Genere: Romantico, Malinconico, Triste.
Pairing: MatthewxBrian. Oh, sì.
Rating: R
AVVISI: Boy's Love, RPS.
- "A guardare la tv tutto il giorno si diventa stupidi", si dice. Matthew non sa se questo sia vero. Ma imparerà a sue spese che la televisione può essere pericolosa per l’intelligenza tanto quanto per la sanità mentale…
Commento dell'autrice: Ho milioni di cose da dire. Come minimo parlerò per eoni X’D Voi non state qui a badarmi troppo, quando vi rompete uccidete le note finali e tornate alla vostra vita di sempre XD
Questa fanfiction nasce a… uhm, febbraio di quest’anno. Stavo parlando in chat con la Nai (la conoscevo da pochissimo, eravamo appena al secondo archivio di MSN XD) e all’improvviso sono stata folgorata da quest’illuminazione, perché avevo letto un bel manga one-shot di non mi ricordo più chi, e si intitolava appunto “Hotaru” (questo è l’unico motivo per il quale anche questa storia si chiama così XD) e parlava di questa ragazzina in vacanza dai nonni che si infila in questa foresta fatata e incontra quest’essere che non può essere toccato da nessun essere umano perché altrimenti scomparirebbe. Ho pensato che rivisitandola un po’, aggiungendo delle caratteristiche mie e un background differente potesse essere una fic interessante da raccontare, e poi c’erano gli ippoponzoli… XD Sì, è da qui che sono partiti gli ippoponzoli che poi avete visto proliferare in giro per il mondo XD
Anyway, poi tra una cosa e l’altra il progetto è rimasto progetto fino all’altro ieri è_é Dopo una serie di casini che mi sono capitati XD grazie al gentile supporto della Nai ho capito che avevo bisogno di scrivere una cosina più disimpegnata, qualcosa di romantico, una mezza favola, e Hotaru era già lì che scalciava per essere scritta XD
Scriverla, oltretutto, è stato veramente bellissimo <3 Intanto mi ha permesso di passare qualcosa come due ore a viaggiare per la MuseWiki (che per chi non lo sapesse è la Wikipedia dei Muse… ovvero una cosa amabile che dimostra quanto i fan dei Muse siano generalmente dei tati) alla ricerca di dettagli sull’infanzia/adolescenza di Matty che mi permettessero di rendere vagamente esatta questa fic… scoprendo oltretutto che era Matt stesso a chiedere che la scrivessi, dal momento che la sua infanzia si abbina perfettamente a questa storia <3 Davvero, non ho affatto faticato a conciliare le due cose, tutto combacia °_° È stato anche abbastanza inquietante scoprirlo, ma molto piacevole, dopotutto <3
Assieme agli avvenimenti dell’infanzia di Matt, purtroppo o per fortuna, sono venute fuori anche delle PERSONE X’D Che hanno cominciato ad affollarsi nella mia testolina e ora mi piacciono così tanto che penso le userò per altre fic in futuro XD Andy, per esempio <3 Andy è amore <3 XD Tra l’altro è vero che Matt ha convissuto con uno spacciatore, quando aveva diciott’anni. *panico* Molly Wainthrop XD E Margareth Calloway X’DDDD e Roger Teabing, come dimenticare!!! Sono tutti frutto della mia palese idiozia XD Li ho messi lì perché stavano bene e adesso hanno una vita loro. Non all’interno di questa storia, bene inteso, qui sono appena dei nomi, ma… be’, vedrete XD Lol. E poi c’è Paul <3 Paul è il fratellone di Matty <3 La storia della sigla di Dallas è vera <3 E io lo amo anche se non l’ho mai visto in faccia XD Comunque tratto troppo bene i fratelli nelle mie storie. Dovrei fare dei fratelli più bastardi >.<
Per inciso, la roba della Ford Escort… È VERA. *muor*
Doverosi credit ai Pretenders e alla splendida “I’ll Stand By You”, ascoltata a ripetizione durante la stesura, assieme a un tocco di “Sing For Absolution” dei Muse (che mi ha letteralmente uccisa, perché l’ascoltavo durante la confessione di Brian XD).
Non starò qui a nascondermi dietro a un dito o a una modestia che non possiedo XD Amo questa storia e adoro com’è venuta fuori, ne sono soddisfatta davvero come non mi capitava da tempo, anche perché ultimamente qualsiasi cosa scrivessi mi sembrava brutta. Maaah <3 Evviva, anche io merito un po’ d’amore, ecco è_é
Dedicata con amore ai futuri figli della Nai. Perché quando avranno l’età per leggerla da soli ricordino che la loro mamma gliela leggeva in versione edulcorata quando erano piccini (lo farai, vero?) e capiscano che mamma splendida hanno. Baci :*
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HOTARU
Melody #2. We ran through hills and forests as two under a spell
Song #29. Last kiss

Let me see you through
‘Cause I’ve seen the dark side too
When the night falls on you
You don’t know what to do
Nothing you confess
Could make me love you less

“I’ll Stand By You” – Pretenders

In principio fu Sarah Michelle Gellar.
Furono gli inediti capelli castani e le conosciutissime splendide labbra rosse, già amate a lungo e con passione durante tuuuutta la prima serie di Buffy. Furono i vestitini falsamente castigati del suo personaggio in Cruel Intentions e fu la canzoncina orecchiabile che aveva sentito come BGM all’inizio del film.
Matthew si lasciò andare con un tonfo sul divano e rimase affascinato ad osservare le immagini della pellicola scorrere veloci sul teleschermo, intervallate da spezzoni di concerto di un gruppo che non aveva mai visto né sentito nominare prima di quel momento.
- Placebo… - sussurrò fra le labbra, mentre registrava mentalmente il titolo della canzone e stralci del testo per poter chiedere a Dom se per caso ne sapesse qualcosa, più tardi.
E poi lo vide.
Inizialmente non ci aveva fatto caso.
Troppa Gellar.
Ma c’era effettivamente anche qualcuno che suonava, su quel palco, e quel qualcuno, nonostante la voce acuta e nasale e la pettinatura quasi riccia da ragazzina – e il trucco, come dimenticare il trucco? – quel qualcuno era un uomo.
Si sedette in punta sul cuscino, piegandosi verso il televisore e stringendo le palpebre per focalizzare più chiaramente.
Quell’uomo aveva una maglietta dal taglio femminile.
E una gonna.
Il che, sommato a tutte le caratteristiche sopraelencate, faceva di lui una donna.
Senza mezze misure.
- Che diamine stai guardando? – borbottò Andy, suo coinquilino ormai da più di un anno, apparendo in soggiorno con le braccia traboccanti di pacchettini di plastica ripieni di polvere bianca.
- Ecco qua lo spacciatore che chiede al musicista cosa diamine sta guardando. – borbottò Matt irritato, - Cosa diamine stai facendo tu, semmai, in casa mia!
- Ehi, ehi! – si lamentò Andy, rovesciando i pacchetti sul tavolo, - Sei tu che ti sei trasferito qui! Questa era casa mia!
- Sì, ma dal momento che adesso pago metà dell’affitto è anche casa mia, se permetti! E gradirei che non portassi qui la droga!
- Va bene, Bellamy. – concesse Andy con un sorriso ironico, - Affitterò al più presto un magazzino in cui lavorare.
- Be’, io non vengo qui a spaccarti i timpani, quando devo suonare! Quindi sarebbe il minimo!
Andy lo guardò a lungo, una mano sul fianco e le sopracciglia inarcate verso l’alto.
- Ma sei scemo?! – strillò infine, - Lo sai cos’è questa, Bellamy! – disse, indicando la roba sul tavolo con un ampio gesto del braccio, - Se non la lavoro qui dove pensi che dovrei andare?!
- Non lo so e non mi interessa! – ritorse Matthew, fissandolo con astio, - Cos’è, ti aspetti anche che ti giustifichi?!
- È il mio lavoro! Non lo faccio mica perché mi piace! Lo faccio per guadagnare i soldi che mi permettono di vivere!
- È denaro sporco!
- Ah, be’! Non ti sei lamentato troppo quando con questo denaro sporco ti ho prestato i soldi che ti mancavano per comprare il cappottino rosso dietro al quale sbavavi da mesi come una sedicenne impazzita!
Con un grugnito di disapprovazione – mascherante in realtà un’offesa ma sottomessa rassegnazione, dal momento che Andy non aveva detto altro che la verità – Matt tornò a fissare lo schermo, solo per decidere che sì, era il momento di spegnere la tv, perché quel donna stava abbracciando la sua povera chitarra – dopo averle fatto del male fino a pochi secondi prima fingendo di suonarla quando stava palesemente cercando di ucciderla. Come se un abbraccio potesse farlo perdonare! – e stava lanciando uno sguardo al cielo così coreografico e così stucchevole che lui pensò si sarebbe sciolto nei cliché.
