Genere: Introspettivo.
Pairing: Nessuno.
Rating: R.
AVVISI: Language, OC, What If?.
- "Niente da fare: sarebbero piovute rane, prima che quell’uomo si rassegnasse ad assumerlo."
Commento dell'autrice: Chi mi conosce lo sa: io vivo di gossip <3 Il pettegolezzo ha su di me effetti strepitosi <3 Per dire, mi porta al fangirling sconsiderato. E lo sappiamo tutti qual è la principale conseguenza del fangirling sconsiderato: la scrittura compulsiva, ovviamente!
È esattamente ciò che è successo con questa storia che, personalmente, amo alla follia, nonostante mi renda conto di quanto sia ideologicamente opinabile. Davvero, lo so! Ma quando, sulla community di SuckerLove.com ho letto di questa news (poi smentita) secondo la quale non solo i Placebo avevano trovato un nuovo batterista col quale stavano registrando il nuovo album, ma questo nuovo batterista era addirittura un ventenne!!!, ho cominciato a fantasticare furiosamente su quello che avrebbe potuto essere uno scenario plausibile nel quale questo dramma s’era consumato, ed è venuto fuori Andrew <3 Che, povero tato, è sì un coglioncello, ma non si merita tutto ciò che ha passato XD Soprattutto perché io l’ho amato fin dal primo momento çOç
Comunque. Io mi sono divertita troppo XD Anche se so che, concettualmente, è pure un tantino deprimente, come fanfiction. Voi cercate di non pensare a Steve T_T *piange* e vedrete che andrà tutto meglio >.<
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FROGSTORM

Alex entrò in ufficio con un enorme sorriso sulle labbra. Sembrava tanto soddisfatta del proprio operato che, malgrado la situazione fosse tutto meno che allegra, perfino Brian si sentì abbastanza fiducioso da sorridere a propria volta.
- Ho una splendida notizia! – annunciò la donna, prendendo posto sulla propria poltrona, dietro l’enorme scrivania in mogano lucido.
Brian ritirò le gambe sull’altra metà del divano tanto grande da sembrare vuoto nonostante lui ne occupasse almeno la metà, disteso e scomposto fra il bracciolo ed il cuscino com’era, e Stefan si accomodò sulla poltrona nell’angolo opposto, intrecciando le dita sul petto.
- Quindi? – chiese il frontman, inarcando curioso le sopracciglia.
Il sorriso della manager si fece più ampio.
- Possiamo scegliere noi il batterista! – esultò, socchiudendo gli occhi e stringendosi nelle spalle.
Il sorriso sul volto di Brian scomparve in un istante, mentre tornava a mettere istantaneamente i piedi a terra e si sporgeva in avanti verso la donna, come non potesse credere a ciò che aveva appena sentito. Stefan chinò il capo sul palmo aperto, sbuffando disapprovazione.
- Alex. – sibilò gelido Brian, stringendo la presa delle dita sul bracciolo con un movimento quasi isterico, - Ti ho mandata ad obbligare la produzione a concederci una proroga, te lo ricordi?
L’espressione della donna non subì la minima variazione.
- Certo che me lo ricordo, Brian. – disse zuccherina, spingendosi lentamente avanti e indietro sulle rotelle della poltrona, come stesse solo giocando, - Ma, come avevo ampiamente previsto, il direttore mi ha riso in faccia e mi ha sventolato il contratto sul naso, minacciando di strapparlo seduta stante. – si concesse un sospiro, rilassando le spalle e fermando anche il movimento cigolante della sedia, - Almeno sono riuscita a convincerlo a lasciare a noi la scelta del nuovo batterista. È un’enorme concessione.
Brian spalancò la bocca, pronto a strillarle addosso una qualsiasi cosa, anche solo per sfogare l’irritazione, ma Stefan lo fermò con un breve gesto della mano ed un sospiro incerto.
- Significa… - accennò il bassista, lanciando un’occhiata dubbiosa alla manager, - che dobbiamo cominciare ad organizzare i provini?
