Genere: Introspettivo/Dark/Malinconico/Triste
Pairing: Kotori/Kamui
Rating: PG
AVVISI: DeathFic.
- Il sogno ricorrente di Kamui...
Commento dell'autrice: Breve (appena tre paginette), ma molto densa. Ho usato uno stile che non uso tanto spesso, cercando di dare più forza possibile alle immagini. Era ingiusto non scrivere niente su questi due ;.;
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Onirica


Nel suo sogno ricorrente, Kamui è seduto sulla riva di un fiume e guarda la superficie dell’acqua con grandi occhi indaco, umidi di lacrime da poco versate. È bambino, lo sa perché se guarda mani e piedi li trova piccoli e infantili, ma non può riflettersi: l’acqua è scura e densa, e scorre lenta come fanghiglia. Se vi immerge un dito, quando lo riporta in superficie lo trova come sporco di vernice blu intenso. No, non come vernice, più densa ancora: come tempera.
Non sente alcun suono, in principio. Non il tipico rumore dell’acqua che, scorrendo, inciampa sui sassi nel fondo del letto del fiume, non il fruscio delle foglie degli alberi che nota, distanti, a formare una foresta fitta, nera e informe, neanche il suono del suo respiro, o qualsiasi altro rumore dovrebbe produrre il suo corpo per il semplice fatto che vive.
Attorno non c’è nessuno. In quel sogno insonorizzato e monocromatico, il piccolo Kamui si sente infinitamente triste, impaurito ed abbandonato.
“Mamma…” mormora, o almeno ci prova. Perché sente le sue labbra muoversi a pronunciare quella parola, ma non ode nulla. Il silenzio è così assoluto che è incredibile, e Kamui ha paura di essere diventato sordo. “Ho gridato troppo”, si dice, “ed ora non sento più nulla.”. Non ricorda per quale motivo abbia gridato tanto, anzi è sicuro di non volerlo ricordare per niente al mondo, ma questo stordimento che accompagna la sordità lo terrorizza troppo per non desiderare di tornare al mondo dei suoni nel più breve tempo possibile.
Nel momento in cui sta per abbandonarsi nuovamente a lacrime e singhiozzi muti, però, ecco che Kamui ricomincia a sentire. Dapprima, solo un’eco lontana, qualcosa che somiglia al tintinnio di un campanellino o, forse, allo scrosciare dell’acqua di una cascatella. Il suono si avvicina, ed è accompagnato da un impercettibile fruscio di vestiti, e dal sottile rumore di piedi delicati che calpestano l’erba.
Kamui si volta e vede. Una bambina. Avrà la sua età, al massimo, ma probabilmente è più piccina, anche se di poco. I corti e biondi capelli le ricadono ai lati del viso in morbidi boccoli, e la frangetta regolare scende a coprire la fronte. L’intera, piccola figura è avvolta in un lungo ed ampio vestito primaverile, candido come la neve, che da l’idea di qualcosa di estremamente morbido, come una nuvola. Attorno alla bambina è diffuso un biancore che sa di angelico.
Kamui non sente ancora il suono dell’acqua o il fruscio delle foglie, ma sente il battito del proprio cuore, improvvisamente forte e veloce, ed il respiro, a tratti spezzato dalla meraviglia. Nessuna percezione riguardante ciò che lo circonda, ma di sé stesso e della divina figura che lo guarda con un sorriso allegro sente tutto.

