Genere: Commedia, Romantico, Drammatico.
Pairing: Bill/Bushido, Bill/Tom, Tom/David.
Rating: R.
AVVERTIMENTI: Incest, What If?, Slash.
- La maggior parte degli abitanti della Terra non lo sa, ma ciò che molti credono governato da un dio superiore - le leggi della fisica, l'equilibrio del pianeta, vita e morte di ogni organismo che calchi la superficie terrestre - è regolato in realtà da due dei, incarnazioni divine dei principi di Yin e Yang. Grazie a loro il pianeta può continuare a vivere, guidato dall'unico principio di compensazione che riesce a tenere in equilibrio tutto, togliendo da qualche parte per aggiungere altrove e preoccupandosi di rimettere tutto in pari quando gli equilibri vengono sconvolti.
Si tratta, comunque, di divinità un po' particolari: caricate dai sentimenti degli esseri umani, sopravvivono per un periodo di tempo ben preciso alla fine del quale la loro energia si esaurisce, ed esse decadono, costringendo i pochi esseri umani custodi di questo mistero a prendere provvedimenti, trovando qualcun altro che possa sostituirli.
Bill e Tom Kaulitz hanno una parte, in questo gioco del quale non conoscono le regole. Il loro destino sembra scritto dal momento stesso in cui hanno aperto gli occhi sul mondo, ma qualcosa, nel corso delle loro vite, è accaduto, qualcosa che ha cambiato le carte in tavola e che ora rischia seriamente di condannare al fallimento ciò per cui i protettori delle divinità stanno lavorando da ormai quasi vent'anni. Assieme al futuro del pianeta.
Note: Questa storia esiste ormai da anni. Avrei voluto scriverla per la scorsa edizione del Big Bang, ma in realtà già allora si trattava di un'idea vecchia, una cosa che avevo plottato almeno l'anno precedente e che mi tormentava, perché la amavo profondamente XD e morivo dalla voglia di buttarla giù, ma la consapevolezza della sua enormità mi rendeva impossibile il mettermi lì e farlo. Sapevo che mi avrebbe rubato le vite (poi invece è bastato mettermici tranquilla e credo di averla finita in un paio di settimane, ma ciò non è assolutamente il punto della questione u.u;;;), perciò me ne tenevo lontana. Alla fine, il Big Bang mi ha dato la spinta definitiva per scriverla per bene, e di questo sono molto felice <3 Anche perché così sono stata tanto fortunata da ricevere in dono l'art della Claudia, e voglio dire. *piange splendore* ♥
(Citazione iniziale rubata dalla splendida Hass, di Bushido e Chakuza. ♥)
All publicly recognizable characters, settings, etc. are the property of their respective owners. Original characters and plots are the property of the author. The author is in no way associated with the owners, creators, or producers of any previously copyrighted material. No copyright infringement is intended.
STARCHILDREN

Die Engel kamen wieder zu spät
ja der Teufel hat den Hass in meine Wiege gelegt
und er zwang mich seit dem es in mir zu tragen
deswegen hab ich mich als Kind oft geschlagen

Il sole era già alto nel cielo mattutino eppure vagamente fosco di quell’assaggio d’autunno a Lipsia, quando Jörgen Larsen, in un elegante completo nero liscio il cui unico tocco di colore era la camicia, di un bell’arancione acceso, che faceva capolino dal bavero della giacca chiusa, fece il proprio ingresso all’interno della clinica. Alle sue spalle, due ragazzi incastrati in completi simili ma decisamente fuori luogo sulle loro figure esili e giovanili, avanzavano silenziosi, cercando di tenere il passo. Li si sarebbe detti sui diciassette, massimo diciotto anni.
- Ora fate i bravi. – disse l’uomo, ufficialmente CEO della Universal Music International ma giunto di gran corsa a Lipsia sotto ben altre vesti, - E siate silenziosi. Parlate solo se interpellati, ma nessuno vi interpellerà, perciò limitatevi a tacere e basta. – ordinò senza voltarsi a guardarli.
David Jost, il più piccolo dei due, non visto, si lascio andare ad una mezza pernacchia silenziosa, ma fu l’occhiata truce del suo compagno, Frank Briegmann, proprio lì al suo fianco, a zittire sul nascere qualsiasi altro desiderio di rivolta simile, e David tornò a camminare silenziosamente dietro Larsen, lasciandosi condurre con decisione attraverso i bianchi e splendenti corridoi dell’ospedale, finché non fu invitato a fermarsi di fronte ad una porta chiusa, dall’interno della quale veniva il suono cristallino della risata di una donna.
Raccomandandosi un’ultima volta perché il silenzio fosse mantenuto dai suoi sottoposti, Larsen sorrise apertamente e spalancò la porta, osservando una donna piuttosto bella e giovane, per quanto forse un po’ troppo magra, giocare con un neonato paffuto coi capelli neri e la pelle arrossata, mentre un altro neonato, in tutto e per tutto uguale, restava silenzioso e dormiente fra le braccia dell’uomo che ai piedi del letto sedeva, e che i due ragazzi guardarono con curiosità, inquadrandolo subito come un uomo molto nervoso e tremendamente a disagio, nel suo completo pantaloni e camicia di lino bianco.
- Simone! – salutò Larsen, facendo il proprio ingresso nella stanza, - Carissima! Come stai?
- Jörgen. – lo salutò a propria volta lei, sorridendo estasiata e ravviando una ciocca di capelli biondi dietro l’orecchio, - Sto bene, è un piacere vederti. Non credevo saresti arrivato così presto.
- Sarei venuto anche prima, mia cara, – rise lui, chinandosi a stringerla in un abbraccio fraterno e baciandola lievemente su una guancia, - se non avessi creduto che sarebbe stato poco opportuno, da parte mia, presentarmi nel mezzo del tuo travaglio. Ho pensato – aggiunse con una risatina, - di lasciarti tempo per riprenderti. Ecco perché sono qui oggi e non c’ero già ieri.
Simone si allungò a stringergli cordialmente una mano, sorridendo ancora.
- Grazie. – annuì, gli occhi lucidi, - È importante per me sapere che mi siete vicini.
- Non potrebbe essere altrimenti, cara. – la rassicurò lui, spostando la propria mano libera su quella di Simone, e stringendo a propria volta. – Dunque! – disse poi, sedendosi sul materasso sottile, proprio al fianco della donna, - Guardiamoli, questi due prodigi!
Simone ridacchiò imbarazzata, mostrandogli il neonato che teneva stretto fra le braccia.
- Questo è Tom. – disse, indicando il bambino con un cenno del capo, - E il dormiglione lì con Jörg è Bill.
- Due nomi deliziosi. – annuì deciso Jörgen, mentre sia David che Frank non potevano fare a meno di pensare a quanto, più che deliziosi, quei nomi sembrassero adatti a due personaggi dei fumetti. – E due bambini deliziosi, in realtà. Ma non potevamo aspettarci niente di diverso da te, mia cara, sei sempre stata brillante e importantissima per tutti noi. Che gioia è stata quando in Sede abbiamo saputo che i Divini avevano scelto proprio te per continuare la loro eterna opera!
- Già… - annuì la donna, lanciando un’occhiata allarmata al marito, sempre più nervoso, ed osservandolo alzarsi in piedi e deporre il bambino nella propria culla, prima di uscire dalla stanza senza neanche salutare. – Perdonatelo. Non riesce proprio… - e scosse il capo, come a cacciare via i pensieri molesti. – Piuttosto, Jörgen, siete davvero sicuri che siano…
- I segni, mia cara! – la interruppe l’uomo, entusiasta, - I segni lo confermano! Presto il muro verrà smantellato, l’equilibrio si spezzerà ed i prodromi della Fine saranno chiari a tutti. Ma ci stiamo preparando, cara, e questi bambini sono la chiave. I nostri indovini – aggiunse con un sorriso, stringendole rassicurante una spalla, - concordano tutti, cara. Il tempo è giunto. Da qui a una ventina d’anni il mondo sarà sull’orlo del collasso, ma noi saremo pronti. Tu lo sarai. E questi meravigliosi bambini lo saranno.
Simone sorrise a propria volta, allungandosi a deporre Tom al fianco del fratello per poi lasciarsi stringere da Jörgen, commossa.
- Grazie. Davvero, grazie mille.
- E qui entriamo in gioco noi. – continuò subito l’uomo, sciogliendo l’abbraccio per indicare alla donna i due ragazzi, i quali – sentendosi improvvisamente investiti di un’attenzione che, fino ad un momento prima, non li aveva nemmeno sfiorati – si irrigidirono ai loro posti, stringendo i pugni lungo i fianchi. – Oltre che per congratularmi, naturalmente, sono venuto per presentarti David e Frank, mia cara. Saranno i tuoi referenti per il futuro, quando ci sarà bisogno.
- Ma sono poco più che ragazzini… - commentò lei, fissandoli entrambi con un certo stupore e costringendoli a distogliere lo sguardo, imbarazzati.
- Be’, lo sono adesso! – la corresse Larsen con una risata tonante, - Ma abbiamo già cominciato ad istruirli nel modo più completo possibile, e vedrai: saranno pronti, quando avrai bisogno di loro. Ora, mia cara… - aggiunse quindi, nella voce una nota grave del tutto straniante rispetto a quella cordiale di poco prima, - per quanto mi secchi ribadire l’ovvio, temo vada fatto. I bambini non dovranno mai sapere niente di tutto questo e, almeno fino ai quindici anni, farò in modo che non vi siano contatti fra voi e la Santa Sede.
- Quindici anni… - annuì mestamente Simone, - Così tanto?
- Sì, cara. – la consolò lui, accarezzandole bonariamente la schiena, - È necessario, perché nessuno sospetti niente. La prossima volta che sentirai parlare di noi, - aggiunse con un sospiro, - i tuoi bimbi saranno grandi, ed anche David e Frank lo saranno. Ed io… io spero solo di esserci ancora.
- Non dire così, ti prego. – disse la donna, un’espressione più triste a turbare i lineamenti dritti e fieri del viso, - Andrà sicuramente tutto bene.
- Oh, Simone, - sorrise ancora lui, - su questo non c’è il minimo dubbio. Credimi.
Simone rispose al suo sorriso e poi lo girò anche ai due ragazzi, salutandoli e ringraziandoli con un cenno del capo, prima di invitarli ad avvicinarsi alla culla, per sbirciare i bambini assopiti fra le lenzuola. David sorrise, allungando una mano verso il bambino ancora sveglio.
- Tom, mh? – chiese sottovoce. Il bambino gli strinse l’indice fra le dita paffute, e continuò a farlo finché, piangendo, suo fratello Bill si svegliò.
*
- Tomi… - lo chiamò Bill, mettendo su il tipico broncio sulle linee del quale acconciava le labbra ogni volta che voleva farlo sentire in colpa perché non gli concedeva qualche favore di importanza a suo dire fondamentale, - Ti prego, ho bisogno del tuo aiuto!
- Ed io ho bisogno che tu mi tenga fuori dalla tua storia con Bushido. – sputò fuori lui con disgusto, senza staccare gli occhi dallo schermo della tv, né le mani dal joystick.
- Tomi! – insistette lui, piagnucolando un po’, e Tom rispose con una mezza occhiata indispettita.
- Ne abbiamo già parlato. – disse seccamente, - Non posso impedirti di uscire con chi vuoi, ma non posso neanche favorirti mentre lo fai. Odio quell’uomo, è spregevole. Se proprio vuoi consegnarti nelle sue mani, fallo, ma non aspettarti aiuto da parte mia.
- Dici che non puoi impedirmi di uscire con chi voglio, - gonfiò le guance Bill, offeso, ignorando tutto il resto del suo discorso, - ma a conti fatti, rifiutandoti di coprirmi, è quello che stai facendo.
- Cristo santo— Bill. – sbottò, poggiando in terra il joystick e voltandosi verso di lui mentre lasciava che il proprio personaggio andasse a schiantarsi contro il primo muro con tutta la macchina e qualche pezzo di arredamento urbano raccattato nel mentre. – Non sei più un ragazzino, ok? Hai diciannove anni, e questa tortura fra alti e bassi va avanti da tre, ormai. Direi che non ti serve più la mia approvazione, ti pare? La mia, o quella di chiunque altro, visto che comunque fai sempre di testa tua.
- Infatti non cerco l’approvazione di nessuno. – ringhiò Bill, - Non la tua né quella di nessun altro, per tua informazione. Ho solo bisogno d’aiuto, perché approvazione o meno David non mi lascerà uscire.
Tom abbassò impercettibilmente lo sguardo al solo sentire il nome di David, ma tornò a fissarlo negli occhi abbastanza in fretta da impedire a Bill di registrare quel movimento come qualcosa di importante.
- Mi sono rotto di sentirti lagnarti ogni minuto. – sbuffò Tom, saltando in piedi ed afferrandolo per un polso, costringendolo a fare lo stesso. – Vuoi aiuto? D’accordo, l’avrai. – lo tirò dietro di sé fino a raggiungere la porta della camera. Da lì lungo il corridoio, ignorando le sue proteste ed ogni “Tomi” pigolato dapprima con tono incerto, poi con tono sempre più infastidito, e lo ficcò dentro il primo ascensore disponibile. – Ora vado da David, in camera sua. – gli disse, guardandolo a muso duro. Non era come gli stesse facendo un favore, sembrava più che volesse liberarsi di lui, - Così te lo tengo occupato. Tu va’, e fai il cazzo che vuoi, ma vedi di tornare ad un orario umano, e fammi sapere quando dovrò coprirti per la seconda volta, perché già mi basti tu, come rottura di palle, non voglio che ci si aggiunga anche lui, con le sue paternali del cazzo.
- Tomi… - mugolò Bill, guardandolo con aria colpevole e massaggiandosi il polso dolorante, - Io vorrei parlarti. Vorrei—
- Non c’è altro da dire. – mormorò Tom, rifiutandosi di guardarlo negli occhi, - Tu hai fatto la tua scelta. Non sono cose che si discutano.
Le porte si chiusero di fronte alla sua espressione ancora corrucciata, e Bill restò pensieroso per tutto il tragitto dell’ascensore fino al piano terra, stringendosi alla borsa e dentro la giacca e ricordandosi solo all’ultimo minuto di recuperare cappellino ed occhiali da sole, per schermarsi almeno in parte di fronte agli occhi del mondo. Sperò che Anis non fosse in ritardo – controllò l’orologio, lui era in orario – e si chiese ancora una volta di che razza di scelta stesse parlando il suo gemello. Lui non aveva mai avuto scelte, da quando aveva conosciuto Anis non c’era stata la possibilità di scegliere fra una cosa e l’altra, era sempre stato innamorato di lui. Odiava quando suo fratello si metteva su quello stesso piano di pensiero: scambiare l’affetto che provava per lui con quello che provava per Anis, metterli a paragone, pretendere di equipararli e poi tirargli addosso quella sciocca questione della scelta era assolutamente scorretto, nonché impensabile.
Di fuori, il tempo era pessimo. Bill osservò con un misto di paura e sconcerto gli enormi nuvoloni neri addensatisi nel cielo durante tutto il giorno, e si mordicchiò un labbro, perplesso.
- Aprile dovrebbe essere molto meno nuvoloso. – borbottò soprappensiero, appoggiandosi al muro e poi cambiando idea, prendendo a muoversi intorno per evitare di star sempre fermo in un punto e dare nell’occhio.
Passeggiò solo per pochi minuti, poi il cellulare, al riparo nella tasca posteriore dei jeans, prese a vibrare insistentemente. Lo tirò fuori col sorriso sulle labbra, rispondendo alla chiamata senza neanche sprecarsi a guardare il numero sul display.
- Sei in ritardo. – commentò con tono petulante, fermandosi in mezzo al marciapiedi e piantando una mano sul fianco, prendendo a battere ritmicamente un piede per terra, del tutto dimentico dei propri propositi riguardo al non dare nell’occhio.
- Davvero? – ridacchiò Anis, dall’altro lato della cornetta, - Non mi pare. Piuttosto, credo sia tu quello in ritardo, perché io sono dal lato della strada opposto rispetto a quello in cui stai andando.
- Sei già qui? – chiese immediatamente lui, illuminandosi all’improvviso e stringendo il telefono con entrambe le mani, come per paura che l’emozione potesse portarlo a lasciarlo cadere, - Perché non mi hai chiamato subito?
- Perché volevo guardarti, per un po’. – rispose lui, la voce soffice, eppure un po’ roca, quasi allusiva, - Volevo guardarti per bene.
- Anis! – lo richiamò Bill, a bassa voce, fingendo di essere arrossito per l’imbarazzo quando tutto ciò che rendeva più calda la sua pelle era pensare che di lì a poco sarebbe stata sfiorata da lui, - Sei terribile.
- E ti piaccio per questo. – rise lui. Bill si lasciò andare ad uno sbuffo intenerito, voltandosi intorno e fermandosi solo una volta che ebbe individuato la BMW nera parcheggiata di fianco al marciapiedi di fronte.
- E per un sacco di altri motivi. – aggiunse in un soffio, interrompendo la chiamata e riponendo il telefono nella borsa, prima di avviarsi nella sua direzione.
*
- Il presidente – attaccò Frank, mentre David approfittava dell’assenza di una webcam in camera propria per roteare gli occhi, annoiato, - non è affatto contento, David.
- Mi rendo conto. – disse, cercando di fare in modo che il suo tono sembrasse quanto più contrito possibile, - Mi dispiace enormemente, ma Bill—
- Il ragazzo va tenuto sotto controllo. – insistette Frank, aggrottando le sopracciglia, immobile dietro la propria scrivania, tanto fermo da sembrare finto, - Questa sua… relazione con Bushido è sulla bocca di tutti. Non possiamo permettercelo. Non è per questo che siamo stati nominati responsabili di questa questione, e tu dovresti saperlo bene.
- Lo so, infatti. – ribatté David, incrociando le braccia sul petto, irritato, - Sono pienamente consapevole delle mie responsabilità, così come dei miei compiti. E sto facendo tutto il possibile.
- Ebbene, non è abbastanza! – berciò l’uomo, battendo un pugno contro il tavolo nel primo movimento in cui si produceva da quando la sua conversazione con David aveva avuto inizio. – Insisti. Sii più convincente. Per gli dei, rinchiudilo a doppia mandata in camera con suo fratello, se devi! Ti rendi conto di cosa stiamo rischiando? E non parlo di te e me, parlo dell’intero cosmo, David!
- Lo so! – si permise di alzare la voce a propria volta, nonostante Frank gli fosse superiore sia in quanto ad età che in quanto a grado all’interno dell’Organizzazione, - Credi che non sappia a cosa stiamo andando incontro, o che non riesca nemmeno a guardarmi attorno? I maremoti, le trombe d’aria, la terra si sta sgretolando sotto i nostri piedi e ne sono perfettamente consapevole, Briegmann!
- E allora – gli rispose lui, gelido, - non dirmi che stai facendo il possibile. Di’ che ti spiace di non aver ancora fatto abbastanza. – concluse, prima di interrompere la videochiamata.
David rimase a fissare lo schermo del portatile con aria sconvolta, per parecchio tempo. Alle volte ignorava cosa s’aspettassero da lui— le scritture parlavano chiaramente: doveva essere amore perché i Prescelti potessero assurgere al divino. La loro unione doveva essere spontanea, intensa e passionale, nessuno poteva forzarla ad avere luogo, o ne avrebbe contaminato la purezza. L’Organizzazione esisteva per preservare i gemelli, per prendersene cura, per rivelare loro la verità al momento più opportuno e per istruirli sul da farsi quando il loro destino avrebbe dovuto compiersi, ma non poteva avere ragione dei loro desideri, erano quei desideri che avrebbero dovuto avere ragione di tutto il resto.
Quando sentì bussare alla porta, si prese solo pochi secondi per spegnere il portatile ed inspirare profondamente, prima di chiedere chi fosse. Il solo sentire la voce di Tom rese più pesante che mai il macigno che portava sulle spalle. Contrito ed amareggiato, lo accolse all’interno dell’ufficio con un sorriso mesto.
- Scusa, Dada. – sospirò Tom, visibilmente abbattuto, - Ti disturbo?
- Lo sai che tu non mi disturbi mai. – gli sorrise conciliante, chiudendosi la porta alle spalle mentre lo osservava girare un po’ per la stanza, prima di andarsi ad abbattere esausto sul divanetto poggiato alla parete, gettando gambe e braccia ovunque nel tentativo di accomodarsi più possibile. – È successo qualcosa?
Tom gli lanciò un’occhiata brevissima e incerta, prima di tornare a fissare la punta delle proprie scarpe come l’inizio e la fine dell’universo fossero posizionati esattamente lì – e non sapendo quanto un pensiero simile potesse essere vicino alla verità.
- È andato di nuovo con Bushido. – confessò alla fine, sospirando ancora, - Non sono riuscito a fermarlo. Né a dirglielo.
David sospirò a propria volta, andando a sedersi al suo fianco e poggiandogli una mano sulla spalla in una carezza consolatoria. Tom era, per certi versi, il loro splendido capolavoro. Era cresciuto esattamente come loro l’avevano voluto, forte e maschio e coraggioso e soprattutto perdutamente innamorato del proprio fratello, fin da tempi immemori, al punto che, quando aveva preso il coraggio a quattro mani ed aveva confessato i propri sentimenti a David, lui aveva faticato a non sorridere e trattenersi dal dargli un buffetto sulla guancia, rispondendo qualcosa di estremamente sciocco come “e dove sarebbe la novità?”.
Non c’era nessuna novità, in effetti: il presidente Larsen, che aveva sempre osservato i gemelli da lontano, ma anche da più vicino di quanto non si potesse sospettare, aveva capito fin dall’inizio che Tom sarebbe stato il primo a rendersi conto del proprio sentimento. “C’è qualcosa nei suoi occhi,” aveva detto a David, dopo una delle sue numerose visite ad Amburgo, ufficialmente per controllare il lavoro dei Tokio Hotel ed ufficiosamente per verificare che tutto stesse muovendosi come previsto, “C’è qualcosa nel modo in cui brillano quando parla del fratello. È qualcosa che Bill non ha ancora,” aveva aggiunto con preoccupazione.
In quel tempo, David era ancora giovane, pieno di fiducia nella propria missione, e soprattutto Bushido non si era ancora fatto abbastanza vicino da rappresentare una minaccia per tutti i loro piani, motivo per il quale nell’occasione specifica aveva sorriso e si era premurato perfino di rassicurare il presidente con parole cariche di fiducia. “Non si preoccupi, Herr Larsen,” aveva detto orgoglioso, “È solo questione di tempo. Presto ogni tassello troverà il suo giusto incastro.”
“Di questo non dubito, David,” aveva risposto Larsen con un sorriso sottile, “Non ho mai dubitato.”
David aveva capito solo molto tempo dopo che la fede di Larsen era qualcosa di molto più concreto rispetto alla propria. Larsen non poteva avere dubbi perché, qualora anche qualcuno si fosse presentato, l’avrebbe spazzato via in favore del bene superiore che era stato incaricato di proteggere – un bene superiore del quale non puoi rifiutare la responsabilità.
La sua fede, invece, aveva perso forza quando quel bagliore che Larsen tanto apprezzava negli occhi di Tom era germogliato precipitosamente anche in quelli di Bill, ma rivolto ad un uomo che non era suo fratello, e che anzi era quanto di più distante da lui potesse esistere al mondo.
“La fede,” gli aveva detto Frank durante una delle sue paternali, leggendo direttamente da una missiva a lui indirizzata ed inviata dal presidente Larsen in persona, “è una cosa degli uomini, non degli dei. Gli dei non possono che esistere, ma sono gli uomini a dover costruire ciò in cui credono, con le loro mani. Noi siamo i creatori dei nostri dei, David. Vedi di non dimenticarlo. Noi siamo i nostri dei.”
Questo era un insegnamento che in lui non aveva mai attecchito davvero. La sola idea di poter plagiare un corpo celeste intriso di divinità come era quello di Bill per piegarlo al volere degli uomini lo disgustava, il solo pensare che l’organizzazione di cui faceva parte potesse pensare a forzarlo come metodo per ottenere ciò che s’era prefissa gli dava i brividi dall’orrore. La conclusione alla quale era giunto, riflettendo molto a lungo, era stata che se i Prescelti non erano in grado di trovarsi, forse era perché i Divini non volevano. O perché i ragazzi non erano ancora pronti. O per chissà quale altro motivo, non era comunque importante abbastanza quanto la devastante consapevolezza che una cosa che era sempre andata a posto autonomamente nei secoli, per la prima volta da che l’uomo era al mondo rischiava di non potersi concretizzare se non con una decisa spinta da parte dell’uomo stesso.
