rp: gerard piqué

Le nuove storie sono in alto.

Genere: Introspettivo, Erotico.
Pairing: Bojan Krkic/José Mourinho, nominati/accennati/presenti in qualche modo Bojan Krkic/Pep Guardiola, José Mourinho/Zlatan Ibrahimovic, Pep Guardiola/Zlatan Ibrahimovic. Troiaio, we haz it.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Angst, Lemon, Slash, Outdoor!Sex.
- "Guarda, io non voglio infrangere i tuoi sogni né ammazzare a sprangate la tua fiducia nel mondo, ma Mourinho sta cercando di rimorchiarti."
Note: Questa storia è nata dalla suggestione visiva della mia icon e di quella della Jan che si susseguivano ossessivamente su Twitter. Pareva che si guardassero, e la cosa mi turbava profondamente. Cioè, dovevo scriverci su. Ed a darmi un pretesto ci ha pensato il mio cervello, spruzzando ovunque Pep, Zlatan e tutta una serie di altre robe di cui non ha senso parlare adesso, perché tanto le troverete all'interno della storia, se avrete voglia di leggerla.
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Easier Than The Truth


– Guarda, io non voglio infrangere i tuoi sogni né ammazzare a sprangate la tua fiducia nel mondo, ma Mourinho sta cercando di rimorchiarti.
Bojan guarda Thierry, poi la vodka alla fragola che gli è appena stata poggiata sul tavolo senza che lui avesse bisogno di ordinarla, poi Mourinho, qualche tavolo più in là, apparentemente intento a guardare altrove e farsi i fattacci propri, e solo alla fine torna a guardare Thierry.
– Ma è solo stato gentile. – prova, stringendosi nelle spalle, mentre tutti i suoi compagni di squadra lo fissano come gli fosse improvvisamente sbocciato un fiore in mezzo alle cosce.
– Boji, – mormora Lionel, massaggiandosi stancamente le tempie, – lascia che ti spieghi una cosa, sugli uomini: non conoscono gentilezza, non saprebbero neanche sotto quale lettera cercarla sul vocabolario. Tutto quello che vogliono è portartisi a letto e andarsene alle prime luci dell’alba senza neanche salutare.
Numerosi sguardi gli si posano addosso, quando smette di parlare, ed in particolare a nessuno sfugge il “ma parla per esperienza personale?” di Pedro, che viene prontamente zittito da Gerard, il quale si premura di ficcargli in bocca la cannuccia del suo succo di pera lievemente corretto prima che, dopo aver sbraitato un “checcosa?!” pressoché animalesco, Lionel decida di abbattere la propria furia sulla sua svampita persona.
Bojan si disinteressa quasi subito della dinamica della faccenda – più o meno nell’esatto momento in cui Lionel si alza in piedi, salta sul tavolino e poi lo usa come rampa di lancio per scaraventarsi addosso a Pedro e cominciare poi a rotolare senza senso per il pavimento di tutto il locale – prima di tutto perché sta con Pep da ormai quasi un anno ed è abbastanza convinto di poter dare lezioni su cosa si possa aspettare un ragazzo da un uomo, e secondo poi perché preferisce voltarsi verso Mourinho, alla ricerca di un qualsiasi segno del suo supposto interesse.
Il problema è che lo trova: Mourinho lo sta guardando con attenzione, e i suoi sono occhi invadenti, quasi maleducati, perché non esitano a dosare l’intensità che possiedono per spogliarlo tutto e farlo sentire completamente nudo in mezzo al locale, al punto che lui sente quasi il bisogno fisico di stringersi in un abbraccio protettivo, come a cercare di schermarsi da quello sguardo così insistentemente indiscreto da dargli perfino fastidio.
Non sa se sia stato il discorso di Lionel ad influenzarlo, ma a questo punto non conta neanche tanto: ciò che conta è che, quando esce dal locale diretto alla macchina ed attraversa il parcheggio ormai semivuoto, non si stupisce nel vedere Mourinho appoggiato contro lo sportello chiuso della propria autovettura, le braccia incrociate sul petto e sul volto la tipica espressione vacua di chi, annoiato, aspetta qualcuno già in ritardo.
– Ce ne hai messo, di tempo. – gli fa notare, il tono quasi irritato. Bojan si volta verso di lui ed abbassa immediatamente gli occhi, in imbarazzo.
– Mi dispiace. – mormora, senza sapere effettivamente per cosa dovrebbe dispiacersi, – La ringrazio per il drink che mi ha offerto prima, anche se non ho ben capito perché—
– Perché voglio portarti a letto. – dice lui, senza attendere un secondo. I suoi occhi sono caldi e decisi, così come il tono della sua voce. Bojan non sa se sia colpa della suggestione, della situazione o solamente della vodka, ma la schiena gli si riempie di brividi ed il cuore gli salta in gola nell’esatto momento in cui Mourinho si allontana dalla propria macchina, dirigendosi verso di lui.
– Mi— Mi dispiace, – biascica, – ma io non—
– Tu non? – sorride Mourinho, avvicinandoglisi abbastanza da sfiorare il suo profilo col proprio. Bojan sente il suo corpo pressato contro, e la sua erezione, prepotente ed evidente anche sotto i pantaloni che indossa, gli sfiora una coscia.
– Io non… – prova a insistere, ma non trova le parole, perciò si morde un labbro e cerca di cambiare argomento. – Perché? – chiede con un filo di voce. José sorride ancora e si allontana da lui, solo qualche centimetro, lo spazio necessario per far passare un braccio fra i loro corpi, afferrarlo per un gomito e spingerlo senza la minima delicatezza contro lo sportello chiuso della macchina.
Il metallo della portiera ed il vetro del finestrino sono freddi, e quel freddo passa attraverso il cotone leggero della polo che indossa, gelandogli lo stomaco.
– Perché – risponde José, pressandosi contro di lui finché Bojan non sente la sua erezione quasi fra le natiche, – sei bellissimo. – le sue labbra umide sfiorano la sua nuca ad ogni parola. Bojan trema e non può impedirsi di gemere. – Non ti sembra una motivazione sufficiente?
– Neanche… – balbetta a corto di fiato, – Neanche mi conosci.
– E dovrei? – chiede lui, quasi divertito, stringendogli un braccio dietro la schiena e vagando con la mano libera nello spazio minuscolo che c’è fra il suo bacino e lo sportello. Bojan ascolta il lieve suono della cintura slacciata, del bottone sfilato dall’asola e della zip tirata giù con calma, quasi con troppa cura, e poi chiude gli occhi e si morde un labbro quando la mano di José scivola oltre l’elastico dei suoi slip, fra cosce che nemmeno si premura di fingere di tenere serrate. – Non mi sembra che il tuo corpo abbia problemi, col trovarmi uno sconosciuto.
Bojan geme ancora, più forte, quando le sue dita si chiudono attorno alla sua erezione. Tira su il braccio che Mourinho non gli tiene serrato contro la schiena e lo appoggia al tetto della macchina, nascondendovi contro il viso. Una parte di lui si vergogna terribilmente: sente il venticello notturno accarezzargli la pelle umida e bollente e si rende conto di essere all’aperto, in un luogo incredibilmente esposto come un parcheggio sul retro di un locale, e poi se si concentra abbastanza riesce a sentire la voce di Pep, che poi è la stessa voce con cui lo accoglierà quando riuscirà a tornare a casa, a chissà che orario, una voce un po’ stanca ma tutto sommato felice che gli chiede “ti sei divertito fuori con i ragazzi?”, e tutte queste cose insieme lo confondono e lo irritano e lo imbarazzano e lo fanno sentire una troia.
