In coppia con Nainai
Genere: Generale.
Pairing: BrianxMatthew
Personaggi: Placebo, Muse, Gerard Way, Chester Bennington e un po' di PG originali °_°
Rating: R
AVVERTIMENTI: Slash.
- Una storia dolce. Una storia a frammenti. Passato e presente. Fotografie che raccontano i momenti di un tour e di una storia d'amore.
Quella di Brian e Matthew. Del loro inizio. Del loro desiderio di stare insieme.
E della distanza.
Note: Io non è che abbia moltissimo, da dire XD Questa storia mi ha tenuto tanta compagnia, sia mentre la scrivevo che poi mentre andavamo pubblicandola. Sono stata molto contenta che l’abbiate apprezzata, perché secondo me è una storia molto bella. Posso dirlo senza vergogna perché non è stata tutto merito mio XD Spero che anche questo finale vi sia piaciuto come il resto. E spero tanto anche di potervi fornire presto il seguito, ma vedremo bene con Nai XD
Baci e grazie di tutto :*
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L’Easily Forgotten Love vuole bene alle proprie lettrici *_* Ma tanto bene!!! *_*
Manda un bacio a tutte. Ed un bacio enorme a Sregatta, Whity, Erisachan, SweetPandemonium, Isult per averci manifestato il loro sostegno!!! :********

They Have Trapped Me In A Bottle


Eleven:

Non sono sempre e sistematicamente un bastardo.
Nella mia vita, ogni tanto…sufficientemente di rado da non costituire davvero un lato della mia personalità, ho degli sprazzi di autentico, disinteressato, altruistico affetto.
Matt se n’è goduto uno, di questi sprazzi.
È stata una cosa folle. Non ricordo nemmeno perché diavolo l’ho fatta, ma eravamo all’inizio della nostra storia – circa un mese dopo che ci eravamo “messi assieme”, dopo la nostra prima volta – ed io ero assolutamente drogato di lui.
E lo vedevo poco.
Troppo poco perché subentrasse un sentimento più quieto e più solido, che valesse a darmi qualche certezza in più ed a spegnere almeno in parte il mio bisogno di lui.
Fatto sta che questa cosa è successa praticamente per caso una mattina in cui entrambi i gruppi erano in tour in Europa. Lui era a Monaco. Io a Madrid.
E stavo già camminando dentro l’aeroporto.
-Dove sei?
Mi ha risposto dopo qualche minuto, aveva bisogno di realizzare la ragione del mio tono secco e di quella domanda diretta. Immagino che abbia pensato di aver fatto qualcosa di sbagliato e che abbia passato in rassegna qualsiasi evento che lo aveva visto protagonista nelle ultime ore, dalla sera prima. Non deve aver trovato molto che potesse giustificare un litigio, così mi ha risposto, piuttosto esitante.
-In albergo a Monaco…
-Ok.- ho detto io.- Tra un’ora sono lì.- ho aggiunto, buttando uno sguardo al tabellone delle partenze.
Lui ha trattenuto il fiato. Io ho riso in modo lieve e stupido.
-Brian.- mi ha chiamato. E poi si è fermato ancora per cercare le parole corrette e dirmi quello che pensava.- Mi stai prendendo per il culo, vero?- ha ammesso alla fine non trovando di meglio.
A quel punto la mia risata è diventata decisamente più aperta.
-No!- ho risposto quando sono riuscito a prendere fiato.- Salgo sul volo tra dieci minuti.
Ho potuto sentire la sua felicità già quando mi ha risposto, ridendo anche lui peraltro.
-Beh, sbrigati. Io tra quattro ore dovrò partire per l’Irlanda.
-Tranquillo!- l’ho rassicurato in tono professionale- Io devo essere a Barcellona per stasera alle dieci.

