Genere: Introspettivo, Romantico, Drammatico.
Pairing: José/Davide.
Rating: R.
AVVERTIMENTI: Slash, Angst, Lime.
- "È come se non fosse mai passata neanche un’ora, ed è vero. Quanto di bello c’era, fra loro, è rimasto uguale. Quanto di brutto anche, però."
Note: Un altro anno è passato, e con esso è arrivata una nuova celebrazione del mio matrimonio ormai quadriennale con il Def, a fronte di sei anni (e mezzo) di conoscenza XD Non passa giorno che io non ripensi al passato e mi dica con sempre più convinzione che, quando si è trattato di fare una scelta, io ho fatto quella giusta. (Io e pochi altri. Posso vantarmene.)
E siccome a quest'uomo voglio bene, ma bene veramente, è per me importantissimo offrirgli in dono i suoi adottini preferiti. CHE SOFFRONO E SI STRUGGONO, because that's how I usually express love. Lui lo sa, ed è indulgente con me u.u
Buon pianto, unico womo della mia vita XD ♥
(Come da tradizione, scritta per il P0rn Fest, su prompt Davide Santon/José Mourinho, Come se non fosse mai passata neppure un'ora, che potrebbe o non potrebbe - ma al 99% è - un prompt dello stesso Def. Così, ipotizzo XD)
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FORMALDEIDE