D’altra parte, la mano di Mourinho si muove con tanta disinvoltura attorno alla sua erezione che ogni particolare spiacevole si scioglie in una nuvola leggera come il vapore, ed è facile per Bojan dissiparla con un gesto quando Mourinho, consapevole del fatto che non scapperà di certo adesso, lascia andare il braccio – che peraltro cominciava a dolere – per abbassargli i pantaloni e gli slip e cominciare ad accarezzarlo fra le natiche, senza per questo dover smettere di prendersi cura della sua erezione.
Bojan chiude gli occhi e lo lascia fare, ma il suo atteggiamento non è quello tipico di un succube che si sottopone a qualcosa di sgradevole perché lo trova inevitabile: un succube non si dimenerebbe contro l’eccitazione di un altro uomo per averla dentro di sé il più presto possibile, un succube non geme oscenamente per ogni carezza e per ogni cambiamento di ritmo solo perché le scariche di piacere che lo assalgono vanno facendosi sempre più violente, al punto da dargli l’impressione di potere impazzire, un succube non si volta indietro a cercare labbra di cui ancora ignora il sapore, e non viene fra dita praticamente sconosciute non appena quelle stesse dita stringono un po’ la presa e lo accarezzano più velocemente, con maggiore decisione, inseguendo il ritmo erratico delle spinte di un bacino diverso a quello cui è abituato, che ama, che non avrebbe mai desiderato tradire in quel modo.
Quando Mourinho viene dentro di lui, stringendolo per i fianchi con tanta forza che da lasciarlo quasi pietrificato per l’irrazionale paura dei segni che potrebbero rimanergli stampati sulla pelle, Bojan si lascia andare ad un singhiozzo stremato, abbattendosi contro la macchina come privo di forze, e se non piange è solo perché prova troppa vergogna perfino per versare anche una sola lacrima.
– Non darti troppa pena. – lo rassicura Mourinho, ripulendolo con una salvietta umida tirata fuori da chissà dove, con una cura quasi paterna, senza che a lui neanche passi per l’anticamera del cervello la possibilità di fermarlo. D’altronde, riflette distrattamente, sarebbe ridicolo fermarlo adesso quando fino a pochi secondi fa l’ha lasciato disporre del proprio corpo come fosse suo. – Non è stato che sesso. Non significa niente.
Bojan si volta a fatica, scrutandolo con aria un po’ incerta.
– Perché? – chiede di nuovo, e Mourinho gli lascia scorrere addosso un’occhiata lunga e penetrante, come volesse spaventarlo al punto da farlo desistere da quella sciocca intenzione di provare a sondare i suoi pensieri. Bojan, comunque, non cede.
– Perché il tuo uomo ha messo le mani su qualcosa di mio. – concede quindi José, pulendosi le mani con un’altra salvietta, – Ed io non sono uno che si lasci rubare qualcosa di proprio da sotto il naso senza ristabilire istantaneamente le posizioni. Fallo sapere, questo, a Pep.
Bojan non risponde. Sconvolto, gli occhi sgranati, resta immobile senza neanche terminare di rassettarsi i vestiti. La cinghia della sua cintura, quando José gli chiede di spostarsi per lasciarlo libero di rientrare in macchina e poi partire, allontanandosi sgommando nella notte, tintinna come un campanello, e lo riporta alla realtà più del rombo del motore della Mercedes.
Deglutisce a fatica e cerca il proprio cellulare nella tasca posteriore dei jeans. Lo estrae, compone a memoria il numero di Pep e, quando lui non risponde, controlla l’orario. Sono le dieci e mezza, gli aveva detto che non sarebbe tornato a casa prima di mezzanotte. Qualcosa, nel centro del suo petto e, contemporaneamente, all’altezza delle sue tempie, comincia a pulsare. È solo un fastidio, in un primo momento, e quando comincia a diventare dolore Bojan non se ne accorge. Sale in macchina, scaccia via le lacrime e parte.
Genere: Introspettivo, Romantico, Commedia.
Pairing: Pep/Bojan, Zlatan/Gerard, accenni di Zlatan/José.
Rating: NC-17
AVVERTIMENTI: Slash, Lemon, Angst.
- Bojan ha paura.
Note: Potete crederci o no, ma questa storia è nata esclusivamente perché la Jan un di', tipo quattro giorni fa, disse "ho voglia di Pejan". Siccome io sono così, mi piace rendere il mondo felice <3 *si bulla* ho pensato bene di accontentare lei e chiunque altro potesse aver voglia di un po' di sano Pejan nel mondo. Poi l'Ibraqué ci si è infilato involontariamente, ed è tutta colpa di una foto ormai famosa in modo nauseante, che non mi prenderò la briga di linkare qua, che tanto anche se vivete sotto un sasso sicuramente il vostro Gazzettino del Sasso si sarà premurato di mostrarvela mentre voi vi affogavate col vostro caffè.
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(Un)Resolved Sexual Tension


Le labbra di Pep sono calde ed asciutte sulla sua pelle umida di sudore. I suoi vestiti sono fradici, e quando gli si avvicina per abbracciarlo Bojan ha come l’impressione di sentirsi nudo contro il suo corpo. Il tessuto della divisa è sottile, non pesa niente, è quasi impalpabile, anche quand’è così bagnato. Arrossisce istintivamente quando Pep lo stringe a sé e gli sussurra qualche complimento sulla tempia, proprio nello stesso punto in cui l’ha baciato poco prima. In mezzo al clamore della folla ed al battito convulso del proprio cuore, Bojan non coglie neanche una delle sue parole, ma gli tremano ugualmente le ciglia quando lo sente sorridergli addosso e massaggiargli piano una spalla col pollice da sopra la maglia bagnata, un attimo prima di lasciarlo andare ed allontanarsi di qualche centimetro, per cercare i suoi occhi ed anche una risposta alla domanda che ha formulato e che Bojan s’è colpevolmente lasciato sfuggire.
- Cosa… - boccheggia, mentre tutto intorno a lui i compagni festeggiano e lui non riesce a vedere nient’altro oltre agli occhi di Pep e al suo sorriso piccolo e dolce, - Cosa hai detto?
Pep inarca un sopracciglio ed il suo sorriso si allarga appena, divertito.
- Ti ho chiesto se ti va di fermarti da me, stanotte. – ripete senza imbarazzi di sorta, - Devo mettermi nel cerchio di centrocampo, rubare un microfono a qualcuno e urlarlo a tutto il Camp Nou? – ridacchia, scompigliandogli i capelli.
- No! – ride per riflesso anche lui, abbassando lo sguardo mentre le guance gli si arrossano e lui è grato di poter fingere sia solo a causa della fatica per la partita appena conclusa, - No, ho… ho capito.
- E intendi anche darmi una risposta da qui alla fine del secolo? – lo prende in giro Pep, tirandoselo contro ancora una volta in un gesto rassicurante.
- Sì. – sbuffa lui in un sorriso più sereno, - Voglio dire, sì che intendo risponderti. E sì anche che… che mi fermo da te. – annuisce distogliendo lo sguardo. Pep sorride ancora, Bojan non lo vede ma può sentirselo addosso.
- Bene. – gli sussurra sulla pelle in un altro bacio, stavolta sulla guancia, - E smetti di tremare, dai. – consiglia ridacchiando ancora e spintonandolo lievemente spalla contro spalla, prima di allontanarsi verso la postazione per le interviste post-partita.
Bojan lo osserva muoversi, farsi più piccolo e poi sparire nel tunnel, e vorrebbe davvero smettere di tremare, ma non ci riesce.