- Vado a farmi una dormita. – annunciò con tono grave, sollevandosi dal divano e muovendosi celermente verso la camera da letto.
- Ricordati che alle sette abbiamo appuntamento con gli altri. – borbottò appena Andy fra i denti, ma non si premurò di farsi effettivamente sentire. Non era il caso di ricordare a Matthew cose che avrebbe tranquillamente potuto ricordargli più tardi.

***************

Quattordici anni.
Un divorzio appena superato – nelle mai troppo piacevoli vesti di figlio minore.
Un fratello maggiore abbastanza scazzato dalla propria vita da adolescente insoddisfatto da non aver tempo per badare alle paturnie del suo povero fratellino maltrattato dalla crudeltà del mondo.
E un’intera estate da passare nello chalet dei nonni, ad ascoltare noiosissimi ricordi della guerra da nonno Pat o altrettanto noiosissimi resoconti delle sessioni pomeridiane di briscola in cinque da nonna Julie.
Non c’era da meravigliarsi se Matthew Bellamy in quel periodo della propria vita non facesse altro che chiedersi “perché?” ogni volta che la suddetta vita gli concedeva un attimo di tregua per farlo.
Era evidentemente uno sfigato.
A parte Dom nessuno sembrava cagarlo anche solo lontanamente di striscio. Non era ancora riuscito a convincere quel figo di Wolstenholme a entrare nei Carnage Mayhem. Le ragazze a scuola lo snobbavano come fosse stato un appestato – neanche fossero stati colpa sua quell’allucinante magrezza e i capelli assurdi che si ritrovava! E a questo c’erano da aggiungere i già citati problemi con la sua famiglia.
Oh, sì.
Soprattutto quell’idiota di suo fratello Paul.
A volte avrebbe voluto prenderlo per le spalle, scuoterlo e dire “senti, guarda che ci sto passando anche io in questo casino! Ci sto dentro quanto te! Cavolo, ricordo che un tempo eravamo vicini! Sei stato tu a farmi iniziare a suonare, ricordi? Avevo tipo cinque anni e tu mi hai messo davanti al pianoforte e mi hai fatto schiacciare con l’indice i tasti giusti per comporre la sigla di Dallas! E adesso com’è che mi ignori?!”.
In realtà sapeva bene perché non faceva niente del genere.
Primo perché scuotere Paul – l’ex capitano della squadra di football Paul – sarebbe stato decisamente impossibile per lui.
E secondo perché diamine, lo capiva. Nella situazione in cui si trovavano, poteva immaginare che suo fratello non avesse esattamente bisogno di un fratellino rompiballe che andasse ciondolando per casa in preda alla depressione perché gli era comparso un nuovo brufolo sul mento e perché, in virtù di ciò, Molly Wainthrop si era sentita in diritto di ridergli in faccia quando lui le aveva chiesto di uscire – senza neanche riuscire a guardarla negli occhi per l’imbarazzo, oltretutto.
Alla luce di tutto questo enorme ammontare di sfighe inenarrabili, sì, Matthew Bellamy era un ragazzino solitario. Di più, a Matthew Bellamy piaceva la solitudine. Si era adattato al silenzio e all’isolamento prendendoli come enormi cuscini di lana morbida. Aderivano perfettamente al suo corpo e, in caso di impatto contro oggetti particolarmente veloci o duri, ammortizzavano più che efficacemente.
E infatti, se c’era una cosa, una sola, per la quale amava lo chalet dei nonni, era la grandissima foresta che si estendeva placida e verdissima a pochi chilometri da lì. Un posto splendido, che aveva imparato a conoscere a menadito durante l’infanzia, grazie alle lunghe esplorazioni che suo padre e suo fratello gli concedevano quando insisteva abbastanza a lungo da diventare esasperante.
Era lì che si rifugiava, quando nonno Pat erompeva in un sonoro “HA! Ai miei tempi, giovanotto…”, o nonna Julie gli si avvicinava con fare civettuolo – scambiandolo probabilmente per una sua coetanea, dal momento che non ci vedeva più tanto bene – e lo arpionava per un braccio bisbigliando “Hai sentito della figlia dei Calloway…? Che indecenza!”, e per inciso, Margareth Calloway era tutto meno che indecente, in ogni sua forma e manifestazione.
Ed era lì che si trovava anche quel giorno di mezz’agosto, quando lo incontrò.
Dovevano essere ormai le otto passate, perché il sole stava tramontando, e tutte le foglie, che pendessero dagli alberi, si diramassero in mucchi rigogliosi dai cespugli o fossero già per terra, risplendevano d’arancione dorato, mescolandosi con l’aria tutta intorno. Anche Matthew sembrava arancione, constatò, abbassando lo sguardo su una mano e poi sollevando quest’ultima all’altezza del viso, per poterla osservare meglio da ogni angolazione.
- Hai le dita lunghe. – disse una voce acuta e nasale all’improvviso, e terrorizzato Matt serrò il pugno e si voltò, sperando di individuare immediatamente chiunque avesse parlato.
Ma non vide nessuno.
Piuttosto, sentì una risatina allegra e vagamente smorfiosa raggiungerlo alle spalle, e si voltò ancora.
Ma anche lì non c’era niente.
- Chi diavolo sei?! – chiese all’aria arancione, continuando a voltarsi in giro in preda al panico.
Gli rispose un’altra risatina divertita.
E allora Matt cominciò veramente ad avere paura. E si mosse celermente sulla via del ritorno.
Ma la voce parlò ancora, ed aveva un’altra intonazione. Era più… vicina. Meno riecheggiante. Più concreta. E veniva chiaramente da qualche parte alla sua sinistra.
- Dove vai? – chiese dolcemente, e quando Matt si voltò al posto del nulla c’era un uomo.
…o almeno quello che avrebbe dovuto essere un uomo, in teoria.
Era indubbiamente piatto, era indubbiamente maschile quanto a corporatura e lineamenti del viso, ma… a parte il fatto che indossava abiti femminili ed era, be’, sì, truccato… c’era qualcosa di ambiguo in lui, qualcosa di completamente indefinito. Qualcosa di attraente, in una maniera del tutto inesplicabile.
- A… a casa mia. – rispose in un soffio, muovendosi a ritroso sul sentiero sterrato che conduceva all’uscita della foresta.
- Mmmh. – mugugnò l’uomo, incrociando le braccia sul petto – aveva le unghia corte e dipinte di nero – e sporgendo i fianchi, - Tu non vuoi veramente tornare a casa.
- …cosa? – azzardò Matt, stupito, fermandosi a metà di un passo e irrigidendosi, - Che intendi?
L’uomo mugugnò ancora.
- Nonno Patrick ha visto che non ti si trovava da nessuna parte e ha afferrato Paul per la collottola. Adesso l’ha costretto a sedersi sul divano accanto a lui e gli sta raccontando qualche episodio di cameratismo durante la guerra del Vietnam.
- …mio nonno non ha fatto la guerra del Vietnam…
L’uomo ridacchiò, coprendosi la bocca con una mano.
- Questo dovresti dirlo a lui, non a me. – commentò con un sorriso angelico, muovendo qualche passo verso Matt.
Matthew non sentì il bisogno di indietreggiare ancora, e perciò rimase ad osservare lo sconosciuto tendergli la destra e presentarsi, sempre sorridendo amabilmente come, be’, come fosse normale.
- Mi chiamo Brian. E tu sei carino. – disse.
E Matthew capì che forse avrebbe fatto meglio ad indietreggiare quando ne aveva avuto la possibilità.
Insomma, era un idiota e non era neanche un tipino tanto splendido, ma sapeva interpretare un… un forse-uomo forse-trentenne, quando gli diceva “sei carino”. Era successo anche a lui, in passato, nonostante l’apparenza smunta.
- Ho quattordici anni! – si affrettò a precisare, mettendo le mani avanti, per quanto si rendesse perfettamente conto del fatto che un adulto che abborda un ragazzino in un bosco avrebbe potuto tranquillamente disinteressarsi della sua età.
Ma ciò non avvenne.
Tutt’altro.
Brian si tirò indietro come l’avesse scottato, guardandolo inorridito.
- Non ti azzardare a toccarmi mai! – gli strillò contro, così acuto che Matt sentì le orecchie rimbombare.
- Ma… sei… sei tu che ci hai provato con me!
Brian tornò a sorridere, come non fosse successo niente.
