In coppia con Mukka
Genere: Azione/Drammatico
Pairing: RinXSesshomaru, KagomeXInuyasha
Rating: NC17
AVVISI: Angst, Chanslash, Prostituzione Minorile.
- Rosso. Colore del vizio e della perversione. Passione? Amore? Parole sconosciute, nell'ambiente in cui la storia si svolge. Rin ha sedici anni. Jaken è il suo sfruttatore. Sesshomaru è il capo della più importante cosca mafiosa di Tokyo. Inuyasha è suo fratello. Kagome la moglie di quest'ultimo. Queste vite si scontreranno, o solo sfioreranno accidentalmente, molte e molte volte, sullo sfondo del quartiere a luci rosse della città.
Commento dell'autrice: Parlando per me XD L'idea originale della storia era mia, ed è incredibile ed affascinante osservare quanto le abbia giovato la collaborazione con un'altra ficwriter. Nella mia testa era una storia molto più introspettiva, molto più cupa, molto più pallosa, in effetti XD Invece Mukka è stata in grado di darle quell'indirizzo yakuziano d'azione che ha nettamente risollevato il tono, facendone una bella action-fic ù_ù Sono molto soddisfatta è_é!
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Seeing red
Capitolo Due
La ferita


Sbuffando e ansimando, aprì la porta di quella baracchetta che con coraggiosa ostinazione definiva sua ‘casa’. Quasi vi si lanciò dentro, sapendo di non essere più in grado di sopportare il peso dell’uomo incosciente, e, con un ultimo, grande sforzo, lo lasciò cadere su un vecchio e cigolante lettino, crollando seduta a terra, priva di forze.
Osservò il sangue di lui, che impregnava tutta la parte sinistra della giacca, poco più in basso del cuore. Una visione raccapricciante, dolorosa come nemmeno lo era essere posseduta da sconosciuti ogni sera… era un ricordo, terribile, che custodiva dentro il suo animo. Il sangue: lo stesso sangue che aveva visto scorrere, lento ma inesorabile, dalle ferite di sua madre, quando ancora era una bambina; lo stesso sangue che aveva corso sul pavimento della loro casetta, l’aveva macchiata, senza che lei fosse in grado di fare nulla per aiutarla.
Il mondo prese a girare vorticosamente; si aggrappò al bordo del letto, avvertendo le forze che l’abbandonavano. Stava per svenire, come ogni volta in cui le toccava vedere quella orribile sostanza rossa… No! Si morse furiosamente la lingua, provocandosi un’ondata di dolore che risvegliò la mente dalla penombra in cui stava calando. Non poteva svenire.
Doveva aiutarlo; curarlo, prima che morisse dissanguato… come sua madre. E suo padre, e i suoi fratelli.
Con cautela, badando a non chiedere sforzi troppo grandi al suo fisico, si rialzò. Le sottili dita andarono proprio là, vicino al sangue, e cercarono i bottoni del lussuoso soprabito, per sbottonarlo. Lo stesso fece con la delicata camicia di seta, trovandosi di fronte uno squarcio molto più profondo di come se lo fosse immaginato.
Si guardò attorno, in preda al panico: non sapeva assolutamente cosa fare. Non era un’infermiera, lei, non si era mai occupata di nessuno… o meglio, si era occupata di parecchi uomini, ma con metodi molto lontani da quelli della medicina.
Gli occhi caddero su un vecchio straccio, stoffa bianca e bordò dalla quale aveva intenzione di ottenere un nuovo vestito per le sue “uscite”; con furia, saltò oltre il letto, afferrandolo e correndo nell’unica altra stanzetta del suo covo, ovvero il bagno.
Non sapeva se bagnare la stoffa fosse o meno una cosa giusta, agiva per puro e semplice istinto. Mentre premeva la nuova pezza sulla ferita, tentando con timidezza di pulirla da eventuali corpi estranei, quasi si ritrovò a pregare per la salute di quello sconosciuto… di quell’uomo forse così freddo e terribilmente distaccato, ma che si era lasciato impietosire dalla sua giovane età e l’aveva rifiutata.
La pelle era più scura del normale, e si intonava alla perfezione all’argenteo colore della sua chioma; ricordando tutti i brutti ceffi cui era stata costretta ad aggrapparsi fingendo di ansimare, Rin dovette riconoscere l’avvenenza del misterioso Sesshomaru, dal fisico così ben scolpito e i lineamenti duri ma armoniosi. Chissà perché mai si era rivolto a Jaken-san per avere compagnia; per uno come lui non doveva certo essere molto difficile trovare qualche ragazza a gratis!
Spinse la pezza sulla ferita, cercando in ogni modo di arginare il sangue; anche se apparentemente ciò stava avvenendo già in modo naturale: doveva essere una persona molto forte, resistente. Non solo era sopravvissuto ad una ferita del genere, ma pure già sembrava sulla via della guarigione.
