridacchiò fra sé, scuotendo il capo.
- Per andare dove? – chiese ironico, - Cos’è, Teignmouth è improvvisamente diventata il paradiso inglese della movida, nell’anno in cui sono stato via?
Paul aggrottò le sopracciglia, infastidito.
- Be’, no. – borbottò, - Però magari potresti apprezzare le buone intenzioni.
- Ma le apprezzo. – sorrise lui, - Sono solo stanco. Usciremo domani sera.
- …e le buone intenzioni di papà? – chiese suo fratello a bruciapelo, senza guardarlo negli occhi.
Matthew ebbe un sussulto.
- Quali buone intenzioni? – sibilò ansioso.
- Ecco… - Paul si strinse nelle spalle, - Non sapeva che saresti venuto anche tu, ma indubbiamente venire a stare qui per un po’ è stato un passo avanti per cercare di ritornare non dico ad essere una famiglia unita, ma quanto meno a coesistere nello stesso universo senza sentire il profondo desiderio di sbranarci a vicenda…
- Tentativo un po’ tardivo. – rise amaramente lui, - Strano che gli sia venuto in mente proprio adesso, no? Adesso che i Muse stanno cominciando ad avere il successo che meritano, intendo…
- Ma non c’entra niente! – sbottò Paul, spalancando gli occhi, - Ti ho detto che è venuto per la laurea di Mary!
- Certo. – digrignò i denti, - Per quelli smuoverebbe i mari e i monti. Ed anche per te, ovvio. È venuto anche per la tua, di laurea.
- Se ti fossi laureato anche tu-
- L’equivalente della mia laurea avrebbe potuto essere il fottuto Leeds due anni fa! – precisò Matt, stringendo i pugni e smettendo di preoccuparsi per il tono della sua voce. – E invece no, tutto quello che ho ricevuto è stata una telefonata, e vuoi sapere cosa mi disse in quell’occasione? “Goditela finché dura e scopa”! Godermela e scopare, i suoi migliori auguri! Non un complimento, non un parere sulla mia musica, se n’è sempre fottuto alla grande, ed io adesso dovrei apprezzare le sue buone intenzioni?! Col cazzo!
Si voltò e risalì le scale a passo di carica, notando solo con la coda dell’occhio sua madre e suo padre affacciarsi dalla porta della cucina ed affiancarsi a suo fratello per fissarlo allucinati come fosse stato completamente folle.
Ed i folli erano loro, invece.

Fate passare me per pazzo, ma io so esattamente cos’è successo negli ultimi dieci anni. So perfettamente cos’è successo, perché il peso di quello che ho provato me lo porto ancora addosso.
Siete voi gli ipocriti, siete voi gli stronzi, siete voi che non avete capito un cazzo.


Decisamente tornare era stato un errore.
*
Ovviamente non era riuscito a dormire. I pochi ma intensi anni che aveva dedicato alla sperimentazione coatta di qualsiasi tipo di droga uscisse sul mercato – ma ricordati di non parlare mai di cocaina ed eroina, Matthew, va tutto bene fino a quando non si sniffa e non ci si buca – l’avevano convinto, per un certo periodo, di poter esercitare un controllo pressoché assoluto sulle proprie funzioni corporee. Quando prendeva qualcosa, gli bastava pensare intensamente “ho un mucchio di cose da fare, non posso assolutamente dormire!” per tornare in meno di un secondo vispo e sveglio come un grillo. Allo stesso modo, gli bastava pensare “bene, adesso voglio sognare un po’” per cadere in uno stato di sonno profondissimo dal quale, in genere, non riusciva a svegliarlo nessuno – almeno fino a quando non era lui stesso a decidere fosse arrivato il momento.
Aveva cercato di riprendere quel tipo di ritmo. Era dal Giappone non toccasse più alcuna sostanza stupefacente, perciò era ragionevolmente sicuro di non conservarne tracce nel sangue. Ciononostante, aveva davvero bisogno di annullarsi, almeno per il resto di quella notte.
Non c’era riuscito.
Alle due del mattino, sfiancato ed irritato, s’era rassegnato ad una notte insonne ed era uscito dalla stanza, dirigendosi al piano di sotto. L’intera casa era avvolta in una pesantissima cappa di silenzio. Riusciva a sentire il familiare russare di Paul solo se accostava l’orecchio alla porta della sua camera, e l’unico altro suono che, in qualche modo, riusciva a spezzare l’aria quieta dell’appartamento, era il respiro pesante e sommesso di suo padre, dal salotto.
Si diresse cautamente in cucina. Preparò un celere spuntino di mezzanotte – latte e cioccolato. In genere lo aiutava a dormire – e si piazzò davanti al piccolo televisore con antennina incorporata vecchio di millenni, che sua madre non riusciva proprio a buttare via.
Vagò brevemente fra i pochi canali che l’antenna riusciva a captare, prima di rendersi conto che a quell’ora non avrebbe trovato niente di interessante e perciò, a meno che non intendesse farsi beccare da qualcuno mentre fissava con aria incuriosita un porno soft da canale regionale, avrebbe fatto meglio a lasciare perdere.
Sintonizzò l’apparecchio su un canale che l’antenna non riusciva a captare, e rimase fermo a sorseggiare il latte, in ammirata contemplazione delle striscioline nere, grigie e bianche che invadevano confusamente lo schermo, perdendosi nello scratch fastidioso e straniante che veniva fuori dalle casse poste ai lati dell’apparecchio.
- Che stai facendo?
La voce di suo padre risuonò prepotente nell’ambiente isolato della cucina, infastidendolo. Si lasciò andare ad una smorfia e non si voltò a guardarlo, stendendosi più comodamente sulla sedia. Probabilmente era davvero troppo magro: a volte stare seduto sulle cose dure gli faceva dolere spaventosamente le gambe.
- Fisso l’origine dell’universo. – rispose seccamente, senza staccare gli occhi dallo schermo della tv.
Poté sentire sulla schiena l’occhiata perplessa di suo padre. Una sensazione fisica almeno quanto quella delle sue parole, poco più tardi.
- …è solo la televisione. – gli fece notare l’uomo, piuttosto confusamente.
Si lasciò andare ad un sospiro di compatimento.
- Quando non sono sintonizzate su nessuna stazione particolare, le antenne catturano anche una piccola percentuale di radiazione cosmica di fondo.
- …sarebbe?
- L’eco del big-bang. Una traccia di microonde che è tutto ciò che sia rimasto dell’esplosione che ha creato l’universo. È solo una minuscola quantità, ma-
- Minuscola quanto?
- …direi… il cinque per cento. Più o meno.
Suo padre si lasciò andare ad una mezza risatina, trascinando una sedia al suo fianco ed accomodandosi a propria volta di fronte alla televisione.
- Sei davvero cambiato, sai?
Matthew girò lo sguardo su di lui, fissandolo glaciale.
- Ma va’? Ricordi?, avevo tredici anni quando sei andato via.
- Allora non ti interessavi dello spazio… - continuò George, come se neanche l’avesse sentito, - Ti piacevano i cowboy ed i vecchi film con John Wayne…
Matthew sospirò, rotando lo sguardo.
- Ti prego. – sbottò lamentoso, - Quello era Paul. A dieci anni io volevo già fare l’astronauta.
L’uomo abbassò lo sguardo, colpevole.
- È vero… - mormorò, come stesse effettivamente rendendosene conto solo in quel momento, - Ed io ne ero pure felice, perché quantomeno se avessi fatto l’astronauta non saresti diventato un cantante.
Matthew ghignò e sbuffò una risata infastidita, distogliendo lo sguardo.
- E invece, guarda un po’.
George annuì e raccolse le mani in grembo.
- A te, comunque, pare stia andando meglio di come sia andata a me.

Ma tu, dannazione a te, sei andato in tour coi Beatles, cazzo. Fino alla fottuta Australia che è stato l’inizio di tutti i nostri guai.
Non è stata neanche colpa della tua incompetenza, se sei rimasto povero in canna. Avevi tutte le carte in regola per restare negli annali della storia della musica. Avevi fra le mani il primo singolo inglese avesse mai debuttato nelle classifiche americane al primo posto, Dio, sarebbe bastato solo perseverare un po’ e non dividerti fra due famiglie simultanee nelle due parti opposte del globo, e forse…


Scosse il capo.
- Be’, se permetti, questo era scontato!
- Sì. – rise lui, scuotendo il capo, - In effetti hai sempre avuto un talento straordinario. È incredibile la quantità di cose che hai imparato a fare tutto da solo.
Matthew pensò distrattamente che c’erano anche un sacco di cose che avrebbe decisamente preferito gli fossero insegnate, come per tutti i ragazzi normali. Andare in bicicletta, giocare a calcio, radersi. Le prime due non le aveva imparate affatto, tant’è che dalle bici cadeva sempre ed a giocare a calcio era una schiappa. Alla terza aveva dovuto pensare il padre di Dom, che, quando suo figlio aveva cominciato a dire di “voler portare la barba come Matt”, era corso ai ripari, indagando sulle sue intenzioni e scoprendo che lui non è che gradisse particolarmente quell’improvviso fiorire di peli molesti sulla sua faccia, semplicemente non aveva la più pallida idea di come prendere un rasoio in mano senza sfregiarsi, e non poteva certo chiedere aiuto a Paul, che in quel momento stava cercando disperatamente di accedere al Trinity College di Birmingham e quel benedetto rasoio avrebbe decisamente preferito usarlo per sgozzarsi piuttosto che per aiutare il proprio fratellino preadolescente a rendersi quantomeno guardabile.
- Comunque sono contento. – lo sentì aggiungere, quasi trasognato, - Scommetto che non ti sarebbe piaciuto granché ereditare la mia ditta.
Matt gli spostò addosso un’occhiata allucinata.
- …diciamo che non avrei accettato di farmene carico neanche se fossi stata l’ultima persona al mondo che potesse. È più corretto.
George sorrise ancora, più amaramente.
- In effetti è proprio così. Paul ha la sua vita qui, Mary ha altre ambizioni e Marty… - sospirò incerto, - Be’, Marty probabilmente non crescerà mai. Dovresti vederlo, va in giro vantandosi di essere un Bellamy… il fratello del cantante dei Muse… e tutti i suoi amici lo idolatrano…
Avrebbe voluto strillare che quello non era davvero suo fratello, ma sembrò troppo cattivo perfino a lui stesso, perciò si trattenne.
- E quindi che intendi fare?
George scrollò le spalle.
- Lascerò la ditta ad uno dei miei impiegati di fiducia. Ma sono comunque ancora troppo giovane per andare in pensione! – rise poi, stringendosi nelle spalle, - Quando accadrà, probabilmente mi ritirerò da qualche parte ad allevare vombati…
- …voche?
- Vombati. – rise George, divertito, - Enormi roditori carnivori tipici dell’Australia. Scommetto che ti piacerebbero.
Matthew scosse le spalle.
- Non li ho mai sentiti nominare.
Si sollevò dalla sedia e si sporse verso il televisore, spegnendolo dall’enorme pulsante rosso appena sotto lo schermo, e poi si diresse con noncuranza verso il corridoio, richiamando alla mente una memoria bambina di passeggiate notturne su quello stesso percorso, alla ricerca di qualche merendina da rubare in credenza e trangugiare in fretta e furia di fronte a un libro di Poe trafugato in libreria e letto sotto le coperte alla luce di una torcia elettrica.
- Matthew. – lo chiamò atono suo padre.
E istintivamente lui seppe che il momento che aveva sempre voluto evitare, e per il quale era scappato di fronte a qualsiasi possibilità di incontrare suo padre, in tutti quegli anni, era finalmente arrivato.
- Mi dispiace di essere andato via.
Matthew si bloccò sulla porta e strinse i denti.
- Non dirlo nemmeno per scherzo. – sibilò.
- Non sto scherzando… - si giustificò suo padre, a bassa voce.
- Be’, dovresti, cazzo! – ringhiò lui, voltandosi repentinamente, - Non ti è dispiaciuto, vent’anni fa, tenere il piede in due scarpe! Quindi vaffanculo, se speri che mi beva le tue scuse adesso, hai sbagliato persona!
- …gli esseri umani possono anche cambiare, Matt. – sussurrò suo padre, la voce rotta, - E pentirsi.
Matthew grugnì rabbioso e gli tornò davanti, fronteggiandolo a muso duro.
- Certo che possono. Ma aspettarsi un perdono a tutti i costi è da stronzi egoisti. – poi ghignò, allontanandosi di qualche passo. – In fondo, cos’altro avrei dovuto aspettarmi da te? – domandò retorico, prima di ripartire a passo di carica verso camera propria.

E Dio.
Guardami.
Siamo così uguali che mi faccio schifo da solo.
Sei sempre stato piuttosto impietoso ed assoluto tu, eh? Volevi delle cose e te le sei prese. Tutto ciò che desideravi, l’hai avuto.
Ed io, in fondo, sono così diverso?
Volevo la mia vendetta. Pare proprio che me la stia guadagnando.

*
You’re so happy now… burning a candle on both ends…
Your self-loving soothes… and softens the blows you’ve invented…


Dischiuse gli occhi nell’oscurità tipica della propria camera e l’unica cosa che pensò fu che quei versi non erano poi tanto male. Sarebbe probabilmente finita come con Escape, che non aveva ancora mai avuto il coraggio di cantare dal vivo, ma probabilmente sarebbe riuscito a tirarne fuori qualcosa di buono. Magari avrebbe potuto proporla per il nuovo album. Alla faccia di Dom che era convinto che dai periodi di riposo non venisse mai fuori niente di buono.
Suo fratello fece irruzione nella stanza senza bussare, agitato come se lo stessero inseguendo con un cannone carico.
- Matt! – strillò, varcando la soglia e richiudendosi la porta alle spalle con uno scatto secco, - Dio mio! – borbottò quindi, saltando a piè pari sul suo letto e sedendosi ai piedi del materasso a gambe incrociate.
Matthew, vagamente interdetto, lo fissò da sotto le coperte, spalancando gli occhi.
- Paul! – strillò quindi a propria volta, scattando a sedere, - Che diavolo ti sei messo in testa?! Ma sei mai cresciuto?!
- Senti chi parla! – lo rimbrottò suo fratello, afferrandolo per i capelli e strattonandolo rudemente verso di sé, per fissarlo negli occhi, - Che diavolo hai combinato stanotte?!
- …eh? – balbettò lui, incerto, tirandosi lievemente indietro.
- Eh. – sbottò Paul, lasciandolo andare, - Ieri sera ho lasciato papà tranquillo pronto a sprofondare nei propri universi onirici fatti solo di allevamenti di strani animali australiani, e stamattina lo ritrovo sulla soglia di casa con la valigia pronta per andare in albergo, chissà dove, poi, visto che qui notoriamente alberghi non ne esistono… cos’è, stai cercando di farlo scappare di nuovo?
Matthew smise di respirare con un singhiozzo strozzato, ed afferrò violentemente le coperte, inarcando le sopracciglia.
- …cioè. Non volevo insinuare che la prima volta fosse andato via a causa tua. – riparò suo fratello, mettendo le mani avanti, - Via, Matt, sai cosa intendevo.
- Non ho fatto niente! – ansimò lui, ancora turbato dalle sue parole, - Ha fatto tutto da solo!
- Ah-ha! – lo indicò Paul, come avesse appena verbalizzato la formula della quadratura del cerchio, - Allora è successo qualcosa!
Matt si strinse nelle spalle, sentendosi sotto attacco.
- Si è… messo a dire cose… - cercò di spiegarsi.
- Cose? – inquisì Paul, sollevando un sopracciglio curioso.
- Cose! – ribadì lui, palesemente infastidito, - Che gli dispiaceva, che non avrebbe voluto farci del male, cose così!
Suo fratello prese atto, annuendo pensoso.
- Quindi s’è scusato anche con te. Solo che a quanto pare tu non hai ritenuto opportuno reagire da persona assennata come me e mamma, chinando il capo e mettendoci una pietra sopra, e ti sei messo a litigare. – suo fratello lo squadrò con manifesta pietà, - Tipico.
- Piantala. – ringhiò Matt, sentendo montare la rabbia, - Fare le brave pecorelle remissive sarebbe agire da persone assennate?!
- Pecorelle remissive! – rise Paul, spintonandolo poco delicatamente verso il cuscino, - Hai una visione del mondo che s’è fermata all’adolescenza! Matthew, probabilmente non te ne sei accorto, ma nostro padre è invecchiato parecchio, e la vita familiare l’ha anche costretto a maturare considerevolmente…
- È maturato con la famiglia sbagliata. – ritorse lui, acido.
- Ah, sì? – chiese Paul, ghignando ironico e cattivo, - Ed è per questo che noi siamo stati abbandonati ed invece con loro sta da più di quindici anni?
- …questo è un colpo basso. – deglutì Matthew, stringendo la presa attorno al lenzuolo fino a sentire le dita perdere sensibilità, - E tu sei uno stronzo!
- Sto solo cercando – spiegò Paul, incrociando le braccia sul petto, - di costringere questo tuo cervellino bacato a lavorare come un cervello normale. Matthew, ognuno ha la vita che si sceglie. Lui avrebbe potuto restare per tenere fede ad un patto che non sentiva più di condividere, e rendere le nostre vite un inferno, tra litigi, incomprensioni e tradimenti. Non se l’è sentita di fare questa scelta.
- Adesso non farlo passare per un fottuto filantropo. – sibilò lui, - Ha solo inseguito la propria felicità, da egoista qual è!
- Non ho mica detto che il suo obiettivo primario fosse la nostra, di felicità. – precisò Paul, stringendosi nelle spalle, - Ho solo detto che la conseguenza del suo rimanere qui sarebbe stata causare a questa famiglia un disastro emotivo di molto superiore a quello che è stata costretta a subire.
- Senti, parla per il tuo disastro emotivo. – sbottò Matt, furioso, - Perché delle proporzioni del mio, a quanto pare, non hai la più pallida idea.
- Certamente. – cinguettò ironico Paul, in una moina che era una presa in giro pure piuttosto pesante, - Matty è stato quello che ha sofferto più di tutti. Quello che è stato peggio. Quello che ha subito le conseguenze peggiori. Non sai quante volte mamma mi ha ripetuto una cosa del genere, dicendo di andarci piano, con te, di assecondarti, di non farti mancare nulla. – sorrise sarcastico, inclinando il capo, - Sai cosa penso io, invece? Che probabilmente era vero, avevi sofferto più di tutti noi, perché tu e lui eravate così dannatamente identici da sembrare fratelli, a volte. Ma quello che è successo dopo, Matt, l’hai scelto solo tu. Tutta la sofferenza che hai continuato a provare in seguito a quello che è successo, te la sei andata a cercare. Ci sguazzi dentro da dieci anni. Cerchi di sublimarla in canzoni arrabbiate e stanche che non riesci nemmeno a cantare, ma cosa fai per essere felice? Eh? Te lo dico io: un bel niente. – sospirò, scuotendo il capo, - Che poi è anche colpa mia. Ti ho palesemente viziato.
- …hai finito? – si forzò ad interromperlo, la voce rotta e contratta di chi cerca di impedire a tutti i costi ai singhiozzi di trovare la via per fuggire dalle labbra.
Paul sollevò un braccio e gli posò una mano sul collo, accarezzandolo premuroso.
- Matthew, non mi fa piacere dirti queste cose. – ammise, inarcando le sopracciglia, - Ma qualcuno deve pur farlo. Mamma e papà si sentono prevedibilmente troppo in colpa per farlo, ma almeno a me, ti prego, dai un minimo di ascolto. Devi deciderti a venire fuori da questa cosa che ti trascini dietro, o non combinerai mai niente nella tua vita.
- Io sto combinando qualcosa! Lavoro come un mulo da quando avevo sedici fottutissimi anni, ho combinato più io di quanto non riuscirai a combinare tu in tutto ciò che ti resta da vivere!
Paul si scostò da lui, sorridendo tristemente.
- Davvero, ragioni ancora come un ragazzino. Le cose sono come le descrivi tu, oppure non sono affatto. Sono a tuo favore, oppure ti sono contro. Vedi tutto in bianco o in nero, malgrado i colori assurdi dei tuoi capelli.
Matthew abbassò lo sguardo. Era una battuta che, in qualsiasi altro momento, avrebbe trovato divertente.
In quel momento, però, no. Non c’era proprio un bel niente da ridere.
- Scricciolo. Mi fai un favore personale?
Sollevò appena lo sguardo, per fargli capire che lo stava ascoltando.
- Dagli una possibilità. Una sola. Non devi per forza volergli bene. Prova solo a non odiarlo.
Serrò le labbra, perché se non l’avesse fatto sarebbe davvero scoppiato a piangere. E poi scosse il capo.
- Non ci riesco. – biascicò sommessamente, - Non voglio. Lui non l’ha fatto, con noi. Dici che eravamo noi, la famiglia sbagliata, ma lui non ha mai davvero provato a verificarlo. Ha fatto solo ciò che era meglio per se stesso, e a noi non ha mai pensato. Tu riesci ad essere tanto buono da guardare avanti. O tanto adulto, non lo so. Non mi interessa. So solo che per me non è lo stesso. Io non ci riesco. – sollevò il capo, sorridendo tristemente, - Forse hai ragione tu. – ammise infine, sospirando stancamente, - Forse io e lui siamo proprio identici.
*
Era una giornata davvero splendida. Il cielo era terso ed il sole caldissimo. La spiaggia, affollatissima, si stendeva per chilometri di fronte a lui. Una striscia biancheggiante e luminosa, puntellata qua e là dalle macchie colorate dei costumi dei turisti.
Sorrise lievemente, sbottonando la chiassosa camicia hawaiana che indossava sul costume da bagno rosso e bianco, mentre scendeva la pedana che, dal marciapiede, portava alla sabbia caldissima rimestata da centinaia di piedi ogni giorno.
Chris lo individuò istantaneamente e sollevò un braccio, agitandolo in aria per farsi riconoscere. Matthew rispose con un breve saluto, affrettando il passo per raggiungere lui e la sua famiglia, accampati con tanto di ombrellone, sedie a sdraio, tavolino richiudibile e frigoborsa, in un angolino del bagnasciuga abbastanza lontano dalla riva per non essere soggetto agli assalti fragorosi e discontinui delle onde che si abbattevano ora rabbiose ora più quiete sulla costa.
- Cominciavo a credere che non saresti più venuto! – lo rimproverò scherzosamente il bassista, salutandolo con un mezzo abbraccio appiccicoso e sudaticcio che lo riempì di una strana contentezza nostalgica.
- Ho avuto qualche problema a svegliarmi. – si scusò lui, grattandosi nervosamente la nuca. – Kelly. – salutò poi, chinandosi a baciare la moglie di Chris, sdraiata su una sedia ed impegnata nella complicata operazione di visionare le vettovaglie che aveva portato da casa, in cerca di qualcosa di leggero da mangiare come spuntino di mezzogiorno, in attesa del pranzo.
- Matt, ciao. – lo salutò cordialmente lei, ricambiando il bacio, - I bambini impazziranno, appena ti vedranno.
- Ho cercato di prepararli ai tuoi capelli, ma parlare con dei topini di quell’età è del tutto impossibile, ho scoperto. – mugugnò Chris, vagamente agitato, - Vai a capire cosa gli gira per la testa. Alfie comincia pure a capire un po’ di come va il mondo, ma ha solo tre anni, in fondo, non posso mica pretendere la luna. Di Frankie non parlo nemmeno, si esprime per vagiti. Non so se mi capisce, ad ogni modo sono io che non capisco lui!
Matt si lasciò andare ad una risata divertita, lasciandosi andare sulla sabbia accanto a loro, riparandosi sotto l’ombrellone dalla luce bruciante del sole di mezzogiorno.
- Ma dove sono adesso? – chiese curioso, guardandosi intorno.
- Dom li ha portati a prendere un gelato. – rivelò Chris, con un ghigno ironico, - Il che vuol dire che, sintetizzando, Dom è andato a mangiare tre gelati di seguito. Alfie si annoia presto, coi cibi, soprattutto se sfuggono al suo controllo. Ed il gelato sfugge decisamente al suo controllo. Avresti dovuto vederlo ieri, poi magari ti racconto. E Frankie… voglio dire. Non sono neanche davvero sicuro sia un essere umano!
- Chris! – lo rimproverò Kelly, fissandolo come fosse un mostro.
- Senti, non è colpa mia! – borbottò scherzosamente lui, stringendosi nelle spalle, - Quando lo vedrai, capirai. Sembra un pupazzo! È bellissimo, ma…
- Piantala immediatamente, o ti sopprimo. – lo minacciò impietosa sua moglie, mentre Matthew si lasciava andare all’ennesima risata divertita.
Chris sogghignò e si chinò verso di lui.
- Adoro farla imbestialire così. – gli rivelò in un sussurro, - D’altronde, se non la faccio sfogare in questo modo, finirà per cominciare ad odiarmi davvero.
- Cosa stai borbottando lì in gran segreto?! – strepitò ancora la donna, tirandogli un panino avvolto in carta trasparente sulla testa.
- Niente, tesoro. – cinguettò lui, tirandosi dritto, - Commentavo con Matt quanto sia evidente e palese il tuo amore per me. – inventò, guadagnando in cambio un secondo panino, stavolta direttamente sul naso.
- E non ti azzardare a mangiarli! Sono i miei panini con l’insalata di pollo. – sbottò ancora Kelly, chinandosi a recuperarli per rimetterli nella frigoborsa.
Kelly e Chris erano la prova provata che l’amore potesse durare per sempre. Si conoscevano da quando avevano quindici anni. Non erano mai stati con nessun altro a parte loro stessi, e non avevano mai nemmeno sentito il bisogno di verificare se era proprio vero fossero fatti l’uno per l’altra o meno. Evidentemente, era una cosa che sentivano a pelle. E tanto bastava.

Vedi, Paul? Non sono io che vedo tutto bianco o tutto nero.
Il mondo è così.
Poi ci sono gli individui come nostro padre, che lo forzano a scoprire nuove tonalità di grigio. Ma sono loro quelli sbagliati.
La verità è unica. Ed inequivocabile.
Le mezze verità sono solo menzogne.


Il ritorno di Dom e della prole di casa Wolstenholme fu annunciato da uno strepitare euforico di bambini urlacchianti che miagolavano gioia saltellando qua e là come ranocchietti, battendo le mani e i piedini.
- Matt!!! – strillò Alfie, liberandosi dalla stretta della mano di Dom quando furono a qualche metro dall’ombrellone, per fiondarsi direttamente fra le sue braccia, - Aaah! Sei diventato un fungo!!! – commentò poi, indicando emozionato i suoi capelli.
- Un fungo? – biascicò Matthew, spalancando gli occhi, - Ah! Un fungo. Tuo figlio è diabolico!
Alfie rise con Chris, mentre il piccolo Frankie sghignazzava felice lasciandosi passare come un peluche dalle braccia di Dom a quelle della propria madre.
- Mamma, mamma, ho fame! – annunciò il primogenito del bassista, attaccandosi al prendisole della madre, - Tu non andare via, Matt! Dobbiamo fare il castello di sabbia!
Matthew annuì e sorrise, mentre Dom sospirava sfiancato e si abbandonava sulla sabbia al suo fianco, facendosi aria con una mano.
- I bambini sono un impegno troppo grande. – annunciò pomposamente il batterista, - Matthew, se mai dovesse venirmi qualche strana idea, ricordami che non ne voglio.
- Ah-ha. – annuì lui, sollevando sarcastico un sopracciglio, - Pulisciti il gelato alla fragola dal naso, però. Sembri la versione gay estiva di Rudolf.
- …che razza di immagine perversa. – commentò il biondo, sgranando gli occhi, - Ma ti ascolti, quando parli?! Ci sono dei bambini! E tu stai qui ad immaginare sodomie tra Babbo Natale e le sue renne…
- Ma io non ho mai parlato di niente di simile!!! – inorridì Matthew, tirandogli addosso una manciata di sabbia.
- Dom! – protestò a propria volta Chris, accigliandosi, - Alfie ripete le parole! Non è proprio il caso di-
- Che significa sodomia, papà? – indagò il bambino, tenendo evidentemente molto a dar ragione al proprio genitore – genitore, peraltro, che Kelly squadrò malissimo, e che non poté fare altro che sospirare e mugolare una richiesta di perdono indistinta, afflosciandosi sulla sedia a sdraio ed incassando a capo chino i rimbrotti esasperati di una moglie ciecamente convinta del fatto lui fosse davvero un pessimo padre.
- Sparite per un po’. – mugolò il bassista, prendendo entrambi i figli in braccio, - Mi tocca fare un po’ di coccole riparatrici, qui.
Matt e Dom sorrisero brevemente, tirandosi in piedi e scrollandosi svelti la sabbia di dosso, prima di indossare le scarpe e dirigersi nuovamente verso la pensilina in legno che, tramite le scale, li portò prima sul marciapiedi interno al lido e poi in strada.
- Andiamo a prendere un gelato! – esordì Dom, indicando un chioschetto variopinto e piuttosto folcloristico all’angolo in fondo alla strada che costeggiava la spiaggia.
- Ma sarà il millesimo… - lo rimbrottò Matthew, lanciandogli un’occhiata perplessa.
- Nah. – negò il batterista, scuotendo il capo e cominciando a contare sulle dita, - Ho mangiato solo metà di quello di Alfie. Naturalmente, ho dovuto mangiare tutto quello di Frankie. Gli ha appena dato una leccatina e poi ha cominciato a gorgogliare! – descrisse, gesticolando animatamente, - Sembrava un piccione. Glugluglu! E faceva le bollicine. Non ero mica sicuro che fosse normale. Perciò gliel’ho tolto di mano e l’ho mangiato io. Lui pare aver gradito. Chiaramente però dovevo anche mangiare il mio, quindi, alla fine-
- Alla fine, - lo interruppe Matt, sospirando e stringendosi nelle spalle, - meno male che hai uno stomaco di ferro. Altrimenti potevamo andare raccogliendo i tuoi resti per strada, davvero. E non sarebbero stati in una forma piacevole!
Dom fece una smorfia disgustata.
- Dio santo, oggi la tua mente è prodiga di immagini delle quali potremmo fare tutti a meno. – commentò, - C’è qualche problema?
Matt si lasciò andare ad un mezzo sorriso triste, stringendosi nelle spalle.
- Faccio prima a dirti i problemi che non ho.
Dom roteò gli occhi e cominciò a trainarlo con più decisione verso il chioschetto, prendendo posto su uno degli enormi sgabelli che ne fronteggiavano il bancone e sbuffando rumorosamente.
- Quando ti comporti così da ragazzina sei proprio intollerabile! – lo rimproverò, sollevando un braccio, - Cameriere! Due coppette al cioccolato!
- Ehi, aspetta! – cercò di fermarlo lui, agitandogli una mano di fronte al viso mentre “cameriere” lo squadrava con manifesta preoccupazione, visto che, evidentemente, anche lui aveva tenuto il conto dei gelati, - Io volevo un altro gusto!
- Quindi non lo mangi? Oh, be’, allora ho fatto bene a prenderlo di un gusto che piace a me! – concluse spiccio il batterista, stringendosi nelle spalle.
Matthew spalancò la bocca e gli occhi, e lasciò ricadere il braccio sul bancone, prima di rassegnarsi e scuotere il capo.
- Tutto questo non ha senso… - mugugnò, osservando la coppetta al cioccolato che prendeva forma davanti ai suoi occhi e poi si posava proprio di fronte a lui.
- Non siamo venuti qui per discutere del senso del gelato. – precisò Dom, rubandogli la coppa e prendendo a divorare avidamente la propria ordinazione, - Quindi, forza. Dimmi cos’è successo.
Matthew prese un respiro enorme e poi poggiò il viso contro una mano, incastrando il gomito spigoloso in una rientranza del bancone.
- Quando sono tornato a casa, ieri, ho trovato un ospite che non mi aspettavo e che, sinceramente, avrei pure fatto volentieri a meno di rivedere. – cominciò a raccontare, sollevando appena lo sguardo per registrare la curiosità di Dom, prima di proseguire. – Mio padre. – rivelò atono, - Mary, la mia sorellastra, s’è laureata a Yale, e lui è venuto ad assistere alla cerimonia.
- …e tua madre se l’è preso in casa? – inquisì Dom, giocando con il cucchiaino in plastica colorata fra le labbra, - Perdonami se te lo faccio notare, ma la tua famiglia è parecchio strana.
- Non mi dici niente di nuovo. – sospirò lui, stringendosi nelle spalle e lasciando ricadere le mani in grembo, - Fatto sta che lui è lì. E a quanto pare, mentre ero via, non è stato con le mani in mano.
- Spiegati?
- Be’, - borbottò evasivo lui, - sai tutto il repertorio di “mi dispiace avervi fatto soffrire” e “possiamo ancora volerci bene, nonostante tutto”? Ecco. E mia madre e mio fratello sembrano esserci cascati in pieno.
- Come si vede che siete geneticamente collegati! – rise Dom, mescolando il gelato con la palettina, - Ho avuto un lampo di te che parli coi giornalisti della fine del mondo e dell’importanza dei buchi neri mentre loro annuiscono interessati e devoti come se gli stessi sciorinando il Vangelo del nuovo millennio davanti!
Matthew aggrottò le sopracciglia ed abbassò lo sguardo, torturando con le dita il bordo dei boxer.
- …e questo è esattamente il problema, vedo. – commentò Dom quindi, chinandosi su di lui per cercare di intercettare il suo sguardo. – Ho detto qualcosa di sbagliato, anche se non sono ancora riuscito ad afferrare cosa. Risolvi tu, prima che la mia seconda coppetta si sciolga?
Matt si strinse nelle spalle, mordicchiandosi le labbra.
- …il fatto del collegamento genetico… - biascicò ansioso.
- Be’, è comunque tuo padre. – giustificò Dom, atono, - Mi sembra normale.
- Sì, ma – riprese il cantante, sempre più agitato, - non è questo il punto. È che lui a me fa veramente… - abbassò nuovamente lo sguardo, - veramente schifo. Dico sul serio. Mi ha fatto schifo quello che ha fatto vent’anni fa, mi ha fatto schifo quello che ha fatto dieci anni fa, e mi sta facendo schifo quello che sta facendo ora. Tornare indietro strisciando e chiedendo scusa… è disgustoso, Dom. E per di più è solo una farsa, perché comunque appena questo soggiorno terminerà lui tornerà in Australia e-
Dom lo zittì ficcandogli una cucchiaiata di gelato in bocca. Senza avvisarlo e senza smorzare l’impeto della propria decisione in previsione dell’impatto coi suoi denti. Matthew sussultò, mentre i suoi incisivi gelavano istantaneamente, ma il sapore che si diffuse sulla sua lingua era così inaspettatamente e piacevolmente dolce che dimenticò non solo di protestare, ma anche il filo del discorso che stava seguendo.
Sollevò lo sguardo e lo perse in quello chiarissimo di Dom, che lo fissava cupo, con un broncio familiare, uno di quelli con cui amava rimproverarlo tacitamente quando erano ancora due ragazzini e lui faceva o diceva qualcosa di platealmente stupido.
- D’accordo, Matt. – disse il batterista, - Questo l’ho capito. Ma tu che c’entri?
Matthew deglutì e fece per rispondere, ma Dom non gli tolse il cucchiaio di bocca, ed anzi, lo spinse più a fondo, come se volesse evitare a tutti i costi di farlo parlare.
- Tu non sei lui. – continuò infatti, lasciando il cucchiaino dov’era e procedendo all’assalto della seconda coppetta, - E non c’è neanche il rischio che ci diventi. Tu sei una brava persona, Matt.
*
Tu sei una brava persona. Sì. Proprio una brava persona.

Bellamy è sempre così disponibile. Così aperto. Gentile coi fan. Loquace con i giornalisti. Educato con i detrattori. Ha una buona parola per tutti, è proprio bravo, sì. Proprio una brava persona.

Me lo dicono tutti. Ho perso il conto delle volte in cui me l’hanno detto. Che sono gentile, che sono sensibile, che sono intelligente, che ho talento, che sono proprio proprio bravo, accidenti, in quello che sono ed in quello che faccio, proprio bravissimo.
Ha cominciato mio fratello. È stato lui, il primo. Mi ha preso, piazzato di fronte ad un pianoforte ed utilizzato come una marionetta per replicare sui tasti la sigla di Dallas. Io avevo cinque anni. Non capivo un accidenti di cosa stesse succedendo, lui era eccitatissimo e mi stava pure facendo male ai polsi. Sollevai gli occhi, lo fissai, lui mi sorrise e mi disse “Sei bravissimo!”, e da quel fottuto momento io non mi sono mai più staccato dal pianoforte.
Anche mia madre mi diceva sempre che ero bravo. Quando ho cominciato a portare i capelli lunghi, s’è accigliata come non l’avevo mai vista prima. “Sei così un bravo ragazzo”, ripeteva, “non capisco perché dovresti voler andare in giro conciato come un barbone”.
Per quanto riguarda Dom, mi disse che ero bravo ancora prima di sapere come mi chiamavo. Alle medie sembravo già patologicamente asociale. Quando lui mi si avvicinò, stavo seduto in un angolo del cortile e masticavo svogliatamente il panino al tonno che mi aveva preparato mia madre. Lui saltò giù dal muretto che stava disinvoltamente scalando alle mie spalle, piantò le mani sui fianchi, mi guardò sprezzante dall’alto per una quantità infinita di secondi e quando io, terrorizzato, mi azzardai a muovere un muscolo con l’intenzione di fuggire oltreoceano, mi sorrise e mi disse “Mi sembri una brava persona. Diventiamo amici?”.
Chris fu il primo a dirmi che ero talmente bravo che per me avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Non la mise esattamente in questi termini, ma il risultato delle sue decisioni, in fondo, non era che questo. M’invaghii totalmente di lui come musicista quando lo vidi passare dalla chitarra alla batteria nel giro di un anno, al liceo. Sembrava che nulla potesse sconvolgerlo davvero, era solido come una roccia ed a proprio agio di fronte a qualsiasi cosa. A me e Dom serviva un bassista. Lo avvicinai e gli chiesi di suonare con noi. Lui mi guardò un po’ diffidente, ma accettò di sentire almeno di cosa eravamo capaci, perciò costrinsi Dom a rinunciare ad un pomeriggio di – comunque infruttuosa – caccia alle donne per chiuderci nel garage di suo padre e suonare un po’ davanti a lui, e quando finimmo lui sorrise e disse “Però! A suonare il basso non sono proprio granché, ma tu sei veramente bravissimo! Accetto!”. A tutt’oggi, è il parere musicale di cui mi sia più importato in assoluto. Ancora più del giudizio dei fan.

Questa fottuta città. E mio padre. Solo loro due non mi hanno mai detto che sono bravo. Neanche hanno mai mostrato di capirlo. O di crederci.

Non avete mai compreso la mia voce. Non avete mai ascoltato davvero cosa c’era dietro. Non avete mai sfiorato il mio talento.
E come avreste potuto, d’altronde, se non mi avete mai nemmeno lasciato cominciare a cantare? Come avreste potuto, se non vi è mai interessato?

Quand’ero piccolo non facevo che strillare. Fino a sedici anni, fino a che non ho capito che per veicolare un messaggio dovevo anche farmi capire, per me la musica è stata solo uno sfogo. Sul palco io non cantavo, io sputavo i polmoni a furia di strepitare. E non suonavo, picchiavo la chitarra perché era l’unica cosa che potessi davvero tenere fra le mani e stritolare a morte. Lei miagolava la propria sofferenza ed io mi inebriavo della sensazione di potenza e di pienezza che mi dava. La trattenevo tutta dentro di me, fino a gonfiarmene, e quando diventava troppa ricominciavo a urlare e tiravo tutto fuori. C’erano certi concerti al termine dei quali rimanevo senza voce anche per una settimana intera. Erano i periodi migliori: perché la mia gola era esausta e la mia mente pure, e non avevo altro da dire. Avevo spazzato via tutto il veleno.
Poi la rabbia ricominciava a montare. Ed io ricominciavo ad urlare. Urlavo contro qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa.
Fortunatamente, poi, è arrivato Dennis Smith. Anche lui mi ha detto che ero bravo. Ci ha presi tutti e tre da parte, ci ha guardati estasiato, come fossimo dei messia, esattamente ciò che l’Inghilterra stava aspettando, ed in effetti poi ci disse proprio questo, “L’Inghilterra sta aspettando solo voi, siete delle gemme grezze perfette, avete solo bisogno di qualcuno che vi renda riconoscibili, perché per essere preziosi, quello lo siete già”.
Probabilmente, se non fosse arrivato lui, io avrei semplicemente continuato ad urlare. Ed a furia di urlare mi sarei fottuto la voce. E l’esistenza.
Ma cazzo. Contrariamente a Teignmouth e contrariamente a mio padre, io sapevo di avere talento. Ringrazio ogni giorno di essere sempre stato circondato da persone che mi hanno impedito di dimenticarlo.

Però adesso sto comunque dimenticando qualcosa. Lo sento, nello stomaco, nelle ossa e sul fondo confuso del mio cervello.
Io ero una persona.
Cazzo.
Io ero una brava persona.
Io lo sono ancora.
Io non ho proprio nulla a che vedere con mio padre.
Io sono onesto.
Ed è vero, cazzo.
Io sono onesto.
Con me stesso e con gli altri.

Io non ti assomiglio, maledetto stronzo.
Io non sono nemmeno tuo figlio.
Io sono figlio di mia madre, di mio fratello, dei miei migliori amici. Sono figlio della villa dei nonni e dei nonni stessi, sono figlio delle notti insonni passate ad ascoltare When Doves Cry e sono figlio di Jimi Hendrix. Sono figlio di Londra, sono figlio di Tom Waits e sono figlio di Tom, della Mushroom, dei funghetti allucinogeni e della mia musica.
Io non sono tuo figlio.
Io non sono il tuo fottuto figlio.
Io non sono te.

*
Suo fratello lo aspettava acquattato sugli scalini antistanti l’ingresso di casa, esattamente come si era aspettato. Sorrise divertito, nell’osservarlo sollevargli addosso uno sguardo terrorizzato ed ansioso, ed alzarsi in piedi per corrergli incontro.
- Peste! – lo rimproverò, avvolgendolo in un abbraccio caldissimo e sollevato, - Mi hai fatto preoccupare a morte. Potevi almeno avvertire che non tornavi per pranzo!
- Dom mi ha imbottito di gelato e ci siamo addormentati in spiaggia… - si giustificò lui, senza neanche provare a sottrarsi alla sua stretta, ed anzi godendosi il più possibile il tepore del suo corpo, nonostante l’arsura umida ed afosa del pomeriggio tipico dell’agosto marittimo.
- Spero almeno che non ti sia scottato come l’ultima volta. – borbottò suo fratello, trascinandolo in casa, - Non ci tengo a ripetere l’esperienza cui mi hai sottoposto tre anni fa. Dio, che schifo, al solo pensiero di passare addosso al tuo corpicino scheletrico tutta quella crema…
- E piantala! – borbottò lui, dandogli una debole quanto inutile manata sulla schiena, - Non mi sono scottato. C’era Chris con l’ombrellone.
- Ricordami di ringraziarlo per aver salvato il mio stomaco dalla nausea! – aggiunse Paul, ricevendo in cambio un maldestro tentativo di calcio allo stinco, degenerato poi in un mezzo autosgambetto con annessa pseudocaduta. – Sei un disastro umano. – commentò suo fratello, ridacchiando della sua goffaggine, - Mamma ti ha lasciato un po’ di pizza in forno. Entriamo e te la scaldo?
Annuì entusiasta e seguì Paul all’interno della casa. Sentì immediatamente l’eco attutita del televisore in camera da letto che annunciava che sua madre si stava sottoponendo alla visione dell’episodio odierno della telenovela che seguiva da ancora prima che loro nascessero, e sorrise ancora. Improvvisamente, tutte quelle piccole e monotone abitudini che l’avevano tanto infastidito, riuscivano soltanto ad intenerirlo.
In cucina, di fronte al televisore sintonizzato sulla radiazione cosmica di fondo, suo padre sgranocchiava oziosamente una mela. Paul ristette un po’ sulla soglia e lo guardò interrogativo, prima di entrare. Matthew gli sorrise rassicurante e gli chiese sottovoce se poteva lasciarli un po’ da soli. Suo fratello non sembrava molto convinto dalla possibilità, ma alla fine sorrise e salì in camera propria, dopo avergli ricordato di mangiare la sua pizza, se non voleva svanire nel nulla o volare via col prossimo soffio di vento.
George non ebbe bisogno di sentire la sua voce, per accorgersi che era entrato. Spense il televisore e scosse sconsolato il capo, incurvando le spalle.
- Stavo cercando di capire… - sussurrò, mentre Matthew si avvicinava al forno ed impostava la temperatura ed il timer per scaldare il proprio pranzo tardivo, - Ma proprio non ci riesco. Non ci sono mai riuscito, vero Matt?
- Temo di no. – rispose sommessamente lui, trascinando una sedia fino al suo fianco e sedendoglisi accanto. – Papà, ci ho pensato su. – annunciò quindi, osservandolo sollevare lo sguardo su di lui. Suo padre non mostrava nemmeno una scintilla di speranza, sul volto spento e sbiadito dagli anni. Probabilmente si aspettava già la sua risposta.

Perché probabilmente è vero. Ci assomigliamo molto.
Ma io sono cresciuto meglio.


- Io non posso perdonarti. – ammise, mantenendosi calmo esteriormente quanto interiormente, - Lo so che per te è dura. In qualche modo riesco a sentire… che per te è davvero pesante vivere con questo carico di rimorso. Però io non posso proprio perdonarti. Anche se ti dicessi che l’ho fatto, mentirei. E non sono bravo a mentire. Faccio casino con le varie versioni delle storie che invento e poi non faccio che contraddirmi da solo. Quindi, credimi, è meglio che ti dica la verità.
George abbassò nuovamente lo sguardo, annuendo tristemente.
- Va bene. – disse a bassa voce, - Lo apprezzo, Matt.
- Però, papà… - continuò lui, sollevando una mano a sfiorargli un braccio, - non devi più sentirti in colpa. Perché io non ti odio. – sorrise, - Odiarti significherebbe ammettere che mi fai ancora male. Ed anche questa sarebbe una menzogna, sai? Perché non mi ferisci più. Puoi stare tranquillo.
Suo padre tornò a guardarlo. I suoi occhi erano colmi di lacrime che lui non aveva intenzione di guardare, e George fu bravissimo e molto gentile a ricacciarle indietro e limitarsi ad annuire, sorridendo e ringraziandolo.

È il primo gesto veramente paterno che ti vedo compiere nei miei riguardi.
Non lo saprai mai, ma te ne sono grato. Solo un po’. Ma te ne sono grato.


Il campanellino del forno gli annunciò che la pizza era pronta. Lui si tirò in piedi e la recuperò, salendo poi di corsa in camera propria cercando di trangugiare l’intera fetta lungo il tragitto dal piano di sotto a quello di sopra.
Una volta al sicuro in quel paradiso rosso e azzurro che, grazie a sua madre, la sua stanza non aveva mai cessato di essere, si sedette alla scrivania ed aprì il cassetto che, quand’era ragazzino, utilizzava per conservare i fogli di carta sui quali finivano appuntati i versi delle canzoni che non voleva assolutamente dimenticare.
Negli anni, il contenuto di quel cassetto era stato evidentemente razziato da Paul. Non sopravvivevano che una matita mezza spuntata ed un paio di foglietti rosa.
Ridacchiò a bassa voce, posò ciò che restava della pizza al proprio fianco e cominciò a scrivere.
*
- Dio mio! – borbottò Dom, sobbalzando al ritmo del treno diretto a Londra, mentre lasciava scorrere lo sguardo sul foglietto scarabocchiato che Matt gli aveva passato, - Avresti dovuto dirmi che eri così depresso! Sarei stato più gentile nei tuoi confronti!
Matt incrociò le braccia sul petto, offeso.
- Ti ho chiesto un parere sul testo, non un’analisi psicologica della mia persona!
- Spiegami come potrei fare a scindere le due cose! – borbottò il batterista in risposta, agitandogli il foglio davanti al viso, - Vuoi un parere? È depressa e deprimente! Ecco il mio parere.
- Questa è bella… - mugugnò Chris, ripassandogli il foglietto che aveva dato a lui, - È triste, ma in qualche modo è anche intrisa di speranza… ce l’ha già un titolo?
Matthew annuì, dedicando la propria attenzione al bassista, evidentemente più ricettivo di Dom.
- Blackout. – rispose, - Piace un sacco anche a me. Però mi sa che dovrò insegnarti a suonare la tastiera, altrimenti non riusciremo mai a farla live…
Chris lo omaggiò di un sorrisetto sarcastico, incrociando le braccia sul petto.
- Dì la verità, stai cercando di trasformarmi in una one-man band, Bells?
Matthew rise con lui, mentre Dom gli strappava di mano l’altro foglio, consegnando il proprio a Chris.
- …be’, - commentò il bassista, scorrendo il testo con lo sguardo, - Dom non ha tutti i torti. È veramente triste. Però è anche bella incazzata. Mi piace.
- Tu salverai la mia anima, Chris. – cinguettò Matthew, battendo le ciglia come una liceale innamorata, - Si intitola Fury. Ti piace il titolo?
- Piantala di fargli le moine! – lo rimproverò Dom, dandogli una manata sulla testa, - È sposato, e comunque sareste disgustosi! Comunque il titolo mi piace, e pure la canzone. Ho detto che è depressa e deprimente, mica che fa cagare.
Matthew si lasciò andare ad un sorriso sollevato.
- Allora appena torniamo a casa proviamo ad inciderle e vedere se possono andare bene per il prossimo album?
I due lo guardarono esterrefatti per qualche secondo, prima di scoppiare a ridere. E la loro era una risata divertita, sollevata e complice. Esattamente ciò di cui Matt aveva bisogno per sentirsi di nuovo bene.
- Ma non avevamo promesso a Tom che questo sarebbe stato un album allegro? – lo prese in giro Dom, stringendosi nelle spalle.
- Avanti, Dom. – ironizzò Chris, agitando in aria un dito supponente, - Lo sai che “allegro” e “Matt” non sono due concetti destinati ad incontrarsi.
Ridacchiò a bassa voce, estraniandosi presto dal coro di motteggi che continuava a sollevarsi dai due, e lasciandosi andare stancamente contro il finestrino del treno, osservando lo spettacolo grandioso delle campagne inglesi che sembravano diventare sempre più belle, sempre più fresche e sempre più pure man mano che ci si allontanava dagli stabilimenti industriali di Teignmouth.
Prima di andare via, due giorni dopo il loro chiarimento, suo padre gli aveva fatto promettere di passare da lui, se fossero riusciti ad arrivare in Australia col prossimo tour. “Devo assolutamente farti vedere i vombati”, gli aveva detto salutandolo. “D’accordo”, aveva risposto lui, “Sono curioso”. Sua madre si era commossa neanche gli avesse appena detto che stava per renderla nonna. Valla a capire.
Si sentiva bene.
Bene davvero.
Magari quella canzone, Fury, sarebbe perfino riuscito a suonarla, dal vivo.

But I’ll still take all the blame
‘cause you and me are both
one and the same
And it’s driving me mad
And it’s driving me mad
I’ll take back all the things that I said
I didn’t realise I was talking to the living dead
But I don’t want you to think that I care
I never would
I never could again
Genere: Commedia, Introspettivo, Romantico.
Pairing: CodyxJayJay.
Rating: R.
AVVISI: Boy's Love, OC, What If?.
- Brian Molko e Matthew Bellamy hanno lo stesso problema, ma non lo sanno. Brian Molko e Matthew Bellamy, ed entrambi hanno un figlio che è esattamente il loro problema. Brian Molko e Matthew Bellamy hanno anche la stessa soluzione da adottare: il problema è che potrebbe perfino ritorcersi contro di loro!
Commento dell'autrice: Ho cominciato questa storia alla fine di febbraio XD La sto finendo adesso che siamo alle porte della fine di maggio. Converrete con me che oltre due mesi di tempo siano vagamente eccessivi per una storiella priva del benché minimo senso e di appena (si fa per dire!) ventuno pagine, ma insomma, io avevo davvero bisogno di scriverla XD Tanto per cominciare perché io amo JayJay u.u (e se ve lo state chiedendo, no, per quanto la cosa possa dispiacermi, un figlio di Matt Bellamy ancora non esiste. Soprattutto perché lui preferisce letteralmente fuggire in Australia piuttosto che sistemarsi e moltiplicarsi come il buon Signore comanda!) e secondariamente perché Cody è un puccino e, pure se non si merita di essere già fangirlabile fino a questo punto nonostante abbia appena tre anni, immaginarlo in teneri atteggiamenti col figlio del nemico pubblico numero uno di papone è troppo bello çOç Come si fa a non amarli?! T^T
La canzone che dà il titolo alla storia (e dalla quale ho preso pure i tre versi che la aprono) è l’omonima Rawhide, che è il titolo di una sigla di non mi ricordo che telefilm sui cowboy americano, ma che comunque è stata portata alla ribalta dal film (quello vero, quello originale) dei Blues Brothers. È la canzone che i ragazzi cantano quando sono nel country-bar, per evitare di farsi ammazzare a suon di bottigliate dai gioiosi avventori del luogo XD Come titolo è adattissimo:rawhide, infatti, è la pelle grezza, non ancora conciata. Voglio dire, per una fanfiction che, in fondo, è un racconto di formazione, avrebbe potuto esserci titolo più azzeccato? XD *si vanta di meriti inutili*
Spero che leggere questa storia sia per voi piacevole quanto per me è stato scriverla <3 E lunga vita alla coppia principale *_* Prima o poi la rivedrete, prometto XD!
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
RAWHIDE

All the things I'm missin',
Good vittles, love, and kissin',
Are waiting at the end of my ride