***

-Brian! che cazzo stai facendo?!
Quando Alex arriva ad urlarmi in testa durante il sound check, significa che io ho davvero toccato il fondo.
Ed ammetto di averlo fatto.
-E’ la quarta volta che sbagli attacco, Brian!- mi strilla lei da sotto il palco, le mani sui fianchi con un atteggiamento da mammina che mi irrita non poco.
Peccato non sia nella condizione per potermi lamentare.
-Se non hai voglia di suonare, dillo e troviamo qualcun altro che ci accompagni con la chitarra…- propone Stefan, ma mi accorgo che il tono paziente stavolta se lo sta tirando fuori di bocca a forza.
-Non se ne parla neppure! È solo che sono un po’ distratto…- mi giustifico io.
-Ah no!- protesta Stef, puntandomi contro un dito.- Non puoi sbagliare quattro volte l’attacco di “Every me, every you” perché sei un po’ distratto! Quella tu dovresti farla in automatico, senza avere neppure bisogno di una testa attaccata alle spalle!- mi fa notare.
Steve sospira, butta le bacchette all’aria e solleva le braccia al cielo in modo teatrale.
-Mamma! Papà! Quanto avevate ragione nel dirmi che dovevo fare il medico!- recita in tono drammatico.
-Fanculo, Steve!- ritorco io, infastidito, incrociando le braccia sopra la chitarra.
Lui sbuffa e si alza dalla batteria.
-Io faccio pausa.- annuncia dandoci le spalle.
Stefan si irrita.
-Ah, noi no, Steve. Continueremo tranquillamente senza batteria!- lo canzona osservandolo andare via.
Ma Steve non gli risponde e si limita a mostrare il medio ad entrambi.
Alex da sotto al palco tira un respiro profondo tentando di calmarsi. Si rimette dritta, lasciando cadere le braccia, ed io trovo che sia già un passo in avanti. Ma poi lei scuote il capo e si porta una mano ai capelli, arruffati sulla testa e tenuti su da una pinza enorme.
-O.k., facciamo dieci minuti di pausa tutti.- concede, tirandosi via da lì sotto ed avviandosi a passo lento verso il bar della location.
Mi sfilo la chitarra di dosso e vedo Stefan fare lo stesso con il basso, è nervoso e per poco non spinge via il tecnico che gli si avvicina per prendere in consegna lo strumento. Mi stupisce vederlo così. Sospiro, so che ne pagherò le conseguenze ma lo seguo lo stesso giù dal palco e dietro il backstage. Stef finge di non accorgersi di me finché non arriviamo in vista di un minifrigo pieno di bibite che qualcuno ha gentilmente portato lì per permetterci di riprenderci dalle prove massacranti e dal caldo torrido. Si piega a prendere un paio di birre, si volta e me ne porge una, dimostrandomi di sapere esattamente che lo sto seguendo da bravo cagnetto docile. Sbuffo.
-Ora spiegami.- ordina lui.
Accetto la lattina che mi ondeggia davanti al naso e la prendo di malagrazia, spostandomi poi verso una pila disordinata di casse di legno che possano offrirmi un sedile. Mi accomodo lassù e fisso Stefan.
-Ho fatto un casino con Chester.- ammetto subito. Ed aggiungo immediatamente- Ed ho fatto un casino anche peggiore con Matthew.
Lui non dice nulla.
Io abbasso lo sguardo ed osservo il bordo argentato della latta, piego la linguetta quasi in automatico ed apro. Un sottile rivolo di schiuma fuoriesce con un sibilo, Stefan mi imita aprendo la propria e viene a sedermisi accanto.
Beh, lo preferisco. È più confidenziale e mi da meno l’idea di una confessione che mi costerà l’ennesima paternale del tour.
-Ieri sera ho litigato con Matt.- inizio a raccontare- Per un motivo idiota, in realtà. Lui era nervoso, io ne ho detta una di troppo e lui si è incazzato. Così io gli ho dato addosso e lui me lo ha rinfacciato.- spiego spiccio.- Mi ha chiuso il telefono in faccia, io mi sono ritrovato a respirare male e, quando mi sono accorto che la sola idea che lui potesse non volerne più sapere di me mi faceva soffocare, ho deciso che era arrivato il momento di tagliare qui la cosa.
-Come al solito, eh, Bri?- sorride Stef amaramente.
Glielo concedo. Gliene devo ancora troppe per prendermela e potermi sentire offeso dalle sue parole.
Prendo un respiro e vado avanti.
-Sono uscito con Chester ed i suoi dopo.- A questo punto mi fermo e lo guardo. Il mio dovergli qualcosa non basta a farmi sentire meno arrabbiato con lui, in fondo è anche sua la responsabilità di questa storia.- Tu eri sparito da qualche parte.- faccio notare cattivo.- Avevo bisogno di parlare, ma non c’eri e così ho fatto la cosa più scema di tutte.