- Sì, è vero. – disse malizioso, stringendosi nelle spalle, - Ma non sapevo che avevi quattordici anni. Adesso che lo so, non toccarmi mai, per favore.
Be’.
Forse non era un maniaco, allora.
Magari l’aveva preso per un ragazzo più grande, all’inizio – per quanto non vedeva come qualcosa del genere fosse possibile. Magari era perfino benintenzionato.
Accidenti a te, Matt, si disse, quasi con rabbia, va bene che sei uno sfigato, ma perché devi vedere il Male ovunque ti volti? Potresti essere un po’ più morbido, con le persone!
Ebbene lo sarebbe stato.
Sarebbe stato morbido.
Sorrise cordialmente, incrociando le braccia dietro la schiena.
- Mi dispiace non poterti stringere la mano, Brian. – disse, con un’ombra di disappunto nella voce, - Comunque mi chiamo Matthew, piacere di conoscerti!
- Matthew… - disse Brian, facendo scivolare il suo nome sulla lingua quasi fosse una caramella, cantilenandolo, - Mi piace. È dolce. Di sicuro più di Paul.
Matthew ridacchiò lievemente.
- Davvero! – continuò Brian, muovendo un paio di passi verso il folto del bosco, con Matt che gli si affiancava per una passeggiata, - Cos’avevano in testa i tuoi genitori quando l’hanno battezzato? È un nome così… insulso! Fortunatamente poi sono rinsaviti. Matthew è… - lo guardò dritto negli occhi, e per la prima volta Matthew ne notò il colore inusuale, senza riuscire neanche a definirlo, - …è veramente carino. Come te.
- Ah! – ridacchiò Matt, stranamente a proprio agio, fingendo di offendersi, - Non dovevi smetterla di provarci con me?
- Ho detto che non ti toccherò! – disse Brian, ridendo apertamente, - Non ti basta?
Anche Matthew rise, socchiudendo appena gli occhi nel puntare lo sguardo sul sole che ormai svaniva dietro le colline in lontananza.
- Me lo farò bastare. – disse condiscendente, - Ma purtroppo per oggi devo andare via.
Le labbra di Brian, rosa confetto e lucide come fossero ricoperte di lipstick, si arricciarono in una smorfia di delusione.
- È ancora presto! – rispose, lagnandosi come un bambino, - Non è ancora del tutto sera!
Matthew cominciò a dubitare dell’età che gli aveva affibbiato all’inizio, per quanto la sua apparenza fosse smaccatamente quella di un trentenne o giù di lì.
- Sì, ma noi siamo ancora nel bel mezzo del bosco. – spiegò pazientemente, - E ci vorrà almeno mezz’ora prima di raggiungere la campagna. E poi devo ancora tornare a casa. – ridacchiò, - Se conosci nonno Pat al punto di sapere cosa sta raccontando a mio fratello, lo conoscerai altrettanto da ricordare che non gli piace cenare tardi.
Brian sorrise, avviandosi tranquillamente dal lato opposto, verso il punto della foresta in cui gli alberi si facevano più radi e cominciavano le enormi distese di campi coltivati.
- Io non conosco tuo nonno, Matthew.
Lui lo fissò, stupito, inclinando appena il capo e seguendolo nel cammino.
- Come no? E quel discorso…
- Io lo vedo. – spiegò Brian, prim’ancora che lui potesse terminare la sua domanda, - Io non sono una persona normale. Anzi, a dire la verità non sono affatto una persona.
Matthew ridacchiò nervosamente, allontanandosi di qualche centimetro.
- E allora cosa sei? – chiese, cercando di mascherare l’imbarazzo.
Brian arricciò il naso, stringendo le palpebre.
- Sono un folletto. – disse con naturalezza.
E Matt scoppiò a ridere.
- Ma dai! – disse, tenendosi la pancia fra le mani, - Un folletto?!
Brian sorrise assieme a lui, affatto offeso dalla sua reazione – anche perché probabilmente se la aspettava.
- Un folletto. – disse invece, con più convinzione, - Uno spiritello, un elfetto, un diavoletto. Cose così. Lo Spirito del Bosco non mi ha mai detto “Brian, adesso sei questo”. Mi ci ha semplicemente trasformato.
Matthew si fermò.
E lo guardò con un misto di paura e sgomento.
- Be’? – chiese Brian, sempre sorridendo, - Siamo quasi alla campagna. Non puoi mica fermarti adesso.
- No, è che… cioè, ma dici sul serio…? – chiese titubante, incapace di staccare lo sguardo da lui.
Brian annuì lentamente.
- Solo che non posso darti nessuna prova. Sono solo un folletto, mica un dio. E anche lì, spesso si hanno difficoltà coi miracoli dimostrativi.
Rimase in silenzio, ripetendosi che doveva essere pazzo.
Che altro avrebbe dovuto pensare?
- Be’, è ora che tu vada. – concluse Brian qualche secondo dopo, voltandogli le spalle e riprendendo a camminare verso il cuore della foresta, - Io sarò qui. Se avrai voglia di parlare.
Lo osservò sparire nel buio, mentre lentamente si rendeva conto che dovevano essere quasi le dieci, e che di sicuro a casa si stavano preoccupando come i pazzi. Decise di non pensare più a Brian e corse a perdifiato lungo i campi, tagliando per le coltivazioni quando poteva, per arrivare allo chalet il prima possibile. E lì lo accolsero le ramanzine dei nonni e di Paul, che quasi gli tirò in testa il piatto di pasta ormai immangiabile, che “con tanto amore nonna Julie aveva preparato appositamente per lui, condendolo solo coi piselli e la cipolla e omettendo la carne che tanto lo disgustava!”.
- Ma si può capire dove diavolo sei stato?! – strillò suo fratello dopo che l’ebbe costretto a ingurgitare l’immangiabile ammasso di pasta congelata e insapore, - Eravamo tutti preoccupati!
Matthew scosse le spalle, pulendosi col tovagliolo.
- In giro. – rispose. Poi un lampo, una domanda a vorticare nel cervello, e l’impossibilità di ignorarla. – Paul, che avete fatto tu e il nonno nel pomeriggio?
Suo fratello roteò gli occhi, prendendo il piatto e ficcandolo assieme agli altri nel lavello, sotto uno scrostante getto d’acqua calda.
- Per carità! Mi ha costretto ad ascoltarlo vaneggiare sui suoi presunti ricordi della guerra del Vietnam. È delirante! Lui non ha fatto la guerra del Vietnam!
*
- C’è qualcosa che non so e dovrei sapere?
Matthew guardò suo fratello, disteso sulla sedia a sdraio accanto alla propria, come fosse stato ebete.
- No. – rispose poi, tornando a prendere il sole e ignorando l’accaduto.
Paul non demorse.
- Allora c’è qualcosa che non so e che non dovrei sapere?
Matthew lo guardò ancora.
- Se non lo sai e non dovresti saperlo, perché dovrei dirtelo? E comunque no.
Questa risposta sembrò soddisfare il suo fratellone preoccupato. Almeno per quattro secondi.
- Allora… - tornò alla carica una volta che i quattro secondi si furono esauriti, - C’è qualcosa che magari so ma di cui non mi rendo conto e che invece farei bene a notare prima che fosse troppo tardi?
Matt sbuffò e decise che era il momento di porre fine a quello strazio.
- No Paul, non è successo niente di devastante nella mia vita dall’ultima catastrofe naturale che l’ha colpita, sto bene e vorrei cercare di dare alla mia pelle un colore meno mozzarellistico senza dover sopportare le tue domande angoscianti! D’accordo?
Paul si mise a sedere sulla sdraio, e Matthew lo seguì nel movimento.
- Tu hai una ragazza. – disse poi con estrema naturalezza, incrociando le mani sotto il mento, - È la Calloway, vero? Le sbavi dietro da quando sei nato.
Matt sgranò gli occhi e semplicemente lo fissò.
Così suo fratello si sentì in diritto di continuare a fantasticare.
- Ricordo quando avevi due anni! I nostri genitori vi “presentarono”. Mamma delirò per tutto il tempo, era convinta che foste fatti l’uno per l’altra.
Matthew sospirò e tornò a distendersi, calando sugli occhi la visiera del cappellino che indossava.
- Peccato che la Calloway non fosse d’accordo! – continuò Paul senza alcuna pietà, - Praticamente ti rovesciò il secchiello pieno di terra sulla testa, e tu per poco non moristi soffocato…
- Sì, Paul, - sbottò infine il ragazzo, irritato, - mi hai raccontato questa scena qualcosa come tremila volte, la so a memoria! Mi spieghi perché la stai tirando fuori di nuovo adesso?!