- Non ti perdonerò mai.
Stefan si limitò ad ascoltare silenziosamente il rollio della macchina sull’asfalto, prendendosi tutto il tempo necessario per sospirare pesantemente e roteare gli occhi, prima di rispondere.
- Cody, non è colpa mia, se ora stai andando in America.
Il ragazzino, seduto al suo fianco nella vettura, sembrò come arruffare le penne. Dal momento che, però, di penne non ne aveva, tutto ciò che arruffò fu l’enorme massa di boccoli corvini e ribelli, che si agitarono sulla sua testa quando si voltò a guardarlo, sgomento.
- Come fai a dire che non è colpa tua?! Sei stato tu a consigliare allo stronzo-
- Stavo cercando di dire – lo interruppe l’uomo, flemmatico, imboccando la strada che li avrebbe finalmente condotti all’aeroporto, - che non è una colpa.
- Oh, certo! – sbottò Cody, tirando celermente fuori dalla tasca del giubbotto un elastico, per racchiudere le ciocche in una corta coda ricciuta, - Non è colpa di nessuno, se passerò il prossimo mese della mia vita rinchiuso in una fattoria del nordovest statunitense, a pelare patate e raccogliere grano. È per merito tuo, Stefan! Grazie mille!
- Mi pare piuttosto improbabile ti mettano a pelare patate. – suppose Stef, accelerando impercettibilmente, - Si vede che hai le mani da pianista.
- Che vuoi che veda un villico ignorante?!
L’uomo sospirò ancora, più profondamente.
- Smettila di parlare come tuo padre alla tua età. – consigliò, - Tu sei molto più maturo di quanto non fosse lui.
- Quello che non concepisco – continuò Cody, ignorandolo, - è come sia stato possibile che mia madre fosse d’accordo! Non ha senso! E resta comunque colpa tua: se non fossi rimasto ad ascoltare le paranoie dello stronzo adesso non mi ritroverei a dovere andare ad espiare una colpa che non ho commesso!
- Ti ho già detto – lo corresse Stefan, - che nessuno ha colpa di niente.
- Bene! Allora non dovrei andare a risolvere un problema che non ho!
Stef gli lanciò un’occhiata perplessa.
- Quindi, stare chiuso in camera tua da quando torni da scuola fino all’ora di cena per poi non farti più vedere fino all’indomani mattina, secondo te, è “non avere alcun problema”.
- Sono solo asociale! – rimarcò Cody, sbigottito, gesticolando animatamente, - Ho diciott’anni, cazzo! E comunque, mio padre non mi manda in Ohio perché sono asociale, ma perché è convinto che io sia gay! – si lasciò andare ad una smorfia, incrociando ostinatamente le braccia sul petto. – Ed io non lo sono, ma se lo fossi che problema ci sarebbe?! Tu sei gay! Anche lui è gay!
- Oh, è come Vinny ha sempre sospettato, allora. – ridacchiò il bassista, entrando nel parcheggio dell’aeroporto e fermandosi di fronte al casello del bigliettaio per pagare i venti minuti di deposito che gli sarebbero serviti per accompagnare Cody al check-in, - Tua madre è solo una copertura!
Cody si mordicchiò un labbro.
- Sai benissimo cosa intendevo. – sbottò. – E dì al tuo fidanzato di non speculare sul mio stato familiare… è già abbastanza frustrante sapere che in genere mio padre lo accoppiano con te.
Stef si lasciò andare ad una risata di cuore, spegnendo la macchina ed uscendone fuori con la solita andatura sciolta della pertica alta più di due metri ma incredibilmente snodata che era. Cody, invece, faticò un po’ a liberarsi dalla cintura di sicurezza, recuperare lo zainetto rosso incastrato fra le gambe ed uscire dall’abitacolo. Ci mise tanto, probabilmente, anche perché in realtà di uscire non aveva alcuna voglia.
- Almeno poteva degnarsi di accompagnarmi lui. – commentò, avviandosi al fianco di Stefan verso l’entrata dell’aeroporto. Nella sua voce c’era una nota di rammarico che Stef non poté evitare di notare, ed alla quale rispose con un’amichevole pacca sulla spalla, chinandosi a recuperare l’enorme valigia del ragazzino dal portabagagli e sussurrando un blando “Sai che doveva lavorare” che, peraltro, per quanto fosse debole come scusa, rappresentava anche la candida verità.
Heathrow era la solita accozzaglia di volti, lingue e destinazioni. Anche ad essere pronti e ben disposti nei confronti di un viaggio transatlantico, non lo si sarebbe comunque trovato un posto rassicurante.
Cody si strinse all’uomo che lo affiancava, ricominciando a mordersi impietosamente il labbro inferiore e prendendo a torturarsi le dita come per porre l’accento sul proprio travaglio interiore. Stefan sorrise bonario e gli schiaffeggiò debolmente una mano.
- Non ti distruggere, o tuo padre è capacissimo di farti ricoverare in ospedale per un intervento di ricostruzione.
- Certo. – sputò Cody, astioso, - Gli interessano solo le cose importanti per lui. Quelle importanti per me non hanno alcun significato.
- Dio, Cody, perché non puoi essere come tutti i normali adolescenti della tua età? Stai andando in America! Per un mese!
- Sto andando a pelare patate in Ohio per un mese!!! – corresse il ragazzo, sedendosi sulla propria valigia in un evidente attestato di stizza.
- Da come la metti tu sembra una punizione.
- Prova a metterla in un modo in cui non lo sembri. – lo sfidò, senza neanche guardarlo. – Non capisco, sul serio. Quello non è mai stato costretto a fare cose simili. S’è goduto l’infanzia, l’adolescenza e pure la giovinezza. – continuò con una smorfia di disappunto, - Anzi, non mi risulta abbia mai smesso di godersela, in realtà. Ha fatto sempre quel cazzo che voleva, e-
- Rospetto… - lo apostrofò dolcemente Stefan, scompigliandogli i capelli e rendendo del tutto vano l’elastico che li reggeva, al punto che Cody, infastidito, si scostò e prese a pettinarsi velocemente con le dita, per ricomporre il codino, - Guarda che tuo padre, per fare quel cazzo che voleva, per poco ci lasciava la pelle.
- Ma tu guarda che sfiga. – commentò acido lui. Poi abbassò lo sguardo, aggrottando le sopracciglia. – È un ipocrita.
Stefan ripensò alla discussione che aveva avuto con Brian qualche giorno prima. A quanto l’avesse visto preoccupato da come il suo adorato figlio unico passasse le sue giornate chiuso in casa, privo di un qualsiasi stimolo esterno, rintanato in camera propria nei momenti peggiori, appiccicato al pianoforte e del tutto sordo ad ogni richiamo in quelli migliori, e di come avesse notato negli occhi del proprio migliore amico una traccia di smarrimento talmente evidente che proprio non aveva potuto fare a meno di proporre quella soluzione strampalata.
“C’è un amico di Vin che ha una fattoria nel nord-America… forse, passare un po’ di tempo a contatto con la natura gli farebbe bene”.
L’aveva detto perché era certo di tutta una serie di cose.
Prima di tutto, che Brian al solo sentire una cosa simile, di fronte alla reale possibilità di privarsi della propria ragione di vita per un mese intero, avrebbe immediatamente rinunciato all’idea, finendo per tranquillizzarsi di riflesso.
Secondo poi, che Helena non avrebbe mai accettato quel trasferimento, per motivi identici e probabilmente ancora più potenti di quelli che avrebbero dovuto muovere Brian.
Infine, che entrambi si rendessero conto, con quella soluzione eccessiva e paradossale, che in realtà Cody non aveva niente di sbagliato e sarebbe bastato aspettare un po’ per vederlo andare in giro nottetempo con un mucchio di amici ubriachi – ed allora che sarebbero stati dolori.
Ciò che l’aveva stupito, invece, era stata la facilità disarmante con cui sia Helena che Brian avevano accettato la sua proposta senza battere ciglio.
Questo gli aveva dato da pensare.
In fondo, lui non viveva in quella casa. Non poteva sapere esattamente in che modo si comportasse Cody.
Forse, le sue supposizioni erano troppo ingenue. Probabilmente, sia Helena che Brian sentivano quel problema più profondamente di quanto non potesse lui. Magari, addirittura, una soluzione che per lui era sembrata assurda, per loro invece era del tutto razionale, una specie di manna dal cielo.
Era stato questo sospetto a convincerlo della necessità di chiedere a Vincent di prendere contatto con quel suo amico, per organizzare il tutto.
La cosa, ovviamente, s’era rivoltata contro di lui, ma di questo non aveva mai dubitato: a Brian non era sembrato vero di poter obbligare il figlio ad una cosa simile, liberandosi allo stesso tempo di una parte delle responsabilità aggiungendo al proprio discorso un semplice “Stef ci ha consigliato”.
Sospirò, porgendo una mano a Cody per aiutarlo a rimettersi in piedi.
In fondo, quello era il mestiere ingrato del padrino.
- Sta solo cercando di evitare tu compia i suoi stessi errori. – disse, indirizzandolo verso la fila del check-in con una pacca sulla schiena.
Cody si lasciò andare ad una risata di scherno.
- È proprio vero che le colpe dei padri ricadono sui figli.
*
Matthew Bellamy avrebbe avuto bisogno di più mani rispetto a quelle che si ritrovava, per fare il conto preciso di tutti i motivi per i quali riteneva giusto e doveroso dare una raddrizzata al proprio omonimo figlio.
Uno di quei motivi era proprio lì, davanti ai suoi occhi, in quel momento.
Dalla porta, Matthew James Junior Bellamy lo fissava con aria profondamente scazzata, le braccia abbandonate lungo i fianchi e uno sbadiglio sfacciato nascente a tremare sulle labbra.
- Cosa hai combinato?! – si decise a sbottare Matthew, allargando le braccia ai lati del corpo, mentre Gaia, sua moglie, accorreva dalla cucina e si pressava una mano sulle labbra per evitare di erompere nell’urletto stridulo che il modo in cui suo figlio era conciato avrebbe sicuramente giustificato.
- Ti riferisci a…? – domandò Matthew Junior, con aria da sbruffone, appendendo una mano ad un fianco.
- Mi riferisco a quest’acconciatura e all’ennesimo piercing nuovo!
Suo figlio rise sonoramente, facendosi strada in casa spintonandolo con malagrazia. Il fatto fosse effettivamente più robusto e più alto di lui gli permetteva questo ed altro, in fondo. Sapeva che non avrebbero dovuto dargli da bere latte e cacao, quand’era piccolo!
- Tu – disse il ragazzo, sottolineando quel pronome con una dose di disgusto tale che Matthew ne ebbe paura, - sei proprio l’ultima persona al mondo a poter sindacare sulle acconciature altrui. – commentò, dirigendosi con nonchalance verso le scale, per salire al piano di sopra.
- Oh, senti, io i colori me li sono passati tutti, ma la cresta biondo platino proprio non sta né in cielo né in terra! – puntualizzò l’uomo, rincorrendolo fino alla base delle scale, - E quel coso al naso? A quanti siamo, quattro? Ti danno un premio se raggiungi i cinque?
- Il premio dei cinque l’ho già ritirato, mi avvio verso quello dei dieci. – ghignò il ragazzo, sfilandosi dalle braccia la giacca sdrucita che indossava e mostrando a coprire la pelle una maglia strappata in più punti che, di coprente, non aveva proprio nulla. – E questo è il sesto, comunque. Dobbiamo rifare l’appello?
- Ragazzino, bada a come parli, o-… Matthew! Torna subito qui!
- Jay, papà, Cristo santo! – sbottò lui, fermandosi a metà della rampa, appositamente per voltarsi a guardarlo con rabbia, - Quante cazzo di volte dovrò ancora dirtelo? Mi chiamo Jay!
- Tu ti chiami Matthew Bellamy, e non sarà certo lo stupido soprannome che ti hanno affibbiato quegli idioti che frequenti a farmi cambiare idea in proposito!
Jay roteò gli occhi, riprendendo a salire le scale senza più voltarsi indietro. Matthew continuò a strillargli addosso ancora per qualche minuto, prima di arrendersi al fatto che non l’avrebbe più ascoltato. Quando lo capì, si passò una mano fra i capelli, abbassando lo sguardo e sospirando pesantemente.
- Dovresti cominciare a chiamarlo Jay, sai? – suggerì Gaia, avvicinandoglisi con cautela ed intrecciando dolcemente le dita con le sue, - Non è un sacrificio enorme.
- Il sacrificio enorme è tollerarlo, Gaia. Dio, ma lo vedi?! Non ha rispetto di niente e di nessuno, fa solo quello che vuole, non studia, sarà sicuramente bocciato, non intende andare all’università-
- …e ti senti in grado di rimproverarlo tu, che non hai neanche concluso il liceo? – ridacchiò sua moglie, dandogli un buffetto su una guancia.
- Be’, tu che potresti non gli dici una parola! – fece notare lui, - Qualcuno dovrà pur rimproverarlo!
- Oh, avanti! – sbottò lei, roteando gli occhi e voltandogli le spalle per tornare in cucina, esattamente come aveva fatto suo figlio poco prima, - Ha appena compiuto sedici anni, è nel bel mezzo del suo periodo di ribellione… come fai a non ricordare il tuo?
- Io avevo qualcosa di serio contro cui ribellarmi! – strillò Matthew, afferrando al volo il coltello che Gaia gli aveva lanciato ed utilizzandolo immediatamente per tagliare a cubetti il pomodoro che aveva trovato sul tagliere, - Mio padre mi aveva mollato a sette anni, avevo un fratello stronzo che mi portava in giro come un fenomeno da baraccone, mia madre era una svampita come poche ed io ero uno sfigato colossale! La mia vita faceva schifo!
- Be’, la mia no. – commentò Gaia, scrollando le spalle e scolando la lattuga nel lavandino, - Ma mi vestivo comunque come Madonna e andavo comunque in giro a combinare casini.
Matthew si mordicchiò l’interno di una guancia, raccogliendo i pezzetti di pomodoro sul palmo della mano e rovesciandoli nell’insalatiera fiorata dove Gaia stava provvedendo a sminuzzare delle carote.
- Non sono tanto i piercing e le tinture che mi preoccupano, tesoro… - rifletté, passando a sciacquarsi le mani sotto il rubinetto, - È che è viziato da morire. Non capisco come abbiamo fatto a lasciarcelo sfuggire così di mano! – si chinò sul frigorifero, recuperando una bottiglia d’acqua ed una di coca cola e posandole sul tavolo, - Sul serio. È pigro e fa solo quello che gli dice la testa. È un totale irresponsabile. Io la scuola l’ho mollata, sì, ma perché avevo già in mano un EP ed un contratto con la Dangerous. Lui che ha, eh? Appena si avvicina ad uno strumento fa danni senza neanche toccarlo, ed è stonato come una campana! – richiuse il frigo con violenza, afferrando le due bottiglie sotto le ascelle e dirigendosi a passo spedito verso la sala da pranzo, - L’unica cosa che gli interessa è andare in giro a farsi figo con quell’altro gruppo di pseudo-punk dei suoi compagni di classe!
Gaia sospirò, ridacchiando a bassa voce dell’agitazione del marito. Terminò di preparare e condire l’insalata e poi lo raggiunse in sala da pranzo, portando con sé l’insalatiera che lui provvide immediatamente a toglierle dalle braccia per liberarla del peso.
- Non faticare troppo! – le disse premuroso, - Finisco io di preparare.
- Non fare il cretino, sono solo al secondo mese. – borbottò lei, spintonandolo fino alla sedia ed obbligandolo a sedersi. – Comunque, ascoltami. Hai ragione, quando dici che Jay sta un po’ esagerando. – si interruppe un attimo, giusto per osservare divertita Matthew annuire con foga, e poi riprese. – Sai, il cognato del cugino del fratello di Sveva, ti ricordi Sveva, vero? Ci frequentavamo un sacco, quando stavamo in Italia! Comunque, questo tipo ha una fattoria. Da qualche parte negli Stati Uniti d’America. Potremmo mandarlo un po’ lì, ti pare? Faticare potrà fargli solo bene, e chissà, magari trova la vocazione della sua vita.
Matthew la guardò, luccicando d’ammirazione.
- In momenti come questo mi ricordo perché ti amo!
- La cosa indecente è che tu possa scordarlo! – commentò lei con una smorfietta falsamente offesa, mentre lui si rimetteva in piedi e la stringeva fra le braccia.
- È fantastico. – concluse infine Matthew, dirigendosi di gran corsa verso le scale, - Chiama questa Svezia-
- Sveva, Matt!
- Quello che è! Chiamala e mettiti d’accordo con lei. Lo spiantato parte al massimo dopodomani. Tanto è in vacanza!
Gaia inarcò le sopracciglia, incrociando le braccia sul petto.
- Matt, si può sapere dove stai andando? – gli chiese, osservandogli salire le scale due a due, - Mi sembra un po’ presto per ordinargli di preparare la valigia.
- Macché valigia e valigia! – sbottò lui, ormai in cima alla rampa, - Vado a sradicarlo dal letto per vedere se ci dà una mano a preparare la tavola!
Gaia ridacchiò, scuotendo rassegnata il capo. Quando cominciò a sentire le urla provenire dal piano di sopra, seppe che la battaglia era persa, e tornò in cucina per scolare la pasta.
*
Quando Cody Molko e Matthew James Junior Bellamy arrivarono al Cleveland Hopkins International Airport, capirono per quale motivo quella città fosse soprannominata “la metropoli della riserva occidentale”. Quella non era una città: era un’indecente accozzaglia di gente appartenente a qualsiasi razza e qualsiasi cultura. C’era una tale differenziazione che, più che un aeroporto, quella roba sembrava la sede del Parlamento Europeo… però all’americana.
In ogni caso, non era un luogo in cui fosse facile notarsi. Se poi neanche ti conoscevi…
Per questo motivo, i due ragazzi presero per la prima volta nota delle rispettive esistenze nel momento in cui si trovarono in un luogo meno affollato, più tranquillo e, soprattutto, più in movimento: il bus che, facendo il giro delle campagne circostanti, fuori dalla zona industriale, li avrebbe condotti al piccolo agglomerato rurale nel quale si trovava la fattoria di Jack Felton, che li avrebbe ospitati per tutto il mese successivo.
Naturalmente, nessuno dei due sapeva che si sarebbero trovati a condividere un solaio per tutta la durata della loro permanenza, né immaginavano minimamente cosa sarebbe successo dopo, ma si notarono.
Jay notò Cody perché sembrava l’unico essere vagamente coetaneo nel raggio di chilometri.
Cody, invece, notò Jay perché non notare quel tizio sembrava un’impresa impossibile. Alto, magro, con due occhi impossibilmente azzurri puntati nel niente di fronte a sé, quello strano ragazzo dall’aria tormentata stava letteralmente spalmato su due sedili, e si faceva aria con una mano, scostandosi di dosso con l’altra la maglia a rete che lo fasciava fino all’ombelico e sotto la quale si intravedeva un piercing al capezzolo sinistro, ascoltando distrattamente musica dal lettore mp3 che gli pendeva ozioso dal collo.
Rimase a fissarlo un po’ troppo a lungo, forse: perché alla fine lui se ne accorse, gli sollevò addosso quegli occhi incredibili, inarcando le sopracciglia con aria inquisitoria, e lo indicò con un cenno del capo. Cody sussultò e spostò lo sguardo sulla campagna sempre uguale – verde, gialla, verde, gialla – fuori dal finestrino. Sentiva il cuore battere ad un ritmo semplicemente indecente. Quella cosa non era normale.
Si riscosse soltanto quando sentì un lievissimo sbuffo d’aria al proprio fianco annunciargli orgogliosamente che qualcuno s’era seduto accanto a lui. Temeva anche di sapere chi.
Si voltò a guardare, ed i suoi timori trovarono immediatamente riscontro.
- Una ragazza carina come te non dovrebbe viaggiare da sola.
Ok. L’aveva preso per una ragazza. Ed il modo in cui stava insinuando potesse essere lui il “fortunato” che avrebbe potuto proteggerla era semplicemente disgustoso.
Ma quello era comunque un accento inglese. Non poteva ignorarlo!
- Da dove vieni? – chiese perciò, senza che la cosa avesse il benché minimo legame con quanto gli aveva detto lui.
Il ragazzo inarcò nuovamente le sopracciglia.
- Maschio? – chiese a propria volta, senza degnarsi di rispondere.
Cody annuì.
- Mi dispiace. – aggiunse senza nessun motivo valido. Non era neanche vero gli dispiacesse – cosa diavolo c’era da dispiacersi?!
L’altro ragazzo si lasciò andare ad una smorfia delusa, incrociando le braccia sul petto.
- Peccato. – borbottò, - Sembravi femmina.
Cody scrollò le spalle.
- Ognuno ha i suoi difetti. – buttò lì senza pensarci, e il tipo rise di gusto.
- Comunque, Inghilterra. – rispose finalmente, - Anche tu, no?
Cody annuì ancora, sorridendo brevemente.
- Londra. – precisò atono.
- Dai! – rise il biondo, battendosi una mano sulle ginocchia, - Anche io! Come ti chiami?
- Cody. – rispose lui, tendendo una mano che il tizio strinse con fin troppo calore. – Tu?
- Jay. – annunciò quello, una nota di orgoglio purissimo nella voce.
- …che razza di nome sarebbe? – ridacchiò lui, poco convinto.
Jay lo fissò, colmo di disappunto.
- Viene da JayJay. – spiegò.
- …che dovrebbe essere un nome più dignitoso?
Il biondo sbuffò, roteando gli occhi.
- Ho un nome da maggiordomo. – borbottò, - Anzi, da figlio di maggiordomo. Matthew James Junior. Perciò i miei amici hanno cominciato a chiamarmi JayJay, e poi semplicemente Jay.
Cody annuì comprensivo, invidiandolo pure un po’: se anche avesse avuto degli amici, nessuno gli avrebbe mai affibbiato un soprannome del genere. Lui non aveva un nome soprannominabile.
Cody era semplicemente un nome molto stupido. Non che fosse particolarmente brutto; era solo terribilmente inadatto ad accompagnare una persona per tutto l’intero corso della sua vita. Era carino per un bambino, grazioso per un adolescente, ridicolo per un ragazzo, imbarazzante per un adulto ed incredibile per un anziano. Praticamente, smetteva di essere utile a quindici anni. Lui ne aveva già diciotto, e suo padre non gli aveva mai permesso di cambiare nome – accidenti a lui e a quel suo stupido amico che aveva pensato bene di crepare in gioventù per poi condannare un povero innocente a portare quello stupidissimo nome.
L’unica sua fortuna era non avere neanche una persona che fosse così intima da sfotterlo per quella sua disgraziata condizione. Nessuno degli amici di suo padre si sarebbe mai permesso, ed i compagni di scuola potevano sfotterlo per così tanti altri motivi – il suo aspetto vagamente effeminato perché gracile e dai lineamenti dolci, il conservatorio, i concerti per vecchi bacucchi nel salotto di casa ogni sabato sera, i quaderni di Yugi-Oh che sua madre si ostinava a comprargli senza neanche guardare la copertina – che il suo nome passava decisamente in secondo piano.
- Tu hai un bel nome, comunque. – sentenziò a quel punto Jay, come avesse seguito il filo interiore dei suoi pensieri e si fosse preparato a smentirlo in quei pochi minuti, - È musicale.
- Oh. – ridacchiò lui, divertito, - E tu lavori per NME? Sei un esperto?
Anche Jay rise, o almeno sghignazzò, facendo ripartire l’i-pod da dove s’era interrotto, lasciando però un orecchio libero dalla cuffia, per poter continuare ad ascoltare lui.
- Io no, mio padre sì. – annuì, - Io sono un frana in campo musicale, però ho buongusto. E lì mi fermo.
- Ma dai, e tuo padre chi è? Magari lo conosco, sai, pure-
- Guarda, non mi va di parlarne. – lo interruppe lui, con una smorfia irritata, - Lo odio quello stronzo, è colpa sua se sono qui adesso.
- Ah, a chi lo dici. – annuì Cody, sbuffando pesantemente, - Vale lo stesso per me.
Jay rise ancora, offrendogli la cuffia libera.
- Pare che abbiamo un sacco di cose in comune. – commentò divertito, - Un po’ di Mozart?
Cody tese l’orecchio e, dall’auricolare che la mano di Jay – unghia mangiucchiate e smaltate di nero annesse – gli tendeva, sentì provenire la familiare Aria della Regina della Notte dal Flauto Magico. Lasciò scorrere incredulo lo sguardo sull’individuo che ancora gli sorrideva.
- E tu ascolteresti Mozart? – gli chiese, sbigottito.
- Te l’ho detto che ho buon gusto. – commentò supponente Jay, scrollando le spalle.
- Giurami che non stai cercando di fare colpo. – aggiunse malizioso, chinandosi impercettibilmente verso di lui.
Oddio, cosa diamine sto facendo?!
Jay sorrise con la sua stessa sfumatura di malizia divertita.
- Nah. Se avessi voluto fare colpo su un pianista, gli avrei dato da ascoltare Rachmaninov.
Cody sorrise apertamente e sinceramente – anche troppo – guardandolo con limpida ammirazione.
- Come hai fatto?
Jay sghignazzò.
- Le conosco bene le mani dei pianisti. – disse soltanto, ficcandogli l’auricolare nell’orecchio senza aspettare il suo permesso, - E adesso silenzio. – concluse.
E silenzio fu. Se non altro per omaggiare la melodia stupenda che passava dall’auricolare alle sue orecchie, rilassandolo e cullandolo in un abbraccio quasi paterno. Per la verità, non avrebbe saputo trovare un aggettivo si adattasse meglio al suo rapporto con Mozart, che non fosse proprio paterno.
Nonostante la sua entrata nel mondo della musica – nonché la sua iscrizione al conservatorio, ormai quasi decennale – fosse stata sostanzialmente una scelta obbligata impostagli da suo padre, lui non se n’era mai lamentato. A suo parere, suo padre faceva il mestiere più bello del mondo. Girava il mondo, ascoltava musica di ogni genere, la assimilava, la rielaborava, la faceva propria e poi ne produceva altra che riusciva ad essere allo stesso tempo nostalgica dei suoi ascolti e del tutto nuova rispetto ad essi.
Sì: suo padre aveva talento. Ed era per questo che, dopo aver smesso di comporre e cantare, era diventato un produttore.
Invece, in lui, il talento difettava del tutto. Sì, sapeva suonare il pianoforte, e sapeva suonarlo bene. Ma dipendeva più dall’eterno esercizio al quale si era sottoposto, che non da un vero e proprio talento di base. La sua, per certi versi, era la condizione più sfortunata di tutte: adorava la musica, adorava suonare ed avrebbe voluto riuscirci a livelli eccelsi. Purtroppo, per quel difetto di base, non ci sarebbe mai riuscito.
E non che suo padre non avesse cercato di stimolarlo in tal senso, peraltro: era stato tutto meno che un padre assente, nonostante i tour. Ed ogni volta che era a casa lo teneva con sé. Lo nutriva di musica. All’inizio di ogni genere e provenienza, ma quando aveva colto la sua spiccata preferenza per la musica classica aveva cominciato ad ingozzarlo letteralmente di opere e composizioni varie. Rachmaninov, ovviamente, su tutto.
Ma la vera passione di Cody era proprio Mozart. I compositori europei in generale, sì, quelli austriaci – Haydn, Strauss, Schubert! – in particolare, ma se avesse dovuto citare un nome, uno solo, che avesse per lui più significato di tutti gli altri, quel nome sarebbe stato Mozart.
Suo padre cercava di dargli tanto a livello culturale. E ci riusciva.
Riusciva a dargli molto poco, però, a livello affettivo.
Non che fosse esattamente una sua colpa, peraltro: Cody era sempre stato un bambino piuttosto timido, e suo padre non era noto per essere particolarmente esplicito con le proprie dimostrazioni d’affetto. A meno che stendersi in ginocchio di fronte al proprio bassista o baciarlo di fronte a mezzo mondo una cinquantina di volte nell’arco di vent’anni non fosse anch’essa considerabile una dimostrazione di vero affetto. Cody non ne era tanto sicuro. Tutt’altro: era fermamente convinto che le dichiarazioni d’amore di suo padre nei confronti di Stefan potessero essere trovate in tutt’altri tempi e modi – come ad esempio nei momenti in cui gli concedeva di decidere per la propria vita e per quella dei suoi cari, come aveva fatto in quell’occasione.
In compenso, Mozart lo faceva sentire amato. Amato davvero. Le Nozze di Figaro avevano scandito le sue giornate per mesi. S’addormentava fra le rassicuranti e dolcissime note dell’ultimo atto, quello che da sempre gli aveva messo in testa l’idea – sicuramente un po’ ingenua, ma tanto piacevole – che non ci fossero disastri o fraintendimenti ai quali non potesse essere posto rimedio.
Con quell’opera aveva un rapporto speciale, ma in realtà era un po’ con tutta la produzione del compositore che non poteva proprio fare a meno di sentirsi felice. Aveva sempre pensato Mozart componesse musica come volesse far sentire ad ogni singola persona in ascolto quanto quell’aria fosse stata appositamente pensata per lui. Per farlo sentire felice o triste o confuso o sollevato o divertito. Comunque per lui.
- Io ci sono cresciuto, con questa musica. – soffiò Jay quando l’aria si fu conclusa, spegnendo l’ipod e raccogliendone gli auricolari, prima di riporlo nel proprio tascapane.
- Sai che non si direbbe affatto? – ridacchiò lui, dondolando un po’ le gambe davanti a sé, nel tentativo di sgranchirle. Viaggiavano seduti ormai da quasi un’ora. – Sembri più il tipo che ascolta solo punk. O qualcosa di simile.
- Se dovessi andare in giro per come dettano i miei gusti musicali, sarei un improponibile miscuglio di moda settecentesca ed abbigliamento emo, credo. – rise apertamente lui, incrociando a propria volta le gambe sul sedile, incurante dell’enormità di spazio che occupavano, lunghe com’erano. – Trovare il broccato però non è così facile. – aggiunse poi, stringendosi nelle spalle, - Perciò dell’intenzione originale rimane solo la parte che riguarda l’emo, mi sa. – e rise ancora, tanto contagioso che Cody non poté proprio resistere all’idea di seguirlo.
- Comunque sia… - disse, voltandosi a guardare fuori ed adocchiando un’enorme distesa di campi coltivati e una figuretta abbronzata in salopette scamosciata che si agitava per farsi vedere dal limitare di un sentiero sterrato giallo di polvere, - mi ha fatto piacere di conoscerti, ma credo di essere arrivato. – lo informò, indicando la scena. – Mi hanno detto che avrei capito dove avrei dovuto scendere perché ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarmi. Dev’essere lui.
Jay lo guardò con un misto di curiosità, stupore ed incredulo divertimento negli occhi.
- …comincio a pensare che il nostro incontro non sia stato casuale, sai? – insinuò malizioso, - A me hanno praticamente detto le stesse cose. Condite da un “Se ti azzardi a ignorarlo e non scendere, giuro che ti faccio fuori con le mie mani”, anche, ma il significato era più o meno lo stesso.
Il bus si fermò proprio davanti all’uomo in salopette, che continuava ad agitarsi concitato. Cody e Jay scesero dal veicolo con aria un po’ confusa, avvicinandoglisi timorosi.
- Siete voi due? – chiese loro l’uomo, un po’ rude, squadrandoli poco convinto dall’alto in basso. – Sembrate piuttosto gracilini. – commentò. Poi lasciò scorrere lo sguardo attentamente, prima su Jay e poi su Cody, e su di lui esitò parecchio. – Tu sei sicuro di essere maschio? – aggiunse, inarcando le sopracciglia.
- L’ultima volta che ho controllato lo ero ancora. – rispose cupamente Cody, con una smorfia infastidita, tra le risate divertite di Jay.
Il tipo scrollò le spalle, evidentemente insoddisfatto.
- Be’, tu sarai di sicuro frocio, ma quantomeno non pari del tutto inutile. – borbottò, riferendosi a Jay. – Io mi chiamo Thomas Felton. Sono il fratello minore del proprietario e mi occupo delle stalle. Seguitemi, vi porto in fattoria.
Stavano già cominciando a muoversi dietro al tipo, trascinandosi appresso i bagagli, quando videro un’altra figuretta concitata correre verso di loro. A prima vista, somigliava perfino all’uomo che li aveva accolti: abbronzantissimo, seminudo e biondo da far paura. Non come Jay, il cui biondo platinato faceva sì paura, ma per altri motivi. I capelli del ragazzo ondeggiavano nel vento ed erano dorati come il grano.
Così perfettamente americani da dare il voltastomaco.
- Li accompagno io! – disse il ragazzo, fermandosi ansante davanti a loro e poggiando le mani sulle ginocchia, piegandosi lievemente per riprendere fiato, sorridendo comunque come se fino a quel momento avesse solo passeggiato.
Il signor Felton lo guardò con severità.
- Dovresti essere con le vacche! – lo rimproverò aspramente, dandogli una manata sulla nuca.
Il ragazzo rise divertito, massaggiando il punto che aveva ricevuto lo schiaffo, senza però dare particolare segno di essersi fatto veramente male.
- Le ho già riportate in stalla! – si giustificò il ragazzo, continuando a ridere allegramente, - Posso pure accompagnarli io dallo zio.
L’uomo scrollò le spalle e, senza dire altro, li lasciò lì, avviandosi velocemente verso la fattoria – che, in lontananza, si scorgeva appena all’orizzonte.
Quando Cody si voltò a guardare il ragazzo, vide che Jay l’aveva adocchiato già da un po’, e lo scrutava curiosamente, come avesse dovuto studiarlo. Inarcò le sopracciglia e, abbandonando la propria enorme valigia lì dove stava, si avvicinò a loro.
- Io sono Sebastian! – proruppe il ragazzo in salopette, salutandoli entrambi con un sorriso ed un ampio gesto del braccio, - Ho quindici anni!
“Quindici anni”, pensò Cody, rabbrividendo vistosamente, “E fisicamente ne dimostra venti. Mentalmente, magari, anche dodici”. Ciononostante, non poteva fare a meno di sentirsi considerevolmente in difetto nei confronti di quel ragazzotto incredibilmente semplice ed anche così a proprio agio, sempre sorridente malgrado le corse e i rimproveri e disposto ad aiutarli senza pensieri dopo aver portato le vacche dalla stalla al pascolo e viceversa.
Lui, probabilmente, sarebbe morto di stanchezza al primo passo fuori dal letto.
- Seguitemi. Mio zio può essere piuttosto severo, quando vuole.
Il ragazzo si voltò e prese alla svelta il sentiero che già suo padre aveva percorso, senza voltarsi indietro neanche una volta.
Jay non aveva ancora detto una parola.
Non disse niente neanche allora. Si limitò a recuperare da terra il proprio striminzitissimo e sbrindellatissimo zaino ed inseguire alla svelta il ragazzino in allontanamento, mentre Cody rimaneva immobile a boccheggiare, a qualche passo dalla propria valigia.
- Ehi! – si forzò infine a dire il ragazzo, richiamandolo e gesticolando animatamente, - Jay! Aspetta!
Il biondo si fermò di scatto, voltandosi a guardarlo ed inarcando un sopracciglio inquisitore.
- Cosa? – chiese con disinteresse, cercando di non perdere di vista il Sebastian in allontanamento senza però privare dell’attenzione che necessitava il Cody in statuaria disapprovazione della sua condotta. – Che hai?
Cody abbracciò idealmente il mondo che lo circondava, con un gesto stanco ed esasperato.
- Potresti anche aiutarmi, no? – borbottò, indicando espressamente la valigia con un cenno del capo.
Jay sollevò anche l’altro sopracciglio, guardandolo adesso con palese incredulità.
- Scusa l’impertinenza, - inquisì, avvicinandosi comunque alla valigia e caricandosela in spalla senza una lamentela di più, - ma se sapevi che non saresti riuscito a portarla, perché l’hai riempita tanto?
Cody si strinse nelle spalle e guardò altrove, imbarazzato.
- Confidavo nella bontà del genere umano. – buttò lì, mentre Jay ridacchiava divertito. – Comunque sia… - borbottò, con una sorta di infastidita curiosità, cercando di mostrarsi disinteressato, - com’è che fissavi a quel modo quel tipo? Hai preso per femmina pure lui?
Jay scoppiò a ridere, fronteggiandolo con spavalda sicurezza.
- Non che la cosa sia importante. – rispose tranquillo. – Per te lo è?
Preso alla sprovvista, Cody si strinse nelle spalle.
- …non credo… - biascicò, - Aspetta, cosa? Che a te piaccia lui o che ti piaccia un maschio in generale?
Il biondo lo fissò malizioso, strizzando le palpebre fino a rendere gli occhi due minuscole striscioline azzurre.
- Entrambe le cose. – disse infine, prima di voltarsi ed avviarsi nella direzione verso la quale Sebastian era già sparito, senza neanche attendere una risposta.
Meglio così: perché Cody una risposta proprio non ce l’aveva. E, sinceramente, non sperava nemmeno di trovarla tanto presto.
*
Jack Felton fu duro e rude e totalmente disinteressato, esattamente come si erano aspettati entrambi. Non appena li vide apparire sulla soglia di casa, per prima cosa mandò Sebastian e dar da mangiare alle mucche quasi prendendolo a calci e strillandogli di “togliersi quel sorriso cretino dalla faccia, se non voleva farsi spaccare tutti i denti”, e per seconda cosa li fissò con estrema disapprovazione, le braccia serrate sul petto, rigide come quelle di un cadavere, e sul volto un cipiglio disgustato.
- Mai che fare un favore a qualcuno si riveli conveniente per chi il favore lo fa. – lo ascoltarono commentare, con tanto disprezzo da farli sentire perfino in colpa, - Sia ben chiaro che non accetterò nessun capriccio o niente del genere. – li redarguì seriamente, agitando un dito davanti alle loro facce basite, - Questa fattoria è enorme, ma guadagnare un sacco di soldi implica per forza dei sacrifici. I lavoratori, qui, sono pochi ma buoni. Spero lo siate anche voi.
Cody aveva deglutito, terrorizzato, mentre perfino Jay, dall’alto della sua spregiudicata spavalderia, sembrava vagamente inquietato da quelle che erano, a tutti gli effetti, minacce pure piuttosto consistenti.
- Sono già le sette e mezza di sera. – continuò il fattore, impietoso, - Ciò significa che siete in ritardo per la cena ed in perfetto orario per andare a letto. Sebastian vi mostrerà la vostra stanza.
Sebastian era tornato dalla stanza, trotterellando allegro, proprio in quel momento, come se l’avesse effettivamente sentito, e li aveva scortati celermente fuori dalla casa, lungo un vialetto sterrato ed infine ad una specie di enorme capannone diroccato dall’aria drammaticamente fatiscente.
- Le nostre stanze sono qui…? – aveva esalato terrorizzato Cody, mentre Jay si guardava curiosamente intorno, sistemandosi meglio i bagagli sulle spalle.
- Qui ci sono gli alloggi della manodopera. – aveva risposto tranquillo il ragazzo, aprendo senza alcuna difficoltà l’enorme portone in legno massiccio che chiudeva l’edificio, - Sono già tutti occupati, ma sotto il tetto c’è un solaio vuoto. L’abbiamo organizzato per farci stare voi due.
Non ci volle molto per scoprire che ciò che Sebastian intendeva per “organizzato” era ciò che un qualsiasi altro essere umano pensante avrebbe inteso come “arrangiato in fretta e furia e senza neanche particolare sentimento”: il solaio era un ambiente rettangolare di media grandezza, che soffriva però delle privazioni spaziali imposte da un tetto spiovente che lo rendeva sempre più ristretto e meno vivibile man mano che ci si avvicinava all’unica finestra – che in realtà era un’apertura circolare nel legno che mostrava ancora segni di avere avuto, un tempo, del vetro a chiuderla. Vuoto in maniera quasi desolante, era “arredato” solo da un paio di sottilissimi materassini sdruciti, privi di lenzuola, e da una lurida catasta di qualcosa che sembrava proprio paglia, ammonticchiata in un angolo talmente in fondo alla stanza che sembrava perfino irraggiungibile.
- Be’, buonanotte! – augurò giovialmente Sebastian, prima di sparire, chiudendosi la porta alle spalle.
- …Dio. – borbottò Cody, guardandosi intorno con aria sconsolata, - Passerò la notte a contare le pulci!
- Attività noiosa e poco utile. – fece notare JayJay con una smorfia, appendendo una mano al passacintura dei jeans.
- Tanto sicuramente non riuscirò a dormire! – si giustificò lui, indicando lo stanzone con un vago gesto di entrambe le braccia, - Dio, che schifo! Non ci sono nemmeno lenzuola!
- Su, su… - sorrise conciliante Jay, lasciandosi ricadere con un tonfo sul proprio materassino e producendosi subito dopo in un vagito di dolore che stava a significare il materasso non fosse abbastanza gonfio da sostenere neanche il suo pur non eccessivo peso, - In fondo, è estate pure qua. – annuì, come a darsi ragione da solo, - Non sentiremo freddo.
Dopodiché, si sfilò la giacca di pelle, rimanendo con indosso solo quell’improponibile maglia a rete che considerava un indumento.
Rimise su la giacca neanche un minuto dopo.
- Oppure sì. – biascicò sconsolato, stringendosi nelle spalle e frizionandosi le braccia, cercando di riscaldarsi, - Dannazione, perché fa tanto freddo anche se siamo in agosto?!
Cody sospirò profondamente, sedendosi cauto sul proprio materasso ed allungandosi ad arpionare la valigia, per poi trascinarla fino a sé.
- Siamo piuttosto a nord e in aperta campagna… - illustrò, - Ovviamente la temperatura è più bassa. E stanotte sarà anche peggio. Meno male che ho portato una coperta… - esalò sollevato, aprendo il valigione e prendendo a rovistare all’interno.
- …perché ti sei portato dietro una coperta? – chiese giustamente Jay, sporgendosi nella sua direzione con aria curiosa.
Cody si strinse nelle spalle.
- Non si può mai sapere. – concluse, spiegando un enorme plaid multicolore e rispedendo la valigia nell’angolo da cui proveniva con un calcio.
A quel punto, sfilò la giacca e la appallottolò con cura, sistemandola sul materasso a mo’ di cuscino, e solo allora si sistemò la coperta addosso, lanciando di tanto in tanto occhiate incuriosite a JayJay, che per propria parte sembrava intenzionato a fare tutto meno che abbassarsi a chiedergli di dividerla. D’altro canto, però, lo stava pure fissando come se nella sua persona si fosse trovata la risposta a tutte le domande dell’universo, perciò Cody poteva ragionevolmente supporre in realtà la voglia di chiedergli quel dannato favore fosse piuttosto forte, dentro di lui.
Sospirò ancora, sollevando un lembo della coperta con aria allusiva.
- Se avvicini il tuo materasso, possiamo usarla in due.
Jay s’illuminò tutto come un’allegra lampadina, e scattò in ginocchio, strisciando energico verso di lui prima di lasciarsi ricadere disteso sul materasso, rintanarsi a propria volta sotto il plaid e gettare lontano la propria giacca.
- …dovresti tenerla, per-
- Nah, non sarebbe comoda, come cuscino. È dura. – considerò il biondo, senza neanche lasciargli finire la frase, - E poi la tua è abbastanza grande e morbida per entrambi.
Cody gli lanciò un’occhiata incerta. Aveva detto che avrebbero potuto dividere la coperta, mica che da quel momento in poi avrebbero condiviso l’intera esistenza. JayJay, però, non sembrava il tipo da stare lì a sottilizzare su queste questioni, perciò il moro si rassegnò a sospirare per l’ennesima volta e poggiare il capo sul cuscino improvvisato, per provare a dormire.
- Non vorrei esserti sembrato cretino, poco fa. – precisò Jay, bene intenzionato a non lasciare che quella giornata orrenda finalmente si concludesse, - Non è che non ti ho chiesto di dormire insieme per timidezza. Non sono granché timido.
- L’avevo sospettato.
Jay ridacchiò, affondando il gomito spigoloso nel piumino ed abbandonando il capo sul palmo della mano, per guardarlo dall’alto. A disagio, Cody tirò su la coperta fino al collo, come a volercisi nascondere sotto.
- È che pensavo tu non fossi molto abituato a cose simili.
- Diavolo, no che non sono abituato a cose simili! – sbottò il ragazzo, aggrottando le sopracciglia, - Sono sperso da qualche parte in Nord-America, pelerò patate per tutto il prossimo mese rovinandomi per sempre le mani e sarò circondato solo da estranei fino a quando non potrò tornare a casa!
- Santo cielo, questa cosa delle patate da dove esce fuori?! – rise Jay, franando letteralmente al suo fianco, - Se ti turba così tanto, ti prometto che pelerò io la tua parte! Tanto, io ho ben poco da rovinare. – concluse, tirando fuori le braccia da sotto la coperta ed esponendo le mani alla luce della luna che filtrava attraverso i cocci di vetro ancora attaccati a ciò che restava della finestra.
Cody gli si avvicinò, scrutando silenziosamente la sagoma nettissima di quelle lunghe dita contro i pallidissimi raggi lunari.
- Guarda che le tue mani sono proprio belle. – commentò, - Hai delle belle dita. Affusolate ed aggraziate.
- Ed anche totalmente inutili! – aggiunse Jay, con l’ennesima risata, - Sono un disastro con qualsiasi strumento. Credo di essere stonato fin dentro al cervello! Ma comunque, - sbottò, fissandolo curioso, - non cambiare discorso. Non stavamo parlando delle mie mani. E quando ti ho chiesto se non fossi abituato a cose simili, non mi riferivo ai lavori di fatica!
- …ed a cosa?
Il sorriso di JayJay si fece più piccolo, ed anche vagamente più inquietante.
- Al dormire con qualcuno.
Cody distolse lo sguardo, mortalmente in imbarazzo. Cominciava a sospettare non dovesse esserci proprio modo di sottrarsi al fuoco incrociato delle sue domande.
- In… in che senso? – abbozzò, incapace di trovare sufficiente coraggio per fronteggiare i suoi occhi.
- Oh, in qualunque senso tu voglia. – spiegò Jay, scrollando lievemente le spalle, - Ce ne sono talmente tanti! – dopodichè ridacchiò, chinandosi più insistentemente verso di lui. – Però, se vuoi, sarò più esplicito: sei mai stato con qualcuno? Insieme, dico.
Se anche avesse ancora avuto dei dubbi, il modo sottile e insinuante in cui aveva calcato la voce su quella parola glieli avrebbe tolti tutti.
- No, credo… - borbottò quindi, giusto per rispondere qualcosa, - Almeno, non in senso stretto, ecco.
- Non esiste un senso stretto. – rise Jay, - Tutti i sensi sono stretti. Ed amplissimi. Per dire, io mi sono innamorato una volta sola, ma sono stato con un mucchio di persone. Ora, c’è chi mi direbbe “allora sei stato solo con chi hai amato” e chi, invece, mi direbbe “sei stato proprio con tutti quanti”. Io posso vederla come preferisco. E lo stesso vale per gli altri. – si sporse ancora un po’ verso di lui. Ormai erano talmente vicini che Cody poteva intuire la luce di quegli occhi assurdamente azzurri pure nel buio con il quale il loro cantuccio riparato dagli spifferi li proteggeva. – Tu come la vedi?
La vedo bellissima.
Dio, se la vedo bellissima.

- …no, credo di non essere stato mai con nessuno.
Jay rise ancora – il suono della sua risata era splendido. No, non c’era proprio neanche una possibilità che quel ragazzo potesse essere davvero stonato dentro – e gli si accucciò accanto, sistemando la coperta per entrambi.
- È un vero spreco. – commentò, - Dovresti decisamente trovarti una donna.
Cody inarcò le sopracciglia, cercando di riscuotersi dall’irreale torpore ammaliato in cui l’aveva gettato la vicinanza di Jay.
- Perché mi consigli una donna? – chiese, - Mi era sembrato di capire tu non facessi differenza fra i sessi.
- Non fare differenza, ora, andiamo. – borbottò lui in risposta, - È ovvio che delle differenze ci sono. Due uomini non sono geneticamente fatti per coesistere in una relazione romantica. – asserì, annuendo nuovamente in quel buffo modo che lo faceva sembrare in cerca d’approvazione continua prima di tutto da se stesso, - Due uomini possono pure scopare e trovarlo fantastico, ma l’amore…
Cody sbuffò. Stanco – e del tutto assurdamente offeso – si voltò su un fianco, dandogli la spalle.
- M’è venuto sonno. – si giustificò blandamente, - Buonanotte.
Jay si sollevò appena, scrutandolo curioso. Dio, si sentiva quegli occhi addosso, sulla schiena, oltre la felpa, fin sulla pelle. Era tremendo. Gli dava i brividi.
- Per quanto, se fossi tu… - sussurrò il biondo lentamente, chinandoglisi appena addosso, sfiorandogli un orecchio con le labbra. E poi si ritrasse, tornando a distendersi comodamente sul materassino. – Be’, buonanotte.
Dannazione.
Ed era andato lì per convincere suo padre di non essere gay, una volta per tutte!
Sarebbe stato dannatamente più difficile del previsto.
*
La prima settimana di lavoro passò sfiancante e noiosa come aveva previsto. Il tizio li mise davvero a pelare patate, altro che rispetto per le mani dei pianisti. JayJay fece il possibile per rendere il tutto meno pesante – nel senso che fisicamente dimezzò i suoi carichi di lavoro, prendendoli sulle proprie spalle – e la cosa lo fece sentire dannatamente in colpa, al punto che si sentì perfino in dovere di provare a riportare le cose alla normalità – una normalità in cui lui potesse lavorare esattamente quanto tutti gli altri esseri umani di sesso maschile e della sua età, senza per questo dover rantolare in un angolo come stesse per morire da un momento all’altro. Ogni volta che provava a riprendere parte di ciò che Jay gli aveva tolto di mano, però, si sentiva rispondere che “non era proprio il caso di fare complimenti”, e comunque lui era davvero abbastanza robusto e forte da lavorare per due. Il tutto, condito da un sorriso talmente splendente e sincero da mettere fuori uso perfino le più banali capacità di organizzazione mentale.
Inutile: quel ragazzo aveva su di lui effetti decisamente deleteri.
Molto più di quanto non fosse tollerabile, peraltro.
La riprova arrivò un pomeriggio a metà della seconda settimana. Avevano concluso il giro di mungitura delle vacche prima del previsto e si erano perciò buttati su una montagnola di pagliericcio abbandonata all’ingresso del fienile. Riparati dal sole all’ombra dell’enorme casolare, s’erano messi ad osservare il mondo circostante con aria annoiata, chiacchierando del più e del meno senza particolare interesse e cercando, in sostanza, di riprendere fiato dalle fatiche della giornata lavorativa.
Erano quasi le sette. Fra poco sarebbe toccato loro rimettersi in piedi e caracollare stancamente verso la casa padronale, per la distribuzione del rancio.
…il solo riuscire a pensare in quei termini metteva Cody in uno stato d’ansia difficilmente mitigabile: era sempre stato abituato a mangiare alle otto in punto, non ancora prima del tramonto. Ed in un salottino lindo ed ordinato, non alla mensa del padrone. Con una vera cena, non con una dannata minestra di rape.
Sospettava che, a quel punto, l’unico reale effetto di quella vacanza su di lui sarebbe stato un dimagrimento di proporzioni patologiche, in seguito al quale sua madre sarebbe probabilmente morta di crepacuore, visto che già di per sé lui non è che fosse granché robusto.
- La fattoria è molto tranquilla a quest’ora, vero? – disse JayJay, interrompendo il flusso del suoi pensieri e lanciando attorno a sé uno sguardo stranito, - È la prima volta che me ne rendo conto.
- Perché è la prima volta che riusciamo ad avere un momento di pausa. – commentò Cody, sospirando pesantemente, - Uuuh, guarda. – disse infine, ironico, - C’è la tua ragazza che viene da questa parte.
Jay inarcò le sopracciglia e poi gettò lo sguardo nella direzione che il cenno del capo di Cody gli indicava, ed i suoi occhi incontrarono Sebastian che, come al solito, trotterellava felice lungo il vialone.
- Che starà venendo a fare…?
La risposta arrivò da sola, pochi minuti dopo, quando il ragazzo si fermò a qualche metro da loro, su uno spiazzo di ciottoli rotondi e lucidi, e si chinò a cercare qualcosa fra i fili d’erba. Il qualcosa, venne poi scoperto, era un tubo. Uno di quelli che usavano per bagnare i germogli alla sera, prima di concludere la giornata lavorativa. Sebastian lo posò nuovamente per terra, in un punto in cui fosse visibile, poi si rimise dritto e sfibbiò i passanti della salopette, che ricadde a terra scivolando sul suo corpo nudo e bagnato di sudore.
Cody e Jay spalancarono gli occhi in un movimento simultaneo.
- Oddio… - bisbigliò il moro, portando una mano al viso, - Non dovremmo essere qui… - aggiunse, voltandosi a guardare timidamente il ragazzo che gli stava seduto accanto.
Lui si limitò a scrollare le spalle ed accomodarsi meglio sulla paglia, puntellandosi coi gomiti per evitare di scivolare verso le pendici della montagnola.
Frattanto, Sebastian aveva scalciato lontano la salopette e s’era nuovamente chinato a raccogliere il tubo, che poi aveva messo immediatamente in funzione e col quale aveva preso a lavarsi.
Dio santo…
Decisamente non avrebbero dovuto assistere a quella scena. Quel ragazzino aveva quindici anni! Quindici dannatissimi anni! Ed il movimento delle sue braccia mentre reggevano alto il tubo, la morbidezza dei suoi ricci che andavano stendendosi lungo il collo e le spalle sotto il peso dell’acqua, le gocce che scivolavano velocissime lungo le guance, il mento, il collo, giù verso i pettorali e gli addominali, che poi andavano a raccogliersi brevemente nel suo ombelico prima di diventare troppe per poter essere rette ancora, e che quindi scendevano verso punti che era più facile non guardare non nominare nemmeno pensare, che rimanevano imprigionate nella peluria biondissima del pube, che scivolavano lungo le anche ed i glutei, per poi scorrere ancora, divorando centimetri su centimetri di pelle delle cosce robuste e compatte, lungo i polpacci contratti e muscolosi, fino alle caviglie forti sporchissime di terra, per concludere la loro folle corsa sui piedi, enormi e sproporzionati rispetto alla sua altezza piuttosto modesta, che però denunciavano già la possibilità di farsi altissimo e fortissimo e grandissimo e bellissimo, Dio, Dio, Dio
Si obbligò prepotentemente a distogliere lo sguardo da quello spettacolo, piantandolo ansiosamente su JayJay, che per proprio conto invece sembrava del tutto intenzionato a goderselo fino alla fine. Non seppe nemmeno che fare, si limitò ad ansimare, sconvolto, quando vide il biondo leccarsi le labbra e morderle con forza, ed allora diventò quasi impossibile evitare di far scivolare lo sguardo più in basso, per assicurarsi che quella reazione nervosa non fosse dovuta proprio a quello, ed invece era esattamente a quello che si doveva, perché i jeans attillatissimi di Jay tiravano sull’inguine, e mostravano orgogliosamente qualcosa che Cody avrebbe preferito di sicuro non vedere.
- Jay… - annaspò, sconvolto, - È solo un ragazzino…!
Lui neanche lo guardò. Sollevò una mano e la poggiò neanche troppo gentilmente sulla sua faccia, in uno schiaffetto frontale che gli fece prudere fastidiosamente il naso e che poi si spostò lentissimo sulle sue labbra.
Il dorso della mano di Jay era morbido e lievemente umido di sudore.
Cody dovette perfino trattenere il respiro, per resistere alla tentazione di saggiarne il sapore.
La sua mano scese verso il mento e poi si lasciò ricadere sul petto, mentre Cody riprendeva a respirare e passava velocemente la lingua sulle labbra riarse dal caldo e dalla confusione e da Dio, tutto il resto.
La sua pelle era salata. Un po’ aspra. Il sapore di Jay era buonissimo.

- Cosa stai… - abbozzò, ma lui non lo degnò di nessuna risposta. L’unica cosa che fece fu scendere ancora, fino a sfiorarlo con la mano fra le gambe.
Malgrado i pantaloni dal tessuto pesante, Cody sentì quella pressione direttamente dov’era più pericolosa. Sulla propria eccitazione.
Non se n’era neanche accorto.
Scoppiò in un singhiozzo stupito ed impaurito quando Jay voltò la mano, toccandolo stavolta col palmo bene aperto, cominciando a muoversi lentamente verso l’alto e poi verso il basso.
Dio mio, cosa stiamo facendo?
Cosa mi sta facendo?
…cosa gli sto facendo?

Perché anche la sua mano s’era mossa. Indipendentemente dalla volontà che stava tentando senza successo di imporle.
Stai ferma. Torna a posto. Non farti coinvolgere.
Troppo tardi.

Quando Jay lasciò andare il primo di una lunga serie di sospiri soddisfatti, Cody chiuse gli occhi e si distese. La sensazione della mano di Jay fra le cosce era bellissima. Indescrivibile. Sporca e perversa e impossibile, e non avrebbe voluto lasciarla andare per nessuna ragione al mondo.
Sperò che Jay stesse provando le stesse cose. Sperò di essere abbastanza bravo, sperò di farlo godere nello stesso modo assurdo in cui stava godendo lui. Si rendeva anche conto di quanto assurda e pericolosa fosse la china che i suoi pensieri stavano discendendo, ma non riusciva veramente a dare importanza al dettaglio.
Le immagini di Sebastian continuavano a danzare perfino sotto le palpebre chiuse. Così come lo scrosciare dell’acqua ed i sospiri di JayJay che riempivano l’aria e si fondevano coi propri, in una melodia eccitante e perfetta. La migliore che avesse mai sentito.
*
Tutto ciò che aveva detto JayJay quando avevano finito, era stato “Sarà meglio saltare la cena in favore di una doccia”.
Cody aveva deglutito ed annuito confusamente, ancora tremante a causa dell’orgasmo. Non riusciva neanche a concepire come Jay fosse in grado di parlare, figurarsi ragionare, in un momento come quello. Si sentiva talmente scombussolato che aveva come l’impressione che, se avesse provato ad alzarsi e muovere qualche passo, sarebbe rovinato a terra dopo neanche due secondi.
Jay, invece, s’era alzato in piedi con un saltello soddisfatto ed aveva preso a camminare speditamente verso il casolare degli alloggi dei dipendenti. La doccia di quell’edificio doveva essere vuota, a quell’ora.
Cody aveva aspettato, disteso sulla montagnola di paglia, per una quantità di tempo imprecisata. Quando il sole era quasi scomparso all’orizzonte, finalmente, s’era sentito in grado di provare a rialzarsi e camminare. Aveva raggiunto il casolare – fortunatamente privo di JayJay – aveva fatto una doccia sbrigativa – inorridendo, ed anche giustificatamente, per lo stato dei pantaloni che avrebbe dovuto buttare, perché col cavolo che si sarebbe messo a lavarli – e poi s’era rintanato direttamente in solaio, arrotolandosi sotto la coperta e nascondendo il viso nel piumino, sperando di addormentarsi prima che JayJay tornasse.
L’unica cosa che voleva era evitare il dialogo con lui.
Con lui, come con tutto il resto del mondo.
Dio, partire era stato l’errore più grande che potesse fare. In assoluto.
Ovviamente, i suoi desideri non trovarono risposta alcuna, ed anzi, il destino si divertì a prenderlo in giro facendo entrare in solaio Jay proprio nel momento in cui lui si rivoltava sul materassino, in cerca di una posizione più comoda, rivelando così di essere perfettamente sveglio, ed anzi, ben lontano dall’addormentarsi. Ormai, il sonno sembrava solo una crudele utopia.
- Oh! – lo salutò il biondo, agitando un sandwich, - Me l’ha dato la signora Felton per te. Ha paura che tu stia male, visto che non ti sei fatto vedere per la cena.
Cody scosse il capo ed abbassò lo sguardo, imbarazzato.
- Non lo vuoi? – s’informò Jay, stupito, e lui rispose negando più decisamente e stringendo il piumino fra le mani. – Ok… - biascicò il biondo, - Lo mangio io, allora. Sono arrivato tardi ed il signor Felton mi ha mandato a letto senza cena.
Cody scrollò le spalle, socchiudendo gli occhi e rinunciando alla vana speranza di evitare il dialogo.
- Come mai sei arrivato tardi…? – chiese esitante, - Avevi abbastanza tempo…
- Sì, ma dopo la doccia sono andato a cercare Sebastian…
Cody si morse le labbra ed affondò le unghie con forza nel piumino, fino a sentir dolere le giunture delle dita.
Dio. Quella che gli pungeva fastidiosamente gli occhi in quel momento era gelosia. Inequivocabilmente.
…si conoscevano da una settimana! E per quanto avessero già fatto la maggior parte delle cose che in genere possono giustificare la gelosia nelle coppie – avevano dormito insieme, avevano condiviso i pasti, s’erano masturbati a vicenda, oddio! – loro non erano una coppia, perciò quell’insostenibile irritazione era del tutto ingiustificata.
Eppure c’era. E non poteva neanche ignorarla.
- Per fare che? – chiese, in uno slancio masochistico, cercando di fissare con interesse le crepe nelle assi del legno del pavimento.
Jay si lasciò ricadere sul materasso, fissandolo a lungo con aria curiosa. Le sopracciglia aggrottate e il piccolo broncio che gli increspava le labbra gli davano un’aria infantile e molto tenera. Dovette obbligarsi a non sorridere.
- Parlare. – disse infine il biondo, scrutandolo con attenzione, - Solo parlare. – precisò, - Gli ho chiesto di non rifarsi più la doccia all’aperto.
- Mh. – sbuffò, con un ghigno a metà fra l’ironico e l’irritato, - Non mi era parso che ti avesse dato tanto fastidio. – lo prese in giro.
Jay aggrottò ancora di più le sopracciglia, deluso.
- L’ho fatto per te. – gli rinfacciò, - Perché a te, invece, ha dato palesemente fastidio.
Cody sospirò, rilassando le spalle.
Quel ragazzo era veramente un caotico marasma di ovvietà. Sul serio, sembrava uscito fuori da un telefilm per adolescenti infoiate. Sensuale e sensibile e premuroso e intelligente e tutto il resto.
Sarebbe stato perfino disgustoso, se non fosse stato anche così… dannatamente…
- Quindi la prossima mossa che devo aspettarmi è che tu arrivi su un cavallo bianco a salvarmi da qualsiasi cosa mi metta a disagio? – soggiunse critico, fissandolo con scetticismo, - No, perché in quel caso faresti meglio ad assicurarti che il cavallo abbia le ali. Altrimenti come fai a riportarmi in Inghilterra?
JayJay si ritrasse neanche l’avesse punto con uno spillo.
- …perché cavolo ti stai comportando così?! – sbottò confuso, - Cos’è, ti fingi dolce e gentile fino a quando le persone non si fidano di te e poi le ripaghi prendendole a calci nelle palle?!
Sospirò, rilasciando lievemente la presa sul piumino e sistemandosi meglio sotto la coperta.
- Non è questo… - mormorò incerto, - È che… - deglutì, - quello che è successo oggi mi ha… un po’ confuso. – ammise, - Insomma, Sebastian ha quindici anni, e noi-
- Be’, io ne ho sedici. – commentò Jay, scrollando le spalle, - Non vedo cosa ci sia di male, siamo coetanei.
Cody aprì la bocca, la richiuse, cercò di respirare e non ci riuscì.
- …quanti anni hai? – boccheggiò, sporgendosi verso di lui con terrore.
- Sedici… - ripeté Jay, indietreggiando, vagamente spaventato dal suo sguardo invasato.
- …cazzo! – sbottò a quel punto Cody, saltando in piedi ed allontanandosi fino a che il soffitto glielo permise, - Cazzo!
- Ma che diavolo hai?! – strillò Jay, visibilmente infastidito, seguendolo nel movimento e rimanendo dritto sul materasso.
- Che diavolo ho?! Dio! – annaspò lui, prendendo a girare in tondo e ficcandosi nervosamente le mani fra i capelli, - Hai la minima idea di quanti anni abbia io?!
Jay scrollò le spalle, tirando a indovinare.
- Non saprei… quattordici? È per questo che sei sconvolto?
- …quattordici!!! – gridò lui a propria volta, sempre più stridulo, - Magari! Ne ho diciotto, cazzo, diciotto!
Il biondo spalancò gli occhi, fissandolo incredulo.
- Dici davvero? – chiese, a metà fra lo stupore e lo scetticismo.
- No, figurati! – ritorse lui, ormai ad un passo dall’isteria, - È solo che trovo molto divertente l’idea di poter essere accusato di pedofilia dalla maggior parte delle magistrature mondiali!
Jay inarcò le sopracciglia, tornando a sedersi in uno sbuffo di polvere.
- Adesso calmati. – consigliò pianamente, - Forza, torna qui. Nessuno ti accuserà di pedofilia.
- Oh, certo. – borbottò lui, tornando comunque a sedersi al suo fianco, - Questo migliora molto le cose. – piegò le gambe, poggiando i gomiti sulle ginocchia e stringendosi con disperazione la testa fra le mani, - Diosanto, non posso crederci…
- Avanti! – lo incoraggiò Jay con una breve pacca sulla spalla, - Abbiamo solo passato il pomeriggio in maniera piacevole…
- Questo è un modo di metterla. – mugugnò Cody, tornando a guardarlo, - Un altro modo, invece, è che abbiamo passato il pomeriggio spiando un minorenne nudo. Ed io, in particolare, poi mi sono pure fatto masturbare da un altro minorenne!
- Vestito.
- …questo sicuramente convincerà qualsiasi giuria della mia innocenza!
- Ma piantala! – rise Jay, dandogli uno spintone, - Anche io mi sono fatto masturbare da un maggiorenne!
- Sì, ma questo non è un reato! No, aspetta. Io sono il maggiorenne che ti ha masturbato, quindi per me è comunque un reato!
- Ma uffa! – sbottò lui, roteando gli occhi, - Come sei pignolo! Guarda che non è dispiaciuto a nessuno. Io, almeno, di sicuro non ho alcuna intenzione di denunciarti. E per quanto riguarda Sebastian, credo che lui non se ne sia nemmeno accorto…
- Il che vuol dire semplicemente che dovrò convivere per sempre con il fantasma della mia silenziosa colpa. – biascicò ancora lui, tornando a nascondere il viso fra le braccia.
Al suo fianco, Jay ridacchiò ancora e gli si arrotolò addosso, cercando di consolarlo con qualche sbrigativa carezza sulle spalle.
- Avrei dovuto capirlo prima che avevi diciott’anni. – sussurrò, direttamente al suo orecchio, - In effetti parli proprio da diciottenne.
- Non mi è utile che continui a rinfacciarmelo… - si lamentò lui, con un mugolio di puro dolore. Jay rise ancora, stringendolo più teneramente.
…avrebbe dovuto provare a trovare un altro modo, per consolarlo! Perché quello decisamente non serviva!
- Dai, dai. – sussurrò il biondo, oscillando avanti e indietro come volesse cullarlo, - Se le cose si mettono male, scappiamo in North Dakota e ci mettiamo a coltivare cereali. Tutti coltivano cereali in North Dakota!
Cody non poté fare a meno di lasciarsi andare ad una risatina nervosa e contratta, per quanto intimamente divertita, poggiando il capo nell’incavo della spalla di JayJay. Era così forte e muscolosa che non sembrava davvero potesse essere più piccolo di lui. Per certi versi lo inquietava, e per altri lo faceva sentire così al sicuro e tranquillo che quasi non gl’interessavano più, quei due anni di differenza.
- Una fattoria non voglio più vederla neanche da lontano… - mugugnò cupamente, lasciandosi cullare dal morbido dondolio del suo abbraccio, - In questo momento, voglio solo tornare il prima possibile alla civiltà.
- Mancano solo altre tre settimane… - lo redarguì il biondo, - Possiamo sopravvivere!
- Se saranno come quella che è appena finita, ho i miei dubbi! – sbuffò lui.
Ma stava respirando di nuovo. Si sentiva meglio.
Cercò di muoversi delicatamente all’interno della stretta di JayJay, per trovare una posizione più comoda senza dargli l’idea che volesse separarsi da lui – perché proprio non voleva.
Lui capì l’antifona, e lo lasciò andare quel tanto che bastava perché riuscisse a distendersi. Dopodichè, torno a chiudersi attorno a lui, stendendosi al suo fianco e respirando lentamente fra i suoi capelli.
E quello era decisamente il momento migliore di tutto il viaggio, fino ad allora.
- Seriamente. – continuò a parlare Jay, lentamente, a bassa voce, come se gli stesse cantando una ninna nanna, - Pensa a come sarebbe bello. Addormentarsi ogni sera così, col canto dei grilli ed il fruscio delle canne nelle orecchie. – lo strinse ancora un po’. Cody sollevò le braccia e lo strinse a propria volta, nascondendo il viso sul suo petto. – Te la compro davvero, una fattoria. Tu ci vieni a gestirla con me?
Chiuse gli occhi ed annuì impercettibilmente. Jay rise piano e gli sfiorò la fronte con le labbra.
- Alla faccia dell’incongruenza genetica di due maschi in una relazione romantica! – aggiunse il biondo con un’altra risata divertita, stringendolo ancora un po’ a sé.
Cody catturò il trillo bassissimo della sua voce ed il tocco delicato della sua pelle e li trattenne fra i pensieri come tesori preziosi. Fino a quando non si addormentò.
*
Una settimana dopo, qualsiasi metodo miracoloso avesse usato JayJay per consolarlo sembrava lontano anni. E tutti gli effetti di quegli abbracci erano svaniti, disgregandosi come mattoni d’argilla, martellata dopo martellata, fino a lasciare solo il vuoto e un senso di smarrimento impossibile da spiegare come da cacciare via.
Era stanco. Disgustato.
Decisamente la vita di campagna non faceva per lui.
Jay aveva smesso di guardare Sebastian come fosse l’ottava meraviglia del mondo, ma ciò non aveva impedito a lui di continuare ad esserne irrazionalmente geloso, cosa che lo turbava molto più del necessario e molto più del sopportabile.
Comunque sia, le loro fatiche avevano dato i loro frutti: quella mattina, Jack Felton li aveva convocati nel suo “ufficio” – uno studiolo dall’aria decisamente agreste, spoglio e puzzolente d’aia – per informarli che s’erano comportati bene durante il periodo di prova, ed erano riusciti a guadagnarsi la sua fiducia.
Il premio? Occuparsi del porcile. Dopo aver portato a termine tutti gli altri compiti della giornata, ovviamente.
- …è un disastro.
Cody si guardò intorno con aria smarrita. I maiali, nelle loro cuccette, grufolavano felici, zampettando oziosamente dalla parete alla mangiatoia e viceversa. Sotto di loro, attraverso le griglie che li separavano dagli scarichi, gli avanzi del cibo si mescolavano agli escrementi e scolavano sul metallo, raccogliendosi in piccole pozze sul pavimento.
La puzza era insostenibile.
Jay scrollò le spalle.
- È un porcile. – disse, come se questo potesse servire a giustificare il tutto. Ed era in effetti così, ma…
- Quel tizio non può davvero obbligarci a pulire tutto questo! Che razza di gratifica sarebbe?!
Il biondo fece una smorfia e gettò uno sguardo al panorama, ridacchiando brevemente di fronte a due maiali che caracollavano fino ad un angolo per abbandonarsi lì e dormire.
- Mi sembra di aver visto un tubo, giusto qua fuori. – considerò, - Probabilmente Felton lo usa per pulire tutto più in fretta. Lo prendo e vedo se è così.
Cody annuì senza pensarci. Non stava veramente seguendo il discorso. Si chinò platealmente, cercando un centimetro pulito sulla ringhiera al quale appoggiarsi per non scivolare troppo verso il basso, e cercò di capire in che condizioni versassero quelle specie di depositi di letame che stazionavano sotto ogni maiale.
…be’, “pessime” poteva riassumere bene il concetto.
- Nel frattempo… - riprese Jay, - Tu prendi ‘sta pala e comincia a raccoglierne più che puoi in un punto solo. Sarà più facile. – e così dicendo si allungò su di lui, si appoggiò tranquillamente alla base della sua schiena e si sporse verso dei ganci appesi in alto sulla parete, dai quali tirò giù due vanghe, una delle quali finì fra le braccia di Cody senza che lui nemmeno potesse effettivamente accorgersene.
- Mi… mi hai… - boccheggiò, sfiorandosi la schiena – il sedere, sarebbe stato più corretto dire – nello stesso punto in cui l’aveva toccato Jay.
- Non ricominciare con le paranoie, avanti, ormai abbiamo pure dormito insieme! Datti una mossa! – rispose il biondo senza ascoltarlo, dirigendosi celermente verso l’esterno del porcile, - Non possiamo mica restare qui tutta la notte! Io sono già esausto!
Quando lo vide uscire, stringendo la propria vanga fra le mani, Cody pensò che i vertici dell’economia mondiale avrebbero dovuto riunirsi e cominciare a pensare di utilizzare l’imbarazzo come fonte energetica: per conto proprio, si sentiva talmente agitato che se avesse avuto anche tre porcili da pulire, ciascuno contenente una o due tonnellate di letame in più di quello, non avrebbe avuto alcun problema a farlo.
Nel momento in cui Jay rientrò, tutta la sporcizia della stanza era stata accumulata in una montagnola di sterco proprio vicino alla porta sul retro. Cody la indicava con un ditino tremolante, ancora completamente rosso in viso.
- Ho finito! – disse, con fin troppa ansia, distogliendo lo sguardo.
Jay si avvicinò, guardando il tutto con aria soddisfatta.
- Bel lavoro! – si complimentò infine. E stavolta non si appoggiò. Il suo non fu un gesto accidentale, né una manovra obbligata. Gli schioccò una pacca sul sedere talmente forte e talmente convinta che il suono rimbombò echeggiando per tutto l’ambiente circostante.
- Ehi! – provò a protestare il ragazzo. Ma già Jay non lo ascoltava più: aveva azionato la pompa. E della montagnola, in pochi minuti, non rimase più niente. – Jay! – lo richiamò, ormai rosso fino alla punta delle orecchie, - Senti, dobbiamo parlare!
Lui fermò il getto d’acqua e si asciugò il sudore dalla fronte con un rapido gesto del braccio, sospirando stancamente.
- Di cosa, scusa? – chiese innocentemente, voltandosi a guardarlo.
Niente da fare. Restava comunque un ragazzino.
- Non lo so, dimmi tu! – borbottò inviperito, - Mi pare evidente che fra noi… - s’interruppe, cercando le parole. Ma che parole avrebbe dovuto usare?! Cosa poteva trovare, di adatto alla situazione che stavano vivendo? Siamo innamorati? Siamo attratti? Siamo due pazzi? - …c’è qualcosa! – concluse infine.
Ecco. Qualcosa si adattava bene.
Qualcosa non voleva dire niente.
A giudicare dal sorrisetto malizioso sulle labbra di Jay, però, qualcosa poteva anche dire tutto.
- …la tua espressione mi fa paura! – biascicò confusamente, indietreggiando di qualche passo.
Jay scoppiò a ridere.
- Certo che tu dai importanza a certe sciocchezze veramente assurde! – lo prese in giro, poggiandosi ad una ringhiera, mentre un maiale fraintendeva il suo gesto e si sporgeva verso di lui con un grufolo incuriosito.
- …che intendi? – borbottò lui, stringendosi nelle spalle come sulla difensiva.
- Le parole. L’età. Il sesso. – rispose Jay, fissandolo seriamente, - Le intenzioni. Le motivazioni. Le giustificazioni.
Pietrificato, Cody rimase immobile, mentre Jay si allontanava dalla ringhiera – con grande disappunto da parte del maiale deluso – e gli si avvicinava. Lento, ipnotico come una pantera.
Ricordava di aver visto quelle movenze sinuose e sensuali altrove.
Le ricordava benissimo.
Erano le stesse di suo padre durante i concerti. Le stesse che costringevano masse di migliaia di persone a seguire il suo movimento come stregate, senza riuscire a distogliere lo sguardo neanche per sbaglio. Gli stessi movimenti che costringevano tutti a cercarlo freneticamente oltre la folla, quando per caso accadeva che lo si perdesse di vista.
La stessa inconcepibile carica erotica. La stessa ineluttabile attrazione.
Si sollevava dalla pelle di Jay e si attaccava alla sua. Rendeva l’aria umida e irrespirabile, rendeva il pavimento molle ed instabile, rendeva il mondo confuso e sbiadito.
La realtà non è niente.
Non è vera la metà dei tuoi occhi.