Sorrise con sollievo, mentre un’onda di spossatezza avanzava imperiosa dentro di lei. Inseguimenti, sangue, trasporto feriti, sangue: quella era stata una sera decisamente troppo movimentata. Quasi senza accorgersene, si risedette a terra, appoggiando la testina dai neri capelli sulla sponda del letto, accanto al suo ferito, e sprofondando in sonno profondo.
**

Una mano era salita a sfiorare quel punto che tanto gli bruciava. Una mano dalle dita lunghe ed appuntite, così simili ad artigli. Era salita, non riuscendo a capire da cosa fosse provocato tutto quel dolore; ma l’unica informazione che il senso del tatto riuscì a trasmettergli fu: bagnato.
Con sorpresa, gli occhi ambrati si spalancarono, rivolgendosi immediatamente verso la parte sinistra del suo petto, ora libera da ogni abito e ricoperta da sangue incrostato. Più in basso, appena sotto il cuore che, grazie al cielo, ancora batteva con baldanza, vi era uno straccio bianco, bagnato, intriso del suo sangue. Qualcuno lo aveva curato.
Come lampi a ciel sereno, i ricordi riaffiorarono alla sua mente: Kagura, quella maledetta puttana, che tentava di ammazzarlo. E quella marmocchia che l’idiota di Jaken aveva tentato di spacciare per puttana che rischiava la vita, in macchina con lui.
Eccola lì. Dormiva placidamente, seduta a terra e appoggiatagli accanto, le mani ancora sporche di quel liquido rosso che tanto la terrorizzava… eppure un sorriso beato che l’accompagnava nel mondo dei sogni.
La stessa mano che prima era corsa ad esplorare le sue ferite ora scese con lenta riconoscenza, posandosi delicatamente su quei morbidi capelli color notte: lei lo aveva salvato.
Il sole, sorto da poco, a faticava raggiungeva l’interno di quella spartana abitazione, filtrando con ostinazione attraverso le vecchie assi di legno che ricoprivano un’ex finestra; evidentemente, la piccola schiava di Jaken lo aveva trascinato fino a casa sua. Osservò l’esile corpo di lei, augurandosi che il covo non fosse stato troppo lontano dal covo dell’incidente, o che almeno qualcuno l’avesse aiutata.
Questa volta Naraku era morto. Era un uomo morto, che Dio prendesse a promessa queste sue parole. Quel maledetto bastardo sapeva che l’impero degli younkai stava crollando… sapeva che mettere fine alla sua vita avrebbe portato ancora più indebolimento e confusione, permettendogli di assorbire la maggioranza dei loro territori. Beh, non aveva fatto i conti con la pellaccia dura del Principe dei Demoni.
Sì ma… pellaccia dura o meno, adesso era ridotto piuttosto male. Dalla debolezza che lo attanagliava senza sosta, comprese di essere sopravvissuto per miracolo… e grazie a quella ragazzina, certo. Quella ragazzina che tanto sorrideva ma mai parlava.
Doveva assolutamente raggiungere il negozio di suo fratello; la moglie certo lo avrebbe aiutato, esperta in ferite com’era.
In quella, un tenero raggio di sole raggiunse il volto della giovane, destandola pian piano dal mondo onirico in cui era placidamente immersa. Con una smorfia di piacere, ella si stirò, alzando le candide braccia ed inarcando lentamente la bella schiena, godendo del suo corpo quasi di donna. Solo alla fine di ciò aprì gli occhi, e si ricordò con sorpresa della sua presenza. Ma gli concesse immediatamente un sorriso.
- Mi hai portato qui da sola? - domandò freddo, puntandole contro quelle iridi quasi da gatto. Lei rimase per un attimo interdetta dalla severità del suo tono, ma poi annuì.
- Bene. Allora nessuno sa che sono qui. - con gesti del tutto professionali, le mani presero a riabbottonarsi i bottoni della camicia, nascondendo pezza e ferita.
Rin lo osservò con curiosità, mentre si ricomponeva, raccoglieva tutte le sue forze, e tentava di alzarsi. Il suo sguardo lo seguì mentre, appoggiandosi ora a un mobile, ora al muro, si avviava verso la porta della baracca; giunto all’ingresso, afferrò la maniglia, quindi attese, come se si fosse dimenticato qualcosa.
Si voltò verso di lei, con aria severa di chi non vuole aspettare un minuto di più.
- Allora? Vuoi startene lì seduta tutto il giorno? -
Lei non capiva. Aveva ancora bisogno dei suoi servigi? Era ferito, troppo debole per fare del sesso. Perché voleva che lo seguisse? Se Jaken-san non l’avesse trovata a casa, quella sera, l’avrebbe picchiata con quel bastone che teneva nella sua stanza…
Quasi leggendole nel pensiero, lui sbuffò: - Non badare più a quel pezzo di merda di Jaken. Tu hai salvato me, io salvo te. Da oggi non gli appartieni più. - Fece forza sulla maniglia, aprendo la vecchia e marcia porta. - Beh? Vieni o no? Ho molto da fare.-
La realtà delle sue parole aprì immediatamente un varco nella mente di Rin, come i raggi del sole prima erano riusciti a penetrare in quella squallida stanza. Non apparteneva più a Jaken?