*

Sta ancora tremando quando Pep gli apre la porta di casa e lo invita ad entrare. Non è la prima volta che si trovano da soli in casa dell’uno o dell’altro: Bojan ormai dovrebbe essere abituato a questa loro routine da fidanzatini casti e puri – può ancora ricordare quanto forte fosse il profumo della pelle di Pep quando, dopo averlo baciato a lungo, un pomeriggio di tanti e troppi mesi prima, gli ha detto “solo quando sarai pronto, Boji, io non ho fretta” – eppure per qualche motivo non riesce a sentirsi meno che terrorizzato ogni volta che la porta si chiude alle sue spalle, specialmente in quel breve istante in cui si ritrovano all’ingresso ancora immersi nel buio, prima che uno dei due si allunghi sbrigativamente ad accendere la luce per annegare l’imbarazzo in una risatina nervosa, incamminandosi a passo svelto lungo il corridoio.
Questa volta tocca a lui: stende un braccio lungo la parete, dove sa già di trovare l’interruttore della luce, e lo schiaccia. Di colpo, all’oscurità spazzata appena dalla luce della luna a filtrare dalla finestra in fondo alla stanza, si sostituisce la luminescenza giallastra della lampadina alta sul soffitto sopra di loro. I contorni delle cose si fanno più definiti – più spaventosi – e Bojan si sente quasi costretto ad abbassare lo sguardo mentre si rende conto dell’estrema facilità con cui riconosce il posto di ogni singolo mobile e soprammobile in quella stanza, così come prima le sue dita hanno trovato la via per l’interruttore della luce con una naturalezza perfino disturbante.
Imbocca il corridoio come fosse a casa propria, e combatte a stento il desiderio di fermarsi ogni due passi per ricordarsi che così non è, lui non vive lì, e dovrebbe ricominciare a comportarsi da ospite, sempre ammesso che l’abbia mai fatto prima d’ora. Entra in camera di Pep senza chiedergli se può, indovina a memoria la strada per il letto senza mai accendere la luce, e quando le sue ginocchia sfiorano il fianco del materasso vi si appoggia e molleggia un po’ contro quella morbidezza familiare, prima che qualcosa di meno morbido ma ugualmente familiare – il corpo di Pep, le sue mani, l’erezione prepotente fra le cosce che ogni volta cerca con scarso successo di nascondergli per non spaventarlo – lo raggiunga alle spalle, sfiorandolo con circospezione.
Bojan trattiene il respiro mentre Pep se lo stringe contro e scivola con le labbra lungo il profilo del suo viso e del suo collo, sfiorandogli la curva della spalla con la punta del naso da sopra la maglietta e respirandogli addosso per un tempo indefinito prima di chiamarlo piano per nome e scendere con il palmo della mano bene aperta lungo la sua pancia, sotto la maglia, soffermandosi appena qualche secondo sull’ombelico giusto per fingere di non essere terrorizzato all’idea di scavalcare l’orlo di pantaloni e boxer e scenderne al di sotto, per toccare ciò che le sue dita, vagando apparentemente senza meta sulla sua pelle, stanno segretamente cercando da quando hanno cominciato ad accarezzarlo.
Bojan non sa cosa Pep si aspettasse dalla serata; o forse sì, forse lo sa ed è proprio questo a spaventarlo tanto: il fatto che Pep si aspettasse qualcosa mentre lui, da qualche parte neanche troppo nascosta della propria testa, non faceva altro che sperare che, invece, non s’aspettasse niente.
Dovresti averne voglia, si dice impietoso mentre, con uno scatto quasi isterico, si allontana dal suo corpo e si volta per non dargli le spalle, guardandolo dritto negli occhi come un animale braccato che ha estremo bisogno di guardare il suo cacciatore in faccia, per cercare di comprenderne i piani. Dovresti tenerci anche tu, si ripete, dovresti volerlo, dovresti lasciarti toccare. E invece non vuole.
- Boji…? – lo chiama Pep, confuso, allungando una mano nel tentativo di raggiungerlo. Bojan si stringe nelle spalle e chiude gli occhi di scatto, come avesse paura di veder divampare fiamme dalla punta delle sue dita. Pep spalanca gli occhi e le labbra, e si ritrae, sconvolto.
Quando Bojan torna a guardarlo, si rende conto di sentirsi troppo in colpa perfino per restare lì a respirare la sua stessa aria, ed è per questo che si volta, esce dalla stanza e ripercorre il corridoio al contrario, afferrando la giacca alla cieca dall’attaccapanni e fuggendo da casa sua senza mai guardarsi indietro, e senza aver mai sentito il bisogno di accendere la luce.

*

Il tempo pazzo della primavera in Catalogna gli si riversa addosso con furia mentre corre per le strade di Barcellona. Gli piove addosso uno sproposito d’acqua, il vento gli scompiglia i capelli sollevandoglieli dalla fronte per poi lasciarglieli ricadere sul viso con la violenza di uno schiaffo. Bojan piange, ma non riesce a distinguere le lacrime dalle gocce di pioggia, per cui l’unica cosa che gli permette di capire quanto profondamente stia male è un dolore diffuso nel petto e i singhiozzi che gli scuotono le spalle, sfiancandolo più di quanto non stia facendo la sua corsa matta verso casa di Gerard.
Avrebbe potuto andare da chiunque avesse voluto, nessuno dei suoi compagni gli ha mai negato ospitalità o sostegno, solo che sono tendenzialmente tutti più grandi di lui – a parte Pedrito, ma Pedrito è un cretino babbione che chissà dove e come starà festeggiando la vittoria, proprio stasera – e per questo motivo si sentono come in dovere di fargli da vice-padri, e la prima cosa alla quale pensano quando lui si presenta a far loro visita con un “ho un problema” sulle labbra è “vediamo come possiamo risolverlo”.
Geri no, invece. Geri ha ventitre anni ma per certi versi – per molti versi – è rimasto un ragazzino. Dice sempre la prima cosa che gli salta sulla lingua, ride per ogni stupidaggine, e soprattutto non si è mai sentito grande abbastanza da poter risolvere i propri casini, figurarsi quelli degli altri. In compenso, è sempre disposto a distribuire un po’ di coccole a caso quando necessarie, e il suo letto nella stanza degli ospiti è sempre pronto all’uso, per quanto spesso Bojan si sia ritrovato triste abbastanza da costringersi all’imbarazzo di abbandonare quelle lenzuola neutre e un po’ deprimenti per spostarsi in punta di piedi in camera del suo ospite, trovandolo il più delle volte ancora sveglio, sorridente e in perfetta attesa che qualcosa di simile accadesse, pronto a dargli accoglienza al proprio fianco, fra le coperte calde che profumano di lui – di casa, di consolazione, di abbracci.
Per questo, non si preoccupa dell’ora tarda quando si attacca al campanello di casa di Gerard, e si stringe nervosamente nelle spalle, sotto la tettoia, cercando di scrollarsi di dosso un po’ di pioggia mentre si prepara a saltargli al collo nell’esatto momento in cui avrà aperto la porta e potrà ritrovarselo davanti. Solo che quello che apre la porta non è Geri, non gli assomiglia nemmeno. È Zlatan ed è seminudo e lo sta guardando come fosse un ostacolo imprevisto ma inevitabile, di quelli che poi ricordi con odio per tutto il resto della tua esistenza.
- Zlatan…? – sillaba incerto, scrutandolo terrorizzato mentre lui sospira, poi sbuffa e rientra in casa, lasciandosi la porta socchiusa alle spalle per permettergli di entrare.
- Hai visite. – lo sente sussurrare rivolgendosi a Gerard, un secondo prima di scostare le lenzuola con un gesto brusco e poi tornare a stendersi sul letto, nello stesso identico posto che presumibilmente occupava prima del suo arrivo.
- Boji! – lo chiama Gerard, sfoggiando un entusiasmo del tutto ingiustificato e saltando giù dal letto per correre ad abbracciarlo, nonostante sia fradicio di pioggia. – Ma santo Dio, dove diavolo sei stato? Sarai mica venuto a piedi?
