In coppia con Nainai
Genere: Generale.
Pairing: BrianxMatthew
Personaggi: Placebo, Muse, Gerard Way, Chester Bennington e un po' di PG originali °_°
Rating: R
AVVERTIMENTI: Slash.
- Una storia dolce. Una storia a frammenti. Passato e presente. Fotografie che raccontano i momenti di un tour e di una storia d'amore.
Quella di Brian e Matthew. Del loro inizio. Del loro desiderio di stare insieme.
E della distanza.
Note: Io non è che abbia moltissimo, da dire XD Questa storia mi ha tenuto tanta compagnia, sia mentre la scrivevo che poi mentre andavamo pubblicandola. Sono stata molto contenta che l’abbiate apprezzata, perché secondo me è una storia molto bella. Posso dirlo senza vergogna perché non è stata tutto merito mio XD Spero che anche questo finale vi sia piaciuto come il resto. E spero tanto anche di potervi fornire presto il seguito, ma vedremo bene con Nai XD
Baci e grazie di tutto :*
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L’Easily Forgotten Love ringrazia tutti i lettori / lettrici, ed in particolare: Stregatta, Isult e Memuzz per aver anche trovato il tempo per lasciare un commentino. Siete adorabili, bimbe! ^^

They Have Trapped Me In A Bottle


Five:

Siamo arrivati stamattina presto. Non so che ora sia in Inghilterra di preciso, ma visto che noi stavamo per metterci a tavola – anche abbastanza di fretta, se vogliamo sperare di finire per tempo il soundcheck – penso sia molto tardi. Steve e Stefan mi hanno fatto notare che, per sopravvivere, ogni tanto dovrei mangiare in modo decente. Io ho annuito frettolosamente, mi sono scusato con tutti mentre mi alzavo e sono corso fuori con il telefono già in mano.
-Matt?- lo chiamo, aprendo la comunicazione e cercando con gli occhi un punto della hall che sia abbastanza riservato.
Lui mi risponde.
-Ciao, Bri.
…senza il solito entusiasmo.
È successo qualcosa. Ma questo lo immaginavo già, perché lui non mi chiama mai a quest’ora, soprattutto quando sa che ho una giornata catastroficamente piena di impegni davanti.
La hall è un disastro e fuori c’è una specie di assembramento di fan in attesa. Sbuffo una mezza protesta e punto alla porta finestra che dà sul giardino interno.
-Che succede?- m’informo mentre spingo le porte a vetri.
Lui non parla subito. So che sta pensando che non avrebbe dovuto chiamare.
Vedo un punto sufficientemente appartato dietro un’uscita di servizio e mi seggo lì, su un paio di gradini impolverati nascosti da una siepe.
-Matthew! Andiamo!- lo esorto preoccupato.
-Tutto o.k., Bri.- mente lui sbrigativamente.- Solo che Tom mi ha fatto una tirata d’orecchie e Dom e Chris gli sono andati dietro…
-Perché?- gli chiedo quando la sua voce comincia a sfumare in un sussurro.
-Ho pasticciato un po’ di cose oggi.- ammette con difficoltà.- Stavamo vedendo se riuscivamo a buttare giù qualcosa di nuovo, ma io non ci stavo troppo con la testa ed ho fatto casino.
Sospiro. Traduco: “non ci stavo troppo con la testa, perché la mia testa è lì da qualche parte degli Stati Uniti, con te”.
Vorrei rimproverarlo anch’io e dirgli che Tom ha ragione e che il lavoro è lavoro e lui dovrebbe smetterla di perdere tempo appresso al resto e concentrarsi. Ma “il resto” siamo noi ed io non ho davvero voglia che lui smetta di perdere tempo per me. Anche quando non posso averlo davvero se non al telefono, se non a distanza di migliaia e migliaia di chilometri.
-Brian.- mi sento chiamare dopo un po’. Mi concentro su quel tono incerto ed esitante e so già che sta per chiedermi qualcosa. Intuisco i suoi bisogni e so che farei di tutto per assecondarli.- Parla ancora.- mi chiede lui.
-Oggi siamo in albergo.- comincio piano, senza nessuna ragione se non esaudire la sua richiesta. Ridacchio un po’, giusto per sciogliere la tensione stupida che si è creata.- Non immagini nemmeno che voglia avevo di dormire in un lettovero!- Quando lui mi viene dietro ridacchiando come me, so che il primo passo è stato fatto. Anche se è solo una risatina debole è già un primo passo. Mi sento soddisfatto.- Steve però ha cominciato a lamentarsi. Sostiene che ormai si è talmente abituato al rollio del bus che è convinto di non poter dormire senza! Lo culla!