- Esatto. – annuì lei, - E raccogliere le cartacce che sicuramente tappezzano il pavimento di casa di Brian, per vedere se fra gli appunti emo che ha preso da quando Steve è andato via c’è qualcosa di vagamente utile per l’album nuovo.
- Questo è offensivo. – sbottò il frontman, mentre Stef si arrendeva all’evidenza per la quale era inutile cercare di salvare Alex da un litigio furioso con Brian, perché un litigio furioso era esattamente ciò che quei due volevano e stavano cercando da… mesi, ormai.
- No, questa è la verità. – scoccò Alex, secchissima, incrociando le braccia sul petto, - È probabile che la maggior parte delle cose che hai scritto sia del tutto cestinabile. Non te ne faccio una colpa, Brian, so che non sei abituato a lavorare così. Ciononostante, è tutto quello che abbiamo. D’altronde, - continuò, riflessiva, - penso che nessuno là fuori si aspetti che il prossimo album dei Placebo sia una pietra miliare della storia della musica. Sicuramente non se lo aspetta la critica, e molto probabilmente non se lo aspettano neppure i fan. – si interruppe e scrollò le spalle, sistemando con un gesto stanco i lunghi capelli ricci dietro le spalle, - Perciò, diamoci semplicemente da fare e vediamo cosa viene fuori.
Dal momento che difendersi avrebbe implicato il dover mentire, e dal momento che mentire necessitava di abbastanza presenza di spirito per orchestrare una storia verosimile e che, soprattutto, potesse reggere il peso dell’azzurrissimo sguardo indagatore di Alex, e dal momento, infine, che lui questa presenza di spirito non se la sentiva proprio, né addosso né dentro, Brian decise di tornare ad arricciarsi sul divano, ritirando le gambe sotto il sedere ed incassando la testa nelle spalle quasi fino a fare scomparire il collo, prendendo a fissare il vuoto con aria ostile.
- Oh, avanti. – borbottò Alex, sospirando, - Sapevi che prima o poi sarebbe successo. Non potevi mica rimanere in eremitaggio per tutto il resto della tua vita! Un batterista nuovo vi serve.
- Se me l’avessi detto prima, - scattò il cantante, squadrandola astioso, - avrei accettato l’offerta di Dave ed avrei risolto così! La sola idea di mettermi a fare dei provini mi snerva a morte!
- Brian… - sospirò Stefan, massaggiandosi la fronte, - Dave Grohl palesemente ama te più della propria donna, perciò era ovvio che, vedendoti depresso com’eri, si offrisse di aiutarci con le registrazioni… ciononostante, quell’uomo ha più progetti collaterali in corso che capelli sulla testa, e, per inciso, di capelli sulla testa ne ha un mucchio, perciò-
- Perciò quando cominci a parlare così tanto è perché stai cercando di distrarmi. – sibilò Brian, spostando uno sguardo sempre più infuocato dalla manager al bassista, - Ora, siccome non sarà facile distrarmi dalla rabbia che sto provando, lascia perdere e pensa ad organizzare questa stronzata, perché, per inciso, tutto ciò che io farò sarà guardare i batteristi sfilarmi davanti agli occhi e dire che non ne voglio sapere niente.
- Il che sarebbe anche un vantaggio, - commentò Alex con sufficienza, - dal momento che nelle mie previsioni già ti vedevo insultarli tutti uno per uno consigliando loro di darsi all’ippica.
Brian rispose con una prevedibile imprecazione e scattò nuovamente in piedi, dirigendosi spedito verso la porta.
- Domani alle otto del mattino, Brian. – scoccò impietosa la manager, senza neanche osservarlo uscire dalla stanza, - Cerca di evitare di obbligarmi a venirti a prendere a casa.
*
D’accordo. Doveva ammettere di conoscere i Placebo solo per sentito dire. Doveva ammettere di essere venuto al provino solo per disperazione e senza neanche essersi adeguatamente preparato prima. Doveva ammettere pure che magari non era stata un’idea geniale, quella di partecipare solo perché sua madre l’aveva minacciato di buttarlo fuori a calci – lui e la batteria, ovviamente – se non avesse trovato un ingaggio serio entro la fine del mese. Sua madre era una donna impietosa, e soprattutto non aveva mai tollerato la scelta che aveva fatto, di abbandonare il college per mettersi a fare il batterista di una band che s’era sciolta prima ancora di arrivare ad una demo, ma nonostante questo probabilmente non era stata una buona idea seguire gli ordini e presentarsi senza pensarci meglio.