Era una consapevolezza agghiacciante: David non poteva fare a meno di pensare che era triste che l’uomo fosse abbandonato a se stesso al punto da dover pensare da sé perfino per chi invece avrebbe dovuto pensare per lui.
- Non è colpa tua, Tom. – gli disse, cercando di sorridere conciliante, - Conosci tuo fratello, sai che non è facile fermarlo.
Tom mugolò un assenso indefinito, prima di sottrarsi alla sua carezza come la sua mano fosse stata incandescente e prendere ad aggirarsi per la stanza come un’anima in pena, lo sguardo perso e le sopracciglia corrugate, le labbra strette e sottilissime, acconciate in una smorfia colma d’ansia.
- Ci sto male. – disse, passandosi una mano sugli occhi ed appoggiandosi stancamente alla parete, - Tutta questa cosa, David, suona troppo male. È troppo sbagliata. Voglio dire, dev’esserci un motivo per cui la legge t’impedisce di innamorarti di un consanguineo tanto stretto, no? Probabilmente è solo sbagliato e basta.
- Ne abbiamo già parlato, Tom. Non è sbagliato solo perché sei innamorato di qualcuno che è anche tuo fratello. – disse David, alzandosi in piedi e facendo appello a tutte le proprie forze per non aggiungere “però sembra sbagliato perché ti fa tanto male”.
- Ma che discorso è?! – scattò subito Tom, lasciandosi scivolare lungo la parete fino a ritrovarsi praticamente seduto per terra, le braccia molli appoggiate alle ginocchia, - Forse dovrei semplicemente dimenticarmene. D’altronde, è stato mio per un sacco di anni. Ho potuto stargli vicino come nessun altro, ed il nostro tempo… forse è semplicemente finito.
David chiuse gli occhi, passandosi una mano fra i capelli. Se il loro tempo era finito, allora lo era anche quello del mondo intero.
Si accucciò al suo fianco, accarezzandogli la testa, quasi divertito dal solletico che il profilo delle treccine causava al palmo della sua mano.
- Sei un ragazzo forte, Tom. – gli sorrise, - Solo tu puoi scegliere cosa vuoi per te stesso. È un diritto che ti sei meritato.
Tom lo guardò e si sforzò di sorridergli a propria volta, ma aveva gli occhi lucidi.
- È un modo non troppo invadente per dirmi che non è il caso di arrendermi? – chiese, e poi si lasciò andare ad una risata vagamente amara, - Ti rendi conto che è mio fratello, David? Cosa posso fare se viene e mi dice di essersi innamorato di un’altra persona? Al di là del fatto che questa persona sia Bushido, poi… io non ho diritti, su di lui.
- Ed è appunto quello che stavo dicendoti. – insistette lui, lasciando scivolare la mano sulla sua spalla e stringendo la presa in una carezza colma di rassicurazione, - Non ne hai su di lui, ma ne hai su te. Tom, nessuno – cominciò, e si prese una pausa perché ciò che stava dicendo avrebbe potuto metterlo presto in guai ben più grossi di quelli in cui già non si ritrovava, - nessuno può obbligarti ad amare qualcun altro. Se non—
- Io sono innamorato di Bill! – ribatté Tom, scattando in piedi come una bestia ferita cui fosse appena stato rigirato un dito nel taglio aperto, - Io non… non posso improvvisamente smettere, non funziona così, David! È dentro di me da così tanto tempo che… - si morse un labbro, pensieroso, - Sono un essere umano, Dada, non posso… non ho diritti neanche su me stesso.
Ancora accucciato ai suoi piedi, David sollevò gli occhi nei suoi e pensò alla propria condizione ma anche alla sua. Era inspiegabile, inaccettabile, che un essere come Tom, uno dal quale dipendeva il futuro del globo, ma che sarebbe stato altrettanto importante e sarebbe valso allo stesso modo anche se fosse stato un uomo comune, potesse pensare cose simili. Potesse sentirsi così triste, abbandonato ed impotente.
Si alzò in piedi, poggiandogli una mano sulla spalla e massaggiando piano.
- Tom, ascoltami. – cominciò, fermamente intenzionato a rivelargli tutto, ma Tom lo scostò con un movimento brusco, allontanandosi di qualche passo, dapprima confusamente e poi con maggiore decisione, verso la porta.
- No, non mi va di ascoltare altro. – disse cupo, scuotendo il capo. – E… non… non toccarmi sempre così tanto. – aggiunse incerto, cercando i suoi occhi come volesse essere sicuro di non avergli fatto troppo male dicendolo, - È strano. Mi… - si morse un labbro e distolse lo sguardo. – Lasciamo perdere, non farlo e basta. – concluse, prima di uscire dalla stanza senza una parola di più.
David non provò a fermarlo, ed accolse quasi con gioia la sua decisione di andarsene, perché se fosse rimasto, se l’avesse fatto parlare, probabilmente nient’altro sarebbe riuscito a impedirgli di combinare un disastro che avrebbe avuto incalcolabili ed imprevedibili quanto drammatiche conseguenze. Abbassò lo sguardo sulla propria mano, studiò la punta delle proprie dita e cercò d’ignorare il calore che ne divampava. Non ricordava di aver letto da nessuna parte di un Guardiano la cui pelle bruciasse al solo sfiorare la pelle di un Predestinato. Il suo guaio, ammise con una certa preoccupazione, era perfino più ampio di quanto immaginasse.
*
All’inizio, era stata solo frizione. Non qualcosa di esclusivamente sessuale, non era solo uno sfregamento, non era così definito né così circoscritto, ma era questo, in definitiva: frizione. Li aveva accompagnati ogni volta che si erano incontrati, e non era stata nemmeno una conseguenza dovuta al frequentarsi o all’uscire insieme: c’era stata già da prima. Era stata lì da sempre, per tutto il tempo, come un istinto – con la stessa indisponente e ineludibile forza rabbiosa e magnetica.
Era frizione. Era così ancora prima che si conoscessero.
La prima cosa Bill aveva sentito quando, in quel video su YouTube, lo aveva sentito parlare di lui in termini che non avrebbe permesso nemmeno ad un amico di vecchia data, erano state le scintille. Non erano state piacevoli – era stato un misto di fastidio e rabbia e orgoglio in frantumi: lui, che dell’essere orgoglioso di ciò che era aveva fatto una religione – ma erano state scintille. Le aveva sentite sfrigolare nel centro del petto e poi farsi strada con le unghie lungo la gola, fino a bruciare sulla lingua e dietro agli occhi. Scintille, né più né meno. Ed era in fondo questo ciò che comporta la frizione: scintille. Se l’era sentite scoppiettare addosso, come le bollicine di una bevanda frizzante.
Era una sensazione che non l’aveva abbandonato per un sacco di tempo. Bushido aveva continuato a parlare pubblicamente di lui come non potesse impedirselo, e lui allo stesso modo aveva continuato a sentire le scintille. Era stata frustrazione, principalmente. Bushido, d’altronde, stava senza ombra di dubbio giocando, e Bill non era riuscito a trovare il modo di ribattere o di farsi valere. Era rimasto lì a subire. E bruciare.
Tom non era stato in grado di aiutarlo, né in quel momento specifico né successivamente. Nel momento specifico, era rimasto a guardare la TV al suo fianco e poi l’aveva osservato impotente alzarsi in piedi e cominciare a urlare minacce vuote contro uno schermo spento. E successivamente non aveva saputo cosa dirgli, dal momento che non sembrava capace di fare altro che ripetere ciò che lui stesso era già stato bravissimo a definire. Cose come “lo odio, è un individuo disgustoso, mi irrita”. Era facile dargli ragione, più difficile trovare un modo di aiutarlo a dare sfogo a tutta quella rabbia repressa.
Aveva dovuto pensarci Bushido, in buona sostanza: s’erano incontrati ai Comet qualche tempo dopo, ed erano riusciti a mantenere una parvenza di decenza solo fino all’afterparty; durante la premiazione avevano fatto i simpatici, giocato secondo le regole, ma era stato quando finalmente si erano ritrovati faccia a faccia, liberi di discutere la questione come meglio preferivano, che quella bolla di energia elettrica che li circondava era come esplosa. Non erano riusciti nemmeno a scambiarsi qualche parola, la prima cosa che Bushido aveva fatto dopo averlo avvicinato era stata spingerlo contro il primo angolo d’ombra trovato in fondo alla stanza e baciarlo. E Bill non aveva mai, neanche per un secondo, pensato di rifiutargli quel bacio. La sua lingua era rovente, così come le sue mani sui suoi fianchi, sotto la camicia nera troppo corta a leggera per poter rappresentare davvero una copertura, soprattutto se sommata ai jeans portati tanto bassi da rasentare la volgarità.
Mentre Bushido lo baciava, strappandogli l’aria dai polmoni e il cuore dal petto, tanto faceva fatica a respirare e tanto forte e concitato era diventato il suo battito cardiaco, Bill s’era chiesto distrattamente se per caso non fosse esattamente questo il tipo di sfogo di cui aveva bisogno, se non fosse questo quello che aveva sempre voluto da quell’uomo, fin dal primo momento in cui aveva sentito il suono della sua voce.
Poi, il bacino di Bushido s’era scontrato contro il suo, e lui aveva smesso di pensare.
“In bagno,” gli aveva detto, “adesso,” e non aveva aspettato più di un altro secondo per trascinarlo per un polso lungo i corridoi scuri del locale, sperando che il bagno fosse comodo, pulito e soprattutto sgombro di fastidiosi ostacoli pronti a frapporsi fra lui e ciò che voleva. E non aveva nemmeno idea di cosa fosse, perché era un ragazzino, perché era eccitato, perché era stupido, perché non riusciva nemmeno a pensare a cosa fare, a dove fermarsi, o comunque da dove partire; perché la risata di Bushido, dietro le sue spalle, lo stordiva e lo confondeva, e tutto ciò che riusciva a realizzare con chiarezza era che voleva sentire nuovamente addosso il sapore delle sue labbra, il calore delle sue mani, lo sfrigolare dell’energia elettrica che scaturiva da ogni singolo sfregamento della sua pelle contro la propria.
Bushido l’aveva guardato sorridendo strafottente, quando s’era chiuso la porta alle spalle.
“Non sai cosa stai facendo,” gli aveva detto, prima di avvicinarglisi e schiacciarlo contro un lavandino. “Fortunatamente, nemmeno io.”
Bill non avrebbe mai potuto spiegare quello che successe quella notte con qualcosa di diverso rispetto a “ho sentito tutto scivolare naturalmente al proprio posto”, che poi erano state le parole con cui, successivamente, aveva raccontato l’accaduto a Tom, Georg e Gustav, guadagnandosi una serie di risatine divertite da parte degli ultimi due ed uno sguardo parzialmente confuso e parzialmente preoccupato da parte del primo.
Eppure, per quanto Georg e Gustav potessero faticare a capire, e per quanto Tom si rifiutasse con tutte le proprie forze di ammettere che quanto stava accadendo era reale, ed era bellissimo, era proprio così che era andata. Bill non avrebbe saputo neanche ricordare se avesse fatto male – sicuramente era stato così, ma il dolore doveva essersi perso da qualche parte sulle labbra di Anis, intente a lenirlo in baci brevi, soffici e umidi, mentre le sue mani tracciavano disegni invisibili sulla sua schiena e sul suo ventre sudati, prima di scendere ad accarezzarlo fra le cosce e fra le natiche, dandogli alla testa come una droga.
E le scintille non avevano mai smesso di sfrigolare. Era una sensazione straniante, quel calore diffuso, bruciante e quasi fastidioso che lo ricopriva intensamente come si trovasse sotto una pioggia di fuoco, ogni volta che Anis lo toccava. E per quanto potesse suonare sconveniente, soprattutto sulle labbra di uno che, come lui, aveva sempre parlato di aspettare il vero amore e conservarsi vergine finché non fosse stato il momento giusto e via così, c’era da ammettere che lui ed Anis stavano insieme principalmente per quello, per il calore, per il fuoco, per la sensazione totalizzante, bellissima e spaventosa di volersi strappare la pelle di dosso a morsi ogni volta che scopavano, per cercare al di sotto e vedere se anche così bruciava ancora.
Poi, sì: stavano bene insieme, Bill si sentiva felice ogni volta che riusciva a farlo ridere o a convincerlo ad interessarsi di qualcosa che, non fosse dipeso da lui, non avrebbe considerato neanche per sbaglio, e si sentiva orgoglioso di se stesso e di quanto aveva ottenuto ogni volta che Anis gli sussurrava un “ti amo” improvviso e non richiesto, ma principalmente, alla base, era il fuoco a tenerli vivi. Il loro amore si consumava in una fiamma enorme ed eterna, e Bill, dopo tre anni, stava cominciando a credere che, contro tutti i principi della fisica, non si sarebbe mai esaurito.
Drenato come ogni volta, si lasciò ricadere al fianco di Anis, tanto vicino da poterlo comunque continuare a sfiorare ad ogni respiro, e rise un po’, completamente a corto di fiato.
- Non riuscirò mai a tornare in tempo. – commentò divertito, - David mi farà una paternale delle sue.
- E allora resta. – disse Anis, e sorrideva anche lui, girandosi sulla pancia ed imprigionandolo fra le sue braccia. La sua pelle era caldissima e Bill si sentì avvampare all’improvviso sentendolo strofinarsi inavvertitamente contro di lui. – Oggi, domani, quanto vuoi. Resta, una buona volta, sono stufo di questo andirivieni, e anche di doverci comportare come fossimo due criminali.
- Be’, tecnicamente tu mi hai scopato quand’ero ancora minorenne, per cui… - rise Bill, direttamente sulle sue labbra, un attimo prima che Anis lo zittisse con un altro bacio.
- Tecnicamente, – gli fece il verso lui, - se non ti avessi spogliato io, mi avresti strappato tu i vestiti di dosso, per cui
Bill rise ancora, allungando le braccia fino a stringerlo al collo e godendo della sensazione di protezione mista a tenerezza di cui tutti i suoi abbracci lo riempivano.
- Non posso restare, lo sai. – gli disse all’orecchio, strofinando il naso contro il suo collo, - Ma ci rivedremo presto.
- Promesse, promesse. – rise Anis, allungando una mano a stringere una delle sue e baciandone lievemente il dorso e poi il palmo, prima di guardarlo negli occhi, - Non ti posso domare in alcun modo, vero?
Bill sorrise furbo, strizzando gli occhi fino a renderli sottili come quelli di un gatto.
- Il fuoco non lo domi, lo spegni e basta.
Anis lo baciò col preciso intento di ricordargli per l’ennesima volta che si sarebbe guardato bene dal farlo.
*
Quando rientrò in camera propria ed accese la luce, Bill portò una mano al petto ed indietreggiò spaventato nello scorgere una figura seduta sul letto intenta ad aspettarlo. Ci mise effettivamente un po’ – il tempo di lasciare che i suoi occhi potessero abituarsi alla luce, dopo aver fatto al buio tutto il tragitto dalla porta di casa a quella della sua stanza – a riconoscere in quella figura suo fratello.
- Cos’è, adesso la mia sola vista ti terrorizza? – chiese Tom con un sorriso mesto, sistemandosi un po’ a disagio sul bordo del letto.
- Che sciocchezze. – borbottò Bill, scalciando lontano le scarpe e gettandosi sul letto al suo fianco, non prima di averlo salutato con un bacio sulla guancia, - Solo che non mi aspettavo di trovarti qui. Non riesci a dormire?
- Già. – rispose Tom, sistemandosi con la schiena contro la testiera mentre Bill tirava via pantaloni e maglietta e li lanciava alla rinfusa in giro per la stanza, sperando di prendere al volo qualche poltrona o, al massimo, la scrivania, - Hai sentito del vulcano?
- Mmhn? – chiese lui, passandosi le mani fra i capelli per scioglierli un po’, - No, non so niente. Che è successo?
- Un vulcano islandese, - scrollò le spalle Tom, - Eyaqulcosa, ha eruttato dopo tipo uno sproposito di anni. Un disastro, ci sono i cieli di mezza Europa completamente intasati dalla cenere. Non si muove un aereo neanche se lo comanda Dio in persona.
- Scherzi? – spalancò gli occhi Bill, mettendosi a sedere e recuperando le lenzuola da sotto il proprio corpo, per potersi coprire, - Ma che diavolo sta succedendo al mondo? Ogni giorno ce n’è una.
- Sì, vero? – rise Tom, sollevandosi appena perché suo fratello potesse coprirsi per bene, - Magari i Maya avevano sbagliato qualche conto. O forse hanno trascritto male ed hanno trasformato uno zero in un due, e moriremo tutti nel giro di due giorni.
- Altre sciocchezze. – ridacchiò Bill, - Io non intendo morire prima di essermi magicamente trasformato in Brian Molko, mi spiace. – osservò Tom ridere ed alzarsi in piedi, palesemente intenzionato a lasciarlo solo, e non poté fare a meno di allungare un braccio e trattenerlo, tirandolo per la manica dell’ampia camicia a scacchi che indossava. – Resti? – chiese, inarcando le sopracciglia verso il basso. Tom lo guardò per qualche secondo come non l’avesse mai visto prima, ma alla fine si decise a sfilare le scarpe e sistemarsi sul letto al suo fianco, permettendogli di prendere posto sul suo petto come erano abituati a fare anni prima, quando ancora Bushido non era entrato nelle loro vite e tutto poteva dirsi considerevolmente più facile. – Dici che a noi sta succedendo la stessa cosa che sta succedendo al mondo, Tomi? – chiese con un filo di voce, mordicchiandosi nervosamente il labbro inferiore.
- …in che senso? – chiese lui, guardando il soffitto ed accarezzandogli lentamente i capelli corti sulla nuca.
- Ci stiamo disintegrando come si sta disintegrando la Terra? – insistette lui, gli occhi ormai semichiusi ed il corpo pesante, già quasi per metà scivolato nel sonno.
- Questo mai, Billi. – lo rassicurò Tom, stringendo involontariamente i denti e, più volontariamente, la sua presa attorno al suo corpo, in un abbraccio affettuoso. – Te lo giuro. Noi non ci disintegreremo mai.
*
L’unica certezza inoppugnabile della sua esistenza era sempre stata Bill. Questa era la spaventosa realtà di Tom, una realtà dalla quale trovava impossibile fuggire. C’erano state delle ragazze – c’erano state numerose ragazze – ma nemmeno una di loro era riuscita a durare abbastanza da offuscare anche solo in minima parte la spinta quasi animalesca e irrazionale che Tom aveva sempre sentito nei confronti del proprio fratello.
Era riuscito per parecchi anni ad ignorare il risvolto puramente fisico di quella spinta, il desiderio che provava quasi continuamente di mettergli le mani addosso, sentire il suo corpo cambiare forma, temperatura e colore sotto le sue dita. Per parecchio tempo era davvero stato convinto di essere solo un fratello un po’ troppo possessivo, un po’ troppo appiccicoso, un po’ troppo affezionato, forse, e niente di più. E fino a quando suo fratello non era stato suo ma nemmeno di nessun altro, aveva potuto continuare a crogiolarsi in quell’illusione, cullato dalle menzogne che raccontava a se stesso e sempre vicino al suo profumo rassicurante, al calore del suo corpo e al bagliore dei suoi sorrisi.
Quando Bill aveva deciso di donarsi a Bushido, però, qualcosa era esploso nel centro del suo petto. Era stato come se qualcuno lo avesse squarciato in due per prendergli il cuore, spremerne il sangue e poi rimetterlo a posto drenato, asciutto ed ormai del tutto inutile. A pensarci, alle volte, si sentiva mancare il respiro: nulla l’aveva debilitato quasi fisicamente quanto non avesse fatto il sentirsi per la prima volta derubato di qualcosa, come quando suo fratello gli aveva detto di essersi innamorato di un altro.
Sarebbe stato impossibile sopportare da solo una cosa del genere, il dolore devastante che lo scuoteva tutto ogni volta che la chiara consapevolezza del corpo di suo fratello fra le mani grandi ed abili di Bushido arrivava a schiaffeggiarlo, che fosse sveglio o in sogno. Era stato per questo motivo che era semplicemente crollato ed aveva vuotato il sacco con David, solo per questo. Fosse stato abbastanza forte, avrebbe nascosto la verità al mondo intero e si sarebbe portato il segreto nella tomba, ma evidentemente non lo era abbastanza.
David era l’unico che lo sapesse, l’unico al quale avrebbe mai potuto pensare di poter confessare una cosa simile. Era davvero stato quasi come un terzo padre, per loro, posto che il primo lo ricordava a malapena – non perché fosse stato esattamente assente, quanto più perché non aveva davvero rappresentato una parte attiva della loro vita – ed il secondo era stato molte cose – un compagno per mamma, un insegnante di chitarra, un cretino col quale scherzare fino a notte fonda quando non aveva voglia di dormire – ma decisamente non un papà. David era una figura rassicurante, uno dal quale si sarebbe volentieri fatto abbracciare per darsi un po’ di tregua e smetterla, almeno per qualche secondo, di sentirsi così dannatamente solo contro l’intero fottuto universo in rivolta.
Era anche per questo che quello che stava succedendo ultimamente fra loro era così disturbante. Non che qualcosa fosse cambiato, nei fatti – anzi: per dirla proprio tutta, era cambiato molto più il rapporto che lo legava a suo fratello rispetto a quello che continuava a legarlo a David – era una questione di sensazioni. Non puoi stare davvero accanto a qualcuno in grado di metterti a disagio con un solo sguardo. Non puoi lasciare che ti abbracci quando ogni volta che ti tocca hai l’impressione che le sue dita ti lascino un marchio a fuoco sulla pelle. Era una sensazione straniante, troppo fisica per loro due, che non avevano mai diviso più che qualche amichevole pacca sulle spalle e qualche altrettanto amichevole sguardo d’intesa. Tom aveva paura di dove quelle nuove sensazioni potessero portarlo, soprattutto dal momento che, senza più Bill costantemente al proprio fianco, si sentiva come una barca a riva ma senza ancora. Salvo, ma chissà ancora per quanto.
*
Le visite di Larsen ai loro studi di produzione non erano certo frequenti, ed ancora più rare in effetti erano le volte in cui, avvisando o meno, s’era presentato al loro appartamento.
I ragazzi stavano registrando qualche demo, quando una delle segretarie di David bussò discretamente alla porta, chiedendo di essere ricevuta. David l’ascoltò silenziosamente informarlo che Herr Larsen era appena arrivato in tutta fretta e chiedeva insistentemente di parlare con lui.
Bill, oltre il doppio vetro della sala d’incisione, non si accorse di niente, continuando a cantare senza fermarsi mentre invece Tom, Georg e Gustav, svaccati senza ordine sull’ampio divano di fronte all’impianto di missaggio, spostarono immediatamente l’attenzione su di lui, mostrando subito evidenti segni di preoccupazione.
- C’è qualcosa che non va? – chiese Georg, raccogliendo i capelli ed allontanandoseli dal collo e dalle spalle per ovviare almeno in parte al caldo che attanagliava la saletta. – È strano che non abbia chiamato, prima.
- È tutto a posto. – lo rassicurò David con un sorriso che rivolse prima a lui e poi anche a tutti gli altri, - Vuole solo assicurarsi che tutto stia procedendo come da programma. Vado, confermo e torno. Voi… - aggiunse, lanciando un’occhiata a Bill e sorridendo teneramente accorgendosi che non aveva ancora smesso di cantare, - siate un buon pubblico. – concluse con una risatina, prima di abbandonare la stanza.
Il suo volto subì un repentino cambio d’espressione quando si chiuse la porta alle spalle, ed anche l’incedere del suo passo si fece immediatamente più spedito. Era strano davvero che non avesse avvertito prima di presentarsi, e se la sua visita così improvvisa avesse avuto qualcosa a che fare con quanto era successo con quel vulcano in Islanda il giorno prima, allora David immaginava che quella di quel giorno sarebbe stata solo la prima di innumerevoli – e sempre più complesse – visite a sorpresa.
Quando entrò nel proprio ufficio, Larsen lo stava attendendo già seduto in poltrona, le gambe accavallate e le mani dalle dita intrecciate poggiate su un ginocchio. La sua espressione era dura e severa, i tratti del volto tesi e gli occhi macchiati di preoccupazione. David lo osservò inumidirsi le labbra ed alzarsi in piedi per porgergli la mano e poi trarlo a sé in un abbraccio cordiale ed affettuoso, prima di tornare a sedersi e sciogliere almeno in parte i muscoli tesi delle spalle e delle braccia, assumendo una posizione meno formale mentre quasi sembrava sgonfiarsi nel lasciare andare un sospiro contrito. Prese posto sulla propria poltrona al di là della scrivania, versando dell’acqua da una caraffa in uno dei due bicchieri approntati immediatamente al suo arrivo, e Larsen ne bevve un lungo sorso, prima di cominciare a parlare.