***

Ne abbiamo parlato una volta. Matt dice che la mia voce lo rilassa.
Ne ho sentite dire di tutti i colori sulla mia voce. La maggior parte dei commenti sono qualificabili come “affatto lusinghieri”, ma quando è venuto fuori il discorso con lui, mi ha detto solo questo.
“La tua voce mi rilassa”. E poi, “Canta per me”.
Sembra assurdo ma non mi era mai successo prima. Nessuno mi aveva mai chiesto di cantare e nessuno lo aveva mai fatto chiedendomelo a quel modo, senza sottintesi e senza doppi sensi. Era una cosa così nuova da lasciarmi senza parole a fissarlo sorpreso.
Ero a casa sua da un’ora almeno. Quando ero arrivato mi aveva accolto in tuta, ed era sciatto, concentrato e completamente assente al resto dell’Universo. Stava lavorando, come avevo capito quando ero entrato in salotto ed avevo trovato il piano aperto e disseminato di fogli scarabocchiati. Non ci scrive quello che suona, Matt non scrive mai quello che compone, lui riempie fogli e fogli di disegni e parole in libertà. Lo fa mentre aspetta l’ispirazione del momento, perché è come se la sua mente e la sua mano non potessero stare semplicemente ferme ad aspettare ma avessero comunque necessità fisica di esprimersi.
Ed è disordinato. Perfino più di me. Io sono disordinato come una persona pigra, che alterna periodi di lavoro frenetico e serrato a periodi di rilassamento completo, in cui non voglio nemmeno dovermi occupare di sopravvivermi.
Lui invece è disordinato come tutte le persone creative. La sua è una mancanza di tempo vitale da dedicare a tutto quello che la mente elabora. Fa una cosa e già sta pensando a quella successiva, è distratto e pasticcione; può dimenticarsi di bere, mangiare e dormire per giorni, per seguire l’idea del momento, e poi crollare all’improvviso dopo averla realizzata, troppo esausto anche per godersi il risultato del proprio lavoro. Non lo fa solo con la musica, lo fa con qualsiasi cosa gli salti per testa; e quelli che gli stanno intorno, se davvero vogliono continuare a farlo, devono essere pronti a corrergli dietro con tutte le proprie forze. O lo perderanno inevitabilmente.
Stare con Matthew decisamente non è una cosa facile.
Quel pomeriggio, comunque, c’era qualcosa che non andava e lui era teso e nervoso.
Non sono bravo come Stefan nel capire e risolvere i problemi altrui. Non sono bravo neanche con i miei. Parto dal presupposto, forse sbagliato, che se qualcuno ha bisogno di aiuto me lo chiederà.
Così per un’ora mi limitai a parlare senza interruzione di cose inutili, senza chiedere nulla nonostante continuassi a percepire quella tensione. E lui mi assecondò anche, venendomi dietro nelle chiacchiere senza senso che sciorinavo e ridendo con me per le battute idiote che ci scambiavamo. Mi convinsi che era solo una mia percezione sbagliata e mi rilassai contro lo schienale del divano mentre Matthew mi raccontava un episodio ridicolo capitato a Tom durante l’ultima esibizione. Io girai intorno lo sguardo e realizzai la confusione che regnava nel salotto.
-Dovresti mettere in ordine.- lo rimproverai quietamente, interrompendo il racconto ormai approdato alla fase dei commenti stupidi che seguono sempre la narrazione dell’evento in sé.- Pensa se venisse qualcuno dei servizi sociali, riusciresti a farti togliere la patria potestà su te stesso, se si potesse!
Lo sentii ridere sommessamente e mi voltai per incrociare i suoi occhi limpidi. Mi sorrise senza gioia.
-Suoneresti per me?- mi chiese.
Ed io mi sentii come se mi avesse domandato la luna, fiducioso che io sarei riuscito a catturarla per lui.

