Genere: Generale.
Pairing: human!Panchito/human!José, human!Donald/human!José.
Rating: R.
AVVERTIMENTI: AU, Lime, Slash.
- Donald, detto Don, è appena arrivato a Salvador, Brasile, per sei mesi di studio lontano da casa. La sua intenzione era quella di vivere un'esperienza intensa ed emozionante, ma forse non immaginava quanto effettivamente intensa ed emozionante potesse diventare un'esperienza simile, se affrontata con le compagnie meno adatte.
Note: Dunque... XD Allora, tutto nasce mille anni fa - no, non è vero. Tutto nasce due settimane fa quando, con le ragazze del Disney Sunday, si rewatcha Saludos Amigos. Colpite dalla canonicità assoluta del Paperino/José, stabiliamo che qualcuno deve scrivere a riguardo, ma poi passa una settimana e nessuno lo fa, e si arriva alla domenica successiva, quando, guardando I Tre Caballeros, ci rendiamo conto che l'OTP non può continuare a restare un'OTP: anche Panchito va inserito nel mucchio, e l'OTP deve pertanto diventare un'OT3 XD
Questa la genesi. Poi, come dall'intenzione di scrivere una threesome io sia riuscita a tirare fuori questa shot... be', questo è tutto un altro paio di maniche e non sono sicura di avere la risposta alla domanda a portata di mano XD Avevo cominciato a scrivere senza una trama, dandomi come obiettivo la threesome e basta, ma dopo aver trovato i nomi adatti alla storia (a parte José che è rimasto uguale perché è un nome che amo, Paperino/Donald è diventato Don e Panchito è diventato Francisco, essendo Panchito il vezzeggiativo di Pancho, diminuitivo di Francisco XD), mi sono resa conto che UN PLOT! stava impossessandosi di me. E, che dire, ho dovuto seguirlo. XD
Scritta per la terza settimana del COW-T @ maridichallenge (Missione 2, prompt: Sud).
Il titolo è mezzo verso di Rotolando Verso Sud dei Negrita, che non c'entrava cazzi con la storia in sé ma avevo deciso che avrebbe dovuto fungere da ispirazione per il titolo ancora prima di cominciare a scrivere la storia XD
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SOL Y SEXO Y SUR

Francisco guarda il riflesso di José nello specchio, appoggiando la schiena nuda alla parete contro la quale si trova il letto, in cerca di un po’ di refrigerio dal calore surreale del tardo pomeriggio a Salvador. L’estate in Brasile sembra non finire mai. Se prova a riportare alla memoria il calore di Città del Messico, a stento ci riesce, ormai, ma è abbastanza sicuro che non fosse niente se paragonato al caldo asfittico e umido di questa città.
- Devi proprio andare? – gli domanda. José gli risponde con un sorriso birichino, scuotendo i riccioli biondi per risistemarseli sulle spalle mentre si stira addosso la camicia e i pantaloni.
- Lo sai anche tu che devo. – quasi canticchia, passandosi una mano fra i capelli per allontanarli dalla fronte, - Ma tanto torno presto. La domenica è sempre una serata fiacca.
Francisco si alza dal letto – la parete è inutile, comunque, si riscalda immediatamente a contatto con la sua pelle – e gli si avvicina con passi lenti e morbidi, quasi godendo dell’occhiata fra l’incuriosito e l’affamato che José gli lancia dallo specchio tramite il proprio riflesso.
- Domani arriva quel tipo. – dice, premendosi contro di lui e chiudendo gli occhi. Lo sente mugolare appena quando prende a dondolare i fianchi, strusciandosi contro la curva morbida delle sue natiche.
- Panchito… - mormora José, sollevando una mano e poggiandogliela sulla nuca, mentre piega il collo per lasciare libero accesso alle sue labbra, - Abbiamo appena finito… farò tardi.
Francisco gli sorride sulla pelle, ruotando i fianchi magri, le mani che si stringono attorno alla vita sottile di José.
- Come al solito, non sei proprio capace di dire no. – lo prende in giro, scivolando in una scia di baci lungo il suo collo ed intrufolandosi con la punta del naso oltre il colletto largo della camicia.
José ridacchia, la voce acuta, da ragazzino, e Francisco si sente scorrere un brivido lungo la spina dorsale, spingendolo in avanti contro lo specchio e lasciandogli scivolare i pantaloni giù lungo le lunghe gambe magre, fino alle caviglie.
- Va bene. – mormora José, già perso appena le dita di Francisco si stringono attorno alla sua erezione, - Solo un’altra volta, però.