- I fatti contano molto di più. – sussurrò Jay a voce bassissima, ormai giunto a pochi centimetri da lui. Il suo respiro gli s’infrangeva caldissimo contro le labbra, stordendolo. Non avrebbe potuto muovere un muscolo neanche volendo. E non era tanto sicuro di volerlo, dopotutto. – Se ti tocco, se ti accarezzo… - aggiunse, sollevando una mano a modellare il contorno del suo zigomo, scendendo poi lungo il collo ed appendendosi alla nuca, - …vale molto di più. – concluse, chinandosi a baciarlo.
Cody chiuse gli occhi e lo lasciò fare. Cercò di convincersi di avergli dato un permesso, da qualche parte fra il momento in cui s’era presentato e quello in cui avevano capito che avrebbero passato insieme tutto il mese successivo.
Un permesso non c’era stato affatto. Jay s’era infilato nella sua vita con una disinvoltura perfino irritante, e senza chiedere il permesso a nessuno.
…ma non c’era davvero nulla di irritante. Non nelle sue labbra morbidissime contro le proprie. Non nella sua lingua calda e bagnata e lenta, che accarezzava sensuale la propria con impudenza, affondando fino a spaventarlo e poi ritraendosi per lasciarsi rincorrere. Non nelle sue mani, pesanti e bollenti eppure così lievi contro la pelle, quasi impalpabili, al punto che sentiva perfino il bisogno di coprirle con le proprie per assicurarsi che fossero proprio lì dove le sentiva, e che non si allontanassero troppo presto.
Anche se sospettava che non sarebbe stato mai abbastanza.
Quando Jay si separò da lui, infatti, Cody accompagnò l’indesiderata assenza di contatto con un mugolio insoddisfatto, al quale Jay rispose con una risatina intenerita, appoggiandosi a lui fronte contro fronte, senza allontanare le mani dal suo corpo.
- …Dio. – borbottò alla fine Cody, quando riuscì a sentirsi abbastanza sicuro di sé da poter sollevare gli occhi nei suoi, - Un porcile! Ti rendi conto?! Il mio primo bacio, in un porcile!
I maiali, come si sentissero chiamati in causa, grugnirono tutti insieme il loro democratico sdegno, e poi trovarono di meglio da fare.
Jay rise e lo allacciò al collo con un braccio, trascinandolo fuori da lì. Non chiese il permesso neanche allora.
Sarebbe proprio stato il caso di abituarsi.
*
- Sei sicuro che non vuoi che chiami mio padre? – chiese Cody con un mezzo singhiozzo, intrecciando le dita con le sue e cercando già confusamente il cellulare all’interno della tasca dei jeans.
- Nooo, dai! – rise JayJay, fermando la sua mano con la propria e lasciandogli un bacetto sulla fronte, - È giusto che torni a casa. Sei stanco, ed odi questo posto.
- Sì, ma non sono del tutto sicuro di potermi fidare. – borbottò lui, mettendo su un broncio irrimediabilmente tenero e scivolando con la fronte sul suo collo, fino alla spalla, - E se poi ricomincia a piacerti Sebastian?
- …non potrei mai separarlo dai suoi veri grandi amori.
- …sarebbero?
- Le mucche!
- …che schifo, Jay! – inorridì, dandogli un pizzicotto sul fianco, - È solo un ragazzino, evita di dire cose tanto disgustose!
Per tutta risposta, il biondo si limitò a ghignare divertito, massaggiandosi il fianco dolorante.
- E va bene. – sospirò alla fine Cody, - Vuol dire che cercherò di fidarmi di te. Tanto, comunque, la base per un buon rapporto è questa, no? La fiducia.
- Ecco. – annuì decisamente Jay, - Bravissimo. Rimani così per sempre, ti prego. – implorò, chinandosi a baciarlo.
- Sì, certo, ti piacerebbe! – rise lui, evitando le sue labbra, - Appena torni a Londra mi appiccico a te come una patella sullo scoglio, altrochè!
- Mmmh. – mugolò lui, cercando e trovando finalmente la sua bocca, - Quando comincerai a sentirmi lamentare della possibilità, potremo riparlarne.
- Sei un irrimediabile cretino. – rispose lui, mordendogli il labbro inferiore, - Ti ho già dato il mio numero di cellulare, comunque dammi anche la tua mail, okay? Così appena arrivo a casa comincio ad intasarti la posta di roba assolutamente inutile sulla quale pretenderò il suo illuminato parere.
Jay rise ancora, abbandonandosi contro di lui. Il piercing al naso gli solleticava la pelle del collo. Cody sorrise. Era una sensazione piacevolissima.
- D’accordo. – concesse il biondo, - Imparala a memoria, tanto è facile. Emme punto Bellamy… ed ora che hai?
La definizione medica sarebbe stata “crisi respiratoria”. In realtà, stava semplicemente ridendo al punto che non riusciva nemmeno ad immagazzinare l’aria sufficiente per mantenersi in vita.
- Oh, Cody? Mi devi morire qui? Non è il caso. – borbottò Jay, afferrandolo per le spalle, lievemente preoccupato.
- No… - ansimò lui, reggendoglisi addosso, aggrappandosi con forza al tessuto già rovinato della sua canottiera strappata ad arte, - È solo che è molto divertente, pensavo che a mio padre prenderà un infarto quando vi presenterò… per svariati motivi, primo fra tutti che spera ancora io sia eterosessuale… – spiegò, trattenendo a stento le risate, - ma anche perché vedi, lui conosceva un tipo con lo stesso cognome, e lo odiava furiosamente! Penso che morirà nel sapere che il suo unico pargolo sarà associato ad un Bellamy per un lungo periodo di tempo a venire!
- …oh. – prese nota Jay, inarcando incuriosito le sopracciglia, - Che strano, pensavo che il mio cognome non fosse poi tanto diffuso, in Inghilterra. Non è che poi – ridacchiò, - scopriamo che era proprio mio padre quello che tuo padre odiava?
- Be’, non lo so! – rise a propria volta Cody, stando allo scherzo, - Quello di cui parlo io era Matthew Bellamy, il cantante dei Muse… e adesso sei tu quello che ha qualcosa che non va. – concluse, fissando perplesso il volto di Jay diventare pallidissimo.
- …Matthew Bellamy… - annaspò lui, spalancando gli occhi, - il cantante dei Muse… è mio padre…
Anche Cody spalancò gli occhi, boccheggiando per qualche secondo ed annegando nella propria confusione mentale per un’enorme quantità di tempo, prima di decidersi a parlare.
- Io mi chiamo Cody Molko. – rivelò infine, incredulo al punto che non avrebbe saputo se mettersi a ridere o a piangere, - Sono il figlio di Brian Molko.
I due rimasero immobili a fronteggiarsi per un po’, incerti sul da farsi.
Poi, Jay scrollò le spalle e si lasciò andare ad un piccolo sorriso divertito.
- Sarà eccitante. – asserì infine, strizzando malizioso gli occhi, - Come Romeo e Giulietta.
Cody scoppiò a ridere, gettandogli le braccia al collo.
- Speriamo almeno in un altro tipo di finale!
Genere: Comico.
Pairing: MattxBrian
Rating: NC-17.
AVVISI: Language, Slash.
- Matthew Bellamy e Brian Molko si risvegliano d'improvviso nel letto di Brian e cercano di fare luce sulla loro strana situazione.
Commento dell'autrice: *sghignazza* Ah! XD Lol. Ho cominciato a scrivere questa storia verso le sei, dopo un pomeriggio passato in ufficio da mia madre a cercare di rimettermi in pari con le faccende internettiane dalle quali sono forzosamente tenuta lontana causa Telecom lassista. L’ho finita… mah. Venti minuti dopo? XD Copincollandola furiosamente alla Nai e continuando a sbraitare “MWHA! Non li trovi anche tu amabili? *_* Non so chi amare di più!!!”.
In effetti, e mi pare di averlo già detto in passato, io soffro di una strana sindrome che mi obbliga fisiologicamente a scrivere roba Mollamy quando mi svago da troppo tempo con altro. Nello specifico, e suppongo l’avrete notato, ci sono andata giù pesante con roba varia ed eventuale sui Tokio Hotel, nonché qualche originale, ultimamente, perciò Brian e Matthew sono finiti un po’ indietro – complice la Nai che svarionava su altre cose ancora perdendo passione! Ah, cattiva!
Comunque sia, mentre ero in chat appunto con Nai ho cominciato a sbottare che m’era venuta in mente un’immagine definitivamente Mollamy ed era un problema, perché adesso volevo scriverla. Lei ha risposto che non era necessariamente un problema. Perciò l’ho scritta XD
Comunque: è breve, lol, del tutto spensierata e senza senso. Il che motiva il titolo ma non giustifica il fatto io abbia sentito tanto il bisogno di metterla su carta, ecco XD Beccatevela e compiacetevi, che io torno dai miei criceti pervertiti *-*!
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POINTLESS BABBLING

- Tutto questo ha un senso?
Matthew girò lo sguardo sulle pareti della camera sconosciuta al centro della quale giaceva, inerme e stanchissimo, su lenzuola spiegazzate e tiepide che erano pure molto meno morbide di quanto non avesse immaginato.
- Ha un senso che a chiedermelo sia proprio tu? – chiese, evitando la vista dell’uomo sdraiato al proprio fianco, - Ti ricordo che siamo a casa tua.
- Se è per questo, Bellamy, abbiamo anche appena finito di scopare. Ora, vogliamo continuare l’elenco dei particolari ovvi ancora a lungo?
Si morse un labbro, incerto.
- Brian-
- No. Niente Brian. – disse lui, perentorio, - Non devi per forza chiamarmi per nome. È strano.
Forzando i muscoli del collo, riuscì a voltarsi abbastanza per scorgere il suo profilo.
- Strano? – chiese, con aria confusa, - Strano?!
Brian sospirò, socchiudendo gli occhi.
- Non pretendo che tu capisca. – sbottò laconico, - Ubbidisci e basta.
- …guarda: non mi interessa neanche sapere cosa tu ti sia messo in testa. Però vorrei capire cosa diavolo c’era nella mia quando ho accettato di sottopormi a questo disastro! – si lamentò, pur senza riuscire a muoversi di un centimetro. Quelle dannate lenzuola sembravano intrappolarlo al materasso.
Brian inarcò le sopracciglia con aria inquisitoria.
- Ti pare di aver accettato qualcosa? – chiese a bassa voce, quasi assente, - Io non ricordo di avere accettato nulla…
Sembrava così assorto… perfino sincero, in tutto il proprio smarrimento.
Matthew digrignò i denti.
- Sapevo che prima o poi sarei finito con uno psicopatico. – borbottò fra sé, - Dom me l’aveva detto. Così si finisce a scopare in giro! Che poi un maniaco ti rapisce, ti stordisce di vaccate, poi ti sevizia e ti fa fuori!
Brian si lasciò andare ad un mugolio infastidito, sollevando un braccio con uno sforzo che parve titanico e massaggiandosi lentamente la testa.
- Ho bevuto troppo, Bellamy. – lo rimproverò, - Abbi un po’ di rispetto.
- Rispetto! – sillabò Matthew, indignato, - Devo ricordarti che da quando abbiamo riaperto gli occhi mi stai trattando come una qualsiasi scopata del venerdì notte?
Brian si voltò finalmente a guardarlo. L’espressione del suo viso era spaventosa.
- …ok. Tecnicamente lo sono. – ammise Matthew, annuendo compito, - Ma sono anche Matthew Bellamy, perdio! Sarò pure una scopata del venerdì, ma decisamente non una qualunque!
- …e dai a me dello psicopatico. – commentò Brian, - Ti ascolti quando parli?
- Quasi mai. – rispose immediatamente lui, - Sono convinto sia dannoso per l’autostima. Si finisce sempre per dire un mucchio di cazzate che poi irrimediabilmente-
- Appunto. – lo interruppe, già esasperato, - Ma sei sempre così logorroico?
- Mia nonna mi diceva sempre che-
- No, non voglio veramente sapere cosa ti diceva tua nonna, Bellamy.
- Eh! – sbottò Matthew, irritato, - Ma se continui a interrompermi non potremo mai avere un dialogo equilibrato!
Brian tornò a guardarlo, del tutto incredulo, per la seconda volta nello spazio di pochi minuti.
- La tua mente funziona come quella dei pesci rossi. – constatò con stupore quasi scientifico, - A intervalli di trenta secondi. Vivi, dimentichi, ricominci. Come puoi pretendere un dialogo equilibrato nella situazione in cui siamo?! – sbottò quindi, alterato.
Matthew scrollò le spalle, guardando altrove.
- Stavo solo provando a trarre da tutto ciò qualcosa di buono. – si giustificò.
- Per quanto mi riguarda, - sospirò Brian, allungandosi verso il comodino per raggiungere il pacchetto di sigarette, - ho già tratto tutto ciò che m’interessava trarre. Credo. Per caso, prima di arrivare qua, mi hai fatto un pompino? No, perché non ricordo bene, e in questo caso-
- Brian!!!
- Ti ho chiesto di non chiamarmi per nome, per carità!
- Ah, certo, tu puoi chiedermi impunemente se ho elargito pompini a destra e a manca lungo la strada verso casa tua, ma io non posso chiamarti per nome! Questo ha molto senso, guarda!
Brian lo guardò ancora. Matthew si ritrovò a pensare che gli sarebbe piaciuto che si saziasse una buona volta, di quelle occhiate derisorie, e la piantasse.
- Tu non sai proprio come funzionano queste cose, vero?
Matthew aggrottò le sopracciglia, guardando altrove.
- Col cavolo. – sbottò, - Se stai insinuando che non scopo, ti sbagli di grosso. – affermò piccato, - E’ che in genere ho a che fare con gente più normale!
- Primo: non stavo insinuando tu non scopassi. Non so come possa esserti venuto in mente, visto che non stavo parlando di sesso. – spiegò Brian, con la pazienza di un maestro di scuola elementare, - Secondo: io sono una persona normalissima. Siamo nel bel mezzo di una normalissima interazione da scopata casuale. E tu non sai che pesci prendere. Scusa se ne prendo nota.
- …no, senti. – argomentò a quel punto Matthew, - Forse sei tu che non capisci. Io apro gli occhi e mi sento chiedere se il fatto di trovarmi in un letto che non è il mio con un uomo che conosco solo perché mi odia abbia un senso. Ammetterai che è una cosa quantomeno destabilizzante!
- Bellamy, scusa se te lo chiedo così a bruciapelo: da quando ti sei svegliato, il pensiero di alzarti, rivestirti ed andartene, come avrebbe fatto una qualsiasi persona normale nella tua situazione, ti ha anche solo sfiorato vagamente o era una mia pia illusione?
- Ma no! Quando uno si ritrova nel mezzo di una situazione incomprensibile, deve per forza-
- Ok. Pia illusione.
Matthew sbuffò ed arricciò le labbra in una smorfia offesa, sforzandosi perfino di intrecciare le braccia sul petto e lasciando perdere subito dopo: la posizione distesa non si prestava bene alle pose plastiche.
- Mi lascerai, prima o poi, concludere un concetto, o – ironizzò pungente, - è una mia pia illusione?
Brian si voltò a guardarlo, sorridendo orgoglioso.
- Pia illusione, Bellamy. – disse trionfante, - E non offrire così il fianco, è patetico.
- Oh, d’accordo! – sbottò Matthew, provando a svoltolarsi dalle coperte per poi riavvoltolarsi in una posizione che gli consentisse di dare le spalle a Brian, - Allora me ne sto zitto.
- No, no! – rispose lui, ridacchiando, - Come potrei resistere alla tentazione di prenderti in giro? Troppo succulenta! Parla pure.
Matthew si svoltolò nuovamente, guardando l’uomo con aria disgustata e attonita.
- Ma sei un essere umano orrendo! – balbettò, allucinato, - Anzi, non sei neanche un essere umano!
Brian roteò gli occhi, accendendo finalmente una sigaretta e portandola alle labbra con un movimento annoiato.
- E quindi? – chiese, - Resti e ti ostini a rompere i coglioni o ti rassegni e fai un favore a tutti andandotene?
Matthew aggrottò le sopracciglia, gonfiando le guance come uno scoiattolo.
- Se ti aspetti che ti renda la vita più facile, Molko, ti sbagli di grosso! – sbraitò, neanche stesse arringando una folla di rivoltosi.
- Almeno hai imparato a chiamarmi come si confà a due sconosciuti. – sospirò il moro, alzando gli occhi al cielo, - Fammi capire: devo tirare fuori un asciugamano pulito e prenderti un pigiama?
- Ti prego. – sospirò Matt, cercando di mostrarsi all’altezza, - La sola idea mi uccide. No, no, - rifletté poi, sorridendo furbo come un bimbo dispettoso, - penso che per ora rimarrò qui a rigirarmi fra le coperte, se a te non dispiace.
- Mi dispiace moltissimo, visto che è esattamente quello che vorrei fare io e che la tua presenza mi impedisce di realizzare. – commentò Brian, ben deciso a non lasciargli spazio di alcun genere, - Ma figurati, resta pure. I miei genitori mi hanno educato a mostrarmi cortese con gli ospiti, perfino quelli indesiderati.
Niente da fare. “Interagire così non è affatto soddisfacente!”, pensò Matthew in un rigurgito di indesiderata razionalità, che scomparve così com’era venuto nel momento stesso in cui una magnifica idea su come movimentare il dialogo fece capolino fra i suoi pensieri confusi.
- Se ti dispiacesse davvero la mia presenza, - borbottò supponente, - mi avresti già mandato via.
- Ti sarà sicuramente sfuggito, - rispose Brian, guardando altrove, - ma ci ho provato. E tu hai finto di non capire.
Matthew ghignò soddisfatto, voltandosi su un fianco per osservarlo meglio.
- Oh, avanti. – argomentò mellifluo, - Non si buttano fuori le persone a parole. Si prendono e si sbattono fuori a calci.
Brian lo guardò, dissimulando una consistente dose di disgusto.
- Ti sembro il tipo da calci?
- Ti sembro il tipo da crederci?
Sul volto di Brian si aprì un sorriso dapprima minuscolo, poi sempre più soddisfatto e, di conseguenza, spaventoso.
Si voltò anche lui su un fianco, fronteggiando Matthew con sano spirito di competizione.
- Ma tu guarda che esserino grazioso e interessante abbiamo qui. – cinguettò, - Ci metti un po’ di tempo, a scaldarti, ma poi funzioni bene. Come stanotte, quindi.
- Certo. – ridacchiò Matthew, guardandolo con pietà, - Non ti ricordavi neanche se ieri ti ho fatto un pompino o meno, e pretendi che adesso io mi beva questa tua reminiscenza improvvisa di com’è stato stanotte?
- Cielo! – rise anche Brian, avvicinandoglisi impercettibilmente, - Di bene in meglio! – commentò soddisfatto. – Non ti ha sfiorato il pensiero che potessi averti chiesto del pompino apposta per metterti in imbarazzo, così come poi è effettivamente successo?
- Oh, mio Dio! – ironizzò lui, portando comicamente una mano alla fronte, - Come potevo mai prevedere qualcosa di così eccezionalmente furbo? La tua mostruosa intelligenza mi turba!
Brian rise ancora, avvicinandosi al punto da sfiorarlo con le gambe.
- Sei spassoso. – commentò come si fosse trattato di un film appena visto al cinema, - Rifammi un po’ quella posa da vergine che sviene?
Matthew riportò la mano alla fronte, gettando indietro il capo.
- Così? – chiese sghignazzando.
- Sì, esatto. – rise Brian, - Mi dispiace solo non avere una macchina fotografica, giuro!
- Mi dispiace, sono spettacoli cui si assiste una volta sola. – lo prese in giro Matt, mandandogli un bacio volante, - Perciò imprimiti bene questo bel faccino nella mente, perché non lo rivedrai più.
- Oh, che peccato! – mugolò lui, inarcando giocosamente le sopracciglia verso il basso, - Eppure sei a buon mercato, per essere uno spettacolo unico…
- Non ti ho ancora presentato la parcella, Molko. – precisò lui con un sorriso smagliante, - Non si può mai sapere.
- No, in effetti no. – annuì lui, serio, - Con tutte le tasse sui beni mobili e immobili che ci sono al giorno d’oggi… ma tu in che categoria rientri? Sei come quelle eredità pallosissime che la zia Petunia poteva risparmiarsi di lasciarti in dono o sei un bene di lusso?
- …non ho capito bene chi sia zia Petunia, ma mi ritengo abbastanza lussuoso, in ogni caso. – concluse Matt con uno sbuffo competente.
Rimasero immobili in un attimo di silenzio che sembrò durare secoli, ed al termine del quale si sciolsero entrambi in tali e tante risate che le lenzuola si sfilarono dagli angoli del materasso e presero a intrappolarli, mentre loro rotolavano, in una specie di morbido nido dell’ilarità dal quale, in effetti, faticarono entrambi ad uscire. Fu per questo che, da un lato, districarsi dalla massa di coperte fu piuttosto difficile. E, dall’altro lato, fu difficile anche smettere di ridere.
- Be’. – disse alla fine Matthew, scrollando le spalle ed alzandosi in piedi, - Allora magari io vado. Mi sembra che l’abbiamo trascinata abbastanza a lungo, no?
Brian annuì, ridacchiando ancora.
- Non è stato così male, comunque. – ridacchiò anche Matt, recuperando i pantaloni ed infilandoli con studiata lentezza.
Brian si soffermò a guardarlo per qualche secondo, prima di sorridere distrattamente.
- Ti va un caffè? – chiese alla fine, lasciando andare il capo contro il palmo aperto.
Matthew lo fissò, vagamente stupito.
- …tutto questo ha un senso? – chiese curioso e vagamente ammiccante, stringendosi nelle spalle.
Brian rise e si distese nuovamente sul materasso.
- Deve per forza?
Genere: Introspettivo.
Pairing: MattxBrian (se proprio si vuole vedere... ma in realtà neanche tanto O.ò)
Rating: PG
AVVISI: Nessuno.
- Nella notte che segue gli EMA del 2004, Brian Molko vaga per una Roma cristallizzata nel freddo e riflette...
Commento dell'autrice: Scritta in due orette circa, intesa come regalo di San Valentino nei confronti della mia adorata Nai, che mi ha fatto un regalo stupendo e quindi si meritava una ricompensa adeguata. Ora, io non so se il risultato soddisfi le aspettative, ma so che a questa storia ci teneva tanto quanto me XD Perciò è per lei. Anche perché l’ho scritta praticamente a suo gusto :D
Anyway, il motivo per cui ho scritto questa storia – oltre quanto detto all’inizio – risiede nel “molto bello” in italiano di Brian. Nella cronaca di cui vi parlavo nelle note iniziali (e che potete trovare qui), viene riportato proprio questo episodio – quello delle fan con Brian, intendo – esattamente come l’ho descritto. L’unica cosa che non corrisponde a verità è l’incontro con Matthew XD Almeno credo: perché se un gruppo di fan è riuscito ad incontrarli entrambi nella stessa sera, non vedo per quale motivo non avrebbero potuto incontrarsi anche loro due :D
PS: Mi sa che Bono non c’era proprio, nel 2004. Mi prendo una licenza, perché Robert Smith, che invece c’era eccome, non sarebbe stato la stessa cosa e non mi avrebbe permesso la battuta col riferimento sessuale XD
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MOLTO BELLO

“Ovviamente ti accompagnerò”.
Stef era stato molto carino a dirgli una cosa come quella. Non se n’era stupito, perché Stef faceva della gentilezza un po’ la propria politica generale, però non è che gli avesse fatto molto piacere, in realtà.
Era stato invitato a premiare il vincitore nella categoria Best Alternative Act agli European Music Awards di quell’anno. E non ci voleva esattamente un genio per capire che, col fantastilione di copie di Absolution vendute in tutta Europa, ad aggiudicarsi l’ambito globo molleggiato in finto argento sarebbero stati i Muse.
Avrebbe tranquillamente potuto rifiutarsi. Se gli idioti dell’organizzazioni avessero chiesto una motivazione per quel rifiuto, avrebbe potuto inventare una scusa qualsiasi. Una bronchite – lo sapevano tutti che ci soffriva – impegni lavorativi – sapevano tutti anche che, se c’era una cosa che non gli mancava mai, quella era il lavoro – problemi familiari, qualsiasi cosa. Steve e Stef l’avrebbero senz’altro sostenuto, ed anche Alex non avrebbe fatto grandi storie al pensiero di risparmiare al proprio pupillo un’umiliazione in diretta in mondovisione.
Avrebbe potuto rifiutare, ma non l’aveva fatto.
E non l’aveva fatto per un semplice motivo. Lo stesso, semplicissimo motivo che gli impediva di essere felice per l’offerta di aiuto da parte di Stefan.
Ovvero: aveva trent’anni suonati, cazzo. Era offensivo che ci si preoccupasse ancora delle sue possibili reazioni di fronte a quella che era una realtà conclamata da un pezzo. Una realtà che, peraltro, non aveva neanche a che fare principalmente coi Muse stessi, ma con un pensiero ben più ampio – e, per questo motivo, anche ben più accettabile.
I Placebo piacevano agli adolescenti – quelli che non avevano ancora la corteccia cerebrale intaccata da dosi troppo massicce di metallo, almeno – ed a qualche trentenne in vena di revival degli anni d’oro. Punto.
Sì, c’era stato un periodo della sua vita in cui s’era illuso di qualcosa. Delle stesse cose sulle quali si illudono tutti, probabilmente. Di essere universalmente amato – o universalmente odiato, potevano essere soddisfacenti entrambe le ipotesi – di restare un mito incrollabile nei decenni, un’icona assoluta, uno di quelli che poi, in vecchiaia, vengono chiamati ad insegnare la tecnica della musica nei conservatori.
Non era arrivato a questo livello – ed era ancora troppo giovane per verificare l’ipotesi del conservatorio – ma non era neanche il primo idiota sulla piazza. Nel suo piccolo, aveva raggiunto dei risultati consistenti. Lo riconoscevano per strada, era ricco, era stimato da gran parte della “gente che contava” – ed odiato da tutti gli altri, cosa che sì, era molto soddisfacente – e non doveva andare svendendo biglietti per fare il tutto esaurito negli stati più importanti d’Europa.
Per certi versi, era perfino motivo d’orgoglio essere stato chiamato a premiare il gruppo vincitore in quella categoria. Significava, in un certo qual modo, che lui era ritenuto un’autorità in quell’ambito.
Ciò detto, era perfettamente in grado di controllare le crisi. Aveva sempre controllato ogni crisi, sia nella vita pubblica che nella vita privata. Non c’era motivo di lasciare che un gruppo di eterni adolescenti recentemente promossi a ruolo di idoli delle masse riuscissero a mettere in discussione la sua lapalissiana capacità di gestirsi.
Perciò, sarebbe andato a premiare Matthew Bellamy e i suoi amichetti d’infanzia. E sarebbe stato grandioso. Anche da solo.
Era per questo che aveva gentilmente declinato l’invito di Stefan e, un paio di giorni dopo, era partito per Roma.
“Ma sei sicuro di essere pronto?”, gli aveva chiesto il bassista, sinceramente preoccupato, inarcando un sopracciglio inquisitore. Lui aveva candidamente risposto che non c’era niente per cui prepararsi. E doveva essere stato abbastanza convincente, perché Stef non aveva insistito oltre.
Era per tutti questi motivi che in quel momento, arricciato su una scomoda poltroncina dell’affollata hall dell’albergo in cui l’organizzazione l’aveva sistemato, all’una e mezzo del mattino, non riusciva a capacitarsi dell’orribile congestione di sensazioni confuse che si aggrovigliava nel suo petto, all’altezza dei polmoni, rendendogli difficoltosa perfino la respirazione.
La premiazione era terminata da un’oretta. Lui aveva fatto la propria brava figura di merda – sembrava non ci fosse niente che andasse per il verso giusto, quella sera: Amy Lee che sbagliava l’ordine delle tre parole in croce che doveva dire, il suo microfono che decideva per uno sciopero non autorizzato proprio nel momento in cui lui doveva usarlo, gli obiettivi delle telecamere che rimandavano al mondo intero l’immagine della sua smorfia di falsissimo stupore mentre i Muse scendevano dalla platea per raggiungerlo sul palco e gli abbracci impacciatissimi che aveva seminato a destra e a manca, compreso quell’idiota di Bellamy che gli si scagliava addosso neanche fosse il suo migliore amico giusto per sillabargli un velenosissimo grazie mille direttamente all’orecchio – e poi aveva capito che continuare a darsi per vivo in giro per la città non avrebbe di certo giovato alla sua immagine, né tantomeno l’avrebbe aiutato a recuperare i punti persi durante lo spettacolo.
Aveva rifiutato pacatamente ma con fermezza le insistenti avance di Bono Vox – l’unico uomo in grado di far sembrare un invito ammiccante anche un “andiamo a sfondarci di birra da qualche parte!” – e s’era rintanato in albergo, abbandonandosi su quella poltroncina in attesa che arrivasse l’ispirazione giusta per decidere se andare a dormire o dedicarsi allo svuotamento coatto dei banconi del bar accanto al ristorante.
Fuori dall’hotel, oltre le ampie vetrate che separavano l’ingresso dal mondo esterno, Bellamy e compagnia erano appena scesi da un enorme bus argentato. Intabarrati in una quantità indefinibile di cappotti, sciarpe e cappelli, trascinavano stancamente le loro valige e cercavano di tenere in equilibrio i premi ricevuti sulle mani libere – ma non sembravano neanche tenerci troppo, dopotutto.
Sbuffò un grugnito di disapprovazione per tanto infantile disinteresse, e sollevò le spalle, incrociando le braccia sul petto quasi fino a nascondercisi dietro, continuando ad osservare la scena.
Eccoli che si allontanavano dal veicolo, eccoli che si fermavano un secondo per aiutare il cantante a capire come portarsi dietro tre valige utilizzando le uniche due mani che aveva a disposizione per uno stupido scherzo della Natura – la cui grave mancanza era stata non avere previsto che lui potesse nascere umano, sì, ma anche patologicamente narcisista – e poi voltarsi d’improvviso verso un gruppo di ragazzine saltellanti che sì, davano decisamente l’idea di essere molto felici dell’inaspettato colpo di fortuna.
Sui visi del batterista e del bassista – ai quali, alla fine, erano toccate le valige in eccedenza – si poteva chiaramente leggere un’ombra di stanchezza neanche tanto discreta, ma Bellamy sembrava ancora fresco come una rosa, e si intratteneva a parlottare con le fan, dispensando sorrisi, autografi e fotografie.
Non c’era niente di umano, in quel comportamento. La Natura avrebbe dovuto farlo nascere scimmia.
Frattanto, l’ispirazione non arrivava. Non restava molto altro da fare, se non afferrare il cappotto abbandonato sul bracciolo della poltrona, avvolgercisi dentro, nascondersi dietro un paio di occhiali da sole ed un cappello ed approfittare della momentanea baraonda per allontanarsi da quel luogo, andare alla ricerca di Bono e chiedere direttamente a lui se l’invito fosse ancora valido o meno.
Roma era avvolta in una coltre di gelo, e la totale assenza di persone per strada la faceva sembrare abbandonata, molto più simile ad una riproduzione in ghiaccio in scala reale che non ad un vero e proprio centro abitato.
Lui adorava quella città. Era così elegante ed austera… gli ricordava incredibilmente l’enorme villa nella quale aveva vissuto da piccolo, in Lussemburgo. C’erano davvero pochissimi ricordi piacevoli gli restassero di quel periodo della sua vita, principalmente a causa di suo padre, doveva ammetterlo, ma c’era anche da dire che, in quella villa, suo padre, ai tempi ancora tremendamente impegnato col proprio lavoro, aveva trascorso davvero pochissimo tempo. E questo aveva dato modo a lui di godersi un sacco di tempo a saltellare dalle coccole della propria madre, alla servile gentilezza delle numerose tate, fino all’affetto giocoso che da sempre l’aveva legato a suo fratello Barry. Il tutto mentre correva spensierato per corridoi giganteschi tappezzati di moquette rossa che sembrava non dover finire mai, ed altissimi scaloni in marmo fiancheggiati da corrimano lucidissimi sui quali lasciarsi scivolare fra le urla isteriche delle cameriere.
Roma era ancora così, per lui, nonostante le numerose volte in cui vi si era trovato – per vacanza e per lavoro – avessero ormai cancellato del tutto l’alone di mistica novità che l’aveva ammantata la prima volta che l’aveva vista.
Per omaggiare quella stranissima e romantica nostalgia che lo stava invadendo, nonostante tutte le cattive sensazioni delle quali si sentiva ancora, suo malgrado, ripieno, si concesse un giretto per il centro. Sostò a lungo di fronte al Colosseo, perdendosi estasiato nei propri pensieri e nelle suggestive immagini che fornivano le luci dei lampioni tutti intorno, passando attraverso le volte in pietra ora integre, ora irrimediabilmente corrotte, dandogli l’idea di trovarsi immerso in un oceano di luce, a guardare dal basso un antichissimo ponte fatato.
Erano tutte stupidaggini, ma gli facevano compagnia e lo consolavano.
C’era anche molto freddo, però, perciò fu quasi naturale, passate più di due ore, cominciare a ritornare verso la civiltà e fare un giretto nella zona più animata – quella ripiena dei pub all’interno dei quali, lo sapeva, erano stati organizzati i vari after-party.
Entrò in un locale che l’aveva attirato per via della luce rossa e calda che si irradiava dalle finestre che davano sulla strada, sperando di essere fortunato e trovarci dentro Bono. Ma di lui nessuna traccia.
Sospirò, afferrando uno sgabello e sedendosi al bancone del bar, per poi afferrare distrattamente un menu e cercare di capire cosa ordinare dal mucchio. Non si sentiva granché in vena di alcolici pesanti, sinceramente. Aveva già bevuto abbastanza durante la premiazione, era già quasi completamente afono – e girovagare per una Roma mai così incredibilmente invernale non doveva aver giovato, in quel senso – e non aveva alcuna voglia di ritrovarsi il giorno dopo con l’ennesima bronchite e le urla di Alex nell’orecchio, mentre cercava di contrastare l’organizzazione di MTV che gli spiegava che non poteva certo pagare il suo alloggio in albergo finché non fosse guarito, “non siamo mica la Caritas, signor Molko”.
Stava comunque per cedere alle lusinghe del brandy e della crema al cioccolato bianco, ordinando un Alexander, quando qualcuno si avvicinò alle sue spalle, prese possesso dello sgabello affianco al suo ed ordinò per entrambi una birra italiana.
La voce affannata e profondissima, in grado di disintegrare, nella complicata operazione del parlare, fino a tre parole su quattro, non aveva bisogno di presentazioni.
Matthew Bellamy sedeva accanto a lui e sorrideva serenamente, agitando una mano a mezz’aria in segno di silenzioso saluto.
- Buonasera anche a te. – disse sarcastico, incrociando le braccia sul bancone, - Se capisci la mia lingua. O devo esprimermi a gesti?
Matthew rise apertamente, strizzando gli occhi e sbottonando con disinvoltura il cappotto, per poi appoggiarlo senza la benché minima cura sul bancone, disinteressandosi totalmente delle macchie di bagnato che insozzavano il marmo verde che lo rivestiva.
- Mi fa piacere vederti qui! – disse l’inglese, entusiasta, battendogli una mano sulla spalla, - Credevo che non avremmo avuto occasione per parlare, oggi!
Lui sorrise vago, inarcando le sopracciglia.
- Congratulazioni. – concesse, osservando quasi con soddisfazione l’enorme sorriso che si aprì sul volto dell’altro uomo nel sentire quelle poche lettere, - Vi è andata piuttosto bene.
- Mai visti tanti premi tutti assieme in vita mia! – esultò Bellamy, sinceramente stupito, stringendosi nelle spalle, - E dire che fino al duemilauno sembravamo destinati a restare un fenomeno di nicchia!
- Ognuno passa il proprio momento di gloria. – commentò lui, ringraziando il barista con un cenno quando portò loro le birre ghiacciate, - Che ci fai già qui? Potrei giurare di averti visto arrivare in albergo non più di…
- …saran passate tre ore. – si stupì lui, spalancando gli occhi di un celeste così genuinamente limpido da sembrare vuoto, - Non dirmi che sono arrivato troppo tardi e sei già ubriaco!
- No, sono appena arrivato anche io. – lo rassicurò Brian, sollevando la bottiglia per un brindisi, che Matthew concesse lasciandola tintinnare contro la propria senza neanche chiedere il motivo.
- Dì un po’… - riprese, dopo aver sorseggiato un po’ di birra, - Non ti sarai mica offeso?
- Mh? – chiese lui, incapace di trovare un solo motivo che fosse valido per il quale avrebbe dovuto essere irritato, quella sera.
- Be’, per quando ti ho ringraziato, sul palco. Dom mi ha fatto notare che il mio comportamento è stato un po’ irruento. Sai, l’abbraccio e tutto. Ad Amy Lee abbiamo appena stretto la mano, ecco. – si prese un secondo per ragionare, mordicchiandosi l’interno della guancia e guardando altrove, come stesse cercando di ricordare esattamente le parole del proprio batterista, - Insomma, lui ha detto che siccome è notorio che fra le nostre due band non corra buon sangue, forse sono stato un po’ troppo espansivo. E ha detto anche che questo avrebbe potuto essere interpretato come una presa in giro. E che quindi forse tu ti eri offeso.
Ascoltò il monologo fino alla fine, limitandosi a mostrare un’espressione incerta e vagamente incuriosita.
Era stato irritato dal comportamento di quei tre, sì, ma più che offeso s’era sentito quasi invaso. Sì, invaso rendeva bene. Invaso da un entusiasmo, il loro, che non avrebbe affatto dovuto appartenergli, ma che pure sembrava così spontaneo da risultare contagioso. E poi era vero che ad Amy Lee avevano appena stretto la mano, e che diamine. Perché a lui erano toccati gli abbracci? Cos’era lui, la donna del gruppo?
- Figurati. – rispose in un soffio, ben cosciente di non poter esternare nessuno dei pensieri che gli stavano attraversando la mente.
Frattanto, Matthew aveva annuito come non l’avesse nemmeno ascoltato, ed aveva ripreso a parlare.
- Sapevo che non potevi essere così infantile. – aveva commentato, dimostrando invece di averlo ascoltato perfettamente, - L’avevo detto io, a Dom. Peraltro, anche questo fatto del cattivo rapporto fra le nostre band, non è che mi sia tanto chiaro. Insomma, io l’ho sempre detto che i Placebo mi piacciono. Quando ho sentito che avevi parlato male di noi, mi sono messo a cercare sul web, ma non ho trovato nulla…
- Una volta… - deglutì lui, disorientato dalla valanga di parole dell’inglese, - ho detto che mi sarebbe piaciuto bruciare un vostro album.
- Che?! – strillò Matthew, spalancando gli occhi ed arricciando le labbra in un mezzo sorriso sconvolto, - Perché?!
Lui fece spallucce.
- Sembrava esattamente quello che il conduttore si aspettava. – rispose, a mo’ di spiegazione sensata, - Insomma, era lì che mi chiedeva “che ne pensi di questo, che ne pensi di quest’altro”… quando ho detto qualcosa di poco carino nei confronti di Ville Valo s’è entusiasmato parecchio, perciò ho pensato fosse quello “lo scopo del gioco”…
- …che modo fantastico di dirlo! – rise Matthew, stringendosi il ventre fra le braccia, - Se non ti piacciamo puoi dirlo, non mi offendo mica.
- Ho ascoltato solo i singoli. – sbuffò lui, sorseggiando la birra, - Non sono solito farmi opinioni musicali per così poco.
Matthew rise ancora, imitandolo nel bere.
- Allora non ti è servita un’opinione per spalancare occhi e bocca sul palco, mentre Amy Lee annunciava la nostra vittoria, prima!
- …coreografico, eh?
- Sì! E ridicolo, anche! – lo prese in giro, - Sembravi un po’ un pesce, se devo dire la verità.
Brian fece una smorfia, indietreggiando di qualche centimetro e stringendosi nelle spalle.
Sembrava andare tutto bene. Peccato. Avrebbe dovuto ricordare prima che stava avendo a che fare con un ragazzo che stava vedendo il successo – quello vero – per la prima volta, e che quindi si sentiva in diritto di trattare con malcelata sufficienza tutto il resto del mondo.
- Potevi anche risparmiarti la sincerità. – rispose duramente, poggiando la birra sul bancone con uno scatto secco.
Matthew ebbe un momento d’esitazione, che impiegò facendo oscillare la bottiglia sul ripiano, reggendola per il beccuccio.
- Mi dispiace, non volevo offenderti. – si scusò poco dopo. – Tra l’altro, quando sono sceso dalla platea e ti ho visto a pochi metri da me, non ho più pensato che mi sembravi ridicolo.
- Ah, no? – insistette Brian, guardandolo con indifferenza.
Matthew scosse il capo, tornando a sorridere sinceramente.
- Ti ho trovato bello. – disse a bassa voce. E poi sorrise più apertamente, ed aggiunse qualcosa in italiano. – Molto bello.
Lui riconobbe la lingua ed anche l’espressione, non era la prima volta che la sentiva. Ma era stanco – tremendamente stanco – brillo – ormai quasi ubriaco – ed anche abbastanza triste, e non la connesse ad alcun significato che gli fosse familiare.
- Sarebbe a dire? – chiese, vagamente imbarazzato per via del complimento che aveva comunque intuito fra le parole di Matthew.
- Sarebbe a dire che mi piaci molto. – aggiunse lui, perfettamente a proprio agio. – Sei elegante, quando ti muovi… intendo, quando non fai il buffone. – sbuffò una risatina che Brian si ritrovò ad inseguire con la propria vocetta malandata, suo malgrado, - E hai dei lineamenti incredibilmente affascinanti. – sorrise ancora, arrossendo lievemente, - Scommetto che sei bellissimo anche senza trucco. – sussurrò, sollevando una mano fin quasi a sfiorargli una guancia. Ma poi si fermò, abbassando repentinamente lo sguardo. – Ed io invece devo essere completamente ubriaco, per dire cose simili. – concluse, tornando a nascondersi dietro la bottiglia di birra, come se quanto aveva appena detto fosse stata solo un’illusione.
Brian deglutì, cercando di riprendere a respirare normalmente.
- Grazie. – disse incerto, per quanto si rendesse conto quella fosse una risposta abbastanza stupida, nonostante fosse anche l’unica possibile. – Forse adesso è meglio che vada.
Matthew annuì comprensivo.
- Scusa. – aggiunse, - Non volevo metterti in imbarazzo.
Brian scosse il capo ed agitò una mano, ma non disse una parola perché sì, era davvero in imbarazzo.
Saltò giù dallo sgabello, facendo per infilare le mani in tasca e tirar fuori il portafogli, per pagare la propria metà di conto, ma Matt lo fermò con un gesto deciso, si alzò in piedi al suo fianco e lo salutò con un abbraccio identico a quello che s’erano scambiati sul palco degli EMA, ma molto più caldo, lungo e, per certi versi, intimo.
Brian ebbe tutto il tempo di girare attorno uno sguardo confuso, alla ricerca di un qualche motivo per sentirsi ancora più in imbarazzo di quanto già non fosse – come qualcuno che li stesse spiando e stesse ridendo di loro, per esempio – ma tutti gli avventori, compresi i pochi volti noti, tra i quali anche Bono Vox, che doveva essere arrivato da poco, sembravano impegnati a ridere e scherzare per conto proprio, e non badavano affatto a loro due, che continuavano a stringersi in maniera un po’ impacciata proprio davanti all’affollato bancone del locale.
- Mi piacerebbe rivederti, se per te non è un problema. – gli sussurrò velocemente Matthew. Il suo fiato caldo gli sfiorò il collo, ed a Brian non sembrò niente di particolarmente velenoso. Al punto che fu obbligato a chiedersi se quello che aveva sentito sul palco, invece, lo fosse, o se fosse stato tutto un parto del proprio risentimento.
Si separò da lui. Sorrise ma non rispose, e Matthew non sembrò stupirsene particolarmente.
Si salutarono con un altro cenno della mano e lui uscì dal locale, immettendosi nuovamente nell’aria gelida della città di notte, che gli raffreddò le gote e la punta del naso fino a dargli l’esatta misura di quanto l’abbraccio di Matt l’avesse imbarazzato.
Almeno, aveva risolto il problema dell’ispirazione: la sua musa non faceva che ripetergli fosse decisamente il caso andasse a dormire, una buona volta.
Tutte le sue buone intenzioni, però, vennero sabotate da un gruppetto di fan che, nel suo comprensibile stupore, lo circondarono all’improvviso, cominciando a tirare fuori dagli zainetti le macchine fotografiche ed i diari da farsi autografare.
- Niente foto, per favore. – riuscì a malapena a rantolare, cercando di schiarirsi la voce con risultati poco soddisfacenti. Poteva solo immaginare lo stato pietoso in cui doveva trovarsi, e decisamente quello non era un ricordo di sé che volesse lasciare ai posteri, neanche se si trattava dei nipotini dei suoi fan.
Una delle ragazze che componevano il gruppo se ne separò, avvicinandosi a lui un po’ titubante. Stringeva fra le braccia un involtino di pezze bianche, lievemente macchiate di tempera nera, ed era rossa come un pomodoro, nonostante il freddo.
Quando stese le braccia, tendendogli l’involto, lui lo prese con una lieve esitazione, e ne denudò il contenuto: un suo ritratto. Fatto a mano.
Sconvolto, tornò a guardarla, boccheggiando.
- È fantastico! – disse in inglese, cercando di farsi capire più coi gesti che con le parole, viste le condizioni ormai disastrose in cui versava la sua voce, - Davvero, è uno dei regali più belli che mi abbiano mai fatto!
La ragazza sorrise ed annuì incerta. Non sembrava averne capito molto, e d’altronde erano quasi le quattro del mattino e sembravano un po’ tutti rintontiti dal sonno. Lui compreso.
Lanciò un’occhiata all’interno del locale, dove ancora Matthew sorseggiava la propria birra, ormai solo, e poi tornò a guardare la ragazza, cercando di sorridere serenamente.
- Molto bello. – ripeté in italiano. E quando la ragazza spalancò gli occhi e, commossa, si lanciò in un’infinita serie di ringraziamenti in un inglese impacciato ed abbastanza cacofonico da risultare perfino carino, seppe di aver fatto centro.
Nessuno scattò foto. In compenso, concesse una quantità inenarrabile di autografi.
Dopodichè, la musa insistette fosse proprio il caso di tornare in albergo. E lui si sentì in un momento talmente soddisfatto che ubbidì senza pensarci troppo.
Fanfiction a cui è ispirata: The Bitter End di Stregatta.
Genere: Introspettivo.
Pairing: BrianxMatt.
Rating: NC-17
AVVISI: Angst, Slash, Spin-off.
- Passato un anno dal giorno in cui Brian ha deciso di troncare la strana relazione che lo legava a Matthew, la parola a quest'ultimo, per spiegare ragioni e sentimenti. Se di cose simili si può parlare.
Commento dell'autrice: Certo, mi rendo conto che per essere una shot conclusiva di una saga è abbastanza frustrante XD Ma quei due sono due stronzi: vi pareva che potessero darci una qualche minima soddisfazione? XD Per quanto mi riguarda, in The Bitter End, Stregatta è stata fin troppo buona! è_e
Il mio motto, mentre scrivevo questa fic, è stato: se dobbiamo essere cattivi, siamolo almeno fino in fondo e appassionatamente. Solo che, seguendo alla lettera questo principio, purtroppo è venuta fuori una roba vagamente incompleta, crudele, esibita, fine a sé stessa e anche vagamente compiaciuta °_° A parte lo stile usato per la narrazione, per il resto, infatti, è molto diversa da The Great Pretender. In un certo senso, naturalmente, doveva essere così. Perché Brian e Matthew, pur essendo due uomini piuttosto incattiviti, sono comunque fondamentalmente diversi. Non potevo ignorare quella nota di crudeltà gratuita cui sia Stregatta che io avevamo accennato nelle altre storie *-* Andava approfondita è_é Matthew ne viene fuori comunque maluccio, ma ehi, almeno ha spiegato le proprie ragioni >____ Grazie per aver seguito fino a qui *-* E… se volete dare un ulteriore seguito alla saga dei bastardi… siete le benvenute X’D *tifa per una neverending story*
Per il titolo si ringrazia l’omonima canzone degli X-Japan <3 fedeli compagni di tante avventure fanficcose *-* Che poi è anche bellissima. E contiene una delle linee di piano più belle che siano mai state composte… <3
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UNFINISHED

Da quando hai tradito Gaia la prima volta, a Dominic non hai più raccontato niente delle tue cosiddette “avventure”. Non l’hai più fatto perché l’occhiata che ti ha lanciato quell’unica volta ti è bastata per capire cosa stesse pensando di te e del tuo modo di agire. Lui ha sorriso, è stato comprensivo, mentre raccontavi ti ha dato perfino ragione. Ma tu lo conosci da una vita e sai che, nonostante ti sia rimasto accanto, in realtà per te ha provato solo una considerevole dose di indignazione e disgusto.
Perciò, di tutte le decine di persone senza faccia che si sono susseguite nel corso dei tuoi sette anni con Gaia, nonché di tutti gli altri che poi ne hanno preso il posto negli ultimi due anni senza di lei, Dominic non sa nulla. Nomi, circostanze, nottate spese da te o da loro. Niente di niente. Persi nella polvere.
Chiaramente, non sa nulla neanche di Brian. Non ne sa nulla perché quando l’hai avuto la prima volta stavi ancora con Gaia, e non ne sa nulla perché quando avete cominciato la vostra strana relazione, dopo che Gaia era sparita, a te aveva fatto più comodo tacere.
Se non altro perché ti sarebbe dispiaciuto osservare riflessa negli occhi di Dom di nuovo quella sfumatura di irritazione manifesta eppure arginata entro i confini di un affetto che, lo sai, neppure le peggiori nefandezze potrebbero estinguere.
È lo svantaggio di conoscersi da tanto tempo, dell’essere importanti l’uno per l’altro come fratelli se non di più: se pure non riesci a condividere le scelte dell’altro, ciò che condividi, che non puoi fare a meno di condividere, è l’altro stesso. La sua persona.
Date le circostanze, dunque, non ti stupisce che adesso Dominic ti fissi perplesso dall’altro lato del tavolino del pub in cui state bevendo birra da una mezz’oretta.
- ‘Cazzo t’è preso? – borbotta, battendo lievemente il boccale sul ripiano in legno per attirare la tua attenzione.
Tu stacchi gli occhi dal corpo di Brian e lo guardi.
- Niente. – affermi, scrollando le spalle. – Perché?
- Fa’ un po’ tu, ti sei ipnotizzato a fissare il vuoto.
Gli occhi di Dominic, probabilmente neanche l’hanno registrata, la sua presenza. Non l’hanno registrata perché Brian Molko per Dominic Howard ha la valenza di un complemento d’arredo. C’è, ma non sembrerebbe strano se non ci fosse. C’è, ma non è necessario pensarci su. C’è, ma non è importante notarlo.
Non è strano incontrarlo, perché in fondo siete a Londra, in un pub molto frequentato da quelli come voi, e quindi non è affatto inspiegabile la sua presenza nel fondo del locale, mentre sorseggia un drink e fuma distrattamente una sigaretta, passandosi stancamente una mano sulla fronte mentre il suo batterista cerca di parlargli e gli gesticola davanti come un bambino in cerca d’attenzione.
Dominic non lo sa – e se lo sapesse probabilmente metterebbe da parte la facciata da connivente, più che da amico, che mostra con te da quando ha scoperto che sei un bastardo traditore, e ti costringerebbe a uscire da questo locale strisciando – ma tu con quell’uomo hai un conto in sospeso. Perché tu con quell’uomo ci sei stato. E alla fine sei stato mollato.
Oh, non che tu l’abbia messa in questi termini, nel periodo in cui vi frequentavate, certo che no. La versione ufficiale, quella in cui credevi – quella che, in fondo, rispecchiava la più nuda verità dei fatti – era che vi scopavate a vicenda perché ogni volta che vi trovavate vicini o che i vostri sguardi si incrociavano vi eccitavate in maniera veramente indecorosa. Ma poi ci hai riflettuto, e hai anche capito che “la nuda verità dei fatti” non è che una semplificazione degli stessi. E le semplificazioni, lo sai, sono stratagemmi sciocchi che gli esseri umani utilizzano per rendere più accessibili cose che, se viste nella loro più vasta e sensata complessità, non vorrebbero vedere neanche da lontano.
La tua relazione con Brian Molko era quel tipo di cosa. Una cosa che non avresti voluto vedere neanche da lontano, se l’avessi presa per l’enorme garbuglio che effettivamente era. Un rapporto patologicamente ossessivo in cui l’ostinazione spesso prendeva il posto del vero desiderio. Un rapporto in cui era più importante soggiogare l’altro fra le lenzuola che non godere del piacere che riusciva a darti. Un rapporto in cui contavano di più le ferite che riuscivate a scoccarvi con le chiacchiere fra una scopata e l’altra, che non le scopate stesse.
Era molto più comodo che Brian restasse “quello con cui scopavi”.
In realtà era quello con cui stavi.
Che la vostra relazione fosse malata o meno, sempre di relazione si trattava.
È comodo prendere la verità per sommi capi, senza approfondirla. Tu l’hai tenuta per gli angoli, come un lenzuolo sporco, per tutto l’anno in cui vi siete frequentati. Poi lui s’è reso conto dello schifo in cui vi trovavate prima di te, e ti ha lasciato.
La bruciatura non t’è mai passata. Ecco perché adesso lo guardi e ti sembra che potresti sbranarlo con gli occhi.
Ma Dominic non lo sa, perciò chiede.
E tu non vuoi dire cosa c’è sotto, perciò assecondi un pettegolezzo.
- Hai visto chi c’è? – domandi piatto, indicando Brian con un cenno del capo.
Dom mugugna un’inarticolata richiesta di spiegazioni e si volta nella sua direzione, allungando il collo per adocchiarlo meglio.
- Ha! – sbotta poi, mentre gli occhi gli s’illuminano di una strana luce infastidita, - Toh! La merda!
Dominic non è uno che serbi rancore a lungo. Ma per Brian ha sempre fatto un’eccezione. Forse perché ha sempre trovato indecente che uno come lui, facendo quello che fa lui, potesse azzardarsi a mettere bocca sulla musica che fate voi. E che rappresenta indiscutibilmente la cosa più importante che esista per Dom.
Ghigni divertito e ti stringi nelle spalle.
- Inaspettato, vero? – borbotti ironico.
- Vuoi andare via? – ti chiede lui, inarcando le sopracciglia.
Già. Perché in teoria tu dovresti voler stare a chilometri da Brian Molko.
Sì, anche se in pratica in realtà vorresti chiuderti con lui nella prima camera da letto disponibile.
- Nah. – scuoti il capo, - È arrivato il momento di regolare i conti.
Ti alzi in piedi, e Dom solleva il boccale nella tua direzione, facendoti i propri auguri.
- Cerca almeno di non farti pestare. – rimbrotta, affondando il naso nella birra, - Sarà pure più basso di te, ma in confronto a lui tu sei un fuscello.
Ridacchi e continui a dirigerti con naturalezza verso il suo tavolo.
A un paio di metri di distanza lo senti sbottare isterico che, di ciò che il suo batterista cerca di spiegargli da almeno mezz’ora, non gli frega un cazzo.
I lineamenti del suo volto sono tesi, gli occhi sono arrossati dal fumo e lui è così irritato che sembra lanciare scariche elettriche nell’aria intorno a sé. Potrebbe fulminare qualcuno. E tu lo conosci poco ma hai come l’impressione che la persona che vorrebbe fulminare si trovi proprio lì davanti a lui.
Batti un colpetto sulla sua spalla e lui si volta a guardarti repentinamente, mentre anche gli occhi del batterista si posano su di te in un misto di stupore e incredulità.
Gli occhi di Brian invece dipingono tutt’altro quadro. Un quadro di paura e smarrimento. Il quadro esatto di chi avrebbe potuto pensare a tutto meno che a quella eventualità. Il quadro esatto di chi, nel momento in cui l’eventualità diventa realtà, si dà dell’idiota: perché avrebbe dovuto pensarci, avrebbe dovuto saperlo, avrebbe dovuto evitarlo e non c’è riuscito. Peggio, non ci ha proprio neanche provato.
- Hai due minuti? – gli chiedi gentilmente, indicando la porta del locale con un pollice.
È evidente lui non sappia cosa fare. È evidente lui si alzi in piedi solo perché sospinto da una strana curiosità che è poi esattamente lo stesso motivo per cui ti segue fuori dal pub senza spiccicare una parola.
- È passata un’eternità. – constati con un breve sorriso mentre passeggiate fianco a fianco sul marciapiedi, le mani ficcate a fondo nelle tasche dei cappotti e il mento affondato nelle sciarpe. Siete vestiti praticamente allo stesso modo, lui in bianco, tu in nero. Trovi questa coincidenza semplicemente stupenda, anche se non sapresti spiegarne i motivi.
- Non abbastanza, per quanto mi riguarda. – sibila Brian, astioso, scoccandoti un’occhiata glaciale almeno quanto il vento che vi sferza contrario per la strada.
- Come sei cordiale. – commenti sarcastico, - Sai, quasi la dimenticavo, la tua proverbiale gentilezza.
Brian sospira, socchiudendo gli occhi e fermandosi all’improvviso in mezzo al marciapiedi.
Per la strada ci siete praticamente solo voi. Voi e le rare macchine che macinano lentamente centimetri su centimetri d’asfalto, guidate da automobilisti terrorizzati dalla possibilità di incontrare ghiaccio mortale sotto le ruote.
Ti fermi al suo fianco e lo guardi.
- È stata una giornata di merda, Bellamy. – sbotta lui, infastidito, - Quindi, se hai veramente qualcosa da dire, parla. Altrimenti, la strada per andare a fanculo la conosci.
Decidi senza troppi pensieri di ignorare quella che, in fondo, non è che una richiesta di pietà, e sfoggi un sorrisetto furbo.
- Mi ci hai mandato tante di quelle volte che ormai la sento un po’ come l’unica via possibile, con te! – ridacchi divertito.
Lui ti guarda per qualche secondo, come chiedendosi se tu stia facendo sul serio. Poi qualcosa nei suoi occhi cambia. Probabilmente realizza che sei effettivamente stronzo come ricordava, e abbassa lo sguardo, rassegnato.
- Cos’è che vuoi? – chiede, riprendendo a camminare.
- Volevo solo sapere come ti andava la vita. Lavoro, amici, amore…
- Tutto perfetto, grazie mille.
- Mi fa piacere. – sorridi sereno, - So che adesso stai con Helena Berg, e che è anche in dolce attesa…
- Ci siamo lasciati. E la gravidanza è stata una montatura dei giornali. – ti solleva addosso uno sguardo brillante e un ghigno sicuro, tale e quale a quelli che sfoggiava spesso con te quando vi vedevate. Ti fa piacere rivederlo così, è un po’ come ritrovare un pezzo di passato perduto, - Ti pare che se stessi ancora incatenato e con un moccioso in arrivo potrei dirti che è tutto perfetto?
Scoppi a ridere. Non vorresti ma lo fai comunque, e devi quasi tenerti lo stomaco per il gran divertimento.
- Adesso sì che sono sicuro che stai bene! – commenti, piacevolmente sorpreso, mentre anche Brian si lascia andare ad un sorriso vagamente sincero e tu capisci che queste battutine, queste beccate provocatorie, questo innocuo gioco al massacro senza regole che avevate messo su due anni prima, ti era un po’ mancato. E probabilmente anche a lui.
- Dovresti trattare meglio il tuo batterista, comunque. – consigli con aria disinteressata, imboccando una strada secondaria nel momento in cui vedi il marciapiedi riempirsi di gente, - Se continui a ignorarlo come hai fatto poco fa, finirà che ti mollerà come il primo.
Brian si lascia andare ad un sorriso storto e inquietante, sbuffando una mezza risata.
- Il primo batterista l’ho buttato fuori io. – precisa con presunzione, lanciandoti l’ennesima occhiataccia della serata, - Comunque mi fa piacere notare che non hai perso l’abitudine al giudizio facile.
- Parli proprio tu! – protesti divertito, - Non hai fatto che sparare sentenze su di me dalla prima volta che mi hai visto! Anzi, in realtà già da prima…
- Ma avevo ragione su tutto.
- Sicuro?
- Certo. Io ho sempre ragione.
- Ah-ha. – annuisci, - E dimmi, quando mi hai mollato… avevi ragione anche allora?
Lui ti guarda, e per un solo secondo riesci a scorgere nel fondo delle sue pupille una nota di panico che proprio ti mancava, nell’enorme campionario di occhiate di Brian che hai custodito gelosamente in un baule nel fondo della memoria nel corso degli ultimi dodici mesi.
Realizzi: lui non ci ha riflettuto, su quello che siete stati. Lui ha continuato a trincerarsi dietro la verità più facile.
- Siamo stati insieme? – chiede infatti, sarcastico, - E quando?
Tu sorridi, abbassando lo sguardo sul ciottolato che state percorrendo, a zonzo per i vicoli del centro di Londra.
- Eppure mi pare di ricordare un periodo della nostra vita in cui abbiamo condiviso il letto, Molko.
- Esatto. – ribatte lui seriamente, - Il letto e nient’altro.
- Che tristezza! – sospiri allora, inarcando giocosamente le sopracciglia verso il basso, - E i mobili della cucina, il divano del salotto, la vasca da bagno…
- Oh, be’, scusa. In effetti hai ragione. Stilerò un elenco di ogni centimetro sul quale abbiamo scopato e poi lo leggerò ad alta voce, così nessuno dei nostri appartamenti si sentirà offeso. Contento?
Ridacchi.
- Sei un po’ troppo acido per essere uno che ha una vita perfetta.
- Sei tu che mi rendi acido. – si ferma un secondo, adocchiando distrattamente la neve che comincia a cadere intorno a voi. – E mi fai ritrovare la parlantina. – aggiunge cupo.
Dovresti ghiacciare, ma in realtà non senti neanche freddo. Questa capacità di scaldarti internamente è sempre stata una prerogativa del corpo di Brian. Forse è per questo che con lui hai insistito tanto. Che hai cominciato la relazione, invece di aspettare e vedere se sarebbe stato lui a cominciarla. L’hai fatto tu, perché Brian non era una certezza. Non era scontato che decidesse di vederti una seconda, una terza, una quarta volta. Non era scontato ma tu lo volevi, e perciò l’hai preteso e ottenuto.
Sai anche dove sta la differenza con gli altri: lui non è stata la prima persona che hai preteso e ottenuto, ma è stato il primo per cui hai combattuto.
E forse è proprio questo che ti infastidisce tanto. Sì, ti indispone aver combattuto per qualcosa ed esserti ritrovato alla fine con niente in mano. Brian non ha perso la propria lucidità, durante la vostra relazione. Tu invece sì. Hai creduto che non sarebbe mai scappato, che la maglia di sesso e cattiveria che avevi tessuto attorno a lui fosse abbastanza forte e fitta da stringerlo senza scampo. Ma ti sbagliavi. E forse eri troppo stordito dal suo profumo per accorgertene.
Il profumo di Brian è lo stesso anche adesso. È lo stesso, anche se si porta dietro un anno di rabbia. È lo stesso, perché l’anno che per te è stato un anno di rabbia, non lo è stato per lui. E perciò lui è ancora intatto. Esattamente come lo ricordavi.
Lo stringi contro un muro e non t’importa se siete per strada. Se qualcuno potrebbe vedervi. Se c’è un freddo che ti gela le ossa. Lo stringi al muro e lo baci profondamente, ansimando sbuffi di fiato che si condensa sulla sua pelle. E lui ti sorride fra le labbra, e sbuffa anche lui, ma del suo respiro tu non lasci andare neanche una goccia.
- Ti sono mancato…? – chiedi sarcastico, separandoti da lui e sfiorando con le labbra il profilo del suo volto.
- Se ti dico di no, ci credi? – ghigna lui senza aprire gli occhi, sollevando appena il viso e tendendo la pelle del collo in attesa che tu possa scenderle addosso, assaggiandola. Scuoti il capo, strofinando il naso contro il suo in un gesto volutamente infantile e capriccioso, - Eppure sarebbe la verità. – commenta secco lui, - Non mi sei mancato affatto. Almeno, non dopo i primi giorni…
- Tutta questa sincerità mi ucciderà. Seriamente, rischi di mandarmi in overdose, non sono abituato.
- Non fare sarcasmo.
- E tu non parlare troppo.
Ti chini ancora su di lui. Sei rude, lo sei sempre stato, e lui non si stupisce quando ti sente infilare una mano sotto il giaccone, alla ricerca della pelle sotto gli abiti. Ha solo un lieve tremito quando sente addosso le tue dita ghiacciate, ma non si discosta e non ti ferma. Si lascia baciare, si lascia stringere, si lascia accarezzare.
- Tu mi sei mancato…
- Adesso sei tu che parli troppo.
Sorridi e torni a baciarlo, slacciando la fibbia del cappotto e strappandoglielo di dosso, per poi gettarlo per terra.
- Sei pazzo? – ride lui mentre ti osserva fare lo stesso col tuo, - Si muore di freddo…
- Ti scaldo io. – lo rassicuri sensuale, succhiando avidamente la pelle tenera sotto il suo orecchio.
- Sì, ma gli altri vestiti lasciameli addosso… - annuisci distrattamente, sfibbiandogli i pantaloni, - …e non ti spogliare neanche tu, non ti voglio sulla coscienza.
- Non sono coglione a questo punto.
In realtà stai mentendo.
In realtà lo sei eccome.
Lo sei già solo per il fatto che adesso sei in un vicolo buio e nascosto, privo perfino di finestre sui muri dei palazzi, che si imbianca di neve in una serata invernale che più fredda non avrebbe potuto essere, e stai schiacciando Brian Molko contro una parete in cemento armato, per scopartelo.
Lo sei per il fatto che non sai imparare dai tuoi errori, e che per questo stai sempre male a livelli disumani. Talmente male che il dolore supera la soglia di sensibilità. Talmente male che è come quando metti la mano sotto il getto d’acqua bollente al punto da sembrarti ghiacciata. Talmente male che per non sentirti peggio fai ogni genere di nefandezza e tratti gli altri come accessori del tuo piacere, nel tentativo di lenire il dolore anche se sai bene – perché lo provi sulla pelle ogni dannatissima volta – che non servirà neanche per un cazzo.
Sei un coglione.
Non hai cervello.
E non hai dignità.
E forse è per questo motivo che, quando senti Brian venirti tra le mani, decidi che è il momento di prenderti una pausa dalla tua stessa idiozia. È il momento di cambiare giro. Solo per un po’.
Ti conosci, sai che tornerai a comportarti come prima. Perché come tutte le brutte abitudini ormai è un vizio. Sai che prima o poi riprenderai. Come si sa che chiunque smetta di fumare un giorno ricomincerà. Come si sa che chiunque si disintossichi dalle droghe un giorno riprenderà a farsi.
Perché quando cose del genere ti entrano in circolo, si sostituiscono al sangue e ti fanno esplodere il cervello, è verso di loro che continui a tenderti.
Perché magari ti fanno male ma almeno è qualcosa.
Almeno senti qualcosa.
Ma intanto ci provi, a venirne fuori.
Ci provi e ti rassicuri col fatto che poi tornerai quello di prima.
Qualche mese di vacanza non potrà che farti bene, no…?
- È stato solo un episodio. – gli sussurri nell’orecchio senza permettergli di voltarsi a guardarti. Trema come un pulcino, perché adesso che non scopate più il freddo si sente eccome. Fin dentro. – Non pensare che voglia tornare con te.
Lui sbuffa una risata sarcastica.
- Quanto sei stronzo. – afferma scrollando il capo. – Sei davvero peggio di quanto pensassi, Bellamy.
E dire che non ti conosce.
Se ti conoscesse, forse allora…
…ma il suo parere non avrebbe comunque alcuna validità.
- Addio, Brian. – sorridi. – È bello trovarsi dall’altra parte della barricata, per una volta?
Lui ha un attimo d’esitazione. Prova a voltarsi per guardarti, ma cambia idea all’ultimo minuto.
- Che intendi dire? – sussurra incerto.
Tu sorridi cattivo sulla sua pelle e gli mordi il collo. Così, senza un perché. Non vuoi neanche fargli male, e infatti addosso non gli resta nemmeno un segno.
- Niente. – rispondi spiccio, separandoti da lui e chinandoti per recuperare il cappotto da terra.
Per un attimo, mediti se sia il caso di prendere anche il suo e metterglielo sulle spalle.
Il solo fatto che tu ci stia pensando su indica però che non vuoi davvero farlo.
E lasci perdere.
Fanfiction a cui è ispirata: The Show Always Must Go On di Stregatta.
Genere: Introspettivo.
Pairing: BrianxMatt.
Rating: NC-17
AVVISI: Angst, Slash, Spin-off.
- E' un tipico pomeriggio invernale inglese. Brian Molko sta buttato sul divano come una pezza vecchia e si annoia. Questo, almeno, fino a quando non riceve una telefonata da un "conoscente"...
Commento dell'autrice: …no, io amo, semplicemente amo quando le storie mi sfuggono così di mano <3 Che poi, no, aspettate: che questa storia sarebbe stata così, per sommi capi (ovvero bastarda e vagamente compiaciuta della propria sfacciata crudeltà XD), l’ho sempre saputo ù.ù Nel senso che proprio è nata seguendo la scia di malessere quasi fisico in cui mi aveva lasciata leggere Show. Con quella storia ho avuto un rapporto complesso, perché l’ho amata ma mi ha messo anche di fronte a un Matthew che ho faticato a maneggiare XD La classica cosa da trattare coi guanti. Io un Matt così non avrei mai pensato di buttarlo giù o.o E invece, manco a dirlo, è una figata T^T Guardatelo, è bellissimo!!! *abbraccia*
Quello che non mi aspettavo, della storia, era che venisse fuori così introspettiva O.O Ne sono nate riflessioni del tutto slegate dal progetto originale (riassumibile in: Matt è stronzo e figo e siccome Brian è altrettanto stronzo e figo devono scopare è______é!!!), che peraltro mi piacciono pure. Per dire, tutto il pezzo in cui Bri riflette sullo sfarzo del palazzo di Matt e sui propri nonni XD Oppure la questione dei letti grandi… sono cose particolari e anche piuttosto inedite. Di quelle che proprio ti piace buttare giù.
Che poi ultimamente mi rendo anche conto che rompo il cazzo, con l’introspezione X’D Ormai scrivo solo robe incapaci di staccarsi dal filo di pensieri del protagonista T.T Sono perduta, dovrei ricominciare a leggere di più, se continuo così finirò col farmi il verso da sola :\ *lo dice perché sa che Nai si infurierà e comincerà a prenderla a parolacce*
Riguardo la narrazione non ho molto da dire. È uno stile che non uso spesso (mi pare di averlo usato solo una o due volte in tutta la mia storia di fanwriter… la prima volta ero pure troppo piccola, mi sa X’D La seconda è stata in Labyrinth – e sinceramente è stato il ricordo di quella a farmi provare questa via adesso XD), e la motivazione che ho tirato fuori al telefono con Nai per giustificarla è stata: è una storia banalissima! Ciò che succede è banalissimo! Loro sono banalissimi! Dicono cose banalissime! Perciò almeno lo stile lo faccio meno noioso, così forse questa fic avrà una sua validità èoé Voi che dite? XD
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THE GREAT PRETENDER