***

Credo sia ormai chiaro che ho di Matthew e delle sue capacità una stima indiscussa. Io non lo apprezzo semplicemente, io sono ferocemente invidioso di ciò che lui è e di ciò che io non potrò mai avere.
Il mio amore per lui, però, mi ha portato con il tempo a mutare quel sentimento di gelosia iniziale che provavo in qualcosa di molto più simile ad un’adorazione cieca e fedele.
Credetemi quando vi dico che non mi capita con molte persone.
Fatto sta che ogni singola volta che Matthew si siede al piano ed io sono nei paraggi, mi accosto al divano o alla poltrona più vicini e mi seggo lì ad ascoltarlo, socchiudendo gli occhi mentre poso la testa sullo schienale per guardarlosuonare, oltre che sentirlo. Per me è una cosa semplicemente meravigliosa.
Immagino sembri logico a chiunque dovesse accadere che, prima o poi, Matt mi chiedesse di essere io a suonare per lui. Immagino sia logico che succedesse. Ma a me in quel momento non sembrò affatto così scontato. Anzi. Mi sembrò assurdo e lo fissai come se non avessi nemmeno capito di cosa stessimo parlando.
-…cosa…- m’interruppi quando mi accorsi che la mia voce si rifiutava di articolare domanda. Me la schiarii, nel tentativo di concludere comunque, anche se con un tono ugualmente incerto e perplesso- Cosa dovrei suonare?- chiesi abbastanza stupidamente.
Matt ricambiò la mia perplessità, si voltò ad individuare la forma del pianoforte alle proprie spalle, poi tornò a guardare me e si strinse nelle spalle, un gomito posato sopra la spalliera e la fronte appoggiata al palmo della mano.
-Non ti ho mai sentito suonare il piano.- mi disse.
-Non lo faccio spesso.- assentii io in modo meccanico.
Mi sorpresi da solo rendendomi conto che mi stavo già sollevando dal mio posto, sfilando la giacca e lasciandola lì. Repressi l’istinto di rimettermi seduto e girai intorno al salottino, raggiungendo il pianoforte.
Matt mi venne dietro in silenzio. Sentii che si alzava anche lui per raggiungere una poltrona più vicina a me, mi ostinai a non guardarlo e posai le dita sui tasti del piano. Sotto i polpastrelli avvertii il calore che avevano lasciato le mani di Matt sull’avorio, la mia testa fluttuò brevemente ed io capii che non ero davvero in grado di suonare alcunché. Lasciai ricadere i palmi sulla tastiera ed un suono sgradevole ed improvviso riempì l’aria.
Matt mi guardava senza battere ciglio quando mi voltai a fissarlo smarrito. Si era sistemato sulla poltrona nella stessa posizione che aveva poco prima e mi scrutava in attesa, silenzioso e fiducioso.
-Cosa vuoi che suoni, Matt?- ribadii. E sembrò a me per primo un’esclamazione con la quale manifestassi l’assurdità palese della sua richiesta.
Lui mi sorrise ancora e me lo disse.
-La tua voce mi rilassa.- confessò piano.- Canta per me.- mi chiese, quindi. E spiegò- Qualsiasi cosa andrà bene, ma suona e canta per me. Ti prego.
Fu allora che mi resi conto per la prima volta che sarei davvero salito a prendergli la luna se me l’avesse chiesta.
L’ammirazione che Matt mi mostrava non riusciva in alcun modo a lusingare il mio orgoglio, con lui non riuscivo a sentirmi soddisfatto, tronfio e pieno di me. La sua venerazione valeva a gettarmi in uno stato di bisogno costante, che si traduceva nella necessità di assecondare i suoi desideri, le sue richieste, in modo da non deluderlo mai. E se lui voleva che io suonassi e cantassi per lui, io lo avrei fatto.
Non sapevo sul serio cosa suonare, peraltro, e lasciai che fossero le mie mani a ripescare nei ricordi che la mia mente vuota ricacciava indietro. Scivolarono da sole sull’avorio, ricordando e ripetendo i gesti che avevano imparato da bambine.
Matt si sistemò meglio sulla poltrona, la pelle scricchiolò un po’ ma lui cercò di fare meno rumore possibile. Sorrisi.
I tasti avevano irregolarità impercettibili, che mi solleticavano, formate dall’uso e dallo scorrere del tempo. Erano state le dita di Matt a tracciarle, ripercorrerle era come ripercorrere una mappa ideale della sua anima, che scorreva sui tasti quando componeva. Mi adagiai in quella sensazione e le mie mani mi seguirono adattandosi alla forma di quelle imperfezioni, così come fin troppo facilmente si erano adattate alla forma del corpo di Matt che scorreva allo stesso modo sotto i polpastrelli.
Matt accanto a me ridacchiò soddisfatto. Mi voltai a scoccargli un’occhiata rapida da sopra la spalla e lo vidi che mi fissava ancora.
-Cosa?- gli chiesi divertito, tornando a concentrarmi sul piano.
-Suoni divinamente.- mi disse lui.- Non capisco davvero questo tuo rifiuto del pianoforte.
-Solo pratica.- sminuii.- Ho cominciato da piccolo e studiato tanto.
-Beh,- borbottò lui.- sei dannatamente bravo lo stesso.
Risi. Non sapevo ancora cosa volesse che gli cantassi, così mi voltai di nuovo per chiederglielo, ma mi zittii da solo. Matt non mi guardava più. Il suo profilo era fisso su un punto vuoto del muro davanti a sé, lo sguardo concentrato su qualcosa che non era lì.
Allora tornai a guardare i tasti, la processione di bianco e nero che scivolava via da sotto le mani come un torrente, un getto d’acqua che con facilità scorresse tra le mie dita. Pensai a qualcosa che potesse rasserenarlo e mi ricordai – stupidamente e senza nessun legame apparente – che era stata mia madre ad insegnarmi a suonare il piano. Quando ero davvero piccolo. Un bambino che fuggiva un padre ingombrante, correndo a nascondersi sotto le gonne delle donne e preferendo restare lì, all’ombra della madre, piuttosto che accettare di dover affrontare quei timori irrazionali.
Allora lei mi prendeva e mi sedeva accanto a sé sullo sgabellino davanti al pianoforte. Mi sorrideva e si voltava verso i tasti, posava le mani lassù – come me in quel momento – e le lasciava correre via piano…
Quando cominciai a cantare lo feci nei miei ricordi, seguendo la linea immaginaria che tracciavano le parole di mia madre. Una ninna nanna da bambini.