Bojan annuisce senza davvero pensarci, e non riesce a staccare gli occhi di dosso da Zlatan che, dal canto proprio, continua a sfogliare Marca con aria annoiata, interrompendosi solo quando il suo sguardo comincia a farsi abbastanza pesante da impedirgli di ignorarlo ancora.
- Che hai da guardare? – chiede bruscamente, e Bojan distoglie immediatamente lo sguardo, arrossendo imbarazzato.
- Niente… - biascica incerto, - Solo che, insomma, credevo che fosse tutta una bufala, quella foto… sembrava così strana, credevo fosse finta.
- Finta! – sospira Zlatan, sollevando gli occhi al cielo, - L’unica cosa finta in tutta questa storia è il cervello che questo cretino mi aveva detto di avere quando invece ne era palesemente privo.
- Non essere il solito stronzo, Zlatan. – borbotta Gerard, spalancando cassetti a caso e tirandone fuori un telo di spugna nel quale lo avvolge quasi completamente, sfregandolo come fosse un cucciolo appena trovato per strada, nel tentativo di riscaldarlo. – Che succede, Boji? Ci sono stati problemi?
Il suo sguardo si fa immediatamente cupo e adombrato da un velo di lacrime, motivo per cui Gerard lascia andare un mugolio preoccupato al quale Zlatan fa subito eco con una lamentela disperata.
- Ma non poteva restarsene a casa sua? – sbotta infastidito, scalciando via le lenzuola e mettendosi in piedi vagamente stizzito.
- Zlatan, ma che palle! – lo rimprovera Gerard, sedendosi sul letto e trascinandosi dietro Bojan perché possa accomodarsi di fronte a lui, - Il piccolo qui ha evidentemente problemi d’amore, come puoi non capire che ha bisogno di conforto?
- Il conforto non serve! – protesta lui, ad un passo dalla porta del bagno, voltandosi a guardarli incredulo, - Non è che una menzogna che ti raccontano per farti credere che da qualche parte, nel mondo, ci sia speranza per la bontà umana, cosa assolutamente falsa. E poi, amore, che paroloni.
- Sì, be’, in effetti chiedere a te di comprendere un concetto simile è impensabile. – lo prende in giro con un ghigno sardonico, al quale Zlatan risponde con una smorfia inviperita.
- Io so esattamente cos’è l’amore, e per tua informazione lo conosco anche!
- Eccome! – risponde a tono lui, - Quando t’ho conosciuto eri già più sfondato di un traforo montano, non so se esista qualcun altro nel mondo che conosca l’amore più profondamente di te.
Zlatan si prende qualche secondo per fingersi più oltraggiato di quanto realmente non sia, e poi gli tira addosso una pantofola.
- Fottiti. – conclude, chiudendosi a chiave in bagno, non senza portare Marca con sé, e Gerard ride sotto i baffi mentre torna a concentrarsi esclusivamente su Bojan.
- Coraggio. – dice, accarezzandogli teneramente una spalla in segno di conforto, - Di’ a zio Geri cos’è successo.
Bojan non riesce a guardarlo tranquillamente negli occhi, motivo per il quale tiene gli occhi fissi sull’orlo del lenzuolo e lo stropiccia infantilmente fra le mani, mordicchiandosi un labbro. Cerca di concentrarsi su quello e spera che le parole vengano fuori da sole, senza bisogno di doverle spingere, perché non ha forza a sufficienza per farlo.
- Ho paura. – confessa in un soffio di voce, - Ho una paura folle, non riesco neanche a pensarci senza avere voglia di scappare. – si copre il viso, dimentico di non aver dotato la frase di un soggetto cui Gerard potesse appellarsi per capire a grandi linee di cosa stesse parlando, ma Gerard non insiste, lo lascia sfogare, sa che il momento giusto per chiedergli di spiegarsi arriverà, e se non dovesse arrivare sa che in qualche modo lo capirà da sé. – Non ho mai pensato che prima o poi saremmo arrivati a questo punto— cioè, è ovvio che ci ho pensato, - precisa arrossendo ancora, - però, insomma, non ci ho pensato davvero, a quello che potrebbe comportare, a cosa potrebbe significare, ma soprattutto… - si morde ancora il labbro inferiore, con più forza, come servisse a provarsi qualcosa, - non ho mai pensato al dolore, e— e mi fa paura. Mi fa paura tantissimo, non riesco— mi irrigidisco tutto, divento un pezzo di ghiaccio appena mi tocca, ed è solo perché ho una paura tale che non riesco a sbloccarmi. E continuando così manderò a puttane tutto, lo so, ma-- - singhiozza appena, trattenendo il respiro per non scoppiare a piangere come una ragazzina, - ma non ci posso fare niente, non riesco. Non riesco.
Gerard resta silenzioso e immobile a lungo, prima di decidersi a fare qualcosa. Lo prende delicatamente per le spalle e lo trae a sé, incurante dei suoi vestiti bagnatissimi che il telo di spugna non è riuscito ad asciugare neanche parzialmente, e se lo sistema sul petto, tirandogli giù l’asciugamani dalla testa per accarezzargli i capelli, lasciando sfilare le dita fra le ciocche che gli gocciolano sul viso, in parte per scacciare l’acqua, in parte per tranquillizzarlo.
- Sei così piccino. – gli sussurra dolcemente all’orecchio, coccolandolo un po’, - È normale avere paura, Boji, è giusto avere paura. È quella sirena che l’istinto di conservazione mette n moto perché tu possa chiederti se vuoi davvero qualcosa, o se sei pronto per ottenerla, in ogni caso.
Bojan annuisce distrattamente, più che altro perché ora ha voglia di ricominciare a piangere, e chiude gli occhi mentre si lascia cullare, sperando che questo possa aiutarlo magari ad addormentarsi lì e mettere un punto a questa nottata disastrosa, ma la chiave che gira nella toppa del bagno e la porta che si apre subito dopo, mentre Zlatan torna in camera con uno sbuffo esasperato, gli impedisce di portare a termine i suoi progetti.
- Quante sciocchezze. – sbotta lo svedese, avvicinandosi al letto con aria bellicosa e sedendosi sul materasso, per poi afferrarlo impetuosamente per le spalle e piantarselo dritto proprio di fronte, in modo da poterlo guardare negli occhi. – La paura è una stronzata con cui il tuo corpo ti spiega che non sai abbastanza di ciò in cui ti stai andando a ficcare. Scompare completamente quando sai cosa aspettarti. A te non servono coccole, ti serve informazione.
- Zlatan! – cerca di fermarlo Gerard, col solito tono petulante che, Bojan se n’è accorto, utilizza spesso con lui, ma Zlatan lo zittisce con un gesto infastidito, e torna a parlargli.
- Non sto parlando di sciocchezze tipo preservativo, lubrificante e cose simili, queste le saprai già, figurarsi se non le sai già. – quasi lo prende in giro, e Bojan abbassa lo sguardo, - No, sto parlando di informazione vera. Tipo quello che succede. – e prende un gran respiro, e lo prende anche Gerard, e quindi Bojan si sente autorizzato a prenderlo a propria volta: - Farà male. Farà un bel po’ di male, e specialmente se è la prima volta sarà strano e frustrante e confuso, e se durerà troppo a lungo non vedrai l’ora che finisca, il più presto possibile. E dopo vi sentirete sciocchi e non riuscirete nemmeno a guardarvi negli occhi, ma – e sorride, per la prima volta da quando Bojan è arrivato, e si allunga perfino a scompigliargli comicamente i capelli, come una specie di padre imprevisto che mai avrebbe creduto di potersi ritrovare a svolgere una funzione simile per un semi-sconosciuto, - sarà per sempre vostro. E sarà per sempre tuo. E ripensandoci più avanti potrai dire di essere stato felice di averlo fatto.