È un tipico pomeriggio invernale inglese. Reso scuro da una fitta cappa di nubi basse color grigio topo e freddo, freddo ghiacciato, di quello che ti prende e ti si infiltra sotto la pelle, fra i muscoli e i tendini, e poi raggiunge le ossa, e ti sembra quasi che le ferisca, sferzandole impietoso mentre cerca di trasformarle in cristallo prima di ridurle in mille pezzi. Il freddo doloroso che porta il vento, quando ti si accanisce contro e cerca ti tagliarti la pelle del volto, screpolandoti le labbra e irritando il naso.
Prima che lui ti chiamasse, era anche un noioso pomeriggio invernale inglese. Gettato sul divano come un panno vecchio, guardavi annoiato la televisione senza che t’importasse realmente di cosa stava cercando di comunicarti, e giocavi distratto tra le pieghe un po’ rovinate di un cuscino, meditando sulla possibilità di cambiare la tappezzeria in tempi brevi o lasciar perdere fin quando non fosse stato impossibile ignorare ancora il problema.
Poi ha squillato il telefono, l’hai sollevato e hai visto lampeggiare sul display un numero sconosciuto che ti ha fatto presagire guai. Hai risposto – se non altro perché sai che la tua manager tende a chiamarti con numeri non propri quando sa che non risponderesti se vedessi il suo, e sai anche che ignorarla una volta può andar bene, ma il menefreghismo prolungato porta solo una quantità enorme di guai.
Non eri preparato.
Non eri affatto preparato alla voce di Matthew Bellamy dall’altro lato dell’apparecchio.
Non hai faticato a riconoscerla, quella voce. Un po’ perché l’hai sentita strillare alla radio di stelle, buchi neri e rivelazioni non più di un’ora fa. Un po’ perché ricordi ancora benissimo – troppo bene – la sensazione spaventosamente fisica di quella voce a lambirti la pelle del collo in caldi sbuffi di fiato vagamente umidi.
- Ciao. – hai salutato, confuso, stringendo il cellulare fra le mani.
Lui ha riso.
- Non ti ricordavi di avermi dato il numero? – ha chiesto con aria da sbruffone.
- Certo che lo ricordavo.
- Allora non credevi che avrei chiamato…
Già. Ma non l’hai detto.
Qualche secondo di silenzio. Non uno di più né uno di meno rispetto al necessario. Non fossi stato così dannatamente incasinato da non sapere quasi più neanche il tuo stesso nome, ti saresti complimentato con lui per la scelta dei tempi.
- Ti va di riprendere la discussione che abbiamo lasciato a metà a casa di Way? – ha proposto lui con noncuranza.
Tu hai sbuffato sonoramente.
Non ricordavi di aver lasciato in sospeso nessuna discussione. L’odore del suo sudore, della sua eccitazione, del suo orgasmo, li riporti alla mente con una facilità impressionante. Con la stessa facilità con la quale ricordi i tuoi. Quindi, che fra voi due non c’è niente di sospeso, lo sai.
A meno che lui non si riferisca a quell’altra strana questione.
Quella dell’approfondire. Magari su un letto.
Anche quella la ricordi.
Ma fai a gara con te stesso per ricacciarla in fondo alla mente da quando l’hai sentita.
- Non vedo a che pro.
Matthew Bellamy ha riso.
E tu ti sei sentito offeso a morte.
Questo lo sai perché la tua pelle s’è tesa tutta in un’unica volta, e hai scoperto i denti in un sorriso sarcastico e infastidito. Lo schermo del televisore, in un brandello di nero fra una pubblicità e l’altra, ti ha rimandato addosso un riflesso spaventoso. Sorridi in modo così orribile solo quando sei veramente offeso.
Non gli hai dato modo di accorgersene.
- Sei interessante. – ti ha detto lui, quasi con curiosità scientifica, - Mi andrebbe di conoscerti meglio.
E allora hai riso tu.
La verità è, in questo momento come quaranta minuti fa, quando reggevi un cellulare fra le dita e fissavi il vuoto con aria sarcastica, che quest’uomo ti stuzzica. Che per anni hai avuto di lui un’idea ben precisa, un’idea colorata di stupidità, sbadataggine, stravaganze e sottomissione. Che poi lui ti si è presentato davanti con prepotenza e hai scoperto che in realtà, dell’idea che avevi di lui, restava ben poco di reale. Quasi niente.
E quindi.
Ora sei davanti al portone di un enorme palazzo a vetri dall’aria sciatta e falsamente elegante. Cerchi il nome sul citofono e pressi il pulsante appena lo trovi, senza esitare neanche un attimo.
È curiosità, solo curiosità, quella che vuoi soddisfare.
Lui apre e sillaba “decimo piano” senza neanche chiederti di identificarti.
È un punto a tuo favore, ti sta aspettando con trepidazione.
Segna un punto anche lui, però: è totalmente a proprio agio.
E anzi, gioca in casa.
Inghilterra-Lussemburgo: due a uno.
Sospiri, immettendoti nell’atrio del palazzo, e mentre ti guardi intorno ti ripeti che i tuoi nonni avevano ragione ad insistere sul fatto che non bisogna mai giudicare un libro dalla copertina. Non li hai mai ascoltati – se l’avessi fatto, non avresti cominciato a truccarti e fare la puttana sui palchi di mezzo mondo, probabilmente – ma ora, lanciando occhiate severe al puro, sfavillante sfarzo che ti circonda, sai che avresti dovuto. Quello che all’esterno sembrava uno di quei palazzi moderni pronti ad esibire un’opulenza megalitica quanto inconsistente, è in realtà un palazzo semplicemente ricco. E basta.
Scrolli le spalle ed entri in ascensore, sforzandoti di non dar troppo peso alla lucidità perfetta dei bottoni dei piani – intonsi come mai toccati – e alla nitidezza della tua immagine riflessa nell’enorme specchio parietale di fronte a te.
Per compensare tutta l’austera perfezione di quanto ti circonda, la corsa dell’ascensore è abbastanza lenta da permetterti di pentirti più o meno un milione di volte dell’aver ceduto a quell’istinto assurdo – e che ora riconosci come suicida – portandoti fino a lì.
Lui ti aspetta sulla soglia di casa, mollemente poggiato contro lo stipite della porta. Sorride come potrebbe sorridere un gatto con un topo fra le mani. Sorride perché è convinto di averti messo in trappola. Tu sai che non è vero, o almeno lo speri, e questo ti aiuta a sorridere a tua volta, piantando una mano su un fianco e chiedendogli se intende farti entrare o lasciarti lì sul pianerottolo a farsi guardare mentre rimane immobile in posa plastica. Provi a metterlo a tacere definitivamente con un’uscita di cattivo gusto – “non sono mica un fotografo io, Bellamy, e se ci tenevi tanto a fare lo splendido ci si poteva vedere fuori, da qualche parte” – ma lui vanifica tutti i tuoi sforzi mettendosi sonoramente a ridere proprio nel bel mezzo della frase. La tua voce si smorza e poi cade nel silenzio, e tu ti senti in imbarazzo.
Era una cosa che non succedeva da moltissimo tempo.
Anzi, erano due cose che non succedevano da moltissimo tempo. Perché oltre all’imbarazzo c’è anche il fatto che ti ha zittito. E questo probabilmente non è mai successo.
Si scosta comunque dalla porta di casa e ti lascia entrare. Tu fai finta di non notare che il suo appartamento è enorme e bellissimo, completamente diverso da come l’avevi immaginato – sì, perché hai anche perso tempo ad immaginarlo, mentre ci arrivavi.
Non è disordinato, non è ipercolorato, non ha un aspetto personale.
È un meraviglioso, freddissimo appartamento da scapolo per scelta. Anche un po’ maniaco della pulizia, a dirla tutta. Oppure semplicemente dotato di stuoli di domestiche. Non riesci a scorgere un granello di polvere da nessuna parte.
- Vivi solo? – chiedi, addirittura stupito, mentre lui ti fa strada in cucina, una cucina moderna, nera e lucida con le rifiniture bianche, gigantesca, e poi ti prega di accomodarti mentre prepara il caffé.
Non risponde alla tua domanda, ti lascia lì a languire nel dubbio, col terrore irrazionale di vedersi spalancare la porta d’ingresso sulla sua ragazza che torna a casa dopo una massacrante giornata di lavoro o chissà che altro. Chiaramente, sai che è impossibile. Non ti avrebbe mai invitato se ci fosse stata quella possibilità. A meno che le sue intenzioni non fossero ancora peggiori di quelle che immagini. E a questo proprio no, non vuoi pensare.
Quando lui si siede davanti a te, allungandoti sul tavolo una tazza colma di caffè annacquato, cerchi di ricordare il nome della sua donna. E ci riesci.
- Credevo vivessi con Gaia. – consideri, fingendo un disinteresse che proprio non ti appartiene.
Lui ride, e tu cominci a odiarlo, il suono di quella risata. È fastidiosa, acuta e sguaiata. Sembra prenderti per cretino. Dovrebbe essere proibito ridere così, è maleducato.
- Non viviamo insieme. – ammette lui, sorseggiando il caffè, - Non l’abbiamo mai fatto. È una delle cose sulle quali sono sempre stato chiaro, con lei.
Ghigni. Ti ha offerto il fianco per una battuta acida. L’ha fatto consapevolmente, e tu sai che non dovresti approfittare ma l’occasione è troppo ghiotta per lasciartela sfuggire.
- I tradimenti sono un’altra questione sulla quale sei sempre stato chiaro? – chiedi tagliente, compiacendoti nel vedergli spuntare una smorfia di fastidio sulle labbra che ti dice che, per quanto se lo aspettasse, vederti affondare nel suo ego con noncuranza l’ha irritato.
- Non sono argomenti che si trattino, con la propria ragazza.
- Non sono argomenti che sussistano, in genere, quando stai con qualcuno.
- Oh-ho. Non ti facevo così puritano.
- Non puritano. Solo assennato.
Le battute lapidarie sono sempre state il tuo forte. Sei bravo coi discorsi lunghi e articolati, ma sei ancora più bravo quando si tratta di zittire qualcuno con tre parole in croce. Ci riesci sempre.
Ecco, è così che deve andare.
Tu zittisci lui, non il contrario.
Bellamy non ride più e non dice una parola. Affonda nella propria tazza e medita, mentre anche tu sorseggi il caffé con aria vittoriosa.
- Con Gaia siamo agli sgoccioli. – mormora, senza sollevare gli occhi, - Anzi, direi che goccioliamo già da un bel po’.
Sei tu a ridere adesso.
- Se la situazione è così disastrosa, perché non la lasci?
Lui scrolla le spalle e poggia la tazza sul tavolo.
- Non ho fatto niente per mettermi con lei, non vedo perché dovrei fare qualcosa per lasciarla.
- Ovvero?
- Ha deciso sempre tutto lei. – sbuffa, vagamente annoiato, - Prima o poi mi lascerà anche.
- Comodo. Così ne esci sempre bene. Tanto, nel frattempo, fai il cazzo che vuoi.
Solleva lo sguardo e ti fissa con interesse. Ha dei begli occhi, chiari e luminosi. Di quelli che potresti scambiare per sinceri e trasparenti. Di quelli che è facile prendere per tali. Li conosci, gli occhi di questo tipo: sono uguali ai tuoi. C’è la stessa sfacciata sincerità superficiale. Che, appena scavi un po’ più a fondo, si disperde come uno sbuffo di fumo. Gli occhi di Bellamy, così come i tuoi, sono fondamentalmente torbidi. Come l’acqua bassa dei fiumi; che, quando affondi la mano e sollevi il fango del letto, si colora di sporco.
- Stai cercando di farmi sentire in colpa? – chiede, vagamente incredulo, sorridendo appena.
- No. – affermi con supponenza, - Ti conosco meglio della tua donna. So che sarebbe inutile.
Bellamy ride di nuovo, ma stavolta non riesci a sentirti offeso come prima.
Anche perché questa risata sai di essertela tirata addosso.
- Non mi conosci affatto. – ti informa Matthew, come non fosse consapevole del fatto che lo sai già.
Tu posi la tazza e ti alzi in piedi.
- Comunque so quello che mi interessa sapere. Cioè che sei proprio la persona di merda che mi aspettavo di trovare. Anzi, probabilmente sei peggio. – ti prendi una pausa, scivolando a lungo addosso alla sua espressione indifferente, macchiata da un sorriso furbo e compiaciuto che davvero stona con ciò che gli stai dicendo. – E io scelgo meglio i miei amanti. – continui impietoso, - Non scopo con chiunque.
Lui non si scompone. Gioca un po’, facendo ruotare la tazza sul piattino.
- Io però non sono chiunque. – dice poi, continuando a guardarti.
E negli occhi riesci a leggerglielo. Occhi così li può interpretare solo uno che li ha uguali. E li usa nello stesso modo.
Il desiderio che ha di te lo puoi leggere chiaramente. Senti che farebbe carte false per averti. E questo ti dà un vantaggio non indifferente, anche se non sai quanto ti sarà tornato utile alla fine di questa giornata.
- Sì che lo sei. – argomenti tranquillo, ricambiando il suo sguardo, - Sei proprio chiunque. Del tutto uguale agli altri stronzetti convinti di poter sputare in faccia al mondo solo perché hanno effettivamente le palle per farlo. Le palle non ti rendono meno ridicolo, Bellamy. E neanche meno banale. Solo più volgare.
Sorridi. Sei soddisfatto del decorso della discussione. Ne stai uscendo vittorioso. Ne stai anche uscendo con la bocca talmente piena di sentenze – banali quasi quanto Bellamy stesso – che quasi avresti voglia di chinarti e vomitarle... ma in ogni caso ne stai uscendo in trionfo.
Inghilterra-Lussemburgo: direi due a tre.
Quello che non hai considerato, è che il fischio finale della partita non è ancora arrivato. Nel silenzio dell’enorme appartamento di Matthew Bellamy, risuonano solo i vostri respiri e il rumore bassissimo dei tuoi passi sul pavimento in marmo misto. Niente che somigli anche solo vagamente al gong di un campanello alla fine di uno scontro.
E dire che dovresti saperlo, che nella vita il gong finale non arriva mai finché muori. Perché non puoi impedire a un’altra persona di aggiungere parole alle tue, e non puoi impedirle di muoversi.
Ed è esattamente quello che Matthew fa. Si alza in piedi e ti raggiunge velocemente, avanzando quasi con rabbia. Senti che ha perso tutta la sua flemma, tutta la sua pazienza, anche tutta la sua sicurezza. Nei suoi occhi ormai c’è solo il desiderio che prova nei tuoi confronti. Il suo sguardo non riflette niente. È una pozza priva di senso. Ti stringe allo stomaco, ti dà il tormento per un’infinita serie di secondi, e poi ti serra la gola nel momento esatto in cui lui solleva le braccia e, piantandotele sulle spalle, ti inchioda al muro con un colpo sicuro e doloroso.
- Non ho bisogno di nessuno che venga in casa mia a dirmi chi sono. – ti informa perentorio, chinandosi sulle tue labbra senza neanche sfiorarle, - So esattamente chi sono. La tua analisi precisa potrà pure essere esatta, ma non tiene conto di un fattore importante.
Stretto alla parete e privo di fiato, ti costringi a parlare per pura forza di volontà.
- Sarebbe?
- Che se non ti ho scopato su quella fottuta terrazza è stato solo perché volevo scoparti su un fottuto letto.
Non sai se sia il suo modo di usare le parole. Non sai se sia la sua voce, bassa e cattiva contro la tua pelle accaldata e sensibile. Non sai se sia la luce criminale di quegli occhi, che t’investe senza riguardo, gettandoti addosso una voglia tale che quasi non riesci a controllarla. Quello che sai, è che ora comprendi alla perfezione il desiderio di Matthew. Te l’ha passato come un virus. Si sta facendo strada dentro di te e dà vita a focolai di malessere bruciante come febbre. Nel petto, nelle ginocchia, nei lombi.
- Se non era chiaro prima, te lo esplicito adesso: non scopo con gli stronzi.
Lui sorride – no, non sorride: tira un ghigno crudele sui denti – e stringe la presa sulle spalle.
- E io non mi faccio scappare qualcosa che voglio. Soprattutto quando ce l’ho fra le mani.
Non sai cosa aggiungeresti per contraddirlo. Non ne hai la minima idea, forse soprattutto perché a contraddirlo non ci pensi più, mentre ti si spinge addosso, affondando con la lingua nella tua bocca e stringendoti con una mano alla nuca per avvicinarti il più possibile. Tra l’altro, contraddirlo non avrebbe senso, dal momento che stai per scoprire di aver mentito – perché stai per scopare con uno stronzo – mentre lui sta per segnare in un colpo tutti i punti che lo porteranno alla vittoria finale. Con uno scarto enorme.
Eppure ti lasci condurre senza ritrarti lungo un corridoio infinito che non guardi perché tieni gli occhi ostinatamente serrati, e ti lasci gettare senza fare storie su un letto morbidissimo e spaventosamente grande, di quei letti che a persone come te fanno paura e che invece appagano persone come lui. Ampi spazi vitali e nessun obbligo di condivisione se non per scelta personale. Tu sulle scelte personali non hai mai contato, perché sai che, quando possono scegliere, trattandosi di te le persone scelgono di allontanarsi. È impensabile, e ti fa rabbia, che con Bellamy questo non succeda. Lui meriterebbe la solitudine molto più di quanto non la meriti tu.
La cosa ancora più urtante è che probabilmente lui è anche, effettivamente, molto più solo di te.
Però a lui piace, mentre tu lo odi.
Il che ti fa pensare che lui abbia sviluppato la propria attitudine con un successo decisamente maggiore del tuo.
Le sue mani si insinuano sotto il tuo maglione e divorano la pelle centimetro su centimetro, pressano talmente a fondo che sembra vogliano scavare fino a raggiungere i nervi e toccare direttamente quelli. Vuole sentirti ansimare, vuole sentirti tremare, vuole sentirti tendersi contro di lui e implorarlo di darti di più. Tu gli concedi tutto tranne le preghiere, sai che il sesso è un gioco e che una volta finito non ne rimane niente. Sai che, dei mugolii ai quali ti stai lasciando andare mentre sfiora con un ginocchio la tua erezione attraverso i jeans, non si ricorderà più nessuno. Sai che lui è troppo intelligente per tirarli fuori come argomento di conversazione quando avrete finito di scopare. Sai anche che, nel caso l’avessi sopravvalutato e lui fosse in realtà più stupido di quanto non pensi, se ne parlasse potresti metterlo al suo posto con un sorriso sarcastico – e quello non faticherebbe a interpretarlo.
È per questo che lo accontenti. È per questo che sussurri il suo nome direttamente nelle sue orecchie, è per questo che ti lasci andare a un concertino di sì e incitazioni che suonano più come incoraggiamenti che come attestazioni di desiderio. Lui stringe fra le mani e fra i denti qualsiasi cosa finisca loro in mezzo, e ringhia come un animale, soffiando sulla tua pelle e lasciandole addosso baci talmente caldi e bagnati da sembrare lava.
Ti affonda dentro senza riguardi, e tu sai che lo scontro è almeno pari. Perché lui ti desidera molto più di quanto tu desideri lui, però per lui quello che state facendo vale molto meno di quanto valga per te.
È un compromesso accettabile.
Ansimi e ringhi anche tu, stringendolo fra le braccia, gettandoti a peso morto sul materasso che comincia a intiepidirsi per il calore dei vostri corpi e lasciando che sia lui a guidare, che sia lui a modellarti secondo il proprio desiderio, che sia lui a spingere, che sia lui a stabilire le posizioni e il ritmo. E quando vieni, lo fai con discrezione, per non dargli soddisfazione. Ti copri gli occhi e mugugni appena, un suono quasi impercettibile. Lui ne è indisposto, vorrebbe farti urlare perché ti vuole al punto da desiderare di lasciarti addosso un segno indelebile, e tutti sanno che non sono i graffi le cose che rimangono del sesso, e non sono neanche i morsi e i succhiotti, ma gli orgasmi. Un orgasmo epocale non te lo dimentichi più finché vivi, e il tuo, dannazione, lo è stato, ma lui non lo saprà mai.
Mentre viene, lui ti azzanna alla giugulare come un predatore. Stringe quasi volesse strapparti la carne di dosso e divorarti. Però non ti abbraccia, e anzi si discosta subito, prima ancora di aspettare di riprendere fiato. Cade sul materasso di schiena, le gambe semidivaricate e la testa sul cuscino, un braccio ancora incastrato dietro la tua schiena, e senti scemare il suo interesse respiro dopo respiro, come fuggisse via dal suo corpo accompagnando ogni particella d’ossigeno.
Se non ha aspettato lui, tanto meno lo farai tu. Ti assicuri solo di essere in grado di reggerti sulle gambe e poi salti in piedi, andando alla ricerca dei tuoi vestiti e indossandoli uno a uno con sicurezza. Lui ti guarda, l’espressione indecifrabile, rimanendo immobile dove si trova.
Quando hai finito di rivestirti, recuperi anche il cappotto e ti fermi un attimo a fissarlo.
- Spero che quello che abbiamo fatto non ti faccia pensare che io abbia cambiato idea sul tuo conto.
Suona come un’estrema e blandissima difesa, ma dovevi dirlo. Devi assicurartene. Sai che non mentirà, non ne avrebbe motivo ed è talmente pieno di sé da non averne neanche bisogno.
- Non mi aspettavo niente del genere. – confessa ridendo.
La risata è sempre la stessa. Non sai davvero come fai a sopportarla. Probabilmente ti aiuta solo la consapevolezza che a minuti sarai fuori di lì e quel gioco assurdo non avrà più modo di ripetersi.
Perché. Non. Si ripeterà.
Non lo farà.
- E cosa ti aspettavi? – chiedi acido, gettandoti la giacca su una spalla.
Lui si rigira fra le lenzuola, abbandonandosi languidamente su un fianco e guardandoti. Sulle labbra, un sorriso pericoloso che ti scarica addosso brividi e paura al punto da farti pensare di essere tornato ammalato proprio come prima.
Che non si ripeterà è ancora una certezza.
Lo è, vero?
- Ne riparleremo quando tornerai.
Fanfiction a cui è ispirata: "Try Something New" di Happy.
Genere: Romantico, Triste, Introspettivo.
Pairing: BrianxMatt, BrianxHelena, MattxGaia.
Rating: R - probabile futuro NC-17.
AVVISI: Angst, RPS, Spin-off, Incompleta.
- Un anno è passato dall'ultima volta in cui Matt e Brian si sono visti. Un anno, e sembra non sia cambiato niente. Un anno, e in realtà c'è stata una rivoluzione, dentro di loro. Rivedersi è davvero la cosa giusta? Matt non lo sa. Sa solo che non può fare a meno di vagare per Hyde Park sperando di incontrarlo.
Commento dell'autrice: Se ne parla alla fine è_é
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TRY SOMETHING BETTER
CAPITOLO 1
SLEEPING WITH GHOSTS

“Don’t waste your time
Or time will waste you”
Muse – “Knights of Cydonia”


In effetti s’era sempre sentito un po’ in colpa per quello che aveva combinato a dicembre, l’anno prima. S’era sempre sentito un po’ in colpa e s’era sempre sentito anche un po’ – molto – vigliacco per quella fuga repentina e ingiustificabile, pretesa e ottenuta con tanti di quegli allucinanti strepiti che aveva sempre avuto paura che Tom e i ragazzi, da quella volta, avessero maturato nelle loro menti un’idea di lui in versione pazzo isterico che di sicuro non giovava alla sua autostima. Se ne accorgeva ogni volta che, ad esempio, Dom o Chris gli facevano un suggerimento a riguardo di qualcosa che avesse scritto: si avvicinavano sempre con timore, premettendo sempre che trovavano il suo lavoro fantastico, prima di dire quello che avrebbero preferito cambiare.
Anche Tom aveva difficoltà a parlare con lui. Al punto che ogni tanto, quando aveva bisogno di fare un qualche cambiamento nelle date dei tour o delle uscite dei singoli, neanche glielo diceva. Si limitava a farlo e poi avvicinarlo con cautela, offrirgli una cena o qualcosa di simile e mormorare “Adesso non ti arrabbiare, Matt, ma ho dovuto modificare questo, questo e quest’altro…”, ricevendo puntualmente in risposta uno stupito “Perché dovrei arrabbiarmi, scusa? Se hai deciso così avrai avuto un motivo, e poi il manager sei tu, sei tu che devi occuparti di queste cose, il mio lavoro è un altro…”, al quale, spesso, seguiva un sorriso imbarazzato e un “No, ma era per essere sicuro che non ti saresti infastidito”, che lui poteva spiegare solo ed esclusivamente come uno strascico della furia che l’aveva preso quando s’era trattato di tornare in studio a registrare coi Placebo.
Né Tom, né Dom, né Chris avevano mai capito. Anche perché, sul momento, sì, non l’aveva presa benissimo, aveva pregato un po’ tutti gli déi dell’universo perché gli concedessero di sfuggire a quella tortura, e s’era lamentato, e aveva protestato, ma era anche eccitato, era anche emozionato, e non vedeva l’ora, dannazione a lui, non vedeva l’ora di rientrare in studio e registrare di nuovo, non… non vedeva l’ora di rivedere Brian…
Per settimane aveva collezionato idee e spunti. E per settimane, i suoi amici avevano assistito stupefatti allo spettacolo sconvolgente di lui che rientrava in albergo, afferrava il cellulare, si gettava sul letto e chiamava Brian, improvvisando conversazioni del tipo “Ho visto questa scena fantastica oggi, per strada, dobbiamo assolutamente infilarla da qualche parte nello studio album, poi!”. Li avevano ascoltati chiacchierare per ore intere con toni che a volte sfioravano il romanticismo, e vagavano da un isterico “Molko, piantala, una buona volta, di dire porcate!” a un trasognato “Sì, anche tu mi manchi… un po’…”, sussurrato a stento, buttato fuori a fatica, coprendo la cornetta con una mano nella speranza che non sentisse nessuno.
Scene quasi surreali.
Cose di cui si vergognava da morire.
Per circa un mese avevano dovuto credere che fra loro ci fosse davvero qualcosa. Che stessero pensando a metter su famiglia o chissà cos’altro.
Dio.
E poi era successo qualcosa. Qualcosa che perfino Tom, malgrado sentimentalmente fosse l’uomo più ottuso del mondo, aveva dovuto capire perfettamente. Ovvero era arrivata Gaia.
Gaia l’aveva… l’unico termine che gli veniva in mente e che potesse, anche se molto vagamente, descrivere la sua situazione, era “sconvolto”. Gaia era stata un vero e proprio tumulto.
Era una loro fan. L’aveva letteralmente assalito all’ingresso dell’albergo nel quale alloggiavano, rischiando di farsi ammazzare dalle guardie del corpo e uscendo dalla rissa con una spalla lussata. Ancora dolorante, quando i ragazzi della security l’avevano sollevata e, comprendendo di aver calcato un po’ troppo la mano, l’avevano adagiata su una panchina, chiamando un’ambulanza, la prima cosa che lei aveva mormorato, appena lui le era andato vicino per assicurarsi che fosse ancora viva, era stata “Sono felice di averti potuto vedere così da vicino…”. E quando lui, ridacchiando, le aveva risposto “Hai rischiato grosso… la prossima volta che tenti di avvicinarmi sta’ più attenta…”, lei, sempre sorridendo, nonostante la smorfia di dolore che le sconvolgeva le labbra, aveva detto “Se potessi vederti ogni mattina nel mio letto non dovrei più temere per la mia vita”.
Lui era arrossito, sentendosi nello stesso momento attaccato e già sconfitto.
In quel preciso istante aveva capito che era lei, la donna che cercava. Non sapeva nemmeno il suo nome, conosceva soltanto il suo caschetto biondo, i suoi occhi verdi, la sua pelle chiara e il suo fisico minuto. Non conosceva la sua età, non sapeva nulla della sua vita, ma lei era quella donna, la donna di cui aveva spesso parlato a Dom con aria sognante, la donna per lui.
E lei gliel’aveva confermato riapparendo davanti all’albergo il giorno dopo, col braccio ingessato e un adorabile sorriso sul volto.
“Mi chiamo Gaia”, aveva detto, porgendogli la mano, “Scusa se ti do la mancina”.
“Niente”, aveva detto lui, rispondendo al saluto. “Posso invitarti a bere un te? Sai, per scusarmi del comportamento delle mie guardie del corpo, ieri…”.
Lei aveva sorriso ancora, e lui l’aveva trovata angelica.
“Certo che puoi. E sei già scusato, comunque”.
Era cominciata così.
E nessuno ci avrebbe scommesso su un centesimo.
Nessuno tranne lui, ovviamente.
Un mese dopo, già convivevano. Lei era giovane, molto giovane, aveva appena diciannove anni, ma i suoi genitori erano due persone molto aperte, avevano semplicemente preteso di conoscerlo e sottoporlo a un interrogatorio di un paio d’ore, dopodiché avevano spalancato le braccia e gli avevano affidato la loro bambina con un gioviale sorriso sul volto.
Era stato in quel momento che lui aveva cominciato ad avere paura.
Mancava solo un mese a dicembre. Mancava solo un mese al momento in cui avrebbe rivisto Brian.
E sapeva, perché lo sentiva continuamente, perché parlavano continuamente, sapeva che Brian non era cambiato di una virgola, così come non erano cambiate di una virgola le sue idee su di lui, su di loro.
Ed erano un pericolo.
Perché la sua storia con Gaia era ancora una bambina, era appena nata, era così minuscola e indifesa che lui sentiva il bisogno fisico di proteggerla, avvolgerla fra le sue braccia e impedire al mondo esterno di intromettersi e rovinare tutto.
Ci teneva troppo, per permettere a un altro terremoto di buttare a terra le fondamenta della sua nuova casa.
Perciò, a dicembre aveva semplicemente fatto esplodere un casino. Aveva gridato e strepitato, aveva affermato con convinzione che non gli interessava più nulla di lavorare di nuovo coi Placebo, che la produzione poteva andare a farsi benedire, che non gliele fregava nulla del contratto e poteva anche stracciarlo davanti a tutti, che voleva concentrarsi su sé stesso, che voleva preparare i nuovi pezzi per il nuovo album, che, in definitiva, non se ne faceva più niente.
Avevano protestato un po’ tutti, com’era stato ovvio fin dall’inizio. Dom, soprattutto, s’era infuriato, e avevano litigato come i pazzi per la prima volta dopo tanto tempo. A Dom, come lui stesso gli aveva detto, non fregava niente di quali fossero i suoi problemi personali, non avrebbe dovuto permettersi di impedirgli di passare un altro po’ di tempo con Stefan. E quando lui, protestando, gli aveva detto che comunque di Stefan non gli era mai davvero fregato niente, Dom l’aveva guardato con disgusto e gli aveva semplicemente detto che della vita non capiva un cazzo. Dopodichè l’aveva snobbato per qualcosa come tre settimane e alla fine era crollato e l’aveva “perdonato”.
Lui s’era sentito una bestia insensibile per tutto il tempo.
Soprattutto quando ignorava le chiamate di Brian che tempestavano il suo cellulare.
Ma non era disposto a cedere. C’era troppo in palio. E lui era sempre stato un tipo tenace.
Però, ecco, migliaia di volte, durante quel periodo orribile, avrebbe voluto prendere i suoi amici per le spalle, scuoterli violentemente e urlare “non è che la cosa mi faccia piacere, accidenti a voi, non è che gioisca al pensiero di mandare a puttane un contratto, non è che gioisca al pensiero di mandare a puttane un rapporto, non è che mi piaccia pensare che non rivedrò Brian mai più, solo ho una paura fottuta che questo possa distruggermi la vita, com’è che non lo capite?, com’è che non lo vedete?, PERCHE’, CAZZO, NON VE NE ACCORGETE?!”.
E forse era per questo che, quando aveva saputo che i Placebo avrebbero preso parte al mega-concerto organizzato a Hyde Park, aveva colto la palla al balzo e, mentendo a chiunque, ci era andato. Gaia non aveva sospettato niente, ma di lei non aveva effettivamente motivo di preoccuparsi, perché quella ragazza si fidava di lui come fosse stato suo padre. Dom, probabilmente, aveva sospettato qualcosa. Infatti gli aveva sussurrato malignamente “Tanto se vai lì ci vediamo, perché io ci sarò sicuramente”.
Fortunatamente, Dom non s’era fatto sfuggire nulla con Gaia. Quello sarebbe stato un problema non indifferente, da risolvere.
Cavolo, poteva vedersi. Poteva vedersi vagare sperduto fra i gruppetti di persone intenti a chiacchierare in attesa dell’inizio dello show. Si prospettava una manifestazione musicale di proporzioni cosmiche, avrebbero partecipato tanti di quei gruppi, tra vecchie guardie ed esordienti, che non riusciva neanche a ricordare tutti i nomi.
Anche se be’, in realtà non è che ci avesse realmente provato a memorizzarli, tutti quei nomi. I suoi occhi avevano individuato i Placebo fra i tanti e il suo cervello aveva provveduto a isolarli dalla massa e cancellare tutto il resto, così non è che fosse rimasto molto spazio per i nomi degli altri.
…era semplicemente patetico.
Era lì per vedere Brian, questo era chiarissimo perfino per lui, che pure aveva cercato di ignorare quella verità per tutto quel tempo, che pure aveva cercato di convincersi fosse solo curiosità, voler vedere come stesse, come se la passasse…
Non voleva incontrarlo, gli faceva ancora troppa paura, ma vederlo, quello sì, anche solo da lontano, anche solo intravederlo, anche solo-
- Carino.
Oddio.
Si congelò sul posto, stringendo i pugni e sentendo un brivido scendergli lungo la schiena fino a fargli tremare le gambe.
Oddio.
*
Qualche minuto prima.

Non che fosse inquieto.
E non che sperasse in qualcosa, ovviamente.
Però Dominic l’aveva chiamato in gran segreto e gli aveva detto che sospettava che Matt pensasse di andare al concerto, magari senza farsi vedere, e allora gli sembrava ovvio provare un attimino d’agitazione in prospettiva, o no?
Insomma.
Matt era… era rimasto una parentesi, nel suo passato. Una parentesi che non si era mai chiusa.
E faceva male, ecco. La situazione sospesa, il pensiero che potesse essere ancora sospesa anche nella testa di quel dannato stupido, oltre che nella sua…
Il desiderio di lasciare che tutto si esaurisse nel tempo passato e sprecato, e quello contrastante e altrettanto forte di tenere il ricordo fisso nella mente, per non perderlo mai di vista.
Scosse il capo, massaggiandosi le tempie con due dita.
È mai possibile essere così emotivi?, si disse, sconsolato, scuotendo il capo come a volerlo svuotare da tutti i pensieri.
Doveva uscire da quel dannato umore. Doveva uscire da quella dannata ragnatela di ricordi e soprattutto doveva smettere di vagare per il parco sperando di beccare Matt in mezzo alla folla.
Cercarlo lo faceva solo stare male. Lo riempiva solo di pensieri riguardo a come si era sentito durante l’anno, e quello che aveva passato, e…
Insomma, era stata sua la colpa. Tutta di Matt. Lui si era limitato a comportarsi come sempre, era sempre stato il solito Brian.
Per quanto poteva immaginare potesse essere stato questo a convincere Matthew a comportarsi come aveva fatto.
Ma aveva fatto in modo che nessuno si preoccupasse per lui, durante quei lunghissimi dodici mesi. A Stef e Steve non aveva voluto dire niente, aveva continuato a comportarsi con naturalezza senza lasciar sospettare come si sentisse in realtà. Con Helena non aveva voluto neanche accennare alla cosa, e anche con Alex non aveva avuto voglia di parlare, sebbene lei fosse stata l’unica a immaginare che tutta la sua allegria non fosse altro che di facciata.
Dannate donne, sempre così sensibili.
Ma lui era sempre stato così, in fondo, no? Preferiva tenersi tutto dentro e sorridere, di giorno, e dormire coi suoi fantasmi la notte. Magari affondare nel cuscino e respirare con forza, fino a farsi dolere i polmoni, strizzando gli occhi fino a vedere macchie bianche vorticargli dietro le palpebre, e poi riaprirli e guardare il buio, e trattenere le lacrime a stento o non piangere affatto, e stringere i pugni attorno al lenzuolo ripetendosi “passerà, passerà”, sapendo perfettamente che non sarebbe mai passata, perché i fantasmi ti si attaccano alla pelle, sono come il tempo, che passa e ti rimane ancorato alle spalle, e ne senti il peso, giorno dopo giorno, e senti il rimpianto dei giorni perduti e ti fa male anche se sei fortunato e trovi qualcuno che ti consoli.
Lui era stato fortunato, in fondo. Aveva trovato Helena. E lei era stata fantastica, e comprensiva, e permissiva, e lui era convinto, fermamente convinto che fosse la compagna perfetta, l’unica possibile. E poi lei gli aveva dato Cody, e Cody era semplicemente la cosa più… più grandiosa che avesse mai pensato di ricevere in dono dalla vita.
Adesso era un padre, era un uomo quasi sposato, era tutto sommato contento. Era maturato, dall’anno prima.
Eppure non riusciva a lasciarsi quello che aveva vissuto alle spalle.
Non sarà una volta sola, aveva pensato dopo quell’unica notte insieme, e invece era esattamente quello che era rimasto. Un errore. Un episodio isolato nella vita perfetta e razionale di Matthew Bellamy; un episodio isolato, e neanche l’ultimo di una lunga serie, anche nella vita caotica e assurda di Brian Molko.
Un bruscolino di polvere.
Un’invisibile crepa nella parete.
Un niente.
E poi sollevò lo sguardo. Lo fece vagare sconsolato fra le migliaia di facce sconosciute che sembravano troppo impegnate ad aspettarsi di vederlo sul palco per guardare oltre ai suoi occhiali da sole e al berretto che indossava e alla sciarpa che gli copriva per metà il viso, e accorgersi che era lui. Lo fece vagare fra gli alberi di Hyde Park, fra le aiuole ben curate e pulite, così tipicamente inglesi, e gli ampi spazi di terreno mattonato, e poi lo fece vagare su, perdendolo nel cielo plumbeo che sembrava nero attraverso le lenti degli occhiali, e quando lo riportò giù Matt era davanti a lui, voltato di spalle, e camminava spedito guardandosi intorno come alla ricerca di qualcuno, e a lui sembrò per un attimo di impazzire di gioia, e si sentì sudare freddo mentre tra i suoi occhi e tutto il resto germogliavano le parole cerchi me?, cerchi me?, dimmelo, se cerchi me, Dio, ti prego, fa che cerchi me…
Tirò un respiro profondissimo. Rilasciò l’aria dalle labbra, e quella si condensò in vapore e si sparse davanti a lui, rendendo l’immagine di Matt opaca e sfumata – che ironia – proprio come quella di un fantasma.
E poi prese di nuovo fiato, e cercò di sorridere.
- Carino. – disse, e fu abbastanza perché Matt si congelasse sul posto, stringendo i pugni e voltandosi a guardarlo.
*
Non lo individuò subito, quando si girò. Ma era sicuro che fosse lì, doveva essere lì, non poteva esserci soltanto la sua voce, perciò guardò meglio e lo vide. Sì, il nanetto imbacuccato in un lungo cappotto nero, con la sciarpa quasi annodata intorno al viso come un terrorista, e i capelli coperti da uno sciocco berretto bianco e nero, doveva essere Brian.
Non sapeva cosa dire, ma non poteva rimanere zitto, perciò sputò fuori un saluto, faticando enormemente per ricordare il giusto ordine delle lettere nella parola “ciao”.
Brian… sembrava a suo agio. Non poteva vedere l’espressione del suo viso, ma la postura del suo corpo – le gambe leggermente divaricate, le mani mollemente abbandonate nelle tasche del cappotto, le spalle sciolte e distese – e in generale la sua disinvoltura naturale e il tono pacato e quasi divertito con cui l’aveva chiamato, lasciavano intendere proprio quello.
Che per lui fosse tutto a posto.
Che incontrandosi dopo un anno lui potesse chiamarlo ancora in quel modo senza sembrare inopportuno.
Questo lo irritava.
Cercò di mostrare indifferenza, mentre il suo cervello ribolliva.
- Che coincidenza. – disse atono, guadagnandosi in cambio una risata tonante da parte di Brian.
- Coincidenza? – chiese l’uomo, abbassandosi gli occhiali da sole sul naso e guardandolo da sopra le lenti, - Hai uno strano modo di intendere le coincidenze, tu.
- Se credi che ti stessi cercando, sbagli di grosso. – replicò, incrociando le braccia sul petto.
- Sì?
- Sì. Cercavo Dom, so che doveva venire.
Ancora, Brian rise forte.
- Se credi che lui o Stef siano ancora nei paraggi, dato che la prima cosa che hanno fatto rivedendosi è stata saltarsi addosso, allora sei tu quello che sbaglia di grosso. – disse sorridendo candidamente.
Lui si diede dello stupido. Avrebbe dovuto immaginare che una scusa simile non avrebbe funzionato, viste le circostanze.
Rimasto senza parole, totalmente incapace di reggere lo sguardo di Brian – cazzo – fissò la punta delle sue scarpe per una serie infinita di secondi.
Poi l’odore, la consistenza e la temperatura dell’aria attorno a lui cambiarono, e ancora prima di alzare lo sguardo lui seppe che Brian gli si era avvicinato.
- Posso offrirti una birra? – gli chiese l’uomo, gli occhi nuovamente coperti dagli occhiali, scrollando le spalle.
E lui sapeva che era un pericolo avvicinarglisi tanto.
Sapeva che era un pericolo, stare con lui.
E sapeva che era un pericolo anche bere qualcosa con lui.
Ma accettò senza pensarci neanche una volta.
*
Non voleva dargli l’idea che si fosse tenuto informato sul suo conto, durante quell’anno di assenza, perciò non poteva mica cominciare a chiedergli cose del tipo “Allora, ho sentito che finalmente stai mettendo la testa a posto! Com’è essere padre?” sperando che lui pensasse fossero solo informazioni sentite casualmente alla tv o intraviste di sfuggita su un giornale scandalistico.
Brian era scandalosamente portato ad osservare gli avvenimenti come se tutto avesse un perché.
Non ammetteva l’esistenza della casualità.
E Matt sapeva che mentre sorrideva sereno sorseggiando innocente la sua birra, in realtà stava pensando che se si erano incontrati era soltanto perché entrambi lo volevano fortissimamente, e che se lui aveva accettato di farsi offrire la birra era soltanto perché aveva voglia di stare con lui.
Non aveva pensato neanche un momento che avessero potuto incontrarsi per caso e che lui avesse accettato perché non vedeva per quale motivo non avrebbe dovuto.
No, decisamente, se gli avesse chiesto una qualsiasi cosa sulla sua vita privata Brian avrebbe pensato immediatamente che lui si fosse messo a raccogliere informazioni sul suo conto, ritagliare articoli di giornale e fotografie e costruire un altarino alla sua memoria – con candele e tutto – nel seminterrato di casa sua.
Cosa che effettivamente era stato tentato di fare, più di una volta.
Potenza della nostalgia.
Mentre rimuginava su cosa fosse giusto fare e cosa invece dovesse ricordarsi di non fare mai e poi mai, semplicemente Brian terminò la sua birra, sorrise e chiese “Allora, ho sentito che ti sei fidanzato. Sei felice?”.
Lui lo guardò, attonito, la labbra ancora dischiuse e il boccale a mezz’aria davanti al viso.
- Che vuol dire se sono felice?
Lui inarcò le sopracciglia, stringendo le labbra.
- E’ una domanda come un’altra. No?
- Sì, voglio dire… certo che sono felice! Amo la mia ragazza!
Brian sorrise.
- Vedi che non è difficile rispondere?
Che cosa diavolo gli stava succedendo? Non era mai stato così gentile, così ossequioso…
…così distaccato.
Odiava quel sorriso lontano. Odiava quelle domande di circostanza.
E odiava la consapevolezza che se Brian poteva permettersi senza troppi problemi di chiedergli se fosse veramente felice e come stesse con la sua ragazza era perché, evidentemente, lui l’aveva superato, quello che era successo fra loro.
E quindi, forse, in definitiva, quello che pensava troppo, fra loro due, era proprio lui.
Quello ancora spaventato.
Quello ancora attaccato al passato.
Quello ancora in- Dio, era lui, quello.
Abbassò lo sguardo, sentendosi colpevole nei confronti di tutto il mondo.
- Allora, chi sei venuto a vedere? – chiese Brian tranquillamente, con curiosità, - I Genesis? La reunion sta facendo parlare di sé. Pare che andranno in tour, dopo questo concerto.
- Mh… - disse lui, poco convinto, mentre metabolizzava la sensazione che, con tutto il rispetto per Collins e compagnia, con Brian là davanti dei Genesis gli fregava meno di niente.
- E’ proprio vero che il tempo rinvigorisce i legami, quando sono sinceri, no?
Spalancò gli occhi.
Eccola.
Eccola, eccola, eccola!
La mazzata.
Doveva arrivare, prima o poi.
Stupido, deficiente lui che aveva creduto di averla passata liscia.
Il tempo rinvigorisce i legami sinceri, sì.
E distrugge tutti gli altri.
Capito l’antifona, Brian.

Ora era tutto molto più chiaro, e molto più doloroso.
Brian non era semplicemente passato avanti. Non aveva conservato il ricordo del tempo che avevano passato insieme immergendolo in un barattolino di dolce malinconia. Aveva camminato sui suoi ricordi, pestandoli e riducendoli in brandelli, e poi aveva messo quanto rimasto sott’odio, e lì l’aveva lasciato, a marcire, fino a quel momento.
Ecco cosa c’era dietro ai suoi sorrisi sereni, dietro al suo cortese distacco, alle sue fredde premure.
Quintali, quintali e quintali di schegge di rancore a saltellare impazzite nella sua mente, conficcandosi ovunque.
- Be’, chiunque tu sia venuto a vedere, - concluse Brian alzandosi in piedi, - spero tu rimanga anche fino all’esibizione dei Placebo.
In realtà aveva già visto chi voleva vedere.
Fin troppo.
E se Brian l’avesse saputo gli avrebbe detto tranquillamente che allora poteva andare via.
Ma lui non disse niente, si limitò ad annuire. Brian rispose con un sorriso e poi si voltò per uscire dal locale.
Resistette all’impulso di richiamarlo solo fino a quando non lo vide sulla soglia della porta.
- Brian! – disse a voce alta, attirando gli sguardi degli altri clienti e rimettendoli tutti ai loro posti con una serie di occhiatacce torve.
- Sì? – chiese lui, voltandosi e sorridendo cortesemente.
Matt si sentì avvampare.
- Canterai… canterai la nostra canzone? – chiese infine, imbarazzato, fissando il pavimento.
Brian scoppiò a ridere così forte che lui pensò di aver fatto una battuta.
- Mio Dio, Bellamy: no!

In coppia con Nainai.
Genere: Romantico, Comico, Erotico.
Pairing: BrianxMatthew
Rating: NC17
AVVERTIMENTI: Language, Lemon, RPS.
- Brian non ha la febbre. Brian sta morendo di febbre! Ma quello stupido idiota del suo uomo, Matt Bellamy, sembra non curarsene, e sembra importargli solo dello stupido premio fasullo che gli consegneranno in televisione da lì a pochi minuti! E quindi, cosa potrebbe esserci di meglio da fare che non cercare di tenerlo a casa lamentandosi...?
Commento dell'autrice: L'idea di questa fanfiction è stata di Nai ù_ù E in effetti ha cominciato lei a scriverla, e per molti versi la fanfiction è ancora totalmente sua XD Anche perché, a conti fatti, lei ne ha scritto molto più di me :O Il mio ruolo, all'interno di questa storia, è stato darle un titolo (utilizzando un'adorabile canzone dei Gym Class Hero <3) e un bel pezzetto porno XD che è tipo la cosa più ESPLICITA che io abbia mai scritto fino ad ora ù_ù E per questo la amo XD
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ATTENZIONE: il seguente scritto non è stato redatto né pubblicato a scopo di lucro, i personaggi ivi utilizzati, pur portando il nome di persone vere, sono solo personaggi e NON fanno alcuna delle cose qui raccontate (non lamentatevi con noi), non intendiamo offendere nessuno con quanto qui scritto e siamo abbastanza sane di mente da renderci conto da sole che sono giochi per bambini e non cose serie.
A parte questo bla bla bla, aggiungete un po’ tutte le rassicurazioni di cui sentite la necessità U_U

L’Easily Forgotten Love e, più precisamente, i suoi membri Lisachan e Nainai, sono lieti di presentarVi:

Cupid's Chokehold


-Trentanove e mezzo. Però!- Matthew buttò il termometro sul comodino e lo guardò.- Direi che hai la febbre, Brian.
Lui arricciò il naso. Aveva le guance rosse e gli occhi lucidi, e questo, insieme con i capelli che sfoggiavano l’ennesimo taglio asimmetrico da donna, ma privo di forma dopo le ore passate sotto le coperte a sudare, e gli ricadevano sul viso in ciocche improponibili, contribuiva a dargli l’aria di un moccioso imbronciato. In generale era…carino, pensò Matt Bellamy sorridendo. Fu un grosso errore.
-So benissimo di avere la febbre!- ruggì Brian Molko, affatto intenerito alla vista di quel sorriso.
Incrociò le braccia sul petto e lo fissò con un tale sguardo omicida che Matt pensò per un momento che sarebbe davvero riuscito a dargli fuoco. Però non si mosse, seduto ancora al suo fianco sul grande letto che occupava la loro camera nell’appartamento che condividevano a Londra. Troppo di rado, si disse vagamente l’inglese, per poi tornare a spostare l’attenzione sul proprio compagno.
-Sei tu – e qui rimarcò quella parola come se stesse sputando fuori un insulto.- che sembri ignorare le mie condizioni e ti prepari ad abbandonarmi qui da solo e bisognoso di cure!
Matthew sospirò pesantemente.
-Vado via solo per qualche ora, Bri, basta che resti buono buono a letto, a riposare, e non te ne accorgerai nemmeno.- tentò di farlo ragionare.
Ma fu inutile, l’unica cosa che ottenne fu che Brian cominciasse ad agitarsi come un pazzo appena lui si alzò per tornare al tavolo da toilette e finire di preparasi.
-Tu non mi ami! Se mi amassi riterresti stare con me mentre muoio più importante di ogni altra cosa!!!- strillò il cantante dei Placebo, irritando la povera gola già messa a dura prova dalle placche della febbre.
Terminò la propria invettiva con un colpo di tosse e, sfinito, si lasciò ricadere sul cuscino, dardeggiando da lì contro il povero Matthew.
-Non stai morendo.- ribatté ragionevole quest’ultimo.- Hai solo l’influenza.
-Ed il mal di gola!- ribadì Brian, con una tale espressione sconvolta da far credere che questo avrebbe davvero potuto segnare la sua fine.- E tu sei un insensibile mostro!- aggiunse poi per sicurezza, mettendo da parte l’aria sconvolta per tornare ad adottare lo sguardo di fuoco assassino.
Matthew si concesse un secondo sospiro pesante, ma non si voltò mentre sistemava la camicia e, allo specchio, si assicurava di essere finalmente pronto per uscire.
-Bri, tesoro, cerca di capire.- tentò comunque di spiegarsi, mantenendo quel tono controllato.- Devo lavorare, non lo faccio per divertimento.
Ovviamente questo suo palese disinteresse non poteva che montare alla testa di Brian, che a quel punto non trovò di meglio che saltare fuori dalle coperte come una biscia e scagliarglisi contro più di quanto non stesse già facendo dal proprio “letto di dolore”.
-COME OSI DIRE CHE DEVI LAVORARE!!!- gli ruggì contro inferocito. Matt lo guardò, sollevò le braccia portandole ai fianchi ed attese.- DEVI SEMPLICEMENTE ANDARE…IN QUEL POSTO A FARTI DARE UN PREMIO CHE TU E QUELLA PATETICA IMITAZIONE DI BAND ROCK NON MERITATE AFFATTO!
-Ma non avevi mal di gola?
Brian s’interruppe, fissandolo come se non riuscisse davvero a capacitarsi. Lui stava morendo, era chiaro…era lampante! Ed il suo uomo sembrava completamente insensibile a questa cosa! Ed aveva mal di gola! E Matt lo abbandonava per…
-E’ una premiazione televisiva, Bri.- ricominciò Matthew, avvicinandoglisi ed approfittando di quel momento di totale smarrimento per prenderlo gentilmente per le spalle, farlo voltare e ricondurlo verso il letto.- Durerà forse un paio di ore,- ribadì con dolcezza, facendolo stendere e sistemandogli le coperte.- tante chiacchiere,- aggiunse scostandogli i capelli dalla fronte e controllando la sua temperatura.- tante idiozie, un premio assolutamente privo di senso dato sulla scorta dei soldi pagati dalla Warner al canale televisivo,- proseguì amabilmente rimboccandogli lenzuola e coperte e sorridendogli.- poi mollo tutto e scappo via per tornare da te.- promise.- Non resto nemmeno per il party dopo lo show.
Brian lo guardava. Matt si illuse per un momento che potesse aver capito o, almeno, essersi arreso all’idea che lui dovesse necessariamente uscire. Ma poi riconobbe il lampo che attraversò gli occhi dell’altro e che diede una luce assolutamente folle agli occhi chiari e si preparò ad un nuovo scoppio d’ira violenta.
-…tu- iniziò Brian con una calma sibilante che fece venire i brividi a Matt, tanto bene ormai la conosceva.- ti sei messo schifosamente in tiro!- terminò in un ruggito il leader dei Placebo.
Bene. Di tutto il suo discorso non aveva sentito una parola, ma del vestito di Matthew aveva registrato anche la piega dei pantaloni ed il colore dei bottoni della giacca rossa. Matt resistette per miracolo all’impulso di infilare le dita tra i capelli in un gesto sconfortato, si ostinò a tenerle serrate contro i fianchi e mantenne un’aria tranquilla, nonostante l’esasperazione che sentiva risalire dallo stomaco.
-Bri, io sono in ritardo.- si decise a far notare.- Dovevo essere in quei dannati Studi circa un’ora fa e sono ancora qui a perdere tempo con te.
Si rese conto da solo del madornale errore appena commesso, per cui non si stupì troppo di vedere Brian saltare su fuori dalle coperte un’altra volta e cominciare, in piedi sul letto, a rovesciargli addosso tutti gli insulti che potevano venirgli in mente.
-PERDERE TEMPO CON ME?! BELLAMY!!! IO STO MALE E TUUU- e qui gli puntò contro il dito in un gesto teatrale.- MI ABBANDONI!!!
Matthew lo guardò. Contò fino a trenta, prese fiato, si rilassò e gli sorrise.
-Brian, tesoro, potresti rimetterti sotto le coperte e stare buono per queste due fottutissime ore?- domandò con calma.
-Non ho alcun bisogno di stare sotto le coperte! Sto benissimo!- ribatté Brian, incrociando le braccia sul petto in un chiaro tentativo di farlo impazzire del tutto.
-Non stai per nulla “benissimo”!- ringhiò Matt, costretto ad arrampicarsi sul letto a sua volta per afferrarlo e rimetterlo giù a forza.- Hai la febbre alta, la gola rovinata e la messa in piega sfatta!- elencò stringendogli le coperte intorno al corpo per assicurarsi che non fuggisse ancora.
-Cosa diamine c’entra la mia messa in piega?!- scattò Brian, divincolandosi inutilmente.- Io sto benissimo! E starei meglio se tu e quei due idioti dei tuoi amici non aveste ricevuto immeritatamente quel premio! E tu non fossi un verme traditore fedifrago che si mette in tiro per andare alle premiazioni! E…
Matt gli tappò la bocca con un bacio. Brian soffocò, protestò ancora qualche istante e poi, semplicemente, smise e ricambiò il bacio. Siglandolo con un’occhiataccia appena Matthew si staccò da lui per tirarsi dritto.
-Io vado, tu stai qui buono e non farmi preoccupare.- redarguì per l’ultima volta il frontman dei Muse, tirando la giacca sul petto e sistemandola prima di lasciare la stanza.
Brian rimase a rosolarsi nella stizza e nel calore confortante delle coperte fino a che non sentì i passi di Matt lasciare l’appartamento e la porta richiudersi, poi tirò via lana e lenzuola con un calcio e si alzò.
A piedi nudi si trascinò fino al divano nel salotto. Si arrotolò tra i cuscini, prese il telecomando, accese la TV mettendo il volume al minimo ed allungò una mano a recuperare il cordless sul tavolino lì accanto. Compose il numero, avvicinò il telefono all’orecchio sollevando il telecomando per fare zapping, ed attese il segnale dall’altro lato della linea.
Una voce pacata e modulata, decisamente piacevole, gli rispose dopo un paio di squilli. Brian la riconobbe ed arricciò il naso con aria disgustata.
-Non voglio parlare con te, piattola!- sbottò dando voce al proprio fastidio. Ed ordinò subito dopo- Passami il mio Stefan!
Uno sbuffo, il telefono passò di mano e Brian sentì la stessa voce pacata e modulata annunciare “E’ Brian, mi ha chiamato “piattola” e vuole parlare con il suo Stefan”, poi Stefan gli rispose.
-Ciao, Brian.- salutò la voce del bassista- Potresti, per favore, evitare di chiamare “piattola” Vin?- s’informò con cortesia.- Questa cosa non aiuta la mia relazione.
-Lui è una piattola.- liquidò in fretta Brian.- Ed io sto morendo.- annunciò lapidario.
Stefan sospirò all’incirca allo stesso modo di Matt per tutta l’ora precedente.
-Sto arrivando.- concesse rassegnato.
Brian lo sentì voltarsi verso Vincent e dirgli “Devo andare a salvare Brian da una delle sue solite crisi di idiozia acuta” e la cosa lo indispettì ancor più di quanto non fosse.
-NON E’ UNA CRISI DI IDIOZIA!- gli gridò attraverso il telefono- HO IL MAL DI GOLA!
Poi buttò giù e, bestemmiando contro il fatto che nessuno lo amava in quel freddo e crudele mondo, si rincantucciò meglio sul divano e riprese a fare zapping.
Quando il campanello suonò, la trasmissione a cui partecipava Matt era già iniziata da circa una decina di minuti. Brian gettò un’occhiata trasversale alla porta e poi allo schermo e si decise ad alzarsi per andare ad aprire, ritrovandosi davanti un pacatissimo Stefan che lo squadrò da capo a piedi e lo spinse nell’appartamento.
-Sei a piedi nudi.- notò immediatamente lo svedese.
Brian arricciò il naso. Trotterellò verso il divano e tornò a rannicchiarsi ritirando le gambe sotto il corpo e fissando malevolo il nuovo arrivato.
-Non dirmi cose che già so! Mi è bastato Matt ed il suo “hai la febbre”! Certo che ho la febbre! Sto morendo!- attaccò subito a lamentarsi.- Ma a lui questo non sembra interessare affatto!- affermò mentre recuperava il telecomando ed adocchiava Matt, appena inquadrato dalla telecamera, tra il pubblico della trasmissione. Alzò il volume e continuò imperterrito- Lui preferisce starsene lì a farsi…adorare senza motivo da folle di ipocriti, che restare qui a prendersi cura di me…
Mentre il suo cantante continuava imperterrito la propria invettiva, Stefan richiuse la porta dietro di sé, si liberò del cappotto e si guardò intorno facendo mente locale su quello che era necessario e più urgente fare. Brian stava ancora elencando in modo circostanziato tutti gli elementi che gli permettevano di affermare con sicurezza che Matthew non lo amava affatto ma si divertiva solo a scopare con lui, che lo svedese entrava nella stanza da letto, recuperava il termometro ed una coperta e tornava nel salotto.
-Metti questo.- ordinò passando il termometro a Brian dopo averlo abbassato.
-Io ho il mal di gola e lui meglio di chiunque dovrebbe sapere che razza di tragedia sia!- proseguì intanto Brian, facendo come Stefan gli aveva chiesto e sistemando il termometro al sicuro sotto il braccio.- Ma invece di restare al mio fianco e piangere con me è lì!- Ed indicò lo schermo puntandolo con il telecomando. Stefan gli buttò un’occhiata distratta e tornò a voltarsi, ripiegando la coperta intorno al corpo di Brian. Lui lo lasciò fare, spostandosi docilmente per permettergli di rimboccargli la lana e lasciando ricadere le braccia sul soffice con un suono ovattato. Ed intanto continuò a parlare senza interruzioni.- Ti rendi conto? È…è la cosa peggiore della mia vita! Non sono mai stato così palesemente poco amato! Lui è lì con quei due…idioti accanto, che ridono tutti e tre come degli ebeti e fanno…”ciaociao”! con la manina alla telecamera!
-Sì, certo, è un’indecenza Brian.- affermò Stefan atono.- La teiera è al solito posto, vero?- s’informò poi procedendo verso la cucina.
-Sì.- rispose Brian e, quando si accorse che lo svedese era sparito oltre la porta, proseguì nella “filippica” alzando il tono di voce per essere certo che lo sentisse.- Che poi! Non so se ti rendi conto? Hanno premiato i Muse per il loro ultimo album! Ma stiamo scherzando?!- gridò.- Tu hai sentito il loro ultimo album?!- pretese quindi di sapere.
Stefan lo assecondò, mentre versava l’acqua nel bollitore e lo metteva a riscaldare sul fuoco.
-No, Brian, non l’ho ancora sentito, perché?- Cercò due tazze nella credenza ed il the nel mobile affianco.
-Perché è una lagna! È ossessivo, ripetitivo, palloso, noioso, stizzente!!! E Matt…urlacchia più del solito! Dio, quell’uomo è insopportabile!
Stefan si disse che quanto ad uomini insopportabili lui cominciava ad avere un’ampia esperienza e poteva affermare con quasi totale certezza che gli “urletti” di Matt in sala di registrazione erano decisamente molto lontani dal farlo classificare come “uomo insopportabile”. Si concesse un nuovo sospiro, ma non obiettò e continuò ad ascoltare mentre Brian asseriva che per lui “quella dannata mania di Matthew di svegliarlo all’alba solo per fargli sentire la roba che aveva composto, era un chiaro ed evidente segno di quanto desiderasse in cuor suo ucciderlo per togliere di mezzo un rivale!” E questo dimostrava - a detta di Brian, incontestabilmente - che non lo amava affatto, ma era tutta una manovra per eliminare lui ed i Placebo dalla scena musicale.
Stefan finì di preparare il the e tornò nel salotto, dove Brian sedeva nell’identica posizione in cui lo aveva lasciato, continuando a fissare la televisione con uno sguardo acceso e vivo che la febbre tendeva a rendere assolutamente folle ed ossessivo. Si sedette accanto a lui, posò una delle due tazze sul tavolino al proprio fianco, passò l’altra a Brian e si fece restituire il termometro.
Bene, quasi quaranta. Stava davvero male alla fin fine.
-Quindi,- riprese Brian dopo il primo sorso di the bollente, mandandolo giù e constatando che non era così spiacevole e leniva almeno in parte il dolore che sentiva alla gola.- concorderai con me che si tratta di una mera operazione commerciale. Quel premio non lo hanno vinto perché sono bravi!- affermò sinteticamente Brian, alzando ancora visto che la tizia alla TV aveva appena annunciato l’esibizione dei Muse- Lo hanno dato a loro perché così doveva essere nel “balletto” delle majors discografiche!
-Certo, Brian.- concordò brevemente Stefan, appropriandosi della propria tazza e disponendosi a seguire anche lui la band alla televisione.
Matt, Chris e Dom raggiunsero il palco approntato per loro e si sistemarono agli strumenti musicali. Stefan si accorse del fatto che Brian, con la scusa del continuare a bere il proprio the, sembrava aver deciso di acquietarsi un momento, si voltò a guardarlo e lo vide concentrato ed attento, gli occhi puntati su Matt che raggiungeva il microfono, dopo aver imbracciato la chitarra, e lo sistemava con pochi gesti esperti. Sorrise, voltandosi di nuovo allo schermo e sentendo le prime note della canzone rombare nello Studio gremito di pubblico. Per essere una mera operazione commerciale, sospirò lo svedese già dopo le poche note iniziali, era davvero ben fatta.
-Dio!- sentì sibilare alla voce di Brian.
Lo guardò di nuovo, sedeva ancora con gli occhi fissi sullo schermo, il busto spostato leggermente in avanti e le dita serrate intorno alla tazza. Aveva un’espressione indecifrabile, una via di mezzo inspiegabile tra cipiglio offeso ed una sorta di adorazione stizzita. Stefan inarcò un sopracciglio perplesso, guardò nuovamente Matt, registrò il fatto che stava facendo un’esibizione ottima – anche migliore del solito – registrò anche che quella sera era decisamente… “splendente” - se poteva permettersi un’espressione simile - e si domandò cosa esattamente stesse dando tanto fastidio a Brian.
-Dio!- ribadì lui intanto, sporgendosi ancora così avanti che Stefan temette di doverlo riafferrare prima che cadesse a terra.- E’ disgustoso! È così disgustosamente in tiro che mi stupisce non lo abbiano arrestato per offesa al pubblico pudore!- inveì alzando progressivamente il tono.
Ah, ecco cos’era che gli stava dando fastidio.
Stefan sospirò, posò la propria tazza di the, allungò una mano e riportò Brian seduto contro lo schienale del divano.
-Sì, Bri.- concesse nel frattempo.
-Guardalo!- indicò lui, agitandosi come impazzito- No, dico! Guardalo! È lì che si struscia sul microfono, che fa l’idiota, che ansima e mugola e…
-Non sta scopando davanti alle telecamere, Brian.- lo interruppe Stefan preoccupato dalla piega che stavano prendendo i pensieri dell’altro.
-Oooh, ma ci manca poco!- ribatté lui con aria saccente. Indicando ancora lo schermo con un gesto ampio e teatrale.- Lo conosco io! E lui lo sa! Si è messo in tiro sapendo che lo avrei guardato! Si è messo in tiro perché è una…puttana!- asserì, ormai urlando.- Si è messo in tiro per uscire senza di me!!!- concluse quindi in modo isterico.- Dio! Lo ammazzo! Lo ammazzo con le mie mani! Lo…
-Brian!- scattò Stefan, seccato, quando lui, agitandosi, finì per sparpagliare ovunque schizzi di the bollente.
L’altro lo ignorò. Ma smise comunque di muoversi a casaccio e ricadde contro lo schienale, riprendendo a bere e a fissare malevolo lo schermo. Stefan si accorse che aveva adottato l’aria imbronciata delle grandi occasioni, quella da cucciolo infuriato che sfoggiava con lui o con Matt quando pretendeva la loro attenzione esclusiva. Beveva dalla tazza e gettava sguardi feroci allo schermo. La voce di Matt riempiva il silenzio tra loro e Stefan ne registrava le variazioni perfette, osservandole riflesse nell’ammirazione che Brian non poteva nascondere neppure dietro la propria stizza.
Si ritrovò a dirsi che Brian era proprio innamorato. Perso. Quanto tempo era che non lo vedeva così preso da qualcuno? Probabilmente l’ultima volta era stata con lui. Sorrise. Gli faceva piacere vederlo così, anche se si riduceva a vagare per casa a piedi nudi, con la febbre a quaranta, in cerca della persona che amava. E poi Matt si sarebbe preso cura di lui, lo sapeva.
-Da non crederci, ti giuro! Io non ci credo!!!- riprese a borbottare Brian appena la voce della chitarra si fu spenta in un riff graffiante. La presentatrice si avvicinò sorridendo sui tacchi alti e Brian strinse gli occhi e la fulminò con uno sguardo semplicemente feroce.- E’ una zoccola! Vedi! Vedivedivedi!!! – ribadì sempre più esaltato. Stefan scattò a togliergli dalle dita la tazza ormai semi vuota e Brian gliela lasciò per poter avere le mani libere e riprendere ad indicare con foga la televisione.- E’ una zoccola!-gridò voltandosi verso lo svedese per poter avere conforto da lui.
-Chi dei due, Brian?- s’informò Stefan gettando un’occhiata allo schermo, su cui la tipa aveva appena terminato di scambiarsi un bacio affettuoso con Matt, dopo che il pubblico lo aveva richiesto a gran voce.
-MATTHEW!- ruggì Brian al colmo dell’isteria.
-Certo, Brian- concordò pazientemente Stefan sistemando con cura la tazza e voltandosi poi a rimboccargli nuovamente la coperta, che l’altro aveva fatto cadere.
Brian si lasciò andare ad uno sbuffo di furia assassina e di totale resa e si lasciò ricadere per l’ennesima volta contro il divano, riprendendo a fissare la televisione e concedendo all’amico altri trenta secondi di pace per le orecchie.
Stefan li impiegò per alzarsi ed andare a cercare la tachipirina nel mobile dei medicinali, tornò con sciroppo e cucchiaio e si sedette in attesa del momento migliore per somministrare il farmaco a Brian, leggendo intanto con pazienza le indicazioni del dosaggio.
La presentatrice stava spiegando le ragioni per cui avevano deciso di assegnare il loro premio ai Muse e Matt la ascoltava sorridendo sicuro di sé, con un’espressione talmente serena e padrona da riuscire a dargli un fascino tutto particolare.
Eh, sì, notò infine lo svedese guardandolo appena, si era proprio messo in tiro.
-Gli piace andarsene in giro senza di me, eh!- esclamò Brian al suo fianco, sorridendo cattivo.- Lo diverte stare lì a fare il bagno di folla, a ricevere premi che non si merita affatto, a sentirsi amato da tutti! Non gli è nemmeno saltato per testa che potevo esserci qui io a morire, che magari tornando a casa non mi avrebbe più trovato…
-Hai l’influenza.- provò ad interromperlo Stefan, alzando il viso dal foglietto illustrativo.
E Brian proseguì senza nemmeno accorgersene.
-…o peggio! Mi avrebbe trovato, ma riverso a terra, ucciso dalla febbre e dal mal di gola! Morto triste, solo e depresso per causa sua!- tratteggiò il cantante mostrando anche una certa cura nel dettaglio.- Ma cosa gliene importa a lui?! Lui avrebbe avuto il suo premio! Avrebbe avuto il suo “bacetto” dalla zoccoletta in tacchi alti! Avrebbe avuto…
Nel frattempo la tipa, che aveva terminato il proprio discorso, lasciò il microfono, sollevò e si avvicinò a Matthew per consegnarglielo. Lui le sorrise di nuovo, lo accettò e ottenne a sua volta un microfono per poter ringraziare.
-…avrebbe avuto la sua folla festante! Poi, io non ci sarei più stato ma, dico, vuoi mettere! Lui avrebbe mosso un altro passo sul gradino della popolarità! – sbottò Brian ignorando bellamente che la scalata ai gradini della popolarità i Muse l’avevano iniziata già molto prima di quella sera.
Mentre Matt sciorinava i propri ringraziamenti, Brian sciorinava le proprie lamentele. Con la stessa aggraziata nochalance.
-Che non è che nemmeno chiedessi tanto, mi sarei accontentato di vederlo almeno interessato a me! Di vederlo esitare e chiedermi “Bri, sei sicuro di poter restare qui da solo? Non preferisci che io rimanga?”. Io gli avrei detto che non c’era bisogno, che doveva lavorare e che sarei senza dubbio riuscito a resistere per quelle due ore, anche se mi sarebbe costato molto.- spiegò con ragionevolezza il leader dei Placebo. E Stefan non dubitò nemmeno un istante che sarebbe gelato all’Inferno prima che Brian mostrasse una tale lucidità ed una simile maturità quali quelle descritte. Ma ovviamente non lo disse.- Anche se, voglio dire, per ricevere un premio che non ti meriti e che non vale niente…potevi anche rinunciare e mandarci i due idioti da soli! Ma la verità incontestabile è che io valgo meno di quell’orrore di metallo lucido che sta reggendo tra le mani tanto tronfio! Che preferisce quell’obbrobrio…che ora pretenderà anche di sistemare qui in casa! a me! Che…- Matt sollevò effettivamente l’obbrobrio, fissò la telecamera conta tanta intensità che i suoi occhi blu parvero lì, davanti a loro, e non a chilometri di distanza e nascosti dietro uno schermo, e dedicò la propria vittoria al “suo cucciolo, che era a casa ammalato invece di essere lì con lui in quel momento, ma che gli mancava in ogni istante in cui non poteva essere al suo fianco”.
E Brian si sciolse.- …che è la cosa più adorabile del mondo…- mormorò fissando la televisione a bocca aperta e con sguardo sognante. Si voltò verso Stefan di scatto, fissandolo con occhi lucidi di febbre e d’amore.- Non è la cosa più adorabile del mondo?!- domandò pressante, indicando Matthew mentre lasciava il palco e tornava a sedere tra il pubblico.- Guardalo! È…è…è…
-Sì, Brian.- concesse Stefan.
Si voltò e gli porse il cucchiaio pieno, di cui Brian ingoiò il contenuto senza fare domande, troppo concentrato su quell’“amore infinito che era il suo uomo”. Che era poi semplicemente bellissimo quella sera. Non lo trovava bellissimo anche Stefan? Lui lo trovava bellissimo. Ed aveva fatto un’esibizione deliziosa! Perfetta! Ah, era proprio bravo, il suo uomo! E lui ci teneva anche a dirglielo! Avrebbe guardato tutta la trasmissione e lo avrebbe aspettato lì, seduto in salotto, per potergli dire che era fiero di lui! Appena Matt fosse entrato sarebbero state le sue prime parole! Sarebbe stato contento di sapere che Brian aveva visto tutta la diretta, ah sì. E gli avrebbe fatto piacere sapere quanto era orgoglioso e…
Mezz’ora dopo Brian, stremato dalla febbre e da tutta quell’agitazione, dormiva beatamente sul divano, appallottolato tra i cuscini, le coperte ben rimboccate fin sotto il mento. Stefan usciva dalla cucina con una tazza di caffè e la porta di casa si apriva con delicatezza, permettendo a Matthew di fare il proprio ingresso di ritorno dalla premiazione. Gli sguardi dei due uomini si intercettarono attraverso la stanza e loro si sorrisero.
-E’ un’idiota.- fu il commento di Stefan. Posò il caffè, recuperò il cappotto dalla sedia su cui lo aveva abbandonato entrando e si avvicinò a Matt.- Cambio.- esordì pacato.- Adesso è tutto tuo.
-Grazie, Stef.- si limitò a dirgli l’inglese.
Una scrollata di spalle, il bassista uscì tirandosi l’uscio di casa e lasciando gli altri due da soli. Matthew posò l’obbrobrio di metallo sul tavolo nel soggiorno, si liberò a sua volta del soprabito e si avvicinò silenziosamente alla figura addormentata sul divano. Brian respirava a bocca aperta, quando si fosse svegliato avrebbe avuto un mal di gola anche peggiore di quello con cui si era addormentato. E comunque non poteva restare lì tutta la notte. Allungò una mano, gli accarezzò il viso scostando le ciocche spettinate e lo chiamò.
-Bri.- Brian mugugnò qualcosa nel sonno, sottraendosi al suo tocco per riprendere a dormire, ma Matt non scostò la mano e non lo lasciò fare.- Brian, tesoro, svegliati che devi venire a letto.- lo chiamò nuovamente.
Lo vide sbattere le palpebre un paio di volte, aprire poi gli occhi per metterlo a fuoco e…
-Matthew!- sbottò Brian appena lo riconobbe.
E meno di mezzo secondo dopo Matt se lo ritrovò addosso, che lo abbracciava e baciava. E le sue labbra, riarse dalla febbre, erano calde come mai e lui sorrise nel ricambiare il bacio.
-Ciao, Bri, sei stanco?- s’informò Matt abbracciandolo e tenendolo stretto.
Brian sorrise maliziosamente, sporgendosi di nuovo a sfiorargli la bocca.
-Non abbastanza.- ridacchiò.
Matthew lo fissò affatto convinto.
-Bri…- lo richiamò piano.
-Beh, cosa?- ritorse lui sempre più malizioso.- Cosa cosa?- incalzò ridendo e spingendolo via per tirarsi in piedi.- Non dovevamo andare a letto?- chiese senza staccare il viso dal suo, ma spingendolo ancora, verso la porta della camera.- Cosi impari a lasciarmi da solo per tutto questo tempo!
-Dio, Brian! Sei impossibile!- sbottò Matthew sconvolto.- Ma non stavi morendo?!
Lui ci pensò su. Arricciò il naso in un cipiglio delizioso, portò un dito alle labbra rosse e morbide e poi si limitò rispondere:
-…resuscitato!- con aria divertita e soddisfatta.
Spinse Matthew oltre la soglia e si chiuse alle spalle la porta.
*
Caddero sul letto con un tonfo sordo, e la prima cosa che Matt pensò fu “però, se reagisce così dovrei abbandonarlo a sé stesso più di frequente”.
Brian sembrava un indemoniato. Da quando erano arrivati in camera da letto non aveva fatto che armeggiare con i suoi pantaloni, cercando disperatamente di sfibbiarli senza neanche riuscirci.
- Che diamine… - lo sentì bisbigliare fra i denti, e la cosa lo fece ridacchiare.
- Aspetta, aspetta… - disse dolcemente, scostandoselo di dosso e adagiandolo sul materasso come avrebbe fatto con un bambino dormiente, - Faccio io.
Si alzò in piedi, scendendo dal letto, per raggiungere più facilmente il doppio bottone dei jeans che indossava, e sfibbiò velocemente il primo, lanciando uno sguardo distratto a Brian che era rimasto immobile sul letto e…
Lo guardava.
- Che succede? – gli chiese, preoccupato, - Stai di nuovo male?
Brian scosse il capo, come in trance.
- Non dobbiamo farlo per forza. Voglio dire, se ci sei hai tutta la mia collaborazione, ma Bri, non vorrei che mi svenissi fra le braccia o qualcosa di simile…
Brian si sollevò stancamente, inginocchiandosi sul materasso e guardandolo dal basso. Gli occhi umidi brillavano come quelli di un cucciolo, ed erano offuscati da un velo che Matt non faticò a riconoscere come desiderio.
- Sei… bellissimo. – disse Brian a fatica, sfiorandogli il petto attraverso il tessuto della camicia, - Spogliati lentamente…
Matt rispose con un sorriso malizioso, sfibbiando con un gesto morbido il secondo bottone dei pantaloni e lasciandoli lì, aperti, perché Brian potesse osservarli e decidere se abbassarglieli di colpo e saltargli addosso oppure semplicemente aspettare.
Notò con piacere che il suo uomo sembrava disposto a giocare un po’, perché si sedette comodo contro i cuscini addossati sulla spalliera del letto e rimase a godersi lo spettacolo.
Scivolò lento con due dita sui bottoni della camicia, sfibbiandoli uno a uno con la stessa attenzione che avrebbe riservato alla pelle di Brian, se sotto i suoi polpastrelli ci fosse stata lei. Brian si inumidì il labbro inferiore, stringendolo poi fra i denti mentre portava una mano all’inguine e si accarezzava lentamente, senza staccargli gli occhi di dosso.
Matt sfilò la camicia e la lasciò cadere a terra, arrampicandosi nuovamente sul letto e fermando la mano di Brian prima che potesse concludere la seconda carezza.
- No no… - bisbigliò, a un centimetro dal suo orecchio, - Non pensare che ti lascerò fare tutto da solo… non sono fatto per essere guardato…
Brian si lasciò sfuggire un mugolio frustrato, spingendosi contro di lui e strusciandoglisi addosso.
- Piano, piano… dammi tempo… - mormorò Matt, stringendolo a sé con sicurezza e sollevandolo dal materasso quel tanto che bastava per sfilargli i pantaloni e gettarli lontano, da disturbo qual erano.
- Tempo… - si lamentò Brian, ribaltando le posizioni e salendogli addosso, - Ho aspettato anche troppo.
Matt sorrise felino, e non lasciò che Brian stabilizzasse la nuova situazione, ma lo riportò con decisione sul materasso, stupendosi della sua docilità.
- Te ne approfitti perché ho la febbre…
- Sei tu che mi hai dato via libera, tesoro…
Brian sorrise e ricominciò a strusciarsi contro di lui, mormorando soddisfatto quando la propria erezione sfiorava la fibbia dei pantaloni di Matt attraverso il cotone degli slip.
- Santo cielo, sei proprio impaziente! – ridacchiò Matt, allontanandosi da lui con un veloce movimento dei fianchi, - Non puoi aspettare che sia io a soddisfarti? Devi per forza fare tutto da solo?
- Maaatt… - lo richiamò lui, gli occhi chiusi e il respiro affannoso, mentre spingeva in avanti il bacino alla disperata ricerca di un contatto.
- Ok, ok… - rispose l’inglese, tornandogli vicino, - Ho capito.
Gli scivolò addosso, lasciandosi sfuggire un ghigno soddisfatto mentre osservava la schiena di Brian inarcarsi e il suo capo gettarsi indietro all’istante.
- Matt… Matt, ti prego…
Ma sì, ne aveva avuto abbastanza.
Saltò fuori dai propri pantaloni con tanta velocità che si stupì di sé stesso, e riuscì a spogliare definitivamente Brian nello stesso movimento.
Oh, sì.
Doveva avere voglia.
Decisamente.
- Mmmh, e poi sarei io quello bello… ma guardati… - commentò, chinandosi sul suo petto e scivolandogli addosso con la lingua, - Sei così caldo
Brian sospirò pesantemente, giocando con le dita fra i suoi capelli e spingendolo verso il basso con desiderio neanche troppo celato.
- Il mio bimbo impaziente… - sbuffò Matt divertito, soffermandosi a giocare con le labbra su un suo capezzolo e sfiorando appena la sua erezione con le dita, - Come ho potuto lasciarti qui da solo…?
- Sììì… sei… sei stato terribile…
- Mmmh… eri geloso…?
- Da morire… da morire…
- Ma come…? Io ti sono stato così fedele…
- La… ah… Matt…
- Mmmh…?
- La presentatrice… ci provava con te…
Ridacchiò, circondandolo con una stretta sicura e riprendendo a massaggiarlo dall’alto verso il basso, risalendo con la lingua per torturargli il collo.
- Ci provava con te e tu… Dio… Matt, cazzo, scopami…!
- Oooh… non posso mica farlo così, di punto in bianco… devo prima prepararti…
- Il lub-
- So dov’è il lubrificante, Bri… ma non so, oggi… - gli leccò le labbra, e Brian rispose dischiudendole e offrendosi per un bacio, - …oggi sei buono da mangiare…
Brian rabbrividì sotto le sue dita, e lui smise immediatamente di accarezzarlo.
- …e quindi penso che ti assaggerò tutto…
- Cos- - azzardò l’uomo, ma non ebbe modo di concludere la sua domanda, perché due secondi dopo Matt era lì, fra le sue gambe, che si avvicinava pericolosamente alla sua apertura, sfoggiando un sorriso da predatore che avrebbe dato i brividi anche a un dio del sesso.
- Dio…! – esclamò, coprendosi gli occhi con un braccio, - Non vuoi farlo davvero!
- Oh, sì che voglio…
- Matt! – ma non riuscì a dire altro, perché la lingua del suo uomo lo sfiorò, dapprima con tocchi lievi ed esitanti, e poi via via sempre più sicuri, scivolando umida e calda tutta intorno per poi indugiare appena sulla sua apertura e forzarla con decisione, strappandogli un brivido e un singhiozzo di sorpresa e piacere.
- Aaah… - ansimò, mentre la lingua di Matt si faceva strada dentro di lui, - Oddio…
Matt riemerse dalle sue gambe, tornando a guardarlo con un sorriso soddisfatto.
- Proprio buono, sì. – commentò ironico, facendolo rabbrividire per l’ennesima volta, - E comunque smettila di invocare Dio, cielo… - sbottò, avvicinandoglisi e sfiorandogli le labbra col respiro, - Hai qui me… invoca me…
- …Matt! – riuscì a dire Brian, spalancando gli occhi, - Sei un porco!
Matt ghignò, zittendolo con un lieve tocco sulla sua erezione.
- Come se questo non ti piacesse…
- Ngh… vorrei… vorrei vedere come reagirebbero i tuoi amici se sapessero che sei davvero così puttana
- Mmmh… preferisco che a vederlo sia solo tu. E adesso… - concluse, infiltrandosi fra le sue cosce e sollevandogli il bacino per posizionarsi fra le sue natiche, - …vediamo di recuperare il tempo perduto.
Quando gli fu dentro, Brian lanciò un gridolino a metà fra il dolore e la sorpresa e chissà cos’altro, incrociandogli le gambe dietro la schiena e attirandolo a sé.
- Matt… ah, Matt… sì, scopami…
Matthew si chinò sul suo collo, spingendosi con forza dentro di lui.
- Ti scopo, piccolo, ti scopo… non mi senti…?
- Sì… sì che ti sento…
Sorrise sulla sua pelle, uscendo fino al limite ed osservando divertito Brian venirgli incontro con un movimento imperioso.
- Matt… non ti azzardare…
- Uh… non mi va più di condurre il gioco… ti va di… mh… cavalcare…?
Non gli diede neanche il tempo di domandarsi di cosa diavolo stesse parlando: lo afferrò per i fianchi e ribaltò le loro posizioni sul materasso, costringendo Brian a impalarsi con un gemito strozzato sulla sua erezione pulsante.
- Adesso devi muoverti tu, piccolo…
E Brian non se lo fece ripetere due volte. Prese ad agitarsi come un ossesso su di lui, piantando le mani sulle sue ginocchia e spingendosi a fatica verso l’alto, per poi lasciarsi ricadere verso il basso, rompendosi in sospiri eccitati e ansiosi, aumentando il ritmo mentre Matt gli si spingeva contro a sua volta, totalmente rapito dal suo movimento rapido e dalle gote arrossate da febbre ed eccitazione.
- Matt… - ansimò, - Toccami…
Matthew allungò una mano e circondò amorevolmente la sua erezione, scivolando per la lunghezza al ritmo delle loro spinte, aumentando la velocità quando voleva che anche Brian la aumentasse e diminuendola quando gli sembrava che le cose stessero per concludersi troppo in fretta.
Fosse dipeso da lui, gli sarebbe rimasto dentro per sempre.
Ma era impossibile, e lo sapeva, e perciò non fu deluso come avrebbe dovuto, quando lo sentì liberarsi fra le sue dita con un singulto strozzato.
- Matt… Matt, vienimi dentro… ti voglio sentire mentre vieni…
- Dio, sì! – ansimò lui, mettendosi seduto e afferrandogli il collo tra i denti mentre si svuotava dentro di lui.
Ricaddero entrambi sul materasso, esausti; Matt fra le lenzuola e Brian ancora tutto attorno a lui, disteso sul suo petto, alla ricerca dell’aria che non trovava più.
- Cazzo… - riuscì a commentare Matt quando ne ritrovò la possibilità, - è stato…
- …grandioso! – concluse per lui Brian, guardandolo negli occhi con aria sinceramente stupita, - Davvero! Mai… mai provata una cosa simile! E se lo dico io…
Matthew ridacchiò, stringendoselo contro come un pupazzo.
- Non essere troppo crudele con te stesso…
- Haha, Bellamy, haha.
Gli scompigliò i capelli affettuosamente, godendo del tepore della sua pelle contro la propria.
- Sembra che la febbre ti sia passata… non sei più tanto caldo…
- Probabilmente avevo solo bisogno di sfogarmi! – ridacchiò Brian, circondandogli il collo con le braccia, - Spero solo che adesso non venga a te.
Le ultime parole famose.
*
Matthew aveva un tale, terrificante mal di testa che si sarebbe sentito decisamente meglio se qualcuno, in un atto di sincera pietà, gliel’avesse spiccata di netto dal collo con un bel colpo d’ascia. Ma in alternativa era disposto ad accettare anche una pistolettata contro la tempia.
In una simile condizione fisica e mentale non era particolarmente stupito del trovare la presenza di Brian - cinguettante e felice nel bagno - assolutamente inopportuna. Soprattutto perché lui sembrava, invece, tornato in forma smagliante e ci teneva a manifestare questa cosa cantando la sua gioia come la peggiore principessa disneyana nel più becero dei film per bambini!
-Mattytesoro!!!- si annunciò Brian comparendo sulla porta del bagno, perfettamente lavato, vestito, profumato e truccato, tanto da essere tornato la deliziosa signorina di sempre. Il suo sorriso si allargò incrociando lo sguardo sofferente di Matthew, messo k.o. da un febbrone da cavallo salitogli nella notte ed agonizzante sotto strati vari di lana, nel lettone.- Oh, non temere!- esclamò Brian avanzando minacciosamente verso di lui ed incrociando le braccia dietro la schiena in una posa adolescenziale che Matt giudicò spaventosa.- Mi prenderò cura di te con tanto amore e dedizione che sarai fuori da quel letto per ora di cena!- promise riuscendo ad aumentare a dismisura la percezione di pericolo naturalmente promanante dalla sua figura.
Eh, già! L’altra cosa a cui Brian sembrava tenere terribilmente quel mattino, era ringraziarlo per quanto era stato carino la sera prima con lui e manifestargli il proprio amore incondizionato. Questa cosa riusciva talmente orrorifica per Matthew che provò inutilmente a mugugnare un rassicurante “sto bene, non devi per forza sacrificarti per me, magari è meglio se esci”, ma riuscì ad articolare solo un gemito strozzato. E, colmo della sfiga, Brian lo interpretò come un lamento.
-Oooh! Povero cucciolo!!!- esclamò subito, partecipe del suo dolore. Matt se lo ritrovò addosso prim’ancora di poter realizzare che questo, probabilmente, avrebbe comportato la chiusura definitiva e totale delle sue già ostruite vie respiratorie.- Hai mal di gola, vero? Povero tato, sei così piccolo ed indifeso, contro quei batteri cattivi! Vuoi che ti prepari una camomilla?
“No, vorrei che ti spostassi e permettessi all’ossigeno di raggiungere i miei organi vitali”, pensò Matt pacatamente, soffermandosi piacevolmente sulla vaga possibilità che Brian facesse davvero qualcosa di utile per lui quel giorno. Poi si rimise di buon animo ad aspettare che la morte per soffocamento lo cogliesse.
Ma per sua sfortuna, Brian aveva già avuto un’ottima idea e, con uno slancio che valse a Matt un discreto colpo nello stomaco, si sollevò balzando agilmente giù dal letto e da ciò che rimaneva del proprio compagno.
-Bene! Allora ti preparerò una camomilla calda con tanto miele! E poi!!!- aggiunse con un sorriso enorme ed entusiasta- Avviserò Dom e Chris che non stai bene, così potranno venire a trovarti!
Matt sbuffò. Appena Dom e Chris avessero saputo che lui era a letto con la febbre a quaranta, non solo non si sarebbero fatti vedere a casa prima di un mese, ma sarebbero fuggiti in Polinesia per essere certi di evitare il contagio. Abbandonandolo, peraltro, alle amorevoli cure di Brian.
Rabbrividì.
E fu la seconda peggiore idea della giornata. Come per il gemito strozzato, infatti, il suo premuroso compagno immaginò immediatamente quale potesse essere la causa di una tale manifestazione di malessere e, già correndo in direzione dell’enorme cabina armadio che si apriva su un lato della camera, strillò.
-Ma tu hai freddo!- disse, sparendo all’interno della cabina suddetta, per poi riemergerne con sollecitudine, reggendo tra le mani un piumone così alto e spesso che Matt iniziò a sudare già a vederlo.- Non sia mai che prendi un colpo d’aria.- asserì, maneggiando con sicurezza l’ammasso informe di piume e morbido cotone blu.
Lo spiegò e lo lasciò ricadere su Matthew con lo stesso movimento, prendendo subito a rimboccarne le estremità per essere certo che quest’ultimo svanisse fra le innumerevoli pieghe, e non appena il viso di Matt fu ben coperto dal piumone e di lui non rimase che un ciuffo di capelli castani che spuntava sul cuscino, Brian si tirò dritto, gettò uno sguardo alla sagoma ricoperta ed incrociò le braccia sul petto sbuffando.
-Matty!- richiamò arricciando il naso infastidito.- Smetti subito di fare il bambino!
Sotto la sua tomba di lana e piuma d’oca, Matt si domandò pigramente di cosa stesse parlando. Poi avvertì le dita di Brian scavare tra le coltri ed udì la sua voce fornire una spiegazione stizzita.
-Insomma! Non stavi male?! Potresti anche evitare di…giocare a nascondino! Non penserai mica che io possa passare tutta la giornata qui seduto a badare a te, Matt! Devo preparare il pranzo, scendere a prenderti le medicine…
“No, Brian, hai ragione, ci mancherebbe! Vai pure, amore!”, implorarono gli occhi di Matt.
E non appena Brian intercettò quello sguardo angosciato di lacrime riflesse nell’azzurro splendente, capì che non poteva deluderlo.
Sospirò, si arrampicò sul letto pestacchiando le membra scomposte che gli strati innumerevoli rendevano praticamente invisibili, e raggiunse il proprio lato del materasso.
-Va bene.- gli disse piano, stendendosi al suo fianco e poggiando la testa contro la spalliera del letto. Incrociò le mani in grembo e sospirò di nuovo.- Resterò qui con te.
Matt voltò il capo e fissò il muro davanti a sé. In quel bianco immacolato lesse la propria condanna. Capì che Dio esisteva, e lo odiava! E…
Brian si accoccolò contro di lui, arrotolandosi come un bambino e posandogli la testa sul petto. Matt rimase un attimo stupito. Poi il suo corpo si rilassò sotto quel peso, quasi adattandosi alla forma di quella “presenza”. Sorrise, pensò che era la cosa migliore della sua vita e chiuse gli occhi anche lui.
...Quando Brian si svegliò un paio di ore dopo, lo trovò che dormiva a bocca aperta.
-Uff!- sbuffò paziente- Quando si sveglierà avrà un mal di gola peggiore di prima.
Genere: Introspettivo.
Pairing: MatthewxBrian.
Rating: R
AVVISI: RPS.
- "È la spinta di un’anima verso un luogo lontano, raggiunto seguendo l’odore del vento o una stella nel cielo. L’antico messaggio arriva, richiamando gli spiriti affini a prendere il volo e ritrovarsi insieme."
In un piovoso giorno di gennaio, Brian si ritrova di fronte a tutta una serie di realtà inconfutabili: piove; si trova a Como apparentemente senza un perché; e se cerca un po' più in fondo il suo perché è Matthew Bellamy. Può esserci qualcosa di peggio? Decisamente sì.
Commento dell'autrice: Parentesi demente per darvi un’idea.
Ingredienti per una fanfiction emo senza né capo né coda (per una quantità indefinita di fangirl).
Prendete una Linda (facilmente reperibile su questo sito come IrishBreeze)
Appaiatela a una liz (facilmente reperibile un po’ ovunque, e specialmente su questo sito come lisachan)
Aggiungete un tocco di Nai (anche lei reperibile su questo sito sotto forma di nainai in polvere) <- ?
Amalgamate il tutto.
Condite con una spruzzata di Broken Promise, dall’ultimo album dei Placebo.
Decorate con qualche sbuffo dell’intro della quinta puntata della prima stagione di Heroes. Senza prenderlo alla lettera, però, perché altrimenti non c’entra niente e il piatto non viene bene.
E il gioco è fatto <3
Ora diamo un senso a quanto detto fino ad adesso X’D Allora, era una notte buia e tempestosa e stavo chattando con la Linda a proposito di quanto immaginavamo fosse depresso Brian al momento, visto che avevamo visto delle foto scattate da lui e non portavano esattamente a pensare che stesse bene XD Così discorrendo, da un momento all’altro abbiamo cominciato ad immaginare una roba totalmente demente O.O con Brian che andava a casa di George Clooney, dimenticando che dal momento che era il periodo del festival di Venezia lui non sarebbe stato dentro XD E finiva a vagare per Como fino a quando Matty non lo trovava e decideva pietosamente di portarselo a casa come un cucciolo abbandonato.
Chiaramente di quest’idea iniziale sono rimasti come elementi solo Brian, Matthew e Como XD Questo perché mentre tutto ciò veniva elaborato io entravo in fissa con Broken Promise. Broken Promise è una canzone che ho odiato fino a circa una settimana fa. Mi annoiava, mi irritava e non riuscivo ad ascoltarla. Poi mi sono resa conto che lei e In The Cold Light Of Morning sono le uniche due canzoni che non mi piacciano nell’ultimo album dei Placebo, e ho deciso di dar loro un’altra chance. In The Cold Light Of Morning la odio ancora (e non vedo come potrebbe essere altrimenti, visto che è palesemente il male), ma Broken Promise… mi ha smosso qualcosa dentro. Non saprei neanche dire cosa, so che mi ha emozionata e mi ha colpita per la cattiveria enorme che sprigionano musica e testo. Tra l’altro ho apprezzato molto anche il modo in cui si coniugano le voci di Brian e Micheal Stipe. Come ho detto successivamente alla Nai, è una canzone che mi dà molto l’idea di essere un litigio da letto. In cui uno dei due dice qualcosa, magari anche in maniera pacata, e l’altro reagisce male, e poi sempre peggio. E mentre la seconda voce cresce, in un’aggiunta continua di rabbia su rabbia, la prima voce si fa sempre più fievole e meno convinta.
Insomma O.O
Quindi ero piena di vibrazioni negative è_é
A questo s’è aggiunta la quinta puntata di Heroes. Nell’introduzione, Mohinder parla del Zugunruhe. Ho fatto qualche ricerca, ed ho scoperto che è un termine tedesco utilizzato in etologia per spiegare il comportamento degli uccelli migratori. Com’è esposto in Heroes, però, mi piace decisamente di più. E sebbene nella serie abbia un’accezione aggregativa del tutto positiva, a me ha ricordato qualcosa di molto simile alla forza di gravità che spinge i corpi a sbattersi contro a vicenda indipendentemente dal dolore che si causano.
Ci ho visto loro due.
La pioggia e il lago di Como e Nai che mi diceva “scrivi!” hanno fatto il resto XD
Posso comprendere che il finale possa lasciare insoddisfatti. Mi ha convinto a lasciarlo così una discussione avuta al telefono con l’onnipresente Nai, la quale mi ha giustamente fatto notare che non esistono “discorsi” né “chiarimenti” dopo i quali ci si possa sentire veramente a posto. Credo questo avvenga perché, in fondo, le persone possono riuscire a capirsi solo fino a un determinato punto. Anche i più “vicini”, superato quel punto si perdono. È per questo, credo, che non si può parlare di una comprensione totale dell’altro, da parte di nessuno.
Brian e Matt, in questa storia, si capiscono e si conoscono molto bene. Questo significa che sono chiari l’uno con l’altro? A me non pare.
Coooomunque >_< Queste sono elucubrazioni spicciole delle tre meno venti del mattino (ebbene sì). Scusate lo sproloquio, e spero che la storiella vi sia piaciuta almeno un po’ :*
PS: Ah, a proposito. La frase che dice Matt sul fatto che le persone preferiscono guardare al passato perché è più facile… l’ha detta davvero O.O *si commuove di fronte agli spazzi d’intelligenza del suo amato*
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ZUGUNRUHE
“È la spinta di un’anima verso un luogo lontano, raggiunto seguendo l’odore del vento o una stella nel cielo. L’antico messaggio arriva, richiamando gli spiriti affini a prendere il volo e ritrovarsi insieme.”
Melody#15. I’m a self-destructive fool
Song#82. Right kind of wrong

We'll rise above this
We'll cry about this
As we live and learn

C’erano delle realtà inconfutabili di cui era certo e che, per quanto scomode, non riusciva a ignorare.
Numero uno, stava piovendo. A dirotto. Vista la stagione, la cosa non lo stupiva. Vista la sua scelta di trovarsi a due passi dal lago di Como, la cosa si limitava ad irritarlo enormemente.
Numero due, era appunto a Como e non aveva neanche un valido motivo che giustificasse la sua presenza lì. Le altre volte era sempre riuscito a raccattare una ragione convincente – stiamo registrando da queste parti, il tour passa qui vicino, sono in vacanza – ma il venti gennaio di quell’anno, con Steve e Stef ad aspettarlo in studio in Inghilterra per cercare di capire cosa fare del materiale raccolto durante il tour appena concluso, non portava con sé nessun motivo contingente per spiegare il fatto che in quel momento si trovasse lì.
Certo, questo aveva senso se si ignorava il terzo fatto incontestabile. E cioè che il vero ed unico motivo contingente per il quale in quel momento si trovava lì era Matthew.
E che, a di là delle registrazioni, dei tour e delle vacanze, lo era sempre stato.
Avanzò ancora un po’ lungo il sentiero e cercò di rimettere ordine nei propri pensieri, accorgendosi che dubitava perfino che un tempo ce ne fosse stato.
Doveva trovare qualcosa da dirgli quando l’avesse visto – perché l’avrebbe visto, e quella era la quarta realtà incontestabile – in fondo, però, probabilmente restare in silenzio sarebbe stata la soluzione migliore.
Aveva abituato Matthew a fiumi di parole. L’aveva abituato a stordirsi della sua voce per evitare di pensare o tappare i buchi di silenzio con la propria. L’aveva abituato a sistemare tutti i loro sbagli con un “ci penseremo poi”, sussurrato abbastanza piano da sembrare un invito ad altro e dolce abbastanza da far finta di essere una rassicurazione.
Chissà perché, aveva sempre pensato che un giorno nella sua posizione ci sarebbe stato Matthew. Lo vedeva… più debole, più succube della loro relazione confusa. Più succube nei suoi confronti.
Ma probabilmente era solo un’illusione dovuta alla loro differenza d’età.
Aveva immaginato centinaia di volte Matthew apparire sotto la pioggia davanti alla porta di casa sua, a Londra, e implorarlo di lasciarlo entrare.
Sotto la pioggia adesso c’era lui.
E casa di Matthew era troppo vicina perché la sua presenza in sé non somigliasse già troppo a una preghiera d’asilo.
*
Per quanto riguardava le relazioni sentimentali – almeno, le numerose che nel corso degli anni aveva intrattenuto con lui – Matthew era paranoico. Partiva dal presupposto che, se non riceveva un grazie in cambio di un aiuto, allora quell’aiuto era stato del tutto inutile e non aveva risolto niente.
Si ostinava scioccamente a ignorare che l’assoluta assenza di grazie da parte di Brian era dovuta al suo essere fondamentalmente egoista quasi quanto lui fosse paranoico.
Era un difetto che Brian aveva cercato di limare col tempo, e perciò “grazie” fu la prima parola che sussurrò quando lo vide apparire con un ombrello all’inizio del viale, e sempre “grazie” fu ciò che disse ad alta voce, di modo che lui potesse sentirlo, quando lui gli fu vicino e lo riparò dalla pioggia battente.
- Che razza di saluto. – borbottò lui, sorridendo debolmente.
- Non sei mai contento. – commentò Brian, fissando ostinatamente il lago a qualche metro da loro.
Matthew gli si avvicinò ancora un po’, guardandolo da capo a piedi per poi decidere che era il caso di sfilare sia il suo cappotto che il proprio ed operare uno scambio per ragioni umanitarie.
- Congelerai. – osservò il cantante dei Placebo, seguendo con gli occhi il movimento del proprio cappotto che finiva sulle spalle dell’inglese, - Comunque grazie.
- È buffo – disse Matt con una risatina stupida, - che tu abbia imparato a dirlo quando non serve più.
Brian sorrise, tornando a guardarlo negli occhi.
- Sicuro non serva?
Sorrise anche Matthew, indicando con un cenno del capo casa propria, in cima alla collina dalla quale partiva il viale.
- Andiamo già? – chiese Brian con una punta di preoccupazione.
- Non vuoi davvero rimanere sotto questo… questo monsone!
- Infatti rimanere sotto un monsone è l’ultimo dei miei pensieri… ma dal momento che questo non lo è…
Matt sbuffò, mettendo una mano sul fianco.
- Dannazione, sai quanto odi essere corretto! Quando sto scherzando, per di più…
Rise, infilando le mani nelle tasche del cappotto asciutto che ora lo avvolgeva e incontrando con le dita il portachiavi di Matt. Ci giocò un po’, facendolo tintinnare.
- Scherzavo anche io. – lo rassicurò. – Andiamo a casa.
*
Un’altra delle manie assurde di Matthew consisteva nel fare proprie caratteristiche del tutto femminili, che inseriva all’interno della propria vita come fossero la normalità, e che contribuivano a dargli quell’aria da pazzo un po’ sfigato che gli amici per affetto e gli estranei per educazione chiamavano “eccentricità”.
Perciò, quando una storia d’amore finiva, Matthew Bellamy cambiava taglio di capelli.
E, se era proprio di cattivo umore, cambiava disposizione al mobilio in casa.
- Ti ostini a spostare le cose… - commentò distrattamente Brian, accomodandosi su una sedia e poggiando i gomiti sul tavolo della cucina, - Un giorno ti chiederò “dov’è il latte?” e tu mi risponderai di provare a cercarlo in bagno, me lo sento.
- C’è davvero un motivo per cui mi stai illudendo che un giorno potresti tornare a chiedermi dov’è il latte, o la tua è solo una cattiveria a caso, tanto per gradire? – chiese Matt con un sorriso, sollevandosi sulle punte per raggiungere il ripiano del mobile a muro nel quale teneva il barattolo del caffè.
Brian sorrise a propria volta.
Quasi si sentiva orgoglioso di sé stesso, quasi si sentiva orgoglioso per entrambi, quando pensava a tutto il dolore al quale erano sopravvissuti e che sembrava averli forgiati come fuoco su ferro. Adesso erano impermeabili. Non c’era più niente che potesse uscire dalle loro labbra che fosse in grado di ferirli davvero. Questo faceva di loro l’accoppiata perfetta.
In fondo, però, non c’era granché di cui essere orgogliosi, dal momento che il motivo per il quale non riuscivano più a ferirsi era che ormai si aspettavano solo il peggio l’uno dall’altro.
- Ingombrerei tutta questa bella casa con le mie cianfrusaglie. Non sarebbe bene.
Matt tornò a guardarlo con una strana luce negli occhi, sulle labbra lo stesso sorriso sereno di sempre.
- Questa casa è stata ingombra molte volte. – disse, stringendo la moka per chiuderla e asciugandola con un panno prima di metterla sul fuoco, - Tu sei sempre stato il più ordinato, comunque.
- Così mi lusinghi. – commentò con falsa modestia, alzandosi in piedi e raggiungendolo davanti al piano cottura, - Stai cercando di sedurmi?
Matthew si chinò appena per baciarlo sulle labbra.
- Come se avessi bisogno di provarci. – lo prese in giro, separandosi da lui e tornando a badare al caffè.
La straordinaria disinvoltura con la quale puntualmente riallacciavano il contatto fisico, ancora prima che sentimentale, anche dopo mesi interi di assenza l’uno nella vita dell’altro, non mancava mai di stupirlo. Ad un qualsiasi occhio esterno sarebbe sembrato assurdo. Erano in grado di lasciarsi urlando e piangendo come disperati, giurando e spergiurando di non mettere mai più piede nei rispettivi appartamenti, ed erano altrettanto in grado di rivedersi anche dopo un anno e saltarsi addosso alla prima occasione favorevole senza stare troppo a pensarci.
Avevano smesso ormai da tempo di cercare di stabilire dei tempi regolari. O anche solo di stabilire se stessero o non stessero insieme in un determinato periodo.
La loro era una relazione ciclica. Andava e tornava a ritmi sempre diversi. C’erano volte in cui bruciavano tutto in poche settimane e ce n’erano altre in cui si trascinavano pigramente per mesi e mesi, avvolti in una nuvola di dolce pigrizia oziosa, come stessero troppo comodi per provare a mettere in dubbio i cuscini sui quali stavano seduti.
Una volta era durata quasi due anni.
Brian immaginava si fossero entrambi illusi che quella fosse “la volta buona”.
Ma quando anche quella era passata, riportandoli alla solita routine di tradimenti, separazioni e riconciliazioni improvvisate, dovevano aver capito entrambi che, per quanto gli scontri continui li avessero ormai modellati al punto da renderli perfetti l’uno per l’altro, non sarebbero mai riusciti a bastarsi a vicenda.
*
A broken promise
I was not honest
Now I watch as tables turn
And you're singing

La prima volta s’erano promessi molte cose. Al di là delle sciocche proposte di matrimonio che, un po’ per scherzo e un po’ per romanticismo, piovevano continuamente da Matthew, ricordava si fossero promessi praticamente tutto. Fedeltà, sincerità, devozione totale, supporto reciproco, una vita senza il benché minimo problema, divertimento, sesso e così via.
Ci avevano creduto entrambi. Perché erano innamorati e perché non si conoscevano ancora abbastanza bene.
Era durata un mese appena. Poi avevano cominciato a litigare e, per ripicca, avevano smesso di scopare.
Il primo a tradire era stato Brian. E non per reale bisogno fisiologico, per quanto ammettesse di aver davvero avuto voglia.
Matthew l’aveva presa per una sfida e l’aveva imitato.
E quello era stato il loro finale.
Almeno, il primo.
La seconda volta era stata anche peggiore della prima. Avevano promesso di tutto, ci avevano creduto perché non poteva andare male di nuovo, e invece era andata male comunque. Brian aveva cercato di trattenersi. Matthew no. Ed era finita un’altra volta.
A quel punto era stato abbastanza chiaro per entrambi che non si trattava di una questione di sfortuna o di circostanze avverse. Ciononostante, quando si erano ritrovati a condividere lo stesso spazio vitale per la terza volta in tre anni, ci avevano creduto ancora.
Per… testardaggine, probabilmente.
Quella terza volta era durata più a lungo. E in quel periodo Matthew gli aveva fatto una promessa molto semplice. “Non ti farò mai più del male”. Abbracciandolo stretto, baciandolo quasi ferocemente sul letto ancora disfatto, lui aveva pensato “No, Matthew, non mi farai più del male. E neanche io ne farò a te”.
Poi, ovviamente, era finita comunque. Per l’ennesimo tradimento. Tradirsi a vicenda era ormai il loro metodo codificato per dirsi “basta così”. Non si tradivano più perché avevano voglia d’altro, o perché non scopavano, o per chissà quale altro motivo. Il tradimento era il segnale. L’ingresso nel proprio corpo di un’altra persona, o di loro stessi all’interno di qualcun altro, significava spazzare via a forza la presenza del loro legame.
In fila al check-in per tornare in Inghilterra, Brian aveva guardato Matthew, che l’aveva accompagnato fino all’aeroporto e ora aspettava che partisse. Nei suoi occhi azzurri e freddi, ancora macchiati di rancore, non aveva in effetti visto nemmeno un’ombra di dolore.
- È l’unica promessa che siamo riusciti a mantenere. – disse ad alta voce, sorseggiando il caffè bollente.
Matthew lo squadrò senza capire.
- Brian… - sospirò, - Può capitare che io riesca a seguire il filo dei tuoi pensieri anche quando non parli. Ma generalmente no.
Brian sorrise, poggiando la tazzina sul tavolo.
- Tu stai bene, no? – gli chiese a bruciapelo, fissandolo negli occhi e osservandoli brillare per un secondo, mentre Matthew prendeva atto.
- Ah. – disse l’inglese, terminando il proprio caffé e riponendo la tazzina nel lavabo, -Quella promessa.
Rimasero in silenzio, l’uno in attesa della mossa successiva dell’altro.
…a Brian sarebbe piaciuto riuscire a sopportare meglio quei momenti. Ma ogni volta che lui e Matt cadevano in un buco di silenzio, aveva come l’impressione che non ne sarebbero più usciti.
- Come diavolo facevi a sapere dov’ero? – chiese, con una punta d’ansia nella voce.
- Ero fuori, nel porticato. – rispose prontamente Matt.
- Sotto il monsone?
- Non è un vero monsone…
- E che stavi facendo nel porticato?
- Ho letto, fino a un certo punto. Ti ho guardato, da quel punto in poi.
- Oh! – sbuffò Brian, incrociando le braccia sul petto, - Mi hai lasciato sotto la pioggia volontariamente!
Matt ridacchiò, coprendosi la bocca con la mano.
- Eri particolarmente affascinante.
- Ah, be’. – commentò, roteando gli occhi, - Vorrà dire che giustificherò la bronchite che sicuramente beccherò dicendo “mi hanno lasciato alla mercé di una tempesta per ragioni estetiche”.
- Come sei drammatico… - mugugnò il cantante dei Muse, - Vedrai che starai benissimo. Un paio di giorni di riposo al caldo sotto le coperte e-
- Mi stai invitando a restare?
Matthew s’interruppe, sinceramente stupito da ciò che aveva detto.
L’avrebbe consolato, forse, sapere che Brian era stupito tanto quanto lui.
Parlare chiaramente in genere non rientrava nelle procedure con le quali “tornavano insieme”.
- Sai, Brian, - disse dopo un po’, fissando il pavimento, - quella non è l’unica promessa che abbiamo mantenuto.
- Ah, no? – chiese lui con un sorriso tagliente.
- No. – rispose Matt, tornando a guardarlo deciso negli occhi, - Io ho promesso che ti avrei amato per sempre.
Brian ingoiò a vuoto, stringendo le dita attorno alla tazzina con un movimento quasi convulso.
- Allora… - disse, quando fu in grado di recuperare un briciolo di fiato in fondo alla gola, - è questa l’unica promessa che abbiamo mantenuto.
Perché io ho appena scoperto che, invece, tu sei ancora in grado di farmi male.
*
I'll wait my turn
To tear inside you
Watch you burn
I'll wait my turn

- Ti fermi a cena?
Lo guardò, cercando di capire se facesse sul serio o meno.
- Che domanda scema. – rispose infine, vagamente irritato.
Era ovvio che si sarebbe fermato a cena. Era ovvio che si sarebbe fermato per la notte. Era ovvio che si sarebbe fermato a colazione, e che si sarebbe fermato per una passeggiata e una merenda sul lago se avesse smesso di diluviare l’indomani mattina, e che poi sarebbe rimasto per pranzo, per un caffè, per il tè e i pasticcini alle cinque, per l’aperitivo e di nuovo per cena, ed era ovvio che questa cosa si sarebbe ripetuta almeno per una settimana.
Una settimana era il periodo minimo.
In genere, durante quella settimana capivano se era il caso di cominciare a dire in giro “stiamo di nuovo insieme” o se era meglio chiuderla lì e rimandare il tutto alla volta successiva in cui si sarebbero visti.
- Chiedo perdono. – riprese Matt con un sorriso, - La domanda giusta era se ti andava una pizza o preferivi che ti preparassi qualcos’altro.
Sbuffò, scrollando le spalle.
Come non sapesse perfettamente che per quella notte avrebbero fatto tutto meno che mangiare.
- Seriamente: - gli chiese, - quanto ci tieni a rendere la tua cucina un inferno, sapendo che qualsiasi cosa preparerai finirà inesorabilmente nel cesto dell’immondizia?
- Ma sai che niente è mai finito davvero nel cesto dell’immondizia? – ritorse lui, con tono divertito. – A parte il fatto che dopo il sesso ti viene improvvisamente fame e mi costringi a strisciare fino in cucina, nonostante generalmente io non senta più le gambe, per recuperarti qualcosa… le cose avanzate poi le abbiamo sempre mangiate tipo il giorno dopo a pranzo e così via…
Lo guardò, sollevando le sopracciglia.
- Dici sul serio? – chiese curioso, - Non me ne sono mai accorto…
- Perché non ti ho mai dato modo di capire cos’è che avevo preparato. – rispose Matt, ridacchiando. – Comunque, giusto per fare qualcosa di diverso, oggi potremmo mangiare a un orario decente e scopare a un orario decente. Sarebbe una rivoluzione!
Brian si sollevò dalla sedia, raggiungendolo dove si trovava, in piedi davanti al frigorifero aperto, e insinuandosi nello spazio fra lui e l’elettrodomestico, chiudendosi lo sportello alle spalle.
- Non capisco per quale motivo dovremmo cambiare anche solo una virgola della solita vecchia routine. – commentò dubbioso, sollevando una mano a sfiorargli il petto attraverso la camicia, mentre Matthew si chinava a baciargli la fronte.
- Le persone preferiscono guardare al passato, perché è più facile… - motivò lui, scivolando con le labbra giù fino allo zigomo e, lungo la guancia, fino al mento, - Ma noi siamo diversi dalle altre persone.
- Aha. – annuì Brian, sbuffandogli addosso, - E cos’è che ci renderebbe tanto diversi?
- Il fatto che siamo completamente pazzi. – rispose Matt, circondandogli la vita con le braccia e attirandolo a sé, mentre lui risaliva con le mani lungo il petto per fermarsi sul collo. – Qualunque persona assennata si sarebbe fermata alla sesta volta. O anche prima.
- Credi d’essere l’unico pazzo al mondo? – ridacchiò Brian, leccandolo lentamente lungo il profilo della mascella e sentendolo rabbrividire sotto la lingua.
- Non l’unico. – concluse Matthew, chinandosi su di lui e guardandolo negli occhi prima di baciarlo, - Il più fortunato.
Pensò distratto che probabilmente Matthew stava esagerando con le romanticherie. Che tutte quelle parole dolci sarebbero tornate a galla quando inevitabilmente quell’ennesimo tentativo fosse sfumato in un nulla di fatto, e che gli dispiaceva che Matthew si stesse comportando così, fornendogli tutti gli spunti per attaccarlo quando ne avesse avuto l’occasione, mentre lui si sarebbe trovato con niente in mano, dal momento che dal canto proprio si stava tenendo così sulle sue da irritarsi da solo.
Matthew scivolò con le mani lungo la sua schiena, soffermandosi appena sulle natiche, per poi afferrarlo sotto le cosce e issarlo contro il frigorifero. Brian allargò le gambe e gli si aggrappò ai fianchi, stringendo la presa sul suo collo.
Interruppe il bacio che ancora si stavano scambiando, guardandolo.
- Così non vale, Bellamy. – mormorò, quasi affranto.
- È meglio se non dici niente. – cercò di fermarlo Matthew.
Ma lui sorrise. Lo baciò a fior di labbra. Strofinò la guancia contro la sua, come un cucciolo in cerca di coccole, e raggiunse il suo orecchio.
- Ti amo anche io. – disse.
Sì.
In quel modo andava meglio.
Vulnerabili entrambi.
Per l’ennesima volta.
Matthew sospirò e lo schiacciò contro il frigorifero, attaccandosi al suo collo e sfiorandolo con le labbra quasi con reverenza.
- Grazie. – gli mormorò contro la pelle.
“Figurati”, pensò Brian, mentre rilasciava indietro il capo e chiudeva gli occhi.

Promise is a promise…
Genere: Malinconico, Comico, Introspettivo.
Pairing: MatthewxBrian, in un certo qual modo strambo O.O
Rating: PG-13
AVVISI: RPS, OC.
- "Il passato ritorna.
È una frase fatta, sì, lo so, ma so anche che gli stereotipi esistono per un motivo ben preciso – ossia perché sono veri – e quindi non mi farò problemi ad usarla.
Il passato ritorna.
Sempre.
"
E il passato, in effetti, ritorna davvero. A farne le spese, come al solito, Matthew Bellamy :D
Commento dell'autrice: Ciao *_* Oddio, siete arrivati alla fine <3 Vi amo tutti <3
Questa è una storia atipica. Una storia che nasce mesi fa, mentre parlavo con la Nai (tanto per cambiare) e fantasticavamo su ipotetiche fanfiction che avessero per protagonista il piccolo Cody, che tutte noi amiamo alla follia perché è troppo tatopuccio per attirare qualcosa che non sia amore totale <3 Così, mentre raccontavamo, nascevano due storie. La sua, di cui non vi dico niente, perché non so neanche se la finirà mai XD E la mia. Che è nata come una stupidaggine random per infilare un po’ di mollamy anche nella storia di Cody. E che poi s’è trasformata in… be’, sostanzialmente nella stessa cosa, però un po’ meglio XD
Sono davvero affezionata a questa storia. Ci sono cose che ho voluto fortissimamente. E la sola idea di vedere Matt interagire col figlio adolescente di BriBri mi uccide di pucceria X3 (Mi uccide anche immaginare Matt e Bri ultraquarantenni, ma non è esattamente pucceria e quindi dimenticherò questa parte del racconto il più presto possibile ç_ç””””).
Mille grazie a Meg, che l’ha amata e ne ha preteso il finale XD Ad Ana, che mi ha messo su a lavorarci perché mi sbrigassi a terminarla per poter poi cominciare il sesto capitolo di Miles Away XD Alla Memuzza, perché è amore *-* E il Meffiu che avete visto – e che tornerà in un’altra storia con Cody XD Meno seriosa di questa, prometto è_é – è suo *-* Ed ovviamente a Nai, perché questa, come tante altre cose, se lei non ci fosse stata, non sarebbe mai esistita. E anche per tutti i complimenti e l’amore dimostrato, del tutto immeritati è_e ma sempre molto graditi. E per l’aiuto enorme col betaggio. E poi Luke è un personaggio della sua storia con Cody XD Solo che io l’ho un po’ rimaneggiato, e quindi non assomiglia più tanto all’originale – che è mille volte più carino (anche se lei non è d'accordo con questa mia convinzione XD). Comunque grazie :*
Devo stranamente ringraziare anche gli X-Japan O_ò Per la bellissima Kurenai, che mi ha accompagnato per qualche tratto durante la stesura. A lei (o meglio, alla sua traduzione inglese) appartengono i versi citati all’inizio.
E ora la pianto, promesso XD Fatemi sapere che ne pensate :*
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LOST AND FOUND

As if something’s gonna force you
now you’re running into the storm


Il passato ritorna.
È una frase fatta, sì, lo so, ma so anche che gli stereotipi esistono per un motivo ben preciso – ossia perché sono veri – e quindi non mi farò problemi ad usarla.
Il passato ritorna.
Sempre.
- Vorrei che tu mi dessi lezioni di pianoforte.
E dal momento che sono circa le sette e mezzo del mattino, io vorrei dormire.
Evidentemente, i desideri miei e quelli di questo moccioso che avrà all’incirca dodici anni e che mi sta di fronte in questo momento, proprio un passo oltre la soglia di casa, non coincidono.
Okay.
Ricapitoliamo.
Un minuto fa ero fra le coperte, mi stavo facendo coccolare dal dormiveglia, dai residui di un sogno fighissimo che già non ricordo più e dal profumo di shampoo alle mele dei capelli di Gaia placidamente addormentata al mio fianco.
Poi ho sentito squillare il campanello.
Ho mugugnato un “no”.
Gaia ha mugugnato un “vai”.
Mi sono arreso, ho mugugnato un “d’accordo” e mi sono alzato, senza neanche premurarmi d’infilare le pantofole o una maglietta.
Mi sono posizionato davanti alla porta.
Ho aperto la porta.
Ho guardato fuori.
E lui era lì.
Il moccioso.
Basso, magro e pallido, lunghi – lunghissimi – capelli neri sciolti sulle spalle e ingombrante frangetta cascante sugli occhi, un’ampia camiciola a quadrucci aperta su un’anonima maglietta bianca e jeans sbiaditi da adolescente alla mano.
Ed eccoci qui, dove tutto è iniziato.
- Vorrei che tu mi dessi lezioni di pianoforte.
Gaia appare alle mie spalle, avvolta in una vestaglia rosa, mentre ravvia dietro le orecchie qualche ciocca ribelle dei capelli ancora sconvolti dal sonno.
- Matt, cosa- oh, mio Dio. – si interrompe, spalancando gli occhi e coprendosi la bocca con le mani, - Un ragazzino…?
Scrollo le spalle, sentendomi né più né meno che un idiota fatto e finito.
Evidentemente non riesco a capire la situazione! È palese!
- Cos’hai detto che sei, tu…? – chiedo al bimbo, tornando a guardarlo con curiosità.
- Non ho detto di essere niente. – risponde lui, sorridendo appena e stringendosi nelle spalle con studiato e graziosissimo imbarazzo, - Ho solo chiesto se saresti disposto a darmi lezioni di piano.
Ed è in questo momento che me ne rendo conto.
Succederà un disastro!
Gaia lancia un urletto alle mie spalle, e nelle mie orecchie risuona come la tromba dell’Apocalisse.
- Matt!!! – gridacchia, saltellando come una bambina innamorata, - È così carino! È un tuo fan?
Spero di no, penso io, tornando a guardarlo, se tutti i miei fan cominciassero a bussare a casa mia all’alba chiedendomi di insegnar loro a suonare, potrei anche meditare di ritirarmi dal mondo della musica!
- Carino, Gaia…? – mi limito a chiedere, sconvolto, mentre il ragazzino ridacchia soddisfatto e io penso che è malefico e che mi ricorda qualcosa di poco piacevole.
- Sì! Sìììì!!! – risponde lei, agitata, strappandomi dalla soglia e spalancando la porta per invitarlo ad entrare.
- Gaia! È uno sconosciuto! Potrebbe- potrebbe essere chiunque!
- Sì, Matt… - risponde lei, quasi annoiata, - potrebbe essere il figlio di uno qualunque dei tipi assurdi che hai conosciuto durante la tua assurda adolescenza, tornato dalle campagne inglesi in cerca di vendetta. È ovvio.
- Be’, potrebbe essere davvero così!
- Amore. – dice lei, seria, incrociando le braccia sul petto dopo aver richiuso la porta alle spalle del ragazzino e averlo invitato ad accomodarsi sul divano del salotto, - Questa fissazione con la teoria del complotto andava bene quando avevi vent’anni, di sicuro. Poteva essere accettabile anche a trenta. Ma adesso hai superato i quaranta, e sarebbe il caso che, non so, crescessi un po’! Non vedi che è solo un bambino?
Un bambino!
Appunto!
- Come se i peggiori guai non venissero sempre da loro! Non hai visto Baby Birba?!
Gaia sbuffa contrariata, dicendomi di darmi una svegliata e tornare a ragionare da essere umano dotato di cervello, dopodiché scompare in cucina – probabilmente per recuperare del latte e dei biscotti.
Il suo istinto materno ci ucciderà, lo so.
So che un giorno un qualche dirigente senza scrupoli di una major nemica della nostra cercherà un modo per farmi fuori, e capirà che la soluzione migliore è mandare un moccioso carino dotato di 44 Magnum, per risolvere la pratica una volta per tutte.
Nel frattempo io rimango qui ad osservare questo ragazzino sorridente seduto sul divano, e sinceramente non riesco a non chiedermi perché il fato sia così crudele con me e non capisca che ho bisogno di dormire per lavorare.
- Cos’è che volevi…? – chiedo di nuovo, sperando che non se ne esca ancora una volta con la cavolata delle lezioni di piano.
- Mi chiedevo se fossi disposto a darmi lezioni di piano.
Ecco, appunto.
- Ti pagherei, ovviamente. – si affretta a precisare.
Come fosse questo il punto!
- Senti, ragazzino… - dico io, simulando una pazienza che non posseggo, - Io non ho mai preso lezioni di piano in vita mia. Quando avevo la tua età, a dodici anni, già andavo in giro col mio piccolo smoking da pinguino e il mio cravattino idiota per le case dei parenti a mostrare quant’ero bravo, quindi-
- Io non ho dodici anni.
- Non fa la benché minima differenza! Quanti anni hai?
- Quindici. E voglio che tu mi dia lezioni di piano.
- Bene, ma si dà il caso che io non dia lezioni di piano.
Il ragazzino mi guarda di sottecchi per qualche secondo, e poi lancia un’occhiata furtiva alla cucina, per assicurarsi che Gaia sia ancora là dentro a smanettare con tazze e piattini. Quindi solleva tranquillamente le gambe sul divano, incrociandole assieme sotto il sedere, e si sporge verso di me.
E io vedo i suoi occhi.
E capisco tutto prima ancora che parli.
- Ieri rovistavo nella soffitta… - sussurra spettrale, fissandomi quasi maligno, - e ho scovato per caso un vecchio baule di mio padre. Sai… - mormora, guardandosi distrattamente le unghie in un gesto che suo padre faceva spesso, lo ricordo, - papà è… un nostalgico, per così dire. Non getta mai niente. Anche quando dovrebbe.
E avrebbe decisamente dovuto farlo.
Se non altro perché avrebbe dovuto immaginare che un giorno avrebbe avuto un figlio demoniaco quanto lui!
- E quindi, rovistando rovistando… - continua il ragazzino, ostentando sicurezza da sotto le lunghissime ciglia che si ritrova, - ho trovato dei fogli.
Oh. Mio. Dio.
- Te li ricordi vero?
Come dimenticare?
Brian aveva il vizio di scrivere le canzoni sul cuscino, accanto a me…
E io avevo il vizio di correggergliele mentre dormiva, e lasciargliele accanto mentre facevo la doccia.
Firmandole.
Dio, le assurdità idiote che si fanno da innamorati…
- Tu non vuoi che questa cosa venga fuori, vero?
È un ricatto! È un dannatissimo ricatto!
- Sia tu che mio padre preferite che la cosa rimanga fra voi, vero?
Dio mio!
- E allora ti toccherà darmi lezioni di piano.
Gaia riemerge dalla cucina con un vassoio fra le mani. Sopra porta un enorme bicchiere di latte al cioccolato e un piatto talmente ricolmo di biscotti da far pensare che ci abbia rovesciato su l’intero pacchetto chiedendosi “avrà tanta fame?”. Sorride angelica, trotterellando come un cucciolo di cane davanti a un nuovo peluche da fare a pezzi.
- Allora, Matt? Che hai deciso?
Lancio uno sguardo al ragazzino, che sorride apertamente.
Gaia è decisamente fra le persone che non devono sapere.
- E va bene. – concedo sbuffando, - Cominceremo domani.
Il sorriso sul suo volto si apre ancora di più, rafforzando la sensazione spiacevole che provo – e che mi sta gridando nel cervello “ti sei messo in un pessimo, pessimo guaio, Matthew”.
Allunga una mano nella direzione di Gaia e socchiude gli occhi, angelico.
- Cody Molko, piacere di conoscerla.
Gaia arrossisce come una liceale, e i suoi occhi brillano per un secondo.
- Ma dai! – dice, stringendo calorosamente la mano del ragazzino, - Quel Cody Molko?
Cody annuisce, sempre sorridendo, tornando a intrecciare le dita in grembo.
- Dovresti essere fiero, Matt! – ridacchia la mia fidanzata, dandomi una gomitata gioiosa sulla spalla, - Il figlio del tuo più acerrimo nemico che chiede a te lezioni di piano! Una rivincita mica male!
Una rivincita, mh?
Sorrido debolmente, mentre Cody si alza e cinguetta “allora a domani”, e io non posso fare a meno di pensare che…
…se c’è qualcuno che meriterebbe una rivincita, be’, quel qualcuno di certo non sono io.
*
- Non parlerò di quello che è successo fra me e tuo padre! – affermo, ancora sconvolto da quello che mi ha detto, fissandolo con gli occhi spalancati.
Questo ragazzino ha preso una brutta abitudine in queste ventiquattro ore. Cogliermi alla sprovvista. Che è una cosa che odio e non permetto a nessuno. E che ancora meno permetterei a lui – certo, se lui si scomodasse a chiedermelo, il benedetto permesso!
È arrivato qui.
Felice e ridacchiante come ieri.
Così soddisfatto di sé e della sua scappatella – probabilmente si sta gloriando di averla fatta sotto il naso a quell’ingombrante imitazione di uomo che ha per padre – da farmi venire i nervi.
S’è seduto al pianoforte e l’ha guardato come se lo vedesse per la prima volta.
- Be’? – ho detto io, sbuffando e incrociando le braccia, mentre mi appoggiavo con un fianco allo strumento, - Intendi farmi vedere cosa sai fare?
E lui mi ha guardato con una tale innocenza che io quasi ci cascavo!
- Non so fare niente. – ha risposto con naturalezza, fissandomi con quegli occhioni verdi-celesti-grigi-fate-un-po’-voi che l’eredità paterna gli ha lasciato sulla faccia.
Allora io giustamente mi sono sentito preso per il culo. E mi sono massaggiato le tempie. E l’ho guardato di rimando. E gliel’ho chiesto.
- Tendenzialmente si chiedono lezioni quando hai strimpellato qualcosa da solo e vuoi imparare a strimpellare qualcosa di più complesso. – ci ho riflettuto un po’ su, - Oddio, i miei amici, quelli che frequentavano il conservatorio intendo, ragionavano così.
Lui mi ha guardato e non mi ha risposto.
- Tu invece vuoi che ti insegni da zero? Dal nulla? Senza che neanche io possegga le basi che speravo avessi tu per evitare l’impaccio iniziale?
Lui ha annuito lentamente, sempre senza staccarmi gli occhi di dosso.
Io ho sospirato.
Ho scosso il capo.
- Scusa la curiosità, - ho chiesto titubante, - ma perché?
E lui ha sorriso, strizzando le palpebre come un micio. E mi ha spiegato perché.
- Speravo che tu potessi dirmi qualcosa su quello che c’è stato fra te e mio padre. – ha detto tranquillamente, - Sai, l’intimità che c’è fra allievo e maestro, le confessioni, i ricordi annegati nelle lacrime… - mi ha lanciato uno sguardo, per vedere se il discorso aveva fatto effetto. E se l’effetto sperato era confondermi, allora complimenti, - Cose così, capisci?
Capisco? No.
Subodoro il pericolo? Decisamente sì.
- Non parlerò di quello che è successo fra me e tuo padre!
E da qui in poi lo sapete.
Panico, angoscia, cogliere alla sprovvista, non ti permetto mai detti, eccetera eccetera.
Cody si limita a un minuscolo sorriso, e ritorna a fissare i tasti d’avorio.
- Allora credo che per un bel po’ di tempo non parleremo d’altro che di musica. – bisbiglia affranto, lasciando scorrere due dita sulla struttura del pianoforte.
Okay.
No, davvero, okay.
Io potrò essere uno stupido, ma voglio dire, non sono uno stupido!
Ecco.
Credo di aver pensato una stupidaggine.
Ma non è questo il punto.
Intendo, io ci vedo, non sono mica cieco. È palese che questo moccioso ha dei problemi. Perché io non andrei mai in giro a intervistare gli ex amanti di mio padre sulle abitudini che avevano quando non erano ancora ex, se non avessi dei problemi veramente gravi da affrontare. E ora non so se sono strano io, ma sinceramente sono più propenso a credere che quello strano sia il ragazzino che ho di fronte.
- Fammi spazio. – dico sospirando.
Lui si fa più in là sul seggiolino, lasciandomi una ventina di centimetri dei quali mi approprio arrampicandomi al suo fianco.
- Io non sono abituato a fare cose simili! – mi lamento, e posso percepire l’imbarazzo farsi strada nella mia stessa voce, - Perciò se… se hai qualche rospo da sputare, fallo adesso che siamo all’inizio, una volta per tutte, e buonanotte!
Lui mi guarda attentamente per qualche minuto, il volto privo di espressione, come fosse incerto sulla reazione da adottare. E poi scoppia a ridere. Così. Semplicemente.
E la sua risata è così derisoria che mi viene improvvisamente voglia di buttarlo fuori.
- Matthew Bellamy! – dice, incapace di smettere di ridere, - Sei stupido proprio come dice mio padre!
Come, prego?
- Però… per certi versi sei anche… tenero. E questa è una cosa che non dice.
Cielo.
Qualcuno mi riporti indietro da cosa-cazzo-succede-landia.
Sto davvero avendo questa conversazione con Cody Molko?
- Vado in bagno. Dov’è?
Indico la prima porta del corridoio, ancora talmente basito da non riuscire a spiccicare parola, e mentre Cody sparisce dalla mia vista mi accorgo che c’è Gaia, appoggiata allo stipite, che mi guarda ridacchiando.
- Sì, certo, sfottimi anche tu! È esattamente ciò di cui ho bisogno! – mi lamento, allargando le braccia e sollevandomi dal seggiolino, muovendo qualche passo nervoso nel salotto.
- Non ti stavo sfottendo… - precisa lei, raggiungendomi alle spalle ed abbracciandomi da dietro, prendendo poi a dondolare come per cullarmi.
- Oh, no, figurati. – dico io con una smorfia, - Era una risata random.
Lei ridacchia ancora.
Adoro il suono della sua risata.
Può far sembrare minuscole cose enormi.
E la cosa in cui mi sto cacciando è decisamente enorme.
- Matt, saresti un padre adorabile. – bisbiglia sul mio collo, mentre io cerco di lanciarle un’occhiata sconvolta da sopra la spalla, - Solo che non hai una grande esperienza coi ragazzini.
Mi libero dalla sua stretta, tornando a guardarla negli occhi.
- Bene. Allora, dall’alto della tua esperienza di psicologa, illuminami.
Gaia sorride radiosa e riprende a dondolare.
È incredibile, qualsiasi abbraccio diventa una specie di danza. A Gaia piace infinitamente ondeggiare quando mi abbraccia.
- I ragazzini, Matthew, non parlano facilmente. I ragazzini che stanno attraversando un periodo difficile, poi, non parlano quasi mai.
- E lui sicuramente ha dei problemi.
- Be’, mi pare ovvio. Non sfiderebbe così l’autorità paterna se non avesse un problema con quella stessa autorità.
Oh, ma lui non sta sfidando l’autorità paterna, oho!
È un piccolo diavolo morboso cui piace scavare negli anfratti umidi e bui del passato paterno! È uguale a suo padre, altroché!
- E quindi, Matt, non puoi pensare che dopo un paio d’ore passate insieme tu possa sederti accanto a lui e dirgli “parlami dei tuoi problemi”, aspettandoti magari anche che lui si faccia un bel piantone consolatorio e ti indichi come salvatore della propria anima di adolescente frustrato.
Spalanco gli occhi.
- Io non ero così complicato! – mi lamento stridulo, ondeggiando con Gaia in cerca di consolazione.
- No, tesoro, non ho alcun dubbio a riguardo.
Qualcuno si schiarisce la voce da qualche parte alla mia destra. Mi volto a guardare. È Cody.
- Scusate. – mormora, con un mezzo sorriso imbarazzato, - Forse è meglio che io vada.
So di essere già in un guaio.
So che dovrei… boh, cercare di arginare il disastro, prendere le distanze, o qualcosa di simile.
Sbuffo.
- Avanti! – dico deciso, dirigendomi dritto al pianoforte, - Seduto.
Gli occhi del moccioso mi rimandano uno sguardo confuso e una domanda silenziosa.
- Allora? Che stai facendo lì fermo? Dobbiamo fare le scale.
- …le scale?
- Certo! Non hai visto Gli Aristogatti? Zitto e cuccia e segui gli ordini del maestro o avremo nel mondo un altro Molko che si improvvisa musicista senza esserlo, e nessuno di noi vuole qualcosa di simile, vero?
Mentre lo sguardo di Cody si illumina – e io riesco quasi a vedere la stessa sfumatura di verde brillante che riuscivo a vedere negli occhi di Brian le rare volte in cui era veramente felice – mi sembra di aver chiuso un cerchio, e mi sembra anche di essere pronto a ripercorrerlo di corsa da capo. E mi sento… soddisfatto, e mi sembra di aver acconsentito a tutta questa follia appositamente per ottenere una cosa simile.
Non è così, lo so. Non immaginavo neanche che gli occhi di Cody potessero dirmi una cosa come questa. Non immaginavo neanche che potessero dirmi qualcosa in assoluto.
Ma è successo.
E io sono nei guai.
E mi sembra di aver fatto bene a ficcarmici.
*
- Sono più bravo di mio padre?
Questo ragazzino è un pericolo pubblico.
Questo ragazzino, davvero, è pericoloso. Non sono io che lo fraintendo, è Gaia che non capisce. Lei è sempre lì a dire “è dolcissimo, è un amore, è uno zucchero, è un adolescente così carino!”. È una settimana che va avanti così. Gaia lo ama e io a stento lo tollero. Ma non è colpa mia, è lui che fa di tutto per rendersi il più irritante possibile!
Oggi, per esempio, no?
Oggi era cominciata bene.
È arrivato, puntuale alle tre come al solito, abbiamo scambiato qualche chiacchiera idiota su quanto odiasse la sua professoressa di filosofia, poi si è seduto al piano, gli ho detto di cominciare a fare qualche scala e lui l’ha fatta.
Sembrava docile.
Ci sono delle volte in cui sembra docile, in effetti. In cui non è lì sul piede di guerra che cerca di estorcere informazioni scabrose come se stesse parlando della lista della spesa.
Perciò ha fatto qualche benedetta scala, ed io ero lì che mi compiacevo, perché diamine, non ho mai imparato a suonare il pianoforte ma evidentemente sono abbastanza geniale da insegnare agli altri – al figlio di Brian! Quindi con una difficoltà in più! – come si fa.
E all’improvviso s’è fermato, mi ha guardato e mi ha detto “Ma non hai qualche spartito da farmi provare? Sono stufo di fare solo scale!”.
Ovviamente la domanda mi ha mandato nel panico.
Perché io non so leggere gli spartiti.
E quindi non ne posseggo.
Allora ho cercato di ricordare cos’è che diceva Duchessa a Matisse negli Aristogatti e me ne sono uscito con un discorso che è sembrato strampalato perfino a me, e il cui riassunto era più o meno “le scale e gli arpeggi sono divertenti! Non ricordi gli Aristogatti?”. Al quale lui ha ovviamente risposto che le scale e gli arpeggi potevano anche essere divertenti, ma alla lunga diventavano pallosi, e comunque Minou in quel film finiva con la coda spiegazzata e non era una fine che a lui andava di fare.
Non è valso a nulla fargli notare che non possedeva una coda. Ho dovuto arrendermi e confessare di essere un pianista privo di spartiti, e subire le sue risate sfacciate per qualcosa che m’è sembrata un’eternità. Le risate derisorie dei ragazzini fanno male e durano più di quelle degli adulti, sarà che loro ci mettono più passione. Si vede che deridere li diverte proprio.
Comunque subito dopo s’è rimesso a pigiare note a casaccio sul pianoforte, come non avesse la più pallida idea di dove andare – facendomi peraltro capire che no, non ero stato in grado di insegnargli un accidenti di niente, com’era ovvio – e poi se n’è uscito con quella frase malefica.
- Sono più bravo di mio padre?
E io sono caduto dal pero, finendo di nuovo in cosa-cazzo-succede-landia.
Questo ragazzino è veramente diabolico.
- Prego…? – chiedo, percependo l’angoscia che grava sulla mia voce.
Lui ridacchia, contento dell’effetto della domanda, e pigia qualche altro tasto prima di decidersi a esplicitare il concetto.
- In una delle note… nei foglietti che ho trovato… c’è scritto “Brian, sei uno zuccone”, e poco dopo “quando ti metti al piano meriteresti bacchettate sulle mani”… con… - risolino sfacciato – un cuoricino accanto alla frase. – si può morire di vergogna per un ricordo? Sì, si può. Non capisco perché non sono morto, davvero. – E quindi mi chiedevo… secondo te sono un allievo migliore di mio padre? Sono più bravo? Imparo più in fretta? Ho più talento?
Oh.
Quanto a stronzaggine, non hai proprio nulla da invidiare al tuo illustre antenato, caro Cody.
- Che-… cioè, cosa intendi?
Un’altra risatina maliziosa, di quelle fatte stringendosi nelle spalle e scuotendo appena l’enorme massa di capelli, mentre la frangetta rimbalza gioiosa sulla fronte.
- Non sto chiedendo niente di scabroso, Matthew… voglio dire, non ho mica chiesto che abitudini-
- Fermati immediatamente! – strillo, così ad alta voce che ho paura di far tremare i cristalli delle mensole.
Cody ridacchia ancora, e poi mi pianta addosso questo sguardo… indecifrabile. Cupo. E… brillante.
- Non sei ancora pronto a parlarne, vero? – mi chiede, quasi dolcemente, come se quello comprensivo dovesse essere lui, come se avessi io quattordici anni e fosse lui il quarantenne che mi dà lezioni di piano.
Lentamente, imbarazzato come mai in vita mia, abbasso gli occhi e scuoto il capo.
E credo che questa soggezione dipenda dal fatto che lui è il figlio di Brian, ma non ne sono sicuro. Potrebbe tranquillamente dipendere da Brian stesso. O… da me.
- Fa nulla. – conclude lui, cinguettando gioioso, - Vuol dire che faremo scale ancora per un po’.
*
Il ragazzino davanti a me – che non è Cody, anche se ha lo stesso sguardo spaventoso – sembra riprendere padronanza delle proprie facoltà di controllo del corpo. Mi fissa. Mi punta il dito contro. E strilla.
- Dove l’hai nascosto?!
Io indietreggio.
È il momento che il mio cervello mi aiuti con un piccolo flashback.
Allora, io ero felice.
Cody non era nei paraggi.
Le due cose possono sembrare considerazioni scontate, ma posso assicurare che durante le mie ultime due settimane di vita non lo sono state. Decisamente.
Stavo… credo sorseggiando un caffé, non ricordo bene, la memoria comincia a giocarmi brutti scherzi, quando subisco un trauma troppo forte. Di sicuro stavo ascoltando la demo di un gruppetto niente male che la Universal pretende io produca in qualche modo.
E poi hanno suonato alla porta.
Io ho lanciato un ululato di proporzioni enormi, perché Cody aveva giurato e spergiurato che oggi non sarebbe venuto, dal momento che domani ha una verifica di matematica e la cosa lo uccide d’angoscia, e io m’ero conseguentemente preparato a un pomeriggio di gioioso pseudo-ozio.
Ho aperto con intenzioni bellicose.
Fosse stato Cody probabilmente l’avrei rimandato a casa con un calcio, appiccicandogli un bigliettino sulla schiena dove avrei scritto “Brian, sant’Iddio, tienilo chiuso a chiave!!!”.
Il punto è che non era Cody. Era un ragazzino alto e robusto, il tipo che gioca a football ma nessuno caga perché non sarà mai il quarterback. Capelli corti, castani chiari, occhi tremendamente celesti, il visino pulito ed educato.
E questo moccioso urla.
- Oddio! – fa.
Cioè.
“Oddio”.
Poi si guarda intorno.
- Scusi. – continua, leccandosi le labbra secche e deglutendo a vuoto, - Lei è davvero… - accenna, ma poi si ferma. Gli occhi girano ancora, evidentemente confusi e incapaci di decidere verso che punto preciso rivolgere l’attenzione per non esplodere.
“Un fan”, penso io distrattamente.
Solo dopo qualche secondo di salivazione azzerata e continui sfregamenti di mani per impedirne la sudorazione eccessiva, il ragazzino riprende il controllo, solleva lo sguardo, mi fissa e mi chiede dove l’ho nascosto.
La mia vita era una vita tranquilla, fino al mese scorso.
Ogni tanto ci tengo a precisarlo, perché rischio di dimenticarlo.
- Scusa…? – chiedo confuso, rinsaldando la presa sulla porta, per paura che lui possa caricarmi e sfondarla.
- Cody! – dice lui.
AHA, penso io.
Tutto è perfettamente chiaro! Tutto splende come la luce del sole! È ovvio! Come non capirlo prima?
Se ho un guaio, è palese che è colpa di quel piccolo demonio!
Afferro il moccioso per la maglietta e lo trascino dentro casa, chiudendomi la porta alle spalle prima di scaraventarlo sul divano. Lui si lascia trascinare senza opporre resistenza, fissando la mia mano ancorata al tessuto della sua maglia come se fosse quella di un fantasma.
- A quante persone l’ha detto?! – sbraito, furente, fissandolo negli occhi come se volessi mangiarmelo.
Lui si fa minuscolo sul divano, stringendo le dita attorno alla fodera dei cuscini.
- Cos…?
- A quante persone l’ha detto?! – ripeto io, - Quanti sanno che viene qui? È una cosa di dominio pubblico?!
- Io non- non lo so… - soffia, a corto d’aria, - Non credo, solo… a me l’ha detto, e quindi…
- E quindi cosa?! – attacco, - Siccome non lo vedi da quando siete usciti da scuola, ommioddio!!!, sei venuto a cercarlo qui?! Dico, sei pazzo?!
- Non… - accenna lui, e si interrompe. Mi fissa. Ha gli occhi limpidi, posso leggere dentro l’iride che il criceto che muove i meccanismi del suo cervello sta gridando “È Matthew Bellamy!!! Stai litigando con Matthew Bellamy!!!”.
…Dio, quando faccio così mi sento dannatamente Brian.
Cancella, cancella.
- Non è questo! – protesta lui, che nel frattempo s’è ripreso e s’è risollevato in piedi, - È che non ha risposto al cellulare, quando l’ho chiamato! E quindi ho pensato che fosse venuto qui!
- Oh, bene! – sbotto, esasperato, - Ci mancava il fidanzatino apprensivo…
- Non sono il suo fidanzato!!! – strilla il moccioso, rosso fino alla punta delle orecchie, - E comunque non sono disposto a osservare questa cosa andare avanti senza fare niente per fermarla!
Lo fisso, un po’ stordito.
- Io non ho nessuna colpa se quel pazzo del tuo migliore amico, o quello che diavolo è per te, è pazzo! È venuto lui a chiedermi lezioni di piano! Di propria spontanea iniziativa!
- Ma Cody è uno spostato! – obietta lui, e io non posso che essere d’accordo, - Mica ragiona come le persone normali! – questo ragazzino potrebbe non essere un completo demente, - Sei tu che non l’hai capito e hai permesso che si infilasse in casa tua… e ora te ne approfitti!
…io potrei aver toppato con i giudizi.
- …io cosa?!
- Sì! – continua lui, enormemente convinto di ciò che sta dicendo, - Scommetto che è qui, adesso!
- Ossignore! Cody Molko non è qui, grazie a Dio!
Il ragazzino stringe i pugni e mi guarda.
Ha negli occhi una tale quantità di furore che faccio fatica a distinguere l’accento isterico, dato dal fatto che non trova il suo migliore amico, dall’accento ansioso, dato dal fatto che io sono io e gli sto parlando e lui è palesemente sconvolto da questa cosa e prima di uscire da questa casa opporrà più resistenza degli spartani alle Termopili.
- Provamelo! – mi sfida.
Capisco che, se non gli do retta, non me lo scollerò mai di dosso.
…sarà difficile che questo succeda anche dandogli retta, ma tentar non nuoce, in fondo.
Afferro il cellulare sul tavolo e cerco in rubrica il numero di Cody – che diavolo ci fa nella mia rubrica il numero di Cody?! – lo chiamo, attendo, risponde.
- Cosa vuoi?
…maleducato come il padre!
- Non so in che mondo viva tu, Cody, ma nel mio si risponde “pronto” o, al massimo, “posso esserle d’aiuto”!
Lui si scusa, agitato, e motiva la propria reazione avventata con un debole “non sono abituato a sentirti per telefono”.
- Comunque cosa vuoi?
- …senti. – comincio io, - A parte che dovrei essere io a chiedere a tutti voi cosa volete da me. Ma comunque, c’è qui un tuo amico – lancio un’occhiata al moccioso, che fissa me e il cellulare con gli occhi sgranati, come non gli riuscisse di credere che io e Cody stiamo realmente avendo questa conversazione, - che è mortalmente preoccupato per te. Penso che rivolterà il mio appartamento al contrario, se non ti fai vivo. Perciò scollati dalla sedia e vieni.
Cody si lascia andare ad un minuto di silenzio.
Poi ad una risatina allegra.
E mentre io penso che si sta lasciando andare a troppe cose, si lascia andare anche ad uno sbuffo spaventosamente tenero e ad un bisbiglio che somiglia a un nome. Poi mi assicura che è già con un piede fuori dalla porta e che salverà me e la mia casa dal disastro, perciò posso stare tranquillo.
Annuisco vagamente, interrompendo la chiamata.
Mi volto verso il moccioso.
- Ti chiami Luke, per caso?
Lui sgrana gli occhioni azzurri.
- Sì… - annaspa, sconvolto.
Ok.
Devo fronteggiare la realtà che il figlio del mio ex ha bisbigliato teneramente il nome del suo migliore amico al telefono.
Come io bisbigliavo il nome di Brian quando ne parlavo con Dom.
*
Sono seduti sul mio divano, l’uno accanto all’altro. Gaia volteggia fra loro come una fatina buona, ed è talmente in amore che penso che fra un po’ sbotterà e mi darà dell’orco insensibile.
Ne avrebbe tutte le ragioni.
Cody è arrivato da venti minuti.
Quindici minuti fa, lei ha offerto a lui e Luke del gelato al cioccolato. Loro, da bravi bambini, l’hanno accettato e hanno preso a divorarlo al ritmo di un mega-cucchiaio a testa ogni dieci secondi. Devono solo ringraziare che preferisca la vaniglia!
Dieci minuti fa, Cody ha sfilato le scarpe, abbracciato il proprio barattolo e sollevato i piedi da terra. S’è arrotolato su sé stesso e sul divano, e questo non è il ricordo di un gesto o un sorriso fugace, non è un’impressione, non è un’illusione, non sono io che cerco di convincermi della loro sconvolgente somiglianza: Brian si metteva così continuamente. Durante le interviste, quando passavamo la notte a parlare qui, quando passavamo la notte a parlare da lui, quando guardavamo insieme la televisione… a volte, quando entrambi ci lasciavamo abbastanza in pace da permetterglielo, ci si addormentava pure, in questa posizione.
Ora, non so se Cody stia deliberatamente cercando di farmi andare fuori di testa.
Però so che ci sta riuscendo.
Ed è per questo che, ormai da cinque minuti buoni, io sto sbraitando.
Anche se sto urlando “non è possibile che tu dia il mio indirizzo a destra e a manca, col rischio che poi orde di adolescenti imbizzarriti mi assalgano, invadendo la mia casa!”, indicando il povero Luke, che continua a mangiare il gelato con un’espressione giustamente estasiata sul volto – e se crede che non abbia notato le dieci spilline dei Muse che ha attaccate al tascapane, be’, si sbaglia – non è veramente questo, quello che intendo. Non è questo ciò che voglio dire.
Credo che Cody lo sappia.
Credo che sappia perfettamente che in realtà sto dicendo che mi piacerebbe buttarlo fuori dalla mia vita, perché la sta scombussolando più di quanto io non dia a vedere, ma che per qualche motivo non ci riesco. Non riesco a trovare il pretesto, il modo, le parole, la voglia
…e ricordare che, invece, quando avevo poco più di vent’anni, riuscire a farlo con suo padre è stato terribilmente facile, mi porta ad una realizzazione ancora più grave, ancora più enorme, ancora più pesante.
Io ho un conto in sospeso con Brian.
E mi sembra di stare risalendo pian piano tutti i gradi della conoscenza, come in non mi ricordo che religione o filosofia.
Concludo la mia tirata con un risoluto “non farlo mai più, o puoi anche fare a meno di tornare!”. Gaia mi fissa, arricciando le labbra. Sta faticosamente cercando un sinonimo per “Matt, fila in camera tua!” che sia meno ridicolo e renda ugualmente l’idea di quanto disapprovi il mio comportamento, ma Cody è più svelto di lei.
- Te la prendi troppo, - dice, infilando il cucchiaio in bocca e lasciandolo scivolare sulla lingua per leccare via il gelato dalla superficie, - Meffiu.