Sorridendo, saltò in piedi, le belle gambe messe in mostra dall’indecente abitino; arrivò al suo fianco, e si offrì come appoggio. Quasi di malavoglia, egli accettò.
- Come ti chiami? - volle sapere, mentre, senza richiudere la porta, si tuffavano nel caos di una periferica via di Tokyo. Subito si ritrovò a chiedersi perché mai lo avesse domandato, dato che quella sembrava aver perso la lingua.
- Jaken- san mi chiama Rin. - La voce, inaspettata come una rondine a marzo e scintillante come il suono di mille campanelle d’argento, lo colpì non poco.
- Allora sai parlare. –
Ma il miracolo era già terminato, lei era di nuovo diventata silenziosa come uno spettro; le labbra ancora pesantemente truccate continuavano a sorridere.
**

- Vuole che le faccia un pacchetto regalo? -
- Ehm… no. – l’uomo si grattò la testa, un po’ sconcertato da quella strana commessa. Una giovane e bella ragazza che sorrideva disponibile, incartava con maestria ogni acquisto, quasi si trattasse di prodotti di merceria e non pezzi di ricambio per una P38.
- E’ un gran bel prodotto, - proseguì quella, apparentemente non accorgendosi dello sguardo spaesato del cliente. – Credo si addice molto alla sua personalità e al suo modo di vestire; forse dovrebbe fornirsi di un grilletto d’argento, per completare il tutto.
- Trova? – con una mano prese il pacchetto (glielo aveva fatto lo stesso, andava a finire che lo faceva sempre a tutti), adornato da un simpatico fiocchetto dorato, mentre con l’altra frugava nelle logore tasche dei vecchi pantaloni alla ricerca dei soldi. Alla fine, posò sul banco un mucchietto di foglietti stropicciati, che la gentile commessa prese con un sorriso.
Si era già avviato verso l’uscita, sogghignando soddisfatto mentre lei con cura stirava le banconote: quell’ochetta certo non si sarebbe accorta che…
- Inuyasha! Tesoro, di nuovo soldi falsi! -
… Va bene, magari non era così stupida come aveva previsto: si era accorta subito della truffa! Però lui era certamente più veloce.
Appena lei aveva finito di parlare, era scattato come una faina, verso la porta del negozio, decisamente non ansioso di conoscere questo Inuyasha; ma inspiegabilmente aveva sbattuto contro un ostacolo imprevisto.
Massaggiandosi il naso adunco, alzò gli occhi, scrutando contro chi o cosa era avvenuto il tamponamento; con sua sorpresa, un ragazzo lo guardava storto, puntandogli un fucile dall’aria non proprio mansueta. Solo un occhio attento avrebbe potuto notare le sottili somiglianze tra il ragazzo e il Principe dei Demoni, somiglianze che partivano dalla lunga chioma argentata, passando attraverso lo stesso colore ambrato degli occhi, e finendo in una comune e pericolosissima aggressività innata.
E infatti il dito di Inuyasha tremava sul grilletto dell’arma, godendosi il momento, pronto a far saltare la testa di quel disgraziato imbroglione.
- Oh no, non ucciderlo! – la commessa, di nome Kagome e di fatto sua moglie, lo implorò come solo lei sapeva fare. - Sono certa che adesso restituirà tutto, vero?-
- Puoi scommetterci. – L’uomo timidamente porse il bel pacchetto regalo al suo probabile assassino; dopo qualche minuto di furiosa riflessione, egli lo accettò, intimandogli con un gesto del capo di sparire.
DLING! Fece la porta del negozio, mentre il cretino si precipitava terrorizzato in strada. Inuyasha tornò verso il bancone del negozio, rigirandosi il pacchetto:
- Quante volte te lo dovrò dire? Non vendiamo pasticcini! A che servono carte regalo e nastrini? – sbottò, poggiandolo con malagrazia davanti a lei.
- Solo perché vendiamo armi, ciò non vuol dire che non lo si possa fare con un po’ di classe no? – ribatté la fanciulla, con un perfetto tono da moglie inviperita che subito lo mise a cuccia.
- Se questa è classe… - borbottò il ragazzo, spiluccando il fiocchetto dorato, ma badando bene che lei non lo sentisse.
DLING!
- Buongiorno, cosa posso fare per lei? – come al solito, aveva sorriso chiudendo gli occhi. Come al solito, Inuyasha non aveva minimamente badato a chi era entrato; fu quando Kagome guardò il cliente, ed urlò di sorpresa, che si decise a rivolgere la sua attenzione ai nuovi arrivati
Sesshomaru, suo fratello, si reggeva a malapena in piedi, appoggiato ad una giovane prostituta. La parte sinistra del soprabito era macchiata di sangue.

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