- David, la velocità con cui tutto sta accadendo lascia me per primo di stucco. – disse piano, la voce roca. Non doveva aver dormito granché bene, quella notte. O non doveva aver dormito affatto. – L’Eyjafjallajökull ha eruttato e il caos ha già cominciato a… - si fermò, inspirando ed espirando profondamente mentre appoggiava i gomiti alla scrivania e si prendeva la testa fra le mani, sconfortato.
- Herr Larsen, si sente bene? – chiese premurosamente David, riempiendogli nuovamente il bicchiere. Larsen sorrise mesto, sbuffando appena.
- Ho aspettato tanti di quegli anni, David. E sono diventato così vecchio. Stavo quasi cominciando a temere che nulla si sarebbe verificato sotto il mio mandato, lasciando tutto nelle mani di qualcuno più giovane e inesperto di me, ed invece, proprio alla fine… - sorrise ancora, prostrato. – Spero solo di riuscire a portare a termine il compito che i Divini hanno affidato a me e ad i miei pari prima di me. Ma per riuscirci, io ho bisogno della collaborazione di voi tutti.
- Sa che io sono sempre stato disposto ad aiutare, Herr Larsen. – annuì David, poggiandogli una mano sulla spalla, - Ho sempre fatto la mia parte in previsione dell’Avvento.
- E tutti siamo molto fieri di te, David. La nostra gratitudine è immensa. I saggi non hanno nessun dubbio riguardo la tua capacità di portare a termine il tuo compito di Guardiano. Ed io sono d’accordo con loro. – disse Larsen, sorridendogli orgoglioso. – È per questo che non ho alcun timore di dirti adesso che il momento è giunto, siamo anzi già in ritardo sui tempi. La profezia si sta già avverando, i gemelli devono unirsi e compiere il loro destino. Per quello che sappiamo, i Divini potrebbero essere sul punto di cadere, o essere già caduti.
- Herr Larsen… - David si passò una mano sul viso, inspirando profondamente, - Non possiamo.
L’uomo inarcò un sopracciglio, incerto.
- Come sarebbe a dire che non possiamo, David? – chiese, col tono di chi non vuole davvero una risposta, ma solo una marcia indietro. – Non potere non rientra fra le possibilità che ci è concesso avere. Se i ragazzi non sono ancora riusciti a trovarsi da soli, allora vanno spinti nella giusta direzione.
- È proprio quello di cui sto parlando. – obiettò David, le sopracciglia aggrottate. – Io ho studiato attentamente le scritture, Herr Larsen, e nulla di quanto è stato scritto dai grandi saggi passati parla di forzature, tutto si è sempre svolto con naturalezza. Il nostro compito dovrebbe essere solo di vegliare, non quello di indirizzare. – inspirò profondamente, incerto. – Sono creature divine, Herr Larsen, noi non possiamo—
- Credi di conoscere le scritture meglio di me, David? – lo interruppe Larsen, severo, - Io ho dedicato la mia vita a questa missione, e come me tutti gli altri prima di me. I tempi sono cambiati, duecento anni sono passati dall’ultima volta che i Divini sono caduti, allora la questione era del tutto differente. La nostra religione, così come il bilanciamento del karma universale da cui essa dipende, è mutevole, come il mondo. Non è preimpostata, non ci sono particolari che non possano cambiare. – i suoi occhi si fecero più cupi, scrutando quelli di David con gravità. – A parte uno. I gemelli devono unirsi ed assurgere al divino. O il mondo crollerà in una spirale di caos che lo devasterà.
David annuì pensoso, gli occhi bassi e le mani dalle dita intrecciate poggiate mollemente sul piano della scrivania. La loro presa si fece più forte, come volesse darsi coraggio da solo, un attimo prima di dare voce ai suoi dubbi.
- E se i loro sentimenti non andassero in questa direzione? – chiese a bassa voce, rifiutandosi di sollevare lo sguardo.
- Li obbligheremo a prenderla! – sbottò Larsen, battendo con furia un pugno sulla scrivania, - David, non lascerò certo che il mondo venga distrutto per i capricci dissennati di due sciocchi ragazzini che non sanno niente del perché sono venuti al mondo! E non permetterò nemmeno che sia tu a rovinare tutto. – si alzò in piedi, scrutandolo dall’alto. – David, un solo mio ordine e sarai rimosso dal tuo incarico di Guardiano. È questo che vuoi? Vuoi che i tuoi protetti, i ragazzi per cui hai vissuto fino ad ora, i ragazzi per cui sei stato istruito e di cui sei stato responsabile fino ad ora, vengano affidati a qualcun altro proprio nel momento più importante della loro vita?
- No, Herr Larsen. – rispose David fra i denti.
- Ottimo. – annuì lui, spiegando i pantaloni lungo le gambe e preparandosi ad andare, - Allora attieniti agli ordini che ti vengono impartiti.
David si morse l’interno di una guancia tanto forte da sentirsi pungere gli occhi.
- Quali sono gli ordini, Herr Larsen? – chiese ubbidiente, alzandosi in piedi a propria volta. Larsen sorrise, soddisfatto.
- I nostri indovini percepiscono degli squilibri profondi nel karma. – annuì pensieroso, - La storia fra Bill e quel Bushido sta rimescolando tutte le carte in tavola, e il karma stesso sta cercando di riportare tutto al proprio posto annullandosi. Questo, naturalmente, - sospirò stancamente, - implica l’entrata in scena di nuove figure che possano fungere da elementi di disturbo all’interno della relazione fra quei due.
- …nuove figure? – chiese David, arrischiandosi finalmente a sollevare lo sguardo ed inarcando un sopracciglio curioso.
- Gli indovini non sono ancora riusciti ad avere visioni chiare, sulla faccenda. – sbuffò Larsen, scrollando le spalle, - Parlano di dragoni, vedono maremoti e poi fuoco e fiamme, ma non sappiamo se le cose possano essere correlate o se non si tratti magari di ulteriori segnali ad annunciare la caduta dei Divini. – sospirò, tornando a sorridere più calorosamente. – Gli ordini sono di tenere i ragazzi lontano da qualsiasi cosa possa turbarne l’unione o metterne a rischio l’incolumità, al momento. Vedi? – ridacchiò appena, - Non è necessario che tu li forzi ad unirsi subito. Basterà tenerli in casa per qualche giorno, almeno finché le visioni degli indovini non si saranno fatte più chiare. D’accordo?
David sospirò, annuendo lentamente.
- D’accordo.
*
Cercando di fare il più silenziosamente possibile, Bill finì di ingioiellarsi e diede un ultimo tocco al trucco che gli adornava gli occhi. Spazzolò i capelli, appiattendoli ai lati della testa, ed infilò cappuccio ed occhiali da sole, prima di gettare uno sguardo fuori dalla finestra ed osservare i cupi nuvoloni che si stavano addensando velocemente sopra quella parte della città, spinti dal vento feroce che scuoteva gli alberi e s’infilava fischiando sinistro attraverso gli spiragli degli infissi.
- Se stessi per uscire, ti consiglierei di mettere una sciarpa. – disse Tom all’improvviso. Spaventato, Bill si voltò a guardarlo con uno scatto repentino, portando una mano al cuore.
- Tomi! – borbottò, - Non provare mai più a spuntarmi alle spalle così senza preavviso. – lo rimproverò, allungando una mano a recuperare la sciarpa poggiata sullo schienale della sedia. – E come sarebbe a dire “se stessi per uscire”? Sto per uscire.
- Sì, - rise piano Tom, ma la sua non era una risata di scherno. Sembrava solamente stanca e un po’ delusa. – magari uscire è quello che vuoi, ma dubito che tu ci riesca. Ci sono guardie del corpo appostate ovunque. Armate.
- Arm— - Bill spalancò gli occhi, affrettandosi a raggiungere suo fratello sulla soglia della porta e sbirciando i corridoi all’esterno per verificare che non lo stesse prendendo in giro. E non lo stava facendo. – Ma che diamine— perché? – chiese quindi, tornando a chiudere la porta e guardando Tom dritto negli occhi.
Lui scrollò le spalle, guardando immediatamente altrove.
- Non lo so, di preciso. – rispose vago, - David ha parlato di minacce di qualche fan invasata. Ha detto che per stasera è meglio restare in casa, uscire sarebbe pericoloso.
- …fan invasata? – chiese Bill, inarcando un sopracciglio, - Io non ho ricevuto minacce di nessun tipo. Tu?
- Nemmeno io. – disse Tom, scuotendo il capo, - Ma magari hanno intercettato la corrispondenza. Leggono sempre prima tutto.
- Ma mi sembra— voglio dire, che razza di storia è? – continuò a borbottare Bill, recuperando il cellulare e componendo celermente un numero, - Non ci sono stati avvertimenti, e nemmeno una riunione per comunicare il pericolo… cos’è, siamo chiusi dentro a tempo indeterminato e basta? Che stronzata!
- Si tratta solo di stanotte, Bill. – sospirò Tom, paziente, - In via precauzionale. Che stai facendo?
- Chiamo Anis. – rispose lui con una smorfia, interrompendo la chiamata dopo svariati squilli senza risposta e riprovando, - Dovevamo vederci.
- Oddio, Bill, potrete pure restare una serata lontani l’uno dall’altro senza impazzire. – sbuffò Tom, roteando teatralmente gli occhi e lasciandosi ricadere sul letto del fratello.
- Sta’ un po’ zitto, Tomi. – sbottò Bill, mordicchiandosi il labbro inferiore e provando a richiamare per la terza volta, - Qui c’è qualcosa che non va.
- Mh? – biascicò Tom, sollevando lo sguardo e fissandolo con curiosità, - Che succede?
Bill sospirò pesantemente, riponendo il cellulare sul comodino e guardando ansioso fuori dalla finestra, mentre la pioggia, pesante, cominciava a cadere.
- Non risponde.
*
Anis osservò il cellulare squillare per la terza volta a lungo, gli occhi fissi sullo schermo, e solo quando smise, sperando che non ricominciasse presto, lo ripose nella tasca posteriore dei jeans, tornando a prestare tutta la propria attenzione all’uomo che aveva di fronte. Era strano – e straniante – pensare a Fler in quei termini, visto che l’aveva conosciuto da ragazzino ed anche quando aveva piantato l’Aggro Berlin, be’, non è che fosse cresciuto più di tanto – non è che lui gli avesse lasciato il tempo di farlo, d’altronde – perciò fissare gli occhi su quell’uomo adulto, alto e robusto e innegabilmente arrabbiato non era piacevole come invece avrebbe potuto essere ritrovarselo davanti identico a com’era l’ultima volta che l’aveva visto.
- Fler, non ho tempo da perdere. – disse stancamente, cercando di ignorare i suoi occhi infiammati di rabbia, - Non mi pare che tra noi sia cambiato qualcosa, rispetto a una o due settimane fa. Perché hai voluto vedermi?
Patrick si morse un labbro e poi digrignò i denti in una smorfia infastidita. Sembrò non avere nulla da dire, Anis poté quasi vedere questa consapevolezza scivolare dietro i suoi occhi chiarissimi e ne fu turbato.
- Ci sto pensando da un po’. – rispose quindi, avvicinandoglisi minaccioso, - Settimane. Mesi. Non saprei dirti.
- Aha. – annuì Anis, cercando di fingersi totalmente disinteressato a quanto stava accadendo lì e, soprattutto, a quanto doveva stare accadendo a Bill, che stava chiamandolo per l’ennesima volta in dieci minuti. – Quindi?
Patrick quasi ringhiò, le braccia rigide lungo i fianchi e i pugni stretti tanto da imbiancargli le nocche.
- Odio questo tuo atteggiamento. – commentò astioso, - Parli con tutti come se non dovessi rispondere di niente con nessuno.
- E non è così? – chiese Anis, inarcando un sopracciglio e reggendo il suo sguardo nonostante quanto si sentisse turbato dalla sua sola presenza lì. C’era qualcosa che non tornava negli occhi di Fler – che ricordava ancora limpidi come quando l’aveva trovato la prima volta solo e sperduto e minuscolo in un centro di assistenza sociale – qualcosa che non tornava nel suo desiderio così improvviso e immotivato di vederlo, qualcosa che non tornava nel fuoco che sentiva inspiegabilmente agitarglisi nel fondo dello stomaco, qualcosa che non tornava nei nuvoloni che si addensavano minacciosi sopra le loro teste e nella pioggerella fine che si abbatteva su di loro diventando man mano sempre più fitta e pesante. – Dovremmo rientrare. – disse a mezza voce, ed era difficoltoso sentirsi parlare sotto lo scroscio rumoroso della pioggia. Patrick dovette gridare, perché lui lo sentisse. E quando lo sentì, Anis preferì di non averlo mai fatto.
- No. – disse con una decisione talmente improvvisa e fuori luogo da farlo sembrare sotto ipnosi, o posseduto, - No, dev’essere qui. Bushido! – lo sentì strillare all’improvviso, un attimo prima di ritrovarselo addosso.
Riuscì a malapena a sollevare le braccia per frapporle fra se stesso e il suo corpo, frenando la sua avanzata, ma il colpo fu tale che si ritrovò in terra, fradicio e con le sue mani strette attorno al collo non più tardi di pochi secondi dopo.
- Ah… - annaspò a corto d’aria, piantandogli entrambe le mani sulle spalle ed agganciando una delle sue gambe con una delle proprie, per ribaltare le loro posizioni e liberarsi della sua presa, - Ma cosa cazzo ti prende?! – gridò, afferrandogli entrambi i polsi e bloccandoglieli contro il marciapiede ormai ridotto ad una pozza d’acqua.
- Deve finire oggi. – rispose Patrick, mentre un sorriso inquietante si allargava sul suo volto, - Deve finire oggi! – ripeté urlando e dimenandosi sotto il suo corpo fino a sbalzarlo lontano con uno strattone più forte degli altri. Incredibilmente più forte degli altri.
Anis si ritrovò a sbattere di schiena contro un palo. Gemette dal dolore, ripiegandosi su se stesso e passandosi una mano lungo la spina dorsale per cercare di capire se fosse tutto a posto. Sembrava solo un colpo, per quanto incredibilmente forte, perciò tornò subito a tenere d’occhio Patrick, che nel mentre si era alzato da terra e, a distanza di qualche metro, lo fissava. I suoi occhi, incredibilmente azzurri, brillavano nella notte in maniera innaturale e spaventosa. Qualcosa non funzionava, qualcosa non stava andando come avrebbe dovuto andare, e quello non era un comune scontro. E Patrick non era un comune ragazzo in cerca di vendetta.
- Fler. – provò a chiamarlo, - Fler, cazzo, dimmi cosa sta succedendo.
Lui, però, non rispose. Si limitò a sorridere ancora, distante e terribile, e fu l’ultima cosa che Anis vide prima di venire improvvisamente investito da una massa d’acqua di proporzioni inimmaginabili. Quella non era pioggia. E quello non era Patrick.
Tossì parecchie volte, ed anche quando ebbe espulso l’acqua che l’aveva quasi soffocato gli restò addosso la sensazione di stare per annegare. Continuava a piovere così incessantemente da dargli l’impressione che il cielo volesse sciogliersi sulle loro teste.
- Fler! – chiamò ancora, cercandolo oltre la tenda spessissima di gocce di pioggia che sembrava isolarlo dal resto del mondo, - Cazzo. – imprecò, e fu costretto ad imprecare ancora quando l’acqua si aprì attorno a lui proprio come la tenda di un baldacchino, lasciandogli la possibilità di vedere. – Fler… - mormorò confuso, faticando a riconoscerlo. Di fronte a lui, Patrick s’era trasformato in qualcosa di diverso. La sua pelle, celeste e traslucida, sembrava ricoperta da piccole scaglie, come quelle di un pesce. Gli occhi brillavano violentemente, liquidi e ciechi, e sotto di lui si agitava una lunga coda da tritone mentre attorno alle sue braccia, larghe ai lati del corpo, si addensavano due sfere d’acqua talmente in agitazione da dare l’impressione di ribollire.
Anis spalancò gli occhi e dischiuse le labbra, incredulo, e fu tutto quello che riuscì a fare prima che le due sfere si schiantassero contro il suo corpo, violente come pugni ed altrettanto ben mirate. Urlò quando sentì una costola incrinarsi e sputò sangue quando una sfera lo colpì dritto al volto con tale forza da costringerlo a piegare dolorosamente il collo.
Annaspò, provò a difendersi portando entrambe le braccia davanti al corpo e, cercando di schermarsi dal getto d’acqua continuo e pressante che minacciava di aprirgli un buco nel centro dello stomaco, riuscì a sgusciarne al di sotto e correre via. Non si mosse velocemente, però, o almeno non abbastanza per evitare una seconda scarica d’acqua mirata proprio al centro della schiena. Il punto, già intorpidito per il colpo preso poco prima, riprese a dolere così forte che Anis non poté che accasciarsi lì dov’era, all’angolo del marciapiede, le mani del tutto affondate nell’enorme pozza d’acqua che tutta la strada era diventata e il respiro mozzo.
Dietro di lui, Patrick si avvicinava senza toccare per terra, fluttuando a mezz’aria in quello che sarebbe stato un perfetto silenzio se, assieme a lui, non si fosse mossa anche gran parte della pioggia. Anis lo sentì avvicinarsi in uno scrosciare d’acqua sempre più forte e chiuse gli occhi, pensando distintamente che quella sarebbe stata la sua fine, e sarebbe morto senza capire niente di quanto era successo negli ultimi venti minuti della sua vita.
Poi, una macchina si fermò di fronte a lui. L’autista spalancò lo sportello a dieci centimetri dal suo volto, ed Anis sollevò lo sguardo.
- Chakuza… - esalò stremato, piantando gli occhi sulla sua espressione e sul suo sguardo che saettava sconvolto da lui alla figura di Patrick dietro le sue spalle.
- …Sali! – gridò l’austriaco, decidendo di rimandare a dopo le spiegazioni. Anis sentì le sue mani afferrarlo per il bavero della maglietta resa ormai insopportabilmente pesante dall’acqua, e senza protestare si lasciò trascinare all’interno dell’automobile.
*
- Non posso credere a quello che ho visto. – ripeté Anis per la millesima volta in dieci minuti, talmente sconvolto da ostinarsi a cercare di asciugarsi il viso usando la propria maglietta grondante d’acqua, senza ovviamente riuscirci. – Non posso credere a quello che ho visto.
- Ma cosa cazzo era quella… quella roba?! – si azzardò a chiedere Peter, pestando sull’acceleratore e cercando per pronto accomodo di allontanarsi il più possibile dal quartiere, dal momento che era palese che, al momento, Anis non sarebbe riuscito a prendere una decisione riguardo dove dirigersi nemmeno se ne fosse andato della sua vita, cosa peraltro parecchio probabile.
- Era Fler! – rispose Anis, voltandosi a guardarlo con gli occhi spalancati, - Era Fler, cazzo, o almeno, era lui prima di diventare quella cosa!
- Ma— ma di cosa cazzo stai parlando?! – sbottò l’austriaco, frenando all’improvviso ed accostandosi al marciapiede. Non pioveva più, cosa che sembrò in qualche modo rassicurare Anis abbastanza da permettergli di riordinare le idee.
- Non lo so, con precisione. – rispose l’uomo, inumidendosi le labbra, - Anzi, in realtà non lo so affatto. So che stavo parlando con Fler— non guardarmi così, non so perché volesse parlarmi, credo volesse risolvere certe questioni passate, ma ad un certo punto tutto è cambiato. E non intendo solo lui.
Peter annuisce lentamente, incerto.
- Quindi quella cosa che ho visto era…
- Fler. – annuì Anis, ancora incredulo, - Dopo essere cambiato. Ad un certo punto è cominciato a piovere talmente forte che sembrava dovesse venire giù il cielo, e lui è diventato un altro. E… Dio, non so come dirlo senza sembrare completamente pazzo.
Peter inarcò un sopracciglio, guardandolo come avesse appena detto la cosa più stupida mai pensata.
- Io ho appena visto una specie di sirenetto che fluttuava a mezz’aria e sembrava avere la chiara intenzione di ucciderti, Bu. – gli ricordò, costringendolo perfino ad un mezzo sorriso divertito nonostante il dolore e la stanchezza, - Penso che ti crederei anche se mi dicessi di essere un dio sceso sulla terra per distruggere il mondo impuro o chessò io.
- No, indubbiamente io non sono niente del genere. – ridacchiò Anis, accomodandosi contro lo schienale del sedile, - Fler, però… o almeno, la cosa che è diventato, lui riusciva a governare l’acqua. La— non lo so, la raccoglieva attorno alle sue mani come un campo di forza e poi me la sparava addosso, cazzo, manco fossimo stati in un fottuto videogioco. Merda.
- Se fosse stato un videogioco, - sorrise Peter, rassicurandolo con una pacca sulla spalla, - te la saresti cavata sicuramente meglio.
- Questo è poco ma sicuro. – rise piano Anis, stendendo il capo all’indietro e sospirando pesantemente, lo sguardo fisso sul cielo scuro della sera oltre il parabrezza. – Solo che adesso… voglio dire, se Fler vuole uccidermi, prima o poi mi troverà. E devo pensare a Bill, intendo— non posso mica fuggire per sempre o espatriare e mollarlo qui senza una parola… e poi come? Dovrei fingermi morto per costringerlo a non seguirmi pure in capo al mondo. – sospirò ancora, piegandosi in avanti e poggiando i gomiti sulle ginocchia. – Chaku, onestamente: non so che fare.
Peter annuì, mordicchiandosi un labbro con aria incerta e nervosa per qualche secondo, prima di decidersi finalmente a parlare.
- Senti… liberissimo di prendermi per pazzo, - disse alla fine, - ma mia madre, sai, quando ero più piccolo, mi raccontava spesso di uomini che mettevano su le squame e governavano gli elementi. – si interruppe quando vide lo sguardo di Anis alzarsi su di lui, vuoto e vagamente terrorizzato, - Sì, lo so. – sospirò quindi riprendendo, - Mia madre è abbastanza fuori di zucca, dove per “fuori di zucca” intendo completamente matta, ma almeno è una che sa come ascoltarti senza far sembrare pazzo te, quindi… - sospirò ancora, scrollando le spalle, - se vuoi si passa da casa sua e le si fa una visitina. – propose, - Tanto è insonne. – Anis continuò a guardarlo fisso come un pesce appena caduto fuori dalla boccia, e Peter si strinse nelle spalle. – Era solo un’idea, comunque.
- Ma perché tua madre dovrebbe saperne qualcosa, di tutto questo?! – sbottò Anis, allargando le braccia in un gesto incredulo, per quanto lo spazio ristretto dell’abitacolo dell’automobile potesse permettergli.
- Non lo so! – rispose lui, - Potrebbero essere solo storie per bambini, ma se fosse qualcos’altro? Insomma, quello che abbiamo visto lo sappiamo entrambi, non mi sembra il caso di ostinarsi a ripetersi “è troppo assurdo, non può stare accadendo sul serio”. Non abbiamo alternative, ti pare?
Anis rifletté qualche secondo, lo sguardo basso e le sopracciglia corrugate.
- Non abbiamo alternative. – annuì quindi, tornando a sedersi compostamente sul sedile. – Parti.
*
- Stavo pensando… - disse Anis, scrutando curiosamente la palazzina di fronte alla quale si trovavano mentre Peter armeggiava con le proprie chiavi per aprire il portone, - io non ho mai conosciuto tua madre.
- E non ti sei nemmeno mai visto apparire davanti un mostro degli abissi pronto ad annegarti. – commentò lui, aprendo il portone e facendogli strada all’interno dell’atrio, - E se è per questo a me non era mai capitato di uscire per comprare un paio di birre, finire improvvisamente in una tempesta spuntata fuori da chissà dove e poi salvare la vita di un collega. Perciò direi che è una giornata di grandi prime esperienze per entrambi.
Anis rise ancora, stavolta più apertamente, appoggiandosi a lui mentre salivano le scale per raggiungere il primo piano, dove la signora Silvia abitava col marito, nonché padre di Peter.
- Ehi, Atze. – disse Anis a bassa voce, quando furono di fronte alla porta dell’appartamento, - Grazie. Non so cosa avrei fatto, se non mi avessi tirato via da quell’inferno.
Peter scrollò le spalle, aprendo anche quella porta ed invitandolo all’interno.
- Ringraziami quando saremo riusciti a dare un senso a questa follia. – rispose, prima di voltarsi verso il corridoio e chiamare sua madre a gran voce.
Invece della donna, comunque, fu suo padre a presentarsi.
- Peter, - lo salutò con un cenno del capo, - e… uomo sconosciuto. Buonasera.
- Perdoni l’intrusione. – sorrise Anis, - Non era mia intenzione gocciolare inaspettatamente sul vostro zerbino.