- Perché! – spiegò Paul, gesticolando ossessivamente, - Visto quello che quella mocciosa è stata in grado di farti, non riesco a capire come sia possibile che tu le vada ancora dietro e che ti ci sia messo insieme!
- Non mi ci sono messo insieme!!! – strillò Matt, scattando in piedi, - Non sto con nessuno!
- Balle! – protestò Paul, - Ogni pomeriggio fuggi nel bosco e torni quasi sempre dopo cena! Non dici mai cos’hai fatto o con chi ti sei visto! E quando torni sei sempre felice come se avessi scopato!
- Paul!
- Non dire Paul!!! È vero!!! È logico che hai una ragazza!!!
- Oddio…! – mormorò Matthew, sconvolto, allontanandosi da lui con un paio di passi nervosi, - Non posso credere che tu mi stia facendo un discorso simile adesso!
- Che vuol dire che non puoi crederci?! Sono tuo fratello maggiore! È logico che mi preoccupi per te!
Lo fissò.
Sembrava serio.
E sembrava anche non rendersi minimamente conto di quanto la sua lontananza l’avesse ferito, negli ultimi mesi. E sembrava ignorare completamente il fatto che vederlo interessarsi a lui così d’improvviso, senza un motivo, andando a toccare con le sue domande l’unica oasi di pace che Matt fosse stato in grado di trovare fuggendo dal casino che aveva nella testa, era fastidioso da morire, assurdo e insopportabile.
Gli voltò le spalle e semplicemente prese a correre come un ossesso verso il bosco, senza curarsi delle sue urla e sperando che non si mettesse in testa di seguirlo.
*
Brian lo aspettava al limitare del bosco.
E questo era strano.
Generalmente doveva andare cercandolo per intere mezz’ore prima di riuscire a trovarlo, magari appollaiato su qualche ramo tutto intento a gorgheggiare canzoncine sciocche, o a dondolare a testa in giù come un pipistrello.
Ma quel giorno Brian aveva anche un’espressione preoccupata sul viso.
E questo non era strano, questo significava semplicemente che aveva visto.
Si fermò ansante davanti a lui, poggiando le mani sulle ginocchia e guardando per terra, aspettando di riprendere fiato.
- Matthew…? – lo chiamò Brian, agitato, chinandosi su di lui, - Matt, ma che ti è preso…?
- Lui… - cercò di dire, ma il respiro non era ancora tornato al suo posto, e continuare fu impossibile. Brian se ne rese conto.
- Va bene, va bene. – disse tranquillamente, - Riprenditi. Dai, facciamo una passeggiata.
Matthew annuì e lo seguì all’interno del bosco, incapace di sollevare lo sguardo.
- Non devi per forza parlarmi dei tuoi casini, eh. – lo sentì dire col solito tono dolce e rilassato, - Solo che mi sono un attimino preoccupato. Tuo fratello sembrava avere buone intenzioni. Voglio dire, mi rendo conto che per un ragazzino dev’essere angosciante subire discorsi simili, ma sarebbe bastato che dicessi “incontro un amico e passiamo il tempo a parlare” e al limite lui se ne sarebbe uscito con un “ah” e non avrebbe chiesto più niente.
- Cos’è che te lo fa pensare? – sospirò Matt, finalmente in grado di parlare, - Avrebbe di sicuro messo su un altro terzo grado chiedendomi chi fosse, dove l’avessi conosciuto e cosa intendessi fare con la sua amicizia da qui ai prossimi trent’anni più o meno.
- Mmmh. No, Matt.
- …no?
- No. Avrebbe capito che sei gay, e se c’è una cosa che i fratelli maggiori non vogliono conoscere nei dettagli è esattamente questa.
- Io non sono gay! – strillò, sollevando lo sguardo e fissandolo spaventato.
- Oh, sì che lo sei. – ridacchiò Brian, scrollando appena le spalle, - Sei troppo carino per non esserlo. Vedrai, un giorno di questi ti renderai conto che né la Wainthrop né la Calloway possono valere l’occhiata che rubi a Roger Teabing negli spogliatoi quando lo guardi infilarsi dentro la doccia.
Arrossì d’improvviso.
Come diavolo faceva a saperlo?!
- Non è così! – si difese, agitato, - Non è che io voglio guardarlo!
- Mmmh, sì, mi rendo conto. – continuò Brian, picchiettandosi sul mento con l’indice, - Dev’essere un movimento compulsivo. Devo ammettere che il ragazzo in effetti ha un sederino che implora di essere divorato con gli occhi.
- …tu sei un pervertito! Ed io non sono gay e meno che mai mi piace quel fighettino tutto muscoli di Roger Teabing! Se e solo se fossi gay mi piacerebbero tipi più… più come Dom!
- Matty, tesoro, i tipi come Dom sono i migliori amici. I migliori amici restano migliori amici per sempre. Non ti porteresti mai a letto Dom!
- Ma questo è perché non sono gay!
Brian ridacchiò ancora e scrollò le spalle, come a dargli ragione senza credere a una parola di ciò che stava dicendo.
Matthew decise che andava bene così e continuò a camminargli a fianco, godendo della frescura ombrosa del bosco.
Era passata una settimana, sì. Aveva visto Brian tutti i giorni. Ed era incredibile come, in definitiva, anche se non avevano parlato di niente, Matthew si sentisse come se di lui sapesse tutto, e viceversa. Non era come sapere lo stretto indispensabile e dire di conoscerlo, no – anche perché di lui non sapeva neanche quello – era come non sapere assolutamente nulla e poter dire di conoscerlo lo stesso. Era come se Brian fosse tutto lì. Come fosse solo quel corpo che si muoveva allegro e a suo agio fra gli alberi e i cespugli. Come se oltre non ci fosse niente, come non avesse un passato, dei ricordi, dei pensieri.
Era estremamente semplice.
E divertente.
Era tutto ciò di cui Matt aveva bisogno in quel momento.
Stando con lui poteva illudersi a sua volta di essere solo un corpo. Di essere in armonia col mondo. Di non avere niente nella testa a parte un po’ di sana voglia di non pensare.
Era una sensazione talmente piacevole, talmente esclusiva, che davvero l’aveva infastidito troppo che Paul ci avesse allungato sopra le mani.
Era una cosa sua.
Una cosa segreta.
Nessuno avrebbe dovuto sentirsi in diritto di toccarla, era il suo piccolo tesoro estivo.
- Visto che sei depresso, - disse Brian in un soffio, riscuotendolo dai suoi pensieri, - oggi ti porterò a fare un giro un po’ diverso dal solito.
- Diverso dal solito? – chiese Matt incuriosito, - Guarda che questa foresta la conosco meglio di te. Vengo qui da quando ero piccolissimo.
- Ora, a parte il fatto che io vivo in questa foresta da molto prima della tua nascita, Matty caro, ormai avresti dovuto capire che ci sono cose che puoi vedere con me… cose che non puoi vedere da solo.
- Mh? Tipo?
- Parti della foresta nascoste alla vista dei normali esseri umani… cose speciali, cose magiche…
Matthew rise sbuffando, incrociando le braccia sul petto.
- Ti direi che non ti credo. – ridacchiò, - Ma dopo che ieri sei riuscito a farmi vedere la danza d’amore delle lumache, ti crederei anche se mi dicessi che sei in grado di far tramontare il sole al contrario.
Brian rise assieme a lui, scuotendosi come una ragazzina.
- La danza d’amore delle lumache non è una cosa magica, bisogna solo conoscere i posti ed essere fortunati. E no, mi dispiace, non sono in grado di far tramontare il sole al contrario. Ma ci sono altre cose, veramente speciali, che potrei mostrarti…
- Ok, ok, ho capito! – si arrese il ragazzo, agitando le mani, - Portami dove vuoi, ti seguo.
Brian sorrise vittorioso e si allontanò saltellando, così felice e veloce che Matt dovette cominciare a correre per inseguirlo.
E poi d’improvviso si fermò.
E Matthew si rese conto di trovarsi in una parte della foresta che non aveva mai visto prima. Era tutto brillante, era tutto verde e lucido, non era niente di diverso dal resto della foresta, ma al contempo era qualcosa di completamente nuovo. Ogni cosa sembrava ricoperta di brina. Era tutto talmente luccicante che per un secondo pensò che il lipstick di Brian si fosse trasferito dalla sue labbra a tutto il resto, per quanto un pensiero simile fosse stupido.
- Che posto è questo…? – chiese con voce sognante, guardandosi intorno con aria ammirata.
- Questo è un posto segreto nel cuore della foresta. Ma non al centro, non nel folto degli alberi. Il cuore vero.