È definitivo.
Cody è molto peggio di suo padre!
- Mef-… - accenno io, a fiato corto, incapace di concludere.
- Meffiu! – ridacchia Gaia, illuminandosi in volto e battendo le mani sotto il mento, - Meffiu! Suona bene!
- Meffiu… - ripete Luke, poco convinto, come stesse rimuginando sulla questione “è moralmente giusto dare un soprannome ridicolo al mio idolo di sempre?”.
- Insomma! – protesto io, irritato, - Cody, non si parla con la bocca piena!
Lui ride felice, soddisfatto della situazione che ha creato, stendendo con grazia le gambe sulle ginocchia di Luke in un gesto così intimo e naturale che ho appena il tempo di pensare che se occhi azzurri ci crede, quando dice che non stanno insieme, è fuori strada. Poi esalo un “mio Dio” che mi lascia stremato e senza nient’altro da dire, e mi lascio ricadere pensoso sullo sgabello davanti al piano, poggiando i gomiti sulle ginocchia e cercando di capire. Ho decisamente bisogno di riflettere un po’ in pace. Gaia se ne accorge e attira i ragazzi in cucina, con la scusa di un’abbondante tazza di latte e biscotti, perciò io resto da solo e ho finalmente l’occasione di far ruotare i meccanismi del mio corpo con un po’ più di calma. Ultimamente non me ne è stata data molto la possibilità.
Dunque.
A Cody piace questo ragazzino.
E a questo ragazzino piace Cody.
Questo fatto è così palese che… mah, non so, l’alba e il tramonto a confronto perdono ovvietà.
C’è qualcosa, in questa consapevolezza – nel fatto che si piacciono a vicenda e io lo so, mentre probabilmente loro no – che non mi lascia in pace. C’è una strana vocina nella mia testa, che per nessun motivo particolare ha passato gli ultimi minuti della mia vita a ripetermi “impicciati”.
Non sono fatti miei.
O meglio, lo sono nella misura in cui Cody mi ha fatto diventare parte della propria vita, con o senza il mio consenso.
Ma non sono ancora abbastanza istupidito dall’età o dalla confusione che regna sovrana nel mio mondo, per adesso, da non capire che c’è comunque un enorme limite invalicabile che passa tra l’essere parte della sua vita e l’aiutarlo in questioni che non mi riguardano affatto.
…perché in teoria solo i suoi genitori possono valicarlo, quel limite. Solo i suoi genitori possono interessarsi a tutti gli ambiti della sua esistenza. Solo i suoi genitori hanno questo diritto. E io non faccio parte della categoria neanche in assoluto, figurarsi poi se si parla di lui in particolare.
- Meffiu! – cinguetta Gaia, raggiungendomi dalla cucina a passi lenti e rilassati, sorridendo tranquilla.
- Ti prego… - bisbiglio io, - Puoi almeno evitare di andar loro dietro?
Lei ridacchia, sedendosi sulle mie ginocchia e circondandomi il collo con le braccia, dando il via alla solita danza ondeggiante avanti e indietro.
- Te ne sei accorto anche tu, vero? – sussurra piano, contro il mio orecchio.
Sorrido. Lei aveva perfino meno elementi di me, e l’ha capito comunque.
- Dillo, che l’idea di fare il Cupido ti stuzzica! – ride.
- Non è assolutamente questo, non farmi passare per un personaggio da romanzo rosa…
Lei mi sorride, con le labbra e con gli occhi, e ondeggia ancora un po’, cullandomi.
Santo cielo, adoro tutto questo.
- D’accordo, d’accordo… - borbotto, mentre un flash di mio padre che borbotta la stessa cosa nella stessa identica maniera, decidendo di accompagnarmi sulle montagne russe alla tenera età di sei anni, mi attraversa la mente, spaventandomi non poco, - Ho capito.
Gaia si alza e ridacchia, precedendomi in cucina.
Resto qualche secondo fuori dalla porta, prima di entrare, e osservo. Cody e Luke stanno parlando. Luke lo sta rimproverando per non essersi reso reperibile. Cody lo fissa con la stessa intensità con cui fissa i biscotti al cioccolato sparpagliati sul tavolo. È bello fissare così qualcuno. È bello sentire gli occhi incandescenti, percepirli come il veicolo attraverso il quale irradiare ciò che proviamo sull’oggetto del nostro desiderio.
Cody è dannatamente trasparente, dopotutto.
Finge una malizia, una cattiveria e una furbizia che non gli appartengono davvero, e le finge bene.
…proprio come il papà.
Sospiro, mentre Luke finisce di rimproverarlo e Cody, per dimostrare che di quanto ha detto non ha percepito una parola, preso com’era a guardargli le labbra, gli lancia addosso un biscotto, che lui prende in pieno naso senza un fiato di disappunto.
- Ragazzi. – li richiamo, e loro si voltano a fissarmi.
Cody mi guarda e sembra voglia ringraziarmi di tante di quelle cose che faccio fatica ad elencarle, anche se le riconosco una per una. Probabilmente non gli capita spesso di mangiare latte e biscotti con Luke comodamente seduto al tavolo di casa propria.
…ossignore.
- Luke, vieni qui.
Lui solleva il capo, arrossendo d’improvviso, e poi ubbidisce silenzioso.
Ho come la vaga impressione che non si abituerà mai alla mia presenza, né tanto meno alla possibilità che possa davvero chiamarlo per nome. Dio, spero di no, perché se continua così sarò costretto a fare da testimone al loro matrimonio, quando si sposeranno.
…Gaia, fermami.
Infilo una mano nella tasca posteriore dei jeans, tirando fuori il portafogli e rovistando al suo interno. Afferro una banconota da cinque sterline e lascio che si affacci oltre la fodera, scoccando un’occhiata a Gaia, che inarca un sopracciglio e incrocia le braccia sul petto con enorme disappunto. Sospiro ancora e tiro fuori una banconota da dieci.
- Offrigli un gelato. – dico spiccio, porgendogli il denaro senza guardarlo negli occhi.
Gaia ridacchia. Sul viso di Cody si apre il sorriso più bello che abbia mai visto.
Vedo Luke voltarsi a guardarlo, li vedo arrossire entrambi, poi vedo Cody alzarsi e cominciare a sparare a raffica informazioni su una gelateria a suo parere stre-pi-to-sa, mentre afferra l’amico per un braccio e comincia a tirarlo verso la porta, lanciandomi un “ciao-e-grazie” leggero come l’aria che mi costringe a sorridere, nonostante tutto.
Inspiro ed espiro, osservando i due ragazzini catapultarsi fuori di casa, mentre Gaia mi si avvicina e si appende di nuovo al mio collo.
- Va meglio ora, vero? – chiede maliziosa, sollevandosi sulle punte per sfiorarmi lo zigomo con la punta del naso.
Sento il bisogno di annuire.
Poi il mio sguardo saetta per un secondo sul cellulare, che ho abbandonato sul pianoforte in salotto.
…dovrei avere ancora il suo numero…
Gaia mi dà un bacino sulle labbra.
Bah. Ci penserò un’altra volta.
*
- Tu che hai esperienza… - butta lì, casualmente, - Non è che potresti darmi qualche consiglio?
E io esplodo.
Questo ragazzino sarà la mia morte.
Allora, l’ho lasciato ieri che era ancora un verginello tranquillo, ok? È venuto, abbiamo suonicchiato, più che altro lui ha continuato a parlare a ruota libera di quanto sia figo il suo Luke, di quanto sia gentile e di quanto sia bravo a baciare. Lo fa da due settimane. Quindi, d’accordo, ormai mi sono abituato. Poi sono perfettamente consapevole del fatto che c’è di peggio nel mondo. Voglio dire, ci sono dei genitori che sono costretti a fronteggiare realtà allucinanti, tipo scoprire che il loro piccolo tesoro è il capo di, chessò, una babygang armata fino ai denti e ricercata in tutta l’Unione Europea, o, per non cadere troppo nel fantascientifico, ci sono dei genitori che scoprono all’improvviso che il loro piccolo tesoro di cui sopra va in giro con la gonna. Cioè, al mondo ci sono dei veri
drammi
. Non è poi così orribile che io sia costretto a sorbirmi lo sbrilluccichio amoroso degli occhi di un adolescente per me fondamentalmente random che mi ha scelto come proprio confidente personale e che mi ha permesso di appaiarlo con un altro adolescente per me fondamentalmente random, per la gioia di tutti.
Ma questo no.
Questo è troppo.
È troppo se lui arriva con aria trasognata e, sedendosi sullo sgabello davanti al piano, comincia a pigiare tasti a caso e sussurra uno “stasera esco con Luke…” che mi dà i brividi per tutto quello che implica.
È troppo se mi lancia uno sguardo indecifrabile e si appoggia ai tasti coi gomiti e col mento sulle mani incrociate, facendo un baccano infernale e disinteressandosene totalmente.
È troppo se bisbiglia “mangiamo fuori, e poi…”, interrompendosi solo per intensificare la luce che gli esce dagli occhi ed assicurarsi che mi colpisca esattamente come vuole lui.
È troppo se sorride come avesse trovato la soluzione di ogni guaio, schiude le labbra e…
- Tu che hai esperienza… non è che potresti darmi qualche consiglio? – mi chiede.
Esperienza!
No, dico, consigli!!!
Salto in aria. So che, se potessi, arriverei al tetto e mi aggrapperei con gli artigli al lampadario. Dovrei essere un gatto, per farlo, ma se lo fossi sarebbe indubbiamente la mia mossa.
- Io non ho esperienza! – grido stridulo, chiudendo i pugni con forza.
Lui solleva un sopracciglio, squadrandomi di sbieco.
- Sì, certo, Matt…
- Cody, cazzo! – continuo io, sempre più isterico, - D’accordo, sono stato con un uomo quando avevo… Dio, avevo tipo vent’anni!
- Ventidue.
- Quelli che erano! Perché diavolo ne sai più di me?!
Scrolla le spalle.
- Le agende…
Certo. Le dannate agende di Brian. Quelle che riempiva di stupidi segnetti quando ci organizzavamo perché, di soppiatto, lui scivolasse all’interno del mio appartamento o io del suo.
- Sono passati diciannove anni! Non si può neanche pretendere che lo ricordi!
Lui mi guarda come avesse una chiarissima percezione della dimensione esatta della menzogna che gli sto propinando.
E quando preciso che non intendo dargli alcun consiglio di natura sessuale, che ha solo dodici anni – quindici, ci tiene a ricordare lui – ed è praticamente un poppante e che oltretutto casa mia non è un consultorio, lui sbuffa. Scrolla le spalle. Sorride maligno. E decide che è il momento di farmela pagare.
- Già che siamo in argomento… - sibila, - È passato più di un mese da quando ci conosciamo… non credi che sia il caso di cominciare a dirmi qualcosa di più preciso sulla vostra relazione?
Lo guardo. Mi sento enormemente stupido.
- Cody! – vai in camera tua!, ma no, non posso dirglielo. Perché lui non ha una camera qui. Perché questa non è casa sua.
Dio mio, penso terrorizzato, ora chi glielo dice a Brian che suo figlio ha due padri?
Ma la verità è che no, Matthew, tu non sei suo padre.
A Gaia piace crederlo perché le manca un moccioso vagolante per casa.
A Cody piace crederlo perché evidentemente col padre che si ritrova per natura non ha il migliore dei rapporti.
Anche a te piace crederlo, più o meno, anche se non lo ammetti e non ti piace pensarlo.
Ma tu non sei suo padre.
- Torna a casa. – dico, glaciale.
- Oh, avanti! – sbotta lui, continuando a scherzare. Probabilmente non ha percepito il cambiamento nel mio tono di voce, o si rifiuta di accettarlo, - Ti ho solo-
- No, Cody. – continuo, deciso, - Non ci siamo. Questa cosa non ha senso.
Comincia a capire.
Spalanca gli occhioni e mi fissa spaventato.
Sta pensando “ops... passo falso”. So cosa pensa e questo mi terrorizza ancora di più.
Non posso prendermi questa libertà.
Non nei confronti di Brian.
Fosse un ipotetico figlio di Dom, potrei farlo. Fosse Alfie, o Ava Jo, o Frankie, potrei farlo lo stesso.
Non a Brian.
Non a lui, dannazione.
- Torna a casa. – ripeto.
- Matthew-
- No. Non servirà a niente dire che capisci che non posso ancora parlarne. Non è questo il problema, Cody. Se vuoi sapere qualcosa sul passato di tuo padre, devi chiederla a lui! Capisci che venire da me non ha senso? Non ha avuto senso fin dall’inizio…
Lui prova a protestare.
- Tu eri l’unico che- - dice, ma no, Cody, non ti lascerò finire.
- Non ero niente. – gli ricordo… quasi con dolcezza. Sorrido, perfino. – Non sono niente neanche adesso, Cody. Figurati se ero qualcosa prima.
- No, Matt! – insiste lui, stringendo i pugni e saltando in piedi, - Tu e mio padre-
- Siamo stati insieme. È vero. – ammetto sospirando, - E questo è successo molto prima che tu nascessi e molto prima che tuo padre conoscesse tua madre. Quindi non ha niente a che fare con te.
Questo lo fa tremare.
- Ma non sono nessuno per stabilirlo, in fondo. – mi correggo, - Dico solo che, se anche questa cosa ti importa sul serio, io non sono la persona a cui devi chiedere.
Si ferma.
Sembra che tutto in lui si intorpidisca e si congeli poco a poco.
Fine delle proteste.
Fine della rivoluzione, Cody, mi dispiace.
- Capisci quello che intendo?
Lui abbassa lo sguardo, in un’ammissione che non ammette commenti.
- Su. Da bravo. A casa.
Stavolta annuisce davvero, assottigliando lievemente gli occhi già semichiusi. Recupera lo zaino abbandonato per terra accanto al divano ed esce dall’appartamento. Non sento neanche l’eco dei suoi passi nel breve corridoio verso l’ascensore.
Non sentivo mai neanche quelli di Brian.
Hanno un’altra cosa in comune.
Sanno bene come sconvolgere una vita.
E sanno altrettanto bene come uscirne in silenzio.
*
Ho passato due giorni orribili.
Il cellulare è rimasto sul pianoforte, dove l’ho lasciato il giorno in cui Cody se n’è andato, e non ho osato neanche avvicinarmici per paura di afferrarlo e comporre il suo numero.
Gaia mi ha rimproverato.
Mi ha detto che mandarlo via non era quello che volevo.
Gaia non sa che voglio solo chiudere quella parentesi della mia vita – non Cody, no. Brian. Cody ha riaperto quel baule, su, in soffitta, e s’è infilato astutamente fra i miei ricordi per amalgamarsi meglio con ciò che è stato suo padre. Non è stato una nuova parentesi, è stato un continuo riaprirsi di quella vecchia. E Gaia non sa che voglio solo provare ad andare avanti senza che il fantasma degli occhi di Brian continui a perseguitarmi sotto forma degli occhi di Cody.
Quindi, a tutti gli effetti, Gaia non sa di che sta parlando.
O forse… la cosa che mi dà più fastidio è che lo sappia. Malgrado la mancanza di gran parte degli elementi che l’aiuterebbero a capire non le dia modo di afferrare il significato profondo delle sue stesse parole, Gaia sa esattamente quello che sta dicendo. E ha ragione. Perché io non avevo davvero voglia di allontanare Cody. Né tutte quelle piccole fatiche quotidiane che la sua presenza mi obbligava a portare a termine. Aprire la porta, convincerlo a suonare un po’ oltre che a parlare continuamente di tutto ciò che gli passava per la testa, magari anche a nutrirsi un po’ prima di diventare uno scheletro e a stare attento alle lezioni di matematica perché non si sa mai possa servirti in futuro. Quasi mi manca vederlo apparire sulla soglia, sorridente e con lo zaino sulle spalle. O, come mi aveva abituato nell’ultima settimana, mano nella mano con Luke, che poi abbandonava sul divano a sfogliare fumetti, salvo pretendere la sua attenzione, qualche complimento e qualche applauso quando riusciva ad arrivare senza errori in fondo a una melodia.
Non avevo neanche voglia di allontanare tutta l’angoscia e la fatica psicologica che la sua sola presenza comportava.
L’ho fatto perché…
…la porta.
Sguardo veloce all’orologio – è l’una meno venti.
Sguardo ancora più veloce a Gaia – dorme ancora.
Mi sollevo velocemente dal letto e raggiungo l’ingresso, accorgendomi distratto del temporale che infuria fuori, scagliando minuscole goccioline d’acqua perforanti come proiettili contro i vetri delle finestre, facendoli quasi tremare.
Apro.
- Cody!
Fradicio.
Triste.
Avrei preferito non vederlo mai così.
- Che diavolo… entra! – bisbiglio, infuriato, scostandomi dall’uscio e lasciandogli spazio per obbedire.
Lui non dice una parola, trascinandosi stancamente all’interno dell’appartamento e lasciandosi alle spalle una scenografia di pozze e strisce d’acqua. L’orlo dei suoi jeans striscia sulla moquette, appena strappato, come quello di tutti i ragazzini di quest’età.
- Che è successo? – gli chiedo, mentre lo spingo lievemente, costringendolo a sedersi sul divano e osservando per un secondo la macchia d’umido che si allarga sotto di lui, prima di correre in bagno, a prendere un telo di spugna con cui asciugarlo, e in camera da letto, per recuperare una coperta nella quale avvolgerlo perché non prenda freddo.
Lui fissa un po’ le goccioline d’acqua scivolare giù dalle punte della frangetta, sbattendo incidentalmente sul naso prima di schiantarsi contro le ginocchia.
Poi si stringe nella coperta, mentre io friziono i suoi capelli.
- Cody. – lo chiamo, - È notte fonda! Che ci facevi per strada a quest’ora?!
- …sono uscito con Luke… - ammette lui, con un filo di voce.
- E avete fatto troppo tardi? È per questo che non hai il coraggio di tornare a casa? – cerco di capire.
Lui scuote il capo.
- Sono tornato a casa… - racconta, - Ma era già tardi… papà… mi aspettava in piedi…
- …arrabbiato?
Annuisce, strofinando una mano su un braccio nel tentativo di riscaldarsi.
- Ti ha rimproverato?
- Non… - deglutisce, - Non mi rimprovera mai… - ammette debolmente, - È come se non sentisse abbastanza autorità per farlo… - sussurra con un sorriso stentato, enormemente triste, - Mi ha detto che era preoccupato, che avrei dovuto avvertire… che mamma non sapeva che pesci prendere e alla fine s’era addormentata esausta accanto al telefono…
Annuisco, sedendomi al suo fianco mentre faccio scivolare il telo sul suo collo e controllo se i suoi vestiti sono ancora indossabili o se faccio meglio a prenderne degli altri.
- E dopo che è successo?
Lui si passa una mano sulla fronte, scostando i capelli bagnati e mugolando come se sentisse male da qualche parte.
- Abbiamo litigato…
- Cody…
- Io non volevo! – si affretta a difendersi, - Non so neanche se si possa definire litigio… - commenta poi, abbassando lo sguardo per sfuggire al mio, che nel frattempo è riuscito in qualche modo a trovare i suoi occhi, - Il suo discorso mi ha infastidito… gli ho detto che può badare esclusivamente agli affari suoi, dal momento che io sono abbastanza grande per badare ai miei…
- …e hai dimostrato così perfettamente di non essere in grado di farlo.
Solleva di nuovo lo sguardo, schiudendo le labbra.
- L’ha detto anche lui. – sussurra con voce rotta.
Io sospiro, alzandomi in piedi.
- Vado a prenderti dei vestiti asciutti. Tu togliti quella roba, o ti verrà un febbrone.
Annuisce e si libera della coperta, sfilando la maglietta e lasciandola ricadere per terra dopo un attimo di indecisione. Quando torno in salotto, con una maglia e un paio di pantaloni che ovviamente gli andranno larghissimi, lui è di nuovo completamente avvolto nella coperta, ma tutti i vestiti sono ordinatamente ammucchiati sul pavimento, come ci tenesse ad occupare il minor spazio possibile.
- Scusa se sono tornato. – dice con un filo di voce, mentre afferra gli indumenti che gli passo e comincia a rivestirsi, - Non sapevo dove altro andare.
Sospiro ancora.
- Avresti potuto rimanere a casa.
- No. – dice lui, deciso, - Non avrei potuto.
So che è vero.
- Puoi restare qui a dormire, per oggi. – cedo. Tanto vale farlo adesso, tenerlo ancora sulle spine sarebbe crudele e del tutto inutile.
Lui lancia un respiro che somiglia tanto a quelli che lanci quando riprendi a respirare dopo molti secondi.
- Grazie. – sussurra.
- Figurati. – dico, togliendogli di dosso la coperta bagnata e passandogliene un’altra asciutta. – Dormi bene.
Faccio per alzarmi e tornarmene a letto, rimandando qualsiasi pensiero razionale all’indomani mattina, ma lui mi ferma, attaccandosi al mio braccio e costringendomi a ricadere indietro sul divano.
- Matthew… ti prego… - bisbiglia senza guardarmi, - Puoi raccontarmi cos’è successo fra te e mio padre?
Cosa vuoi che ti dica, Cody? Cos’è che vuoi detto, mentre stai accucciato sul divano e mi fissi, fradicio di pioggia, come fossi davvero il salvatore della tua anima frustrata?
Cosa vuoi detto? Che amavo tuo padre? Che lui amava me? Vuoi raccontato il momento in cui ci siamo conosciuti? Come fossimo entrambi troppo giovani e stupidi per capire cos’avevamo fra le mani? Vuoi descritti gli sguardi di fuoco che ci siamo lanciati per mesi, quando costringevamo i nostri migliori amici ad uscire in gruppo per dare luogo a uno strano rituale di corteggiamento, comprendente battutine e occhiate furbe, mentre gli altri ci fissavano sconvolti come provenissimo da un altro pianeta? Vuoi il primo bacio? Cos’è che vuoi? Sapere quanto è stato dolce? Quanto è stato appassionato? L’esatta gradazione di rossore che hanno raggiunto le mie guance? Come mi sia sembrato di stare bevendo acqua fresca e pura dopo anni di fango? Vuoi il dopo? Vuoi il sesso? Le sue mani su di me, le mie dita dentro di lui, la lingua, le labbra, la pelle, il piacere? Vuoi gli orgasmi e le risatine allegre durante i minuti in cui riprendevamo fiato? Vuoi le tenerezze? Vuoi sapere se, quando andava in cucina e io gli chiedevo di portarmi un po’ d’acqua, lui ubbidiva con gioia e senza lamentarsi, oppure se mi tirava addosso qualcosa borbottando “se hai sete, alzati e bevi”? Vuoi che ti racconti delle notti insonni passate a parlare di ispirazione, armonia, poesia? Vuoi i deliri di quando eravamo ubriachi? Vuoi i sospiri di quando eravamo eccitati? Cosa diamine vuoi, i primi litigi? Le prime guerre? Le prime trincee? Le prime barricate? Vuoi che ti descriva esattamente cosa si prova a vedere una storia a cui tieni mentre ti scivola fra le mani perché tu non sei in grado di trattenerla? Vuoi sapere in che modo Brian mi ha fatto capire che essere “l’amante segreto di Matthew Bellamy” non gli bastava? Vuoi che ti dica come mi sono sentito quando tuo padre mi ha detto che voleva di più? Vuoi sapere con quali esatte parole ho pensato che non potevo e neanche volevo darglielo? Vuoi che ti descriva la sua espressione mentre mi ascoltava ammetterlo, pretendi che io te ne parli senza scoppiare a piangere?
…potrei ancora disegnare le curve del suo profilo mentre lo vedo uscire dalla porta per non tornare mai più. Potrei contare da capo i minuti passati in attesa davanti al telefono, continuando a ripetermi che era tutta colpa mia e avrei dovuto decidermi a farmi sentire per primo, anche se sapevo perfettamente che non l’avrei fatto. Potrei parlare di ogni pomeriggio, ogni notte, ogni risveglio solitario. Potrei ripetere a memoria ogni lamentela propinata a Dom e Chris.
Potrei davvero dirti tutto, Cody. Ma tu non vuoi sapere da Matthew Bellamy che anche tuo padre è un essere umano. Tu non hai bisogno che te lo dica io. Tu lo sai.
Hai bisogno di correre da tuo padre e obbligarlo a dimostrartelo.
Ed è dannatamente diverso.
- Buona notte. – ripeto, liberandomi dalla sua stretta e tornando in piedi.
Vuoi parlare con qualcuno, Cody?
È con Brian che devi parlare.
Lo so bene.
Perché devo farlo anche io.
*
Il cellulare di Cody mi dà una mano a ritrovare il suo numero.
Trovarlo sotto la voce “papà” è vagamente divertente, ma dal momento che non è il caso di ridere ne faccio a meno e lo chiamo.
La sua prima reazione è uno sgomento silenzio, che si protrae abbastanza a lungo da farmi decidere d’essere io il primo a romperlo.
- Brian? – chiamo, per assicurarmi che lui sia davvero dall’altro lato della cornetta.
- …Matthew. – esala lui. Posso sentirlo sconvolto e un po’ mi dispiace.
- Scusa se ti chiamo così tardi. – dopo vent’anni, dovrei aggiungere, ma nonostante tutto non credo sia il caso, - È che immagino tu sia preoccupato per Cody, e-
- Che c’entra Cody? – ansima, - Cody è lì? Cody è da te? Che ci fa da te?
Sospiro, mugolando confuso.
Sono quasi le due. Non riesco neanche a ragionare correttamente e sto cominciando a pensare che chiamare Brian adesso sia stato un errore enorme. D’altronde, però, non riesco neanche ad immaginarmi andare a letto e addormentarmi come niente col pensiero che lui, a casa sua, si sta rigirando in una padella di angoscia mentre si convince di essere il motivo per il quale ritroveranno suo figlio annegato nel Tamigi domattina.
- È una cosa lunga da spiegare. – asserisco, massaggiandomi le tempie.
- Vengo da te. – dice lui d’impeto, ma poi si blocca. - …dove stai?
- Non è il caso. – dico, trattenendo a stento un risolino, - Anche perché svegliare Cody e trascinarlo a casa sotto il diluvio universale non mi sembra la cosa più saggia da fare.
Lo percepisco irrigidirsi, e comprendo di aver toppato di nuovo.
Non riesco proprio a misurare le parole, con questi due. Corro continuamente il rischio di dire troppo, o troppo poco.
- E poi qui c’è Gaia che dorme. – continuo, cercando di attirare la sua attenzione altrove, - Se vuoi ci vediamo da qualche parte, così… parliamo un po’.
Ci mettiamo d’accordo per un pub nei dintorni che dovrebbe essere ancora aperto.
Scendo di casa e arrivo davanti al locale, per accorgermi che invece, ovviamente, è chiuso. Rimango comunque lì davanti, cercando di farmi minuscolo sotto l’ombrello ed evitare le gocce di pioggia che ogni tanto mi sferzano il viso, portate dal vento.
Quando lo vedo arrivare, dall’altro lato della strada, lo riconosco subito.
È molto cambiato.
…è dannatamente invecchiato.
Mi adocchia, ha un momento d’esitazione e poi si avvicina. Stringe fra le mani il proprio ombrello e indossa dei guanti per ripararsi dal freddo. Dio sa se lo invidio.
- Ciao. – accenno incerto.
Lui mi guarda ancora un po’ e poi esala un “Dio santo” veramente disperato.
- Rivedersi è stata la peggiore delle scelte, Matt. – commenta distaccato, mentre mi si affianca, unendo il suo ombrello al mio per creare una piccola tettoia sotto la quale potremo entrambi ripararci meglio.
Io ridacchio in risposta alla sua battuta e gli chiedo come stia.
- Preoccupato. – risponde lui. – E confuso. E questa situazione mi irrita.
- Mi dispiace. Ma stavolta posso assicurarti che davvero non è colpa mia.
Mi scocca uno sguardo furente, mordendosi il labbro inferiore.
Ha ancora lo stesso modo provocatorio di mordersi le labbra… è così anche quando non è intenzionale, è una caratteristica insita nella pienezza stessa di quelle labbra, e nelle curve morbide del profilo dei suoi denti.
- Non è proprio il caso di fare richiami al passato. – mi rimprovera. La sua voce non è cambiata di una virgola. – Mi spieghi qualcosa? Sinceramente non ho la forza di fare domande.
Annuisco e racconto tutto. Di come Cody si sia presentato a casa mia dopo aver scoperto i suoi “ricordi” in soffitta, di come abbia cominciato ad assillarmi per le lezioni di piano, di come Gaia l’abbia preso in simpatia, dei suoi tentativi di estorcere informazioni, di Luke, di stasera.
Brian mi ascolta. All’inizio è solo confuso e perplesso. Poi sulle sue labbra si va a disegnare un sorriso consapevole immensamente triste, che mi strazia.
- Devo anche ringraziarti. – ammette, alla fine del racconto, - Ti sei preso cura di lui.
Io inspiro ed espiro. Mi sento dannatamente affaticato.
- Ci sono problemi fra voi?
Lui ride.
- Hai mai sentito di un adolescente e un genitore senza problemi fra loro?
Ha ragione anche lui.
E lo so, che ha ragione.
- Se posso permettermi di darti un consiglio-
- No che non puoi. – mi ferma lui, glaciale, - Cristo, Matt, è mio figlio! Non ti sembra di aver già fatto abbastanza?
Aggrotto le sopracciglia.
- È lui che-
- Sei tu che non sei stato in grado di respingerlo fin dall’inizio. – ragiona come Luke. Il che mi porterebbe a pensare che ho torto, se non sapessi perfettamente che Luke parla così solo perché è geloso. Che è esattamente quanto si può dire di Brian al momento. – Ma posso capirti. Cody è comunque un tipo che impone la propria presenza.
Già.
Vi somigliate, lo sai.
- Non gliene ho mai parlato. – dice all’improvviso, appoggiandosi contro un albero dietro di sé, mentre cerca di mantenere l’ombrello in equilibrio fra spalla e collo.
Io ridacchio, seguendolo nel movimento.
- Posso capirlo. Non è esattamente una cosa che sia facile dire al proprio figlio.
Scuote il capo.
- Gli ho detto molto altro. Ho sempre cercato di essere il più possibile onesto, con lui. È stato un errore, probabilmente. Ho perso in credibilità, in… in autorità. Se mai l’ho avuta.
- Non dire così…
- È così.
Serro le labbra, tornando silenzioso e riprendendo a guardarlo mentre aspetto che ricominci a parlare.
- Non ne ho mai parlato con nessuno. – continua infatti lui, fissando il vuoto come fosse in un altro luogo, - Non mi è mai sembrato ci fosse qualcosa da dire. – mi lancia uno sguardo breve e duro, doloroso, - Forse qualcosa da dire c’è, adesso.
Deglutisco.
- Sì. – ammetto, - Io ho qualcosa da dire.
È il momento.
Non credevo sarebbe mai arrivato.
Ma il passato ritorna, l’ho detto quando questa vicenda è cominciata e non posso fare a meno di dirlo adesso che mi sembra si stia avviando alla propria conclusione.
Brian sorride lievemente, ben conscio di aver raggiunto il proprio scopo.
- Scusami, Brian. Mi dispiace. – dico io, chinando il capo, - Non per averti lasciato. O per non aver cercato di riprenderti. Ma per averti illuso che tra noi potesse nascere qualcosa di stabile quando ero assolutamente convinto del contrario. – lo guardo in un lampo, e lui sorride ancora, sereno. – Ero molto giovane. Tu non lo eri altrettanto. Avevamo… obiettivi diversi. Non avrei mai dovuto farti credere-
- Non mi hai fatto credere niente. – precisa lui, e io la prenderei come una sterile lamentela se non la dicesse… con quel tono e con quel sorriso sulle labbra. – Mi sono convinto di ciò che volevo. Se ti si deve trovare una colpa… è che tu lo sapevi e non hai fatto niente per fermarmi.
Tocca a me mordermi le labbra.
È vero, e io lo so.
- Non ero ancora pronto a perderti, quando l’ho capito. – ammetto. – Sapevo che se avessi messo le cose in chiaro tu saresti andato via subito. Ma io ero davvero innamorato di te, Brian, e non volevo lasciarti andare via così presto.
Lui si lascia andare a una risatina breve che racchiude in sé tutta la malinconia, tutta la nostalgia e tutto il rimpianto condensato negli anni passati senza vedersi né sapere niente l’uno dell’altro. Scivola fuori dalle sue labbra e si perde nel rumore scrosciante della pioggia attorno a noi, diventando leggera come l’aria.
Fra altri vent’anni non lo ricorderemo più.
Questa consapevolezza mi uccide. E mi permette di sopravvivere più facilmente.
- Non volevo le tue scuse, Matt. – confessa Brian, avvicinandosi lentamente, - Volevo un addio vero. Probabilmente non mi è mai bastato il no di un ragazzino confuso troppo spaventato dai rischi di una “relazione seria con Brian Molko”. – ridacchia ancora, guardandomi negli occhi, - Forse volevo solo sapere che ora stai bene. Che sei… stabile. Che lo siamo entrambi. Cody a parte. – sussurra con un altro risolino.
Stabile.
Be’, sì, Brian.
Stabile.
- Mi ha fatto piacere rivederti. – sorride, staccandosi dall’albero e rimettendosi dritto in piedi, - Domattina chiamerò Cody e passerò a prenderlo sotto casa tua. Stai qui vicino, vero?
Annuisco, recitando a memoria l’indirizzo di casa mia.
Fa per andarsene, ma come Cody ha fermato me sul divano io fermo lui adesso.
- Aspetta. – gli dico. E non so cosa dovrebbe aspettare, perché non so cosa aspettarmi da me stesso. Ma lo costringo a voltarsi e lui ubbidisce docilmente.
Quando arriva a pochi centimetri da me sappiamo entrambi cosa succederà.
Ed è assurdo, perché siamo praticamente due vecchietti e questa cosa non ha senso.
Ma lo bacio, e mi fa piacere ritrovare la forma delle sue labbra sulle mie. Sorrido contro la sua bocca nel riconoscere il suo sapore, che è sempre lo stesso, e sono perfino soddisfatto quando le nostre lingue riportano alla luce tutto il campionario di toccatine brevi e sensuali che utilizzavano quando baci come questo erano all’ordine del giorno.
Lo stringo forte per non lasciarlo più andare, ma quando ci separiamo capisco perfettamente cosa esattamente non voglio mandare via. È la parte bella di noi. Quella che ho sempre nascosto per evitare di riesumare assieme a lei anche tutta la parte brutta.
Adesso so che potrò tirare fuori dal baule questo ricordo e anche tutti gli altri, senza sentirmi più in colpa.
È la sensazione che si prova quando finalmente si chiude la benedetta parentesi aperta.
Hai risolto l’equazione.
Indipendentemente dal risultato, sei arrivato alla fine.
Te lo fai bastare. Non capita quasi mai che il risultato che si trova in questi casi sia lo stesso riportato sul libro di testo.
*
Cody sorride, stringendo fra le mani le bretelle dello zaino che gli ho prestato. Dentro ci sono i suoi vestiti bagnati e i vestiti che gli ho prestato per la notte. Ha deciso che li vuole tenere, così come quelli che indossa ora, e ha motivato la decisione dicendo che sa che non mi vedrà più. Gli ho detto di non contarci troppo. Che li conosco, quelli della sua razza, e che so perfettamente che mi richiamerà fra una miriade d’anni nel momento più impensabile e meno propizio, obbligandomi a scapicollarmi ovunque si trovi per salvarlo da un qualche disastro incombente. Lui ha ridacchiato e ha detto che spera io non sia troppo vecchio, quando avverrà. Gli ho bisbigliato di non farsi sentire mai da suo padre, quando dice cose simili, perché non tutti la prendono bene come il sottoscritto, e gli ho dato un pizzicotto sul fianco. Il che, credo, gli ha dato l’esatta misura di quanto bene io l’abbia presa.
Esce dalla porta, dopo un breve bacio a Gaia, mentre il clacson della macchina di Brian fa sentire insistentemente la propria voce.
Dio, ho davvero l’impressione che un’intera era della mia vita si stia chiudendo adesso.
È una sensazione pesante.
Gaia sorride serena, appendendosi al mio collo e ondeggiando, mentre mi stringe forte.
- Alla fine non te la sei cavata poi così male. – bisbiglia contro la mia pelle, dandomi un bacetto sul pomo d’Adamo.
Sorrido, abbassando lo sguardo su di lei e baciandola sulle labbra.
Lei ridacchia mentre la sollevo, conducendola in camera da letto.
Sento come il bisogno di ricominciare.
Ed ho una mezza idea riguardo come farlo.
Genere: Malinconico, Drammatico, Introspettivo.
Pairing: MatthewxBrian.
Rating: R
AVVISI: Angst, RPS.
- Agosto. Un anno e mezzo di tour alle spalle e tutta un'altra serie di drammi personali riducono Brian Molko a desiderare solamente di essere lasciato in pace. La Virgin e la Universal non la pensano allo stesso modo, e gli propongono una collaborazione con l'essere umano che lui meno tolleri in tutto l'universo...
Commento dell'autrice: L’ho finitaaaaaah @[email protected] Non ci posso credere! È lunga da far schifo, mamma mia! Se siete arrivati alla fine, avete tutto il mio appoggio, la mia comprensione e il mio amore <3
Vorrei tanto dedicare questa storia alla Nai, perché per quanto possa non crederci tutto questo ha molto a che fare con lei (nel senso buono della frase XD) e il Brian che ho cercato di dipingere in queste pagine deve molto a quelli che sono stati i suoi dipinti, sempre bellissimi, sempre toccanti e sempre tanto intimamente simili a me (in modi del tutto inconcepibili, credetemi) che li ho odiati spesso XD E quindi la dedica va a lei. Assieme a un enorme ringraziamento per l’aiuto che mi ha dato con la sistemazione e la riorganizzazione in parti di tutto questo.
Scritta per la disfida organizzata dal blog di critica positiva e negativa dei Criticoni è.é Era un concorso particolarissimo, si chiedeva di scegliere un’immagine e scrivere una fic che fosse anche in minima parte ispirata a quella. Io ho visto questo labirinto di casse e ci ho visto in mezzo Brian e Matthew a pseudo-picchiarsi, e poi, nel tentativo di dare una motivazione a quelle botte (che poi neanche ci sono state XD che persona triste sono ._.) ci ho ricamato attorno una specie di dramma esistenziale. Oh, be’. Spero vi sia piaciuto ^^
PS: Il titolo e la citazione in apertura della storia sono rubati all’omonima canzone di Elisa, mentre la citazione random in mezzo alla storia è.é” è presa da Dancing Barefoot, che mi sa essere una canzone di Patti Smith, che io amo e stra-amo coverata dagli U2 <3
PPS: Il gesto che fa Brian quando resta solo in casa e si va ad affogare nel lavandino è_é è una cosa che la mia neechan Ana fa spesso <3 Quindi i credits immagino debbano andare a lei XD *lolla*
DOVEROSA NOTA A MARGINE: io non conosco il signor Molko, ma non credo affatto che passi le sue estati intrattenendosi in attività illegali con minorenni pakistane. No, no e ancora no. Ci stava bene nella storia e ho deciso di lasciarlo solo dopo luuuuunga tribolazione mentale, ma NON È VERO AFFATTO.
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- E Matthew è veramente entusiasta di questo progetto. – disse Tom, accavallando le gambe e incrociando le mani sul ventre, accomodandosi meglio sulla poltrona, - È da quando gliel’ho detto che non fa che prendere appunti.
- Non trovo neanche le parole per scusarmi. – sbuffò Alex, passandosi una mano sulla fronte, - È allucinante che io non sia ancora riuscita a parlarne con Brian, ma è già stato abbastanza drammatico annunciargli che avrebbe lavorato anche per tutto agosto… ha strillato così tanto che non sono proprio fisicamente riuscita a dirgli di Matt…
- Be’, - ridacchiò il manager dei Muse, - farai meglio a sbrigarti… Matt delira da giorni, dicendo di aver già pensato alla Canzone Perfetta per lui… non riesco più a trattenerlo, è eccitato come un bambino…
- Ma sì, sì, lo so, infatti ho detto a Bri di passare di qua appena finisce in sala prove… così posso dirglielo subito… Comunque non è che non lo capisca, eh? In fondo è un uomo adulto, ha una propria vita privata… che forse, a causa degli impegni di lavoro, è in pausa da un po’ troppo tempo…
Tom fece una smorfia, annuendo comprensivo.
- Non si è ancora ripreso da tutta la storia con Helena, vero?
- Non ha avuto il tempo materiale per riprendersi, Tom. Ha avuto troppe altre cose a cui pensare. Il tour non s’è fermato un attimo, i photoshooting e le interviste si sono susseguiti a ritmi disumani. E questo probabilmente è stato anche a causa mia…
- Sei sicura che questa collaborazione sia un’idea saggia…? – accennò Tom, vagamente preoccupato.
- Saggia o no, - sospirò Alex, - è stata un’idea della Virgin. Abbiamo un contratto da onorare.
Tom annuì lentamente.
- È solo che… - continuò Alex in un sospiro, - Brian non sta affatto bene… emotivamente, intendo… e non è più un ragazzino, il suo entusiasmo non è più così facile da accendere, ed ho paura…
- …che non regga?
Anche Alex annuì, sorridendo tristemente.
- Avanti, adesso… - la rassicurò Tom, sporgendosi verso di lei e dandole qualche amichevole pacca sulla spalla, - L’hai detto tu stessa, Brian è un uomo, ormai… se la caverà…
- Ah, be’, di questo sono sicura, ha superato anche di peggio… Ma ogni tanto mi piacerebbe che riuscisse a riacquistare quella… quella predisposizione al sorriso, al divertimento, che aveva quand’era più giovane…
- Credimi: se anche tu lavorassi con tre trentenni che si fingono adolescenti, non la penseresti così. – ironizzò l’uomo, ed Alex rise. – Dai, magari appena saprà di Matt sarà entusiasta e tutte le tue paure svaniranno in un soffio.
- Tom… - sbottò Alex, sarcastica, - Brian odia Matthew Bellamy…
- Ma come?! – esclamò lui, stupito, - Non ha ancora superato neanche questo?!
Alex ridacchiò, coprendosi la bocca con una mano.
- Per certe cose è ancora un bambino. – spiegò, - Non cambia mai.

LABYRINTH

Now everything is reflection
as I make my way through this labyrinth
and my sense of direction
is lost like the sound of my steps