- Non è la prima né l’ultima cosa assurda che capita in questa casa. – rispose l’uomo, volgendo teatralmente gli occhi al cielo. – Peter, - ripeté quindi, tornando a rivolgersi al figlio, - tua madre è estremamente preoccupata per qualcosa di cui si ostina a non volermi parlare. Sta chiusa nel suo studiolo da ore e non mi riesce di tirarla fuori. Stavo per chiamarti. Vedi di fare qualcosa perché io ho esaurito le idee. – sospirò.
- È una delle solite lagne? – chiese Peter con una mezza smorfia. Suo padre sospirò ancora.
- Sì, forse. Non lo so. Non abbiamo esattamente avuto occasione di parlare. – confessò, prima di voltarsi a guardare Anis. – Mi spiace che debba assistere a questa scena, ma mia moglie ogni tanto tende a perdere il controllo. Non è pericolosa, comunque. – concluse con un sorriso, - È solo un po’ strana.
Anis sorrise rassicurante, cercando di reggersi in piedi da solo e appoggiandosi alla parete con fatica.
- Non si preoccupi, signor Pangerl. Quanto a stranezze, penso che nulla potrà più stupirmi.
Il signor Pangerl sorrise a propria volta e fece per ribattere, ma Peter lo fermò.
- Di mamma mi occupo io, papà. – disse, riprendendo a sostenere Anis e conducendolo lungo il corridoio verso lo studio privato di sua madre, - Tu torna pure di là.
- Niente male, come primo incontro con i tuoi. – ironizzò Anis, trascinando i piedi sulla moquette un po’ impolverata, - Ho una costola probabilmente incrinata e mi sento così stanco che potrei svenire, e tua madre è nel bel mezzo di una crisi di nervi.
- Ne sta avendo parecchie, ultimamente. – borbottò Peter, sollevando una mano per bussare alla porta, - Stanno succedendo tante di quelle cose, nel mondo… - considerò pensieroso, - Dio, solo adesso che ho visto quello che ho visto riesco a pensare che il tutto potrebbe non essere casuale.
La porta della stanza si spalancò davanti a lui prima che le sue nocche potessero toccarne il legno laccato bianco, e Peter fece un passo indietro, trascinandosi dietro Anis in un mugolio di dolore e di sforzo, per evitare di essere preso in piena faccia. Sua madre, ferma oltre la soglia, aveva gli occhi spalancati, una vestaglia coloratissima allacciata mollemente in vita sopra una sottoveste di raso color panna e i capelli tutti scarmigliati sulla testa, tenuti su da un fermaglio e spioventi in riccioli rossicci, striati qua e là di bianco e grigio, lungo le sue guance e il suo collo pallido, ricoperti di lentiggini.
- Peter! – gridò, afferrandolo stretto per un braccio e trascinando all’interno sia lui che Anis, prima di chiudere la porta, - Oh, per i Divini, dimmi che le mie preghiere hanno sortito l’effetto desiderato, dimmi che ti sei trovato al posto giusto e nel momento giusto e hai impedito la catastrofe!
- Mamma! – strillò a propria volta Peter, aiutando Anis ad abbandonarsi sulla prima poltrona libera disponibile, a fronte delle altre due ricoperte di pergamene e libri vari così come la scrivania e il tavolino basso poco distanti, - Che diamine ti prende?!
- Ho visto… - balbettò lei, perdendo una mano fra i capelli e dirigendosi spedita verso la scrivania, - Ho visto l’acqua e ho visto la morte e ho visto te, Peter, tu dovevi essere lì per impedirlo. Era importante che tu lo facessi. Ti prego, - aggiunse in un mugolio stremato, consultando incartamenti che Peter non aveva mai visto prima, - ti prego, dimmi che l’hai fatto.
Peter ed Anis si lanciarono un breve sguardo d’intesa, in seguito al quale l’austriaco raggiunse la propria madre e la strinse affettuosamente per le spalle, massaggiando piano i suoi muscoli tesi ed invitandola a sedersi prima di farlo a propria volta.
- Mamma, questo è Bushido, è uno con cui lavoro. Devo avertene parlato, qualche volta. E sì, - aggiunse annuendo, - gli è successo qualcosa di terribile, ma io ero lì e sono riuscito a tirarlo fuori prima che si facesse ammazzare.
- Ehi. – borbottò Anis, ma Peter lo fermò inarcando un sopracciglio.
- Non mi pare il momento di stare a difendere il tuo onore di guerriero, Bu. – gli ricordò, costringendolo a guardare altrove mugugnando offeso ma senza insistere nella sua protesta. – Mamma, cosa sta succedendo qui?
La signora Silvia si mordicchiò nervosamente il labbro inferiore, prima di inspirare profondamente e poi alzarsi in piedi, raggiungendo la libreria a muro e tirando fuori un libro dal caos che regnava sugli scaffali.
Si sedette ancora e poggiò il libro sulla scrivania, rivolto verso Anis e Peter, ma tenne entrambe le mani sulla copertina di modo che nessuno dei due potesse aprirlo o sbirciarne il titolo.
- Tutto ciò che sapete, o credete di sapere, - disse quindi con tono grave, - è una menzogna. Io posso raccontarvi cosa è successo, costa sta succedendo e cosa succederà, ma le vostre menti devono essere sgombre e pronte ad accettare ciò che vi dirò. In caso contrario, - sospirò, stringendosi nelle spalle, - non faremmo che perdere inutilmente tempo. E non possiamo permettercelo.
- Signora Pangerl, - disse Anis in un lamento sofferente, - mi creda, la mia mente non è mai stata più aperta di così.
La signora sorrise, scrutandolo serenamente con gli occhi verdissimi e brillanti.
- Lo so. – annuì, - Riesco a vederlo. – sospirò pesantemente, prima di allontanare le mani dalla copertina del libro ed aprirlo. – L’ecosistema di questo pianeta, - cominciò a raccontare, mentre sotto gli occhi di Peter ed Anis sfilavano immagini molto simili a quelle di un libro per bambini, - vive in perfetto equilibrio. Se anche a volte può sembrare che qualche parte di esso viva in condizioni di particolare disagio, questo è possibile solo perché queste situazioni sono bilanciate da altre situazioni vissute in condizioni di gran lunga migliori. Questo è il karma, è la legge che regola tutto, su questo mondo. Il karma è e deve essere sempre bilanciato, dei reali squilibri porterebbero al collasso del sistema come lo conosciamo. E potete chiamarla come volete, - scrollò le spalle, - fine del mondo, apocalisse, armageddon… non importa il nome che le date, non cambia la sostanza di ciò che è.
- Questo libro… - chiese Peter con un filo di voce, lasciando scorrere le dita su una pagina ingiallita e rovinata dal tempo, - che cos’è?
- Avrebbe dovuto essere il tuo primo regalo. – rispose sua madre, sorridendo tristemente. – È il libro che ogni famiglia appartenente all’Ordine utilizza per istruire i propri bambini. Tutti gli adepti ne hanno uno, e lo tramandano di generazione in generazione. Io non ho potuto tramandarti il mio. – aggiunse, la voce appena incrinata, - Ma avrei tanto voluto, tesoro. Davvero.
- Un attimo, un attimo. – s’intromise Anis, avvicinandosi a propria volta al libro per guardarlo più attentamente, - Di cosa diamine stiamo parlando? Ordine, adepti, karma? Che cosa è successo a Dio, alla Bibbia ed alla Santa Chiesa?
- Fumo negli occhi. – rispose lei, quasi offesa personalmente nel sentirsi accostata a cose simili, - Distoglie l’attenzione da ciò che è davvero importante. Il karma provvede da sé anche a dissimulare la propria presenza a chi non è preposto a comprenderla e vegliarne la serenità. Non è necessario che sette miliardi di persone sappiano. È sufficiente che sappia chi di dovere. – concluse seria, prima di voltare pagina e mostrare loro un simbolo che conoscevano entrambi.
- Yin e Yang. – mormorò Peter, - È di questo che stiamo parlando? Buddhismo o che so io?
- Peter! Ma quanta ignoranza! – sbottò sua madre, tirandogli uno scappellotto sulla nuca, - Quello dello Yin e dello Yang non è un concetto appartenente alla filosofia indiana, bensì a quella cinese. E spiega solo il cosa, ma non il come. O il perché.
- E invece è esattamente quello che noi vogliamo sapere. – disse Anis, picchiettando due dita contro il simbolo, - Il come e il perché. E se si può fermare, ovviamente.
- Fermare! – la signora Silvia rise di gusto, spalancando gli occhi, - Tu non sai di cosa parli, ragazzo. Si tratta di cose ben più grandi di te o di me, qui stiamo parlando di divinità.
- Divinità…? – disse Peter, - Quindi è questo quello in cui si è trasformato Fler prima? Una divinità? Con le scaglie, la coda e tutto?
- Le scaglie? – chiese la signora Silvia, stupita, - No, i Prescelti non— ragazzi, piano, la cosa è abbastanza complessa già senza scavalcare le spiegazioni di base. – borbottò massaggiandosi le tempie, - È più probabile che abbiate visto un dragone, ma ve ne parlerò a tempo debito. – inspirò ancora, prima di voltare pagina e mostrare loro l’immagine di due uomini praticamente stilizzati, uno abbigliato in nero ed uno abbigliato in bianco, stretti in un abbraccio e circondati di luce. – L’equilibrio del karma su questo pianeta è garantito dalla presenza di due esseri, detti “i Divini”, capaci di catalizzare in vita un carico di sentimenti nella gente abbastanza grande da permettere al karma di alimentarsi traendone la propria energia. È un’energia che giocoforza va esaurendosi, con gli anni, ed è per questo che ogni due secoli due bambini perfettamente uguali e perfettamente differenti, complementari in tutto, nascono e vengono protetti fino al giorno in cui sono pronti ad unirsi e prendere il posto dei vecchi Divini ormai caduti e privi di energia. È anche per questo che i Prescelti sono spesso esposti all’amore, all’odio, all’invidia, alla tenerezza, all’affetto, alla curiosità ed alla rabbia di tutti gli esseri umani. Quanti più sentimenti riusciranno a catalizzare, tanto più il loro regno sarà sereno.
- E questo cosa diamine c’entra con Bushido?! – sbottò Peter, grattandosi confusamente la testa, - Non mi pare che lui—
- Bill. – lo interruppe Anis, lo sguardo perso sulla figura abbigliata in nero, - Bill e Tom. È questo, quello che sta cercando di dirmi. Bill e Tom— sono loro. I Prescelti.
La donna sorrise tristemente, annuendo piano.
- Tu hai introdotto un elemento di disturbo non comune, innamorandoti di Bill e lasciando che lui s’innamorasse di te, ragazzo. I vostri sentimenti hanno approfittato di una falla nell’equilibrio karmico, probabilmente dovuta alla perdita di energia dei vecchi Divini ormai quasi senza forze, e sono germogliati. Ed ora è come quelle piccole piantine che s’insinuano nelle crepe del muro e poi crescono, crescono, crescono, fino a sgretolare interi edifici.
- Bill e Tom sono destinati ad unirsi. – mormorò Anis, ancora incredulo, - E io lo sto impedendo. Sto distruggendo il mondo…?
- Mamma, ma dico io, - sbottò Peter, allargando le braccia ai lati del corpo, - tu sapevi tutto questo e non ne hai fatto parola con nessuno? Hai semplicemente aspettato che accadesse?!
- Io ho pregato, Peter. – ribatté sua madre, piccata, - Ho pregato incessantemente e questo è stato tutto ciò che ho potuto fare. Non potevo aprire bocca sulla questione, io… ormai da molto tempo, non faccio più parte dell’Ordine. Da ben prima che nascessi tu. – aggiunse, gli occhi bassi sul libro ma persi oltre, nel vuoto.
- Perché? – chiese Anis, le sopracciglia aggrottate e lo sguardo serio, - Cos’è successo?
- L’Ordine è composto da adepti di vario rango e con varie funzioni specifiche. – spiegò la donna, - Io ero e sono un’indovina. Ben prima che i gemelli nascessero, ebbi la visione di un essere di natura divina, generato dal karma stesso, che avrebbe finito per frapporsi fra i gemelli, distruggendo le loro possibilità di unirsi, e cominciai a pensare che ci fosse qualcosa che non andava. Il karma stava cercando di… non saprei dire. – sospirò, - Si tratta di visioni antiche e confuse, ma sembrava proprio che il karma fosse intenzionato a porre fine alla questione dei Divini per come la conoscevamo. Cosa che avrebbe portato inevitabilmente alla fine del mondo.
- …un essere di natura divina. – mormorò Peter, voltandosi repentinamente a guardare Anis, - Bu…!
- Fler. – concluse l’uomo per lui.
- Un dragone. – precisò la signora Silvia, annuendo. – Sì, è… è probabile che la mia visione fosse riferita a lui. C’è qualcosa che questo individuo potrebbe fare per impedire l’unione dei gemelli? Qualcosa che potrebbe allontanarli?
- Fler mi odia. – spiegò celermente Anis, cercando di alzarsi in piedi il più velocemente possibile, - Vuole vendetta nei miei confronti, anche se il suo odio si è inspiegabilmente amplificato, in questo periodo.
- È la caduta dei precedenti Divini. – annuì la signora Silvia, scattando in piedi ed aiutando il proprio figlio a sorreggere l’altro uomo, - Sconvolge il mondo ed amplifica i sentimenti per favorire i Prescelti nella loro opera di catalizzazione. Quest’uomo potrebbe…?
- Potrebbe voler uccidere Bill per vendetta. – ipotizzò Peter, mordendosi nervosamente l’interno di una guancia, - E niente più Bill, niente più unione dei Prescelti, niente più Divini.
- E niente più mondo. – considerò Anis a bassa voce. Rimase in silenzio per qualche secondo, prima di parlare ancora. – Dobbiamo andare.
Peter annuì, lasciando per un attimo Anis alle braccia di sua madre per correre ad aprire la porta. La donna li accompagnò fino all’ingresso, e li abbracciò entrambi con affetto sincero, prima di lasciarli andare.
- Ragazzo, - disse la signora Silvia, poggiandogli una mano su un braccio quando lui era già per metà fuori dalla porta, - tu potresti essere la chiave. – mormorò, guardandolo negli occhi con aria distratta e persa ma, inspiegabilmente, perfino troppo attenta, - Anche se non riesco ancora a comprendere per quale serratura.
L’uomo aggrottò le sopracciglia, senza capire.
- Bu, dobbiamo muoverci. – disse Peter, scrutando la notte fuori dalla finestra in corridoio, - Sta ricominciando a piovere.
Anis annuì, salutando la signora Silvia un’ultima volta, prima di affidarsi nuovamente alla presa ferrea di Peter e lasciarsi condurre in macchina.
*
Patrick riprese conoscenza dopo un tempo che non riuscì a definire da sé. Non pioveva, ma sentiva la propria pelle bagnarsi continuamente come se invece stesse piovendo ancora, e quando aprì gli occhi e si ritrovò disteso sul marciapiede quella fu la cosa che lo colpì di più.
Si alzò in piedi, guardandosi intorno con aria confusa. La strada era irriconoscibile, sommersa in alcuni punti da pozzanghere profonde anche venti centimetri, ed immersa nel più perfetto silenzio. Si domandò se fosse il caso di chiamare qualcuno, ma capì da sé che nessuno avrebbe creduto a ciò che aveva da dire, e soprattutto ricordava tutto ancora troppo chiaramente per non sentirsene turbato, perfino spaventato, anche se sapeva di essere stato lui a farlo: mentre fronteggiava Bushido, del tutto all’improvviso, la rabbia che provava era cresciuta esponenzialmente fino ad invaderlo tutto, come acqua, e come acqua poi era tracimata, e lui aveva perso il controllo.
Non aveva mai smesso di sentire né di vedere, però. E quella era la cosa più allucinante. Quella, e le scaglie che gli coprivano le braccia e, a giudicare dalla sensazione ruvida che provava accarezzandosi viso e collo, anche tutto il resto del corpo, presumibilmente.
Almeno, si disse, in un tentativo di fare dell’ironia su una situazione che probabilmente avrebbe dovuto essere presa molto più seriamente, la coda era scomparsa. Ed aveva smesso di fluttuare a mezz’aria. Le due cose rappresentavano un indubbio passo avanti nella sua situazione, anche se tutti i passi avanti sembravano quasi annullarsi se pensava a quanto gli faceva male la testa, ed anche a quanto gli faceva male il fianco nel punto che aveva sbattuto svenendo. Si era accorto anche di quello, era stato come se la sua coscienza si fosse scissa dal suo corpo abbastanza a lungo da vederlo andare in berserk, attaccare Bushido spostando l’acqua con – non poteva quasi pensarci senza sentire il bisogno irrefrenabile di scoppiare a ridere – con la forza del pensiero e poi perdere immediatamente tutte le forze nel momento esatto in cui Bushido era scomparso dalla sua vista. Aveva sentito tutte le sue membra afflosciarsi e sgonfiarsi. Volteggiava a mezzo metro dal suolo ed era caduto scoprendo che la coda non era un punto d’appoggio abbastanza stabile da impedirgli di afflosciarsi a terra, e perciò era scivolato su un fianco, urtandolo contro il marciapiedi e perdendo i sensi subito dopo.
Era ancora inquietato da quanto tutto gli fosse sembrato semplicemente giusto, mentre stava avendo luogo. Attaccare Bushido con quella foga, nel chiaro intento di ucciderlo, volendolo fare… ne aveva fatte tante, nella sua vita, ma non era mai arrivato neanche lontanamente vicino al pensiero di voler uccidere un uomo. La sensazione di potenza che aveva percepito quando, in qualche modo, lo scricchiolio delle ossa di Bushido s’era dipanato attraverso le masse d’acqua che stava governando, giungendo a scuoterlo in un brivido sottopelle, l’aveva stordito, tanto quanto adesso lo stordiva il senso di colpa e quello, più ampio, di generale confusione.
Vagò per le strade senza una meta precisa per almeno mezz’ora, sentendosi completamente svuotato e privo di scopo. Estraneo all’interno della propria stessa pelle, non riusciva a percepire da nessuna parte la presenza di Bushido, e questo per qualche strano motivo lo portava a non sentire nient’altro. Le strade, il cielo, le rare persone che ogni tanto incontrava e che, nel vederlo, scappavano via terrorizzate, era tutto come se lo stesse guardando attraverso un velo d’acqua, una piccola cascata nascente da qualche parte al di sopra della sua testa e che gli oscurava la visuale. Vedeva quasi solo ombre acquerellate, e non riusciva a trovare un senso in niente di ciò che gli era capitato e gli stava ancora capitando.
La situazione non si fece più chiara quando, svoltando in una stradina secondaria nel tentativo di sfuggire alla folla ed evitare almeno di scatenare il panico nella popolazione, trovò un gruppo di militari quasi ad attenderlo.
- Cazzo, - disse uno di loro, - gli indovini avevano ragione! È qui, è qui! Chiamate la squadra di rinforzo!
Un fronte compatto di cinque o sei soldati si fece avanti immediatamente, mentre un altro recuperava la propria ricetrasmittente e comunicava col commando dislocato in un’altra zona della città. Patrick seguì il proprio istinto e si mosse all’indietro di qualche passo, sulla difensiva, gli occhi ben piantati su ognuno dei militari. Improvvisamente, i suoi sensi parvero acuirsi tutti assieme, guidati forse dalla paura, forse dall’istinto di conservazione. Riusciva a sentire tutto, a vedere tutto. Da qualche parte, in lontananza, riusciva perfino a sentire la presenza di Bushido. Di nuovo.
- Cosa volete da me? – chiese ai militari in un ringhio discreto ma abbastanza forte da poter essere sentito da ognuno di loro.
- Ma ti sei visto? – rispose lo stesso che aveva preso il comando delle operazioni quando l’avevano trovato, - Non opporre resistenza, dragone. Sei in arresto.
- Voi non potete arrestarmi! – protestò, stringendo i pugni lungo i fianchi. Cominciava a sentire la sensazione umida dell’acqua che si addensava attorno ai suoi pugni chiusi, prima come semplici goccioline, simili a brina, poi come gocce sempre più compatte. Era la stessa sensazione che aveva provato poco prima di perdere il controllo combattendo contro Bushido. Vedeva già chiaramente come sarebbe andata a finire, e si sentiva stranamente pieno di fiducia sull’esito di quella battaglia.
Era esausto, provato, il mal di testa era tale da dargli la nausea, ma nondimeno era certo che non sarebbe morto. Non lì, non in quel momento.
- Possiamo e dobbiamo. – disse il tizio, prima di sollevare una mano. – Prendetelo! – ordinò in un gesto perentorio.
Il commando si mosse verso di lui a mitra spianati, e Patrick si librò in aria il secondo successivo.
- Voi non potete arrestarmi. – ripeté con maggior calma. L’acqua era lì, lo proteggeva. E si preparava all’attacco, compatta. – Voi non potete nemmeno fermarmi. – concluse con un ghigno.
- Pronti! – disse il tizio, mentre gli uomini del commando si fermavano all’improvviso, - Mirare… - ordinò, e quelli presero posizione, - Fuoco!
Tutti i loro proiettili si infransero uno dopo l’altro contro il muro d’acqua che Patrick innalzò davanti a sé. E non riuscirono nemmeno a capire cosa accadde quando, senza che il muro dovesse dissolversi né aprirsi, due colonne d’acqua ne fuoriuscirono, dirette verso di loro a velocità disumana.
Quando Patrick toccò per terra e, stavolta, la sua coda tornò ad essere semplicemente un paio di gambe ben prima che lui potesse cadere ancora, capì due cose. Primo, stava imparando a controllare meglio i suoi poteri. Secondo, c’era chi, per quegli stessi poteri, lo voleva morto.
Mentre i membri del commando cercavano di riprendere coscienza di se stessi e tossicchiavano nel rigirarsi abbastanza da riprendere fiato – e alcuni di loro restavano immobili per terra: dovevano essere morti – Patrick, incredibilmente freddo e del tutto disinteressato alla loro vicenda, sollevò appena il capo e chiuse gli occhi. Riusciva a sentire la presenza di Bushido con una chiarezza che quasi lo stordiva. Era come vederlo muoversi su una mappa invisibile, una mappa di cui lui conosceva ogni dettaglio e che riusciva perciò a seguire perfettamente.
Riaprì gli occhi e l’istinto gli disse che doveva raggiungerlo, dovunque fosse. Non riusciva a capire per quale motivo, ma era evidente che Bushido doveva avere a che fare con la sua condizione, o comunque saperne qualcosa. Doveva trovarlo, non aveva alternative.
Si librò in volo senza pensarci due volte.
*
Il posto non gli era familiare. La strada era bene illuminata, ampia e pulita. Il palazzo era grande, di molti piani, anche se non abbastanza da far pensare alla sede di qualcosa di losco, o ad una casa di produzione. Sembrava un normale condominio, di quelli abitati solo da famiglie semplici, babbo mamma figli forse qualche nonno, eppure era circondato da militari. Patrick aggrottò le sopracciglia contandoli celermente – dodici solo davanti, divisi fra appostati intorno alla cancellata ed impegnati in vaghi andirivieni lungo il vialone asfaltato centrale, ma poteva percepirne almeno un’altra ventina sul retro e sui fianchi del palazzo. In pratica, un piccolo esercito.
Si chiese cosa potesse esserci di tanto importante all’interno di quel palazzo da giustificare un tale dispiegamento di forze – da parte di chi, poi? – ma pochi secondi dopo la consapevolezza dell’estrema vicinanza di Bushido gli tolse ogni possibilità di ragionare lucidamente in termini che non fossero quelli di raggiungerlo e discutere con lui, dove poi sul significato di discutere il suo cervello non sembrava avere le idee molto chiare.
Sentì distintamente una macchina frenare e spegnersi da qualche parte nei dintorni, ma nessuno dei militari sembrò mettersi in allerta. L’autovettura doveva essere parecchio lontana, perché Bushido, accompagnato da Chakuza e con una mano sul fianco evidentemente ferito, apparve solo diversi minuti dopo.
Al solo vederlo, qualcosa si mosse nel suo petto. L’ondata di rabbia liquida potente come la piena di un fiume, che qualche ora prima l’aveva costretto a perdere il controllo di sé ed attaccare Bushido, stava montando dentro il suo corpo, crescendo come un’onda. Si sarebbe infranta di lì a poco, travolgendo tutto. Patrick chiuse gli occhi e strinse con forza i pugni lungo i fianchi, inspirando ed espirando ritmicamente, aspettando pazientemente di calmarsi. Doveva imparare a gestire quell’insopprimibile istinto, doveva tenerlo a bada, almeno fino a quando gli sarebbe servito tenere Bushido in vita, per capire per quale motivo il suo corpo si ostinasse ad indicarglielo come la persona alla quale avrebbe dovuto chiedere per spiegare quell’incredibile cambiamento. Poi, sarebbe successo ciò che sarebbe successo. A lui, al momento, non importava.