***

Matthew respira al mio orecchio. Dall’altra parte del mondo. E sembra strano che io possa sentirlo comunque.
Parlo. So che non sta ascoltando più il senso di quello che dico già da un po’. Non importa. Continuo a parlare solo per sentirlo respirare ancora. Poi mi fermo e prendo fiato.
-Matt.- Aspetto che lui si scuota, riconosca il proprio nome ed accetti di rispondermi con un assenso breve che si perde tra i disturbi nella linea.- La settimana scorsa siamo stati in una specie di locale jazz.- gli racconto.- C’era una tizia che cantava una canzone bellissima.
-Davvero?- lo sento trattenere il respiro per un istante.- La sapresti cantare anche tu?- mi chiede esitante.
Sorrido. È solo una piccola bugia che gli propino, non c’era nessuna tizia e nessun locale jazz, ma non importa.
Lo sappiamo entrambi, tanto.
-Vediamo cosa mi ricordo.- dico.

***

Mia madre ha cantato per me finché non ho fatto dieci anni. La sera del mio compleanno è venuta a darmi la buonanotte come tutte le altre sere, mi ha rimboccato le coperte e baciato la fronte e poi mi ha detto “sei grande, Brian. Ora devi imparare ad addormentarti da solo”. C’era mio padre fuori dalla porta, l’ho visto attraverso il battente dischiuso, lei è uscita, e con lei se n’è andato anche lo spiraglio di luce sottile che arrivava dal corridoio.
I passi di mio padre sono l’ultimo suono che ricordo.
Eppure quel pomeriggio le parole della ninna nanna di mia madre mi ritornavano alla memoria con una facilità disarmante. Avrei voluto interrogarmi sul perché le avessi scolpite così a fondo nella mente. Anche se sentivo distintamente lamia voce sussurrarle appena al di sopra delle note del piano, per me era come se fosse lei a cantarle. Come se fosse seduta accanto a me, vicino al mio letto, e stesse facendo scivolare quelle parole insieme con la sua mano sulla mia fronte. La vedevo come fosse stata davvero lì, come se ci fosse stata la stessa luce soffusa che c’era in quelle notti un po’ troppo fredde e silenziose, come se ci fosse stato lo stesso ticchettio della pioggia sui vetri o il rumore soffice della neve che si ammonticchiava sul davanzale. Avrei voluto che fosse così, ma era solo la mia voce…invece…
Lasciai che si spegnesse insieme con il ricordo. Tirai via le mani dal pianoforte e le feci ricadere lungo i fianchi, fissando intontito i tasti. Mi voltai piano. Cercai nuovamente il profilo di Matthew, solo per accorgermi che era sprofondato tra i cuscini e la poltrona, chiudendo gli occhi, il respiro regolare che gli solleva il petto.
-…vorrei poterti dire che ho voglia di piangere.- sussurrai.
Quando lo vidi scostarsi, come se volesse svegliarsi, mi zittii.
Mi alzai lentamente e cominciai a raccogliere i fogli sparsi in giro ed a fare un po’ di ordine.