Bojan guarda il suo sorriso sereno e per un secondo riesce a trovarlo perfino bello, mentre Gerard ridacchia per motivi che non comprende e si allunga prima ad accarezzargli i capelli e poi a dargli un bacio sulla guancia. Li osserva agire con tanta tenerezza dopo i continui battibecchi in cui li ha visti esibirsi nel corso dell’ultima ora, e improvvisamente gli sembra tutto molto meno assurdo e sbagliato di quanto non avrebbe mai creduto possibile.
- Torna a dormire. – dice Gerard, rivolgendosi a Zlatan mentre lui, con uno sbuffo, obbedisce, e si stende tranquillamente sul materasso, - Hai rivangato anche troppo per una sera sola. Boji, - lo chiama quindi, sorridendogli sereno, - aspettami di là. Mi vesto e ti riporto da lui.

*

Ha salutato Gerard più di cinque minuti fa, ma non è ancora riuscito a trovare il coraggio di suonare il campanello, perciò è rimasto immobile di fronte alla porta in legno massiccio dell’appartamento, immerso nel buio, fino ad adesso, e l’unica cosa che gli sembra di aver imparato da questa serata, dopotutto, è che le parole sembrano avere un gran peso nel momento in cui le ascolti o le dici, ma finiscono per perdere in consistenza man mano che il momento in cui sono state pronunciate va allontanandosi nel tempo.
Si mordicchia distrattamente un pollice, spera di non fare troppo rumore – ma come?, si chiede anche, e poi lascia perdere perché è il meno irrazionale di tutti i pensieri irrazionali che l’hanno intrattenuto negli ultimi cinque minuti ormai quasi dieci – e riesce a scansarsi appena in tempo per non prendere la porta sul naso quando Pep la spalanca con un’urgenza inaudita, e poi si blocca sulla soglia, identificandolo lì in piedi sul suo zerbino, perso nell’oscurità più totale a non fare assolutamente niente.
- Boji. – sillaba incerto, - Ero… ero preoccupato! Stavo venendo a cercarti, di fuori c’è il diluvio e tu sei tutto bagnato! Senti, mi dispiace se ho sbagliato, non intendevo metterti paura, stavo solo-- - ma Bojan non lo lascia finire, riconosce in un secondo il peso delle parole e quelle di Zlatan tornano a farsi così presenti nella sua testa da assumere quasi una consistenza fisica, nel momento esatto in cui osserva le sopracciglia di Pep corrugate, i suoi occhi velati d’ansia, le sue labbra piegate in una smorfia preoccupata e tutti i suoi lineamenti tesi dal senso di colpa.
Si slancia in avanti anche a rischio di fargli male, e lo bacia d’impeto, chiudendo gli occhi e schiudendo le labbra. Pep è stupito dalla sua fretta, è stupito anche dall’atto in sé, ma riesce a restare presente a se stesso abbastanza da ricordarsi di chiudere la porta alle loro spalle, e poi resta lì nel mezzo dell’ingresso, incerto sul da farsi, stringendoselo contro perché sembra che sia questo ciò che Bojan vuole, mentre continua a baciarlo come se le ultime molecole d’ossigeno esistenti nell’universo fossero tutte concentrate sulla superficie delle sue labbra.
- Ti amo. – gli sussurra addosso, quando riesce ad allontanarsi abbastanza da tornare a respirare autonomamente, - Ti amo, ti amo, ti amo tantissimo, scusa se sono scappato. Sono un cretino e non avevo capito niente, scusami.
Pep lo guarda inarcando un sopracciglio, confuso, come non riuscisse a trovare neanche nell’anfratto più recondito della propria mente un singolo motivo per il quale Bojan dovrebbe volersi scusare con lui. E Bojan pensa che è felice che le parole abbiano un peso anche adesso, e sorride serenamente, un po’ commosso da quanto sciocco sia l’uomo che ama. Torna a baciarlo, stavolta con meno furia, e le sue mani scendono quasi di soppiatto ad afferrare l’orlo della sua maglietta, tirandolo su. Pep si allontana da lui e lo guarda ancora, se possibile più confuso di prima, ma i suoi occhi si soffermano nei propri abbastanza a lungo da lasciargli intendere tutto ciò che è necessario intenda. Poi, la maglia cade ai loro piedi, e Bojan si sofferma un attimo ad osservare la linea del torace di Pep, i pettorali definiti e gli addominali disegnati sul ventre. Quasi ipnotizzato, si sporge fino a lambirli appena, scivolandogli addosso in una carezza umida ma lievissima. Sente la sua pelle tremare in punta di lingua in concomitanza col gemito di gola che si lascia sfuggire, e si permette di sbirciare in alto il suo capo reclinato all’indietro, le labbra dischiuse mentre le inumidisce con la lingua e lascia correre una mano ad accarezzargli la nuca, un po’ in un gesto tenero e un po’ in un’inconscia richiesta.
È una richiesta che Bojan non intende rifiutare, dopotutto, perciò nonostante la paura s’inginocchia sul pavimento e poggia le dita sull’orlo dei suoi pantaloni. Fissa imbarazzato il rigonfiamento evidente all’altezza del cavallo di Pep e poi, senza prendersi un solo secondo in più per riflettere – d’altronde, sarebbe inutile, e probabilmente anche controproducente – lo spoglia, avvicinandosi timorosamente alla punta della sua erezione tesa verso le sue labbra in un invito muto. L’accoglie quasi perfettamente in silenzio, lasciandosi sfuggire solo un singhiozzo appena accennato quando, provando a prenderla più in fondo, si rende conto che non ci riesce bene. Probabilmente, si dice, perché non ci ha mai provato, e la cosa lo riempie di imbarazzo ancora più degli ansiti che Pep non riesce ad impedirsi di soffiare fra le labbra, perso da qualche parte sopra di lui che non può vederlo, perché si ostina a tenere gli occhi serrati.
Si allontana da lui poco dopo, perché in tutta onestà non saprebbe cos’altro fare. Gli occhi di Pep – che trova subito, persi nei suoi – sono offuscati e un po’ lucidi, e il suo respiro è affannoso. Lo aiuta a sollevarsi in piedi e poi resta lì, inerte fra le sue mani, mentre Pep gli sfila lentamente gli abiti di dosso. Gli si appiccicano alla pelle, tanto sono bagnati. Oppongono resistenza, lasciano tracce umide su tutto il suo corpo e Bojan si ritrova scosso più dai brividi di freddo che da quelli dell’imbarazzo, quando si ritrova completamente nudo di fronte a lui.
Pep lo guarda come fosse un’opera d’arte, ammirato e perso. Si allunga a sfiorarlo con devozione, Bojan chiude gli occhi e gli viene da piangere per essere stato così stupido da non permettergli di farlo prima. Si chiede come abbia potuto pensare anche solo per un attimo che il dolore potesse essere una ragione sufficiente per rinunciare alla sensazione perfetta di sentirsi completo e felice fra le sue dita. Si chiede come abbia potuto essere così sciocco da fingere che la vita non gli avesse insegnato niente, fingere di non sapere che per qualsiasi cosa bella bisogna sudare e stringere i denti e ignorare la sofferenza, sperando di riuscire a conquistare ciò che si vuole davvero. Sono cose che sa, cose che non ha mai dubitato di avere imparato, eppure con Pep per qualche minuto aveva perso questa consapevolezza, ed ha rischiato di perdere tutto per la cecità di un istante.
Si lascia stendere sul materasso, sente il cuscino sotto la testa inumidirsi per la pioggia che ancora cola dai propri capelli, ma sorride quando Pep – che di solito per queste cose è il primo a rompere le palle – invece di farglielo notare gli chiede se sia proprio sicuro di volerlo. Annuisce tranquillo e poi si lascia trasportare dalla sensazione stupenda delle dita di Pep che lasciano una traccia bagnata sul suo petto e sul suo stomaco, prima di scendere ad accarezzarlo fra le natiche, esplorandolo prima all’esterno e poi appena all’interno, per permettergli di abituarsi a quella presenza nuova e invadente.