Lasciò che Bushido e Chakuza avanzassero di qualche metro, ma prima che i militari potessero accorgersi della loro presenza si frappose fra loro, sfidando Bushido ad avanzare con lo sguardo. Lui gli si fermò proprio di fronte, e lo guardò per qualche secondo con gli occhi spalancati, quasi boccheggiando, come non potesse davvero credere di trovarselo davanti, o come se vederlo proprio lì e proprio in quel momento gli facesse incredibilmente male. Patrick inarcò un sopracciglio, incuriosito da quell’espressione della quale non riusciva a comprendere la ragione, ma quando fece per schiudere le labbra e parlare, Bushido lo anticipò.
- Speravo di sbagliarmi, ma a quanto pare avevo ragione. – disse in un ringhio basso e profondo, quasi disumano. Patrick lo guardò come se la voce stesse traspirando dalla sua stessa pelle, come fosse ovunque. Riusciva a sentirla scuoterlo fin nelle viscere, come il suono dei bassi a palla durante un concerto. – Tu non lo toccherai, Fler. – lo minacciò, e quando sollevò lo sguardo Patrick vide che i suoi occhi brillavano.
Indietreggiò di qualche passo.
- Io non—
- Tu non toccherai Bill neanche con un dito. – ribadì Bushido, la voce ormai più simile al rombo di un tuono che al suono di una voce umana. Chakuza, accanto a lui, si allontanò di qualche centimetro.
- Bu…? – lo chiamò piano, e Patrick capì. O meglio, seppe, pur senza capire, che a Bushido stava per succedere la stessa cosa che era capitata a lui. E questo, quantomeno, spiegava per quale motivo lui riuscisse a percepirlo così distintamente, e per quale motivo continuasse a gravitargli intorno.
- Chakuza. – lo chiamò, cercando di suonare rassicurante sia per lui che per se stesso, dal momento che la furia di Bushido gli si stava riversando dentro come una cascata, - Allontanati più in fretta che puoi.
- Cosa? – disse quello, lanciandogli un’occhiata per metà incredula e per metà astiosa, - Col cazzo, no!
- Sta perdendo il controllo! – gridò, indicando Bushido, - Non lo vedi?!
Chakuza si voltò a guardarlo molto lentamente, e quando gli ebbe posato gli occhi addosso impallidì: la sua pelle era diventata notevolmente più scura, assumendo una sfumatura rossastra che era la stessa del nuovo colore dei suoi occhi completamente vuoti. Tutta la superficie del suo corpo sembrava essersi fatta più dura, coriacea, e quando all’improvviso si piegò in avanti e cominciò quasi a gemere di dolore e rabbia Fler spalancò gli occhi e indietreggiò.
- Scappa! – gridò, rivolgendosi a Chakuza, - Scappa adesso, idiota!
L’austriaco riuscì ad allontanarsi appena in tempo, giusto un attimo prima che Bushido esplodesse in un grido devastante, mentre due ali gli perforavano la pelle sulle scapole e svettavano dietro la sua schiena, enormi, spalancate e bellissime. Tutto il suo corpo sembrava ardere.
- Tu non lo toccherai, Fler, tu non riuscirai nemmeno ad avvicinarti a lui! – gridò Bushido, sbattendo le ali ed alzandosi in volo mentre i militari, ormai accortisi di ciò che stava accadendo, li circondavano, armi spianate e pronte a far fuoco in attesa degli ordini.
- Non sono venuto qui per il tuo fidanzato del cazzo, Bushido! – rispose lui, affrettandosi a librarsi a propria volta in volo mentre sentiva le proprie gambe fondersi e scomparire per lasciar spazio alla coda.
Bushido non lo ascoltò – non poteva più: sollevò le braccia verso il cielo e Fler riuscì a malapena a tirar su uno scudo d’acqua abbastanza spesso, prima che due enormi sfere di fuoco si scagliassero contro di lui, partendo dalle sue mani.
- Bushido! – lo chiamò ancora, rendendosi conto di quanto più facile stesse diventando mantenere il controllo sulla propria rabbia, man mano che si abituava a trasformarsi, - Bushido, cazzo, torna in te!
Intorno a loro, i militari si agitavano: una delle due sfere di fuoco era stata inglobata dal suo scudo e si era dissolta, ma l’altra ne era stata solo deviata, ed era andata a schiantarsi contro il marciapiede a pochi passi da loro. I ranghi si erano quasi sciolti, e con la furia di Bushido che cresceva di minuto in minuto, come l’enorme sfera di fuoco crepitante che stava prendendo forma sopra la sua testa, nessuno sapeva più cosa provare a fare.
- Bushido, non sono venuto qui per Bill! – gli spiegò Patrick, creando a propria volta una sfera d’acqua, per avere qualcosa con cui contrastarlo nell’eventualità che Bushido avesse dovuto decidere di scagliare la propria, - Sono venuto qui per te! È stato il mio istinto a indicarmi dov’eri, o— dove saresti andato, insomma, sono arrivato prima solo perché ero più vicino! Devi credermi, io— io e te dobbiamo parlare, solo questo!
Bushido ruggì – molto probabilmente non aveva sentito una sola parola, del suo discorso – e sembrò sul punto di tirargli addosso la sfera quando, improvvisamente, si fermò, sollevando lo sguardo verso il cielo.
- …Anis. – disse la voce flebilissima di Bill, affacciato alla finestra svariati piani più in alto, - Anis!
Gli occhi di Bushido tornarono immediatamente a vedere, mentre la sua espressione tornava finalmente umana e la palla di fuoco svaniva in un enorme sbuffo di fumo.
- Bill! – gridò l’uomo, lanciandosi in volo alla volta della sua finestra.
- Anis! Anis! – continuò a strillare il ragazzo, spalancando e tendendo le braccia e sporgendosi dalla finestra il più possibile mentre qualcuno cercava blandamente di tenerlo ancorato all’interno dell’appartamento, più per impedirgli di cadere che per trattenerlo davvero.
Bushido passò davanti alla finestra così velocemente che, per un secondo, sembrò che Bill fosse stato sbalzato all’interno dell’appartamento per lo spostamento d’aria, ma quando l’uomo terminò il proprio volo e ridiscese lentamente, voltandosi verso Patrick e rimanendo a fluttuare a mezz’aria – le ali sbattevano lente dietro di lui, le ferite ancora fresche sanguinavano lungo la sua schiena, imbrattando la maglietta strappata in più punti – poté vedere che il ragazzino era stretto ben saldo fra le sue braccia, e lo guardava con aria allucinata.
- È tutto a posto, adesso. – sussurrò Bushido, mentre Patrick li osservava chiedendosi cosa diamine potesse aver spinto Bushido ad infuriarsi tanto al pensiero che lui volesse raggiungerlo, - Ci sono qua io, nessuno potrà farti del male.
- Non mi facevano uscire, Anis! – cominciò il ragazzo, apparentemente dimentico di stare fluttuando a mezz’aria fra le braccia di un uomo alato e rosso come il fuoco, - Ho provato a chiamarti, ma tu non rispondevi, e soprattutto hai le ali! Hai le ali e non me l’hai mai detto! – si fermò qualche secondo, guardandolo come se stesse comprendendo la gravità di ciò che aveva davanti agli occhi solo dopo averlo descritto a parole, - Ma cosa cazzo sei?
Bushido rise a bassa voce, strofinando il naso contro quello di Bill, che per tutta risposta arricciò il proprio come gliel’avessero solleticato con una piuma, e poi sporse le labbra per un bacio piccolo e asciutto, più una rassicurazione, un mero bisogno di contatto, che un gesto sensuale. Fler sorrise a propria volta: il calore che si divampava da Bushido aveva assunto sfumature di tepore completamente diverse da prima, e lui si stava sentendo sciogliere come un chicco di grandine in mano a un bambino.
- Fler! – lo chiamò quindi, voltandosi a guardarlo, - Anche se prima poteva non sembrare… ti ho sentito. Solo che non ti stavo ascoltando. – Patrick annuì, perché capiva esattamente cosa Bushido stesse cercando di esprimere. La sensazione di sentirsi ancora a contatto col mondo, in qualche modo, ma di non esserne più parte integrante. – Mi sembra di capire che stai cercando delle risposte. E io so chi può dartele. – abbassò lentamente lo sguardo, piantandolo sulla piccola pozza di sangue che si stava addensando sulla strada, proprio sotto di lui. – Chi può darle a noi tutti. – tornò a guardarlo con decisione. – Prendi Chaku e seguimi. Oppure resta qui e fatti ammazzare da quest’esercito di Big Jim incompetenti. – concluse con stizza, prendendo il volo in una direzione che Patrick non riusciva a ricondurre a nulla di conosciuto.
Si voltò lentamente, posando lo sguardo sui militari che, impauriti, cercavano di mantenere salda la linea e puntargli addosso i mitra. Individuò Chakuza su un marciapiede poco distante, troppo turbato perfino per nascondersi, e sospirando pesantemente distrasse i militari con una scarica d’acqua repentina e violenta, per quanto non mortale, approfittando della loro confusione per recuperarlo e, tenendolo stretto per la vita fra le sue proteste improvvisamente animatissime, sollevarsi in volo al seguito di Bushido.
*
La prima cosa che la signora Silvia fece, quando si vide spuntare davanti agli occhi l’intera comitiva, fu cadere in ginocchio di fronte a Bill ed abbracciarne le gambe, piangendo sommessamente.
- Non posso credere che questo stia succedendo davvero. – mormorò in un fiume di singhiozzi mentre Bill, imbarazzatissimo, si agitava come un’anguilla strillando che non c’era proprio alcun bisogno di prostrarsi di fronte a nessuno, - Ho pregato così tanto perché le cose potessero andare per il verso giusto, e forse…
- Mamma. – la interruppe Peter, sorridendo come a scusarsi ed aiutandola a staccarsi dalle gambe di Bill e rimettersi insieme, - Lascia perdere questi convenevoli. Sono successe delle cose.
- Lo so. – sorrise lei, abbracciandolo teneramente e poi invitando tutti ad entrare in casa, prima di chiudere la porta. – Le ho viste. La fenice s’è destata, lei e il dragone si sono riequilibrati. – sorrise ancora, sempre più serena. – Vi devo ancora qualche spiegazione, ragazzi. A voi, e… - accarezzò lievissima il volto di Bill, che cercò di non ritrarsi, per quanto ancora incredibilmente imbarazzato, - a questo bellissimo fiore. Ma saprete tutto, e speriamo che questo possa esservi utile per riportare l’equilibrio nel karma e nel mondo.
La signora Silvia condusse nuovamente tutti nel proprio studiolo, ora molto più ordinato di quanto non fosse quando Peter ed Anis ne erano usciti qualche ora prima, ed invitò Bill ad accomodarsi su una sedia di fronte alla scrivania, una sedia che sembrava fosse stata approntata espressamente per lui, in attesa del suo arrivo.
- Avrei preferito incontrarti assieme a tuo fratello, - commentò la signora Silvia, vagamente delusa, - ma vedo che non è stato possibile, perciò è importante che adesso io ti spieghi chi sei nel modo più chiaro possibile. Così che poi tu possa spiegarlo anche a lui, e insieme possiate compiere ciò per cui siete stati destinati.
Anis distolse lo sguardo, le ali ripiegate dietro la schiena e ormai imbrattate di sangue quasi quanto la maglietta. Si chiese distrattamente se potesse andare da qualche parte per cercare di curarsi, ma la signora Silvia sollevò lo sguardo su di lui e gli sorrise, scuotendo lentamente il capo.
- Non smetterà di sanguinare. – gli rivelò, mentre Bill si voltava a guardarlo con evidente preoccupazione e si mordicchiava nervosamente il labbro inferiore, - È lo scotto da pagare per avere quelle ali. C’è del divino, in te, intrappolato in un corpo umano. Un pegno va pagato, e il tuo è un pagamento di sangue.
Anis considerò la questione per qualche secondo, prima di limitarsi semplicemente ad annuire. Aveva bisogno di capire cosa fosse diventato – o fosse sempre stato – ma si rendeva conto di quanto prioritaria fosse la questione di Bill rispetto alla sua, perciò restò in piedi – unica posizione in cui poteva davvero sistemarsi senza soffrire le pene dell’inferno per le ali che sembravano piegarsi e schiacciarsi con una facilità tremendamente irritante – ed incrociò le braccia sul petto, restando in osservazione.
- Bill, - cominciò la donna, parlando con tono carezzevole, quasi materno, - Tu sei, per questo mondo, qualcosa di molto più importante di quanto tu non abbia mai immaginato. Tu e tuo fratello siete speciali, - raccontò sfogliando il libro che aveva precedentemente usato con Anis e Peter e mostrandogli le immagini fino a soffermarsi su quella rappresentante i due Divini stretti in un abbraccio eterno e luminoso, - siete due opposti identici e perfetti, come due metà di una stessa mela. Siete differenti, ma combaciate perfettamente. – lo guardò dritto negli occhi, - E c’è un motivo, per il quale siete nati così.
- Signora… - la interruppe Bill, torcendosi le mani in grembo e sospirando faticosamente, - Stanno succedendo un mucchio di cose strane. – disse, tornando a guardarla negli occhi, - A me, ma anche intorno a me. Ad Anis, alla città, al mondo… - sospirò ancora, quasi spaventato dalla portata di ciò che stava per dire. – Sta per accadere qualcosa di brutto, è così?
La signora sorrise ancora, allungandosi nuovamente ad accarezzargli il viso.
- Sì, Bill, sta per succedere qualcosa. – annuì, - E che sia una cosa bella o che sia una cosa brutta, tu ne sarai direttamente responsabile.
*
Bill ascoltò attentamente tutto il racconto, scrutando le figure dapprima con sincero sconcerto, poi con curiosità, quindi con consapevolezza sempre crescente di ciò che quella donna, quelle persone, tutti gli abitanti della terra, coscientemente o meno, si aspettavano da lui.
- Tomi non sa niente. – balbettò alla fine, sfiorando la copertina del libro con la punta delle dita, - Nemmeno io sapevo niente… perché non ce l’hanno mai raccontato?
- I Prescelti non vengono mai informati della loro missione prima di essere pronti a compierla. – scosse il capo la signora Silvia.
- Io non lo ero! – disse Bill ad alta voce, sollevandosi di scatto dalla sedia e lasciandola rotolare per terra dietro di sé senza degnarla di uno sguardo, - Io non lo sono.
- Lo sei, Bill. – sorrise la signora Silvia, senza scomporsi, - Niente avviene per caso, e se il ciclo del karma ti ha portato qui da me il motivo è che eri pronto per ascoltare questa storia. E farne parte.
- Io non faccio parte di niente! – strillò Bill, le braccia rigide lungo i fianchi, - Io sono un cantante, ho un fratello e un fidanzato e non intendo stare a sentire un’altra parola a riguardo! Dio! – sbottò, quasi in lacrime per il nervosismo, abbandonando la stanza. Anis fece per andargli dietro immediatamente, ma la signora Silvia lo frenò con un gesto, invitando sia lui che Fler ad accomodarsi sulle poltrone.
- Non abbandonerà l’appartamento, potete stare tranquilli. – disse con sicurezza, - Inoltre, ho ancora una questione da discutere con voi due, mi pare.
- Io penso che resterò in piedi. – sbottò Anis, appoggiandosi alla poltrona senza sedersi, - Queste stupide ali mi stanno dando il tormento.
- Queste stupide ali sono ciò che ti ha permesso di sfuggire vivo all’Ordine portando con te i tuoi cari. – gli ricordò la donna con un sorriso, - Il supplizio è il giusto prezzo da pagare per—
- Senta, signora Silvia, io la stimo, davvero, - la interruppe lui, gesticolando, - ma la vita mi ha insegnato solo che la storia del karma, a livello proprio concettuale, non è altro che una stronzata. Lei non ha idea di che cosa abbia passato io quando ero un ragazzino, e sinceramente questa roba delle ali mi sembra di averla già scontata pagando in anticipo in passato.
La signora Silvia si limitò a sorridere serenamente, stringendosi appena nelle spalle.
- Probabilmente, stavi pagando per qualcos’altro. – rispose enigmatica, prima di rivolgersi a Patrick. – Voi due non dovreste esistere. – rivelò quindi in un fiato, - Siete il risultato di una serie di errori per cui i Divini, la cui energia stava già cominciando ad affievolirsi, non hanno impedito ad anomalie che di solito bloccano sul nascere di prosperare ed avere una vita. Anis, ragazzo, tu sei quest’anomalia. – annuì, - Non era previsto che tu nascessi perché, in caso di tua nascita, non avresti potuto che allontanare Bill da suo fratello. L’essere divino delle mie visioni eri tu.
- Ed io? – chiese Patrick, impaziente, spostandosi sulla poltrona fino a sedersi in punta, - Io cosa sono, perché sono così?
La signora sorrise rassicurante anche a lui.
- Tu sei il modo in cui il karma ha cercato di riequilibrarsi. C’era un’anomalia in circolo, ed andava fermata. Ed ecco perché sei nato tu, il dragone marino, l’opposto karmico della fenice di fuoco e per natura più forte di lui. Come l’acqua spegne sempre il fuoco, tu eri e sei destinato a spegnere per sempre la fenice.
Patrick serrò le labbra, abbassando lo sguardo.
- Quindi lui deve uccidermi. – disse Anis, freddo come il ghiaccio e perfettamente padrone delle proprie emozioni, - Se tutto ciò che deve accadere, alla fine, accade… lui mi ucciderà. – constatò. La signora Silvia non rispose.
Al suo posto, lo fece Patrick.
- Non so te, Atze, - disse con un mezzo sorrisetto, - ma io non ci sto a farmi comandare a bacchetta da due divinità del cazzo che non sono buone nemmeno a vivere per sempre. Dovrebbero decidere della mia vita e di ciò che sarà di me? Di ciò che farò a chi ho intorno? Né ora, né mai.
La signora Silvia si lasciò sfuggire una risatina sorpresa, mentre Anis lo fissava come fosse improvvisamente impazzito.
- Fler, non so se hai afferrato, ma ne va della fine del mondo. – gli ricordò severamente.
- No, no! – lo fermò la signora Silvia, battendo entusiasticamente le mani davanti al viso, - Mi piace quest’atteggiamento! Ribelle! Costruttivo! Bisogna incoraggiare i giovani. – concluse annuendo e quasi saltellando sul posto.
- Incoraggiare i giovani? – sbottò Peter, appoggiato alla parete dietro di loro, - Non so te, mamma, ma io non voglio che il mondo venga spazzato via perché il sirenetto qui pensava fosse il caso di ribellarsi all’autorità costituita. Li ho passati da un pezzo i quindici anni.
- Peter! – lo rimbrottò sua madre con aria severa, - Qui stiamo parlando di esseri divini. Sanno esattamente ciò che fanno.
- No, non esattamente. – scosse il capo Patrick, guadagnando in cambio occhiate vagamente perplesse da parte sia di Anis che di Peter, - Ma in compenso so esattamente ciò che non farò, ed io non lascerò che quel ragazzino sia costretto a fare cose che non vuole fare con suo fratello, che cazzo. E non mi sporcherò le mani con il sangue del mio. – concluse, lanciando ad Anis un’occhiata colma di significato.
Anis sbuffò una risata parzialmente divertita e parzialmente preoccupata, ed annuì.
- D’accordo. – disse quindi.
- …d’accordo cosa? – interloquì Peter, staccandosi dal muro e guardandosi intorno con aria poco convinta, - Cosa mi sono perso?
- Signora Silvia, - proseguì Anis, ignorandolo platealmente, - ci serve un posto in cui andare. Un posto sicuro.
- Cosa avete intenzione di fare? – chiese lei.
- Non lo so ancora. – rispose Anis, pensoso, - In qualche modo, risolveremo questa situazione. Non lascerò che il mondo venga distrutto, ma stabiliremo noi come salvarlo. – concluse, sorridendo sereno.
La signora Silvia annuì comprensiva, incrociando le braccia sul petto e picchiettandosi il mento con un dito.
- È importante che lasciate Berlino immediatamente e troviate rifugio da qualcuno che conosca l’Ordine ma non ne faccia più parte. – considerò, - Qualcuno di cui possiate fidarvi e che tenga alla salvezza dei gemelli abbastanza da mettere a repentaglio perfino quella del mondo. – sorrise con maggior sicurezza, mentre disseppelliva un portatile da sotto una valanga di libroni polverosi, - Ed io ho esattamente la persona che fa al caso vostro.
*
Lo trovò arrotolato sulla poltrona in soggiorno, tutto stretto come un nodo di rabbia e paura e incertezza, proprio di fianco al divanetto sul quale il signor Pangerl stava semidisteso, il telecomando in una mano e una bottiglia di birra nell’altra. Anche Bill aveva entrambe le mani occupate – un biscotto in una ed un bicchiere di latte mezzo vuoto nell’altra, la confezione con i biscotti superstiti abbandonata fra le gambe incrociate – ed Anis sorrise appena nel vederlo così piccolo e furibondo, come l’adolescente che in effetti era. Come si poteva chiedere ad una creatura simile di reggere sulle proprie spalle il peso del destino del mondo? Non c’era abbastanza spazio su cui quel peso potesse posarsi. Le sue spalle erano troppo esili.
- Bill. – lo chiamò piano, lanciando un’occhiata distratta al cartone animato che sia lui che il signor Pangerl fingevano di guardare alla tv, - Devo parlarti.
Lui non si voltò, ed anzi dichiarò esplicitamente che non aveva alcuna voglia di ascoltarlo, incurvando le spalle e chiudendosi ancora più a riccio. Anis immaginò che, se avesse avuto degli aculei, li avrebbe puntati tutti verso l’esterno, sperando solo che lui si avvicinasse abbastanza da poterglieli conficcare nella carne. Probabilmente era per questo che, qualche anno prima, portava i capelli irti sopra la testa e tutto intorno: voleva sembrare pericoloso, velenoso, come certi animali dall’aspetto particolare creato apposta per scoraggiare i predatori. Dopo essersi messi insieme, e dopo essersi conosciuti meglio, quel bisogno era un po’ sparito, e così i suoi capelli, ma probabilmente in quel momento Bill stava pentendosi intensamente di non avere più la pettinatura di un tempo.
- Bill. – ripeté, la voce più soffice, - Ti prego.
- Ragazzino, - lo chiamò anche il signor Pangerl, cambiando canale e fermandosi a guardare una partita di calcio di chissà che divisione dilettantistica, peraltro con interesse di gran lunga maggiore rispetto a quello che aveva riservato al cartone animato, - se tu non gli dai retta, Icaro qui non si leva mica. Avanti.
Anis fece per rispondere che lui con Icaro non c’entrava niente, ma poi si rese conto che, come lui, s’era avvicinato troppo ad un sole che non avrebbe mai dovuto toccare. E, sempre come lui, stava rischiando di bruciarsi le ali. Perciò tacque.
Bill sospirò pesantemente ed allungò le gambe, stiracchiandole un po’ prima di piegarsi a poggiare latte e biscotti sul tavolino basso di fronte a lui ed alzarsi in piedi, voltandosi e guardandolo dritto negli occhi. Aveva pianto in silenzio fino a quel momento. I suoi occhi erano rossi e acquosi, le sue guance rigate di lacrime che non avevano avuto il tempo di asciugarsi.
- Mi dispiace, piccolo. – gli disse, consapevole di quanto quelle scuse fossero inutili. Bill annuì, più per prendere atto del suo – inutile – tentativo di farlo stare meglio, che perché sentisse davvero il bisogno di accettare delle scuse da lui.
- Non parliamo qui. – disse poi, e nella sua voce non c’era nemmeno la più piccola traccia delle lacrime così evidenti sul suo volto, - Dove possiamo stare soli?
- La camera da letto è libera. – disse distrattamente il signor Pangerl, e sia Anis che Bill arrossirono repentinamente per l’involontaria battuta celata dietro quelle poche parole. Nonostante questo, Bill dovette pensare che quella fosse la soluzione migliore, perché dopo quell’attimo di imbarazzo annuì deciso, chiedendo al signor Pangerl dove fosse e poi seguendolo quando, ottenute le indicazioni richieste, Anis lo condusse in fondo al corridoio centrale, oltre una porta bianca, sottile e un po’ cigolante che si chiuse subito alle spalle quando furono entrambi all’interno della stanza.
Anis rimase per qualche secondo voltato verso la porta, due dita ancora sulla maniglia e lo sguardo perso nel vuoto, mentre cercava il coraggio di voltarsi a guardarlo.