-Ti sei ubriacato e ci hai provato con Chester Bennington.- conclude per me, nascondendosi subito dopo nella birra. Beve un lungo sorso, mentre io lo osservo e mi chiedo quanto sia trasparente per lui. Quando è successo che Stef imparasse a conoscermi così bene? Si accorge del mio sguardo nel riabbassare la birra, mi concede un secondo sorriso distratto.- Andiamo, che quel tizio ti smania dietro è evidente come la luce del sole!- sbotta secco.
-…ma…?!- O.k. Non posso davvero dire “io non me n’ero accorto”. Suonerei falso alle mie stesse orecchie. Preferisco conservare un minimo di dignità con me stesso, visto che non riesco a farlo con il resto del mondo.- Sì.- biascico quindi. E stavolta sono io a fuggire il suo sguardo per affogarlo nella birra.
Stefan ridacchia. Io mi sento avvampare.
-Mi evita da ieri sera.- borbotto quando mi decido ad abbassare la lattina.
-Ci sei andato?- chiede lui impietoso.
-No!- protesto istintivamente. E mi rendo conto che non ha senso, in passato non avrei mai protestato così per una semplice domanda sull’essermi scopato o meno qualcuno. Siamo entrambi sorpresi, lo leggo sulla faccia di Stefan quando lo guardo. Così mi costringo a spiegarmi in modo onesto, e lo faccio per me stesso tanto quanto lo faccio per lui.- No. Ad un certo punto mi sono reso conto che non avrei risolto nulla e che non era quello che volevo. Sono tornato indietro ed ho chiamato Matthew per chiedergli scusa e…confessargli tutto.- aggiungo a mezza voce.
-Si sarà incazzato ancora di più, immagino.- mi dice lui.
Il mio viso si tira in una smorfia assolutamente istintiva, che vorrebbe essere un pietoso tentativo di sorriso e diventa una distorta ammissione di colpa.
-No. Mi ha chiesto di scusarlo per quello che aveva detto prima.- gli rispondo sbrigativamente.
Stefan non dice nulla, riprende a bere e ci pensa su. Io mi sento a disagio ed in errore. Ed anche se l’errore ed il disagio non dovrei provarli nei suoi confronti, non serve a nulla che la mia parte razionale lo ripeta al resto del cervello.
Mi faccio schifo lo stesso.
Perché ho fatto un casino terribile con Chester, che magari si è fatto chissà quali illusioni con me, mentre io mi ostinavo ad ignorare il suo interesse.
Ed ho fatto un casino con Matt, che magari sarà anche la persona meravigliosa che è, ma io non posso continuare a calpestare indifferente tutti i suoi sentimenti con il mio egoismo.
Vorrei essere decisamente diverso da ciò che sono…
-Hai davvero fatto un macello.- borbotta Stef dopo un po’.
Non mi guarda nel dirlo, così io posso permettermi di arricciare il naso in una smorfia infastidita, mentre lui prende la mira e fa canestro nel cestino accanto al frigo con la lattina vuota.
-Certo che tu uno come Matt non te lo meriti proprio.- aggiunge per sicurezza.- Insomma, Brian, continuare a passeggiare come un bulldozer sui sentimenti altrui è un vizio che alla lunga potrebbe costarti caro.
Vorrei dirgli che è uno stronzo. Se mi fosse rimasta la voglia di combattere per affermare contro tutto il mondo i miei errori, glielo direi. Se volessi essere così imbecille da farlo.
Ma quello che ha detto è dannatamente vero ed a dirlo è Stefan, e lui ha su di me una specie di privilegio che esplica nel tenermi con i piedi ben saldi a terra.
Tuttavia non posso lasciare impunita una bastardata. E la mia, a differenza della sua, è del tutto gratuita, e non finalizzata ad una presa di coscienza dell’altra parte. Ma gliela regalo lo stesso.
-E tu e Gerard?- butto con indifferenza.- Come va la vostra relazione? Intendi dirgli prima o poi che non ha speranze o ti limiterai a lasciarlo con il cuore spezzato al nostro rientro in Inghilterra?
Mi guarda.
Io so che lui è consapevole esattamente di tutte le mie motivazioni. Stefan non si è mai illuso che la mia meschinità fosse qualcosa di diverso, l’ha sempre presa per un lato negativo del mio carattere. Il fatto, che lui possa continuare a volermi il bene che mi vuole conoscendo i miei difetti, è il motivo principale per cui io non posso fare a meno di lui.
-Sono sempre stato chiaro con Gerard, Brian,- mi risponde con serietà.- lui non si è mai illuso, ma ha voluto continuare ad essere mio amico.- mi dice calmo.- Tu non sei mai stato altrettanto corretto con Chester.- rimarca.- Hai finto un’ingenuità che non ti appartiene affatto, hai voluto far finta di non vedere e ti sei servito di lui quando ti ha fatto comodo.- Si alza dal proprio posto, io penso che non vorrei farlo andare via ma so che non ho il diritto di trattenerlo.- Come al solito, Brian.- mi dice semplicemente, prima di voltarsi ed allontanarsi in direzione del bar.