Bojan sente l’altra sua mano chiudersi delicatamente attorno alla propria erezione, ed inarca la schiena, affondando tra i cuscini e mugolando deliziato quando quella stessa mano comincia a muoversi in una carezza sempre più decisa, seguendo il movimento delle sue dita che frugano dentro il suo corpo, si piegano e gli tolgono il respiro. La sensazione è così bella che accoglie quasi con disappunto il momento in cui le dita di Pep lo abbandonano, ma non ha veramente modo di pensarci troppo a lungo, perché la pressione di quelle dita viene sostituita immediatamente da una pressione ben più grande e profonda.
Spalanca gli occhi, schiude le labbra, e la bocca di Pep è lì, immediatamente pronta a coprire la sua, ed ogni più piccolo gemito di dolore. La sua lingua accarezza la propria teneramente, come volesse consolarlo, e la sua mano non smette un secondo di masturbarlo con attenzione, seguendo le proprie spinte ed anche i movimenti naturali del suo bacino, mentre cerca di abituarsi alla novità senza piangere troppo. Qualche lacrima gli sfugge, e non può fare a meno di sentirsi un ragazzino idiota per questo, ma la risata intenerita e senza fiato di Pep lo consola, come lo consolano i suoi baci, come lo consolano perfino le sue spinte dapprima lente e caute, poi sempre più svelte. E lo inorgoglisce essere lui la causa di quella temporanea perdita di controllo, il motivo per cui Pep smette di affidarsi alla propria razionalità e si lascia portare avanti dal proprio istinto, e quando stringe forte gli occhi perché la presa di Pep si fa più forte sulla propria erezione e la sua carezza si fa decisa al punto da costringerlo a venire con un gemito acuto e liberatorio, vede bianco per una quantità infinita di secondi, e si rende conto che la traccia umida delle lacrime sulle guance s’è già asciugata.
Pep gli si stende addosso esausto il secondo successivo. Bojan lo sente respirare a corto di fiato sul suo collo, e solleva una mano ad accarezzargli la nuca. Sorride, fissando il soffitto. Si sente a casa. E non ha più paura.
Genere: Comico.
Pairing: Nessuno in particolare, accenni a José/Zlatan.
Rating: PG
AVVERTIMENTI: Crack, What If?, pseudoSlash.
- "Era passato ormai un mese dalla sventurata eruzione dell’Eyjafjallajökull, la cui immediata e più angosciante conseguenza era stata spargere ceneri per i cieli di tutta Europa senza che nessuno potesse prevederlo, impedirlo o fare qualcosa immediatamente dopo per risolvere l’incresciosa situazione."
Note: Dunque, questa storia è a) totalmente inutile, b) totalmente folle. E' nata quando s'è cominciato vagamente a parlare del fatto che il Barça non avrebbe potuto raggiungere Milano in aereo, al che il mio cervello non poteva proprio starsene lì buonino ad osservare i fatti, no, doveva inventare XD E, insomma, questo è quello che è venuto fuori. Dedicata alla Jan perché sì, ecco XD
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Pepissea


Era passato ormai un mese dalla sventurata eruzione dell’Eyjafjallajökull, la cui immediata e più angosciante conseguenza era stata spargere ceneri per i cieli di tutta Europa senza che nessuno potesse prevederlo, impedirlo o fare qualcosa immediatamente dopo per risolvere l’incresciosa situazione. Il commento di Pep alla questione, dopo aver appreso la notizia al telegiornale, era stato: “Ma porca di tutte quelle troie, dopo centottantasette anni doveva risvegliarsi e rompere i coglioni proprio adesso?”, al quale era seguito a distanza ravvicinata il commento di Bojan che, guardando il cielo con aria assorta come dovesse vedersi piovere una rana sulla testa da un momento all’altro, aveva detto “Non mi meraviglia che stia spargendo tutta questa robaccia in giro… inutilizzato da tutto questo tempo, doveva essere così impolverato.” Il minuto di silenzio che aveva seguito questa deduzione sarebbe rimasto nella storia di tutti i più importanti minuti di silenzio mai verificatisi a Barcellona per lungo, lungo tempo. Ma questa è un’altra storia.
Dopo due rinvii di un paio di giorni e poi una settimana, era altresì parso evidente che se anche le benedette semifinali fossero state spostate nello spazio e nel tempo fino ad essere organizzate in un universo parallelo, ucronico e geograficamente traslato su un pianeta vicino, le ceneri non sarebbero scomparse ed avrebbero continuato ad affliggere i cieli europei rendendo impossibili le tratte aeree ancora a lungo, ed era stato in forza di questo che, esattamente tre settimane dopo il disastro, Michel Platini aveva chiamato Joan Laporta e gli aveva spiegato che continuare a rinviare sarebbe stato del tutto inutile. “De scioeu mast go on, monsieur Laportà”, aveva detto.
“Laporta,” l’aveva corretto lui, infastidito. “E comunque ne parli col mio allenatore, che io il culo dalla Catalogna lo schiodo solo in casi di estremo bisogno – ed una semifinale di Coppa dei Campioni decisamente non rientra nella casistica indicata.”
“Si chiama Sciampions Lig,” aveva borbottato lui, e poi, rassegnato, s’era fatto passare Pep. “Monsieur Guardiolà!” l’aveva salutato con entusiasmo, “Comment ça va?”
“È Guardiola,” l’aveva corretto anche Pep con un ringhio sommesso, “E non intendo portare la mia squadra in Italia in queste condizioni.”
Il battibecco che ne era seguito sarebbe entrato anche lui nella storia di tutti i più importanti battibecchi mai verificatisi a Barcellona, ma si era nondimeno dovuto concludere con la sconfitta plateale di Pep per esigenze superiori, fra i sospiri rassegnati di tutta la squadra.
Fissata una nuova data per la partita – una che stavolta fosse definitiva – la prima questione da dirimere era stata quella dei biglietti aerei.
- Cosa vuol dire che non ci sono voli? – aveva chiesto Pep, fissando con aria incredula e anche vagamente pallata l’operatrice dell’agenzia di viaggi, seduta di fronte a lui tutta stretta nelle spalle come volesse scusarsi anche solo di esistere.
- Non è colpa mia, signor Guardiola… - aveva mugolato la ragazza, continuando a scrollare con la rotellina del mouse, pressando F5 sulla tastiera di tanto in tanto per aggiornare l’elenco di voli desolatamente vuoto, - Le ceneri sono ancora alte e pesanti, gli aerei non sono sicuri. Nessun mezzo in realtà lo è, dato che ultimamente i temporali si sono fatti sempre più frequenti e intensi, e-
- Senta, - l’aveva quindi interrotta Pep, massaggiandosi stancamente le tempie, - noi dobbiamo essere in Italia fra meno di due settimane, e non possiamo certo andarci a piedi. E lei capisce che non posso ficcare trenta persone fra giocatori e staff tecnico e medico in un treno per poi mandarli in giro per l’Europa fino a Milano. Mi trovi una soluzione.
La ragazza aveva abbassato lo sguardo, mortificata.
- Temo non ce ne siano, signor Guardiola. – aveva affermato tristemente.
Era stato allora che Carles si era avvicinato ed aveva proposto un modo per sfangarla.
- Guardi, mister, - aveva detto con aria professionale, - io non prometto niente, ma c’è un cugino di un fratello di un amico di un compagno delle elementari del secondo marito della migliore amica di mia cugina Dolores che ha una barca.