***

Quando torno indietro, gli altri hanno finito di pranzare. Evito gli ascensori e scelgo le scale, nella speranza illusoria di evitare anche Steve, Stefan ed Alex e le inevitabili sequele di rimproveri che seguiranno.
Ho chiuso meno di un momento fa, ho sussurrato “buonanotte” ad un Matt che sapevo già profondamente addormentato. Ho sorriso, immaginandomelo arrotolato tra le coperte con il cellulare abbandonato accanto a sé, ancora aperto. Domattina mi chiamerà e si scuserà per ore, dimenticandosi che sarò io, allora, ad essere ad un fuso orario tale da avere bisogno di dormire.
Non è che io non sappia che hanno ragione i miei amici, nel dire che dovrei rimproverarlo…o almeno provarci, a fargli intendere che dovremmo avere entrambi una vita più regolare. Sono abbastanza adulto da rendermi perfettamente conto di starmi comportando come un ragazzino.
Ma il punto è che ho bisogno di comportarmi come un ragazzino. Ho bisogno che Matt mi faccia sentire incredibilmente stupido ed in colpa perché ho saltato il pranzo per stare al telefono con lui, che ha fatto troppo tardi e domattina sarà troppo stanco e non riuscirà a combinare niente di buono al lavoro. Ho bisogno di questo ridicolo modo di comportarsi di entrambi e di sapere che dipende solo dal fatto che nessuno di noi due può davvero resistere senza l’altro.
Metto piede nel corridoio e vedo Steve che mi aspetta a due passi dalla porta della mia camera. Guarda verso di me e mi scorge subito. Una mano appoggiata al muro e l’altra sul fianco. Sospiro ed avanzo per riconoscere il suo sorriso un po’ tirato, di chi tollera ma decisamente sa che è arrivato il momento di dirmene quattro.
-Brian.- esordisce infatti.
-Sì, sì, avete ragione!- sospiro io alzando gli occhi al soffitto.
-Me ne infischio di avere ragione!- ribatte lui senza farsi prendere in contropiede.- Senti, non è che io abbia qualcosa contro te e Matthew…- comincia accondiscendente- Anzi! Sai che quel ragazzo mi piace molto. Ma non puoi continuare a non mangiare e non dormire per attaccarti a quel dannato telefono.- arriva inesorabile.
Mi fermo davanti a lui e ricambio il suo sguardo. Sbuffo. Come un ragazzino, appunto.
Sono seriamente ridicolo!
-O.k., lo so.- ammetto tentando di suonare convincente a me per primo. Sono sincero, Steve, ti prego…cerca di capirmi.
Lui mi capisce, infatti. Si tira su e stacca la mano dalla parete, grattandosi distrattamente la fronte.
-Stefan è incazzato nero.- ci tiene ad informarmi.- E sono cavoli tuoi, Brian, io non voglio nemmeno saperlo che vi dite!- mi minaccia subito dopo, agitandomi un dito davanti al naso.
È stato carino ad avvertirmi. Sorrido.
-Tranquillo, vedrai che non mi ammazza nemmeno stavolta.- ritorco stringendomi nelle spalle.
Accenna alla porta alle proprie spalle per farmi capire che sono congedato, almeno per quel che lo riguarda: vuole fidarsi ancora una volta della mia capacità di giudizio.
È un illuso. Dopo dieci anni dovrebbe saperlo che “la mia capacità di giudizio” è una realtà inconsistente.
Mi premuro di non confermarglielo e lo supero, posando la mano sulla maniglia con un saluto distratto e passando la tessera magnetica nella serratura, che scatta docile.
Quando entro mi ritrovo la tavola apparecchiata proprio davanti al naso.
Rimango sorpreso a fissare dalla soglia i piatti ancora coperti dallo scaldavivande, lascio andare il battente e quello mi si richiude alle spalle permettendomi di avanzare dal salottino alla soglia della camera da letto, dischiusa. Da dentro arrivano le parole sussurrate di qualcuno, cammino in quella direzione continuando ad osservare perplesso il tavolo imbandito e poi spingo anche quella porta ed entro.
Stefan è di spalle, sta tirando fuori dei vestiti dall’armadio e li sta sistemando sul letto. Sono vestiti miei, ovviamente. Parla al telefono con qualcuno, dal tono immagino che sia Vincent. Amo sentirlo parlare al telefono con Vincent, è sempre così deliziosamente dolce e serio…Solo che non ho tempo di mettermi ad origliare la loro conversazione, lui ha finito di scegliermi gli abiti e si volta, incontrando il mio sguardo.
-Ora devo andare.- annuncia al proprio interlocutore.- Ci sentiamo dopo, Vin.
Chiude. Incrocia le braccia sul petto. E mi guarda.
Tossicchio, decisamente imbarazzato, e mi metto un po’ più dritto prendendo risolutamente la decisione di parlare. Faccio appena a tempo ad aprire la bocca, Stefan mi precede.
-Hai venti minuti, Brian, poi devi essere seduto in macchina. Sai che vuol dire?- mi chiede incolore.
Rimango sufficientemente spiazzato da chiedermelo davvero cosa voglia dire. Ovviamente lui me lo fa intendere abbastanza in fretta, infila il cellulare nella tasca posteriore dei jeans, avanza verso di me – due passi e praticamente me lo ritrovo addosso. Perché è così maledettamente alto?! – mi afferra per un braccio come si fa con i bambini piccoli e stupidi e mi porta davanti al tavolo, sedendomi lì, proprio di fronte ad un piatto.
-Tra un quarto d’ora voglio vedere tutto finito, Brian.- ordina perentorio.- Poi ti vesti e scendi a razzo qua sotto.- continua implacabile.
-Stef…- provo ad interloquire.
-No, Brian, non ti ho detto che hai diritto di ribattere.- mi fa notare lui pacatamente.- Se per caso trovo che hai lasciato…un fagiolino!- sottolinea mentre scoperchia il piatto e mi mette in mano una forchetta- giuro che ti strangolo con le mie mani, Brian. Poi aspetto che rinasci e vengo ad ucciderti di nuovo.
-…non sei buddista.- faccio notare, giusto per dirgli che quella della reincarnazione è una prospettiva improbabile.
A lui ovviamente non interessa.
-E siccome voglio essere sicuro che stavolta tu finisca questo dannatissimo pranzo,- continua senza nemmeno prendermi in considerazione.- questo è sequestrato fino a stasera dopo il concerto.
-Ehi!- strillo quando mi tira via il telefonino dalla tasca dei pantaloni. Lo mette al sicuro decisamente troppo in fretta perché io possa sperare di riprendermelo, così mi tocca osservare quell’infernale oggettino elettronico sparire nel taschino della sua camicia.- Non è giusto!- borbotto infilzando i fagiolini.
-Se sei un idiota di tredici anni non è colpa mia.- ritorce lui senza pietà. Si avvia alla porta e la apre- Brian, sono qui tra un quarto d’ora, sei avvisato.- ribadisce prima di uscire.
Sbuffo di nuovo, fissando l’olio colare lungo la forchetta mentre la porta si richiude alle spalle di Stefan.