Francisco annuisce, accarezzando velocemente lui e se stesso, prima di premerglisi contro e chiedere di più. Da domani, tutto cambierà, e lui non è ancora sicuro di volerlo, e non è nemmeno più tanto sicuro di pensare ancora che, dopotutto, ne sia valsa la pena. Suppone che ci penserà domani, in ogni caso. Non è mai stato bravo coi piani a lungo termine. L’unico che ha è di tenersi stretto José il più a lungo possibile, e quello è un piano che rischia già di fallire troppo spesso perché Francisco possa anche solo pensare di aggiungerne qualcun altro alla lista.
*
Il tipo arriva intorno alle nove del mattino. José si è svegliato da poco e fa avanti e indietro dal tavolo ai fornelli in cucina. Indossa solo una maglietta esageratamente lunga, che copre le sue cosce abbronzate fino a poco sopra il ginocchio. Ha i capelli raccolti in una coda cortissima e bassa sulla nuca, ma l’elastico è talmente largo e rovinato che le ciocche più corte continuano a sfuggirgli e ricadergli davanti al viso.
È bellissimo.
Seduto al proprio posto, un piede ancorato al bordo di una sedia vuota, a fare da perno per dondolarsi avanti e indietro sui piedi posteriori della propria, Francisco lo guarda attentamente ed accoglie il trillo del campanello con una smorfia infastidita. “Eccoci qua,” pensa, mentre si alza in piedi e, sbuffando come una teiera, attraversa il corridoio, diretto alla porta d’ingresso, “ci siamo.”
- Salve! – dice il ragazzo, ansimando pericolosamente, non appena Francisco apre la porta. Attorno a lui ci sono almeno tre paia di valigie, e sulle sue spalle fa bella mostra di sé uno zaino di dimensioni non comuni, talmente alto e pieno da superare la sua testa di almeno una trentina di centimetri.
- Sei salito fin qui con tutta quella roba? – gli domanda Francisco, indicando le valigie e guardandolo con aria allucinata.
Il ragazzo annuisce, la zazzera di scomposti capelli castani che si scuote tutta nel movimento. Ha occhi azzurri grandi e acquosi e la pelle rosea come quella di un neonato. Francisco vorrebbe riuscire a provare per lui un modo di immediata antipatia, ma in realtà non riesce nemmeno a impedire alle proprie labbra di piegarsi in un sorriso divertito mentre quello, cercando di superare le valigie ammonticchiate ovunque, si sporge verso di lui, tendendogli la mano.
- Mi chiamo Don. – si presenta, aggrappandosi alla parete appena in tempo per rimettersi dritto prima di lasciarsi sbilanciare del tutto dal peso dello zaino, - Non mi avevano detto che nel palazzo non c’era l’ascensore.
- Francisco. – si presenta lui, - E a me non avevano detto che saresti venuto a stare da noi per quindici anni. – ride cominciando ad aiutarlo a trascinare dentro i propri bagagli.
- Uh? – chiede Don, lasciandosi scivolare lo zaino giù dalle spalle e cercando poi di sciogliere i muscoli con un paio di mugolii fra il sofferente e il soddisfatto.
- Tutta questa roba. – spiega Francisco, indicando le valigie con un cenno del capo, - Lo sai che anche qui in Brasile esistono le lavatrici, sì?
Don arrossisce, stringendosi nelle spalle ed abbassando lo sguardo.
- Ma sì, certo che lo so… - borbotta, - È solo che sei mesi sono lunghi, ed ho pensato che magari più avanti potrebbe cominciare a fare freddo, per cui…
- Ma come diavolo hai fatto a portare su tutto quanto da solo? – ride Francisco, incrociando le braccia sul petto, - Avresti potuto citofonare, saremmo venuti a darti una mano.
- Ho fatto un paio di viaggi… - risponde Don, grattandosi nervosamente una guancia, - Non volevo disturbare…
- Non sarebbe stato nessun disturbo. – dice José. Non appena sente la sua voce, Francisco gli solleva gli occhi addosso e nota con un certo compiacimento che ha indossato un paio di pantaloni, prima di presentarsi. – Da ora in poi saremo coinquilini, anzi. – precisa, avvicinandosi a Don e tendendogli la mano, - Quindi non esitare a chiederci aiuto, per qualsiasi cosa. Io mi chiamo José.