- Il cuore vero…?
- Sì. È qui che dimora lo Spirito del Bosco. Da qui osserva tutto e tiene tutto sotto controllo. Ed è qui che vivono e si nutrono le sue creature favorite.
- Quali sono le sue creature favorite?
Brian gli lanciò un sorriso enigmatico e poi gli indicò con un cenno del capo un laghetto al limitare dello spiazzo erboso in cui si trovavano. Il laghetto era chiaramente apparso nel momento in cui lui l’aveva indicato, perché prima Matt non l’aveva notato, e decisamente avrebbe notato cinquanta metri di diametro di acqua cristallina e apparentemente freschissima, brillante nella luce del sole che filtrava fra le fronde degli alberi.
Matthew fissò lo specchio d’acqua, rapito, per qualche secondo, e poi cominciò a vedere del movimento fra i cespugli che lo circondavano. Fu questione di un attimo. Subito dopo cominciarono ad apparire degli strani animali.
- Guarda. – disse Brian, ridacchiando infantilmente, - Quelle sono gironzole.
Erano… giraffe.
Lilla.
E con le alucce.
Ma inequivocabilmente giraffe.
Colli lunghi, piccole corna arrotondate in punta sulla testa, grandi occhioni castani con ciglia lunghissime e mantello pezzato.
Gironzole.
- E quelli leonzoli. – proseguì, indicando un paio di… leoni, sì, dovevano essere leoni. Criniera. Muso felino. Grandi zampe forti. Celesti e alati, ma leoni.
Leonzoli.
Si abbeveravano tranquillamente, accanto alle gironzole, in pace col mondo. Non producevano alcun rumore.
Erano angelici.
Totalmente assurdi, ma angelici.
- E se siamo abbastanza fortunati… - continuò Brian, chinandosi su di lui fino a raggiungere l’altezza del suo viso e sussurrargli direttamente all’orecchio, - Se siamo fortunati vediamo anche i migliori.
- Cosa… cosa sono i migliori…? – esalò Matt, ancora affascinato e inebetito dallo spettacolo che stava osservando.
- I migliori sono gli ippoponzoli. – spiegò Brian dolcemente, - Non esiste creatura che lo Spirito del Bosco ami più degli ippoponzoli.
E gli ippoponzoli apparvero.
Ne apparvero tanti. Una decina, almeno. Dal folto della foresta in processione lenta verso il laghetto.
Ippopotami dorati con minuscole alucce biancastre e semitrasparenti fra le scapole. Enormi. Stupendi.
- Gli ippoponzoli… - mormorò Matthew, come volesse memorizzare il termine, - Ma volano…?
- Certo che volano! – disse Brian come fosse stata un’ovvietà, - Le ali sono piccole perché erano più carini così, ma lo Spirito del Bosco non li avrebbe mai privati della capacità di volare, visto che li ama tanto.
Matthew annuì lentamente, osservando il gruppo immergersi nelle acque del lago, facendole sembrare dorate come la loro pelle.
Poi si voltò verso Brian. E vide la luce riflettersi nei suoi occhi, sulle sue labbra, nel biancore della sua pelle, e pensò che era così bello che lo Spirito del Bosco doveva avere organizzato quello spettacolo stupendo solo per lui.
- Lo Spirito del Bosco ama anche te, vero? – chiese innocentemente, continuando a guardalo ammaliato, - Voglio dire, ti permette di venire qui. E se è vero che rende belli tutti coloro che ama… - s’interruppe appena, arrossendo e smettendo di fissarlo nel momento in cui incontrò il suo sguardo stupito, - …allora deve amarti proprio tanto.
Brian sorrise appena.
Stiracchiò l’orlo della manica della maglia nera che indossava fino a coprire tutto il pugno e gli diede un lieve buffetto sulla guancia.
Matthew sollevò lo sguardo.
- Mi hai toccato…
- No che non ti ho toccato. – disse Brian, tirando fuori la lingua, - Ti ha toccato la mia maglietta. Questo possiamo farlo.
Gli venne da sorridere. E lo fece.
- Grazie per i complimenti. – continuò Brian, sorridendo a sua volta. – Adesso devo premiarti. Vuoi fare un giro su un ippoponzolo?
- …cioè… - abbozzò Matt, gli occhi brillanti, - …volare…?
Brian annuì, strizzando le palpebre.
- Sì! – disse Matt con entusiasmo, - Sì! Certo che sì! Grazie a te!
L’altro ridacchiò, e portò le dita alla bocca per fischiare. Quando il suono si diffuse nell’aria, uno degli ippoponzoli – il più grande, il più dorato di tutti – voltò appena il capo, e poi cominciò a muoversi celermente nell’acqua per uscirne, e quando posò le zampe sull’erba si mosse goffo e lento sul terriccio umido, per raggiungerli.
Quando Matt lo osservò da vicino si rese veramente conto della sua enormità, e si commosse.
- È bellissimo! Brian, è stupendo!!! – gridacchiò, in preda all’emozione, arrampicandosi agilmente sulla schiena dell’animale, incurante dei propri vestiti che si andavano inumidendo per il contatto con la pelle fredda e bagnata, - Dove andiamo?
- Facciamo un giro fino a casa tua, ti va? – chiese a sua volta Brian, salendo sull’ippoponzolo di fronte a lui ed afferrandogli le orecchie come fossero un timone.
- Sì! – rispose Matt entusiasta.
- Perfetto! – ridacchiò l’uomo, scuotendo appena le spalle, - Allora mi sa che devi tenerti.
Matt si guardò intorno, alla ricerca di un qualche appiglio, ma la groppa liscia dell’ippoponzolo non forniva niente del genere. Perciò si avvicinò a Brian, sussurrando titubante “Posso… posso aggrapparmi a te?”.
Vide Brian rabbrividire. E lo poté sentire teso.
Ma quando lui si voltò a guardarlo sorrideva come sempre, e il suo era un sorriso al quale Matt non poteva resistere, e perciò sciolse ogni dubbio e allungò le mani verso il suo petto, aderendo alla sua schiena e stringendolo forte da dietro.
- Attento a non toccarmi la pelle. – gli ricordò Brian, apprensivo, - Ma a parte questo, stringimi pure.
E Matt lo strinse.
Chiuse gli occhi.
E quando li riaprì stavano già volando sopra il bosco, sulle campagne, sui campi coltivati.
- Brian… - mormorò, quasi commosso, - È stupendo… non pensavo che mi sarebbe mai successa una cosa simile…
Lui ridacchiò, costringendo l’ippoponzolo a virare con una dolce ma decisa strizzata alle orecchiette dorate.
- Lo Spirito del Bosco è buono e sa tutto. Deve aver pensato che ti meritavi una magia. Tu pensi di meritartela, Matt?
Il ragazzo abbassò lo sguardo, perdendosi nell’azzurro brillante del fiume che attraversava le colline.
- Non molto, sai? – disse infine, quasi soprapensiero, - Sono successe tante cose nella mia vita, di recente… e io non mi sono sempre comportato bene…
- Di cosa stai parlando? – chiese Brian, e il suo tono era così dolce, così incoraggiante, così generoso che Matt non riuscì a continuare a tenersi tutto dentro, e decise di parlare.
- I miei genitori hanno divorziato… - accennò, giocando con le dita con gli sbuffi sulla scollatura della maglietta di Brian, - E… io so che cose simili succedono a un sacco di ragazzini in giro per il mondo… voglio dire, non sono mica l’unico che sta male. Non ho l’esclusiva della sofferenza. Anche Paul… cioè, perfino lui, nonostante sia forte e nonostante sembri disinteressato a un mucchio di cose… scommetto che anche lui è stato male.
- Certo che è stato male, Matt. Puoi immaginare un altro motivo per il quale potesse smettere di dedicare la sua completa e totale attenzione a te?
Matthew arrossì, agitato.
- N-Non è che Paul abbia passato la sua intera vita solo a prendersi cura di me, eh?!
Brian gli lanciò uno sguardo di sottecchi, inarcando le sopracciglia.
- Matty, tesoro, da chi sei andato a piangere quando quell’idiota del tuo amichetto Jake all’asilo ti ha rotto il trenino?
- …da Paul, ma-
- E quando sei stato scaricato dalla splendida Simone, alle medie, chi ha passato tutta la notte con te a divorare gelato al cioccolato guardando le registrazioni di Starsky and Hutch?
- …
- E quindi non pensi che tuo fratello Paul sarebbe stato più che felice di, non so, teletrasportarti in un universo pieno di unicorni di zucchero e bigné alla panna, mentre i tuoi genitori divorziavano, solo ed esclusivamente per non farti stare male?