- Bill, dobbiamo—
- Sanguini ancora. – disse Bill, cogliendolo di sorpresa ed accarezzando lievemente con le punte delle dita la pelle sensibile e accaldata attorno alle ferite sulle sue scapole, - Vorrei provare a curarle, non so… disinfettarle, bendarle. Ma a che scopo, se so già che non si rimargineranno mai?
- Se voglio le ali, devo tenere le ferite. – rispose Anis, pratico, restando immobile.
- E tu le vuoi? – chiese pianissimo Bill, le dita ancora impegnate a ridisegnare i contorni di quegli squarci.
- Mi sono servite per salvare te. – annuì lui.
- Ma resteranno anche quando non avrai più bisogno di salvarmi. – insisté il ragazzo, corrugando le sopracciglia, - E tu continuerai a sanguinare.
Anis sbuffò una risata intenerita e, in parte, anche vagamente divertita.
- Finirà il mondo, quando non avrò più bisogno di salvarti. – rispose distrattamente, e Bill sorrise appena.
- È molto probabile che questo succeda comunque, sai? – commentò, quasi ironico. – Perché non posso avere una scelta? – chiese quindi, la voce venata da una nota di malinconia, - Vivo la mia vita e all’improvviso vengo a sapere che ogni momento, ogni dettaglio è stato curato in funzione di qualcosa che non voglio e che sarò comunque costretto a fare se non voglio avere sulla coscienza la vita di sette miliardi di persone. Sempre che io abbia ancora una coscienza, quando saremo tutti morti, s’intende. – sospirò pesantemente, poggiando la fronte contro la sua spalla. – Perché non posso scegliere? Voglio poter scegliere.
Anis inspirò profondamente, stringendo i pugni lungo i fianchi. Poi si voltò, fronteggiandolo immobile per qualche secondo prima di tirarselo contro. Le sue ali si dischiusero senza che lui potesse controllarle, tornando a richiudersi pochi secondi dopo attorno al corpo di Bill, ancora schiacciato contro il proprio, come volessero fargli da scudo.
- Io non ero previsto. – gli rispose, parlando direttamente sulla pelle calda del suo collo, umida di lacrime, - Non ero previsto e non intendo togliermi di mezzo. – si allontanò appena, guardandolo negli occhi e sorridendo. – Questo dimostra che hai una scelta. Me.
Bill distolse lo sguardo, mordicchiandosi il labbro inferiore.
- Io ho scelto te tre anni fa, e questo ci sta portando alla fine del mondo. – mormorò incerto.
- Fallo ancora. – lo pregò Anis, accarezzandogli una guancia, - Sceglimi ancora. Fidati di me.
- Sarò inutile, Anis. – sospirò lui, - Guardiamo in faccia la realtà e non illudiamoci, ti prego. Io non sono un bambino e non sono stupido. Non posso nemmeno curarti le ferite.
- Le mie ferite non hanno bisogno di cure. – sorrise Anis, - Io sono una fenice. Muoio e risorgo. Nessuno può uccidermi davvero.
- Ma possono farti dannatamente male nel mentre. – protestò lui, chinando appena il capo. – Comunque, sai già che ti sceglierò ancora. – disse però, sorridendo appena, - E ancora, e ancora.
Anis lo strinse con forza, baciandolo piano sulla fronte, su una tempia, sulla guancia, sulle labbra.
- Dobbiamo lasciare la città. – disse quindi, - La signora Silvia sa dove mandarci. Torna da lei, non è arrabbiata. Saprà cosa consigliarci.
Bill sospirò, ma annuì, e senza protestare si lasciò condurre nuovamente nello studiolo della signora Silvia, ben disposto a seguire qualsiasi consiglio, purché questo consiglio non implicasse per lui l’obbligo di scegliere qualcosa fra Anis e la salvezza del mondo intero, perché in quel caso non era sicuro di riuscire ad operare la scelta più saggia.
*
- …mio padre. – ripeté Bill, incredulo, fissando la signora Silvia come non potesse capacitarsi della sua esistenza, - Mio padre se n’è andato via di casa un centinaio di anni fa e da allora io l’ho visto solo raramente, signora Pangerl, non so se—
- Tuo padre non è andato via, Bill, tuo padre è stato allontanato. – disse lei, - Sono due cose ben distinte.
- Allontanato? – chiese Peter, curioso, - Come te?
- Esatto. – annuì la donna, - Chiunque faccia parte dell’Ordine ma non sia d’accordo sul modo in cui il suo operato viene condotto, viene allontanato. Non ucciso, quello in genere accade solo quando i saggi ritengono tu possa essere una minaccia, ma viene messo nelle condizioni di stare il più lontano possibile da ogni centro abitato, e gli vengono in genere tagliate tutte le possibilità di interferire con l’operato dell’Ordine stesso.
- Mio padre era in disaccordo con l’Ordine? – chiese Bill, confuso. Ricordava molto poco del periodo in cui i suoi genitori avevano vissuto insieme. La maggior parte dei ricordi che conservava di lui raccontavano di un uomo sfuggente che poteva passare a trovare lui e suo fratello solo per qualche ora ogni due settimane, e che ogni tanto chiamava a casa, ma col quale era impossibile discutere via telefono a causa della linea quasi costantemente disturbata, come stesse parlando da un punto privo di campo o attraverso un apparecchio rattoppato alla meno peggio che aveva dovuto assemblare da solo, perso chissà dove nel nulla cosmico.
- Diciamo che più che altro non ne è mai stato veramente parte. – rifletté la signora Silvia, picchiettandosi il mento con un dito, - Non potrei spiegartelo con certezza o dovizia di particolari, perché io fui buttata fuori qualche anno dopo che lui ne entrò a far parte sposando Simone, ma so che si piegò ad entrarvi solo per il grande amore che provava per tua madre. Immaginò che il tutto potesse essere un po’ inquietante, ma non dovesse avere chissà che conseguenze sulla sua vita. Poi – sospirò e sorrise appena, - nasceste tu e tuo fratello. E quando Simone gli spiegò cosa Larsen pensava e quale sarebbe stato il vostro destino, semplicemente non riuscì ad accettarlo.
- Non ha mai… - balbettò Bill, abbassando lo sguardo, - non ha mai provato a contattarci per parlarcene. Dannazione, quando ci sentivamo preferiva parlare dei trucchi che avevo comprato durante la settimana… come avrei mai potuto sospettare che—
- Tuo padre sapeva che se avesse cercato di intromettersi fra voi e l’Ordine non lo avrebbero mai lasciato vivere. – considerò la signora Silvia, - Non mi meraviglia che si sia frenato. È un uomo saggio. Venne subito a cercarmi, quando fu allontanato dall’Ordine, ed è sempre rimasto in contatto con me, fino ad oggi. Ha sempre saputo che il suo essere ancora in vita sarebbe tornato utile, un giorno. – la donna sorrise con maggior convinzione, recuperando un foglio dalla scrivania e porgendoglielo. – È il suo indirizzo, - disse, - o almeno, è il posto in cui vive adesso. È costretto a spostarsi spesso, per evitare di essere trovato. Anche l’Ordine preferisce così, un uomo in costante movimento non è in grado di creare nuovi legami. Fortunatamente per noi, però, - ridacchiò piano, - è stato perfettamente in grado di conservare quelli vecchi.
Anis allungò il collo, sbirciando l’indirizzo dal foglietto liscio dai margini irregolari che Bill teneva incerto fra le mani.
- Lo conosco. – disse annuendo, - È appena fuori città, in campagna. Possiamo raggiungerlo in un paio d’ore, in macchina.
- Macchina? – ridacchiò la signora Silvia, coprendosi la bocca con una mano, - Cosa mi tocca sentire… vi troveranno prima che riusciate a procurarvene una.
- Be’, stavo cercando di essere costruttivo, signora Pangerl. Spazio ai giovani, no? – borbottò Anis, offeso, mentre Bill si lasciava andare ad una risatina divertita.
- Sì, ma non quando dicono palesi idiozie, caro. – ribatté lei, serafica, - Dovete seguire vie poco battute, attraversare luoghi in cui nessuno penserebbe mai di andarvi a cercare, non potete mica—
- Le fogne. – propose Peter, pensoso, - Ovviamente si allungherebbero i tempi, - disse, stringendosi nelle spalle quasi a scusarsi, - Ma penso che nessuno verrebbe a cercarvi lì.
La signora Silvia s’illuminò tutta come l’avessero appena accesa dall’interno.
- …un genio! – commentò estatica, raggiungendo Peter dall’altro lato della stanza, nell’angolino in cui stava appoggiato, e gettandogli le braccia al collo, - Mio figlio è un genio!
Peter arrossì fino alla punta delle orecchie.
- Mamma… - si lagnò, cercando di farsi mollare senza peraltro riuscirci.
- Ha un senso. – considerò Patrick, grattandosi il mento, - E se anche dovessero pensare di cercarci là sotto, le fognature sono un labirinto. Potrebbero metterci ore anche solo per trovare la giusta direzione da seguire, e con un po’ di fortuna noi potremmo essere già lontani e in discreto vantaggio.
Bill annuì, ripiegando il foglietto con l’indirizzo ed infilandolo in tasca.
- D’accordo. – disse con sicurezza, - Mi sembra l’idea migliore che abbiamo. Seguiamola. – si voltò verso Peter, sorridendo dolcemente. – Grazie, Chaku.
- Oh, ma non ringraziarlo adesso. – rise la signora Silvia, agitando una mano come a voler scacciare via quella sciocchezza, - Ringrazialo quando tutto sarà finito. Mio figlio verrà con voi.
- Cosa? – sbottò Anis, incredulo, - Ora, non è che siccome ci ha aiutato deve approfittarne per piazzare suo figlio in giro, manco fosse un posto da impiegato bancario con contratto a tempo indeterminato, mi scusi.
La signora Silvia sollevò gli occhi al soffitto con aria supplice, scuotendo mestamente il capo.
- In mano a chi avete affidato il destino del mondo, Divini? – chiese a mezza voce, e poi tornò a guardare Anis. – Mio figlio vi sarà ancora utile. – disse, sorridendo sicura, - Io l’ho visto. Portatelo con voi.
- Lo portiamo sì. – sbottò Patrick, afferrando Peter per la maglietta e tirandoselo praticamente contro, - Io non intendo restare da solo a reggere il moccolo mentre questi due mi fanno la tragedia dei novelli Romeo e Giulietta nelle fognature di Berlino. Pretendo di avere qualcuno con cui parlare. – stabilì. La signora Silvia rise di gusto.
- Sì, anche quello. – annuì, - Ora affrettatevi. – consigliò, tornando immediatamente seria. – Il tempo stringe, e voi dovrete trovarvi nel luogo giusto al momento giusto, quando tutto si compirà. – sorrise rassicurante, abbracciandoli tutti uno per uno. – Siete una combriccola un po’ confusa, ma siete forti. E pieni di sentimenti che si agitano tutto intorno e dentro di voi. Non potrei giurarci… - disse infine, sorridendo ancora, - ma potreste perfino avere una speranza. Se crederete a sufficienza.
Si guardarono tutti negli occhi a vicenda per qualche secondo, prima di annuire e lasciare l’appartamento. Credere o meno sembrava l’unica scelta che fossero davvero in grado di fare, ed erano fermamente intenzionati a farla.
*

- Tom! – urlò David, spalancando la porta per trovare il ragazzo affacciato alla finestra col naso puntato per aria, mentre da fuori giungevano i rumori delle numerose automobili della scorta di Larsen in svelto avvicinamento verso il condominio, - È tutto a posto?
- Tutto a posto…? – mormorò lui, voltandosi a guardarlo, gli occhi spalancati e i lineamenti tesi dallo spavento e dal nervosismo, - Un— non sono neanche sicuro di poter riuscire a raccontarti cosa ho appena visto e tu mi chiedi se è tutto a posto?! – strillò, sfilando la bandana che portava annodata attorno alla testa e gettandola per terra con rabbia, - Cosa cazzo è successo? Cosa?!
- Tom, devi calmarti. – disse lui, avvicinandoglisi e poggiandogli le mani sulle spalle nel tentativo di tenerlo quantomeno fermo. Il ragazzo si allontanò, liberandosi dalle sue mani con uno strattone violento.
- Non voglio e non posso calmarmi! – ringhiò, - E ti avevo detto di non toccarmi più.
David indietreggiò di un paio di passi, ritraendo istantaneamente le mani.
- Scusami. – disse, abbassando lo sguardo. Tom si sentì stringere il petto in una morsa che lo privò del respiro, come avessero preso una cinghia e gliel’avessero legata attorno ai polmoni, e poi si fossero messi a tirare, tirare, tirare, nel tentativo di strapparglieli via dal petto.
- Non— - cominciò a dire, ma non riuscì a terminare la frase perché la porta della camera venne spalancata ancora una volta, e Larsen fece il suo ingresso, i capelli scarmigliati sulla testa e l’espressione stravolta dalla rabbia.
- David! – gridò furioso, - Cosa diamine è successo?!
- Herr Larsen, - cominciò lui, frapponendosi automaticamente fra l’uomo e Tom, - Bill è stato rapito da—
- So cosa è successo, stupido incompetente, gli indovini hanno visto tutto! – lo interruppe Larsen, gesticolando animatamente, - Come hai potuto permetterlo? Ti avevamo dato la nostra fiducia, mezzi a sufficienza per—
- Mezzi a sufficienza?! – sbottò David, esasperato, - I vostri uomini se la sono fatta sotto come ragazzine appena il dragone e la fenice sono apparsi!
- Il… il dragone e la fenice…? – mormorò Tom, gli occhi spalancati, appoggiandosi alla parete come ne avesse bisogno per non cadere a terra privo di forza.
David gli lanciò un’occhiata preoccupata: stava venendo a sapere troppe cose da troppi dettagli buttati lì alla rinfusa, in una situazione che non gli consentiva di assimilarli serenamente. Era un pericolo, Larsen stava combinando un disastro giocando con la vita e con la testa di un ragazzino che non era pronto e lui non era stato in grado di proteggerlo. Non era stato in grado di proteggere nessuno dei due.
- Questo è il colmo. – disse Larsen, ricomponendosi velocemente e fissandolo con aria severa, - Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, dopo averti praticamente cresciuto, il tuo tradimento è tale da lasciarmi allibito. Di’ che non è quello che hai sempre voluto, - lo sfidò con un sorriso crudele, - hai sempre pensato che stessimo sbagliando, che non potessimo forzare il destino… ebbene ora il destino non è più nelle nostre mani, David, ora il nostro destino dipende… dalla pazzia di un ragazzino e del suo sciocco innamorato! Sarai contento, adesso.
- …questo non era quello che volevo. – disse David a bassa voce, - Io volevo soltanto che li rispettaste di più, che rispettaste i loro desideri.
- Bene! – sbottò Larsen, battendo una mano contro la scrivania accanto a lui, - Adesso i loro desideri saranno rispettati! E questo porterà alla distruzione del mondo!
- Distruzione del… David, di cosa diamine state parlando? – si riscosse Tom, allontanandosi dalla parete per avvicinarsi a loro, - Che cosa sta succedendo?
David si voltò a guardarlo mordendosi l’interno di una guancia, incerto.
- Tom, ci sono cose che tu non sai. – cominciò, cercando celermente le parole per esprimere chiaramente così tanto e in così poco tempo.
- E non è più compito tuo istruirlo. – lo fermò Larsen, cupo. – Ti avevo avvertito, David. Sapevi che te li avremmo tolti, se l’avessimo ritenuto necessario.
- No. – balbettò lui, voltandosi repentinamente a guardarlo, gli occhi spalancati e le labbra tremanti, - No, per favore.
- Non c’è niente che potrà farmi cambiare idea, David. – insisté l’uomo, tetro, - Da questo momento, sei sollevato dal tuo incarico di Guardiano e allontanato dall’Ordine. Oltretutto, vista la tua ostinazione nel contrastare le idee e l’operato dell’Ordine stesso, riconoscendo in te un pericolo per quest’organizzazione e per la salvezza del mondo intero, ti dichiaro in arresto.
- In arresto?! – quasi gridò Tom, incredulo, voltandosi a guardare Larsen, - Non ha fatto niente! Cosa vuol dire tutto questo?!
L’uomo gli sorrise, piegando appena il capo.
- David ha ragione, Tom. Ci sono cose che tu non sai. Provvederemo noi a spiegartele. Comandante! – disse quindi, ed un militare, seguito da molti altri, fece il suo ingresso nella stanza, afferrando David per le braccia e trascinandolo fuori, giù per le scale.
- No, io non… - biascicò Tom, indietreggiando appena, - Io non voglio sapere niente, io non… - i suoi occhi erano enormi, spalancati e pieni di lacrime che, per qualche motivo, si ostinava a rifiutarsi di lasciar scorrere lungo le guance.
Larsen sospirò, scuotendo il capo con amarezza.
- Si è complicato tutto così tanto. – commentò tristemente, - Comandante, prenda anche lui. Ma sia delicato.
L’uomo annuì, e lui ed un altro militare si avvicinarono a Tom, che provò a divincolarsi senza grande convinzione per qualche secondo, prima di abbattersi sul pavimento – le ginocchia molli, gli occhi vacui – e lasciarsi trascinare via come un peso morto. Larsen rimase immobile nel centro della stanza, il labbro inferiore fra i denti e gli occhi persi e colmi di preoccupazione, finché un paio di militari, qualche secondo dopo, non tornarono in camera, urlando agitati.
- Herr Larsen, il detenuto è riuscito a fuggire. – lo informarono.
- Cosa…? – sbiancò lui, sollevando lo sguardo nei loro.
- Ha spinto gli uomini che lo trattenevano giù per le scale, uno di loro è morto in seguito alla caduta. – rispose uno dei due, contrito, - Abbiamo perso le sue tracce. Ci dispiace.
Larsen chiuse gli occhi, trattenendo solo a stento un mugolio infastidito, stanco e frustrato.
- E continua a complicarsi. – considerò fra sé a bassa voce, prima di tornare a guardarli. – Trovatelo. Utilizzate tutte le squadre che vi serviranno, non è un problema. Abbiamo già fin troppi elementi che si intromettono in cose che non dovrebbero riguardarli, non abbiamo bisogno di qualcuno che conosca perfettamente-- - si interruppe, guardando per qualche secondo fisso davanti a sé come avesse appena capito improvvisamente qualcosa di fondamentale. – Lasciate perdere. – disse quindi, sorridendo soddisfatto, - Non sarà necessario trovarlo. Sarà lui stesso a trovare noi. Rientriamo alla Santa Sede.
*
- Fermiamoci. – ordinò Anis, perentorio, indicando un ambiente riparato e relativamente lontano dal canale pieno d’acqua sporca che stavano seguendo, - Riposiamoci un po’.
Bill aggrottò le sopracciglia, ostinandosi a proseguire come non l’avesse sentito.
- Bill? – lo chiamò Peter, incerto, dopo essersi già seduto per terra, - Ehi, dove stai andando?
- Io non sono stanco. – disse lui, voltandosi repentinamente a guardarli tutti, - Piantatela di trattarmi come una ragazzina.
- Oh, ma non ti stiamo trattando come una ragazzina. – negò Patrick, scacciando l’illazione con un gesto della mano, - Stiamo solo—
- Avete sollevato il tombino per me e mi avete invitato ad entrare per primo come fosse stato lo sportello di una dannata carrozza! – sbottò lui, esasperato, - Anis si è offerto di portarmi in braccio dopo dieci minuti di marcia, e Chaku ha perfino steso il suo giubbotto su una pozzanghera! Dico, ma le vedete le mie gambe? Quella pozzanghera non avevo nemmeno bisogno di saltarla!
- Bill. – mormorò Anis, passandosi una mano sulla fronte a scacciare via il velo di sudore provocato dal caldo umido che, assieme all’insopportabile puzzo, rendeva l’aria quasi del tutto irrespirabile, - Stavo solo cercando di—
- Di fare cosa? – sbottò Bill, una mano sul fianco e le gambe semidivaricate, - Di proteggermi? La notizia del giorno è che non puoi. – si fermò a prendere fiato, abbassando lo sguardo e passandosi una mano sugli occhi. – Ragazzi, - riprese quindi, più pacatamente, - io non sono una principessa e voi non siete i miei cavalieri serventi. Se questa è una battaglia, per strana che sia, dobbiamo combatterla l’uno al fianco dell’altro.
Anis sorrise divertito, sbuffando appena ed avvicinandoglisi per baciarlo lievemente sulla fronte.
- D’accordo, allora. – annuì serio, - In marcia.
- Sì, però io ero stanco. – si lagnò Peter, borbottando a bassa voce ma alzandosi comunque in piedi.
- E piantala, Dio mio. – disse Patrick, sollevando gli occhi al soffitto scuro e gocciolante, - Sei la cosa più nana dell’universo eppure sprechi energie con una velocità inaudita. Sarà perché parli troppo?
- Be’, sei tu che mi hai portato qui per parlare, mi pare, no? – sibilò lui, lanciandogli un’occhiataccia offesa, - La prossima volta mi lasci dove sto, immerso nella comodità di casa mia.
- Mentre il mondo esplode. – concluse Patrick per lui, e poi si fermò all’improvviso, immobile, quasi annusando l’aria.
- Che ti prende? – chiese Peter, guardandolo storto, - Sei diventato un cane da tartufo? Un’evoluzione infinita.
- Ssht. – sbottò lui, tappandogli la bocca con una mano, - Sento arrivare qualcuno. Bushido! – lo chiamò agitato, - Passi.
- Li sento. – annuì l’uomo, voltandosi e spingendo con gesto casuale Bill dietro le ali aperte per metà. – Avvicinatevi.
- Non vi allarmate. – disse una voce da un tunnel vicino. I passi si fermarono istantaneamente. – Non voglio farvi del male.
- David. – mormorò Bill, impallidendo, - David! – ripeté a voce più alta, cercando di divincolarsi dalla stretta di Anis.
- Fermo, Bill! – lo rimproverò lui, tenendolo stretto, - Non sappiamo—
- Scusatemi. – mormorò David, apparendo finalmente all’imboccatura di un tunnel poco distante. Si appoggiava alla parete con una mano, c’era un grosso livido che si stava allargando attorno al suo occhio destro e in generale sembrava davvero poco fermo sulle gambe. – Vi giuro che non ho cattive intenzioni. Sono fuggito e ho bisogno di parlarvi.
- David! – continuò ad agitarsi Bill, quasi saltando sul posto, - Dov’è Tomi? Come sta?
- Come ci hai trovato? – chiese invece Anis, guardandolo duramente negli occhi.
David sorrise appena, stringendosi nelle spalle.
- Ho seguito la voce di Bill. – rivelò divertito. Anis non poté impedirsi di ridere, così come Patrick e Peter, mentre Bill arrossiva fino alla punta delle orecchie.
- Ok. – annuì Anis, richiudendo le ali e lasciando a Bill la libertà di muoversi prima e correre incontro a David subito dopo, - Cos’è successo?
David inspirò profondamente, appoggiandosi meglio alla parete e rabbrividendo al pensiero di quanto a lungo avrebbe dovuto rimanere là in piedi a spiegare quali coincidenze astrali e cosmiche l’avessero portato a trovarsi lì in quel momento, partendo praticamente dall’inizio della storia del mondo.
- Ecco, - disse quindi, - so che potrà sembrarvi assurdo, ma dovete credermi se volete uscire vivi da questa storia. Ogni duecento anni—
- Nascono due Prescelti che vengono affidati a un Guardiano e bla bla bla. – roteò gli occhi Peter, gesticolando mollemente, - Siamo già passati al livello successivo, Jost, dicci qualcosa che già non sappiamo.
Patrick si voltò a guardarlo inarcando un sopracciglio.
- Guardalo come si fa bello. – sbuffò infine, tirandogli uno schiaffetto sulla nuca, - Lascia parlare gli esseri divini, nano. – lo prese in giro con un ghigno divertito.
- David. – mormorò Bill, cercando il suo sguardo. Lui rispose immediatamente col proprio e si guardarono negli occhi per qualche secondo, prima di abbracciarsi stretti, dapprima timidamente, poi con convinzione sempre maggiore, finché il corpo esile di Bill non sembrò quasi scomparire contro il suo.
- Dio, Bill. – disse lui fra le lacrime, - Mi dispiace così tanto. Ho provato a— non lo so. Non so nemmeno io cosa ho provato a fare. Ho provato a proteggervi entrambi e non sono riuscito a salvare nemmeno uno di voi due.
- Io sono al sicuro, Dada. – disse Bill, sforzandosi di sorridergli, - Ma ho bisogno di sapere dov’è Tomi, io non sono nemmeno riuscito a salutarlo e non so cosa— devi dirmi dov’è Tomi, Dada, io devo andare da lui.
David sembrò quasi stupito dalla sua affermazione, e gli accarezzò una guancia, notando con la coda dell’occhio lo sguardo di Anis farsi improvvisamente lontano e triste.