Don borbotta un “piacere” imbarazzato, presentandosi a propria volta. Francisco non può fare a meno di notare le sue guance pallide colorarsi di una sfumatura di rosso più intenso, mentre lascia scivolare gli occhi addosso alla figura di José, ma non dà al fatto troppo peso. È geloso, naturalmente, ma quella che Don sta avendo è una reazione comune a chiunque José incontri. Dopo aver vissuto con lui per gli ultimi due anni della sua vita, ormai Francisco ha smesso di provare reazioni di odio violento contro chiunque arrossisca nello stringergli la mano. José è una di quelle bellezze dal viso angelico che non puoi fare a meno di sporcare il più possibile nelle tue fantasie. Da cui l’imbarazzo.
- Ho appena finito di preparare la colazione. – riprende José, sorridendo sereno, - Perché non lasci i tuoi bagagli qui all’ingresso e vieni a mangiare? Sarai affamato.
Don annuisce, come ipnotizzato, e segue José in cucina, ringraziando a bassa voce. Francisco non stacca loro gli occhi di dosso per tutto il tempo. È il sorriso di José ad irritarlo di più, più ancora dell’ovvia cotta che Don si è già preso per lui.
- Che puttana. – mormora fra i denti, tirando un calcio finto-casuale ad una delle valigie di Don. È dura come il marmo, accidenti a lei.
*
Lo aspetta in camera, non gli dà neanche il tempo di chiudersi la porta alle spalle. Ci pensa lui, mandandola a sbattere con un calcio impaziente mentre lo afferra per le spalle e lo spinge contro la parete, schiacciandosi contro di lui e baciandolo con foga.
José non fa una piega, inclina appena il capo per approfondire il bacio e gli stringe le braccia attorno al collo, schiudendo le gambe perché Francisco possa sistemarvisi in mezzo.
Le mani di Francisco lo frugano ovunque, insinuandosi sotto i vestiti alla ricerca di centimetri di pelle calda da attraversare, e formano uno strano contrasto con le dita di José che invece giocano pigramente con le ciocche lisce e scure che ricadono disordinatamente sulla nuca di Francisco.
- Ti piace, vero? – gli domanda, allontanandosi da lui e fissandolo con occhi ardenti di rabbia e gelosia, premendo con forza i propri fianchi contro i suoi. José geme, getta indietro il capo e si appoggia alla parete, sollevando le gambe abbastanza da agganciarle alla vita di Francisco.
- A te no…? – domanda a propria volta, invece di rispondere, - È simpatico.
- Sei una troia. – grugnisce Francisco, nascondendo il viso nell’incavo del suo collo, affondando i denti dove la curva si fa più dolce, dove la carne è più tenera, dove fa più male.
Il sorriso di José si tinge di una sfumatura quasi cattiva, ma le carezze delle sue dita restano dolci e rassicuranti.
- Pensavo che questo fosse ormai assodato. – commenta. Francisco risponde con un altro movimento del bacino, strusciandosi forte contro di lui. José geme e poi si morde il labbro inferiore. – Perché sei arrabbiato? – domanda dolcemente, sporgendosi a lasciargli un bacio in punta di labbra, - Pensavo che stesse procedendo tutto bene.
- Sta’ zitto. – mormora Francisco, armeggiando coi propri pantaloni per liberarsene. È vero, sta procedendo tutto bene. È vero, dovrà ingoiare l’orgoglio e voltare lo sguardo altrove, per un po’, ma è proprio per non doverlo fare più per tutto il resto della loro vita insieme che stanno facendo tutto questo, no? Deve tenere duro. L’idea è stata sua, in fondo. Deve tenere duro.
José abbassa una gamba e poi un’altra, gli volta le spalle e si sfila di dosso pantaloni e biancheria con la solita irritante grazia di chi non fa altro da anni. Francisco cerca di cancellare il pensiero dalla mente, mentre affonda dentro di lui, ma non è mai stato facile, e non comincerà certo a diventarlo adesso.
*
Tutto sommato, Don si trova bene. Non capisce quasi un accidenti di quello che chiunque gli dice in qualsiasi luogo o in qualsiasi ora del giorno e a riguardo di qualsiasi argomento, ma tutto sommato è divertente cercare di interpretare le lezioni dei professori, le battute dei suoi compagni di corso, le risposte dei negozianti quando chiede loro qualcosa su questo o quel prodotto che gli interesserebbe acquistare. Poi, certo, torna a casa, si mette sui libri e si rende conto che gli appunti che ha preso sono da buttare perché non ha fatto altro che segnare parole a caso, alla rinfusa, piazzando loro accanto un punto interrogativo di tanto in tanto, ma d’altronde sta facendo tante belle esperienze. Sta vivendo per conto proprio, in un paese così differente dal suo, tanto lontano da casa.
E ci sono tante cose con cui può distrarsi per evitare di pensare alla quantità industriale di esami che fallirà alla fine del semestre.