Nota di fine capitolo della liz felice <3

Ciao a tutte le mie puccine <3 Intanto vorrei scusarmi molto per il ritardo nell’aggiornamento >_< Adesso che ho finalmente scritto pure l’epilogo e l’inizio di un omake che spero mi farà perdonare una certa quasi immotivata aggiunta di nomi all’elenco personaggi XD non abbiamo realmente più scusanti agli enormi ritardi che continuano a funestare la povera Trapped >.< Solo che uno si dice sempre “durante queste vacanze mi metto tranquillo e faccio tutto quello che di solito non riesco a fare perché ho altri impegni”. Ovviamente poi finisce che durante le vacanze ti ritrovi più impegnato del solito e non riesci comunque a concludere niente -.- Io avevo tanti di quei programmi, ma poi per una cosa o per l’altra fra tre giorni si ritorna alle normali attività e, di quello che volevo fare, ho fatto pochissimo (se non niente!). Ma insomma, queste lamentele non riguardano voi che siete l’amore <3 e non siete neanche costrette a subirle XD Perciò vi ringrazio e vi saluto <3 A presto :*
PS: Ah, se vi state chiedendo come mai questo capitolo sia così bello, la risposta è presto detta è_é L’ha scritto tutto Nai <3


Nota di fine capitolo della Nai:

Eccooooooooomi!!! ^_^
In ritardo come sempre (tutta colpa mia, la Liz non c’entra ç_ç), ma alla fine ci si riesce comunque.
…peccato che non sappia bene cosa dirvi! °_°
Salvo che vi amo tutte dal profondo del mio cuoricino contorto di emogirl mancata e decisamente stagionata ç*ç
Grazie.
E grazie, Lizziechan ç_____________ç

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