- Ecco, io…
- E non pensi che se non l’ha fatto è stato solo perché evidentemente il problema l’ha investito con una tale sconvolgente potenza che per la prima volta lui s’è sentito sopraffatto e incapace di trovare una soluzione?
Matthew si lasciò andare contro la schiena di Brian, sfregandovi contro la fronte e socchiudendo gli occhi.
- Perché mi dici queste cose…? – chiese piano, spaventato dall’eventualità che Brian potesse percepire le lacrime nei suoi occhi dal tremito nella sua voce.
- Perché stai male, Matthew. E quando si sta male fa bene vedere le cose nella giusta prospettiva. Tuo fratello non ha smesso di amarti. Nemmeno i tuoi genitori hanno smesso. Solo che arrivano momenti nella vita in cui una persona deve per forza smettere di pensare a chi ama per dedicare qualche attimo a sé stesso. Per decidere cosa fare della propria vita. Per riportarla in carreggiata.
- …
- Tu oggi ti sei sentito offeso, ferito e tradito, quando tuo fratello ha cercato di strapparti a forza una confessione dalle labbra. Ma in questa settimana Paul ha semplicemente ricominciato a vedere le cose dall’angolazione giusta. S’è come risvegliato da un sonno. E svegliandosi ha visto che il suo adorato fratellino scappa il pomeriggio e torna a sera inoltrata perché non gli va di affrontare tutte le cose orribili che gli stanno capitando. E questo l’ha fatto sentire inutile e colpevole. Ecco tutto.
Matthew sospirò, scivolando con le mani verso la vita di Brian e stringendolo lì, appoggiando una guancia contro di lui per lanciare un’occhiata al meraviglioso paesaggio che scorreva sotto di lui.
- Non sono solo. – disse, sfiorando con le labbra la maglia dell’uomo davanti a lui, - È questo che mi stai dicendo. Che non sono solo.
Brian ridacchiò, e il suono della sua voce si propagò attraverso la schiena, raggiungendo le orecchie di Matt e facendolo rabbrividire.
- Esatto Matt. Non sei solo. Nonno Patrick sta giusto rovistando nello sgabuzzino per recuperare il modellino di caccia bombardiere che suo padre gli ha regalato per il quindicesimo compleanno, e regalarlo a te. E anche stasera nonna Juliet si piegherà a conservare l’amato ragù per preparare qualcosa che tu possa mangiare senza vomitare. E Paul resterà seduto sulla sdraio, fingendo di leggere un libro mentre non riesce a fare a meno di lanciare occhiate nella direzione verso la quale sei sparito qualche ora fa, aspettandosi di vederti tornare correndo da un momento all’altro. E a casa tua mamma sta meditando di portare te e tuo fratello in qualche bel posto prima che ricominci la scuola. E papà sta sistemando casa in vista del primo weekend che passerete con lui.
Matt si accorse di non poter trattenere un singhiozzo. E questo gli fece capire che stava piangendo. Nascose il viso tra le pieghe della maglia di Brian, mugugnando di vergogna e di gioia.
Era commosso.
Era tristissimo.
Ed era felice.
- Le persone a volte sono egoiste, Matt. Ma questo è normale. Sono persone.
Annuì con forza, sentendo che in quel preciso istante avrebbe potuto perdonare a chiunque anche la peggiore delle nefandezze.
E lo fece.
E si augurò che a tutti nel mondo capitasse di avere un Brian che diceva cose stupende a bordo di un ippoponzolo volante sulle campagne inglesi, per provare almeno una volta nella vita quella splendida sensazione di gioia, e libertà, e pienezza che stava provando lui così intensamente.
- E quindi non dire più che ti pare di non meritare le magie. – concluse Brian, scrollando lievemente le spalle come a volerlo accarezzare con quel gesto, - Sei una persona anche tu. Anche tu hai diritto ai tuoi attimi di egoismo nero e sofferenza ottusa.
Sollevò lo sguardo.
Brian s’era voltato e lo guardava col più indulgente dei sorrisi sul volto.
- Stare male non ti rende cattivo. Fa di te ciò che sei. E sei un ragazzo adorabile.
Era tutto ciò che aveva bisogno di sentirsi dire.
Gli sarebbe bastato anche molto meno, anche un semplice “non sei poi così male, non fai poi così terribilmente schifo, hai giusto qualche speranza di diventare un essere umano accettabile”. Ma Brian era stato generoso. Brian non aveva risparmiato sulle parole. Brian gli aveva detto proprio tutto.
In quel breve volo nel tramonto inglese gli aveva praticamente salvato la vita.
Discesero nello stesso punto dal quale si erano sollevati, e dopo aver salutato l’ippoponzolo e lanciato un ultimo sguardo ai buffi animali ancora a riposo attorno al lago, ricominciarono la loro passeggiata verso il limitare del bosco.
- Ohiohi, povero me. – disse Brian con una smorfia delusa, stiracchiandosi, - Adesso tu ti sei aperto con me, e in teoria io dovrei trovare un altro modo per ripagarti della fiducia. Ma ti ho già fatto volare e non so se riuscirò a trovare qualcosa di meglio!
Matt ci rifletté su un paio di secondi, e poi capì che in effetti c’era qualcosa che Brian potesse fare.
- Parlami di te. – disse, guardandolo dritto negli occhi, - Tu sai tutto di me, anche quello che non ti ho detto. Ma io di te non so proprio nulla. Sei sempre stato così?
Brian ridacchiò.
- Non so se la storia della mia vita possa essere un premio, sai Matty?
Matt scosse il capo con decisione.
- Nemmeno la mia è stata tutto questo piacere! Ma mi interessa, quindi non puoi farmi contento…?
Lui sorrise, dandogli una lieve gomitata su una spalla.
- Ma sì, certo. E no, non sono sempre stato così. Anche io ero una persona come tante, prima.
- Che tu fossi una persona come tante, scusami se te lo dico, mi sembra impossibile…
- Sì, sì. – confermò Brian con l’ennesima risatina, - Mi truccavo e mi vestivo da donna già allora, se è questo che intendi.
Lo sguardo di Matt si adombrò d’improvviso, mentre le sue labbra prendevano una piega imbarazzata e delusa.
- Ma non mi riferivo a questo…
Brian spalancò gli occhi, confuso e imbarazzato a sua volta.
- Oh. – borbottò, - Comunque, ero un essere umano come te.
- E perché adesso sei così?
- Mmmh. Questa è la parte poco carina del racconto. – confessò con un sorriso triste, - E non so se mi va di raccontartela.
Sembrò tentennare davvero fra la possibilità di vuotare il sacco e quella di non dire niente, ma Matthew non era disposto a osservarlo ritirarsi. Il loro rapporto era stato vago e leggero come l’aria, fino a quel momento, ma da quel giorno in poi tutto sarebbe cambiato. Non poteva più ignorare che Brian era qualcos’altro oltre a un corpo, semplicemente perché adesso riusciva a sentire anche tutto il resto. La dolcezza, e la gentilezza, e le premure, e il desiderio di dare una mano…
…come poteva continuare a pensare a lui come a un passatempo?
Si tese verso di lui, afferrando un lembo della sua maglia fra le mani, e il semplice contatto gli riportò alla mente le sensazioni provate mentre volavano sull’ippoponzolo, riempiendolo di nuova forza.
- Ti prego… - biascicò, fissandosi i piedi, - Raccontamelo.
Brian sorrise, e lo condusse verso una pietra piatta sotto una quercia, abbastanza grande da poter fornire un posto dove sedersi a entrambi. Lì lo fece accomodare, e poi si posizionò al suo fianco, accavallando le gambe e puntellandosi sulla superficie liscia del masso con le mani dietro la schiena.
- Vediamo… avevo trent’anni allora. Il giorno in cui lo Spirito del Bosco mi trasformò in quello che sono adesso. Stavo passeggiando per questa stessa foresta. Era un luogo che amavo veramente tanto. – si voltò a guardare Matthew, sorridendo debolmente, - Mi piaceva la solitudine.
Matthew annuì, abbozzando anche lui un sorriso e incrociando le mani in grembo.
- Mentre passeggiavo però successe qualcosa. Vidi un ragazzo.
E a Matthew sembrò di capire.
Gli sembrò di cogliere qualcosa, nello sguardo sfuggente di Brian, ed ebbe voglia di tornare indietro e dirgli “se non ti va di parlarne per me fa lo stesso”, così come aveva fatto lui prima.
Ma era tardi.
- Era veramente bellissimo. Veramente triste. E veramente solo.