L’appartamento è silenzioso e buio, a parte la luce che Don tiene accesa sulla scrivania mentre cerca di decifrare il libro di testo – aperto da ore senza che gli sia ancora riuscito di procedere dalla prima alla seconda riga –, perciò è molto facile accorgersi di ogni minimo rumore. Come il russare lieve di Francisco nella camera a metà del corridoio, ad esempio. E come il fruscio ancora più lieve, ma non per questo meno udibile, che i passi di José producono man mano che lui, dopo essere rientrato, attraversa il corridoio, diretto in camera propria.
Don trattiene il respiro, stringendo le dita attorno alla penna e mordicchiandone nervosamente il tappo. Da quando è arrivato – sono passate ormai più di tre settimane – non è mai passata una sera senza che, intorno alle undici, José uscisse, vestito di tutto punto, per non rientrare mai prima delle tre, o anche le quattro del mattino. Non ha mai osato chiedere il perché di queste uscite così frequenti, anche perché Francisco sembra prenderle come una cosa assolutamente normale, ma non può fingere che la cosa non lo incuriosisca.
Ha pensato alla possibilità di chiedere direttamente a José, ma in parte l’imbarazzo, in parte il modo in cui José lo fa sentire a disagio anche solo quando gli sorride così dolcemente, e in parte anche il fatto che discutere con José, quando Francisco è nei paraggi, è quasi del tutto impossibile, lo hanno sempre convinto a lasciare perdere.
Stavolta però è diverso. Stavolta la luce in camera sua è accesa e lui ha la scusa di dover studiare fino a tardi per poter giustificare l’essere sveglio a quest’ora. Stavolta Francisco dorme, e stavolta può prendere José di sorpresa, uscire in corridoio e fermarlo sulla porta, dove lui per forza di cose dovrà dargli una spiegazione plausibile.
José lo terrorizza per tutta una serie di motivi. Gli stessi per cui sostanzialmente lo attrae. È bellissimo, bello di una bellezza assoluta, di quelle che confondono i sensi fino a rendere irrilevante se a scatenarti in corpo sensazioni simili sia un uomo o una donna. È gentile, poi, di una gentilezza così profonda da sembrare affettata, ma in qualche modo anche così genuina, quasi ridicolmente infantile, da non lasciare dubbi sulla propria sincerità.
José profuma di buono, poi. Quando Don va a dormire e chiude gli occhi, ogni sera, si concentra e si concentra, e riesce a lasciarsi andare al sonno solo quando è riuscito a ricreare l’odore di José così perfettamente da sentirsene avvolto.
C’è decisamente qualcosa di sbagliato nel modo in cui si sente così perdutamente avvinto dal suo mistero, ma in realtà non gli interessa più di tanto. Non adesso che si alza e si avvicina alla porta ed appoggia la mano alla maniglia ed aspetta il momento giusto.
E il momento giusto arriva pochi istanti dopo. Don spalanca la porta e finge di uscire da camera propria diretto a passo spedito verso la cucina, e José è lì, a due passi dalla porta di camera propria, che beve da una bottiglietta di plastica trasparente. È sorpreso, quando lo vede, abbastanza da separarsi dalla bottiglietta d’acqua troppo repentinamente, lasciando una goccia libera di scivolargli giù dall’angolo delle labbra. Don deglutisce, cercando di ignorare il veloce movimento della lingua con cui José la raccoglie prima che scivoli lungo il suo mento.
- Ciao. – borbotta confusamente, - Sei appena rientrato? – domanda con tono il più casuale possibile.
José gli sorride come se il suo bluff fosse così palese da non avere neanche bisogno di essere smascherato.
- Sì. – risponde, - E tu sei ancora sveglio.
- Dovevo studiare… - biascica Don, distogliendo lo sguardo, - Tu cos’avevi da fare fuori? È piuttosto tardi.
José si prende tutto il tempo di cui ha bisogno per riavvitare il tappo al collo della bottiglietta, e poi si volta verso di lui, muovendo qualche passo nella sua direzione.
- Ti interessa? – domanda. Parla a bassa voce, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirlo. Quando si fa abbastanza vicino da poter sentire il profumo fruttato e quasi eccessivamente dolce della sua pelle, Don non ricorda più nemmeno per quale motivo dovrebbe interessargli tanto. Annuisce, comunque, e il sorriso di José si fa appena più largo mentre si avvicina ancora, appoggia una mano nel centro del suo petto e poi si appoggia a lui, sollevandosi sulle punte dei piedi per sfiorargli le labbra in un bacio lievissimo, che dura però abbastanza a lungo da permettere a tutti i sensi di Don di tendersi in allerta, e poi impazzire del tutto, come quando un indicatore di pressione va in tilt e la lancetta comincia a ruotare vorticosamente, incapace di fermarsi. – Mi dispiace, - bisbiglia José, allontanandosi con una risatina giocosa, - È un segreto.