***

La verità è che io faccio le cose sempre e solo in relazione all’utile che posso ricavarne.
A volte mi chiedo se sia solo una mia prerogativa o se qualsiasi essere umano agisca spinto da un bisogno ed al fine di soddisfarlo. In altre parole, mi chiedo quanto il cosiddetto “altruismo” sia solo una finzione sociale.
Matt ha finto di non sentire ciò che io gli avevo detto riguardo me e Chester. Ha preferito ignorare questa cosa, chiedermi di perdonarlo per uno scatto d’ira che in alcun modo giustificava la mia reazione e che, al confronto, avrebbe dovuto essere superato e dimenticato. Ma le sue ragioni, che possono istintivamente apparire nobili e giuste, sono davvero tali? Lo ha fatto per me…o lo ha fatto per sé?
Io so di aver bisogno di lui, so che se mi sono spinto con lui fino a determinati limiti e li ho superati è stato solo per un sano ed egoistico bisogno di lui. Adesso voglio pensare – e qui non faccio che sollecitare ancora il mio egoismo, accontentandolo una volta di più – che lui abbia lo stesso bisogno di me. E che sia quello a spingerlo a superare i propri limiti, e non il suo altruismo.
Un sentimento puro, privo di necessità istintive e meschine, sarebbe intollerabile per una persona falsa come me.
Non me lo meriterei davvero.
-Matt…
Mi risponde con una voce così allegra che sembra quasi non sia mai successo nulla. L’episodio del giorno prima scompare tra le pieghe di un “Brian!” euforico come al solito. Per un istante mi piace illudermi che basti, mi lascio il tempo di adeguarmi per poter sfoggiare la stessa illusa allegria. Ma non ci riesco.
-..ciao.- biascico in risposta.
-Ehi, piccolo, è tutto a posto?- s’informa lui apprensivo.
Respiro. Sto vagando per la location come un’anima in pena, il mio unico obiettivo è diventato evitare Alex per impedirle di rispedirmi al lavoro e non so esattamente da quanto tempo – mezz’ora… un’ora anche – sia scaduto il termine che ci aveva dato per la nostra pausa. Non ho la forza di prendere in mano una chitarra, di tornare sul palco, di fingermi qualcosa che non mi sento nelle ossa. Non oggi.
-No.- ammetto con Matthew. Sorrido stancamente.- Dovresti vedermi…- borbotto ancora.
-Beh, sì, dai l’idea di uno che ha passato un brutto quarto d’ora.- risponde lui.
-Fosse un quarto d’ora.- ritorco.- Non ho chiuso occhio tutta la notte ed ho sbagliato l’attacco di “Every me every you”. Peggio di così, posso solo addormentarmi in piedi durante l’esibizione…
E finalmente me ne accorgo.
Così m’interrompo e resto zitto per un momento. Matt attende paziente senza dire nulla.
-Come fai a sapere che non ho un bell’aspetto?- domando a mezza voce.
Ride ma non risponde.
-Matt, non vorrai dirmi che hai trovato in internet anche le foto del backstage! Non di già!- strillo io.