Un battito di ciglia, e mani e piedi sono quelli di un ragazzo, ma il paesaggio muto e scuro è lo stesso. Il fiume alle sue spalle scorre sempre denso, e gli alberi lontani si agitano sempre in virtù di un vento immobile che Kamui non sente sulla pelle.
Della bambina nessuna traccia, ed il cuore di Kamui si ferma di nuovo, così come il suo respiro. Il ragazzo non capisce, e si sente di nuovo bambino e sperduto. Si accuccia per terra e percepisce chiaramente il suo corpo rimpicciolirsi, mentre, con la testa fra le mani, viene scosso da singhiozzi tanto dolorosi quanto inudibili. Ogni singhiozzo un anno e dieci centimetri in meno.
E poi, d’improvviso, due braccia bianche e splendenti come la luna lo avvolgono, e lui sente il loro calore, ed una voce che lo chiama dolce, “Kamui…”. Solleva lo sguardo ed è di nuovo ragazzo, riprende a respirare, torna a vivere, ed è la bambina bionda che lo abbraccia, solo che non è più una bambina, è una ragazza come lui, ed indossa lo stesso vestito primaverile bianco, più lungo, più ampio, più morbido, ed i capelli sono una cascata di un biondo luminoso, e non ricadono solo sull’esile collo e sulla dolce curva della schiena di lei, ma sul petto di Kamui, ed alcune ciocche ribelli gli solleticano il viso. È la più dolce delle agonie sentire il respiro che si blocca per l’emozione e la fitta a sinistra del petto per la meraviglia. Il suo nome è musica se pronunciato da quelle labbra di un rosa pallido ma naturale come i petali dei fiori dell’erica d’inverno.
A Kamui pare di non ricordare niente, né come sia finito in quel luogo, né perché non si decide ad andarsene via, ma qualcosa, un nome, riemerge tra le pieghe della sua memoria; “Kotori…”, sussurra, ed è il nome della ragazza, lo sa, è l’unica cosa che sa.
Lei sorride premurosa, come rassicurata, e lo aiuta a rimettersi seduto. Gli si appoggia contro una spalla e poi fa scivolare un dito ad indicare ogni punto del paesaggio davanti a loro, ed ogni cosa prende colore e forma definita. Il fiume è trasparente e l’acqua scorre allegra, e l’erba è verde e si agita scossa dal lieve vento fresco che scompiglia i capelli, la foresta lontana è lussureggiante ed animata da vita operosa, il cielo è azzurro ed il sole splende mettendo in fuga le poche nuvole che si ostinano a tentare di prevaricarlo, e tutto risuona di primavera.
Kamui guarda il mondo con un sorriso nascente sulle labbra, e poi lascia gli occhi riposarsi in quelli dorati di lei, stringendole una mano. È affascinato e riconoscente, sente che stando a lei potrebbe riuscire a fare qualsiasi cosa. Accanto a lei o per lei. “Kotori”, ripete dolce, e lei di nuovo sorride. “Mi piace come pronunci il mio nome, Kamui…” dice lei avvicinandosi e nascondendo il viso contro il suo petto. “Non sai quanto t’ho aspettato…”. “Aspettato?”, chiede lui, “Ma come? Sono io che non ti ho più vista, ed ho avuto tanta paura…”. Lei gli accarezza una guancia, mentre inarca le sopracciglia verso il basso ed il suo viso assume un’espressione triste. “Non mi hai più vista perché sei sparito. Per sei lunghi anni, Kamui-chan…”.
E Kamui ricorda tutto. Ricorda il tempio Togakushi, ricorda sua madre Tohru, Saya, la donna che chiamava zia, ricorda il suo caro Fuuma, il fratello di Kotori… e su tutti e tutto ricorda lei, che voleva proteggere a costo di starle lontano, ricorda il biondo dei suoi capelli, la luce dei suoi occhi ed il bagliore del suo perenne sorriso, le sue mani calde, il suo tocco dolce, la sua Kotori, quella che diceva di voler sposare…
“Kotori… scusa…”, mormora in un soffio mentre sente gli occhi riempirsi di lacrime, “io sono sparito per tanto tempo ed ho potuto solo aspettare il tuo aiuto per far sì che questo posto tornasse a illuminarsi della luce del sole… ti ho costretta a venire qui, in questo mondo cupo ed oscuro, solo con la tua luce e senza far nulla per aiutarti…”. Lei lo interrompe con un aggraziato gesto della mani. “No, Kamui, non devi scusarti per questo. Sono io che l’ho voluto…”.
Kamui si lascia andare ad un pianto commosso sul petto profumato di Kotori, mentre una manina morbida gli scivola fra i capelli e sulla fronte, ed una bocca di pesca bacia via le sue lacrime una per una.

Quando riapre gli occhi, Kamui è di nuovo solo e tutto è tornato blu scuro e nero denso. Ogni cosa è di nuovo immobile, informe e silenziosa, o forse semplicemente lui è tornato insensibile a tutto. Kotori non è più al suo fianco, non lo sfiora né lo consola più. Kamui non sa dove lei si trovi, sa solo che è troppo distante, e che lo sarebbe anche se a separarli fossero solo due metri.
Il ragazzo alza gli occhi al cielo e la vede, finalmente. Appesa ad una croce con fili talmente stretti che tagliano la candida pelle e lacerano il vestito, senza pietà. Kamui vorrebbe muoversi, andare a salvarla, ma è inchiodato al muro da un’ombra più grande di lui, e non riesce neanche a parlare per il dolore intenso che lo scuote, come se l’avessero trafitto con diecimila spade.
Neanche Kotori parla, ma lei non può perché è svenuta; i suoi occhi sono serrati, le labbra dischiuse e l’espressione del volto è contratta in una straziante ma appena accennata smorfia di dolore composto. L’ombra adesso è su di lei, la sovrasta dall’alto dell’asse verticale della croce metallica. Una spada si materializza e nel tempo in cui il cuore di Kamui manca un battito è già conficcata nel petto di Kotori, mentre il sangue scende scuro e denso come il fiume, ma terribilmente rosso, ad insozzare le vesti della ragazza. I fili attorno al capo di stringono, si stringono ancora, e dopo una ferita più profonda delle altre la testa di Kotori cade a terra, rincorsa dalla marea dei suoi capelli che si spargono ovunque, privi di qualsiasi lucentezza.
Solo allora l’ombra si dirada, e Kamui è libero e ritrova il fiato; “Kotori!” grida con tutte le sue forze, e malgrado possa parlare non trova le parole, non trova gli aggettivi per il suo dolore, perciò urla, urla con tutta l’aria dei suoi polmoni, e non respira quasi fra un singhiozzo e l’altro, mentre benedice con lacrime più salate dell’oceano il capo mozzato della sua ragazza, la ragazza che ama.
Solo allora comprende l’importanza della sua presenza, l’orrore della sua assenza, la tragedia della sua morte.
Nel suo sogno ricorrente, Kamui bacia all’infinito le labbra imbrattate di vermiglio sangue della sua Kotori perduta.
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