Don lo osserva voltargli le spalle ed allontanarsi, poi aprire la porta ed entrare in camera senza degnarlo più di una sola occhiata.
Riprendere a respirare normalmente gli costa molta più fatica del previsto.
*
È così evidente che Don non ha chiuso occhio per tutta la notte che Francisco si sente quasi uno stronzo a insistere ancora. Il ragazzino non ha solo palesemente vissuto sotto una campana di vetro per tutta la sua intera esistenza, ma non è neanche granché brillante anche a prescindere da questo, e la cosa è talmente palese che, anche volendola ignorare, non è facile mettere a tacere il senso di colpa.
Francisco non ha nulla contro di lui. Non ne è più nemmeno così tanto geloso, in fondo, non prova neanche un briciolo di divertimento al pensiero di lasciarlo in mutande a migliaia di chilometri da casa propria, ma lui e José non hanno alternative. José ha fatto questa vita troppo a lungo, abbastanza da averne impresse addosso le cicatrici. Sulla pelle, nei modi di fare, nei modi di porsi.
Qualche anno ancora, e la strada se lo mangerebbe vivo. Di lui non rimarrebbe più niente. E Francisco non può permetterlo. Approfittare di Don è un male necessario. Francisco deve fare ciò che va fatto. Niente potrà impedirgli di portare a termine il suo compito.
- Non hai per niente una bella cera. – commenta, sorseggiando il proprio caffè mentre Don annega nella sua gigantesca tazza di latte caldo con cereali e due chili e mezzo di zucchero. – Va tutto bene?
Don gli lancia un’occhiata incerta, quasi stringendosi imbarazzato nelle spalle.
- Sì… - borbotta, grattandosi una guancia, - È solo che non dormo bene la notte.
Francisco ghigna divertito, incrociando i piedi sulla sedia che usualmente José occupa, e che invece stamattina è libera perché, come hanno concordato, José è rimasto a dormire in camera propria fino a tardi per consentire a lui di imbastire questa messinscena.
- È per José, vero? – domanda a bruciapelo, e Don quasi si strozza col proprio latte.
- Cosa?! – strilla, e poi tossisce, e poi si agita, lanciando occhiate terrorizzate tutto attorno, come volesse giustificarsi di fronte a una platea di invisibili astanti, - Ma che… cosa dici?!
- Oh, andiamo. – ridacchia Francisco, inclinando il capo e guardandolo con occhi esplicitamente divertiti, - Ho notato come lo guardi. Ti capisco, sai, io e lui ormai ci conosciamo da anni e di cose così ne ho viste accadere a chiunque, è normale. È bello, vero?
Don sembra calmarsi, poco a poco. Torna a sistemarsi più comodamente sulla sedia e a sorseggiare il proprio latte, adesso con aria palesemente depressa.
- Voi due siete… - comincia incerto, - Sì, cioè, voglio dire, state insieme?
Francisco spalanca gli occhi e poi scoppia a ridere, sottolineando la propria ilarità con una pacca sulla coscia.
- Io e lui? Ma scherzi? Non mi ci metterei mai, neanche per tutto l’oro del mondo! – ride ancora, - Cazzo, sì, bello è bello, una scopata, anche un paio, senza problemi, ma stare insieme? Assolutamente no. E anzi, in amicizia, - aggiunge più a bassa voce, con tono quasi preoccupato, - non è per farmi gli affari tuoi, ma se sono questi i piani che hai nei suoi confronti… be’, lascia perdere. – lo avverte, scuotendo seriamente il capo.
Don gli solleva addosso quei suoi occhioni enormi e perennemente persi nel nulla, inclinando il capo come un cucciolo con evidenti difficoltà di comprensione.
- Perché? – domanda con innocenza. Francisco aggrotta le sopracciglia.
- Ma sei scemo? – gli domanda rudemente, - Non l’hai ancora capito?
Don risponde con un’occhiata infastidita.
- Capito cosa? – borbotta, incrociando le braccia sul petto.
Francisco scrolla le spalle, guardando altrove.