-No, non ho trovato nulla su internet, sta tranquillo.- sbuffa lui, conciliante.- Nessuno vedrà il tuo bel visino tirato e preoccupato.- mi prende in giro subito dopo.
-Matt, piantala!- ribatto sempre più istericamente.
-E tu rilassati. Non mi piace proprio vederti così!- mi rimbrotta infastidito.
-Matt, tu non puoi vedermi!- grido io a quel punto.
-Solo quando qualcuno dei tecnici mi passa davanti e quindi mi impedisce la visuale.- ritorce lui, quasi annoiato.
Mi cade di mano il cellulare. Lo vedo precipitarsi al suolo e schiantarsi contro il terreno aprendosi in frammenti colorati. La batteria vola da una parte e il resto del corpo di plastica e metallo dall’altra.
Penso che se si è rotto mi toccherà scendere in città a comprarne uno nuovo e oggi di sicuro non avrò tempo. Non so neppure se ne avrò domani.
-Sei un pasticcio.- mi dice Matt, piegandosi a raccoglierlo per me.
Io non lo prendo quando me lo porge, dopo aver risistemato la batteria nel vano che la ospita ed averlo richiuso. Se lo facessi, se allungassi una mano e lo toccassi o toccassi qualcosa che lo riguarda in qualche modo, sparirebbe. Lo so. Questa è chiaramente un’allucinazione ed io sto sognando e non desidero svegliarmi, per cui non lo toccherò.
-Brian.- mi chiama Matthew preoccupato.- Stai bene?
-No.- rispondo in automatico.
Lui fa una smorfia, infila il mio cellulare nella tasca della giacca e si fa avanti.
Evidentemente i miei sogni non ubbidiscono a quello che voglio, perché è lui a toccarmi. Mi scosta i capelli dalla fronte con delicatezza e ci poggia la mano.
Le mani dei sogni sono calde?
-Non hai la febbre.- registra. Si allontana guardandomi un attimo e sospira.- Però non stai affatto bene.- ammette scuotendo la testa.
Vorrei che tornasse a sfiorarmi. Visto che io non ci riesco e non posso e lui, invece, può, vorrei che tornasse a mettermi le dita sulla pelle. Vorrei ricominciare a sentire il suo calore…
E più di ogni cosa, vorrei riuscire a dirglielo. Ma siccome non ho fiato per parlare ancora, mi limito a guardarlo, sperando che interpreti da sé i miei occhi sgranati e fissi su di lui.
Sorride. Ed è un sorriso stanco che non capisco. Ma poi si sporge verso di me, le dita scivolano in basso e si intrecciano con le mie e la sua bocca si posa sulle mie labbra.
È un modo scemo per baciarsi, sembriamo due bambini dell’asilo. Eppure non riesco a staccarmi.
Così preferisco afferrare le stesse dita che sento contro i polpastrelli, saggiandone la consistenza per dirmi che sono vere. E preferisco di gran lunga affondare il viso incontro al suo, per schiacciarmi bocca su bocca a lui, e sentire il suo respiro dirmi che lui è sul serio qui.
E quando mi abbraccia e mi stringe, con trasporto improvviso, mi sembra di essere appena affondato nel mio sogno e di aver scoperto che è molto più consistente della realtà di tutti i giorni da un po’ di tempo a questa parte.