- Tu… - accennò, incapace di guardarlo, - tu ti sei…
- Sì. Mi sono innamorato di lui. Non avrei dovuto, perché era sbagliato, perché era indecente, perché stavo chiaramente approfittando della sua debolezza in quel momento e perché… - gli lanciò uno sguardo veloce e colpevole, per poi tornare a fissare un punto lontano nel niente, - e perché aveva la tua età.
Un ragazzino…
- Un ragazzino come te.
Matthew si morse un labbro fino a farsi male, contorcendo le dita per il nervosismo.
- Tu l’hai…
- Sì. Ho… - sospirò, incurvando le spalle e rilasciando il fiato come fosse stato doloroso trattenerlo, - Ho avuto dei rapporti sessuali con lui.
- …
- E lui non era completamente consenziente.
- …che… come sarebbe a dire…?
- Lui… - sospirò ancora, guardandosi intorno nervosamente e cercando le parole, - Io non l’ho preso con la forza. Mi si è concesso. Ma ho approfittato di lui. Ho lasciato che si fidasse di me, ho lasciato che mi considerasse un amico, una persona fidata, e poi gli ho detto di ricambiare il favore. E lui l’ha ricambiato. Perché era troppo piccolo e perché aveva troppa paura che avrei potuto lasciarlo solo se non l’avesse fatto.
- …ed era veramente così? – riuscì a chiedere, tirando fuori la voce da chissà dove.
Brian sospirò ancora.
- Non lo so. Non lo saprò mai. La sera stessa, quando lui andò via, lo Spirito del Bosco mi intrappolò nella foresta, maledicendomi. Avrei vissuto per sempre imprigionato qui, fino a quando non fosse arrivato qualcuno in grado di sciogliere la mia maledizione.
Troppe, troppe informazioni.
Troppe cose a cui pensare.
Non era così che avrebbe dovuto essere la sua relazione con Brian. Non così pesante, non così difficile.
- Come?
Brian lo guardò stupito, senza capire.
- Come si scioglie la tua maledizione? – precisò lui, senza guardarlo.
- Non vuoi davvero saperlo. – ridacchiò amaramente Brian.
- Te l’ho chiesto! – strillò lui, sentendo nuovamente le lacrime punzecchiargli gli occhi, - Se te l’ho chiesto vuol dire che voglio saperlo! Perciò dimmelo!
Brian sorrise dolcemente. Nascose il pugno sotto la manica e lo sfiorò appena sulla testa, ma Matthew si ritrasse.
- Un altro quattordicenne. – spiegò Brian, quando si fu ripreso dalla delusione, - Deve innamorarsi di me. E quando mi toccherà riuscirà ad esorcizzarmi. Se un quattordicenne che non mi ama dovesse toccarmi, invece, la mia condanna si protrarrebbe per l’eternità, senza possibilità d’appello.
Ed era troppo davvero.
Scattò in piedi, stringendo convulsamente i pugni.
- Matthew, - tentò di dire Brian, - io non ci penso nemmeno a costringerti a-
- Non dire niente. – mormorò fra le labbra, - Non dire niente.
Dopodichè si mosse lentamente, allontanandosi da lui.
E uscendo dalla foresta pensò che probabilmente non l’avrebbe più rivisto.
*
Era impattato contro suo fratello appena uscito da un campo di granturco in pieno rigoglio. Era riemerso dall’erba altissima ricoperto di spighe, con le guance rigate di lacrime, e Paul era lì. Stava guardando un punto completamente opposto a lui, verso la foresta, ma non aveva impiegato più di tre secondi per accorgersi del suo arrivo, e più o meno un altro per spalancare le braccia e stringerlo un attimo prima che crollasse a terra, esausto, sconvolto dai singhiozzi.
S’era abbandonato lì, sul terriccio ghiaioso del sentiero, e Paul l’aveva sorretto e poi caricato in spalla e riaccompagnato a casa, senza chiedere nulla, senza dire una parola, tenendogli semplicemente una mano sulla schiena, cercando di rassicurarlo con carezze brevi e decise.
Era servito.
A poco – non aveva smesso di piangere, purtroppo – ma era servito.
A rischiarargli il cervello, più che altro.
A fargli capire che Brian aveva preso la propria anima e gliel’aveva messa fra le mani, e che lui per tutta risposta l’aveva buttata nel fango e poi c’era passato sopra coi piedi. Nonostante tutto l’aiuto che quell’uomo era stato in grado di dargli nell’ultima settimana, la paura, e lo sconvolgimento, e l’angoscia, e lo stupore, erano stati in grado di fargli perdere la testa al punto che non gli era più importato niente dei suoi sentimenti, e aveva badato solo a scappare.
Ed aveva continuato a fuggire da quel pensiero, dal suo ricordo, per tre dannatissimi e infiniti giorni. Passati a vagare per la casa, sfuggendo gli sguardi di chiunque e ignorando qualsiasi richiamo. Quando il nonno era apparso sulla soglia della sua cameretta, portando fra le mani una scatola apparentemente antica, Matthew sapeva che dentro c’era il famoso modellino di caccia bombardiere. E sapeva che il sorriso smagliante e mezzo sdentato di suo nonno significava “tirati su, che ti faccio un bel regalo”. Ma si era limitato a rispondere un “non mi va” appena udibile, e a rintanarsi nuovamente fra le coperte, fingendo che niente stesse succedendo, fingendo di avere solo sonno.
Così come fingeva di essere semplicemente senza appetito quando nonna Julie si avvicinava con una crostata.
Così come fingeva di essere semplicemente stanco quando qualsiasi persona gli proponeva qualcosa.
Mentre in realtà non era stanco. In realtà era ricolmo fino all’orlo di rabbia cieca e violento senso di colpa. Avrebbe voluto avere Brian fra le mani, avrebbe voluto la facoltà di poterlo picchiare per dirgli “hai fatto lo stesso anche con me! Hai lasciato che mi fidassi, che ti considerassi splendido, e poi hai distrutto tutto senza pietà!”. E allo stesso tempo avrebbe voluto crollare ai suoi piedi, aggrapparsi alle sue gambe e stringerlo, e dirgli di non preoccuparsi, che lo capiva, che continuava comunque a trovarlo splendido, che non c’era niente che potesse fare perché Matthew lo rimuovesse dal trono ideale che occupava al centro dei suoi pensieri.
E sapeva che non sarebbe stato in grado di fare nulla del genere.
E questo faceva di lui un essere insulso. E ridicolo.
E stava giusto pensando qualcosa di simile quando Paul irruppe in camera sua, lo privò delle coperte come se stesse scoperchiando una bara e letteralmente lo sollevò dal materasso, prendendolo in braccio e costringendolo ad appollaiarsi sulla scrivania, dove lo posò come fosse stato un oggetto inanimato.
Per molti secondi, Matthew lo osservò con sguardo vacuo, chiedendosi dove volesse andare a parare con quella sceneggiata.
Poi capì, e fece per scendere dal tavolo con uno sbuffo annoiato, ma Paul lo tenne stretto per le spalle, obbligandolo a rimanere immobile.
- Tu hai un problema. – gli disse deciso.
Matt lo fissò di sbieco.
- L’ultima volta che mi hai parlato in maniera così diretta hai detto che avevo una ragazza. E non era vero. Quindi per quale motivo la tua supposizione adesso dovrebbe essere esatta?
Paul ghignò, osservandolo dall’alto come fosse stato un moccioso.
- Perché è vero. Quindi parla.
Semplice ed efficace.
Era così che suo fratello l’aveva sempre costretto ad aprirsi.
Era… decisamente tornato il fratellone di sempre.
E la cosa piacque tanto a Matthew che non riuscì neanche a inventare una scusa qualsiasi per svicolare e chiudere un argomento del quale comunque non voleva parlare.
Si limitò a cercare di mettere su un teatrino assurdo, per fare contento Paul senza dargli necessariamente tutte le chiavi per arrivare a capire cosa gli girasse per la testa.
- Ecco… - abbozzò, guardandosi intorno, - c’è questo mio amico che per ora ha dei problemi con la sua ragazza. Lei gli ha tipo confessato di aver fatto qualcosa di veramente orribile nel suo passato, e lui non riesce più a guardarla con gli stessi occhi, e… insomma, dopo che lei ha confessato è scappato via come se lei fosse stata un’appestata o qualcosa di simile… - lanciò un breve sguardo a Paul, per verificare se avesse capito qualcosa, ma suo fratello lo fissava con occhi attenti e completamente vuoti, e Matt non riuscì a capirne un accidenti. – E perciò adesso questo mio amico ha decisamente un problema e non sa come uscirne…
- Okay. – disse Paul, incrociando le braccia sul petto, dopo qualche secondo di silenzio, - Perciò in questi giorni hai conosciuto questo tipo e credevi fosse un figo e basta. Poi ti ha confessato di essere una persona che sbaglia come tutte, e di avere fatto anche lui le sue brave vaccate, e adesso sei tutto confuso e non riesci a venirci a patti.