- Fa la puttana. – risponde, - Dove credi che vada ogni notte? Lo vedi forse lavorare, di giorno? Io servo ai tavoli in un paio di ristoranti, ma lui? Di mattina dorme, di pomeriggio si fa bello e di sera esce a battere. – torna a guardarlo, con curiosità quasi genuina, - Ma davvero non l’avevi capito?
Don scuote lentamente il capo, gli occhi spalancati, le labbra dischiuse in un’espressione di sgomento semplicemente esilarante. Francisco fatica a nascondere il ghigno che gli nasce spontaneo sulle labbra. Riprende a sorseggiare il proprio caffè giusto per darsi qualcosa da fare.
- Ma… - domanda con un filo di voce, - Perché lo fa?
Francisco scrolla ancora le spalle, guardando altrove.
- Non abbiamo mica tutti paparino pronto a pagarci il soggiorno tutto compreso in Brasile per sei mesi, Don. – butta lì con un certo astio, che però Don, così perso nella propria mente e nella neonata preoccupazione che sente crescere nei confronti di José, nemmeno nota.
- Ma non avrebbe potuto fare qualcos’altro? – chiede ancora, - Voglio dire, è una cosa pericolosa, oltre che… be’. Se finisse con qualcuno che vuole fargli del male? Come puoi lasciarglielo fare, non sei suo amico?
- Ehi, ehi. – Francisco solleva entrambe le braccia e scuote il capo, - Qui ognuno è responsabile per se stesso, d’accordo? Se è finito a battere le strade sarà perché non sa fare nient’altro di meglio, ti pare? Che è pericoloso, lui lo sa meglio di quanto possiamo saperlo io e te, mi pare evidente. Corre il rischio, ed è una sua scelta, io non ci metto becco, nelle scelte degli altri.
Don lo guarda con severità, stringendo i pugni lungo i fianchi.
- Be’, invece forse qualcuno dovrebbe. – borbotta alzandosi in piedi, - Io vado a lezione.
Francisco termina di bere il proprio caffè con calma, ascoltando Don chiudersi in camera propria, prepararsi e poi uscire dall’appartamento. Sa già di aver vinto.
Con un sospiro, recupera la propria tazza ed anche quella che Don ha usato, le lava entrambe e le ripone ai loro posti nello scaffale. Ripulisce il tavolo dagli avanzi della colazione, si sciacqua le mani e poi si dirige in camera di José. Lui fa finta di dormire, si gode l’ombra fresca che le tapparelle abbassate proiettano in camera, ed apre appena gli occhi quando sente il peso di Francisco appoggiarsi sulla sponda del letto, ed una delle sue mani scivolare ad accarezzarlo lungo il collo.
- Com’è andata? – domanda con un filo di voce, mugolando mentre si struscia contro il palmo della sua mano come un gattino in cerca di coccole.
- Bene. – risponde Francisco con un mezzo sorriso, - Credo che il momento si stia avvicinando. Tu sei pronto?
José si concede un mezzo ghigno divertito, sollevandosi a sedere e passando una mano fra i capelli scuri di Francisco, tirandoselo contro per un bacio improvviso e affamato.
- Io sono sempre pronto. – risponde in una risatina maliziosa.
Francisco gli sorride sulle labbra, spingendolo a sdraiarsi di nuovo con tutto il peso del proprio corpo.
- Lo so.
*
Don non ha fatto che pensarci tutto il giorno, e quando torna a casa, intorno alle sei del pomeriggio, sicuro di trovare José ancora dentro, non ha più dubbi su ciò che vuole e deve fare.
Francisco non c’è, dev’essere già uscito. Anche lui lavora la sera, ma ha ovviamente ritmi meno assurdi di José. Esce nel tardo pomeriggio e si ritira intorno alle due, non è tanto tempo, ma Don è sicuro che basterà.
Inspira ed espira un paio di volte per darsi coraggio, e poi bussa alla porta. La voce di José che lo invita ad entrare arriva pochi istanti dopo. Sembra tranquilla, a proprio agio, e il particolare non fa che rattristare ulteriormente Don. È così ingiusto che un ragazzo come José, così gentile e bello, sia costretto a fare una cosa simile per sostenersi. Lui non la pensa come Francisco, non crede affatto che, se José è finito a battere le strade, sia perché non era bravo a fare nient’altro. Probabilmente, non ha avuto altra scelta. Nessuno gli ha dato altre possibilità, nessuno ha provato ad aiutarlo. Questo dev’essere successo, e Don adesso è qui per cambiare la situazione.
Entra in camera e si schiarisce la voce, ipnotizzato come sempre alla sola vista di José. È fermo davanti allo specchio e si sta sistemando addosso una camicia illegalmente stretta, al punto che, nonostante la sua magrezza, tutti i bottoncini tirano sul suo torace teso e sulla pancia piatta, come in un silenzioso invito a sfilarli dall’asola.