- Una barca. – aveva ripetuto Pep, come a cercare di convincersi della fattibilità dell’impresa, - Una cosa tipo uno yacht? Una piccola nave?
- No, una barca. – aveva insistito Carles, grattandosi la sommità della testa, - Da pesca, tipo.
- …ma come ci dovremmo arrivare noi in Italia con una barca da pesca?! – aveva strillato Pep, agitando le braccia, - Santo Dio, Carles!
Le cose si erano fatte anche più complesse quando, dopo aver appurato che nessun battello in condizioni umane sarebbe salpato in tempo utile, non certo col mare continuamente martoriato da tempeste in quel modo, la squadra s’era recata in pompa magna a prendere atto delle condizioni dell’imbarcazione che avrebbe dovuto condurli sani e salvi a destinazione, nonché di colui che sarebbe stato il loro timoniere nella buona e nella cattiva sorte, che i venti fossero favorevoli o no.
Il cugino del fratello dell’amico del compagno delle elementari del secondo marito della migliore amica di Dolores, cugina di Carles, viveva la propria vita in un costante stato di ubriachezza che gli concedeva tregua solo per pochi minuti al giorno, e si trascinava in stato semicomatoso dal pontile mezzo coperto di alghe sul quale pareva vivere al ponte della sua pseudo-barca da pesca le cui travi si tenevano palesemente attaccate con lo sputo. Arrivando, Pep e i suoi ragazzi lo trovarono piegato in due oltre il parapetto a vomitare alimenti di incerta provenienza sia quanto a conformazione molecolare sia quanto a tempo trascorso all’interno dello stomaco. Quando gli chiesero se si sentisse male, lui rispose “È solo un po’ di mal di mare”, ed i ragazzi preferirono evitare di fargli notare che la barca era ferma.
- Signor… - provò a chiamarlo Pep quando lo vide scivolare come senza vita lungo il fianco della barca, per poi tornare a sedersi sul pontile, - Signore, mi chiamo Josep Guardiola, piacere. – disse porgendogli una mano, che l’uomo ignorò platealmente, continuando a fissare laconico l’orizzonte oltre il quale nubi nere cariche di pioggia si addensavano inesorabili. Bojan tirò su il cappuccio, sempre pensando alle rane. – Ehm, posso sapere come si chiama? – proseguì Pep, incerto.
- Ho dimenticato il mio nome molti anni fa. – rispose l’uomo tetro, dando i brividi a tutti, - Non serve un nome, quando si è soli col Mare. Il Mare non ti chiama per nome.
- …no, naturalmente. – rispose Pep, deglutendo a fatica, - Senta, a noi serve un passaggio in barca fino, facciamo, in Italia. – disse, gesticolando a caso per darsi un tono. – Lei sarebbe disposto?
L’uomo si voltò a guardarlo e poi, non senza una certa fatica, si erse sulle gambe, torreggiando su tutti loro.
- Josep Guardiola, - disse sempre più cupo, - temi tu la morte?
Pep inspirò profondamente.
- In realtà sì. – rispose con un certo imbarazzo, - Ma vede, non stiamo organizzando una missione suicida, davvero. Vogliamo solo andare in Italia. Speravamo che lei potesse esserci d’aiuto, tutto qua.
L’uomo si grattò il mento, gli occhi distanti persi in chissà che scenario mortifero.
- Potrei. – rispose quindi, e una nuova luce illuminò i visi di tutti i presenti, - Ma ho perso le chiavi della barca. – confessò, tornando a portare l’oscurità su di loro, - Sono finite dentro quella grotta. – disse, indicando un punto moderatamente lontano della scogliera, - Mentre inseguivo un cerbiatto.
- …un cerbiatto? – chiese Pep, gli occhi enormi.
- I misteri del Mare sono molti. – grugnì l’uomo.
- Sì, e quelli delle allucinazioni post-sbornia anche. – commentò in un sospiro Thierry, scuotendo teatralmente il capo mentre Pep gli lanciava un’occhiataccia volta a zittirlo.
- Senta… - disse l’allenatore, pinzandosi la radice del naso, - Noi dobbiamo assolutamente partire, in un modo o nell’altro. Dobbiamo recuperare quelle chiavi. La pagheremo profumatamente, se solo lei-
- Ci ho già provato. – disse l’uomo, solenne, - Ma il pertugio fra le rocce è troppo piccolo perché un essere umano di statura normale possa passarci.
Simultaneamente, tutti gli occhi si voltarono a fissare Lionel, che sbocconcellava un panino appoggiato a un palo di legno poco distante.
- Cosa? – chiese l’argentino, mandando giù un boccone. Venti minuti dopo, stava appeso con una corda alla vita, dondolante a picco sul mare, dando indicazioni ai compagni che lo tenevano da sopra perché lo indirizzassero il più precisamente possibile verso l’ingresso della grotta.
- Va bene così? – strillò Gerard dall’alto, sollevando una mano perché Dani e Victor, impegnati a manovrare la corda, si fermassero. Lionel aspettò di riprendersi dalle svariate botte in testa che aveva preso rimpallando da uno scoglio all’altro come in un flipper impazzito, e poi piantò i piedi contro la roccia bagnata e scivolosa, sollevando un pollice in direzione dell’amico prima di avventurarsi all’interno della grotta.
Alto non più di una cinquantina di centimetri, l’ambiente era stretto e angusto, e perfino il minuscolo argentino ebbe serie difficoltà a strisciare prono verso la fine della galleria e tirarne fuori le chiavi. Quando, mezz’ora dopo, fu riuscito a tornare in cima alla scogliera, stringendo forte fra le dita il frutto del proprio sacrificio umano, la prima cosa che chiese all’uomo senza nome fu di spiegargli come diavolo ci fossero finite quelle chiavi così in fondo, ma l’uomo non rispose, e sorrise in modo così inquietante che a nessuno passo neanche per l’anticamera del cervello la possibilità di insistere sul punto.
L’imbarcazione – senza nome come il suo proprietario e capitano – salpò nella notte spagnola, la stiva piena di viveri solo a metà, dal momento che l’altra metà era ingombra di tutte le bottiglie di vino catalano senza il quale il capitano non sembrava capace nemmeno di respirare, figurarsi camminare o ragionare lucidamente. Anche se, poi, pure in queste ultime due attività non è che brillasse, vino catalano o meno.
I primi problemi cominciarono a palesarsi quando le nubi scure, che li avevano minacciati quando erano ancora ancorati a terra, misero in atto i loro propositi guerrafondai scaricando sulle loro teste ettolitri d’acqua, tuoni e fulmini senza che loro potessero nemmeno ripararsi – a parte Bojan, che indossava ancora in cappuccio ma più per difendersi dall’eventuale caduta di rane che per altro.
- Finiremo alla deriva a mangiarci a vicenda per cercare di sopravvivere! – presagì immediatamente Pedro, agitando le braccia sopra la testa.
- Sta’ zitto, Pedrito. – lo minacciò Pep, stagliandosi contro il cielo scuro scosso a tratti da lampi lunghi e irregolari, abbaglianti come improvvisi fari nella notte, - O ti tengo fuori squadra fino all’anno prossimo.
- Non ci sarà una squadra e non ci sarà nemmeno un anno prossimo, per tutti noi! – continuò ad agitarsi Pedro mentre Bojan, spaventato dalle urla come un neonato, si metteva a piangere in un angolo, consolato da Thierry e Gerard, - Saremo già fortunati se arriveremo a vedere l’alba di domani mattina!
- Carles. – ordinò Pep, continuando a scrutare l’orizzonte appeso a una cima, gli occhi sottili e la pioggia che si faceva beffe del suo principio di calvizie, - Legalo. Ci serve una polena.