- Sai cosa succederà, se tu e tuo fratello doveste unirvi. – gli ricordò a bassa voce.
Bill si morse un labbro, incerto.
- Io ho bisogno di vederlo, Dada. – insisté, - Almeno un’ultima volta.
David si inumidì le labbra, pensoso, prima di allontanarsi deciso.
- D’accordo. – disse quindi, - Bushido, ho bisogno di parlarti. In privato.
Anis aggrottò le sopracciglia, dubbioso.
- Come faccio a sapere che non è una trappola? – chiese.
- Non puoi saperlo. – rispose David con una scrollatina di spalle, - Mi segui e basta. – concluse, allontanandosi lungo lo stesso tunnel dal quale era venuto.
Anis inspirò profondamente, ma affidò Bill a Peter e Patrick, prima di seguirlo senza fare storie.
- Senti, non facciamola troppo lunga. – sbottò, incrociando le braccia sul petto, - Abbiamo ancora molta strada da fare, e—
- Non voglio interferire coi vostri piani, - disse lui, pratico, - ma prima di ogni altra cosa dobbiamo andare a recuperare Tom. – Anis distolse lo sguardo, le labbra piegate in una smorfia addolorata. - …lo senti anche tu, vero? – chiese David con un sorriso mesto, - Ha bisogno di lui. Sono spinti l’uno verso l’altro. È il karma, sono nati a questo scopo, è scritto nei loro corpi, nella parte più profonda di loro. – sbuffò una mezza risata, - È una cosa che nessuno di noi può cambiare. Capisco molto bene quello che provi.
Anis sollevò gli occhi nei suoi, schiudendo le labbra.
- Tu… - cominciò. Il sorriso di David si allargò appena, e lui si fermò immediatamente.
- Quello che pensiamo io e te, comunque, non cambia la sostanza delle cose. – sospirò stancamente, - I gemelli devono ricongiungersi, o sarà una tragedia.
Anis abbassò lo sguardo, annuendo quasi impercettibilmente.
- Lo so. – disse quindi, - D’accordo. – annuì ancora, sollevando nuovamente lo sguardo, - Quello che deve essere, sarà. Ma alle nostre condizioni.
David inarcò un sopracciglio, incerto.
- Cosa intendi? – chiese.
- Lo vedrai. – rispose, prima di tornare dal gruppo fuori dal tunnel, - Ragazzi. – li richiamò, - Bill. – disse, la voce più dolce, - Devo andare. Accompagno David a recuperare Tom. Voi precedeteci a casa del signor Kaulitz, non fermatevi per nessun motivo e se qualcuno vi segue scappate senza voltarvi mai indietro. – si voltò a guardare Patrick, fissandolo deciso negli occhi, - Ve lo affido. – disse.
- Anis. – sbuffò Bill, gonfiando le guance, - Non ho bisogno di—
- Bill. – lo interruppe lui, tirandoselo contro e baciandolo profondamente per zittirlo. – Obbedisci. – concluse, allontanandosi da lui con uno schiocco ed un sorriso debole.
Dopodiché, si voltò verso David, che nel mentre era riuscito, non senza fatica, a raggiungerli.
- Andiamo? – chiese l’uomo, cercando di reggersi sulla gamba sana.
- Appoggiati a me. – offrì Anis, porgendogli il braccio, - Andiamo a vedere che serratura apre questa chiave.
*
- Sarebbe questa la Santa Sede? – chiese Anis, osservando con aria critica il palazzo che aveva di fronte, - Me l’aspettavo più… non so. Colorata?
- Sì, magari con un neon sul tetto con sopra scritto “è qui la salvezza del mondo”. – sbuffò David, avvicinandosi ad un citofono dall’aria piuttosto malandata e guardandolo bene da ogni lato, come lo stesse studiando.
- È così tetra. – considerò Anis, una mano piantata sul fianco e le ali in lento e appena percettibile movimento dietro le sue spalle, come volesse tenerle ancora in movimento dopo il lungo volo che li aveva condotti fin lì. – È un cliché, tutte le sedi di organizzazioni segrete devono essere tetre e cadenti.
- Stai delirando. – annuì David. – Tienimi questo. – disse poi.
- Questo cosa? – chiese Anis. David strappò via il citofono dalla parete.
- Questo. – ripeté, porgendogli il pannello divelto.
- …oh. – annuì Anis, prendendo il pannello fra le mani e guardandolo con interesse. - …ma—
- Era tenuto su solo da una vite. – sospirò David, intuendo il motivo della sua curiosità, - Questa è l’entrata sul retro. Vedi qui? – chiese, indicando il minuscolo pannello di controllo che il citofono nascondeva, - Bisogna far passare il tesserino identificativo attraverso questa fessura, e poi digitare il proprio codice segreto. Ogni adepto ne ha uno esclusivo e personale.
- Adesso improvvisamente riesco a riconoscere i tratti tipici di un’organizzazione paramilitare. – sbuffò ironico Anis, inclinando appena il capo. – Hai il tesserino, sì?
- Naturalmente. – rispose David, estraendolo dalla tasca interna della giacca, - Ma non so se l’hanno già disattivato. La banca dati dell’Ordine è organizzata in modo da avere un sistema di ricerca molto rapido, in modo da poter disattivare quasi all’istante tesserini e codici di chiunque venga allontanato. Per questioni di sicurezza, sai. – concluse, scrollando le spalle.
Anis annuì, incrociando le braccia sul petto.
- Be’, non ci resta che provare. – propose. David annuì a propria volta, facendo scorrere il proprio tesserino all’interno della fessura e poi digitando velocemente il proprio codice d’accesso sulla tastiera poco più sotto.
La porta si aprì con un click piuttosto discreto, senza neanche dischiudersi davvero, tanto che Anis dovette spingerla per assicurarsi che il tesserino avesse funzionato davvero. Non cigolò nemmeno come entrambi si sarebbero aspettati, e lo spiraglio lasciava intravedere un corridoio illuminato e pulito, e fortunatamente deserto.
- Ha funzionato. – constatò David, incolore, chiedendosi se fosse il caso di entrare alla svelta e richiudersi immediatamente la porta alle spalle o temporeggiare ancora un po’.
- È un po’ strano, no? – chiese Anis, dubbioso, - Proprio in questo momento di grande allerta, dimenticano di disattivare il tuo tesserino?
- Hai ragione. – annuì lui con una smorfia frustrata, - Ma forse, proprio perché per adesso sono presi da altro, non hanno pensato a… - Anis inarcò un sopracciglio, e David sbuffò, incurvando le spalle con rassegnazione. – Lo so, è molto, molto probabile che sia una trappola. Ma anche se fosse, non abbiamo scelta, no?
- Be’, io ce l’ho. – ridacchiò Anis, sdrammatizzando, - Potrei prendere il volo e tornarmene da dove sono venuto.
David rise appena, tornando a sbirciare il corridoio.
- Se anche dovessi rimanere solo, proverei comunque ad entrare e salvarlo.
Anis lo guardò per qualche secondo, cercando disperatamente di non scoppiare a ridere, ma dovette cedere quando rischiò seriamente di morire soffocato, e gli batté una pacca complice sulle spalle.
- Quanto sei epico. – commentò, sghignazzando senza freni, - Mi piace. – concluse con un sorriso più sincero. – Diamoci una mossa, adesso.
*
- Questi sono gli alloggi per gli ospiti. – illustrò David, attraversando l’ennesimo corridoio con migliaia di porte da quando erano entrati all’interno dell’edificio, - È qui che vengono portati tutti gli esterni che, per un motivo o per l’altro, sono legati all’Ordine o devono restare all’interno della Santa Sede per qualche tempo. Però la zona sembra deserta. – considerò dubbioso.
- Il che dovrebbe suggerirci che forse Tom non è qui. – ipotizzò Anis, guardandosi intorno con aria scettica.
- Ma non c’è altro luogo in cui potrebbe essere. – rifletté David, abbassando lo sguardo ed accostandosi ad ogni porta per cercare di percepire qualche rumore proveniente da qualcuna delle varie stanze, - Tutto il resto dell’edificio è occupato dagli uffici e dagli alloggi delle scorte, non c’è altro luogo in cui Tom potrebbe—
- Il sangue di Bill. – disse Anis, fermandosi all’improvviso in mezzo al corridoio e tendendosi tutto come volesse allungarsi ad ingombrare l’intero ambiente, - Sento— sento il sangue di Bill.
- …senti il sangue di Tom, non quello di Bill. – lo corresse l’uomo, illuminandosi repentinamente, - È lo stesso, è ovvio che tu lo percepisca! Avrei dovuto pensarci io stesso! Dov’è?
Anis si guardò intorno con aria persa per qualche secondo, estremamente turbato da ciò che stava percependo. Era come se il suo stesso sangue stesse ribollendo, smaniando all’idea di sfuggirgli dalle vene per unirsi a quello di Bill, dovunque fosse. Non era un particolare odore nell’aria, o un suo particolare sapore, non era una sensazione tattile né uditiva, era la sorda consapevolezza di quel sangue vivo presente da qualche parte intorno a loro.
Chiuse gli occhi e mosse qualche passo lungo il corridoio, fino a fermarsi davanti ad una porta apparentemente uguale a tutte le altre. Quando la spalancò, Tom – che fino a quel momento era rimasto immobile seduto sul letto – scattò in piedi, andando a rifugiarsi nell’angolo più distante da loro, in fondo alla stanza.
- …tu! – disse, quando l’ebbe riconosciuto, - Dove hai portato mio fratello?! È solo colpa tua!
- Tom, io non ho nessuna colpa di quello che sta succedendo. – cercò di spiegargli Anis, tendendo le mani in avanti come a volergli dimostrare di essere disarmato, e pertanto inoffensivo. – Io voglio solo che—
- Tom! – lo chiamò a gran voce David, spingendo Anis da parte perché le sue ali non lo intralciassero e correndo verso di lui. Al solo vederlo apparire, tutto il corpo di Tom si contrasse e poi si tese immediatamente, e il ragazzo deglutì con forza, dandosi lo slancio per scattare in avanti, e atterrare direttamente fra le sue braccia.
- Cristo. – singhiozzò, aggrappandosi convulsamente alla sua maglietta, - Cristo, Dada, come hai potuto farmi questo? Io sono sempre stato sincero con te.
- Lo so, Tom. – lo consolò lui, accarezzandogli lentamente i capelli ed il collo, - È stata tutta colpa mia, avrei dovuto dirti che— insomma, avrei dovuto dirti ogni cosa.
Tom lo guardò negli occhi, mordendosi un labbro. Non piangeva, anche se evidentemente ne aveva voglia, e David si ritrovò a dirsi che era così fiero di lui che al solo pensarci si sentiva quasi scoppiare il cuore dall’orgoglio.
- Tutto quello che credevo di sapere era una menzogna. – disse il ragazzo, incredibilmente lucido, - Anche l’amore che provo per Bill… è una menzogna anche quella.
- Non lo è, Tom. – scosse il capo David, poggiandogli una mano sul viso ed accarezzandogli una guancia col pollice, in piccoli cerchi, - Se lo senti, è reale. Solo ciò che senti lo è, tutto il resto— è tutto il resto ad essere falso.
Tom affondò con maggior forza i denti nel proprio labbro inferiore, stringendo le mani attorno al tessuto sgualcito della sua maglietta.
- David, tu non capisci, io—
- Merda. – li interruppe Anis, richiamando la loro attenzione, - Sembra che dovremo rimandare le confessioni a cuore aperto ad un altro momento.
- Sei sempre stato intraprendente, David. – commentò Larsen con un sorriso di scherno, apparendo sulla soglia della porta circondato da militari armati, - Ma mai davvero brillante. Avrei dovuto immaginare fin dall’inizio che avresti combinato un disastro, eppure scioccamente mi sono voluto fidare del mio intuito, nonostante i saggi mi avessero consigliato altrimenti. Certi errori si pagano, ed io probabilmente ho costretto il mondo intero a pagare per la mia presunzione, ma il vostro viaggio finisce qui. Non riuscirete a portare il Prescelto fuori da quest’edificio.
- Larsen. – ringhiò David, stringendosi contro Tom come a volerlo proteggere col proprio stesso corpo, - Ho lasciato che me lo portassi via una volta, ma non ti permetterò di farlo ancora.
- Idioti. – li interruppe Anis, stringendo i pugni lungo i fianchi ed aprendo le ali solo per metà, - La divinità ce l’avete qui, sotto gli occhi, eppure parlate come se foste due eroi. – si voltò appena verso David, richiamando la sua attenzione con un cenno del capo. – Tu e Tom qui mi intralciate. Per combattere questa gente ho bisogno di lasciarmi andare, e non posso farlo se so di dover proteggere voi due. E Bill non è qui, se dovessi perdere il controllo non so se riuscirei a recuperarlo senza sentire la sua voce.
- Sì, be’, grazie, anche io preferirei essere in vacanza su qualche isola tropicale! – protestò David, stringendosi maggiormente contro Tom mentre i militari si avvicinavano lentamente, con cautela, per evitare di spaventarli troppo, - Ma purtroppo sono qui, perciò trova un modo per risolvere la situazione.
- È facile per te parlare! – protestò lui, mentre Larsen sogghignava soddisfatto a qualche metro di distanza, le braccia incrociate sul petto, - Non è sicuro, non posso combattere finché— - si interruppe, guardando il vuoto per qualche secondo prima di lasciarsi andare ad un sorriso furbo. - …finché siete qui. Ma non ci resterete per molto. – concluse, e così dicendo si voltò repentinamente verso di loro, facendosi scudo con le proprie ali. – Reggetevi! – urlò quindi, afferrandoli entrambi per le spalle ed assicurandosi che avessero fatto girare le braccia attorno alla propria vita prima di scaraventarsi contro l’enorme vetrata sulla parete di fronte a lui come un proiettile impazzito, infrangendola e proteggendo David e Tom con le proprie ali dalle schegge di vetro mentre si librava appena nel cielo di Berlino prima di gettarsi in picchiata verso la strada ai piedi dell’edificio.
- Merda! – urlò Larsen, - Di sotto, di sotto!
Anis lo sentì ed accelerò il proprio volo, ritrovandosi in pochi secondi abbastanza vicino alla strada da poter lasciare andare David e Tom, rimanendo a volteggiare a mezz’aria.
- Scappate. – disse, - Troviamoci—
- No. – lo interruppe David, prendendo Tom per mano mentre il ragazzo si irrigidiva al solo tocco delle sue dita, - Quando avrai finito, precedici. Io e Tom arriveremo attraverso le fogne, abbiamo— - si voltò a lanciargli uno sguardo incerto, e Tom fissò il proprio altrove, mordendosi l’interno di una guancia. – Abbiamo bisogno di parlare. – concluse.
Anis annuì, sollevandosi in volo senza aspettare un minuto di più. Una volta rientrato all’interno dell’edificio attraverso la finestra che aveva sfondato, vide che solo Larsen era rimasto all’interno della stanza, e pregò perché David e Tom fossero riusciti a nascondersi in tempo per non farsi trovare dai militari.
- Sapevo che saresti tornato, fenice. – lo salutò Larsen con un cenno del capo ed un sorriso, - Mi sorprende l’ostinazione con la quale continui a batterti contro un destino già scritto. – commentò con stupore non simulato, - Ciò che deve accadere accadrà comunque, e questo tu lo sai, lo senti, non può essere diversamente, vista la tua natura. Non puoi vincere questa battaglia, fenice. Semplicemente non puoi.
Anis sorrise, sollevando una mano e lasciando fluire l’energia fino a vedere rosso e sentir bruciare ogni centimetro del proprio corpo.
- Forse no. – disse quindi, sorridendo divertito, - Ma posso farti dannatamente male nel mentre.
*
- Forse – provò David, voltandosi indietro a guardare e tendendo le orecchie per cercare di captare anche il più minuscolo suono di passi, - Forse possiamo fermarci un po’. – ansimò pesantemente, rallentando la corsa fino a fermarsi e piegandosi su se stesso, poggiando le mani sulle ginocchia e provando ad inspirare ed espirare con calma. – Devono aver smesso di seguirci, li avranno richiamati indietro alla Santa Sede. – ipotizzò incerto, osservando con la coda dell’occhio Tom infilarsi rapidamente in una rientranza del tunnel e poi sedersi sul pavimento, la testa fra le mani. Lo seguì, sedendosi al suo fianco e fissando di fronte a sé, concedendosi solo raramente il lusso di lanciargli un’occhiata, giusto per controllare che fosse ancora lì con lui.
- Questa cosa è così assurda. – mormorò Tom, gli occhi fissi sul pavimento lurido, - Sembra uno di quei documentari di History Channel, uno di quelli in cui qualche pazzo raduna un gruppo di deficienti e poi li porta in una casupola abbandonata nel mezzo della giungla selvaggia e li convince a suicidarsi bevendo pipì di scimmia o chessò io.
- Tom, dubito fortemente che la pipì di scimmia sia mortale. – disse lui, inarcando un sopracciglio dubbioso.
- Non è quello il punto! – sbottò Tom, voltandosi a guardarlo con aria offesa, - Hai capito cosa intendevo.
David sorrise, sollevando un braccio ed avvicinando una mano alla sua testa, ma la ritrasse immediatamente, come si fosse scottato. Tom se ne accorse, ed una delle sue mani scattò ad afferrarlo per il polso, conducendo la sua mano finché non giunse dove voleva arrivare fin da principio.
- Toccami. – disse, e chiuse gli occhi mentre David lo accarezzava piano, - Cioè… - aggiunse con evidente imbarazzo, - puoi farlo. Non mi arrabbierò più.
- …Tom, io—
- Io – lo interruppe Tom, stringendo con più forza le dita attorno al suo polso, quasi guidandolo in una carezza più lenta e morbida lungo il suo collo, - Io sono sempre stato innamorato di Bill. – confessò a mezza voce, - Fin da quando riesco a ricordare, capisci? Per me, nel mondo intero, non c’era altro. Era come se fossi nato solo ed esclusivamente per… riuscire a stare con lui, un giorno. E per quanto fosse assurdo— Dio, in fondo è di mio fratello che stiamo parlando. Ma per quanto fosse assurdo io pensavo davvero che alla fine sarei riuscito a vincerlo. Come un principe o un eroe dei cartoni animati, non lo so.
David se lo tirò contro, facendogli spazio fra le gambe e lasciandolo appoggiare con la schiena al suo petto.
- Be’, non hai ancora perso le speranze, no? – cercò di dargli coraggio, appoggiando il mento sulla sua spalla e trattenendosi a stento dall’inspirare con forza il suo odore. – Magari alla fine nonostante tutto la principessa—
- No, ecco. – rise Tom, scuotendo il capo, - Lo vedi che non capisci? Io non sono un principe e Bill non è una principessa e non è neanche l’unica cosa esistente nel mondo. – spiegò con decisione, - È una delle tante cose che mi piacerebbe salvare, ma non è l’unica. È una delle tante cose che ho, ma non è l’unica. Lui non… - inspirò profondamente, guardando fisso di fronte a sé nel buio del tunnel , - lui non è tutto il mio mondo, non è l’unica cosa che posso sperare di ottenere dalla mia vita. Non è la ragione per cui esisto. Io sono la ragione per cui esisto.
David sorrise, percependo chiaramente il brivido che corse lungo il collo e la schiena di Tom non appena sentì il suo sorriso premere contro la pelle.
- Sei cresciuto così tanto. – disse dolcemente, - Quando è successo?
- Mentre non guardavi. – rispose lui, - O mentre fingevi di ascoltarmi per ripetermi la lezioncina preimpostata che ti aveva insegnato Larsen, forse.
- …Tom, io non—
- Lo so. – lo fermò con un sospiro, chiudendo gli occhi e rilassandosi di nuovo contro il suo petto, - So che posso fidarmi di te, in qualche modo so che potevo farlo anche prima, solo che… se solo tu mi avessi ascoltato meglio, quando venivo a parlarti, avresti capito che…
David si tese immediatamente, e la tensione dei suoi muscoli sembrò quasi passare direttamente in quelli di Tom, che si tesero tutti a propria volta.
- Che…? – lo invitò a proseguire, la voce incerta.
- Che io non ho mai… - deglutì Tom, rifiutandosi di guardarlo, - che io non ho mai visto quante altre possibilità avevo. Ed era per questo che le rifiutavo a priori.
David deglutì a fatica, stringendo impercettibilmente la presa attorno alle sue spalle larghe ma esili – così esili, come quelle di suo fratello, spalle che non dovrebbero mai portare pesi simili, spalle che non avrebbero mai dovuto portare pesi simili se solo lui avesse potuto prendersene cura, in una situazione diversa, in un mondo diverso, in una vita diversa – per poi lasciarlo andare quasi di scatto e rimettersi in piedi.
- Dovremmo riprendere il viaggio. – disse, ricominciando a camminare senza voltarsi a guardarlo. Se l’avesse fatto, avrebbe visto Tom restare seduto qualche secondo in più di lui, la bocca dischiusa e gli occhi persi sulla sua figura familiare, inumidirsi le labbra come volesse provare a dire qualcosa e poi lasciare perdere, abbassando lo sguardo e rimettendosi a propria volta in cammino.
*
L’espressione del viso di Jörg Kaulitz, nell’aprire la porta e trovarsi di fronte Bill accompagnato da Patrick e Peter, non era riuscita a mascherare il suo stupore profondo nonostante la signora Silvia l’avesse avvisato immediatamente via mail del loro imminente arrivo. Era rimasto immobile, una mano sullo stipite e l’altra sulla porta, osservandolo come fosse la prima volta che gli posava gli occhi addosso, cosa che ovviamente non era possibile, essendo Bill rimasto quasi continuamente in tv, in radio e su svariati cartelloni pubblicitari in giro per tutta la Germania prima e tutto il mondo poi, per la gran parte dei suoi ultimi cinque anni di vita.
- …entrate. – aveva detto quindi, ritrovando compostezza e schiudendo l’uscio per lasciarli passare, - Sono stato avvertito della vostra situazione. Qui sarete al sicuro, nessuno sa dove mi trovo.
Bill s’era guardato intorno con aria incerta, mentre Patrick ispezionava prudentemente l’abitazione e Peter si dirigeva spedito in cucina incaricandosi – senza che nessuno gliel’avesse chiesto – di preparare da mangiare per tutti.
- Be’… ciao. – aveva detto quindi, voltandosi a guardarlo e sorridendogli un po’. – Non ci vediamo da tanto.
Jörg sorrise a propria volta, avvicinandosi quasi con cautela.
- Da troppo. – lo aveva corretto, - Posso abbracciarti? L’ultima volta che l’ho fatto eri così piccolo che mi stavi quasi in una mano.
Bill aveva ridacchiato imbarazzato, spostando il peso da un piede all’altro e scostando dal viso una ciocca di capelli.
- Puzzo da morire… - si era giustificato, stringendosi nelle spalle.
- Al momento è l’ultima cosa che m’importi. – aveva insistito Jörg, avvicinandosi di un altro passo.
- Ma non pensi che sarà strano? – aveva continuato Bill, agitandosi appena, - Voglio dire, è— io non ricordavo nemmeno il tuo volto, e—
- Bill. – lo aveva interrotto suo padre, fermandosi a pochi centimetri da lui, - Posso abbracciarti?
Bill gli aveva sollevato addosso uno sguardo perso e colmo di lacrime, e s’era morso un labbro.
- Sì. – aveva risposto, annuendo debolmente, - Sì, ti prego. Fallo.
Suo padre l’aveva stretto a lungo, immobile in mezzo all’ingresso, le sue mani grandi serrate attorno alle sue spalle ed il petto ampio contro cui nascondere il viso. Bill amava pensare di essere riuscito a venire su perfettamente anche se suo padre non era stato che una presenza fugace assente in quasi tutti i momenti veramente importanti della sua vita, ed era vero, ma stretto fra le sue braccia non poteva impedirsi di realizzare quanto intensamente una presenza simile gli fosse mancata, e quanto forse sarebbe stato tutto più facile se lui ci fosse stato più spesso. Se gli fosse stato permesso di esserci più spesso.
Jörg lo aveva presto condotto al piano di sopra, all’interno di una stanza quasi del tutto sgombra ma con una brandina approntata alla bell’e meglio sotto la finestra, le lenzuola pulite e già ripiegate su un angolo, pronte ad accoglierlo.
- Riposati. – gli aveva detto, stringendogli una spalla fra le dita con aria rassicurante, - Le prossime ore non saranno semplici, per te.
- Non posso dormire… - aveva risposto lui, inquieto, - Come faccio se succede qualcosa?