- Stai uscendo…? – gli domanda con aria incerta. Il riflesso di José gli sorride ed annuisce. Don gli si avvicina, gli occhi bassi e le guance in fiamme, e si decide a sollevargli addosso lo sguardo solo quando si ritrova in piedi al suo fianco. – Non devi farlo. – dice in un filo di voce.
José gli lancia un’occhiata incerta.
- Come, scusa? – chiede, passandosi una mano fra i capelli per scioglierne i nodi inesistenti. Don, ipnotizzato dal movimento, ci mette un po’ a rispondere, ma quando torna a guardare José lo fa occhi negli occhi, stringendo entrambe le sue mani fra le proprie.
- Francisco mi ha detto tutto. – dice, - Di cosa fai per vivere.
L’espressione di José cambia repentinamente. I suoi occhi verdi chiarissimi si tingono di imbarazzo, e la piega incerta delle sue labbra piena denuncia il terrore che ha di essere giudicato.
- Io—
- Non devi spiegarmi niente! – scuote il capo Don, - Anzi, scusami per essermi impicciato, ma non potevo fare altrimenti. Tu… - deglutisce incerto, - Tu mi piaci, e non posso sopportare l’idea che possa accaderti qualcosa, o che tu vada… con tutti quegli uomini!
José arrossisce, indietreggiando appena, ma poi le sue labbra si piegano in un sorriso sottile, quasi intenerito.
- Sono molto lusingato, Don. – risponde dolcemente, liberando una delle proprie mani dalla stretta delle sue solo per accarezzargli il viso, - Ma non ho alternative. È l’unica cosa che so fare, non potrei permettermi niente se non lavorassi.
- Io posso aiutarti! – insiste Don, lasciando libera l’altra sua mano per sfilarsi dalla tasca il portafogli, - Guarda! – dice, aprendolo di fronte all’espressione stupita e imbarazzata di José, - Ho abbastanza soldi per almeno un mese, e poi ci sono le carte di credito, e se chiedo a papà di mandarmi dell’altro sono sicuro che lo farà! Sono sicuro che capirà! Perciò, ti prego. – torna a stringergli le mani fra le proprie, guardandolo intensamente, - Ti prego, smetti di farlo. Io ti chiedo solo questo, non voglio niente… in cambio. – aggiunge con aria imbarazzata, guardando per terra. – Voglio solo che tu smetta. Per il tuo bene.
José sorride dolcemente, chiudendo le mani a coppa attorno al viso di Don ed invitandolo a sollevare lo sguardo.
- Tu sei il ragazzo più gentile che io abbia mai incontrato. – gli sussurra con gratitudine, posando appena le labbra sulle sue.
Don chiude gli occhi, lasciandosi trasportare. La riconoscenza di José è qualcosa di molto fisico, e pur essendo consapevole di non avergli chiesto niente in cambio, Don è abbastanza sicuro che a ricevere una cosa come questa potrebbe anche abituarsi.
*
Evidentemente dorme troppo a lungo, perché quando riapre gli occhi il sole è alto nel cielo, e José non c’è più. Si solleva a sedere sul letto e si guarda intorno, c’è qualcosa che sembra fuori posto, ma non riesce a capire cosa. È una brutta sensazione, ma passa in fretta se solo si lascia libero di inspirare a pieni polmoni il profumo dolcissimo di José, che in questa stanza è ovunque, così intenso da dare l’impressione che lui sia ancora lì, anche se palesemente non c’è.
Sbadigliando, si alza in piedi e si stiracchia, sentendo tutte le ossa scricchiolare. Ricorda buona parte delle centinaia di cose che José gli ha fatto stanotte, ma della maggioranza di esse non saprebbe neanche dire il nome. In ogni caso, si sente stanchissimo nonostante la lunga dormita, ma il pensiero non riesce a fare altro che costringerlo a sorridere stupidamente mentre cerca qualcosa da mettersi addosso e, non trovando niente in giro, si rassegna ad avvolgersi attorno un lenzuolo, giusto per trascinarsi in bagno e poi in cucina a fare colazione. O forse al contrario, deciderà lungo la via.
Appena esce in corridoio, viene nuovamente assalito da quella fastidiosa sensazione, come se ci fosse qualcosa evidentemente fuori posto e, nonostante tutto, lui non riuscisse a individuare cosa. Si guarda intorno attentamente ma sembra tutto ok, perciò alla fine Don si rassegna – deve trattarsi di una sensazione e basta, non c’è altro da fare che provare a scrollarsela di dosso distraendosi – e, grattandosi pigramente la pancia, stabilisce che prima farà la doccia, poi andrà in camera sua a mettersi addosso qualcosa e solo infine, soddisfatto e felice come un re, farà colazione.