***

Scopro che Alex lo sapeva. Matthew l’ha chiamata appena atterrato in aeroporto, per sapere come raggiungerci alla location. Ovviamente le ha anche detto cosa è successo ieri sera, ragione per la quale Alex mi guarda malissimo appena ci vede apparire dal fondo del backstage e mi grida contro che, adesso, se sbaglio ancora una nota mi uccide con le proprie mani.
Io sbuffo, giuro che farò più attenzione e, mentre tutti ridono di me - Matt in testa - salgo di nuovo sul palco.
Stefan mi viene incontro mentre imbraccia il basso.
-Pace?- mi chiede con un sorriso.
Mi stringo nelle spalle.
-Abbiamo litigato?- chiedo distrattamente, facendo scivolare il plettro sulle corde della chitarra.
Mi piace sapere che, qualunque cosa io e Stef facciamo o diciamo l’uno all’altro, c’è sempre un ulteriore banco di prova.
Matthew si siede accanto ad Alex, i suoi occhi si sollevano su di me ed io, tornando verso il microfono dopo l’attacco della canzone, me ne accorgo. Così come mi accorgo che non mi lasciano più, da quel momento in poi, e se succede che me ne accorga è solo perché anche i miei non riescono a staccarsi da lui.

***

Matt mi ha detto che ripartirà domani nella tarda mattinata. Deve tornare a Londra, perché di fatto è fuggito senza dire nulla a nessuno e, quando ha telefonato a Tom per avvisarlo – ed era già negli Stati Uniti – lui, chiaramente, lo ha minacciato di orribili ripercussioni se avesse mandato a monte qualcheduno degli impegni che avevano in programma.
Ma Matt mi ha giurato e spergiurato di aver calcolato i tempi al secondo e di essere in grado di trovarsi dove deve all’ora esatta in cui deve.
Io sono abbastanza infantile da volermi fare rassicurare. Così fingo di credere alle sue capacità di organizzazione – palesemente inesistenti, come ha più volte dimostrato nel corso degli anni – e lascio perdere ogni tentativo di farlo ragionare.
Non ho mai davvero cantato per qualcuno, durante un concerto. Lo faccio oggi per la prima volta. E non mi sembra nemmeno strano, perché non c’è nulla di diverso da solito, se non la sensazione che mi scorre nelle vene. In mezzo alla folla, in mezzo al mondo intero, l’unico sguardo di cui mi importa me lo sento sulla pelle mentre ci esibiamo. Ed è per lui, per quegli occhi che mi seguono con attenzione da dietro le quinte del palco, che io canto, e suono, e parlo a ruota libera, ridendo come un ragazzino con il pubblico che mi risponde dalla platea.
Mi sento stupido, ed insieme mi sento felice.
Mi basta.
Mi bastano le sue labbra sulle mie appena fuori dalla scena. Quando mi fiondo su di lui, che mi accoglie a braccia aperte, ridendo come me e carezzandomi il collo con la bocca.
-Sono sudato.- protesto, fingendo di volermi liberare.
Matthew mi trattiene, stringendomi a sé senza smettere di baciarmi.
-Sai quanto me ne frega?!- mi sibila all’orecchio, eccitato.
Mi basta anche questo. La possessività affamata con cui mi porta via, salutando per me le persone che ci incrociano, evitandomi di dedicare loro più di un cenno distratto, che preferisco sostituire subito con la visione dei suoi occhi su di me, o con la percezione delle sue mani, del suo corpo, del profumo.
Credevo di averlo dimenticato, il suo profumo. Credevo che un mese e più di lontananza fosse sufficiente a cancellarlo. Lo ritrovo intatto e, chiudendo gli occhi, lo sento al punto da poterlo seguire e riacciuffare nei ricordi.
Saliamo i gradini del tour bus, è tutto buio ed io provo a cercare a tentoni l’interruttore che dovrebbe accendere la luce, ma non è facile con Matthew che mi spinge verso le cuccette, impaziente. Rido e protesto ancora, dicendogli che non ho voglia di inciampare e farmi male come Steve qualche giorno fa. Lui mi dice che da bravo gatto di sicuro ci vedo anche al buio e, se voglio, mi porta in braccio lui. Mando al diavolo l’interruttore, i gatti e lui, ma lo assecondo, facendomi portare nella zona notte e ritrovandomi un buio ancora più pesante e scuro addosso.
La bocca di Matthew non mi da tregua, morde le mie labbra, insinua la lingua tra i denti schiusi, mi stringe e mi abbandona ai ritmi frenetici che lui stabilisce. Mi stordisce, perché non riesco a starle dietro, ed insieme mi fa impazzire. Non mi accorgo quasi che mi sta già spogliando, slaccia i pantaloni e, per poco, mi strappa di dosso la camicia nel tentativo di aprire i bottoni.
-…Matt…- accenno io, provando a scostarlo un po’.
-No, ti prego.- mi implora strozzato, senza smettere di carezzarmi. E quando sento la nota di disperazione autentica che gli vena la voce, esito quel tanto che basta per lasciargli modo di riavvicinarsi, abbracciarmi e stringermi così forte da farmi soffocare.- Dio, Brian!- sussurra allo stesso modo.- Tu non hai idea di quanta paura ho avuto di perderti…!- ammette contro il mio orecchio.