- Non succederà niente. – l’aveva rassicurato Patrick, passando davanti alla porta e sorridendogli deciso, - Veglieremo noi su di te. E quando ti sarai svegliato, il nano di sotto avrà finito di preparare cene per due eserciti, e potrai ingozzarti come devono fare tutti i ragazzini della tua età.
- Fler! – l’aveva chiamato Peter dal piano terra, - Allora, queste patate non si peleranno certo da sole!
- Arrivo… arrivo! – aveva sospirato lui, scendendo velocemente le scale. Bill aveva ridacchiato piano, gli occhi già pesanti, e suo padre l’aveva baciato dolcemente su una tempia prima di chiudere la porta e lasciarlo solo.
*
Si risvegliò molte ore dopo. Fuori dalla finestra, il sole stava per tramontare, e tutta la stanza era immersa in una nuvola di luce aranciata che rendeva i contorni delle cose molto più scuri e irreali di quanto non fossero. Anis stava seduto sul letto accanto a lui, le ali chiuse e ripiegate in modo da non dargli troppo fastidio, e gli accarezzava i capelli. Dalle sue scapole, il sangue scendeva lungo le braccia in rivoli sottili sempre vivi. Aveva macchiato tutte le lenzuola.
- Ho combinato un disastro. – disse sorridendo, - Tuo padre mi massacrerà.
- Anis! – lo chiamò lui, scattando a sedere e gettandogli le braccia al collo, - Dio… sei ferito? Quando sei arrivato?
- Calmati… - rise lui, stringendolo alla vita, - Non sono ferito, e sono arrivato una mezz’oretta fa.
- E perché non mi hai svegliato? – chiese lui, sbuffando platealmente, - Avrei potuto—
- Volevo restare un po’ solo col tuo bel visino senza la compagnia del tuo fastidioso chiacchiericcio. – rispose lui ridendo e guadagnando in risposta uno scappellotto sulla nuca, - Tu stai bene?
- Ma certo che sto bene, non ho due ali che mi spuntano dalle scapole, io. – sbottò Bill, gonfiando le guance ed incrociando le braccia sul petto. Le sciolse immediatamente, però, tornando ad accucciarsi contro di lui il secondo successivo, - Dov’è David? – chiese preoccupato, mentre Anis tornava ad accarezzargli i capelli.
- Tuo fratello era un po’ scosso, - rispose lui, - ha chiesto un po’ di tempo da soli. Dovrebbero essere in arrivo nel giro di un’ora, immagino.
Bill annuì, deglutendo a fatica prima di fare la domanda successiva.
- Larsen? – si rassegnò a chiedere infine, stringendo le mani a pugno attorno alla maglietta sporca e stropicciata di Anis.
- Morto. – rispose lui, gelido. – Mi dispiace.
Bill sospirò, allontanandosi di qualche centimetro.
- Immagino andasse fatto. – rispose, - Ci sono un sacco di cose che vanno fatte, ancora.
Anis gli accarezzò lentamente una guancia, lasciando sulla sua pelle una traccia di rosso già un po’ sbiadita.
- Ti ho—
- Non importa. – lo interruppe Bill con un sorriso.
Anis sospirò, chinandosi a baciarlo lentamente sulle labbra.
- Bill, io non devo dirti proprio niente. – disse quindi, poggiando la fronte contro la sua, - Quello che devi fare lo sai già.
Bill rise amaramente, sporgendosi a catturare le sue labbra in un altro bacio appena accennato.
- In realtà no. – rispose, - So quello che dovrei fare, ma non è esattamente la stessa cosa.
- No, non lo è. – annuì Anis, scivolando sul materasso fino a poterlo stringere più disinvoltamente fra le braccia. – Mi mancherai. – disse, baciandogli la fronte, le guance, la punta del naso, - Mi mancherai da morire.
- Non sai quello che farò. – disse Bill, stringendosi a lui e chiudendo gli occhi, - Non sai se andrò da Tomi.
- Saresti così irresponsabile? – chiese lui, lasciandogli scivolare la maglia sopra la testa.
- Non lo so. – sospirò Bill, agevolando i suoi movimenti sollevando le braccia, - Non mi sono mai ritrovato in una situazione simile, prima d’ora. – aprì gli occhi all’improvviso, piantandoli nei suoi. Erano lucidi, ma incredibilmente brillanti e presenti. – Posso solo giurarti che, qualsiasi decisione prenderò, la prenderò con la certezza che non dovrò pentirmene.
Anis sorrise, stendendolo sul materasso e sfibbiandogli i pantaloni. Bill sollevò il bacino per agevolarlo mentre glieli lasciava scorrere lungo le gambe, e sorrise divertito, sistemandosi meglio contro il cuscino e schiudendo le cosce per accoglierlo meglio quando lui si liberò celermente dei propri abiti, strappandosi letteralmente di dosso la maglietta ormai ridotta quasi a brandelli.
- Cos’è quel sorrisetto? – chiese Anis, chinandosi su di lui e sfiorandogli le labbra con un bacio, - Sei un ragazzino impertinente.
- Anis, cosa stiamo facendo? – rise lui, sollevando le braccia ed allacciandolo al collo per tenerlo più vicino possibile a sé, - Di fuori c’è la fine del mondo e noi scopiamo?
Anis rise a propria volta, sfiorando la sua apertura con la punta della propria erezione e baciandolo profondamente, quasi a distrarlo, nel momento in cui entrò dentro di lui con una spinta secca.
- Non riesco ad immaginare momento migliore. – rispose divertito, mentre Bill rideva ancora fra le sue labbra.
Accarezzò con devozione ogni centimetro del suo corpo, senza smettere di baciarlo neanche per un secondo. La sua mano scese lenta lungo il suo fianco, pressandosi per bene contro la sua pelle, come a voler lasciare l’impronta dei propri polpastrelli. C’era così tanto sangue sulle lenzuola, così tanto sangue sul suo corpo che cadeva come pioggia su quello di Bill. Minuscole gocce di ciò che c’era di più profondo in lui, della sua vita stessa, scivolavano lentamente lungo i suoi fianchi, lungo le sue braccia, e si posavano sui fianchi e sulle braccia di Bill, sul suo viso, sul suo ventre, scendendo giù fino a disegnare sul materasso la sagoma sottile del suo corpo. Anis sperò che quello potesse essere un modo come un altro di dargli forza. La sua forza. Sperò di riuscire a trasmettergliela, anche solo in parte, almeno così.
Quando sentì di essere vicino all’orgasmo, mormorò il suo nome fra le labbra e lo tirò su da sotto le ascelle, come un bambino piccolo, sistemandoselo in grembo e spingendosi con forza dentro di lui. Bill piangeva e rideva e gli sussurrava che lo amava da morire, e si aggrappò con forza alle sue spalle, in preda alle vertigini, quando lo sentì venire dentro di sé spalancando le ali, brillanti e rosse e gialle come lingue di fuoco, e pochi secondi dopo venne a propria volta nella stretta decisa delle sue dita.
- Sei così bello. – singhiozzò Bill contro la sua spalla, le mani imbrattate di sangue e gli occhi chiusi con tanta forza da sembrare due fessure bistrate di nero ormai quasi sbiadito, - Sei bellissimo e io ti amo così tanto. – pianse ancora, incapace di controllare le risate che continuavano a scuoterlo tutto, tanto che Anis non riusciva proprio a capire se fosse disperatamente felice o disperatamente triste, o fosse semplicemente impazzito del tutto. – Sono felice che tu sia mio, Anis, sono così felice che tu sia mio.
Anis gli ravviò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, baciandolo su una tempia e richiudendo le ali attorno al suo corpo.
- Anche io sono felice di essere stato tuo, Bill. – sussurrò piano, cullandolo dolcemente. Bill non rispose, e si limitò a stringerlo con più forza, cercando di imporsi di smettere almeno di piangere.
*
- Sta per arrivare un temporale. – disse Patrick, passando l’insalata di patate a Jörg, - Gradisce?
- Come fai a dirlo? – chiese Peter, mentre il signor Kaulitz riempiva abbondantemente il proprio piatto e poi faceva girare l’insalatiera attorno al tavolo, - Non hai nemmeno guardato di fuori.
- Lo sento, no? – scrollò le spalle lui in risposta, mangiando lentamente, quasi con attenzione.
- L’evoluzione procede, ora mi diventi un cane. Perché non lo sei diventato quando eravamo nelle fogne e quel terremoto ha buttato giù mezzo tunnel rischiando di schiacciarmi mentre cercavo di salvare Bill da morte certa? Avresti potuto percepirlo in anticipo ed avvertirmi.
- Tu sei un deficiente. – lo apostrofò Patrick, tirandogli uno scappellotto sulla nuca mentre Anis ridacchiava sommessamente e Bill restava trincerato nello stesso silenzio quasi autistico che l’aveva accompagnato da quando lui ed Anis erano scesi dal piano di sopra per unirsi alla cena, - Non sto diventando un cane, è solo che riesco a sentire l’acqua che si avvicina. Guarda. – disse quindi, sollevando una manica della felpa. La pelle del suo braccio era ricoperta di minuscole goccioline simili a condensa. – Toccala pure.
- Sarà mica velenosa? – chiese Peter, osservando curiosamente le goccioline mentre alcune di esse si gonfiavano e scivolavano lungo la linea curva del suo avambraccio, inumidendo la tovaglia sotto.
- È acqua, cretino. – sbottò Patrick, sfiorando le goccioline con un dito e ficcandoglielo in bocca per dimostrargli senza ombra di dubbio la verità delle proprie affermazioni. – Visto?
- …ma tu sei tutto scemo! – strillò Peter, tirandogli un mezzo pugno nel centro della fronte, - No, dico, e se fosse stata velenosa? Mi avresti ammazzato senza un ripensamento!
- Ma sapevo che non lo era! – obiettò Patrick, gesticolando animatamente con una mano e massaggiandosi la fronte con l’altra, - Pensi che avrei messo a rischio la tua vita in questo modo?
- Be’, nelle fogne non mi hai avvertito del terremoto in avvicinamento, quindi sì. – considerò lui, incrociando le braccia sul petto.
- Sono un dragone, non una talpa! – precisò Patrick, esasperato, - Sento i movimenti dell’acqua, mica quelli della terra!
Sul sottofondo del loro litigio, Anis si voltò a guardare Bill e, trovandolo incupito, smorzò il sorriso che gli piegava le labbra.
- Ehi. – lo chiamò piano, lasciando scivolare una mano sopra la sua. Era ghiacciata. Tentò di scaldarla. – Ehi, Bill.
Lui non diede segno di averlo sentito, ed Anis si voltò a cercare Jörg con gli occhi. L’uomo ricambiò il suo sguardo e si ripulì velocemente le labbra con un tovagliolino, prima di chinarsi a poggiare la propria mano sulla spalla di Bill, scuotendolo lievemente.
- Bill, è tutto a posto? – chiese. Bill sollevò gli occhi nei suoi, guardandolo con aria persa, come si fosse svegliato solo in quel momento.
- Ho bisogno di sapere dov’è Tomi. – disse, senza rispondere alla domanda, mentre la mano di Anis si allontanava dalla sua, - Sono inquieto, non riesco a capire dov’è.
- In genere ci riesci? – gli chiese Jörg con un sorriso indulgente. Bill si strinse nelle spalle.
- Non è che sappia sempre individuare le coordinate esatte del luogo in cui si trova, - rispose incerto, - ma riesco quasi sempre a sentire che è lì, da qualche parte. È una certezza che mi consola. Adesso però lo sento così lontano e trasparente, come si stesse volatilizzando… - sollevò una mano e la guardò a lungo da ogni lato, quasi si aspettasse di vederla diventare trasparente sotto i suoi stessi occhi. – Sta vacillando, riesco a sentirlo.
- Cosa sta vacillando? – chiese Jörg, inarcando un sopracciglio.
- Non lo so… - sospirò Bill, tornando ad abbassare la mano, - Lui. Io. Quello che siamo. – inspirò profondamente, come stesse provando un dolore troppo forte e temesse di non riuscire più a respirare, - Non mi sono mai sentito così, mi si spezza il cuore.
Il borbottio di Peter e Patrick si fece sempre più basso, fino a scomparire del tutto. Anis, immobile al fianco di Bill, si stava mordendo l’interno una guancia con tanta forza da sentire il sapore del sangue sulla lingua.
- Bill— - provò a chiamarlo suo padre, ma Bill scattò in piedi come se l’avessero sfiorato con un tizzone ardente.
- Lui l’aveva promesso. – mormorò fra sé assente, come si trovasse in un altro luogo e in un altro tempo, - Noi non ci saremmo disintegrati. Ed invece sta succedendo, e io non so dov’è. E non potrò salutarlo. E il mondo finirà senza che io possa toccarlo ancora e— - si piegò su se stesso, ansimando disperatamente e portando una mano alla gola, - Non riesco a respirare.
- Bill. – scattò subito in piedi Anis, e fu al suo fianco in meno di un secondo. – Bill, cosa—
- Stammi lontano, non mi toccare! – strillò lui in un rantolo esausto, - Non respiro, non respiro, devo— devo uscire!
- Bill, fermati. – disse Patrick, frapponendosi fra lui e la porta, - Può essere pericoloso, fuori.
- Devo uscire. – ripeté lui, muovendosi a fatica, appoggiandosi ai mobili, - Ti prego, lasciami uscire. Devo farlo.
Patrick cercò gli occhi di Anis, e quando li trovò vi lesse la consapevolezza di un momento che stava cercando stupidamente di ritardare all’infinito, nonostante sapesse che prima o poi sarebbe arrivato.
- Lascialo andare. – disse piano, - Credo sia ora.
Patrick si scostò dall’uscio, mentre Peter gli si affiancava e si preparava a seguire Bill dovunque fosse andato, come sembrava intenzionato a fare anche Anis stesso, assieme al signor Kaulitz. Bill schiuse la porta ed uscì fuori dall’abitazione, lanciando un’occhiata stanca al cielo scuro e gonfio di nuvole e pioggia. Rimase col naso puntato per aria finché non sentì le prime gocce bagnargli la pelle, e allora chiuse gli occhi e sorrise sereno, come improvvisamente sollevato da un peso.
- Eccoti… - mormorò a bassa voce, restando immobile.
Anis, dietro di lui, aggrottò le sopracciglia e venne presto catturato da un movimento appena percettibile delle spighe nel campo ad un paio di decine di metri da loro. Spalancò gli occhi quando riuscì ad identificare le sagome delle due persone che si stavano avvicinando.
- È Tom. – mormorò Jörg, riconoscendo il figlio, - Con Jost.
David corse velocemente fino a loro, fermandosi solo quando li ebbe raggiunti.
- Sta accadendo. – disse trafelato, - Metà rete fognaria è completamente distrutta, la città sta collassando su se stessa. Ben presto tutto il resto del mondo la seguirà a ruota, se non… - si voltò indietro, cercando Tom con una mano, e non si stupì poi così tanto quando vide che il ragazzo s’era fermato parecchi metri più indietro, perfettamente di fronte a Bill. Una crepa si aprì nel terreno nei pochi centimetri che li separavano, e s’allargò velocemente al punto da creare un piccolo cratere quasi perfettamente circolare, costringendo entrambi ad indietreggiare prudentemente.
- Tomi. – mormorò Bill, incerto. Gli tremavano le labbra.
- Lo so. – rispose lui, irrigidendo le braccia lungo ai fianchi per resistere all’impulso di lasciarle scattare a stringerlo, - Bill, tutto questo non è reale. – disse piano, - È una cosa che ci hanno messo in testa.
- Tomi, nessuno mi ha messo in testa un accidenti di niente! – disse lui, gli occhi che si riempivano di lacrime, - Ho il cuore che scoppia, non mi sono mai sentito così! Mi fa male tutto!
- Billi, ti prego. – cercò di fermarlo Tom, la voce rotta. A qualche metro di distanza, Anis cominciò a respirare con fatica sempre maggiore, mentre Patrick si voltava a guardarlo con aria spaventata.
- Cosa gli prende? – chiese Peter, incerto. Gli occhi di Patrick brillarono di un azzurro più intenso che mai, solo per un secondo.
- Sta cambiando. – rispose a mezza voce.
- Tomi, questo sta succedendo. – disse Bill, allargando le braccia come a comprendere in un solo gesto la rovina dell’intero pianeta, - Non è un’invenzione e non è un’illusione, sta crollando tutto e noi dobbiamo—
- Noi dobbiamo – sorrise Tom, guardandolo dolcemente negli occhi, - fare solo ed esattamente quello che vogliamo.
Bill si morse un labbro. Dietro di lui, a qualche metro, Anis inspirò ed espirò a fatica un’ultima volta e poi schiuse le ali all’improvviso, tanto che tutti coloro che aveva intorno per poco non ne furono colpiti.
- Cosa— - mormorò Jörg, caduto per terra nel cercare di evitare le ali di Anis, rialzandosi in piedi per seguirlo, - Dove sta andando? Bushido! – lo richiamò, ma David lo fermò piantandogli una mano sul petto ed osservando il suo movimento lento e deciso con curiosità e paura.
- Billi, tu per cosa vivi? – chiese. Suo fratello dischiuse le labbra, pronto a rispondere con la prima cosa che gli fosse venuta in mente – il suo nome – ma Tom lo fermò con un gesto deciso. – Hai vissuto tutta la tua vita per salvare il mondo? Per— per venire via con me chissà dove, per sparire per sempre, per diventare un dio? – sospirò, - Io no. Io ho vissuto perché mi piacevano le ragazze, perché volevo diventare famoso, perché volevo suonare in tutto il mondo, perché ti amavo da impazzire, Billi, ma non volevo scomparire, non volevo che amarci fosse un obbligo. Ho vissuto per la mamma, ho vissuto per i miei meravigliosi sandwich, per la pizza, per la Wii, ho vissuto perché volevo essere felice, ho vissuto perché volevo essere.
Lentamente, di fronte a lui, Bill si mise a piangere, in silenzio.
- Tomi… - singhiozzò piano. – Io non—
- Se tu hai vissuto tutta la tua vita per scomparire oggi, Bill, se hai vissuto per scomparire assieme a me, io ti seguirò, perché ti amo, perché sei mio fratello e perché voglio che tu sia felice. Ma se non è per me che hai vissuto fino ad adesso, non è nemmeno per me che devi morire.
Bill deglutì a fatica, le labbra tanto strette da sembrare un’unica linea dritta a tagliargli il volto, come una ferita. Mosse un passo in avanti verso il cratere che lo separava da suo fratello, poi ancora un altro, e poi le sue labbra si schiusero, ed i suoi occhi tornarono asciutti.
- Scusami. – sussurrò pianissimo, prima di voltarsi repentinamente. Anis era lì, a qualche passo da lui, braccia ed ali dischiuse.
- Bill. – lo chiamò, la voce rotta, - Ti prego. – anche se non avrebbe saputo nemmeno lui dire per che cosa lo stesse pregando.
Bill sorrise, muovendosi verso di lui prima lentamente, poi sempre più velocemente, fino a correre. Quando si lanciò fra le sue braccia, lo fece con una forza tale che Anis quasi vacillò.
- Io ti amo. – disse, lasciandosi sollevare in volo mentre si protendeva a baciarlo sulle labbra, - Ti amo da morire e sono tuo ed ero tuo e sarò tuo, qualunque cosa succederà. La mia metà della mela sei tu.
Anis gli sorrise, stringendolo a sé e richiudendo le ali attorno al suo corpo. La terra tremò con violenza appena i piedi di Bill se ne allontanarono, e il cielo di aprì in uno squarcio luminoso di fulmini e tuoni assordanti nel momento esatto in cui dai loro corpi si sprigionò una luce talmente abbagliante da investirli tutti e costringere gli altri a chiudere gli occhi e schermarsi il viso, per non esserne accecati.
Scomparve solo molti secondi dopo, assieme al brontolio sempre più soffuso della terra e del cielo. Quando David riaprì gli occhi – per primo rispetto a tutti gli altri – vide che le crepe e i crateri che avevano martoriato la terra fino a pochi secondi prima erano del tutto scomparsi, così come i nuvoloni che appesantivano il cielo. Stelle e luna rischiaravano appena l’ambiente, Patrick era tornato normale sotto lo sguardo allucinato di Peter e Tom era seduto per terra da solo, con gli occhi spalancati, a pochi metri dal punto in cui Bill ed Anis erano scomparsi.
Sentì l’impulso di ridere, e non riuscì a trattenerlo.
- Lo sapevo, - disse scattando in piedi e correndo verso Tom. – lo sapevo che i divini non potevano essere forzati! Lo sapevo che doveva essere una loro scelta! – si chinò accanto a lui, porgendogli una mano per aiutarlo ad alzarsi mentre Jörg, Peter e Patrick lo raggiungevano celermente.
- Di cosa diavolo stai parlando? – chiese quest’ultimo, ancora incerto sulle gambe a causa del proprio repentino cambiamento.
- Ma non capite?! – disse David, entusiasta, gesticolando animatamente, - Le due metà perfette non sono nate assieme, si sono ritrovate poi! Meglio ancora: si sono scelte! Questa cosa è— è incredibile! – rise, - È vero, noi creiamo i nostri dei, noi siamo i nostri dei. Larsen non l’aveva capito davvero, ma ora io sì. – e così dicendo, si voltò a guardare Tom, che lo fissava allucinato, comprendendo ad occhio e croce solo una parola ogni tre che pronunciava. Allungò le mani a coppa ad accarezzargli il viso rigato di lacrime ormai quasi asciutte, e si sporse in avanti a sfiorargli le labbra in un bacio umido e salato. – La metà della mia mela sei tu. – gli disse piano, sorridendo sereno, - È ancora tuo diritto scegliere se io posso essere la tua.
Tom schiuse la labbra, incerto. Le mosse impercettibilmente per un paio di secondi, come non riuscisse a trovare le parole e stesse cercando di plasmarle con le proprie labbra senza fermarsi a pensarle prima, e quando capì che non ci sarebbe mai riuscito lasciò andare un respiro profondissimo, come non avesse fatto altro che trattenerlo da che era venuto al mondo, e gli gettò le braccia al collo, stringendosi a lui e baciandolo affamato, gli occhi chiusi e le risate intenerite di David che si perdevano a tratti in mezzo ai suoi gemiti tristi e felici e impauriti e dannatamente completi.
Jörg rise, piantando una mano sul fianco e passandosi l’altra sugli occhi. Di Bill ed Anis non era rimasta traccia, e questo era un argomento che prima o poi avrebbero dovuto affrontare, ma il momento non sembrava quello opportuno.
- Sarò in casa, quando loro due avranno finito di… di trovarsi, suppongo. – ridacchiò a bassa voce, avviandosi verso l’abitazione.
- Qui si baciano tutti. – borbottò Peter, incrociando le braccia sul petto, - Se penso che io sono qui solo perché tu avevi bisogno di qualcuno con cui parlare, mi sale un nervoso che non ti dico.
Patrick si voltò a guardarlo, inarcando un sopracciglio con aria dubbiosa.
- Se pensi che anch’io ti bacerò, sei completamente fuori strada. – notificò atono, come stesse parlandogli della data di scadenza di una bolletta.
- Ma chi ti vuole baciare?! – strillò istericamente Peter, dandogli le spalle e muovendosi celermente per raggiungere Jörg, ormai già quasi arrivato a destinazione, - Ma vedi tu se— Ah, mamma, quanto ti farò pagare tutto questo, quanto! Non ne hai nemmeno idea. Pranzi e cene a casa tua per almeno sei mesi!
Patrick sorrise divertito, inumidendosi le labbra e facendo per andargli dietro. Si fermò all’improvviso, voltandosi verso Tom e David ancora presi dal bacio, e si schiarì la voce.
- Noi penso che, uhm… - cominciò incerto, - …ma non credo vi interessi. – concluse con una mezza risata, prima di lasciarli lì ed allontanarsi. Ed aveva ragione. A loro non interessava.
back to poly
  1. Io sono una frana a recensire le storie, perché quello che vorrei dire non riesco mai a metterlo per iscritto come vorrei. Ed in un certo senso mi vanto di averti detto tutto nella fanart che ti ho fatto (che anzi, sono felicissima che ti sia piaciuta)♥ Però una cosa la voglio dire e credo fortemente che sia una delle tue doti migliori – “It’s a Liz’s power! come mi piace definirlo – ovvero la tua capacità di sapere affascinare/divertire/compiacere una persona che non ha mai letto niente del fandom dei TH (come me), facendo piacere al lettore qualcosa che non sapeva di poter piacere. In parole povere, grande Liz! ♥

    Claudia
    01/12/2010 14:06

Vuoi commentare? »





ALLOWED TAGS
^bold text^bold text
_italic text_italic text
%struck text%struck text



Nota: Devi visualizzare l'anteprima del tuo commento prima di poterlo inviare. Note: You have to preview your comment (Anteprima) before sending it (Invia).