Si infila in bagno canticchiando, regola la temperatura dell’acqua perché sia piacevolmente tiepida e poi si lava a lungo. Accarezza l’idea di utilizzare il bagnoschiuma ai frutti tropicali di José, ma non lo trova sulla mensolina nel box doccia, per cui si rassegna ad usare il proprio e stabilisce che l’odore di José lo ruberà direttamente dalla sua pelle più tardi, quando sarà tornato da qualunque posto in cui sia andato e potrà stringerlo nuovamente fra le braccia.
Terminata la doccia, avvolto nell’unico asciugamano che gli riesce di trovare, si introduce in camera propria. E lì realizza cos’è che non tornava nella sua visione d’insieme.
Non è rimasto più niente.
Correndo come un forsennato e rischiando di spaccarsi multiple volte l’osso del collo, nonché di schiacciarsi una decina di vertebre scivolando sulle mattonelle lucide coi piedi bagnati, torna in camera di José e si guarda intorno. È vuota. Non c’è più niente a parte i mobili, tutti gli effetti personali di José sono scomparsi, non c’è più un vestito, non c’è più il suo profumo, non c’è più neanche il suo spazzolino da denti in bagno.
Torna in camera sua, e lo spettacolo non è dissimile da quello che ricordava, e non è neanche dissimile da quello che l’ha accolto in camera di José. Tutti i suoi cassetti sono stati svuotati, così come l’armadio. È scomparso il suo palmare, il suo portatile, il portafogli, il cellulare, perfino il lettore mp3. È stato derubato.
- Francisco! – strilla, sistemandosi l’asciugamano attorno ai fianchi un attimo prima che cada per terra, e spalanca la porta di camera sua, incurante della possibilità di disturbare il suo sonno, - Francisco, José è sparito, e—
Non c’è nessun sonno da disturbare. Anche camera di Francisco è vuota.
*
Sul ponte della lussuosa nave da crociera sulla quale si sono imbarcati un paio di giorni fa, Francisco e José si confondono senza difficoltà col resto dei passeggeri. Comodamente distesi sulle sedie a sdraio a bordo vasca, compensano prendendo il sole i giorni che hanno dovuto passare nascosti in attesa di vendere tutti gli effetti personali di Don, per guadagnare la maggior quantità di soldi possibile dopo aver dato fondo a tutti i prelievi che era stato possibile effettuare con le carte di credito prima che cominciasse a diventare pericoloso tenerle con loro.
- Cosa faremo una volta arrivati? – domanda José, l’emozione talmente evidente nel tremolio sottile della sua voce da costringere Francisco a un sorriso intenerito.
- Non lo so. – risponde, - Quello che vorremo, immagino.
- Non voglio scendere subito, però! – obbietta subito lui, sollevandosi gli occhiali da sole sul naso e guardandolo con serietà mentre un piccolo broncio si fa strada sulle sue labbra, - Questa crociera arriva fino in Europa! È sempre stato il mio sogno andare in Europa!
- Vorrà dire che arriveremo fino in Europa. – ridacchia Francisco, allungandosi a scompigliargli i capelli e poi lasciandogli un bacio un po’ appiccicoso di succo di papaya sulla fronte. – Ehi, - dice poco dopo, continuando a stringerlo a sé ma guardando oltre la sua spalla, - C’è quella tipa che ti sta guardando. – lo avverte, indicando con un cenno del capo un’allegra balena in costume intero rosso acceso con centinaia di braccialetti ai polsi e alle caviglie, che continua insistentemente a fissare con una certa attenzione il sedere perfettamente rotondo di José.
Lui si volta a guardarla, sorridendole di rimando e sollevando una mano per salutarla.
- Sembra simpatica, - commenta, - è carina.
Francisco scoppia a ridere.
- Peserà un quintale. – gli fa notare divertito.
- E allora? – ridacchia José, alzandosi in piedi e sistemandosi il costume attorno ai fianchi appuntiti, - A me piacciono le donne formose. E poi magari è ricca. – commenta scrollando le spalle, allontanandosi verso di lei.
Francisco lo guarda passeggiare disinvoltamente a piedi nudi fra le donne e gli uomini distesi a prendere il sole, e scuote il capo, sorridendo divertito, per poi lasciarsi sfuggire un sospiro rassegnato.
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