Rivedersi è, apparentemente, molto meno complesso di quanto entrambi non avessero immaginato. Hanno passato giorni in spasmodica attesa, pensandoci tanto – pensandoci troppo –, e tutto quello che riesco a pensare adesso, di fronte a questo caffè – nero per José, macchiato per Davide, “se continui così comincerai a ingrassare”, “Mister, me lo dice da quando avevo diciassette anni, le sembro ingrassato adesso?” –, è che avrebbero dovuto farlo prima.
Sì, avrebbero dovuto farlo prima, nei lunghi mesi trascorsi in attesa di Newcastle-Chelsea, prima, quando incontrarsi non sarebbe sembrata una questione di stato, prima, quando all’ansia di rivedersi non si era aggiunta l’ansia dell’attesa, e della paura, e del desiderio irresistibile di procrastinare il più possibile, fino alla fine del mondo, magari, per evitare di guardarsi negli occhi e scoprire che qualunque fosse la cosa che li aveva tenuti avvinti per due anni, ai tempi dell’Inter, era scomparsa per sempre.
È ancora lì, negli occhi di entrambi, invece, e nel riconoscerla si sentono entrambi sollevati. Ci sono parti di te che ti si attaccano addosso con gli uncini, mentre cresci, mentre invecchi, parti di te che sono le altre persone a cucirti sulla pelle. Cose che non conoscevi, che non sospettavi, che non potevi neanche immaginare, mondi segreti, attimi rubati al flusso del tempo, che scopri per la prima volta quando guardi qualcuno negli occhi e te ne senti attratto anche se sai che non dovresti. Anche se sai che non puoi. Anche se sai che, pure se ti prendi la libertà di sperarci, di crederci, di rubare alla vita di quella persona istanti preziosi per prenderli per te, per tenerli nascosti da quel momento in poi, alla fine non ti resterà niente di concreto, fra le dita. Niente, a parte un po’ di rimpianto. E il rimpianto ha un suo peso specifico, che impari a riconoscere col tempo.
Davide guarda José, e si sente risuonare nelle orecchie – stranamente – la voce di Mario. Rivede i suoi occhi sgranati, le labbra dischiuse, l’espressione stranita mentre ascoltava la sua confessione isterica – niente lacrime, ma un attacco di panico in piena regola, una roba da singhiozzi, da mani tremanti, da difficoltà respiratoria, da pallore spettrale, che Mario aveva impiegato ore a domare, parlandogli piano, ascoltandolo in silenzio, come solo lui sapeva fare –, e poi sente la sua voce, la sente distintamente, “Dade,” nel silenzio della stanza, “Dade, ma quanto cazzo ti vuoi male?”
Per José è diverso, José guarda Davide e non sente nessuna voce, a parte quella del suo proprio senso di colpa. Una voce identica alla sua, talvolta identica a quella di Davide, ma più cattiva, più aspra, in un rimprovero insistente, martellante, privo di pietà. “Cosa stai facendo?” diceva la sua voce, “Cosa mi stai facendo?” diceva quella di Davide. E non era facile sopportarla. Ma era ancora più difficile resistere agli occhi di Davide, alla sua vicinanza, alla sua voce – i suoi sussurri, i suoi gemiti –, a tutte le altre piccole cose che José notava quando stavano insieme, e che erano sue, sue soltanto, il tubetto di dentifricio spremuto a metà, il letto rifatto appena in piedi, il latte, il latte ovunque. Dividere una stanza e immaginarla come una casa, un piccolo regno. Immaginare le mille possibilità che avrebbero potuto avere, se.
- E insomma, - chiede José, con un sorriso stentato, - Come stai?
Ma non è la domanda che vuole porre, perché di questa domanda conosce già la risposta. La legge negli occhi di Davide, ed è una risposta senza parole, che gli basta perché lo conosce abbastanza bene da tradurla in lingua senza nessun aiuto. Sono altre, le domande che vuole porre. Ti fa felice, la tua vita, com’è adesso? Ti manco, io? Ripensi mai a noi? Spremi ancora il tubetto del dentifricio al centro? Dio quanto lo odiavo. Dio quanto mi manca. Dio quanto mi manchi.
Davide sorride.
- Sto bene. – risponde. Non è la risposta che vorrebbe dare, ma se la fa bastare.
José lo guarda, ed aspetta che accada qualcosa. Una cosa qualsiasi, che possa spezzare l’immobilità fra loro. Una cosa che torni ad unirli, che stringa il laccio, qualcosa che possano ricordare ancora fra vent’anni, come ancora ricordano il primo bacio, la prima volta, gli abbracci e i litigi e la gelosia e tutti quegli stupidi rituali con cui gli amanti non smettono mai di corteggiarsi anche dopo essere stati insieme.
Davide si alza in piedi quasi subito, l’espressione per un secondo dura, quasi severa, che poi si scioglie in un sorriso indulgente.
- Sei solo in camera? – domanda.
Basta quello.
*
Si scivolano addosso come gli anni passati dal loro ultimo incontro, lentamente ma con leggerezza. Le mani di José corrono sotto i vestiti di Davide, sfiorano la pelle calda, cercano punti precisi di cui anni prima conosceva la mappatura a memoria, e che adesso basta solo un minimo di esplorazione per ritrovare. Le sue labbra si arrampicano e ridiscendono su e giù per la curva elegante del collo di Davide, stupendosi della sua pelle ruvida, del retrogusto lievemente amaro che il dopobarba gli ha lasciato appiccicato addosso. Il suo bambino è cresciuto, pensa, e il pensiero non gli dà i brividi come pensava avrebbe fatto. È una nota divertente, un piè di pagina minuscolo sulla storia ridicola del loro rapporto, qualcosa a cui ripensare con allegria nella nostalgia, eri mio prima che fossi di chiunque altro, poi le labbra di Davide si schiudono in un gemito nervoso e impaziente, e il passato non conta più, o meglio, è la parola a perdere di significato, perché gli anni della loro unione non sono più prima, sono adesso, non sono mai finiti. Come fossero rimasti intrappolati nel ghiaccio di un inverno improvviso e fulminante nel mezzo di un’estate che sembrava non dovesse finire mai, riemergono adesso nella primavera più fredda di cui entrambi abbiano mai avuto memoria. E poi ci pensano, e ridono insieme del fatto che si sono lasciati a maggio, e tornano insieme in novembre.
Davide si stende sotto di lui, schiude le gambe ed accoglie il corpo di José sul proprio. Lo sente avvicinarsi, percepisce il suo calore sulla pelle e se lo stringe contro in un abbraccio infantile, che fatica a lasciarlo andare. José si muove goffamente, intrappolato fra le sue braccia, ma non gli importa, finché sente il suo sapore sulla lingua, i suoi respiri affannosi sulle labbra, il suo calore contro di sé. E quello non è un albergo, quella è la Pinetina, e in camera c’è Mario che aspetta Davide, pronto a rimproverarlo quando lo vedrà sciogliersi in lacrime senza vergogna davanti a lui per tutto quello che non potrà mai avere, e José conta i secondi che può passare con Davide perché sono l’unica cosa che lo separa dalla solitudine, e da quella voce che scalpita per farsi ascoltare, che cosa fai, José, che cosa fai. E si stava male, e si piangeva un sacco. Ed era bellissimo.
Il piacere esplode dentro di loro lasciandoli confusi e intontiti, e il desiderio di non lasciarsi andare – non ancora, non così presto – si traduce in una strana stanchezza improvvisa che rende i loro corpi pesanti, che costringe José a restare drappeggiato addosso a Davide come una coperta. Faceva freddo, prima. Ora non più.
*
José riapre gli occhi, svegliato dallo scrosciare dell’acqua nel lavandino, in bagno. Poi arriva il rumore dello spazzolino, e José capisce che Davide dev’essersi svegliato prima di lui. Si chiede distrattamente che ore siano, pensa di volersi voltare per lanciare un’occhiata alla sveglia sul comodino, poi capisce che non vuole davvero saperlo e rinuncia. D’altronde, non importa che ore siano, quello che importa è che ormai è tardi, e che Davide deve andare via.
Il pensiero lo colpisce quasi con violenza, e non è piacevole affatto. È come se non fosse mai passata neanche un’ora, ed è vero. Quanto di bello c’era, fra loro, è rimasto uguale. Quanto di brutto anche, però.
Si alza faticosamente in piedi, tirandosi su i pantaloni e camminando verso il bagno a piedi nudi. Si appoggia allo stipite della porta con una spalla, incrociando le braccia sul petto, e lo osserva lavarsi i denti con attenzione quasi maniacale, come ha sempre fatto. Sorride a metà nel notare il tubetto del dentifricio spremuto nel centro. Questi dettagli sono i frammenti di lui che si porterà dentro per sempre.
Davide si sciacqua la bocca e il viso, ripone lo spazzolino, poi si volta a guardarlo.
- Oh. – dice, lievemente imbarazzato, - Scusa, non ti ho sentito. – si stringe nelle spalle, offrendogli un sorriso.
- Non preoccuparti. – José scuote il capo, - Non volevo che mi sentissi.
Davide ride, avvicinandoglisi.
- Non essere inquietante. – gli dice quindi. Poi guarda altrove, una luce più triste negli occhi. – Devo andare.
- Lo so. – annuisce José, un sorriso paterno come dipinto sul volto.
Davide torna a guardarlo, gli tremano le labbra. Non è facile da dire. Non pensava che l’avrebbe mai fatto.
- Non credo che ci rivedremo più.
Il sorriso di José si allarga, mentre lui si sporge in avanti, stringendolo in un abbraccio affettuoso.
- Sei cresciuto bene. – gli dice, - Sono fiero di te.
Davide approfitta del momento, mentre José non lo guarda, per concedersi un pianto breve e silenzioso.
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  1. (Dio mio voglio che il Chelsea faccia davvero questa pazzia, ne ho del desiderio fisico.)

    balkanophile
    01/01/2014 01:02

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