Le ultime parole che Pedro sentì prima di essere afferrato, imbavagliato e legato alla prua dell’imbarcazione furono “e spera che non si incontrino iceberg lungo il cammino”, suggerimento che il ragazzo accettò immediatamente cominciando a pregare in tutte le lingue a lui conosciute, che fendere le acque, per quanto agitate e violente, era una cosa, ma andare a sbattere di naso contro granitici blocchi di ghiaccio di svariate dimensioni era un affare del tutto diverso.
La tempesta cessò di infuriare solo l’indomani mattina. Stanchi e distrutti, i giocatori del Barça si aggiravano come marinai ubriachi sul ponte della nave, incerti sulle gambe, così come il capitano senza nome, che aveva dormito fino a dieci minuti prima ed aveva preso a bere non appena aperti gli occhi.
- Ma dove cazzo siamo? – si chiese Pep, gettando occhiate incuriosite in giro. Tutto attorno alla barca si apriva un corridoio di acque adagiato in mezzo a due rigogliose ali di vegetazione tropicale, con piante e fiori che mai avevano visto prima di quel momento.
- Ad occhio e croce, nella Foresta Amazzonica. – suppose Zlatan dopo essere riemerso dalla cabina del capitano della quale aveva preso possesso nell’esatto istante in cui erano saliti a bordo della barca, - Oppure su un altro pianeta. – scrollò le spalle, tirando fuori dal borsone il cellulare e componendo un numero a memoria. – Zay? – chiamò poco dopo, - Sì, siamo in viaggio. No, non ci crederai mai, ma ti racconterò appena sarò tornato a Milano. Senti, ma avete mica posto lì da voi? Perché io non ci ritorno a Barcellona in barca, beninteso. Aspetterò che la nube del cazzo si tolga dalle palle e poi tornerò in aereo, faranno a meno di me da qui a fine campionato.
Pep si voltò a guardarlo con aria sconcertata e anche un po’ oltraggiata.
- Potresti smetterla di parlare col tuo ex allenatore mentre siamo dispersi a risalire il corso del Rio delle Amazzoni che non si capisce come abbiamo raggiunto in una notte di viaggio col mare in tempesta?! – strillò, muovendosi tanto concitatamente da far ondeggiare la barca e pucciare Pedro nell’acqua come un savoiardo nel caffè.
Zlatan lo guardò malissimo, arricciando le labbra in una smorfia grandemente disapprovante.
- No. – rispose, prima di tornare a rivolgersi al suo interlocutore dall’altro lato dell’oceano, - Zaaaay, mi hai dato in mano a della gentaglia! – cominciò a lagnarsi, passeggiando nervosamente lungo il ponte, - Voglio tornare a casa, quando finisce il prestito? Sì, lo so che non è un prestito, ma potresti parlare col presidente…
Pep scosse il capo, sospirò profondamente e sollevò gli occhi al cielo plumbeo del Brasile – a quel punto, tanto valeva considerarsi davvero lì, se volevano avere una qualche speranza di venirne fuori – chiedendosi quanto ancora sarebbe durato quel supplizio.
La risposta tardò ad arrivare, perché mai, quando una risposta ti serve immediatamente, essa immediatamente arriva. Il viaggio durò tre giorni e tre notti, fu intenso e spossante, continuamente disturbato dal chiacchiericcio di Zlatan al telefono – chiacchiericcio che s’era poi trasformato in piagnisteo quando per qualche ragione le comunicazioni s’erano interrotte lasciandolo privo della sua dose di Mourinho quotidiana – dall’ondeggiare scomposto del capitano da un lato all’altro del ponte al solo scopo di sporgersi oltre il parapetto e vomitare e dalla rabbia e dalla frustrazione di un gruppo di uomini che pensava di costituire una squadra di calcio e che invece, per quel periodo di tempo, dovette dimostrare di essere in grado di pescare, nutrirsi dei crudi frutti del mare e sopravvivere a delle tempeste tali da lasciare incredulo chiunque sulle possibilità di sopravvivenza di quell’imbarcazione tanto malmessa quanto resistente.
Per tutta la durata del viaggio, attraversando oceani e osservando dalla barca gente sulle sponde delle terre che costeggiavano e che cercava di comunicare con loro tramite versi strani assimilabili a un certo “ma cu minchia sugnu?” che nessuno di loro era riuscito a interpretare, Pep rimase al proprio posto a prua, un piede ben piantato sulla punta della barca e il gomito poggiato sul ginocchio, lo sguardo sempre oltre l’orizzonte e la posa tipica dei comandanti colmi di onore e coraggio, quale lui d’altronde era.
Arrivarono a Genova sfiancati, smagriti, lerci e rattoppati come pantaloni vecchi, ma temprati da tutte le difficoltà che avevano superato e pronti ad affrontare l’Inter – e divorarne i calciatori, più per fame che per effettivo spirito combattivo. Una delegazione del club nerazzurro li accolse al porto come da programma. Furono rifocillati da deliziose cameriere in abitino nero e grembiule, furono loro donati dei vestiti umani e decenti e furono loro offerte brandine in un centro di prima accoglienza per immigrati, perché potessero riposarsi.
Solo dopo che si furono risvegliati José Mourinho in persona andò a porgere loro gli omaggi del presidente e della squadra tutta, ottenendo in cambio di essere schienato contro il pavimento dall’assalto del suo svedese preferito all’urlo di “ossantoddio, Zay, tienimi con te nella tua enorme villa con centinaia di servi per sempre”, robe che mai gli si erano sentite dire e probabilmente mai gli si sarebbero sentite ripetere.
Una volta ricompostosi, José si rimise in piedi e, accarezzando Zlatan placido al suo fianco come fosse un cucciolo di cane o qualcos’altro di spaventosamente simile, sorrise.
- Benvenuti! – li salutò, spalancando le braccia in un movimento quasi ecumenico, - L’Italia vi accoglie, o prodi giocatori del Barcellona. Prodi quanto stupidi, peraltro. – commentò, scoppiando a ridere come un cretino, - Gli aeroporti sono stati riaperti il giorno dopo la vostra partenza dalla Spagna.
Il silenzio calò sul dormitorio ricolmo di calciatori in pigiama appena riemersi da un sonno lungo dodici ore dopo aver attraversato il Mediterraneo su una barcarola piena di buchi come un groviera.
- …ma tu e Zlatan siete stati continuativamente al telefono per dei giorni… - balbettò Pep, le labbra tremule e lo sguardo vacuo, - Perché non avvertirci, perché… perché non mandare qualcuno…?
- E perderci lo spettacolo meraviglioso delle vostre urla in vivavoce per tutto il tempo? – chiese José, sorridendo placido e sistemandosi la cravatta, - Siamo la squadra più odiata d’Italia, che diamine, un motivo ci sarà pure. A proposito, - disse casualmente, avviandosi tranquillo verso l’uscita della camerata, - viste le ottime condizioni metereologiche, la partita è stata anticipata. Giochiamo stasera alle venti e quarantacinque a San Siro. Vi converrà partire al più presto. – numerosi ringhi di protesta accompagnarono la sua affermazione, così che lui si sentì quasi obbligato a sorridere più apertamente e precisare: - Però almeno potrete prendere l’aereo!
Pep e i suoi giocatori lo osservarono allontanarsi e poi scomparire oltre la porta, e fu solo dopo un paio di minuti che l’allenatore ritrovò la parola.
- Giocheremo sì alle venti e quarantacinque a San Siro, - grugnì, gli occhi scintillanti di furia omicida, - ma con la fascia nera al braccio. Avanti, miei prodi!
La rissa e il placcaggio della polizia che susseguirono sarebbero rimasti nella storia di tutte le risse e di tutti i placcaggi della polizia mai accostati alla stirpe del glorioso club catalano blaugrana, ma anche questa, come si suol dire, è un’altra storia.