So che dovrei rassicurarlo. Dirgli che lo amo e che è con lui e solo con lui che voglio stare. So che dovrei dire qualcosa sul fatto che mi dispiace di essermi dimostrato un bastardo una volta di più. Razionalmente so tutte queste cose ed altre ancora.
Ma non esce un solo respiro.
Ed io mi ritrovo steso, con Matthew dentro di me che affonda lento come un supplizio, molto prima di riuscire a capire che sono solo io che avrei dovuto avere paura, tra noi due. Lui non ne ha il dovere.
Eppure nei suoi gesti, nei movimenti studiatamente dosati e precisi, colgo intatto il sentimento che mi ha confessato solo un attimo fa. Lo avverto nei baci, che sono l’esatta antitesi dell’attenzione che pone nell’amarmi, si posano famelici sul mio corpo ed invadono ingordi la mia bocca. Lo avverto nel modo in cui spinge dentro di me, come se dovesse rivendicare un possesso sulla carne che ha tra le mani. E lo avverto nel modo in cui marchia la mia pelle con le carezze, stringendo e premendo sui muscoli per affondare tra i nervi e le vene.
Non vuole farmi male. Se accennassi anche solo un lamento, mi lascerebbe immediatamente e si scuserebbe con me. Tutto ciò che vuole è solo dire a me, dire a se stesso, che gli appartengo.
Ne ha il diritto.
Ed io voglio appartenergli.
Per questo non parlo. Assecondo il suo desiderio e vi adeguo il mio. Assaporo la sua paura perché è la misura dell’amore che prova per me, ed io forse non lo merito, ma è tutto ciò di cui mi importi sul serio in questo istante ed in qualunque altro istante della mia esistenza.
Matt non smette un momento di baciarmi, le sue spinte si fanno più profonde e ritmate, i suoi ansimi si confondono con i miei, ed a me sembra di impazzire sotto il suo tocco, perché non è mai stato così deciso ed io non ho mai provato così forte la sensazione delle sue dita che mi scorrono addosso. Mi sembra quasi che possano attraversare la carne, così come fanno i denti contro il mio lobo, il fiato caldo mi si infila nell’orecchio, m’inarco sotto le sue mani, voltando il capo per offrirgli il collo in cui affondare il volto. Le braccia di Matthew scivolano dietro la mia schiena, nello spazio che lascio libero per loro, mi afferrano e mi serrano, sollevandomi completamente dal materasso per stringermi a lui. Viene dentro di me, affondando ancora in spinte più violente e rapide, ed io vengo contro di lui, mischiando il mio sperma al sudore di entrambi, afferro il suo mento per costringerlo a baciarmi mentre lo faccio e lui ubbidisce, sussurrandomi il mio nome sulle labbra appena lo lascio.
È lui a riadagiarmi sul materasso. Lo fa con delicatezza infinita, nonostante sia stanco ed i suoi movimenti siano impacciati e goffi. Scivola fuori dal mio corpo e mi si sistema addosso, tentando di riprendere fiato contro il mio orecchio. Mi godo il suo respiro pesante, così come mi godo le sue carezze, che riprendono quasi subito, anche se più delicate e leggere.
Ho come la sensazione che Matthew non riesca a smettere di toccarmi stanotte, come se volesse assicurarsi di avermi ancora tra le mani, che io non sia già fuggito da lui. Lo lascio fare, mi adatto alla nuova posizione che assume nel sistemarsi un po’ meglio nello spazio ristretto di cui disponiamo, ma non mi allontano mai da lui. Matt non apre gli occhi, so che si sta già assopendo, per cui ha bisogno di sentire la mia presenza, dato che non può semplicemente vedermi accanto a sé. Poso la guancia contro la sua testa, che mi poggia sulla spalla, e chiudo gli occhi anch’io.
So che avremo freddo stanotte.
Ci sveglieremo. Probabilmente lo farò solo io, perché Matt è capace di ignorare quasi del tutto i propri bisogni fisici quando è stanco, e mi alzerò da qui per ripescare la maglietta che uso per dormire ed i miei boxer.
Quando succederà, Matthew si sveglierà. Accadrà nell’attimo stesso in cui sgattaiolerò da sotto il suo braccio per sollevarmi a sedere, non prima e non dopo. Succederà allora perché lui dovrà aprire gli occhi e cercarmi, ed io dovrò infilare in fretta i miei vestiti e rimettermi accanto a lui, per permettergli di trovare di nuovo una posizione che si adatti alla forma dei nostri corpi. E sarà soddisfatto solo quando potrà riprendere a dormire così, consapevole che io non andrò da nessuna parte senza di lui.
…so che succederà tutto questo.
E saperlo mi rende felice.
Perché significa che noi due abbiamo delle abitudini. Le conosciamo entrambi e le abbiamo “studiate” assieme, perché ci fosse un codice comune di comportamento.
E questo significa anche che noi due siamo una coppia.