Non è una questione di gelosia. È una questione di fastidio fisico. Di incompatibilità. Di intolleranza.
Ritengo Matthew Bellamy un idiota, ecco perché non voglio lavorare con lui.
- Avanti, Brian…
Odio quando Alex usa quel tono. Sottintende uno spiacevolissimo “cresci, una buona volta”, che personalmente trovo davvero inopportuno ed offensivo, dal momento che è prerogativa delle persone adulte odiare gli altri esseri umani. I bambini giocano con chiunque, perfino se puzza. Gli adulti, invece, hanno tutto il diritto di decidere con chi preferiscono giocare e con chi no.
- In fondo è solo un mese…
- Sì. – replico infastidito, - Un mese che mi porterà alla pazzia. E sappi che, se io affondo, tu affonderai con me.
Lei incrocia le braccia sul petto, arriccia le labbra e solleva un sopracciglio. È l’espressione che dice “Brian…”, strascicando le vocali e lasciandolo sospeso. Un rimprovero a metà.
Ok, magari me stesso in versione checca isterica e ironica in questo caso non serve a niente.
- Alex…
Proviamo con la versione uomo affranto, esasperato e prossimo al crollo.
La più simile a me stesso che possa tirar fuori al momento.
- Sono stanco. Veramente. Pensavo di prendere il primo aereo per Parigi, sabato, chiudermi da qualche parte e guardare orribili film francesi fino a settembre… o fino ad esaurimento. Sapere che mi tocca restare per tutto agosto già mi uccide, perché devi anche resuscitarmi ed uccidermi di nuovo con Matthew Bellamy?
- Brian…
Eccolo che arriva.
- Il tuo lavoro di agosto è Matthew Bellamy. Se togliamo lui dalla scaletta, tanto vale che tu vada a Parigi a stordirti di Daniel Auteuil.
- Ecco, perfetto, problema risolto!
- Brian, la Virgin-
- Faccio guadagnare alla Virgin tanti di quei soldi ogni anno, che penso possa concedermi una pausa di quindi giorni, ogni tanto! Sono stanco, sono sfinito, sono depresso e voglio stare solo!
- Stare solo non ti farà bene, Brian… magari incontrare persone nuove-
- Oh, no! Non provarci nemmeno! Bellamy non è una persona nuova! È una vecchissima conoscenza!
- Oh, andiamo, non sai niente di lui..
- So tutto ciò che mi interessa sapere, ovvero che di lui non mi interessa sapere nulla.
Picchietta con due dita sull’interno del gomito.
- Molto maturo da parte tua.
Non mi interessa essere maturo. Non adesso.
…vorrei dirlo davvero.
Vorrei strillare ancora, prendere a calci qualcosa, mollare tutto e fuggire sul serio.
Ma so già che non farò niente di tutto questo. Brian Molko non si tira mai indietro, di fronte al lavoro.
Mi passo una mano sugli occhi.
- Speravo che avrei potuto cominciare a pensare a qualcosa per il mio progetto solista, prima che ci mettessimo al lavoro sul nuovo album… - mi lamento, sospirando pesantemente.
Alex sorride soddisfatta: sa che ho già ceduto.
- Bene, allora sei fortunato! – commenta allegra, - Matthew Bellamy sarà il tuo progetto solista!
*
- Matthew, puoi smetterla un secondo solo di saltellare?
Il cantante si voltò a guardare il proprio manager, aggrottando le sopracciglia.
- Tom, non stavo mica saltellando…
- No? – chiese distrattamente lui, scrollando le spalle, - Sembrava. Avanti, davvero, Matt, mi fai venire voglia di aggiustarti la cravatta, e al momento non ce l’hai nemmeno! Ti rendi conto di cosa questo significhi?
- …che non avresti dovuto prendere quella roba che hai spacciato per aspirina, prima di uscire?
- Tanto per cominciare, quella era aspirina. Che diamine, Matt! Comunque, no. Significa che sei talmente agitato che la tua agitazione contagia gli altri, e adesso io sono nervoso!
- Scusami se sono felice… - commentò Matthew, ridacchiando.
- Che sciocchezza! Sai che approvò la tua felicità!
Matt rise ancora, più sonoramente.
- Eppure non mi sembra di essere così nervoso… - commentò vago, spiando di sottecchi le reazioni di Tom.
Lui lo guardò con la coda dell’occhio, facendo una smorfia preoccupata.
- Ok. – disse, voltandosi verso di lui ed afferrandolo per le spalle, - È vero. Sono teso come una corda di violino. E questo perché, nonostante tu sia sicuro, per non so quale divina certezza, che quest’incontro andrà bene, io invece so che sarà un disastro! Sarà talmente disastroso che… no, guarda, non voglio nemmeno pensarci!
- Toooom… vuoi rilassarti? Che io sappia, Brian non è un cannibale…
- Non so se ti convenga chiamarlo Brian… sai, forse per una questione di rispetto lui preferirebbe essere chiamato signor Molko…
- Ma piantala! Abbiamo praticamente la stessa età, come pretendi che gli dia del signore?
- Mh… ben detto… questo di sicuro lo lusingherebbe… cerca di ripeterlo, quando sarai davanti a lui.
- Oh, sì, certo. “Brian, ciao. Non ti do del lei perché il mio manager riteneva opportuno farti sapere che non crediamo che tu sia vecchio”.
- …ecco, se magari trovi un modo più delicato per esprimere lo stesso concetto, puoi-
- Tom, non gli dirò niente del genere, stanne certo! – ridacchiò Matt, del tutto sereno, - Parleremo solo di lavoro.
- E-
- Niente domande sulla vita privata. Lo so. Sei più tranquillo adesso?
- Affatto. – sospirò, - Ma che posso farci? Mi fido di te.
*
Fai bene a mostrarti così calmo e sicuro di te, Bellamy. Ne hai tutte le ragioni, perché non ti divorerò.
Mi rovineresti l’appetito per tutta la vita, poi.
- Come va?
La mia compagna mi ha lasciato e sarò costretto a lavorare con una delle persone che meno tollero al mondo per tutto il mese che avrebbe dovuto essere la mia vacanza dopo uno sfiancante anno e mezzo di tour per tutto il mondo.
Come pensi che vada?
- Alla grande.
- Mi fa piacere!
Sei proprio un idiota.
- Sono proprio felice di avere avuto l’opportunità di lavorare con te!
Vedi che sei stupido? Non sai a cosa vai incontro.
- È da quando Tom me ne ha parlato due settimane fa che mi preparo a questo momento!
Pensa un po’, io invece non ne ho saputo niente fino a ieri sera. Quanto credi che possa essermi preparato?
- Bene.
- Sai, io ti apprezzo molto come artista.
Ma smetti mai di parlare?
- Grazie.
- Davvero, secondo me hai una voce da brivido, e poi è così adatta al vostro sound! Sembra fatto apposta!
Sei semplicemente ridicolo. È fatto apposta.
- Ho ascoltato tutti i vostri album, in questi giorni… o meglio, riascoltato… ammetto che rientrate fra i miei peccati di gioventù…
Scommetto che ti senti incredibilmente brillante, con quel tuo risolino stupido e acuto…
- …e devo dire che ho apprezzato molto la vostra crescita dal punto di vista musicale! In Meds siete praticamente impeccabili, non una sbavatura, ci sono dei testi molto validi, e anche le melodie, in alcuni casi sono così ricercate… come per l’intro della title-track, ci credi che non sono ancora riuscito a replicarlo esattamente? Cosa diavolo sono quelli, armonici…?
Accavallo le gambe.
- No. Battimenti.
- Ha! Lo sapevo che doveva essere qualcosa di particolare! E io che cercavo di rifarlo all’acustica così, come se fosse un pezzo normale! Avresti dovuto vedermi lì, io e la chitarra che ci guardavamo e non riuscivamo a capirne un accidenti di niente! complimenti!
Incrocio le braccia.
- Finito?
Lui mi guarda interdetto, e se non tenessi così tanto a mantenere questa espressione glaciale, giuro che starei già ridendo vittorioso, con le mani sui fianchi e un piede sulla poltrona.
- No, perché – esplicito, - se hai altri complimenti da fare, falli tutti, così io ringrazio alla fine ed evito di sprecare fiato.
- …no… - balbetta lui, incerto, arrossendo, - …ho finito… volevo solo-
- Allora grazie. – sorrido tranquillo.
- …di nulla… - sussurra lui, e il suo sguardo scivola frenetico ai piedi del tavolino basso che separa le nostre poltrone, mentre le mani corrono alla valigetta posata lì, per terra, aggrappandovisi come a un’ancora di salvezza. – Ho portato degli appunti… non so, se ti va di guardarli…
- Allora devo ritenermi onorato… non ricordo dove, ho letto che tu non scrivi mai niente.
Conosci il tuo nemico.
L’arte della guerra è l’unica cosa che mi abbia insegnato mio padre.
L’unica cosa di cui lo ringrazi.
L’unica arma che avevo contro di lui, quando allungava troppo le mani o apriva troppo la bocca sugli affari miei, ed io potevo ribattere che non avrei preso in considerazione neanche una sillaba che fosse uscita dalle stesse labbra che leccavano champagne dai piedi delle sedicenni in Pakistan.
Bellamy mi fissa sconvolto, probabilmente sta cominciando a pentirsi di tutti i complimenti di prima.
- Generalmente no, è vero… - ammette, aprendo comunque la ventiquattrore e rovistando al suo interno, - Però ero così pieno di idee per quest’occasione che mi sarebbe dispiaciuto perderne qualcuna…
- Mmmh… - mugugno, puntellandomi il mento con l’indice, - Sbaglio, o sei stato sempre tu a dire che le idee che dimentichi le dimentichi perché non sono abbastanza buone? Quindi, se hai segnato tutto, quante idee cestinabili devo aspettarmi?
Comincia a tremare.
Sì…
Adoro esercitare questo tipo di controllo sugli altri. È lo stesso tipo di controllo che esercito sulla mia vita. Ogni cosa è conservata nel suo compartimento stagno, tra i compartimenti non passa niente e niente arriva mai troppo in fondo.
- È che avrei voluto un tuo parere per tutto… - si giustifica lui, abbassando lo sguardo, - Mi piacerebbe che questa fosse una collaborazione vera, non qualcosa in cui uno comanda e l’altro serve… e dal momento che abbiamo entrambi due personalità molto forti, pensavo che questo fosse il modo migliore per procedere…
- Capisco. – annuisco sbrigativamente, - Ci penserò.
Fine della discussione.
Lui se ne accorge, si alza in piedi.
- Allora… - lancia un’occhiata alla valigetta, aperta sul tavolo, - io queste cose te le lascio qui… aspetterò che sia tu a chiamarmi… - conclude, tirando fuori dalla tasca dei jeans un bigliettino col proprio numero di telefono e lasciandolo assieme agli altri fogli.
Annuisco e sorrido, restando immobile, le braccia ancora incrociate sul petto.
- Be’, ciao… - mormora lui, incerto.
Sollevo una mano in segno di saluto.
Bellamy annuisce lentamente, prendendo atto. Si volta. Esce dalla stanza, richiudendosi la porta alle spalle.
Tre, due, uno.
- Brian!
- Alex! – le faccio il verso, sciogliendo le braccia ed aprendo le mani, sollevandole ai lati del viso ed agitandole freneticamente.
Lei non si fa intimorire.
D’altronde si chiama Alex Weston, non Matthew Bellamy.
- Che diamine hai combinato?!
La guardo, spalancando gli occhi, incredulo.
- Assolutamente niente! – mi giustifico, aggrottando le sopracciglia, in una pallida imitazione di un’espressione contrita, - È che lui è così sensibile
- Sensibile! – sbotta lei, allargando le braccia, - Hai appena sputato sopra centinaia di migliaia di sterline! Non ti facevo così idiota!
- Oh, stai tranquilla… - la rassicuro mollemente, - non l’ho perso. Non ancora, almeno. Ma probabilmente, tra una settimana, quando lo richiamerò per dirgli che tutte le sue “idee” sono da buttare, allora lo perderò. E pensa, non avrò neanche fatto finta di dare un’occhiata a questa roba! – sorrido trionfante, indicando la valigetta con un cenno del capo.
Alex allarga le braccia, sollevandole all’altezza del viso. Il mio sorriso si espande e diventa un ghigno furbo. Lei se ne accorge e le lascia ricadere lungo i fianchi.
- Brian, sono esterrefatta. Davvero, non hai mai-
- Non preoccuparti… - sbuffo annoiato, già stufo della conversazione, - Non sarai licenziata.
- Oh, sì che lo sarò! Eccome se lo sarò, se tu rifiuti questa collaborazione!
La guardo, inarcando un sopracciglio.
- …grazie al cielo. – commenta lei, con un sospiro sollevato, - Per un attimo ho creduto davvero che l’avresti mandato a quel paese…
Mi chino a recuperare un mucchietto di fogli dal tavolino, poggiandomeli in grembo.
- Sono un professionista. – asserisco deciso.
Sono un professionista.
Per tornare essere umano aspetterò settembre.
*
- Matt!
Ignorando il richiamo del proprio manager, l’inglese continuò a dirigersi verso l’uscita a passo di carica.
- Matthew, Cristo!
Tom lo raggiunse, afferrandolo per una spalla e costringendolo a fermarsi.
- Cosa diavolo hai?!
Matt si voltò a guardarlo. Era rosso in viso, aveva gli occhi lucidi, tremava di nervosismo. Sembrava aver appena subito l’umiliazione più grande della propria vita.
- Ossignore, lo sapevo…
- Non dire niente… - lo implorò Matthew, abbassando lo sguardo.
- Ma come non-
- Non dire niente! – insistette, tornando a fissarlo, adesso con rabbia, - È tutto a posto, non è cambiato niente rispetto a venti minuti fa!
- Certo, Matthew, a parte il fatto che, come da me ampiamente previsto, quel bastardo ti ha distrutto! Ma così non esiste, io non ci sto. Questa cosa adesso salta, domattina per prima cosa vado alla Universal e-
- Gli ho lasciato la valigetta con gli appunti. Gli ho detto di richiamarmi. Gli ho dato il mio numero.
- …Dio.
- Lo sappiamo entrambi che richiamerà. – cercò di sorridere Matt, stringendosi nelle spalle.
- È esattamente questo, quello che mi preoccupa! – ringhiò Tom, stringendo i pugni, - Sei stato con lui appena mezz’ora, e guardati! Sei sconvolto! Quello in un mese ti fa fuori. Non se ne parla.
- Avanti, adesso… - mormorò Matt, cominciando a recuperare il controllo di sé, - Non è stato così tremendo… è che io non ero preparato, e quindi mi ha preso alla sprovvista, ma la prossima volta-
- Senti. – lo interruppe Tom, fissandolo seriamente negli occhi, - Quello è un bastardo, ok? Ha passato l’intera vita a diventare così, e ora è il bastardo perfetto. Non è una novità, e per carità, avrà i suoi motivi, io non voglio giudicare nessuno, ma non c’è nessuna legge che ci obblighi all’autolesionismo, e per di più a settembre mi servi vivo, quindi, Matt, piantala di sorridere!
L’inglese rise, arricciando le labbra per cercare di tenerle serrate.
- Sto meglio. – disse al manager, - Davvero. Posso farcela. Non hai detto che ti fidavi di me?
- Era una frase d’incoraggiamento come un’altra!
- Be’, fa’ in modo che da oggi in poi rispecchi la realtà. Farò questa cosa. Tornerò vivo e vegeto…
Tom lo squadrò di sbieco, aggrottando le sopracciglia.
- …e illeso! Promesso.
*
Uscirai vivo e vegeto da questa cosa. Promesso.
Vivo e vegeto, ma non illeso.
- Non credevo che mi avresti richiamato davvero!
Sapevi che l’avrei fatto, Bellamy. È incredibile, hai modi più affettati dei miei.
- Sono pieno di sorprese. Senti, ho dato un’occhiata ai tuoi appunti.
- Ah! Davvero?!
- Certo.
Che pensavi? Che avrei richiamato da impreparato?
Mai mostrarsi impreparato di fronte al nemico.
Quasi mi dispiace dirlo, ma sei troppo innocente per fare questo mestiere.
- Fantastico! Dimmi tutto!
- Per la verità ho fatto un paio di note qua e là. C’erano delle cose che proprio non mi convincevano, soprattutto in quella che dici essere la “canzone perfetta” per me…
- …ah.
Deglutisce. Posso percepirlo nel suo silenzio, è terrorizzato.
- Ma ci sono delle buone basi.
- …ah!
Sorrido. È proprio come un pesce, per tenerlo all’amo basta solo sapere quando allentare la presa e quando ricominciare a tirare.
- Bene! – dice lui, la voce nuovamente satura d’entusiasmo, - Possiamo parlarne agli studi, domani o dopodomani o quando vuoi tu!
- Per la verità… - butto lì, come fosse casuale, - preferirei incontrarti a tu per tu in un posticino carino… dove poter parlare senza interferenze. Una cosa informale, capisci? Le occasioni ufficiali tirano fuori sempre il peggio di me.
- Ah… ah-ha. Capisco. Be’… voglio dire, per me non c’è problema…
È terrorizzato, terrorizzato a morte. Dio, che soddisfazione!
- Perfetto. Ci vediamo al McDonald’s davanti al cancello principale di Hyde Park?
- Andiamo lì?
- Mh… no.
Ovviamente. Quello sarebbe territorio neutrale. Ed io invece non voglio lasciarti alcun vantaggio.
- Poi ti porto in un posto che conosco io. Facciamo fra un’ora?
- …d’accordo…
- Perfetto.
Davvero perfetto, Bellamy.
Papà Molko ti spiegherà esattamente chi sarà il capo e chi il servo, in questa collaborazione.
*
Brian era già lì ad aspettarlo. Era vestito in nero, non aveva un capello fuori posto ed il trucco era perfetto praticamente a livello professionale.
Matthew scrutò il proprio riflesso prima nello specchietto retrovisore dell’auto appena parcheggiata, e poi, trovandolo troppo piccolo per poterne cavare un’idea precisa di come fosse conciato, spostò lo sguardo sul finestrino, cercando lì le conferme che gli mancavano. Ovvero che sì, per quanto il riflesso del finestrino potesse essere meno nitido, lui era esattamente il disastro che lo specchietto gli aveva rimandato indietro alla prima occhiata.
Si era palesemente fatto ingannare. Aveva creduto che “incontro informale”, nella complicata lingua Molko, volesse dire davvero “incontro informale”, un incontro fra amici, e perciò s’era presentato come si sarebbe presentato a un appuntamento con Dom: capelli appena pettinati, una maglietta bianca random e un paio di jeans.
Era la sciatteria personificata.
E Brian, davanti al McDonald’s, teneva le braccia incrociate sul petto, picchiettava un paio di costosissime Fendi sul marciapiede e fingeva di non averlo ancora visto.
Matthew sospirò, dandosi dell’imbecille per l’ennesima volta in cinque minuti, e decise di restare a guardare Brian fino a quando lui si fosse degnato di fargli sapere che l’aveva già adocchiato.
Cosa che puntualmente accadde tre secondi dopo.
Matthew lo osservò schiudere le labbra con malcelato, falsissimo stupore, e sollevare un braccio nella sua direzione, muovendolo lievemente per salutarlo.
Sorrise.
Tom avrebbe potuto avere ragione su tutto.
*
Adesso ti insegno come si fa, Bellamy. Sta’ bene attento, prendi appunti.
- Eccoti qui.
- Scusa per il ritardo! Aspetti da molto?
Sorrisino tirato. Senza preoccuparsi di mostrarlo bugiardo per com’è.
- No, figurati, solo una mezz’oretta abbondante.
- …capisco. Comunque, dove pensavi di andare?
Sorriso più tranquillo, sereno, padrone.
- Io abito giusto qui sopra. Possiamo salire da me, se ti va.
Scacco matto. In quante mosse? Appena tre.
Spero tu abbia imparato qualcosa, quella di oggi è stata una performance spettacolare.
- D’accordo…
Oh, bene, vuoi giocare ancora, allora.
Certo, non mi tiro indietro. Ma il prossimo round si fa a casa mia.
Lo osservo con la coda dell’occhio guardarsi intorno nell’ingresso, osservarne lo sfarzo, adocchiare l’ascensore. Seguirmi con imbarazzo e circospezione su per le scale, ascoltare distrattamente il mio ancor più distratto “sto al primo”, fissare il corrimano in legno lucido color miele e gli scalini in marmo misto.
Dio, ho quasi l’impressione che potrebbe voltarsi e scappare già adesso!
- Stai proprio in un bel posto. – afferma con aria sognante, un attimo prima di entrare in casa.
Spero sinceramente che abbia il collasso che si merita, quando sarà dentro.
*
- Che casa magnifica!
Brian ridacchiò debolmente, accomodandosi in salotto senza neanche invitarlo a fare lo stesso.
- Avanti, non dire così… anche la tua sarà sicuramente all’altezza.
Matthew ripensò al proprio monolocale da scapolo incallito accanto agli studi della Universal, e rabbrividì.
Avrebbe potuto scommetterci tutti i propri soldi: lui lo sapeva.
Si sedette sul divano accanto alla poltrona dove stava Brian, mettendosi in punta, come temesse che rilassandosi troppo avrebbe perso perfino quel minuscolo briciolo di controllo che ancora possedeva.
- Ehm… - azzardò, torturandosi le dita, - Vuoi parlarmi di quelle famose note di cui mi avevi accennato al telefono? Sono curioso di sapere cosa pensi delle mie idee…
Brian si rilassò contro lo schienale della poltrona. Accavallò le gambe.
- Mh… no. – mugugnò, - Sai, per la verità non è che i tuoi appunti fossero così chiari… e non vorrei esprimere un’opinione sbagliata solo perché magari non sei riuscito a farmi capire esattamente di cosa stavi parlando… che ne dici di rispiegarmi tutto da capo?
Matthew deglutì.
Cercò di fare mente locale: per nessun motivo apparente, il cuore gli stava esplodendo nel petto; gli fischiavano le orecchie; aveva la mente così vuota che, se la sua vita fosse stata un cartone animato, nel suo cranio si sarebbero rincorse le nuvole di fieno del far west.
Brian l’aveva preso in trappola. L’aveva rincoglionito di chiacchiere – e non gliene erano servite neanche tante – e ora lo stava sfidando a tirare fuori qualcosa di sensato dalla bocca. I suoi occhi brillanti, verde cattiveria, gli stavano dicendo “avanti”, gli stavano dicendo “mostrami quello che sai fare”, gli stavano dicendo “attento, perché adesso dipende tutto da te”.
E lui, in quel momento, non capiva più niente.
Era fottuto.
Cercò di sistemarsi meglio sul divano, senza scivolare troppo in fondo ai cuscini. Doveva cercare di rendere la probabile fuga il più semplice possibile.
Nonostante la paura folle che sentiva scuotergli i respiri, riuscì a comprendere che lasciarsi andare a un delirio interiore e cominciare a strillarsi “scappa!!!” nella testa non l’avrebbe portato a nulla che non fosse un disastro. Avrebbe perso la faccia di fronte a due delle major più importanti del mercato, avrebbe messo nei guai Tom e Brian avrebbe riso di lui fino a sfinirsi.
Erano tre possibilità che non intendeva ammettere. E soprattutto l’ultima in quel momento gli sembrava intollerabile.
Prese un profondo respiro e guardò Brian, che lo fissava di rimando, perfettamente a proprio agio.
In fondo, non aveva che da parlare. Parlare era sempre stato il suo forte.
- Io ti ho sentito cantare la prima volta quando avevo diciott’anni. – disse, evitando il suo sguardo e fissando il proprio sulle dita che continuava ad intrecciare in grembo, - Ero una specie di ragazzino sbandato, al tempo. Facevo cose stupide. Andavo in giro con questo gruppo di tipe che si facevano chiamare “le streghe”, ed erano completamente pazze per la vostra musica. C’era questo stanzino, dove facevano delle… delle pseudo-orge o qualcosa del genere… eravamo tutti veramente dei ragazzini, quindi niente di particolarmente perverso, ma… - gli scoccò un’occhiata, intuendo appena la curva stranita delle sue sopracciglia, e le labbra arricciate in una smorfia incredula, - …sono cose che segnano la vita di un adolescente, credo. C’erano sempre i Placebo in sottofondo, in quel posto. – sospirò, - È stata lì la mia prima volta. E c’era la tua voce a fare da colonna sonora.
Brian sciolse le braccia e si accomodò meglio sulla poltrona, poggiando il gomito sul bracciolo e il mento sul palmo aperto.
- Poi vi ho persi di vista. Sono entrato in quel periodo stupido che credo attraversino tutti i giovani compositori… - ridacchiò imbarazzato, grattandosi la nuca, - Quello in cui non ti vergogni di dire ai giornalisti che “non ascolti nulla per evitare influenze esterne”. Sono stronzate, ma – ridacchiò ancora, - be’, succede.
Sollevò lo sguardo su Brian, e lui annuì, fissandolo come se stesse chiedendosi dove diavolo volesse andare a parare.
- Quando vi ho risentiti di nuovo, era il duemila e quattro. Cioè praticamente dieci anni dopo. All’inizio quasi non potevo crederci, non sembravate neanche voi… la struttura musicale della canzone era completamente diversa da quelle che avevo ascoltato fino alla nausea nel primo album, e anche la tua voce si era… era cresciuta. Era più profonda, più ipnotica.
Lo guardò ancora.
Brian aveva stretto le labbra, e sembrava indeciso fra la possibilità di morderle e quella di spalancarle e strillare.
Matt si accorse che c’era qualcosa che non andava. Ma stava seguendo il filo di un discorso e non intendeva abbandonarlo. Non intendeva cedere. Non intendeva perdere. Non in casa sua.
- Quella canzone era English Summer Rain. E quando l’ho ascoltata io ho deciso che, se mai avessi scritto qualcosa per qualcun altro, avrebbe dovuto essere una filastrocca ammaliante di quel tipo. E avrebbe dovuto essere per te.
Si interruppe qualche secondo, ascoltando l’aria, cercando di captare il suono del fremito che vedeva agitarsi nel fondo degli occhi di Brian.
Quell’uomo sembrava sul punto di esplodere. E Matthew non aveva la più pallida idea di cosa avesse fatto per scatenare una reazione simile, ma era certo del fatto che quello fosse un punto a proprio favore nella silenziosa battaglia camuffata di gentilezze che lui e Brian stavano conducendo da quando s’erano incontrati la prima volta.
- È stato per questo che, quando la Universal mi ha proposto di collaborare con qualcuno, ho fatto subito il tuo nome.
Brian sbottò uno sbuffo di fiato, e sembrò rinsavire all’improvviso. Tornò ad accomodare con grazia il mento sulla mano e accavallò le gambe, sporgendosi tutto a sinistra, quasi avvolgendo il bracciolo della poltrona col proprio corpo.
- Cioè tutto questo è stata una tua idea? – chiese indifferente, guardandogli attraverso come fosse stato trasparente.
- …non è proprio così… voglio dire, io ho dato dei nomi, tu eri il primo, poi sono state la Universal e la Virgin a prenderla così dannatamente sul personale… - si giustificò lui con un mezzo sorriso, che non mancò di giudicare già da sé inappropriato, soprattutto dal momento che stava mentendo.
Brian annuì.
Quel senso di smarrimento che fino a poco prima Matthew sembrava percepire così chiaramente s’era del tutto volatilizzato negli ultimi secondi. Brian era di nuovo lì. Algido e immobile come una statua di cera, spaventoso. Quel briciolo di… umanità… che gli aveva visto brillare nelle pupille era completamente scomparso.
- Bellamy, non so se tu hai compreso bene il guaio in cui ti sei cacciato.
Dischiuse le labbra e lo guardò, incapace di trovare qualcosa con cui rispondere. D’altronde, a Brian sembrava non interessare affatto il suo parere sull’argomento. E dal momento che a lui era stato concesso un monologo più che soddisfacente, non gli sembrava il caso di privare Brian dello stesso diritto.
- Voglio essere onesto con te. – disse il frontman dei Placebo.
- È esattamente quello che voglio io! – confermò annuendo Matt, sperando per un secondo di aver fatto breccia da qualche parte e magari scalfito la corazza dell’uomo che gli stava di fronte.
- No, tu non vuoi davvero che io sia onesto con te, Bellamy. – disse Brian, sorridendo crudelmente e scuotendo il capo, - Tu vorresti che io ti ringraziassi per il pensiero e mi mettessi ai tuoi ordini.
- Io non-
- Sì, invece. Tu hai sempre desiderato comandarmi.
Si alzò in piedi, e Matthew lo osservò compiere quel movimento con esasperante lentezza, sconvolto: era davvero lui a muoversi così lentamente, come nei film, quando arriva il momento topico e i registi usano quest’espediente per fissare l’attenzione dello spettatore su un particolare che non sono stati in grado di mettere in risalto in modo meno pacchiano?, oppure solo a lui sembrava che Brian si muovesse così, ed era a causa del fatto che sembrasse perfettamente a proprio agio in ogni situazione, e che desse l’idea di poterlo essere sempre, indipendentemente da cosa gli fosse capitato?
Senza accorgersene, si tirò indietro, scivolando sui cuscini del divano fino a cozzare contro lo schienale dietro di sé.
Brian lo sovrastava, di fronte a lui, e lo scrutava attentamente, le mani sui fianchi e le gambe lievemente divaricate.
- A quanto pare sono stato parte della tua vita molto più a lungo rispetto a quanto tu lo sia stato della mia. – spiegò Brian, chinandosi su di lui per guardarlo meglio negli occhi, - E questa cosa probabilmente ti infastidisce. Io non credo affatto che tu mi ammiri, Bellamy, io credo che tu sia invidioso di me. Del mio successo, sì, ma soprattutto degli anni di esperienza che ho più di te. Questo vuoto non riuscirai mai a colmarlo, perché per quanto tempo tu possa passare a fare il musicista, il mio sarà sempre maggiore.
- Brian… - boccheggiò lui, stordito dalle sue parole e dalla sua improvvisa vicinanza. Sempre più grande, sempre più pericolosa, secondo dopo secondo, - Non ho mai-
- Forse non in pubblico. – rise malizioso Brian.
E poi praticamente gli salì addosso. Gli si sedette in grembo come in sella a un cavallo, e gli posò le mani sulle spalle per tenerlo ancorato al divano. Si chinò sul suo viso, lo sfiorò con lo sguardo e col respiro, e poi raggiunse un orecchio e riprese a bisbigliare.
- Forse non in pubblico. Ma quante volte in privato hai pensato che avresti voluto darmi la lezione che meritavo…? – gli disse, sorridendogli addosso, - Tu mi disprezzi, Bellamy… disprezzi il mio modo di intendere lo spettacolo, di intendere la musica. Disprezzi il lavoro che faccio nel portare avanti la mia band e la mia immagine, disprezzi il mio successo e disprezzi ogni singola parola che mi esce di bocca. Quanto sei stato felice quando ti ho consegnato il premio per Absolution? Quante volte, guardandomi durante quella premiazione, hai pensato “adesso hai quello che ti meriti, Molko”? E quante volte, davanti ai giornalisti, hai nascosto questi pensieri dietro un “apprezzo i Placebo, è un peccato che loro non apprezzino noi”?
Matthew serrò le labbra e deglutì.
Non c’era una sola parola vera fra quelle che Brian gli stava vomitando addosso come lava bollente.
Ma in quel momento, pur di scappare dalla morsa d’acciaio delle sue mani sulle proprie spalle e delle sue cosce attorno ai propri fianchi, avrebbe confermato qualsiasi cosa.
- Una volta hai detto di essere bravo a capire il perché della cattiveria delle persone. – continuò Brian, tornando a guardarlo e stringendo la presa, - Allora dimmi, Bellamy: perché ti sto facendo questo, adesso?
Non. Voglio. Saperlo.
Sollevò le braccia. Dapprima fu un movimento incerto. Non era davvero sicuro di volerlo fare. Scansarlo in quel momento avrebbe significato troppe cose… dargli ragione, cedergli il passo, confermare che, lo stava sconvolgendo, dargli l’occasione, fornirgli il pretesto perfetto per obbligarlo a mollare.
Ma lui era decisamente troppo vicino per continuare a tollerarlo.
E perciò gli piantò le mani sul petto e lo spinse sul pavimento, liberandosene.
- Non lo so. – mormorò, in un sospiro che gli parve distrutto, alzandosi in piedi e guardandolo dall’alto, - Vai oltre la mia comprensione, Brian.
Lui sorrise, appoggiato per terra con tanta naturalezza da far pensare quella fosse la sua posizione naturale.
- Tutto qui quello che hai da dire? – chiese, stringendosi nelle spalle.
- …cos’altro vorresti sentire?
Brian strinse le palpebre, allargando il sorriso.
- Ci stavo palesemente provando. Per quale altro motivo pensi mi sarei avvicinato tanto?
Matthew rabbrividì.
- No! – ringhiò.
- No? Non è la risposta alla domanda che ho fatto…
- No! – ripeté Matthew, muovendosi verso la porta senza staccargli gli occhi di dosso.
- Mai mostrare le spalle al nemico. – mormorò Brian in un soffio a malapena udibile, - Impari. Lentamente, ma impari.
- Senti, io non so cosa-
- Se esci da quella porta perdi. – disse Brian più deciso, sollevandosi in ginocchio e poi in piedi, - Il tuo “no” è una sconfitta.
- Non puoi dire questo! – si difese Matthew, fermandosi a un passo dalla porta, - Non puoi pensare che siccome per te allontanarsi in una situazione simile è sinonimo di sconfitta, allora anche per il resto del mondo-
- Non stavo parlando del resto del mondo. – lo interruppe lui, impietoso, - Non mi frega un cazzo del resto del mondo. Non mi interessa se fuori da questo appartamento tutti dicono “povero Bellamy, costretto a lavorare con l’arpia”, e ti trattano come un principino perché sei buono e gentile con tutti. Che dicano quello che vogliono. Io ti ho messo alla prova. E tu hai miseramente fallito.
- …no… - sputò fuori Matt in un mezzo singhiozzo, - no, io… non è così, tu… tu sei…
- Sono esattamente quello che tutti dicono. Uno stronzo. Una puttana. Quanto di peggio si possa incontrare.
Matthew afferrò la maniglia.
Aveva sentito abbastanza. Aveva sentito troppo.
- Tu cosa sei, Bellamy? – gli chiese Brian con un ghigno crudele sul volto.
Lui si rifiutò anche solo di pensare a una possibile risposta. Scivolò giù per le scale come stesse volando, e scappò da quel palazzo neanche fosse stato in fiamme.
Il pensiero che l’avrebbe rivisto troppo presto rispetto a quando avrebbe voluto lo terrorizzava in quel momento come mai prima.
*
Avrebbe dovuto fermarsi un attimo, magari smettere di picchiettare con la punta del piede per terra, osservando Matthew scappare per la strada come un coniglio in corsa, e sedersi da qualche parte, in silenzio, nella massima tranquillità, per riflettere e cercare di capire per quale accidenti di motivo aveva praticamente molestato il cantante dei Muse senza che ce ne fosse alcun bisogno.
Non era eccitato, si disse, guardandosi negli occhi attraverso il riflesso del vetro della finestra, e non stava cercando una scopata facile. Ed anche se l’avesse cercata, Matthew Bellamy decisamente non lo sarebbe stato. Non c’era nessuna scommessa in ballo, non doveva dimostrare a nessuno di essere in grado di portarsi a letto una qualsiasi vergine di ferro, e soprattutto lui neanche gli piaceva.
Quindi cosa. Perché.
Perché?
Si staccò dal davanzale, con enorme difficoltà, scollando con uno sforzo titanico lo sguardo dalla figura di Matt che, sempre più piccola, si allontanava verso la propria macchina e scompariva oltre lo sportello.
Dio.
Si gettò a peso morto sul divano, stendendo il capo su un bracciolo e i piedi sull’altro.
Dio!
Chiuse gli occhi.
Che hai combinato?
Perché l’hai fatto?

- Parlava troppo. – disse ad alta voce, come volesse convincersene.
Parlava troppo, d’accordo. Quindi gli sei salito addosso e hai provato a scopartelo?
- Stava dicendo cose fastidiose.
Quindi gli sei salito addosso e hai provato a scopartelo?
- È stato lui a tirare fuori il sesso per primo. Ha parlato della sua prima volta. Ha associato alla sua prima volta la mia voce…!
Quindi gli sei salito addosso e hai provato a scopartelo.
- Non ho provato a scoparlo.
Sfiorò appena con una mano il tessuto del divano accanto a sé.
…ancora caldo.
Scattò in piedi e si guardò riflesso nell’enorme specchiera parietale inchiodata al muro di fronte a lui.
- Dio… - mormorò, passandosi una mano sulla fronte, lungo la guancia, giù per il collo, e lasciandola poi riposare inerme sulla spalla.
Era disfatto.
Sudato.
Agitato.
Pregò che Bellamy non avesse notato niente di tutto quello sconvolgimento. Pregò che la piazzata che gli aveva fatto l’avesse terrorizzato abbastanza da farglielo dimenticare, semmai l’avesse notato.
Si diresse a passi svelti verso il bagno e quando fu lì tappò il lavandino e aprì il rubinetto dell’acqua fredda, osservando il getto scorrere veloce e ordinato e riempire il lavabo.
Era scattato qualcosa.
L’aveva sentito chiaramente.
Nel momento in cui lui l’aveva sfidato e Matthew aveva raccolto la sfida, era cambiato qualcosa. Forse nello sguardo dell’inglese, forse nel suo modo di vederlo, nel modo in cui entrambi si squadravano da capo a piedi, cercando di trovarsi un senso a vicenda. Senza volerlo davvero.
Qualcosa si era trasformato.
…Matthew aveva risposto. Lui aveva fatto di tutto per metterlo in difficoltà, per metterlo in imbarazzo, per confonderlo, e poi gli aveva chiesto di parlare, e quello avrebbe dovuto essere il momento del trionfo, il momento in cui l’avrebbe guardato e, ridendo, gli avrebbe dato dell’idiota, dell’incompetente, del ridicolo.
Ma Matthew aveva parlato. E non aveva detto cose qualsiasi.
Per quanto fosse sconvolto, era stato in grado di trovare le parole esatte per…
…per cosa, poi?
Cos’era successo?
S’era sentito, mentre lo ascoltava. S’era sentito tremare, e sudare. S’era sentito respirare pesantemente. S’era sentito sgranare gli occhi, aveva percepito distintamente ogni cellula del proprio corpo mettersi in agitazione, ogni senso espandersi e acuirsi, ogni organo percettivo dare l’allarme.
Come aveva osato… mostrarsi così… perfettamente preparato… quando avrebbe solo dovuto chinare il capo e dichiararsi sconfitto? Come aveva osato opporre resistenza? Come aveva osato sfuggirgli?
Non è Bellamy che vuole comandarti, Brian.
Sei tu che vuoi comandare lui.
Sei tu che ti ostini a provarci.
Adesso, sei tu che scopri che non puoi riuscirci.
Gli sei salito addosso e hai provato a scopartelo.
Te lo saresti scopato sul serio.
Avresti dimostrato a te stesso di poter mantenere la supremazia, in un modo o nell’altro, e avresti mostrato a lui chi era il capo.
…non sei riuscito a fare niente di tutto questo.

Strinse gli occhi con forza, allontanandosi con disgusto dal proprio riflesso disfatto nello specchio. Fissò la piccola pozza d’acqua che si gonfiava nel lavabo fra le sue mani, e con un gesto lento e annoiato richiuse il rubinetto fino a quando non rimasero che poche gocce a scivolare giù dal tubo metallico, per infrangersi contro la superficie dell’acqua e dare vita a piccoli cerchi concentrici che sarebbero morti pochi centimetri più in là.
Si chinò.
Annegò.
E quando resuscitò si passò una mano sugli occhi e scoppiò a piangere.
Gli fecero compagnia solo il silenzio enorme dell’appartamento e il suono minuscolo delle gocce che si tuffavano pigre in piscina, saltellando dal tubo come da un trampolino.
Il rubinetto perde, pensò distrattamente, e non ricordo dove Helena teneva il numero dell’idraulico.
*
Non ho la più pallida idea di come sia passata questa settimana.
Ricordo vagamente Alex venirmi a recuperare direttamente a letto, lunedì mattina. Ricordo le sue urla e ricordo che mi ha detto qualcosa tipo “se potessi ti licenzierei io!”. Ricordo che mi ha portato in studio, che Matthew era già lì e faceva di tutto per non guardarmi negli occhi, e ricordo che, salutandolo tranquillamente, come fosse stato tutto a posto, Alex mi ha bisbigliato di comportarmi da uomo adulto e mettermi al lavoro.
Io ricordo di averla afferrata per un polso.
Di averla trascinata fuori di lì.
Di averla fissata negli occhi, di averle visto attraverso, di aver visto anche attraverso la porta, di aver osservato lo sguardo spaurito di Bellamy ancora seduto al suo posto e poi di essere tornato indietro, di nuovo dentro di me, e di averle strillato contro “cosa ti aspetti che faccia esattamente?!”, con cattiveria, con rabbia, come fosse stata lei la causa di ogni mio male.
Ricordo il suo sguardo glaciale. Quella piccola vena sulla fronte, quella che si ingrossa quando è veramente furiosa. Le braccia incrociate sul petto – era distante anni luce da me.
Ricordo che mi ha detto “guadagnati i soldi che ti diamo, Brian”. Ricordo che mi ha detto “guarda che avete una settimana per stabilire che brano volete preparare, poi parte il tour”.
Io non ne sapevo niente.
Ovviamente.
Perché, quando lei mi aveva annunciato della collaborazione, “oh, che bello, vediamo di capire in cosa consiste!” non era stato esattamente il primo fra i miei pensieri. Ma neanche l’ultimo. Semplicemente perché non era stato affatto fra i miei pensieri.
“Riassunto delle puntate precedenti”, ricordo di aver detto.
“Divertente”, ricordo sia stata la sua risposta, “Canzone. Nuova, vecchia, cover, vostra, loro, non importa. Una cosa qualsiasi. E poi giro per tutta quell’enorme quantità di stupidissimi festival musicali estivi che affollano la costa”.
La costa.
Cioè, l’Inghilterra è una fottutissima isola, cazzo.
La costa, dice lei.
Poi non ricordo molto altro.
Sono entrato in quella stanza, lui mi ha salutato timidamente, siamo rimasti in silenzio. Dopo qualche secondo di imbarazzo talmente profondo che quasi ci sono affogato, è riuscito a tirare fuori la voce e – poco – cervello solo per improvvisare uno di quei discorsi totalmente idioti e totalmente inutili del tipo “siamo adulti, siamo professionisti, mettiamo da parte i vecchi rancori – e anche quelli nuovi, ho pensato io, ma lui non l’ha detto – e lavoriamo seriamente”.
Ho annuito lentamente. Neanche mi rendevo conto. Ho annuito perché dovevo farlo.
Lui ha lanciato uno sguardo ai fogli degli appunti sparsi sul tavolo. Il foglio della “Canzone Perfetta” in cima. Ha guardato lui, poi me. Ha sbuffato.
“Cover?”, ha chiesto.
“Cover.”, ho risposto.
Non so come siamo riusciti a trovarci d’accordo sulla canzone da utilizzare – David Bowie, piaceva a me, piaceva a lui, Changes non era poi così difficile e ai fan avrebbe fatto piacere – non so come siamo riusciti a provare, non ho la minima idea di quanto possa essere piacevole il risultato finale. So che lui sfalsetta, come al solito. So che io strascico le parole, come al solito. Fine.
Non so, davvero, come sia passata questa dannatissima settimana.
Invece so benissimo com’è passato lui. Bellamy.
Come un camion.
Sopra di me.
So che può sembrare che il più delle volte io sia solo un maledetto bastardo egoista ed egocentrico totalmente disinteressato a tutto ciò che lo circonda, ma la verità è che per fare il maledetto bastardo egoista ed egocentrico eccetera eccetera devi essere dannatamente interessato a tutto il resto. Devi interessarti della gente, per cercare di capire se la gente si interessa a te. Devi interessarti dei loro gusti, per andar loro incontro. Devi essere morbido, malleabile, sfuggente, per prendere tutti senza lasciarti prendere da nessuno. Plastilina colorata. Che basta un rastrellino e cambia forma.
E quindi io in definitiva passo la mia intera vita ad osservare. Faccio la parte dello stronzo che avanza come un carro armato pestando tutto e tutti senza neanche accorgersene, ma in realtà io so sempre molto bene chi sto pestando, e se pesto qualcuno è perché voglio farlo, non perché m’è capitato casualmente sotto i piedi e mi sono detto “oh, be’, uno più, uno meno”.
Ho osservato mio padre rinunciare all’inutile tentativo di trovare un modo per governarmi, ed ho gioito.
Ho osservato mia madre sospirare e scuotere il capo di fronte ai miei milioni di capricci, rassegnandosi ad un figlio perennemente insoddisfatto, e ne sono stato triste.
Ho osservato Helena perdere ogni speranza di trovare ancora un motivo per aggrapparsi a un rapporto che, a conti fatti, visto il tempo passato insieme e quello passato da soli, non esisteva più, e ne sono morto.
Adesso osservo Bellamy.
Da mio padre, a mia madre, ad Helena, a lui. Non so neanche perché lo annovero fra gli Eventi della mia vita, in teoria non ha senso. Non ha senso perché lui non è nessuno, perché non è mai stato niente e perché grazie al cielo non c’è pericolo che diventi qualcosa in futuro – per merito soprattutto della mia abile opera di scoraggiamento, c’è da dire – anche se qualsiasi psicologo non farebbe che cercare di convincermi del contrario…
Però lo osservo. E più passa il tempo più capisco.
Lui sta lavorando sul serio, e probabilmente si sta davvero appassionando a ciò che sta facendo. Lo osservo chinarsi sugli spartiti ammonticchiati sul tavolo, increspare le labbra ed aggrottare le sopracciglia. “Non ci capisco niente…”, mormora, e prende un foglio tra il pollice e l’indice, sventolandoselo davanti alla faccia come se pensasse che, scuotendolo, dagli strani segnetti che ci sono fra le righe dovesse uscire fuori un qualche suono, un qualche linguaggio che anche lui riesca a comprendere, magari della musica. Sta facendo degli sforzi per starmi dietro, io lo vedo, anche perché da parte mia sto facendo di tutto per rendergli la vita un inferno. Avrei quantomeno potuto dire “d’accordo, la canzone riarrangiala tu e basta”, ma no, ho dovuto pretendere di studiare con lui ogni linea melodica, a partire dalla batteria per finire con gli effetti da adottare per la chitarra, ho dovuto piazzarlo davanti al software musicale del pc ed obbligarlo a mettere su carta le idee strampalate che ogni tanto si lasciava sfuggire, al punto che ormai temo abbia paura anche solo di dire “sai, pensavo che”.
Per non parlare del resto del team. Credo di aver già fatto impazzire la metà della band che ci farà da supporto durante il tour. Anche perché, quando c’è bisogno di discutere qualcosa, chessò, riguardo la linea di basso, non vado mica dal bassista, no, figurarsi. Vado da Matthew. Incuriosisce il fatto che né io né lui suoneremo mai quello strumento sul palco, come ama ripetermi Alex, scuotendo il capo e sospirando pesantemente, ma il fatto è che io voglio tenerlo al lavoro e sinceramente non m’interessa un’interazione con qualcun altro, per quanto minuscola e insignificante o necessaria e impellente possa essere.
M’interessa solo stare con Bellamy. Solo capire lui.
“Tu cosa sei?”, gli ho chiesto, ed era la tipica frase ad effetto perfetta per uscire dalla bocca del cattivo quando il supereroe di turno abbandona il campo, sconfitto, ma non era solo questo.
Io ho provato a ucciderlo.
A uccidere la sua ispirazione, a uccidere le sue motivazioni, a uccidere il suo coraggio e tutte le sue idee.
Lui è sopravvissuto.
E, mentre mi parlava di streghe, orge e della mia voce durante la sua prima volta, nel fondo dei suoi occhi io ho intravisto una luce che mi è sembrato potesse spiegare tranquillamente tutta quella forza d’animo enorme, quella sovrabbondanza di personalità che gli ha permesso di salvarsi dai miei attacchi continui.
Solo che io quella luce non l’ho capita. Non sono affatto riuscito a catturarla. Ne ho colto solo una scintilla, e non m’è bastata.
È la stessa luce che vorrei io. È la luce che mi permetterebbe di… di smettere di guardarmi intorno con aria smarrita quando torno a casa e la trovo vuota, di riprendere a lavorare tranquillamente, di recuperare le redini della mia vita e ricominciare a indirizzarla su una strada più sicura e meno accidentata delle notti insonni passate a rigirarsi nel letto, divorato dalla solitudine…
È per questo che non m’interessa altro, adesso. Solo lui. Voglio carpire ogni segreto, notare ogni particolare, imprimere la sua persona, la sua presenza, la sua essenza nel fondo dei miei occhi, per utilizzarla poi a mio piacimento.
Credo che l’esclusivismo che gli concedo lo inorgoglisca, un po’, anche se ormai, quando sono nei paraggi, sta così sulla difensiva che è impossibile dirlo con certezza.
…sinceramente, io non gli voglio male. Non lo odio. E non ce l’ho con lui perché è lui. È praticamente un ragazzino, è così giovane e immaturo che ho quasi voglia di nasconderlo sotto la mia ala protettiva e insegnargli a vivere piano piano, a piccoli passi.
Solo che no, non lo farò. Perché pur essendo una persona vagamente tollerabile, Matthew ha rubato tutte quelle cose che avrebbero potuto essere mie e non lo sono mai state.
Lui ha talento. Ha la vittoria facile. Ha un enorme ed acutissimo senso dell’ironia, ma non lo utilizza mai per ferire gli altri. È predisposto al lavoro duro, è naturalmente portato a compierlo tutto fino alla fine senza lamentarsi, e anzi, a cercare di tirarne fuori il meglio. È svelto ed estroso nelle associazioni mentali, e credo sia stato l’unico a seguirmi mentre, in riunione, durante uno dei rari momenti in cui mi sentivo in vena di lavorare, ho esposto alcune delle idee che avevo per l’organizzazione sul palco durante gli show.
Dopo tutto questo, sì, io sono certo che abbia anche dei difetti. Perché nessuno ne è privo.
Solo che non li vedo.
O forse lo conosco ancora troppo poco per poterne parlare.
*
Tom non aveva figli, ma era convinto che la sensazione che stava provando in quel momento – un’orribile commistione di ansia, fastidio e irritazione – fosse esattamente quella che qualsiasi padre ha provato almeno una volta nella propria vita, andando a recuperare un figlio in casa di amici ad un orario improbabile della notte.
Nella fattispecie, erano le tre del mattino, e già da una mezz’oretta lui pestacchiava col piede nei pochi centimetri di spazio liberi da pedali accanto all’acceleratore e stringeva le braccia incrociandole sul petto, mormorando rimproveri e lamenti a bassa voce, cercando di tenere il conto di tutti gli improperi che avrebbe rigettato addosso a Matt non appena l’avesse visto.
Lanciò un’occhiata distratta all’ingresso illuminato del palazzo e lo vide.
Stava prendendo un enorme respiro e probabilmente sperava che lui non l’avesse ancora notato. Sospirò pesantemente e pressò una mano contro il clacson. Vide Matt saltare letteralmente in aria ed affrettarsi a spalancare il portone ed agitare una mano per fargli capire che sarebbe arrivato in un secondo, e poi lo vide effettivamente uscire, muovere qualche passo verso la macchina… e fermarsi. Voltarsi. Lanciare uno sguardo in alto. Salutare Brian che lo fissava oltre il vetro della finestra al primo piano. E poi tornare a guardare lui, come niente fosse stato, sorridergli e infilarsi in macchina, erompendo in una serie infinita di “grazie” e “scusa” ad una tale velocità che quasi Tom dimenticò la ramanzina mentre cercava di contarli.
- Matt… - gli disse, tentando di mostrarsi paziente, una volta che lui ebbe finito di dispiacersi e ringraziare, - Non è che per me sia un fastidio venirti a prendere dovunque tu sia e in ogni momento tu voglia, eh. – seguì le sopracciglia di Matthew incurvarsi verso l’alto e si affrettò a correggersi, - Cioè, d’accordo, non faccio i salti di gioia. Ma se ti serve una mano lo sai che sono sempre disposto a dartela, insomma, l’ho sempre fatto…!
- Sì, sì, lo so… - lo interruppe Matt con una risata cristallina, nonostante le molte ore di lavoro sulle spalle, testimoniate dalle orribili borse sotto gli occhi che si trascinava dietro.
- Però-
- Sapevo che ci sarebbe stato un però!
- Fammi finire… - borbottò lamentoso.
- No, so già anche cosa vuoi dirmi…
- E va bene! – sbottò Tom, battendo irritato le mani sul volante, mentre metteva in moto la vettura e si reintroduceva nel traffico notturno di Londra, - Sai cosa? Non mi interessa se sei entrato nella fase adolescenziale nella quale non ti fa piacere sentire i rimproveri di papà! Adesso mi ascolti!
Matthew sospirò e appoggiò il capo contro il finestrino, fissando oltre il buio in un posto invisibile all’interno della propria testa.
Tom comprese che qualsiasi parola avesse usato da quel momento in poi sarebbe andata perduta nelle pieghe del silenzio di cui Matt si stava riempiendo il cervello, ma questo non lo fermò.
- Matthew, - disse, con la stessa pazienza di un padre, - questa cosa non ti sembra strana?
Lui non rispose, ovviamente.
- Insomma, lavorate già svariate ore agli studi, e nonostante questo lui poi pretende comunque di obbligarti ad andare a casa sua per continuare a lavorare. Ed è solo una fottutissima canzone! Non oso immaginare cosa ti avrebbe costretto a fare se fosse stato un intero album!
Matt si passò velocemente la lingua sulle labbra, inumidendosele, continuando a fissare le luci dei lampioni scorrere veloci oltre il finestrino.
- Matthew!
Niente.
Tom si morse un labbro, tornando a guardare la strada. Furente com’era, se non avesse prestato abbastanza attenzione lui e Matt si sarebbero andati a schiantare contro il primo palo/albero/idrante disponibile, e non sarebbe stato un bene.
Oltretutto, era evidente che Matthew non aveva neanche percepito una parola che fosse una, quindi per quale motivo continuare a insistere? Se aveva intenzione di infliggersi delle pene sempre maggiori, cercando di espiare un qualche terribile peccato di gioventù – perché Tom non riusciva ad immaginare nessun altro motivo che potesse portare un uomo a farsi questo – chi era lui per fermarlo? Amen.
- Più che altro mi guarda. – disse Matthew all’improvviso, senza voltarsi.
Tom gli lanciò un’occhiata svelta e spaventata. Per un attimo aveva creduto che si fosse addormentato e stesse parlando nel sonno, tanto lontana e bisbigliata sembrava la sua voce.
- Eh? – chiese, fermandosi ad un semaforo.
- Mi guarda. – spiegò Matt, impassibile. – Abbiamo finito di lavorare alla canzone già da secoli, ovviamente è già pronta. Partiamo fra due giorni, hai sempre saputo che l’avremmo finita in tempo.
- …questo non risponde al mio “eh?”. Che diavolo vuol dire che “ti guarda”?!
Il cantante si lasciò andare a un mezzo sorriso, sbuffando un po’ di fiato sul finestrino e arricciando le labbra in una smorfia delusa quando si accorse che sul vetro non si formava la condensa – cosa del tutto normale, vista l’afa umida che attanagliava Londra da qualche settimana a quella parte.
- Fammi capire. – continuò Tom, massaggiandosi le tempie prima di ripartire allo scatto del semaforo sul verde, - Vi sedete sul divano e rimanete a fissarvi da bravi idioti? Cos’è, una delle sue numerose perversioni sessuali?
Matthew ridacchiò.
- Ma no… qualcosa facciamo. – rispose, - Mi dà in mano una chitarra e mi fa provare e riprovare la melodia di base fino a quando non è soddisfatto del risultato, oppure suoniamo insieme fino a quando i suoni non si accordano perfettamente… è bello, a suo modo.
- Perfetto. – commentò Tom con uno sbuffo infastidito, - Praticamente scopate.
- Tom…
- No, sul serio! – continuò il manager, rovesciando la propria furia sulla leva del cambio, - Voi musicisti vi conosco, siete completamente sballati in questo senso! Non oso neanche immaginare a cosa pensate, mentre fate certe cose! Già mi sono venuti i brividi quando una volta ho visto te e Chris improvvisare un duetto di basso e chitarra sul palco, giuro che vi guardavate come se doveste saltarvi addosso da un momento all’altro, una cosa oscena!
- Posso tranquillizzarti, non metterò mai le mani addosso a Chris…
- Matthew, non c’è niente su cui scherzare.
Lui sbuffò, accomodandosi meglio sul sedile.
- Senti, guarda che è tutto a posto. Sono solo un po’ stanco perché passo tanto tempo con lui.
- Questo è esattamente il problema! – disse Tom, frenando un po’ bruscamente davanti al portone del palazzo in cui Matt abitava.
Matt cercò di fuggire dalla macchina bisbigliando un “buona notte” e tirando la maniglia per aprire lo sportello, ma Tom lo fermò chiudendo la propria sicura e attivando la chiusura centralizzata anche di tutte le altre.
- Aiuto! Rapimento! – scherzò il frontman, sollevando le braccia e agitandole come a voler attirare l’attenzione degli automobilisti distratti che sfrecciavano a decine accanto alla macchina ferma.
- Matthew… - lo richiamò Tom, afferrandolo per un braccio e obbligandolo a fermarsi, - Tu sei giovane e stupido, e quindi sei del tutto convinto di poter arrivare alla fine di questo mese senza morire di stanchezza, pur continuando con questi ritmi. Io invece sono pronto ad assicurarti che tu non ce la farai. Non sarai solo stanco morto, Molko nel frattempo ti avrà anche fatto a pezzettini! Io sono davvero preoccupato, e non riesco a capire perché invece tu prenda tutta questa… cosa… così sottogamba! È… strano! Quello che fate è strano! Lo capisci, Matt?
Lui si abbandonò sospirando contro il sedile.
- È affascinante, non trovi? – disse in un bisbiglio concentrato, invece di rispondere.
- Cosa? La storia dei pezzettini?
Matt gli lanciò uno sguardo sconvolto.
- Tom, tu hai dei problemi…
- No, perché mi rifiuto di pensare tu stessi davvero parlando di Molko.
Il cantante sbuffò ancora. Era già abbastanza esasperato, e Tom non si stava certo risparmiando in commenti acidi.
- Senti, Tom, non so come dirtelo. A me sta bene. Mi… diverto, credo.
Tom si voltò a guardarlo con un movimento lentissimo e meccanico, spaventoso.
- …ti piace? – gli chiese spettrale, stringendo la presa delle mani sul volante.
- Ma sì, te l’ho detto, è divertente, stiamo lì a-
- Molko. Dico Molko.
Matthew deglutì, mordendosi le labbra.
- Non mi sembra il caso di-
- È successo qualcosa fra voi. Lo so. Oddio! Matthew! Ma che cazzo combini?!, tu non hai mai-
- Tom
Il manager serrò le labbra, continuando a fissarlo con aria agghiacciata.
- Non… non è nel senso che intendi tu. È solo… lavoro. Perciò sta’ tranquillo e fammi uscire da questa macchina. Ho veramente sonno.
Non avrebbe voluto. Sinceramente, avrebbe preferito tenerlo imprigionato lì dentro per sempre e impedirgli di continuare ad avanzare lungo quel sentiero che, più che accidentato, a lui sembrava veramente distrutto, e molto più che pericoloso.
Ma che Matt avesse sonno – e che, soprattutto, avesse bisogno di riposo – era una verità inconfutabile, e lui non si sentiva di provare a metterla in dubbio proprio in quel momento.
Riaprì le sicure e lo osservò uscire dalla macchina.
- Riguardati. – gli disse.
Matthew non lo sentì.
Tom scosse le spalle, accorgendosene, perché tanto sapeva che non avrebbe fatto alcuna differenza.
*
Here I go and I don't know why
I spin so ceaselessly
Could it be he's taking over me
I'm dancing barefoot
Headed for a spin
Some strange music drags me in
It makes me come up like some heroine

Due settimane di tour all’attivo.
Mattino.
Non tanto presto. Neanche tanto tardi.
Il telefono squilla, sollevo la cornetta e poi la lascio tornare a posto con poca delicatezza.
La sveglia dell’albergo mi ha appena informato che è ora di smettere di poltrire e darmi una mossa, e chi sono io per dirle che ha torto?
Mi sollevo dal materasso, totalmente avvolto nelle lenzuola, col pensiero fisso che devo parlare a Matthew di una modifica che potremmo fare alla chiusura della canzone. Ricordo che l’ho pensata nel dormiveglia ed era una figata, c’erano battimenti pure lì, lui è assurdamente entusiasta da quando ha imparato a farli e sono giorni che sogna di infilarli da qualche parte.
L’obiettivo è dargli un’occasione di sorridere soddisfatto, giusto per vedere che espressione fa in una situazione simile.
Rigiro su me stesso e il mio sguardo cade sul mucchietto di vestiti sulla poltrona e che non riconosco come miei.
…ci metto effettivamente troppo tempo a capire che quelli non sono straccetti random, ma il corpo di Matt Bellamy in persona, addormentato in bilico fra un bracciolo e l’altro, con la testa che pende nel vuoto e la bocca spalancata che lancia una sinfonia di borbottii da sonno decisamente poco armonici.
Uno schiaffo in pieno volto mi avrebbe risvegliato con più delicatezza.
Uno schiaffo in pieno volto non avrebbe voluto dire altrettanto.
Respiro. Respiro. Perdio, respiro.
Ok…
Che. Ci. Fa. Lui. Qui?
*
Cerca di ricordare, Brian.
Non è poi tanto difficile, ieri sera non è stato così diverso dalle altre sere. Siete andati a cena, Tom e Alex vi hanno fissati con noia sempre crescente mentre parlavate di chissà cosa e di quello che pensavate di chissà chi – litigando vagamente, tra l’altro – poi tu hai ricominciato a punzecchiare Matthew – cosa gli hai detto? Non ricordi. Matt rideva, comunque – e Tom ti ha guardato come fossi l’anticristo e dieci minuti dopo aveva già finito di mangiare e dichiarato di avere mal di testa ed essere stanco morto, e perciò è sparito, lasciandovi soli con Alex, che s’è stretta nelle spalle, ha capito di essere appropriata all’ambiente come un pesce sulla cima di una montagna e s’è a sua volta dileguata in un battito di ciglia dopo un saluto sottovoce.
Avete dato un’occhiata ai dolci nel carrello, avete deciso entrambi che una mousse al cioccolato mezza sgonfia non valeva la pena di continuare a subire le occhiatacce dei camerieri appostati dietro l’angolo della porta della cucina, maledicendovi in ogni lingua per essere ancora lì all’una passata di notte, e vi siete spostati in camera tua “per continuare a chiacchierare”.
In realtà tu ti sei spostato in camera tua per continuare a fissare Matthew, e lui t’ha seguito perché per qualche strana ragione gli piace essere fissato da te.
Poco male, non t’importa, l’unica cosa importante è raggiungere il tuo obbiettivo.
L’hai lusingato un po’ per osservarlo ridacchiare timidamente, poi l’hai offeso tra le righe per osservarlo infuriarsi d’improvviso e cercare di nasconderlo, poi ti sei fatto perdonare chissà come – non vuoi saperlo – probabilmente un altro complimento piazzato lì tra una parola e l’altra come non fosse stato perfettamente pianificato. Matthew ci casca sempre, è quasi commovente.
Poi in camera sei crollato sul letto, giustamente distrutto, e Matthew ti ha imitato, crollando sulla poltrona.
Tu hai pensato di stuzzicarlo ancora e dirgli che se voleva poteva stendersi accanto a te, ma ti sei reso conto di non avere ben chiaro in mente se lo stessi stuzzicando solo per osservare con divertimento la sua reazione imbarazzata o perché… meglio non dirlo, e perciò hai lasciato perdere. Lui s’è accomodato sulla poltrona – nello strano modo in cui si accomoda, ovvero sottosopra – ed avete continuato a parlare di… boh. L’hai preso in giro per la sua posizione, lui ti ha preso in giro perché stavi crollando di sonno, tu l’hai ammesso e lui ti ha detto che… no, non lo ricordi, però ricordi che hai riso e ti sei appoggiato con la testa sul cuscino e hai colto di sfuggita l’orario assurdo lampeggiante sul display dell’orologio, e già dormivi.
Adesso sai esattamente cosa farai una volta che sarai uscito dalla tua stanza.
Scenderai di sotto, farai colazione, ti infilerai il cappotto e andrai a visitare l’ennesima location a due passi dalla spiaggia, rabbrividendo perché ormai siete al nord e comincia a far freschetto di sera, per non parlare dell’umidità – e tu odi l’umidità.
Farai il soundcheck, farai uscire pazzi uno o due tecnici del suono, giusto per il gusto di dimostrare che sei ancora bravissimo in questo, ascolterai distrattamente i commenti acidi dell’addetta ai microfoni, che s’è presa una cotta per Matt e quindi è sempre prodiga di “che bastardo, non posso credere che lo tratti così!”, e per darle ragione romperai un po’ l’anima anche a lui, anche se magari fino a quel momento non gli avrai fatto niente e non avrai neanche pensato di farlo.
Sì, come al solito.
Il problema è.
Come arrivare alla porta ignorando l’enorme disastro di cui Matt addormentato sulla tua poltrona è testimone?
*
Aprì gli occhi perché le sue narici catturarono il profumo di Brian.
Aprì gli occhi, sconvolto, perché riconobbe quel dannato profumo.
Sentì Brian mormorare un “maledizione” e lo guardò.
- Non volevo svegliarti. – disse l’uomo, fissandolo dall’alto, e Matt percepì chiaramente che non era un accenno di sentimento, ma una chiara dichiarazione di fastidio. Tradusse in inglese corrente, “non avevo affatto voglia di vederti”. La lingua di Brian non era più un mistero, ormai.
Non poteva far finta di niente e tornare a dormire, perciò si mise seduto e si grattò la nuca, forzandosi a tenere la bocca chiusa nonostante lo sbadiglio che scalciava per uscirne.
- È ancora presto. – continuò Brian, - Hai tempo sufficiente per farti una doccia, prima di scendere per la colazione. – lo guardò dall’alto in basso, le labbra appena increspate in una smorfia indecifrabile, - Non ti sei neanche cambiato per dormire. – puntualizzò, appoggiando il cappotto su una spalla con un movimento fluido e reggendolo per il colletto con l’indice e il medio.
- Scusa. – disse lui, senza specificarne il motivo. Aveva sempre la sensazione di doversi scusare per qualcosa, quando Brian gli parlava. Probabilmente perché ogni parola del cantante era intrisa da una tale quantità di risentimento da far sembrare che fosse lui stesso a pretendere delle scuse.
Brian scosse le spalle e si diresse tranquillamente verso la porta.
- Brian… - lo chiamò lui, sperando che lo ignorasse.
La cosa non avvenne.
…Brian non poteva ignorarlo.
Lui non poteva ignorare Brian.
- Sta succedendo qualcosa fra noi?
Brian lo fissò stupito, rigirandosi il cappotto sulle dita per poi appoggiarlo sul braccio piegato.
- Stiamo lavorando insieme. – rispose con naturalezza, scrollando le spalle.
Matthew si morse un labbro.
- A parte quello… - spiegò titubante.
Brian sospirò, scuotendo il capo.
- Cosa ti fa pensare che non avessi capito cosa intendevi? – chiese, mettendo una mano sul fianco.
- Hai risposto che stavamo solo lavorando insieme…
- …appunto.
Sentì il gran bisogno di stringere i pugni e schiacciarsi contro qualcosa di estremamente appuntito, fino a sanguinare.
Conosceva quella sensazione, era abituato a chiamarla frustrazione. Solo che sembrava mille volte più amplificata, quando Brian lo guardava con quegli occhi congelati e gli strillava addosso non sei niente!, senza neanche avere il bisogno di alzare la voce.
- Bellamy. – lo richiamò, e lui sollevò lo sguardo e tornò a fissarlo. – Non ti fare strane idee.
Matthew si lasciò andare contro lo schienale della poltrona, massaggiandosi gli occhi.
- Se ti ho chiesto è proprio perché non ho nessuna idea.
Brian gli si avvicinò, lieve come stesse volteggiando a mezz’aria. Lo prese delicatamente per il polso e gli scostò la mano da davanti agli occhi. Così Matt poté vedere il suo sorriso sprezzante e morirci dentro.
- Sbagliato, Bellamy. Se mi hai chiesto è perché l’idea ce l’hai. E ti fa dannatamente paura.
*
Non ho ancora finito con te, e tu lo sai.
Il tuo cervello non è ancora del tutto andato, è per questo che riesci ancora a capire cosa diavolo ti sta succedendo.
D’accordo, non volevo che finisse così, all’inizio.
La cosa mi è sfuggita di mano, non ho problemi ad ammetterlo – almeno con me stesso.
Non mi sta bene, come finale, ma devo dire che poteva andarmi peggio.
Nel senso. Temo che tu ti sia, come dire, innamorato di me.
No, credimi, non penso di essere l’amore della tua vita e so perfettamente che quello che stai provando è il tipo di amore che dimentichi in una settimana quando l’oggetto del tuo desiderio non ti si agita più intorno come una trottola.
Ma è ossessivo. Cerca l’attenzione. Cerca l’approvazione. Cerca l’interesse.
Sì, sei decisamente innamorato, e questo è male.
Ma avrei potuto innamorarmi io, e questo sarebbe stato peggio.
Cerca di capire, Matthew, non sei tu il problema. Non lo sei mai stato, non sei stato che uno sciocco pretesto. E forse a te sarebbe andato bene essere davvero il fulcro della mia angoscia, forse quando capirai che in realtà, davvero, mi sei passato addosso come uno sbuffo d’aria in mezzo a una tempesta, ti sentirai usato e tradito e distrutto, ma è questo che sei.
Sarò sincero, Matthew, e lo sarò perché quello che sto per dire tu non lo sentirai mai – la bellezza del monologo interiore…
Io ti trovo fantastico. Tu sei luminoso. Sei positivo, sei talentuoso, hai davanti un avvenire invidiabile al punto da sembrare vomitevole, i ragazzini ti prenderanno a modello, nasceranno tante di quelle coverband dei Muse che non saprai dove guardare prima per trovare un sosia da portare in tour come supporto, e poi NME continuerà a spiaccicarti in copertina fino a quando il mondo non sarà sazio – e questo non succederà tanto presto, te lo assicuro – e Total Guitar continuerà a intervistarti cercando di carpire il segreto della tua bravura – senza riuscirci, perché il segreto della tua bravura sei tu e nient’altro, qualcosa di interamente non replicabile.
Io ti trovo perfino bello. Non che tu sia una bellezza canonica, tutt’altro, sei del tutto smontato, e sei troppo magro, e non hai la benché minima idea di come valorizzarti come uomo, ma hai un fascino naturale che in genere la gente se lo sogna, e riesci ad essere perfino carino anche quando hai addosso l’abbinamento più improponibile che potessi tirare fuori con una camicia e un paio di pantaloni. Hai un sorriso e una risata che smuovono cose nello stomaco, e un paio d’occhi che perforano il cristallo, Dio, quegli occhi, e ormai li conosco, non faccio che guardarli da settimane.
Ormai conosco te.
Non mi nascondi più niente.
Ormai io e tu non siamo più due stranieri, l’uno per l’altro.
Siamo qua.
Le nostre facce.
Brian Molko, Matthew Bellamy e tutto ciò che questo comporta.
La puttana e il pagliaccio.
Lo stronzo e l’idiota.
Il poeta da due soldi e il genietto immaturo e allucinato.
Non so chi ne esca peggio, ma è del tutto irrilevante, non è vero, Matthew? Quanto sarebbe sciocco cercare di stabilire a chi vada il primato dell’indecenza?, quando è già più che sufficiente sapere che io coi miei atteggiamenti da snob navigato e tu con i tuoi da novellino felice siamo ridicoli, e disgustosi, Bellamy, entrambi.
Non senti mai il peso di tutte le maschere che indossi, Matthew? La maschera con gli amici, la maschera con le scopate, la maschera con i colleghi, la maschera con i genitori…
Quante di loro ti assomigliano, almeno in parte? In quante ti riconosci?
Bellamy, io ogni tanto penso che stenterei a capire che sono davvero io anche se mi sbattessi addosso mentre cammino per strada.
Per me è difficile, davvero.
…ma non so perché, ora come ora ho la certezza assoluta che riconoscerei te ovunque. Che se ti adocchiassi, anche solo da lontano, ti vedrei risplendere e comincerei a seguirti come fossi la mia stella cometa, aspettandomi di essere condotto verso un luogo fantastico in cui ricevere un’illuminazione, una benedizione, un perdono.
Credo che questo gioco sia partito con Brian Molko che cercava di sopraffarti.
E anche se no, non sono innamorato, e anche se no, anche se lo fossi non lo ammetterei, credo anche che questo gioco si sia concluso con Brian Molko che, da te, si lascia sopraffare.
Matthew…
…tu mi riconosceresti?
Mi seguiresti?
Almeno per un po’?
*
- Brian, cerca di calmarti…
- Col cazzo che mi calmo, Alex! Dove diavolo è finita la Jaguar?!
- Diosanto… - mormorò Alex, lanciando intorno sguardi indemoniati ai ragazzi che ancora scaricavano casse di strumenti nel magazzino adibito come deposito per il festival di Aberdeen, - Ma con tutte le fottutissime chitarre che ha, dovevate perdergli proprio quella?!
La sua lamentela cadde nel vuoto, i ragazzi continuarono a sistemare le casse un po’ alla rinfusa, preoccupandosi solo di dividerle per gruppo secondo il nome stampato sul coperchio, e Brian si premurò di riaccendere l’interesse della propria manager tossicchiando irritato e incrociando le braccia sul petto.
- Senti, Brian. – disse la donna, riavviandosi i capelli dietro le spalle, - Non ho la minima idea di dove sia la tua Jaguar. Le altre chitarre sono a posto, fanne a meno e usa loro!
- Tu sei del tutto impazzita! – strillò Brian, stringendo i pugni, - Potrei anche lasciare perdere se non potessi usarla oggi, ma come pretendi che possa passare il resto della mia vita senza poterla più suonare?!
Alex sospirò, roteando gli occhi.
- Dio, Brian, è l’ultima data…
- E quella è la mia chitarra preferita!
- Brian!!!
- Senti, non è un casino che ho tirato fuori io per rompere le palle, d’accordo? Ci tengo davvero, lo sai!
- Oh, scusa! – lo prese in giro Alex, fingendo dispiacere, - Ormai hai tirato fuori tanti di quei casini senza nessun motivo, che fatico un po’ a riconoscere quando invece sei preoccupato sul serio!
A quel punto, Matthew, che aveva cercato di tenersi in disparte e in religioso silenzio fino a quel momento, capì che se non fosse intervenuto probabilmente quei due si sarebbero sbranati a vicenda, e decise perciò di farsi avanti.
- Brian… - lo chiamò appena, e subito lui lo graziò della propria attenzione, cosa che irritò non poco Alex, - Non è del tutto improbabile che abbiano imballato la tua chitarra assieme alle mie… vuoi che ti dia una mano a controllare?
Brian sospirò.
- È la prima cosa intelligente che sento dire oggi. – commentò, dirigendosi a passo spedito verso l’entrata del magazzino, mentre Matt lo seguiva a ruota. – Vedi che hai anche tu i tuoi momenti di genialità? Scommetto che se parlassi di meno si noterebbe di più.
Matthew ignorò gli ultimi commenti e lo condusse verso l’angolino in fondo al magazzino, nel quale erano stati stipati per primi i loro strumenti, dal momento che prima di partire da Edimburgo Brian aveva preteso per chissà quale motivo che fossero imballati e caricati sul camion per ultimi.
- Dovresti calmarti… - gli disse, osservandolo camminare nervosamente, a scatti.
- Fatti gli affari tuoi. – rispose Brian, scoccandogli un’occhiataccia, - Quando dicevo che dovresti parlare di meno, ero serio.
Matt sospirò e continuò a fissarlo di sottecchi.
Brian faceva lo stesso.
Brian continuò a farlo finché non furono finalmente davanti alle loro casse, con stampati sopra i loro nomi, uno sotto l’altro. E quando arrivarono lì, e Matt si guardò intorno, e vide che erano solo loro e centinaia di casse, che era come fossero completamente soli in un labirinto enorme, dal quale era totalmente impossibile fuggire, finalmente capì.
Ce ne aveva messo di tempo.
- Brian. – lo chiamò, e lui lo ignorò, si infilò un dito in bocca, morsicando nervosamente l’unghia, e si diresse deciso verso una cassa, mormorando “come diavolo la apro adesso?”. – Brian… - lo chiamò ancora lui, andandogli incontro.
- Bellamy, sto cercando la mia chitarra. – rispose l’uomo, continuando ad ignorarlo.
- Aspetta, Brian, ti devo parlare.
- Non voglio affatto parlare con te! - strillò Brian, fissandolo negli occhi per un solo secondo, - Voglio solo trovare la mia dannatissima chitarra, lasciami in pace!
Matt si tirò indietro, amareggiato.
Osservò Brian continuare a scrutare la cassa in ogni suo punto, cercando qualcosa per aprirla – un pulsante magico? Una cerniera? Un piede di porco messo lì ad uso e consumo di chi volesse dare una sbirciata all’interno? – e capì che non sarebbe riuscito a fargli dire nulla. Che Brian avrebbe continuato a trattarlo come niente. Che poi se ne sarebbe andato. Che non l’avrebbe più rivisto.
- Non puoi comportarti così. – disse deciso, - Devi prenderti le tue responsabilità!
Brian si fermò a metà del movimento che stava compiendo, tornando a guardarlo con più attenzione.
- Non ho responsabilità nei tuoi confronti. – disse freddamente, battendo un piede per terra.
- Queste sono le cazzate che puoi raccontare a chi vuoi, ma non a me!
E fu il turno di Brian di tirarsi indietro, spalancando gli occhi.
- Bellamy, non ti allargare!
Matthew si morse un labbro, muovendosi minaccioso verso di lui.
- Sei tu che ti sei allargato per primo! – ringhiò, furioso e irritato, - Questa situazione è tutta colpa tua!
- Dovevo trovare un modo per tenerti a bada.
- Certo, la molestia sessuale-
- La molestia sessuale! – scoppiò a ridere Brian, - Ti ho fatto tante di quelle cose che fatico io stesso a tenerne il conto! E tu pensi solo a quello! Bellamy, hai dei problemi…
- Piantala di chiamarmi Bellamy, Brian, mi dà un fastidio allucinante!
- Oh, ti infastidisce? Scusami, Bellamy. A me infastidisce che tu mi chiami per nome, guarda un po’! Come se avessi chissà che confidenza col sottoscritto! Fottiti!
Non si rese neanche conto di cosa stesse facendo, quando sollevò una mano e, piantandogliela con forza su una spalla, lo schiacciò contro il muro di casse che aveva dietro, costringendolo ad aderire perfettamente al legno ruvido e scheggiato, e aderendo perfettamente a lui.
Brian si lasciò andare ad uno sbuffo sorpreso, ma non si arrese. Trovò i suoi occhi e lo costrinse a fissarlo, lo scrutò fin dentro il cervello con quei punteruoli di ghiaccio verde brillante, e quasi lo fece indietreggiare di paura.
- Ti piace essere provocato, Bellamy. – constatò, parlando a bassa voce, in un sussurro appena udibile, quasi silenzioso in confronto ai rumori che venivano dagli altri settori del magazzino.
- Sta’ zitto! – replicò Matthew, afferrandolo per il colletto e spingendo l’avambraccio contro il suo collo.
Brian sollevò il mento, come gli si stesse offrendo.
- Hai un’indole da teppista! – commentò, quasi divertito.
- Molko, ti ho detto-
- Niente più Brian?
Gli stava scoppiando la testa.
Sentiva il proprio sangue rombare nelle tempie così furiosamente che si convinse che sarebbe davvero esploso, e che se tanto doveva morire…
- Piccolo bastardo… - mormorò Brian, - Guardati…
Invece di guardare sé stesso, Matthew continuò a guardare lui.
- Come diavolo fai?
Fare?
- Sei… sei disfatto… - sussurrò Brian, lasciando scorrere lo sguardo su di lui, dagli occhi alle labbra, - Sei stanco e distrutto… E sono stato io a ridurti così… ti ho mostrato il peggio di me, ti ho afferrato nel pugno della mia mano, Bellamy… - e sollevò la mano stretta a pugno, mostrandogliela senza alcun intento violento, solo per rafforzare il concetto, - …sei così terrorizzato che… guarda con che occhi mi fissi adesso… se potessi, se non fossi un uomo, staresti già piangendo da un pezzo, e le nostre posizioni sarebbero invertite…
- Che cazzo stai dicendo? – ansimò lui, stringendo di più la presa sotto il collo, pressandolo contro le casse e percependo il suo lamento di dolore quando uno spigolo ribelle gli si conficcò nella schiena.
- Sembri un condannato a morte… - continuò Brian, come stesse parlando con qualcun altro, sistemandosi meglio sotto di lui, - E nonostante questo…
- Brian-
- Fanculo. Sei fottutamente bello.
Provò repulsione, voglia di separarsi da lui e desiderio di spaccargli la faccia.
Rimase lì, interdetto, a fissarlo negli occhi.
- Mi piaci da morire. – spiegò il moro, guardandolo con la stessa intensità, - Io dovrei fare il bello e il cattivo tempo con te, dovrei rigirarti tra le dita e schiacciarti contro il palmo come carta straccia. E invece ti vengo dietro come un cagnetto. – sospirò, - Ti svolazzo intorno come una falena. Sono peggio del topo che prende comunque il formaggio dalla trappola, anche se sa che sarà un suicidio.
Silenzio.
Sembrarono fermarsi anche i ragazzi.
Loro due, altissime mura di scatole e il vuoto.
- Io sono già morto. – concluse Brian, - Sono morto quel pomeriggio, quando mi hai parlato di stronzate per tutto il tempo e io ti ho trovato affascinante. – ridacchiò, - Buffo, mi reputo una persona tanto intelligente… me ne sto accorgendo solo ora.
- Io non-
- Finiscimi.
- Cristo, Brian-
- Sono già morto. – si sporse appena, qualche centimetro, gli sfiorò le labbra, - Finiscimi.
*
Passò lievemente una mano sul pavimento sporco e guardò con paura le casse disordinate impilate l’una sull’altra accanto a lui, sperando che non decidessero di crollare proprio mentre lui e Matthew cercavano di riprendere fiato dopo aver finito di scopare.
- Abbiamo fatto un casino… - commentò a mezza voce, guardandosi intorno e notando alcune scatole già rovesciate per terra, - Speriamo di non aver spaccato qualche strumento.
Matthew ridacchiò appena, intervallando ad ogni risatina un tentativo di smettere di ansimare convulsamente.
Brian si voltò a guardarlo.
- Ti ho sopravvalutato. – disse con una smorfia.
- Che?! – strillò Matthew, voltandosi a fissarlo d’improvviso, - Voglio dire, non è che pretenda di essere un dio del sesso o che, ma almeno potresti-
- Non in quel senso! – rise Brian, stringendo le braccia al corpo e cercando di recuperare i propri pantaloni perduti da qualche parte fra le ginocchia e le caviglie, - Sei stato bravissimo, non preoccuparti…
Matthew sbuffò e arrossì, mentre chiudeva gli occhi e si voltava per sottrarsi al suo sguardo.
- Ho come l’impressione di averti guardato come fossi un dio, per tutto questo mese. – continuò Brian, il tono di voce sereno e rilassato come Matthew non l’aveva mai sentito, - Ma alla fine sei un uomo anche tu. Sei… - sorrise, - bello, affascinante e particolare. Il mio ideale di uomo, credo. Ma sei un uomo comunque. Stai qui accanto a me col fiato corto, sei un uomo normale.
- Non capisco se dovrei prenderlo come un complimento… - borbottò Matt, riabbottonando i jeans.
- Non puoi prenderlo come una semplice constatazione e fartelo bastare? – rise Brian, spostandosi di qualche centimetro verso di lui.
Matt lo osservò avvicinarsi, e quando lo vide fermo a pochi millimetri da sé si chinò verso di lui, baciandolo lievemente sulla bocca.
- I tuoi sono discorsi da addio… - commentò, sfiorandogli le labbra con due dita quando si fu separato da lui, - Sarai contento, adesso. – concluse malinconico.
- Più di prima, sicuramente. – ridacchiò Brian, ma quando vide che Matt s’era offeso si allungò su di lui, sfiorandogli il petto con una mano. – Se vuoi possiamo rivederci, comunque.
Matt lo fissò, sconvolto.
- Tu lo stai chiedendo a me?
L’altro annuì serenamente.
- Sai esattamente come andrà avanti questa “relazione”, se di relazione si può parlare… - si lamentò Matthew, - Per quanto io possa… tenerci… siamo troppo diversi, sarebbe un casino incredibile, finirebbe male!
Brian rise ancora, e Matthew pensò distrattamente di non averlo mai sentito ridere tanto.
- Ti sfido, Bellamy. – disse lui, sollevandosi in ginocchio e chinandosi su di lui, per sfiorargli la fronte con la propria, - Stupiscimi.
Genere: Comico, Erotico.
Pairing: MatthewxBrian.
Rating: NC-17
AVVISI: Lemon, RPS.
- Matthew Bellamy è stufo. Non è proprio possibile: sono BEN cinque anni che sta con Brian Molko, eppure continua ad essere additato come una verginella di facile seduzione! E invece lui è un grande amatore! Perciò, che c'è di meglio di una sfida, per dimostrare al proprio compagno di essere in grado di soddisfarlo quanto e più di lui...?
Commento dell'autrice: [Prima di cominciare la stesura] Sfida numero due: due ore e The Fly degli U2 (che stavolta non c’entra una beneamata, è solo dannatamente sexy) per un’altra stupida PWP *_* Cosa ne verrà fuori? *non lo sa neanche lei*
[Dopo la stesura] Nota finale della Nai (perché Liz Liz è stanca, povera tata, ed io le voglio tanto bene çç): Se vi state chiedendo da dove sia nato tutto ciò, sappiate che non c’è niente di peggio di Lisachan, me ed MSN all’una di notte. Uno dovrebbe dormire di notte, ed invece pensa: perché dev’essere sempre Brian a passare per zoccola? In fondo Matt fa sempre la parte della povera verginella sedotta.
Ovvio che uno alla lunga si infastidisca a non sentirsi mai dare della donnina di facili costumi!
…i maschi sono creature strane…
A parte tutto, il dialogo delirante d’inizio storia parte proprio dalla discussione di chat, con poi i giusti accorgimenti, sistemazione ed introduzione di battute meravigliose di maternità esclusiva della Lizzie. Tutta la parte slashosa, invece, è totalmente opera sua e noi la amiamo per questo *ç*
Alla base, un’unica incontestabile verità: le mani di Matthew Bellamy sono un oggetto che incita al sesso!
Brian, hai perso ù_ù
Nota doverosa della liz che riemerge dal mondo dei morti: Questa storia è dedicata con tutto il mio amore profondo a Vale e Bea, che sono delle tate di proporzioni cosmiche, davvero.
Per inciso, The Fly ha resistito appena nove ascolti e per scrivere ‘sta roba ci ho messo qualcosa come cinque ore XD
*torna nella tomba*
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THE ULTIMATE HANDSTROKE