Okay.
Dove aveva sbagliato?
- Co-Come diavolo hai fatto-
- Allora. A capire che si parlava di te? Non ci voleva un genio. A capire che era un uomo? Le donne non confessano gli orrori che combinano, anche perché generalmente non combinano mai cose che un altro uomo considererebbe orribili. No, la capacità di stupire una persona innamorata con qualcosa di veramente brutto è esclusiva del genere maschile.
- …
- Ora ascoltami. Lo dirò solo una volta, perché eeew, non voglio parlare dei casini di mio fratello con l’omosessualità.
- …Paul…
- Taci, moccioso. Se trovi una persona che ti piace, e ti rendi conto che ti piace anche sapendo che non è perfetta, che ha fatto cazzate nella sua vita e che come tutti, Matt, non è uno stinco di santo, hai poco da stare lì a rimuginare. Tanto per quanto rimugini ti piace ancora. – spiegò, scrollando le spalle come stesse dicendo ovvietà, - E a te questo tipo piace ancora, no?
Matthew abbassò lo sguardo, arrossendo furiosamente.
- Ecco, appunto, ti piace ancora. – concluse, annuendo convinto, - Ora, Matthew, il problema è il seguente. Fra un paio di giorni noi torneremo a Londra, e non rivedremo questo posto fino all’estate prossima, se siamo abbastanza fortunati. – si prese un secondo di pausa, squadrandolo da capo a piedi e realizzando che così raggomitolato sulla scrivania sembrava davvero ma davvero piccino, - Tu cos’è che pensi di fare?
E Matthew allungò le gambe e semplicemente saltò giù dalla scrivania.
Prima ancora di capire che tutto il suo corpo stava strillando “corri a cercarlo”, lui stava già correndo a cercarlo. Correva come un disperato. Sul sentiero, fra i campi, fra le scorciatoie tra le colline, costeggiando il fiume e attraversandolo sul ponticello pericolante che ormai neanche i pastori, disperati per le infinite migliaia di viaggi che erano costretti a fare, utilizzavano più, e finalmente giunse alla foresta. E ancora correva quando si immerse nel folto degli alberi, e ancora correva, il naso per aria, cercando Brian ovunque gli sembrasse di ricordare di averlo visto.
E correndo correndo raggiunse il lago.
E seppe con certezza che se ci era arrivato era solo perché anche Brian voleva vederlo.
E infatti lui era lì, davanti alle acque cristalline, vestito di nero da capo a piedi – come al solito, come sempre – e badava agli animali della foresta come se fosse davvero stato un pastore alle dipendenze dello Spirito del Bosco.
Matthew si fermò ad osservarlo da lontano, ancora ansante.
Brian si voltò, lentissimo.
E quando si fu completamente girato, Matthew scattò sulle gambe e gli saltò addosso. Lo abbracciò strettissimo, stando attento a toccare solo i vestiti, affondando negli sbuffi della maglia e ansimando e piangendo come un disperato, mentre Brian sollevava spaventato le braccia per evitare di toccarlo a mani nude.
- Matt… - mormorò l’uomo, stupito quanto lui stesso del movimento improvviso e inaspettato.
Ma si ripresero entrambi in fretta. E mentre Matt prendeva a piangere più sommessamente, come volesse scusarsi per tutto, Brian riuscì in qualche modo a far scivolare le maniche della maglietta perché gli coprissero le mani, e afferrando i lembi coi pugni chiusi li fece poi scivolare sulla schiena del ragazzo, con movimenti lenti, pazienti e affettuosi, cercando di calmarlo.
- Avanti, avanti… - sorrise rassicurante, stringendolo forte fra le braccia, - È tutto a posto. Non hai combinato niente di disastroso.
- Sì che l’ho fatto! – protestò Matthew sollevando lo sguardo e arrossendo nello stesso istante, - Mi… mi sono innamorato di te! – disse tutto d’un fiato, strizzando gli occhi, - Voglio essere io a liberarti! – continuò, con lo stesso impeto. Poi sembrò realizzare, e rallentare il ritmo, - …sempre se a te va bene…
Brian lo guardò a lungo, sforzandosi di non scoppiare a ridere.
- Sei così carino… - commentò infine, sorridendo dolcemente, - Sai, se non mi amassi davvero e mi toccassi comunque, io rimarrei imprigionato qui per sempre.
Matthew si morse un labbro, sostenendo il suo sguardo ma inarcando le sopracciglia verso il basso.
- E a me andrebbe bene. – continuò Brian, lo stesso splendido sorriso sul volto, - Purché tu mi promettessi di tornare a trovarmi ogni estate.
Matt continuò a guardarlo, chiedendosi per quale motivo Brian stesse tirando fuori un discorso simile in quel momento.
E poi capì.
E sorrise.
- Tu stai solo cercando un modo per continuare a punirti per quello che hai fatto. – disse teneramente, sfiorandogli il petto attraverso il tessuto della camicia, - Ma non devi preoccuparti. Perché io riuscirò sicuramente a liberarti.
E Matthew glielo lesse negli occhi.
Gli lesse negli occhi “va bene”. Gli lesse negli occhi “ti credo”. Gli lesse negli occhi “ti affido la mia anima”.
Si sollevò sulle punte e lo baciò.
E mentre lo baciava, assieme alla morbidissima sensazione delle sue labbra a premere contro le proprie, e della sua lingua a infiltrarsi nella bocca, umida e calda, si sentì come se gli stessero strappando qualcosa dal petto. E capì che Brian stava svanendo. Che si stava come cristallizzando in minuscole goccioline d’aria, che si stava facendo inconsistente sotto le sue mani, che stava facendosi via via sempre più trasparente e impalpabile.
Si separò da lui e riaprì gli occhi, pensando che non si sarebbe mai perdonato se non fosse riuscito a guardarlo un’ultima volta prima che fosse sparito.
Brian sorrideva ed era bello come mai prima.
Lo vide allungare le mani verso di lui, lo vide stringere con forza le sue dita fra le proprie, lo vide commosso e luminoso.
- Adesso posso toccarti, Matt! Lo senti? Ti posso toccare!
Fu l’ultima cosa che disse.
Ma rimasero lì a stringersi, come fossero immobili nel tempo, fino a che Brian non fu svanito del tutto.

***************

- Bellamy! Accidenti a te!!!
La voce di Andy lo riportò bruscamente dal sogno alla realtà, e Matt scattò a sedere sul letto ripetendosi ossessivamente “Dio! Non guarderò mai più MTv!!!”.
Aveva sognato robe allucinanti.
Assieme a cose effettivamente accadute nella sua infanzia – Margareth Calloway! Erano millenni che non pensava più a Margareth Calloway! – erano spuntate da… da dove, poi? Dal suo inconscio?, scene completamente inventate. E quel tizio, quel coso che nel sogno si faceva chiamare Brian, era dannatamente simile allo pseudo-cantante che aveva visto cantare quella pseudo-canzone che aveva fatto da colonna sonora a Cruel Intentions!
Santo cielo!
- Lo dico sempre io che guardare troppa tv fa male! – commentò Andy, sbraitandogli ancora nell’orecchio, - Guardati, sei completamente rincoglionito! Guarda che stasera mi servi sveglio!
- Stasera…? – mormorò Matt, sollevando lo sguardo sull’esagitata figura del coinquilino.
- Sì, stasera. – puntualizzò Andy afferrandolo per la maglietta e costringendolo a tirarsi in piedi, - Te l’ho detto prima che andassi a dormire, che avevamo appuntamento alle sette con gli altri.
- …ma per fare che, esattamente?
Andy mise le mani sui fianchi, guardando il soffitto con aria falsamente pensosa.
- Uhm. Ricordi la Ford Escort che abbiamo visto posteggiata accanto al molo, ieri sera? Ebbene, pare che abbiamo trovato un compratore.
- …Andy, quella macchina non è nostra. Non possiamo venderla.
Andy sembrò pensarci su per qualche secondo.
Poi si limitò ad afferrarlo per la collottola e cominciare a tirarlo verso la porta dell’appartamento.
- A tutto c’è rimedio, Bellamy! – annunciò candidamente mentre lo infilava nel cappotto come fosse stato un sacco della pattumiera e si affrettava a trascinarlo fuori.
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