***


Nota di fine capitolo della Nai:
E così facciamo contento chi sognava che i due pargoli finalmente si riabbracciassero XDDD
Lo hanno fatto! A saperlo, magari Brian fingeva di mettergliele prima le corna a Matt!
Ma tanto è tutta la storia che Matthew dice che gli farà una sorpresa. Beh, sorpresa fatta *_*
Non è amore, il piccolo Matthew? ç_ç Sì, lo è!
Un bacio ed alla prossima, bimbe! ^_-


Note della liz:
Si nota che il capitolo l’ha scritto tutto Nai, vero? *_*” Infatti è bellissimo T.T *si sente tremendamente inadeguata e stupida*
Comunque, io amo questo capitolo è_é Prima di tutto perché c’è Matthew T__T Giunto sul proprio cavallo bianco a salvare Brian e tutte noi dalla depressione T_T E poi perché insieme quei due sono un qualcosa di meraviglioso ç_____ç Non vi siete anche voi commosse sulla scena dell’aeroporto? çOç Io sì, quando l’ho letta ho amato profondamente Nai per tutto questo ç_ç
Vi saluto è_é Ormai manca davvero poco alla fine! Solo altri due capitoli e un epilogo oltre questo! Forse dovremmo davvero metterci a lavorare sul seguito… o.o”

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