Tutto cominciò col rocambolesco ingresso di Matthew in salotto, che coinvolse la poltrona con la quale andò a sbattere, il tavolino che da questo movimento improvviso venne investito e il vaso cinese ordinatamente poggiato sul ripiano in cristallo, che oscillò pericolosamente prima di capire che no, non era il caso di sfracellarsi a terra in millemila pezzi, se poi non voleva stare a sentire le urla di dolore che Brian avrebbe lanciato una volta che si fosse ritrovato costretto a raccoglierne i cocci dal pavimento.
L’uomo si piazzò davanti alla poltrona sulla quale Brian s’era appena seduto dopo le pulizie mattutine, cercando di rilassarsi sfogliando la settimana enigmistica, saltando ovviamente tutti i giochi d’intelligenza per concentrarsi solo sulle barzellette, le vignette e i puntini da unire da uno a sessantasette.
Brian sollevò appena lo sguardo dalla rivista, inarcando le sopracciglia e osservandolo mentre divaricava lievemente le gambe, stringeva i fianchi fra le mani e lo fissava con aria omicida.
Comprese che c’era qualcosa che non andava, perciò, sospirando, abbassò il settimanale, e sorrise.
- Qualcosa ti turba, amore? – chiese, il più gentilmente possibile, inclinando il capo.
Matthew staccò una mano dal bacino e lo puntò come un piccolo cane da guardia.
- Tu! – lo rimproverò aspramente, tutto lampi di luce dagli occhi.
- …ma non ti ho fatto nulla, stavolta… - mormorò Brian, confuso, - Ero qui felice a leggere la settimana enigmistica…
- Non c’entra! – proseguì Matt, puntandolo con più decisione, - È la tua presenza!
- Posso immaginare perché… - ghignò Brian, stringendosi nelle spalle con immodestia.
- Smettila immediatamente!!! – strillò il frontman dei Muse, evidentemente sconvolto, - Non sono in vena!!!
A quel punto, Brian capì che la questione era seria e non era il caso di scherzarci troppo su, perciò eliminò definitivamente la rivista di torno (per quanto a malincuore), ed incrociò le mani sulle ginocchia, guardando il proprio uomo con attenzione.
- Tesoro, avanti, dimmi cosa c’è che non va.
Matt mise il broncio, sedendosi sulla poltrona di fronte a quella di Brian e battendo nervosamente i piedi a terra.
- Io non capisco perché – spiegò sbuffando, - nonostante siano ormai anni che stiamo insieme! tutti continuino a dare della puttana a te e nessuno riconosca le mie doti di grandissimo seduttore!
…ok.
Era serio davvero.
Più o meno a livello da manicomio.
- Matt, che diamine stai dicendo?
- Ma sì! – continuò lui, sempre più convinto, - Ricordi tutti i titoli delle riviste scandalistiche che uscirono quando ci mettemmo insieme?! Erano tutti lì a dire che mi avevi sedotto di qua e mi avevi sedotto di là! Ora, a parte il fatto che questa non è una verità storica-
- Mh. – annuì Brian, - In effetti no, sei stato tu a rompere le palle finché non mi hai obbligato a sedurti.
- Bazzecole! – sbottò Matt, scrollando le spalle, - Ma comunque sembra quasi che, non so, sotto le coperte tu sia l’unico a valere qualcosa!
Brian lo fissò, gli occhi ormai enormi per lo stupore.
- Insomma!!! – proseguì Matt, rafforzando il concetto, - Questa cosa non mi va giù!!! Sono una zoccola anche io in certe cose!!!
- …nel sesso…? – chiese l’uomo, sempre più sconvolto.
- Sì! In quelle cose lì!
- …ma se non riesci neanche a dirlo…
- Piantala!
Brian si lasciò andare a qualche secondo di sbigottimento totale, durante i quali il suo cervello semplicemente si fermò e si rifiutò di continuare a macinare argomentazioni contrarie, per protesta nei confronti dell’evidente e palese imbecillità dell’uomo col quale era costretto a questionare.
Poi i secondi passarono, Brian sospirò e il cervello si decise a passare al contrattacco.
C’era un orgoglio da difendere, lì!
- Matt, tesoro… - lo blandì, sorridendo malizioso e crudele, nonché vagamente condiscendente, - come puoi anche solo sperare di eguagliarmi?
- Comecosache?! – scattò in piedi Matt, mortalmente offeso, - Mi stai dando della non-puttana?!
- È ovvio. – annuì convinto Brian, alzandosi a sua volta in piedi per fronteggiarlo da un’altezza meno svantaggiata, - Sei quasi l’incarnazione della purezza! Soprattutto a letto!
- Questa è una dichiarazione falsa e tendenziosa!!! – strillò l’inglese, colmo di disappunto, - E lo sai, anche! Ieri notte mugolavi come non so neanche io cosa!
- Be’, non ti ho detto che sei uno sfigato incapace. – precisò Brian con una smorfia, incrociando le braccia sul petto, - E poi è la tua innocenza che mi eccita tanto, lo sai!
- Ma Brian, senti, può far piacere sentirsi dire che è innocente come una verginella a un quindicenne alla sua prima volta, ma Cristo, io ho quasi trent’anni e scopiamo da cinque…!
- Ebbe’! – sbuffò Brian, - È un complimento! Non è da tutti mantenere la propria purezza dopo tanti anni di convivenza col sottoscritto!
- Vedi?! – ululò dolorosamente l’altro, - Vedivedivedi?! Continui a dare a te stesso della puttana e della fanciulla innocente a me!!! Non! È! Vero!!!
- Oh, insomma! Sono stufo di questi discorsi! – concluse Brian, irritato, - Se è vero quello che dici, allora dimostralo!
- E va bene! – asserì Matthew, stringendo i pugni e puntando i piedi a terra, - Ma dobbiamo stabilire delle regole!
- Ovvio! Primo: è una gara di abilità, quindi non si scopa! Altrimenti è troppo facile!
- Certo! Secondo: niente baci! – deglutì, fissando ostinatamente le labbra del proprio uomo.
- E niente lingua! – proseguì Brian, annuendo decisamente, - Vediamo che sai fare, solo con le mani!
Matthew gonfiò le guance, offeso e deluso. Evidentemente sperava in una maggiore libertà.
- E sia! – disse infine, - Ma cominci tu!
- Cooosa?! – cantilenò Brian, incredulo, - Ma se sei tu che hai cominciato questo disastro?!
- Appunto! – spiegò l’altro, annuendo convinto, - Devo dimostrarti di essere migliore di te, perciò devo prima vedere cos’è che sai fare!
- Oh, come se non ne avessi un’idea più che precisa!
Matt lo fissò, increspando le labbra in un sorrisetto furbo.
- Che c’è, Brian? Ti tiri indietro? Ti spaventa la prospettiva di provare per primo?
- Sia mai! – borbottò il moro, cogliendo la sfida e avvicinandoglisi.
- Niente ginocchia. – precisò Matt, lanciando uno sguardo inceneritore, appunto, al ginocchio di Brian, che cominciava a insinuarsi pericolosamente fra le sue cosce, - Hai detto solo mani, l’hai detto tu!
Brian sorrise, facendoglisi vicino al punto da meritare una denuncia per offesa al pudore.
- Allora solo mani… - bisbigliò, scivolandogli addosso col fiato, indirizzando sapientemente ogni respiro fra una parola e l’altra perché colpisse i tratti più sensibili della sua pelle.
- Stai… stai barando… - balbettò Matt, indietreggiando cautamente, nel tentativo di sottrarsi alla lieve tortura.
- Io non credo… - sussurrò l’altro, poggiandogli una mano a metà coscia e risalendo lento verso l’alto, tastando il tessuto dei jeans col palmo bene aperto, quasi avvolgendolo, al punto che a Matt sembrò di sentire il calore della sua pelle anche attraverso i pantaloni, ed anche in punti in cui in teoria non avrebbe dovuto sentirlo.
- Brian… - mormorò confusamente, abbandonandosi contro la parete e rilasciando il capo indietro.
- Mmh…? – lo incitò il frontman dei Placebo, ma lui non disse altro. Sollevò un braccio, ancorandosi a lui per evitare di cadere per terra, e rimase in silenzio mentre la mano di Brian si fermava sul cavallo dei suoi pantaloni, esitando fra la cerniera e il bottone, come volesse giocare un po’ prima di passare ad altro.
- Brian! – chiamò più forte, spingendoglisi addosso, mentre lui continuava a… a prenderlo in giro!
- Oh, cielo… - riprese lui, ridacchiando mentre finalmente sbottonava i jeans e abbassava la cerniera, - Dimmi un po’, non ti starà per caso piacendo…?
Matthew serrò gli occhi e scosse decisamente il capo.
- No! – disse, mordendosi le labbra, - Hai fatto di meglio!
Brian rise, perfettamente consapevole del piacere che Matthew stava provando, e che sentiva quasi crepitare sotto le dita, come piccole scosse elettriche, mentre scostava l’elastico dei boxer e si insinuava al loro interno, alla ricerca del calore della sua pelle.
- Che peccato… - sussurrò con un piccolo broncio, - sembro aver perso tutto il mio potere… mi insegni di nuovo come si fa…? – chiese, sfiorando con le dita la punta della sua erezione, come un bambino curioso.
- …Brian!!! – strillò Matthew, spalancando improvvisamente gli occhi e fissandolo sconvolto, - Non fare il cretino!
- Davvero… - continuò a mugolare Brian, avvicinandoglisi fino al massimo limite consentito dall’impossibilità di fusione dei corpi, - Dimmi tu cos’è che devo fare… dove devo… - si leccò le labbra, - …toccare… perché mi sa che io non me lo ricordo più…
E così dicendo scese fino alla base, toccandolo appena, per poi risalire fino alla punta.
Matthew quasi soffocò.
- Cazzo… - ansimò, - stringi, cazzo…
Brian sogghignò.
- Così…? – cinguettò, stringendo la presa attorno al suo pene.
- Dio, sì… - si lasciò andare Matt, spingendosi contro di lui, - Muoviti…
- Uhm… non so come…
- Muoviti! – sbottò l’inglese, avanzando e appoggiando la fronte contro la sua spalla, - Avanti… così… - sussurrò, accompagnando i movimenti della mano di Brian con spinte lente e misurate, come non volesse bruciare tutto in pochi secondi per uno stupido eccesso di fretta.
- Adesso ti sta piacendo, Matt…? – chiese ancora Brian, sfiorandogli il lobo con le labbra e sogghignando soddisfatto nell’accorgersi che Matt non sembrava più tanto propenso a dargli del baro, in quella situazione.
- Zitto… - si limitò a commentare l’inglese, continuando a spingersi piano contro di lui.
- Non posso stare zitto, Matt… - spiegò Brian, costringendolo a guardarlo negli occhi con una spinta delle spalle, appoggiandosi contro la sua fronte, - Non posso stare zitto, perché… - sorrise, - la voce, Matthew… - sussurrò, spingendosi un’ultima volta dal basso verso l’alto, mentre Matt tratteneva per un attimo il fiato e poi rilasciava l’orgasmo sulle sue dita, e il respiro dritto sulle sue labbra, - …la voce è il segreto… - concluse, catturandogli le labbra in un bacio e schiacciandolo contro il muro, accarezzandolo ancora un paio di volte, accogliendo le ultime gocce del suo seme sul palmo aperto.
- …hai barato!!! – fu la prima cosa che Matthew riuscì a strillare, quando ebbe ripreso il controllo dei propri polmoni.
- …che? – chiese Brian, aggrottando le sopracciglia.
- Mi hai baciato! – continuò a strillare lui, gesticolando animatamente, mentre Brian sfilava la mano dalle sue mutande e cercava qualcosa con cui ripulirsi, - Avevi detto niente baci!
- Ti ho baciato solo dopo… - sbottò, infilandosi in bagno per lavarsi, - Il round era già finito.
- Cazzate! – sbraitò Matt, seguendolo dopo aver sistemato i pantaloni alla buona, - Questo non è corretto e non mi sta bene!
- Ooooh, santo cielo, Bellamy! – si lamentò Brian, chiudendo il rubinetto dell’acqua e afferrando un telo di spugna per asciugarsi, - Adesso è il tuo turno e potrai dimostrare tranquillamente di riuscire a battermi senza baciarmi!
- Già! – annuì convinto lui, sbottonando i polsini della camicia…
…e prendendo ad avvolgersi le maniche…
…rigirando il tessuto fra le dita lunghe e delicate, lentamente, sapientemente…
… su, fino al gomito, scoprendo centimetri di pelle, le braccia magre ma affatto ossute…
…sotto lo sguardo apparentemente immobile del proprio uomo.
- Allora! – disse il più giovane, tornando a fissare il proprio compagno con decisione, - Solo mani, no?
Brian deglutì.
Cazzo, Matthew aveva un paio di mani che avrebbero meritato un’assicurazione ancor più del sedere di J. Lo.
…probabilmente stabilire quelle stupide regole non era stata la scelta migliore.
Genere: Comico, Erotico.
Pairing: MatthewxBrian.
Rating: NC-17
AVVISI: Lemon, RPS.
- Brian Molko è furioso! La stupidissima organizzazione degli MTV EMA l'ha costretto a premiare i Muse con il Best Alternative Award, e questo lo manda fuori di sé! Al punto da fare qualcosa della quale potrebbe decisamente pentirsi...
Commento dell'autrice: [Prima di cominciare la stesura] La sfida che mi propongo è: scriverla in non più di un’ora, ascoltando a ripetizione Con-Science dei Muse.
Buona fortuna a me @[email protected]
[Dopo la stesura] Gaaaah XD Di ore alla fine ce ne ho messe due, infatti temo proprio che Con-Science (da un verso della quale ho riadattato l’amabile titolo di questa fic [you slipped away] – e il titolo credo sia davvero l’unica cosa amabile che ha XDDD) sarà la canzone più ascoltata del mese, sul mio Last.fm XD
Insomma, non mi piace granché. È un po’ una porcata random è_é”””” Ma dovevo buttarla fuori da millenni, più di un anno XD, da quando ho letto la frase che ho scritto in apertura, e che è vera XDDD e l’ho associata al filmato della premiazione degli MTV EMA, che è altrettanto vero e che rende quei due canon come non mai <3
…scommetto che quello che ho appena detto non ha alcun senso per voi XD Allora farò un po’ di making of, che fa sempre piacere *-* I making of sono il sale della vita.
Un annetto fa, quando ho cominciato a slashare questi due scimmioni X3 vagavo felice per il forum dei Muse, e per inciso stavo leggendo uno dei mille topic sull’argomento “perché Brian Molko odia i Muse? éoè”. Nessuno riusciva a venirne a capo, continuavano a ripetere “ma i Muse sono così amore éoè Come fa Brian a non amarli?”, senza capire che la ragione è molto semplice ed elementare, si chiama invidia e la proviamo tutti almeno una volta nella vita XD Poi d’improvviso spuntò un tipo dal nulla. Che disse quella frase stupenda che ho quotato all’inizio XD e che tradotta in italiano suona tipo “penso che Molko faccia solo la stronza perché ogni volta che vede Matthew non può evitare di avere un’ENORME erezione” XDDDD E lì la mia vita s’è illuminata XD Tra l’altro in quel periodo stavo anche leggendo Try Something New dell’Happyna, e tutto ha avuto senso d’improvviso XD
Poi, meeeeesi e mesi dopo (praticamente qualche settimana fa), sono riuscita a mettere le manacce sul famoso video degli MTV EMA in cui Brian premia i Muse come Best Alternative Act (e TUTTI dovete vederlo XD Perciò andate qui e lasciatelo caricare, MyVideos è un po’ lento ma dopo una decina di minuti parte XDDDD) e la cosa ha avuto ancora più senso, e oltretutto ha avuto lo stupendo merito di darmi un’ambientazione da usare per ficcare questa dannata cosa dell’erezione che mi perseguitava da quando l’avevo letta XD E questa è stata la genesi dell’opera ù_ù”
Ovviamente, Con-Science non è mia, ma dei Muse, che l’hanno pubblicata nel lontanissimo °_° 1999, nel singolo di Muscle Museum, o almeno così pare *non è sicura perché nel sito ufficiale non c’era* Ed è verameeeeente bella, per quanto assurda *-* *consiglia*consiglia*
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SLIP AWAY

~I think Molko’s just acting bitchy because whenever he sees Matthew he can’t help to have a HUGE hard-on.
Anonymous, on Muse Official Message Board

Si abbatté con forza sul lavandino con entrambe le mani, ben deciso a scardinarlo e sfondare il muro usandolo come arma contundente. Ovviamente, per quanto grande – enorme – potesse essere la sua rabbia, la sua forza non sarebbe mai stata altrettanto potente, perciò il lavandino rimase saldamente piantato sul proprio piede, e quello rimase a sua volta ben piantato fra le piastrelle, sul pavimento, perciò nulla poté scardinarsi e nulla poté essere usato come arma contundente. Di conseguenza, ovviamente, nessun muro riuscì a farsi abbattere.
La cosa lo riempì di disappunto.
Era tanto, pensò pestando un piede per terra, chiedere al mondo una valvola di sfogo?!
Quella era stata la giornata peggiore della sua vita, meritava di sollevare il proprio animo dall’angoscia distruggendo arredamenti pubblici! Lo spirito dell’universo glielo doveva, Madre Natura glielo doveva e, meglio ancora, glielo dovevano i fottutissimi organizzatori degli MTV European Music Awards!
Si abbatté nuovamente sul lavandino, ma nulla, quello rimase ancorato dove si trovava, perciò Brian strinse la presa attorno ai lati del lavabo e si limitò a strizzare la ceramica, senza nessun evidente perché.
Il dramma umano del quale era stato protagonista era cominciato circa una settimana prima.
E siccome Dunja, la sua nuova terapista, era del tutto convinta che l’unico modo che avesse per liberarsi dei propri traumi fosse raccontarli a qualcuno, e siccome lui non vedeva intorno nessuno che potesse stare ad ascoltarlo, smise di far del male al lavandino, incrociò le braccia sul petto e si mise a parlare.
- Tutto è cominciato una settimana fa! – disse ad alta voce, fissandosi riflesso nello specchio lindo appeso al muro, - Questi bastardi mi chiamano e fanno “pensavamo che dovresti consegnarlo tu, il premio per il Best Alternative Act, perché bla bla bla”!
Il riflesso nello specchio mimò il suo stesso bla bla bla e poi rimase in silenziosa attesa del resto.
- Ovviamente mi volevano prendere per cretino! – sbottò Brian, gesticolando animatamente, - Come se io non seguissi la scena musicale alternativa contemporanea! HA! Io ci sguazzo dentro la scena musicale alternativa contemporanea! Gli idioti credevano- credevano che non sapessi che questo dannato premio l’avrei consegnato a quel bastardo di Bellamy!
Si fermò un secondo, osservando il riflesso che gli rimandava occhiate infuriate.
- Ma in fondo che differenza ha fatto?! – strillò, stupendosi della propria idiozia, - Io lo sapevo e sono venuto lo stesso!!!
Mosse qualche passo in tondo, cercando di calmare i bollenti spiriti, e quando gli parve di esserci in parte riuscito tornò a fissare lo specchio.
- Poi ovviamente tutto è peggiorato di minuto in minuto! Mi hanno dato quello stupido microfono idiota incapace di amplificare la mia voce e- e- e- quella vacca di Amy Lee ha pure sbagliato la presentazione! Ma tanto che importa?! – sbuffò il frontman dei Placebo, scrollando le spalle, - A chi importa, se ho fatto la figura peggiore della mia vita?! Se mi sono piegato a consegnare un premio, un premio che io non ho mai ricevuto, tra l’altro, quindi mi chiedo anche perché abbiano chiamato me per consegnarlo!, a quella patetica imitazione di fringuello ululante di Matthew Bellamy?!
Digrignò i denti e passò all’attacco delle piastrelle sul muro, prendendo di mira una crepa fra due mattoncini mezzi spaccati.
- Come se poi io non avessi già i miei problemi, con quel tipo! Guarda qua! – disse al riflesso, aprendo il cappotto e indicando il proprio cavallo dei pantaloni, - Non so neanche perché mi succeda ogni volta! Non è mica un modello di Calvin Klein o chi per lui, è uno sfigatello qualunque proveniente da non-mi-ricordo-che-paesino del Devonshire!!! Eppure… ogni volta che lo vedo… - si interruppe un secondo, mordendosi un labbro e guardandosi con pietà, - …una fottuta erezione, capisci?! Cioè, ma perché?! Neanche mi piace!!!
Si, interruppe, ansante, abbattendosi per l’ennesima volta sul lavandino e dandogli un calcio simbolico, come a specificare che non approvava affatto quella sua fissazione a stare fermo a terra quando lui avrebbe preferito usarlo come una mazza da baseball e rotearlo sopra la propria testa.
Sospirò e si guardò ancora.
Accidenti, era sudato.
Infilò una mano in tasca, alla ricerca di un fazzolettino per asciugarsi, e fu allora che la sentì.
Una risatina stronza.
Conosceva quel suono, lui lo emetteva spesso! Era il verso della vittoria dei galletti da combattimento! Ah, ai bei tempi lui era chiamato ad esibirsi in una danza della vittoria random così tante volte… ma ormai non più, pensò tragicamente…
La risatina tornò a farsi sentire e Brian, esasperato, si voltò verso la fila di porte chiuse dei bagni, pestando violentemente il pedale del cestino della carta straccia, per buttare il fazzolettino col quale nel frattempo s’era dato una ripulita.
- Insomma! – strillò infastidito, - Abbiamo finito di prendere per il culo o no?!
La persona al di là di una delle porte rimase in silenzio per qualche secondo. Poi Brian notò una maniglia che misteriosamente prendeva vita e si apriva da sola, e immaginò che dovesse essere l’uomo sconosciuto che, finalmente, si decideva a venir fuori.
Incrociò le braccia sul petto e attese.
…e quando vide di chi si trattava, d’improvviso realizzò tre cose molto importanti.
Primo, s’era fatto sentire mentre parlava da solo.
Secondo, s’era fatto sentire mentre parlava da solo di erezioni spontanee causate dalla semplice vista di Matthew Bellamy.
Terzo e ultimo, ma non meno importante, s’era fatto sentire mentre parlava da solo di erezioni spontanee causate dalla semplice vista di Matthew Bellamy proprio da Matthew Bellamy.
Ora aveva tre possibilità.
Scardinare un tubo di scarico e strozzarsi.
Srotolare un rotolo di carta igienica e strozzarsi.
Oppure strappare la cucitura pelosa che il suo cappotto aveva sulla schiena e, be’, strozzarsi.
Matthew non gli permise di fare niente di tutto questo, perché si appoggiò con nonchalance ad una porta chiusa e scoppiò a ridere apertamente, indicandolo con l’indice come avesse avuto tre anni e rischiando di soffocarsi perché pretendeva di infilare fra una risata e l’altra apprezzamenti tipo “coglione!” o “sei completamente pazzo!”, per esternare i quali avrebbe avuto bisogno di molto più fiato rispetto a quanto ne avesse.
Brian cercò di mantenere la calma.
Se c’era qualcosa che proprio non doveva fare, era cedere alla tentazione di diventare viola e strillare che era un pidocchioso marmocchio e avrebbe fatto meglio a tornare a giocare con quegli altri due pidocchiosi marmocchi dei suoi migliori amici, se non voleva sculacciate.
- Bellamy… - mormorò, pensando a qualcosa di crudele e tagliente e sprezzantemente intelligente da dirgli.
Matthew lo fermò diventando serio improvvisamente e riprendendo a indicarlo, con più decisione.
- No! – disse risoluto, - Io sono stato costretto ad ascoltare te che sputavi merda sulla mia band per mesi prima di questa sera! Adesso tocca a te ascoltarmi mentre mi lamento!!!
…In fondo era veramente un moccioso.
Brian tornò a rilassarsi contro il lavandino, incrociando più mollemente le braccia sul petto.
- Forza. – disse, scrollando le spalle, - Lamentati, allora.
L’espressione di Matthew cambiò rapidamente, sfiorando tutti i gradi di colore dell’imbarazzo per raggiungere quello rossastro-porpora della rabbia irritata e vagamente offesa.
- N-Non lo so! – disse, sempre indicandolo, - In teoria saresti dovuto scappare con la coda fra le gambe!
- In pratica non l’ho fatto. – ghignò Brian, staccandosi dal lavandino e andandogli incontro, - Quindi adesso tu sei in svantaggio.
Matthew aggrottò le sopracciglia, gonfiando le guance.
- Non ammetto che un tipo che si eccita solo guardandomi mi tratti così! – s’infuriò l’inglese, battendo un piede per terra e fronteggiandolo coraggiosamente.
E lì, l’illuminazione.
- …e come vorresti essere trattato, da un tipo che si eccita solo guardandoti…?
Matthew subodorò il pericolo e prese a indietreggiare verso il muro.
- Molko, non facciamo scherzi! – disse, stringendosi nelle spalle come volesse difendersi.
- Secondo te ho l’aria di uno che vuole scherzare? – ritorse lui, ghignando di soddisfazione quando si accorse che Matthew ormai lambiva il muro con le spalle, e sollevando le braccia per inchiodarlo alla parete.
- Nononononono… - borbottò Matthew, accorgendosi della sua mossa e piegandosi per sgusciare fuori dalla stretta prima che diventasse mortale, - Nono, Molko, questa cosa non funziona… adesso me ne vado…
- Prima devi riuscirci. – ghignò ancora Brian, più malignamente, spostandosi di qualche centimetro e cercando nuovamente di imprigionarlo.
Matthew si libero ancora, scappandogli da sotto il braccio come un bambino.
Brian ne ebbe abbastanza e lo afferrò per il colletto della camicia, riportandoselo fra le mani.
- Bellamy, piantala di fuggire…
- Non intendo stare qui a-
- Oh, povero me! – lo prese in giro Brian, - Guarda in che condizioni sono! – disse, aprendo lentamente il cappotto e osservando con piacere che Matthew non scappava più, ma restava ipnotizzato ad osservare il movimento del tessuto pesante scivolare contro quello più leggero della camicia che indossava sotto, come fosse troppo spaventato o catturato per pensare ad altro. – Ed è tutta colpa tua! Non intendi prendere provvedimenti a riguardo?
- Non è colpa mia se-
- Se sei così carino che ogni volta che ti vedo mi viene voglia di scoparti…? – insinuò malizioso, avvicinandoglisi al punto da poter vedere bene solo i suoi occhi.
- P-Poco fa… hai detto… che non ti piacevo neanche… - balbettò Matthew, cercando di schiacciarsi il più possibile contro la parete.
- Mmmh, la mia terapista dice che ho difficoltà ad ammettere quando mi piace qualcosa… - commentò distrattamente, lasciando scivolare il cappotto per terra e procedendo all’attacco dei bottoni della camicia.
- Non… - deglutì Matthew, - Non puoi fare sul serio…
Gli si avvicinò ancora, sfiorando il suo profilo con le labbra.
- …scommettiamo?
Fu allora che Matthew fece scattare le mani in avanti e lo afferrò per il colletto, rimanendo poi immobile, come non sapesse cosa farsene del suo corpo.
- Spingimi, se vuoi… - sibilò Brian, - Ma non mi scaccerai… - e così dicendo sollevò una mano e sfilò l’orlo della camicia di Matthew dai suoi pantaloni, insinuandosi subito al di sotto del tessuto, divorando coi polpastrelli la sua pelle calda e tremante.
- Molko…! – rabbrividì Matthew, socchiudendo gli occhi e stringendo la presa sulla sua camicia, - Ti sei bevuto il cervello?!
Brian sorrise malevolo, spingendosi contro di lui, schiacciando la propria erezione contro la sua coscia.
- Sono completamente impazzito… - mormorò, catturando il lobo del suo orecchio fra le labbra.
- Ngh… - si lamentò Matthew, piegando il capo come volesse scostarsi, ma senza concludere il movimento, accennando a spintonarlo lontano ma poi rinsaldando la presa sul colletto e attirandolo più vicino a sé.
- Anche tu hai dei problemi ad ammettere quando ti piace qualcosa, vedo… - commentò Brian, scendendo con le labbra lungo il suo collo, lasciandogli addosso una traccia di saliva al passaggio, - Vediamo se non dai di matto anche tu…
Matthew lo lasciò andare, sfiorando il muro con le unghia, cercando un appiglio per fuggire o chissà che, chiudendo definitivamente gli occhi e serrando le labbra.
Brian lo interpretò come un consenso finalmente strappato e gli sbottonò la camicia, chinandosi sul suo petto, saggiando il sapore della sua pelle con baci lievi e fugaci, scendendo giù fino all’orlo dei pantaloni.
- Gesù… - mormorò Matt, poggiandogli entrambe le mani sulle spalle e reggendosi a lui per non cadere, - Ho i brividi…
Brian ghignò, sciogliendo velocemente la fibbia della cintura e sbottonando i jeans, per poi costringerli a scivolare lenti lungo le gambe dell’altro uomo, obbligando i boxer a fare lo stesso subito dopo.
- A-Aspetta… - implorò Matthew, schiudendo le palpebre solo per un secondo, giusto il tempo di rendersi conto che Dio, stava davvero per farlo.
- No. – rispose Brian, e gli si avvicinò deciso, prendendolo fra le labbra con naturalezza e lasciandolo scivolare in bocca ora lentamente, ora più velocemente, accompagnando il movimento con la lingua, lasciandolo uscire fino al limite, chiudendosi come uno sfintere al suo passaggio e riaprendosi senza troppe resistenze quando lui premeva per rientrare.
- Cristo…! – mormorò Matthew, spostando una mano dalla spalla alla nuca, costringendolo ad avvicinarsi il più possibile, per ingoiarlo in tutta la sua lunghezza, ed allentando subito la presa quando lo sentì mugolare di sorpresa.
- Cavolo se ti diverti, tu, eh? – ridacchiò Brian, separandosi da lui e rimettendosi in piedi, - Ma hai troppa fretta, e questo non va bene… senza contare che anche io voglio la mia soddisfazione…
Matthew lo guardò, mordicchiandosi l’interno della guancia, come stesse soppesando le varie possibilità che aveva.
Alla fine, sembrò scegliere quella di cogliere la sua sfida, perché attaccò a sua volta la cintura dei suoi pantaloni e fece per inginocchiarsi sul pavimento, ma Brian lo fermò, afferrandolo per un braccio ed obbligandolo a rimettersi dritto.
- Io non sono così facile da accontentare, Bellamy… - disse maligno, sottintendendo quanto disprezzo provasse per lui, che invece sembrava soddisfarsi davvero con poco – ma non era poco, non era affatto poco quello che quell’uomo era in grado di fare con una lingua e un paio di labbra… - Voltati.
- Cos-
Lo costrinse a girarsi con uno strattone davvero poco delicato, schiacciandolo contro la parete e godendo del brivido che gli vide scorrere sulla pelle, quando venne a contatto col freddo della ceramica che rivestiva il muro.
- Aspetta! - ripeté ancora una volta Matthew, - Io non ho mai-
- Avanti, Matt… - bisbigliò lui, avvicinandosi fino a sfiorarlo con la cintura, - Non farmi dire cose scontate tipo “c’è sempre una prima volta”… vedrai, ti piacerà…
Infilò due dita in bocca, leccandole fino alla base, mentre Matthew lo guardava con un’espressione mista di terrore e confusione, e poi tornando ad appoggiarsi contro di lui, insinuandole fra le sue natiche mentre con l’altra mano avvolgeva la sua erezione e prendeva a masturbarlo con esasperante lentezza.
- Pronto…?
Matthew scosse il capo e strizzò gli occhi, ma quando appoggiò la fronte contro la parete Brian lo vide annuire impercettibilmente e, nel momento stesso in cui un piccolo scatto sotto la pelle della sua guancia gli fece capire che aveva stretto i denti, forzò la sua apertura con un dito, spingendolo lentamente fino in fondo.
- Ahn… - si lamentò Matthew, tendendo il collo e inarcando la schiena, - Dio…
- Sssh… - sussurrò Brian, pressando con forza le labbra sulla parte tesa fra collo e spalla e succhiando avidamente, - Poi ci si abitua… - lo rassicurò, muovendo il dito avanti e indietro dentro di lui.
- Brian… - mormorò l’inglese, cercando di andare incontro alle spinte della sua mano, per sentir meno il fastidio, - Fai in fretta…
- Mmmmh, odio andare di fretta… - ribatté lui, mordicchiandogli la spalla e massaggiando il suo pene con maggior lentezza, - Ma in effetti siamo in un bagno pubblico alla fine di una premiazione con centinaia di ospiti… quindi è il caso di sbrigarsi.
Si separò brevemente da lui, inumidendosi il palmo della mano con la lingua e poi ricoprendo di saliva anche la propria erezione, prima di avvicinarla nuovamente all’apertura di Matt.
- Sei con me…? – gli bisbigliò all’orecchio, stringendolo per i fianchi.
Matthew annuì, respirando pesantemente.
Brian gli si spinse addosso, entrando dentro di lui con un movimento lento ma deciso, cercando di non forzarlo con troppa violenza. Matthew tornò a inarcarsi contro di lui, digrignando i denti per il dolore.
- Dio, Matt, è bellissimo… - mormorò contro la sua pelle, stringendolo fra le braccia quasi volesse cullarlo, o consolarlo, - Resisti ancora un po’…
- Cazzo… - sputò fuori Matthew, a fatica, il fiato che si spezzava ad ogni spinta di Brian, - Fa male…
- Lo so, lo so… - continuò Brian, baciandolo attorno al collo e poco più in basso, all’inizio della spina dorsale, - Resisti, resisti, poi ti abitui… Cristo, mi fai impazzire…
- Brian… - lo chiamò Matthew, cercando le sue mani per indirizzarle di nuovo verso la sua erezione.
Lui colse l’invito, avvolgendolo di nuovo fra le dita e riprendendo a masturbarlo, ora con più decisione, accompagnando ogni spinta con un movimento della mano per la sua lunghezza, cercando di muoversi in armonia per compensare il dolore col piacere, per quanto possibile.
- Ci sono, Matt… - disse dopo un po’, addentando con voracità la pelle del collo e stringendo con più forza la sua erezione, - Sei stato bravissimo, ci sono quasi… muoviti, muoviti…
E Matthew non se lo fece ripetere ancora, strinse gli occhi e i denti e gli andò incontro, una, due, tre volte, fino a quando non lo sentì stringersi di più contro di lui e penetrarlo più profondamente, per poi sbottare in un ansito di piacere e accasciarsi sulla sua schiena, mentre le sue ultime carezze lo aiutavano a venire a propria volta.
Rimasero entrambi ad ansimare contro il muro, cercando di riprendere fiato e reggersi sulle gambe senza crollare esausti sul pavimento.
- …mai più, Molko! – si lamentò Matthew, quando riuscì a ritrovare abbastanza aria per parlare, - Dio! Sei veramente allucinante!
Brian gli ridacchiò addosso, facendogli scorrere brividi caldi lungo tutta la schiena.
- Mai più, Bellamy? Eppure mi pare ti sia piaciuto, dopotutto…
Matthew strinse i denti e si staccò dal muro con un colpo di reni, spingendo lontano anche Brian.
- Come sei stupido! – commentò l’inglese, risistemandosi i vestiti, - Sei contento, adesso, vero? Hai ottenuto la tua piccola vendetta personale!
Brian sbuffò, sistemandosi a sua volta e ravviandosi i capelli con una mano.
- Sei tu lo stupido, Bellamy… non hai capito niente…
- Sì, sì, certo! – sbottò Matthew, con un atteggiamento di ribellione infantile tale che Brian pensò avrebbe tirato fuori la lingua da un momento all’altro, - Puoi anche raccontarmi balle, se vuoi! Tanto alla fine lo sappiamo, chi ha vinto!
Brian lo fissò, inarcando le sopracciglia.
- Ovvero?
Matthew sogghignò e si diresse verso il bagno da cui era uscito, rientrandovi e uscendone nuovamente subito dopo...
…recando in mano il suo stupido premio a molla.
- Io! – disse gioioso, esibendo il trofeo, mentre Brian restava ipnotizzato dal ritmico ondeggiare del coso a destra e a sinistra.
- Sai, Bellamy? Forse hai ragione. – disse infine l’uomo, facendo scrocchiare le nocche, - Credo che dovrei vendicarmi.
Matthew si tirò indietro, improvvisamente spaventato dalla nuova furia che riusciva a leggere nei suoi occhi.
- Ma non sarà certo scopandoti, che lo farò! – ringhiò infine Brian, abbattendosi per l’ennesima volta sul lavandino…
Genere: Comico, Demenziale, Parodia.
Pairing: MatthewxBrian. ...che lo dico a fare "in un certo qual modo"? X'D
Rating: R
AVVISI: Boy's Love, CrackFic, RPS.
- Se c'è una cosa che Matthew ha imparato nei brevi mesi di convivenza che ha vissuto con Brian, è che ci sono degli sguardi di cui si fa meglio ad avere paura. E questa sera Brian sembra avere proprio uno di quegli sguardi lì...
Commento dell'autrice: Aaaw <3 Ok, dunque, siamo seri XD Tanto per cominciare, questa fanfiction è nata nel momento in cui Sanny mi ha passato questo filmato totalmente amabile in cui Brian esce dall'albergo a Brescia e si ferma un attimo davanti alla folla osannante per... fotografarla XD Ho passato praticamente una nottata a domandarmi per quale accidenti di motivo Brian dovesse voler fare una cosa del genere (e io MI RIFIUTO di pensare che abbia tipo una parete tappezzata di foto da guardare pensando "ah, quanta gente mi ama *____*!!!"), e questa è tipo la brillante spiegazione che ho tirato fuori dalla nottata di riflessione XD Sì, che dovete temermi non è una novità XD
Dedicata alla Sanny perché senza di lei non sarebbe mai nata <3
Brian, ti amiamo tutti ç_____ç
(E un ringraziamento doveroso alla Lemmina, assieme alla quale ho pseudo-ideato il dialogo finale fra Matt e Bri XD)
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SMILE, BRIAN IS TAKING PHOTOS!!!
Song #98. Pictures

Ossignore.
Dopo appena due mesi di gioiosa convivenza – partita nell’angoscia, ripetendosi in maniera quasi ossessiva “lo conosco da una settimana!!! Che ci faccio in casa sua?!”, e poi sfociata nell’accettazione rassegnata, ammettendo “in fondo mi conosce da una settimana anche lui e questo non gli impedisce di trotterellare allegro per casa chiamandomi ‘Matty’ come fossimo entrambi bimbi di due anni” – Matthew Bellamy non poteva ancora dire di sapere tutto del suo amante, Brian Molko.
Ma di sicuro poteva affermare con assoluta certezza di saper riconoscere certi sguardi.
Brian aveva degli "sguardi base", che Matthew era profondamente convinto fosse fondamentale conoscere, per una questione di pura autodifesa. Perché Brian sapeva come essere pericoloso. E non nel senso inquietante ma ammiccante e dunque piacevole del termine. Proprio nel senso spaventoso e crudele. Nel senso argh.
C’era lo Sguardo Del Sesso Strano, sottile e allusivo, brillante come quello dei gatti, terribilmente sexy, che ti faceva gridare mentalmente “AAAAAAH! TRAPPOLA!!!” e subito dopo “CI CASCHERO’!” con tanta entusiastica convinzione da farti sentire un maniaco sessuale più di quanto non fosse Brian stesso.
C’era lo Sguardo Del Proviamo A Cucinare, sbrilluccicoso e stupidamente felice, come quello dei bimbi, che era male puro – soprattutto perché Brian non era in grado di cucinare e utilizzava i fornelli come una parentesi fra un divertimento e l’altro o, peggio ancora, come un preliminare allo Sguardo Del Sesso Strano.
C’era lo Sguardo Dell’Usciamo Tutti Insieme, implorante e lacrimoso e dotato di Broncio Carino Capace Di Intenerire Perfino Il Cuore Più Duro, che costringeva a bighellonare felicemente per i pub di mezza Londra ubriacandosi come hooligan e finendo a fare Altro Sesso Strano in qualche anfratto buio, umido e sporco nel quale si sarebbero svegliati entrambi l’indomani mattina chiedendosi cosa diamine fosse successo e per quale motivo ci fosse un sacchetto della spazzatura aperto e svuotato e con dei fori sospetti un po’ ovunque.
E c’era anche lo Sguardo Del Proviamo A Scrivere Qualcosa Insieme, deciso e autoritario, spesso accompagnato da un’agendina rosa confetto e una penna fuxia al profumo di fragola, che era uno degli sguardi più temuti in assoluto, dato che conduceva a un momento di lirica e idiotissima commozione ogni volta che Brian se ne usciva con un “nella prossima canzone che scrivo ti dedico un verso romantico random”, che poi ovviamente portava a fare Ancora Sesso Strano in qualche metro di casa fino a quel momento non battezzato in tal senso.
…sì, in effetti era inquietante come tutti gli sguardi di Brian finissero per coincidere col sesso.
Ecco perché Brian poteva essere pericoloso nel senso argh del termine; era chiaro che in realtà non fosse un essere umano, bensì una pianta carnivora perversa intenzionata a succhiare la sua linfa vitale e ridurlo come uno di quegli omini monodimensionali tutti rinsecchiti che volano via col vento assieme alle balle di fieno nei cartoni animati!
Quella sera, comunque, sembrava essere arrivato il momento di imparare qualcosa di nuovo su Brian. Una nuova sfumatura nel suo sguardo.
Sollevò lo sguardo dal giornale e lo vide lì, in piedi davanti al letto, le gambe semidivaricate e le mani posate sui fianchi, la curva della vita morbidissima appena intuibile sotto la maglia nera.
- No, dico… - mormorò incredulo il cantante dei Placebo, - lo stai leggendo?
Matthew sospirò e pensò che se avesse avuto degli occhiali sarebbe stato divertente calarseli sul naso come un vecchio nonno e osservare la piega che avrebbero preso le labbra di Brian in una smorfia disgustata.
- Be’, sai, uno può avere degli interessi, a volte.
Brian si chinò appena, sorridendo malizioso, e si arrampicò sul materasso, avanzando come una leonessa fra le lenzuola, mentre con una mano afferrava il giornale e lo tirava verso il basso per toglierlo di mezzo.
- Mmmh, se questi interessi non comprendono il sottoscritto non sono ammessi.
Matt si tirò indietro, appoggiandosi contro lo schienale del letto e forzandosi a non sorridere e mantenere un cipiglio serio e sicuro di sé.
- Siamo in fase egocentrica, vedo. – commentò, puntellandosi il mento con l’indice, - Sì, i bambini la attraversano intorno al primo mese di vita, è normale.
Brian ridacchiò – amava sentirsi dare del moccioso, era per questo che si comportava in quel modo, ed era una delle poche cose che Matthew aveva imparato a capire con la convivenza – e poi si sedette al suo fianco con un tonfo lieve, appena percepibile.
- Mi annoio… - mugolò, spingendoglisi addosso e strusciandosi in cerca di coccole.
Sì, un paio d’occhiali da far scivolare sul naso sarebbero decisamente serviti.
- Brian… - articolò il cantante dei Muse, piegando in due il giornale e riponendolo sul comodino, - tu sei tornato un’ora fa da Madrid. Io sono tornato un’ora fa dalla Warner. Non puoi davvero avere voglia di farlo, mi rifiuto di crederlo!
Brian ridacchiò ancora, stringendosi nelle spalle.
- Se solo fossi un po’ meno distrutto, - disse, ripiegando il capo sulla spalla di Matthew, - questa frase mi avrebbe convinto che era proprio il caso di fare sesso. Fortunatamente o sfortunatamente per te, sono davvero stanco e non era con queste intenzioni che mi ero avvicinato, perciò… - si interruppe un attimo, lanciandogli uno sguardo brillante, entusiasta e vagamente malefico, - che ne dici di fare qualcos’altro?
Ah-ha! Ci aveva visto giusto! Gli stava proprio propinando uno sguardo nuovo!
Matthew incrociò le braccia sul petto e sbuffò una mezza approvazione, aspettando di vedere a che cataclisma associare quella nuova scoperta, e osservò Brian battere le manine e illuminarsi in viso, saltando giù dal letto per sparire oltre la porta della camera da letto, in corridoio, in direzione dello stanzino.
Quando Brian tornò, portava con sé, fra le braccia, una tale quantità di enormi, immensi, mastodontici album di fotografie, che dietro quella montagna di carta e cartoncino lui neanche si vedeva. C’era solo questa gigantesca pila di libroni, che caracollava felice verso il letto, minacciando una caduta e un conseguente terremoto da un momento all’altro.
- Brian… - lo chiamò Matt, svoltolandosi dalle lenzuola per correre in suo aiuto.
- A posto, a posto! – pigolò lui, allegro come un fringuello, raggiungendo finalmente il letto e rovesciando sulle coperte l’immenso ammontare di album, - Ecco quello che voglio fare!
- …rivangare i vecchi ricordi? Non ti fa bene, Bri, poi ti accigli e ti vengono le rughe.
Brian si limitò a scoccargli un’occhiataccia di rimprovero, causando le sue risatine, e poi si lasciò cadere morbidamente al suo fianco, afferrando uno dei libroni e incrociando le gambe per appoggiarlo sulle ginocchia.
- Non sono foto mie. – puntualizzò l’uomo, aprendo l’album e sollevando con cura la carta velina che proteggeva la prima pagina di foto, - Sono del mio pubblico!
- Ah, sì! – sospirò Matt, alzando gli occhi al cielo, - Questa tua abitudine idiota…
- Non è un’abitudine idiota! Mi piace fare le foto alla folla che mi aspetta quando esco dall’albergo!
- Mi sono sempre chiesto perché… me lo spieghi?
Il sorriso entusiasta sul volto di Brian si trasformò all’improvviso in un ghigno malefico, mentre batteva un paio di volte l’indice su una foto e scrollava appena le spalle.
- Mi piace riguardarli dopo e pensare a quanto sono ridicoli.
Matthew spalancò gli occhi. E con gli occhi spalancati continuò a fissarlo, mentre il proprio cervello faceva tutta una serie di connessioni, riportava alla luce certi avvenimenti passati e comprendeva che un’affermazione simile era del tutto inaccettabile.
- Come?!
Brian sghignazzò felice, abbassando lo sguardo sulla prima foto e lasciandosi andare ad un pfft di derisione pura.
- Be’, sì! Insomma, guardali! Questo è il primo album che ho, è del novantasei…
- …Brian, sarebbero tipo tuoi fan questi!
Lo sguardo che Brian gli lanciò gli diede l’esatta misura di quanto capisse la rimostranza.
Ovvero per niente.
E la cosa lo offese indicibilmente.
- Dunque? – chiese infatti, sbattendo le ciglia come un cerbiatto.
- …dunque è gente che ti ama! – protestò, gesticolando, - E nel novanta percento dei casi ti rispetta, anche! E tu… tu…!
- No, ma Matty, li hai visti?
- Non è una questione di-
- Oh, Matt, che è una questione di. Coraggio, dai un’occhiata. – lo incitò, aprendogli l’album proprio sotto il naso.
Controvoglia – e lievemente spaventato dalla possibilità di vedere cose che avrebbe preferito rimuovere – Matt guardò.
E nella prima, confusionaria foto, il suo sguardo venne attratto da un ragazzino dall’aria familiare, che all’epoca avrà avuto non più di quindici anni, e che andava in giro con un giacchetto peloso rosso in tutto e per tutto uguale a quello che Brian indossava nel video di Teenage Angst.
- Ossignore… - disse a mezza voce, arrossendo furiosamente, sporgendosi per guardare meglio mentre Brian rideva e commentava “Visto che è questione di?”.
Chiuse di scatto l’album, lanciandolo ai piedi del letto tra i gridolini concitati di Brian che lo pregava di far piano, perché erano pezzi d’antiquariato.
- Quello che stavo cercando di dire, Brian, - disse, tentando di riacquistare la calma, - è che sono esseri umani che meritano rispetto a prescindere da come si vestano e a prescindere che vengano o meno ai tuoi concerti! – s’infervorò, sbuffando sonoramente.
- Ah, non capisco perché tu te la stia prendendo tanto! – sbottò Brian, afferrando un altro volume dalla pila ormai disgregata sul materasso e aprendoselo sulle gambe, - Fino a quando è gente che non conosco, non vedo perché dovrebbe fregarmene qualcosa.
- Gente che non… - annaspò Matthew, osservandolo sfogliare l’album con noncuranza, - Brian, sono loro che ti hanno permesso di diventare quello che sei oggi! Loro, col loro amore, e la loro devozione, e-
- Sono balle, Matt! – rispose tranquillamente Brian, inarcando le sopracciglia con supponenza, - Io sono sempre stato quello che sono oggi.
- Non intendevo in questo senso! – protestò Matt con veemenza, - Se oggi sei famoso e pieno di soldi lo devi a n- a-a-a loro!!!
Brian lo osservò con interesse, come volesse cercare di capire cosa diavolo gli frullasse nella mente. Matthew si augurò che non ci arrivasse, e tirò un sospiro di sollievo quando lo vide sbuffare, scrollare le spalle e tornare a immergersi nella complicata operazione dello spulciare le varie foto d’epoca senza rovinarne alcuna, dimentico di tutto il resto.
Ma fu un momento di effimera pace, breve quanto illusorio. Quando lo sguardo gli cadde sulla pagina che Brian stava osservando, notò un’altra di quelle cosa che avrebbe preferito chiudere a chiave in un baule da gettare sul fondo del Tamigi: un altro ragazzino familiare. Diciassette, massimo diciott’anni. Una sgargiante magliettina rosa con la stampa “Nancy Boy” in fucsia glitterato sul petto e pantaloni di pelle nera attillati e dalla vita talmente bassa che s’intravedevano le mutande subito sotto – rosa e glitterate anch’esse.
Signore, signore, signore benedetto!!!
- BRIAN! – strillò all’improvviso, per richiamare la sua attenzione.
Brian sollevò lo sguardo e lo fissò stupito, chiedendosi probabilmente per quale motivo il proprio amante avesse deciso di passare la serata a sclerare come una donnetta isterica.
Matthew si rese conto di non avere nulla da dire e andò nel panico.
- Cioè… - abbozzò, guardandosi intorno terrorizzato, - G-Guarda questa foto!!! – disse, voltando pagina all’improvviso e puntando l’indice sulla prima fotografia che trovò, cercando di distrarre Brian dall’altra, - Non sono proprio ridicoli?
Brian ghignò, mostrando i denti.
- Hai visto, Bellamy? Anche tu sei stregato dal fascino della presa per i fondelli!
L’unica cosa che mi strega è il terrore che tu possa riconoscere la mia faccia in mezzo al marasma, mettere in moto i neuroni, fare due più due e ridere di me fino alla fine dei tuoi giorni!
- Per esempio, guarda questo. – continuò seriamente Molko, grattandosi il mento con due dita, - Non so per quanti secoli ho parlato con Stef di questa maglietta a pois, dopo la fine del concerto! Era semplicemente indecente!
Maglietta a pois…
- Poi questi pallini verde acido sul porpora stavano veramente ma veramente male…
Verde e porpora…
- Per non parlare dei pantaloni di lino a righe orizzontali colorate stile “non-avevo-cosa-mettere-perciò-ho-frugato-un-po’-nell’armadio-da-hippy-della-mamma-e-questo-è-ciò-che-ho-pescato”!!!
Pantaloni, righe orizzontali, hippy, mamma, argh!
Afferrò l’album e lo richiuse con un colpo secco, lanciandolo così lontano che per poco non cadde sul pavimento del corridoio.
- Matthew! – lo sgridò Brian, sconvolto, - Se quando lo recupero vedo che ha anche solo un minuscolo strappo, giuro che ti metto lì a incollarlo con lo scotch per tutta la notte!!!
- Oh, come la fai grossa…! – cercò di sminuire lui, - Sono solo un paio di metri!
Brian sbuffò contrariato, e si piegò per raggiungere e recuperare il terzo album.
E il cervello di Matt esplose.
Sulla copertina campeggiava orgogliosa la scritta 2000.
Duemiladuemiladuemila…
Del duemila ricordava il tour dopo Showbiz, ovviamente.
Duemiladuemila…
E il lavoro sfiancante a Origin Of Symmetry.
Duemila.
E Taste In Men.
Come la quasi totalità della popolazione pseudo-pre-post-adolescente di quel periodo.
Ad ottobre, alla Brixton Academy, c’era pure lui.
…con un dannatissimo paio di pantaloni di velluto a costine viola e la camicia coi volant rossi PEGGIORE dell’universo intero.
E i capelli di Bliss, chiaramente.
- Brian, tesoro! – gridò, saltandogli letteralmente addosso e facendo capitombolare l’album lungo il fianco del letto, fino al pavimento, - Non senti anche tu improvvisamente freddo?
Brian spalancò gli occhioni e lo fissò, confuso.
- Matthew, ma sei sicuro di stare bene…? – chiese in un soffio, - Mi sembri strano…
Matthew non perse tempo prima di annuire con decisione.
- Certo che sto bene!!! È che tu sei… sei… - oddioddioddio tira fuori qualcosa immediatamente!!! – sei così sexy che è impossibile resisterti!!!
L’altro lo guardò storto, inarcando le sopracciglia e osservandosi attentamente subito dopo. Indossava un paio di pantaloni grigi in tessuto vagamente spugnoso e una maglietta comprata a Disneyland quando aveva tipo diciott'anni. E Brian Molko aveva un'altissima opinione di sé, ma in quel preciso istante non si sarebbe dato del sexy neanche se fosse stato eccitato come un mandrillo.
- Decisamente hai qualcosa che non va. Non me la racconti giusta. – constatò, scrollandosi Matt di dosso come un vecchio scialle e rimettendosi seduto, gambe e braccia incrociate.
- Che c’è?! – saltò su Matt, spaventato dalla possibilità di veder crollare la sua blanda difesa, - Non posso trovarti sexy?! Io ti trovo sexy! E quindi?!
- Matthew… - sospirò Brian, inclinando il capo, - sentirmi amato è stupendo, sai, ma a parte il fatto che Dio, hai visto come sono conciato?, tu non sei esattamente il tipo da dirmi “sei sexy” e saltarmi addosso in questo modo…
- Comecome?! Che dici?!
- È vero… - annuì Brian, come a darsi ragione da solo, - A parte il fatto che generalmente sono io a dover saltare addosso a te… - mugugnò, quasi deluso, - le rare volte in cui sei tu a prendere l’iniziativa… non sei granché loquace
- Loquace!!! – scattò Matt, percependo nella propria voce una nota isterica che lo terrorizzò, - Io sono loquacissimo! Io loquo di continuo!!! Sono l’essere più loquace dell’intero universo!!! Mi senti, come loquo bene?!
- …ok. – concluse Brian, sbattendo un paio di volte le palpebre, - Se anche prima non ne fossi stato certo, direi che adesso non ci sono più dubbi. Tu hai dei problemi. Gravi. Parliamone.
- Il mio problema – sbottò Matthew, evitando il suo sguardo, - è che tu sei un… un essere crudele che non mostra rispetto per chi lo ammira!
Brian dischiuse le labbra, fissandolo con occhi enormi.
- Ma si può capire perché continui a tirare fuori quest’argomento? Guarda che siamo passati avanti…
- Non c’entra! Non parlavo dei fan! – si difese concitatamente, sentendosi come se stesse cercando di aggrapparsi alla superficie di uno specchio, - Parlavo di me! Non rispetti me!
- Matthew, santo cielo, mi sei saltato addosso dopo che mezz’ora fa sei sbottato in un surrogato di “ho mal di testa” per evitare che fossi io a saltarti addosso! Scusami se voglio vederci chiaro!
- Io non ho mal di testa!
Il cantante dei Placebo sospirò, picchiettando con l’indice sull’interno del gomito.
- Okay. – disse infine, - Te lo concedo. Ma adesso sono stanco e molto seccato da tutto questo, perciò lasciami prendere i miei album e fammeli sfogliare in santa pace, prima che…
Matthew rabbrividì.
E Brian se ne accorse.
Lanciò un’occhiata agli album.
E di nuovo al suo uomo.
- Prima che… - ripeté, allungando una manina titubante verso uno dei libroni.
Matthew deglutì.
Brian ghignò.
- AHA! – rise, - Ci sono!
Ossignore, ossignore!!!
- C’è qualcosa negli album!
Mio Dio!
- C’è qualcosa che non vuoi vedere! O peggio… qualcosa che non vuoi che io veda!!!
È la fine! La fine di tutto!
Brian spalancò un volumone a caso e puntò il dito su una foto a caso e su un ragazzo a caso, e quel ragazzo a caso era Matthew.
Grazie, signora Sfiga! Mi ricorderò di te, quando il mondo sarà preso dagli alieni!
- Ta-dah! – strillò, felice come avesse vinto un premio, - Adesso è tutto più chiaro! Ossignore, Matthew! Che razza di camicia tutta trine è questa?!
Il periodo trine e merletti!!! Dio, il periodo trine e merletti non l’avrebbe mai abbandonato!!!
- Sei anche qui!!! Perché hai una parrucca emo?!
Non era una parrucca emo, erano i suoi dannatissimi capelli!
- Matthew!!! Ma hai una maglietta con la mia faccia qui! Dio, che orrore!
E dire che lui se l’era fatta stampare con tanto affetto…!
- Santo cielo, ma sei ovunque! Abbiamo fatto centinaia di concerti e tu sei o-vun-que!!!
Bene.
Sarebbe stato sfottuto a vita.
A vita!!!
Sfiancato e depresso, si lasciò andare contro il materasso, mugolando di dolore.
Fra una strizzata di palpebre e l’altra, poté vedere Brian illuminarsi e sorridere malefico una volta di più.
- Ora che ci penso… devo giusto controllare le foto che ho fatto a Brescia… - sibilò in un ghigno, - Tu non c’eri mica, eh, Matt…?
Mentire non aveva senso.
Ma Matthew lo fece comunque.
- No che non c’ero. – disse, privo della benché minima convinzione, coprendosi gli occhi con entrambe le mani.
Brian ridacchiò felice, pregustando la quantità enorme di prese in giro che avrebbe potuto organizzare ai suoi danni quando l’avesse visto immortalato nelle foto con qualche altra mise assurda.
Ma nulla di ciò che aveva preventivato avvenne. Tanto che appena Matt si accorse del suo prolungato e attonito silenzio, si costrinse a liberare gli occhi dal braccio che li copriva, per lanciargli uno sguardo e assicurarsi che fosse ancora vivo e integro.
E Brian probabilmente era vivo, ma di sicuro non era integro.
Fissava inorridito una foto appena tirata fuori da una busta gialla, le labbra dischiuse e gli occhi spalancati.
- ...questo è... è il massimo...
Matthew tornò a coprirsi gli occhi.
Ricordava come s'era presentato al concerto di Brescia.
- E' proprio il massimo... - continuò Brian, disgustato, - Non ho mai visto niente di peggio... tutti i vestiti che hai usato le altre volte, in confronto erano... dignitosi!
Matt si lasciò sfuggire una risatina.
In realtà, la semplice maglietta nera e i jeans chiari che indossava a Brescia erano probabilmente le cose più normali che avesse mai messo per un concerto.
Solo che...
- No, dico come hai osato presentarti a un mio concerto con la maglietta dei Muse?! - strillò Brian, offeso a morte, sventolandogli la foto davanti al viso, - Guardati! Tutto arzillo e sorridente fuori dall'albergo mentre sfoggi quel... quell'orrore!!!
- Bri... - mormorò, tornando a coprirsi gli occhi con l'avambraccio, - io vengo per supportarti, perché ti amo. Dovresti esserne orgoglioso, invece di lamentarti! C'era un uomo con la maglietta dei Muse... a un tuo concerto!
- Demente! - protestò Brian, fissando la foto e poi lui come volesse stracciarli entrambi in due, - Primo: perché avere un uomo con la maglietta dei Muse a un mio concerto dovrebbe rendermi orgoglioso?! Mica significherebbe che avrebbe smesso di ascoltare la pseudo-musica che fate per seguire la giusta via!
Matthew mugolò un dissenso, qualcosa di troppo simile a un "Proprio tu parli di pseudo-musica?" perché Brian potesse prenderlo davvero in considerazione.
- E poi, santo cielo, quello mica è un uomo random! Sei tu!!! Cosa me ne faccio di un te con una maglietta dei Muse a un mio concerto?! E' delirante!
Matthew si rigirò sullo stomaco, sentendosi morire di stanchezza.
- Senti, Brian. - disse esasperato, - Sinceramente non lo so. Volevo solo evitare che mi vedessi conciato in quel modo, ma se devo dire la verità ora che hai visto tutto mi sento anche meglio... sono più libero, capisci?
- No! L'unica cosa che è cambiata da prima ad adesso è che ora ho la prova fisica che idiota lo sei sempre stato e non è colpa mia, come la stampa si ostina a dire!
- Oh, be', se ti fa piacere metterla in questi termini... - disse Matthew, ormai talmente stanco che, se anche Brian gli avesse proposto di appendersi per le mutande fuori dal balcone, si sarebbe limitato a rispondere "ci farò un pensiero, Bri", per poi piombare nel sonno, - Io preferisco pensare che adesso siamo pari. D'altronde, io conosco tutte le oscenità che hai usato per concerti e interviste nel tuo passato... era frustrante che tu non conoscessi le mie. Ero sempre agitato e spaventato! Ma adesso non più!
- Matthew, ma i miei vestiti li conoscono tutti, mica li conosci solo tu! Le tue oscenità invece sono solo mie! E' un peso troppo grande perché possa portarlo da solo! Permettimi di dividerlo col resto del mondo!
- Mai!
- Ma Matt-
- Li brucio! Li brucio tutti! - lo minacciò duramente, scoccandogli un’occhiata infuocata da sotto il braccio, - Sei avvertito!
Brian abbassò lo sguardo, mugugnando indispettito.
Poi sul suo volto si aprì l'ennesimo sorriso crudele, e Matthew riconobbe lo Sguardo Dell'Adesso Ti Dico Una Cosa Orribile Per Concludere La Serata In Bellezza.
- In ogni caso è incredibile, Bells... nei vostri magazzini restano così tante magliette che siete costretti a comprarvele da soli e andarci pure in giro per farvi pubblicità ai concerti altrui...?
Matthew si sollevò appena dal cuscino, guardandolo attentamente.
Poi sorrise a sua volta. Lo stesso identico sguardo crudele riflesso negli occhi.
- Sai, Brian... la cosa veramente divertente non è che tu scatti foto ai tuoi fan per prenderli in giro quando hai una serata libera... ma che loro continuino a venirti a vedere nonostante l'età!
E dopo aver sganciato la bomba, tornò ad accomodarsi placidamente sul materasso, sprofondando quasi immediatamente nel sonno, mentre ancora sentiva sempre più deboli le urla di Brian che strepitava "a chi hai detto vecchio, dannato moccioso merlettato?!".
Sì, magari i merletti l'avrebbero perseguitato per sempre.
Ma mai quanto quei dannatissimi cinque anni in più avrebbero perseguitato Brian da quel momento in poi!
Genere: Comico, Demenziale, Parodia.
Pairing: MatthewxBrian. Be', sì XD
Rating: R
AVVISI: Boy's Love, CrackFic, RPS.
- Una notte, Matthew si sveglia d'improvviso e chiede al suo uomo se pensa che sia gay o bisessuale. E questo è solo l'INIZIO del disastro.
Commento dell'autrice: Avete assistito alle nuove quasi-dieci pagine di follia made by liz ^___^ (come se ne sentiste il bisogno…).
Anyway, è tutto vero >O< Matthew è gay. Non può essere altrimenti!
Nah, si scherza :D
Grazie alla Nai per il betaggio >.<
Dedicata con affetto enorme a Bea, che illuminandomi sulla palese gayezza (o era gaytudine?) di Supermassive Black Hole mi ha aperto un nuovo mondo çoç E all’Ele, perché… siamo in sintonia in questo senso <3
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