Ammetteva tutte le proprie colpe e se ne pentiva, davvero.
Ciononostante, lo sguardo astioso e scandalizzato con cui lo stava investendo Brian Molko in quel momento era del tutto offensivo e inappropriato.
- Io sono… - abbozzò incerto, prendendo posto sullo sgabello dietro la batteria.
- Lascia perdere. – scoccò secchissimo Molko, con un vago gesto di disinteresse, - Non ce ne facciamo niente, del tuo nome, se non ti assumiamo.
Spalancò gli occhi.
In che cazzo di posto era finito?
La bionda seduta al fianco di Brian – presumibilmente la manager, visto che l’unico altro essere umano presente in quella stanza era il bassista, di cui non sarebbe riuscito a ricordare il nome neanche se ne fosse andato della propria vita – non mostrò alcun segno di stupore per la sgarbata uscita del frontman.
Questo era preoccupante.
Stava palesemente a significare che, da quando i provini erano cominciati – ed era logico supporre fossero cominciati presto, visti i profondi segni di stanchezza sui volti dei tre – quello era stato un comportamento standard.
Erano le sei del pomeriggio.
Anche a voler essere cattivi ed ipotizzare avessero cominciato a lavorare verso le nove e mezza, si trattava comunque di più di otto ore di quella routine.
Deglutì e si strinse nelle spalle.
Aveva come la vaga impressione di non avere nulla a che fare col tipo di universo nel quale stava forzosamente cercando di intromettersi, e d’altronde gli pareva pure che i Placebo non avessero granché da spartire con i Children Of Bodom, coi quali, invece, si sentiva parecchio più affine, ma, fanculo al genere musicale, lui era un bravo batterista. Avrebbe fatto vedere a quel dannato arrogante cos’era in grado di fare, si sarebbe meritato quell’ingaggio, avrebbe guadagnato abbastanza da costringere sua madre a complimentarsi con lui e poi sarebbe uscito da quel disastro indenne, ed avrebbe potuto ricominciare a fare ciò che amava – cioè pestare felicemente la batteria – almeno per altri due o tre mesi.
- D’accordo. – borbottò, sistemandosi sullo sgabello e tirando fuori dalle tasche posteriori dei jeans le bacchette.
Di fronte lui, Brian ebbe un sussulto e strinse le labbra.
- …cosa c’è? – chiese, incerto. Ormai si aspettava qualsiasi tipo di imprevisto.
Brian si riprese subito.
- Nulla. – rispose gelido.
- Sei il primo che fa questa cosa con le bacchette. – intervenne a quel punto il bassista, sorridendo appena. La sua voce era dolce e morbida. Tremendamente rassicurante. – Gli altri che abbiamo visto hanno semplicemente usato quelle lì. – disse, indicando con un cenno del capo le anonime bacchette di plastica posate a fianco della cassa principale, - Il punto è che il nostro ex batterista prendeva le bacchette alla stessa maniera, e quindi ovviamente Brian è turbato. Tu scusalo, per questo e per tutto il resto, e vai avanti.
Si limitò ad annuire, vagamente confuso, mentre Molko sferrava un’occhiataccia tremenda alla volta del proprio bassista, e digrignava i denti.
Ok, non c’era nulla di cui dovesse avere paura. Se pure quella specie di nano carnivoro avesse provato a divorarlo, il gigante buono sarebbe stato dalla sua parte.
Si chinò distrattamente verso le bacchette per terra, poggiando le proprie sulla pelle del tamburo, e le prese fra le mani, rigirandosele fra le dita.
- Avete visto un mucchio di incompetenti, oggi. – borbottò, - Bacchette di plastica, bah. Io le mie me le porto sempre dietro. – sorrise, - Sono speciali. E non mi riferisco solo alla decorazione a spirale. – li informò orgoglioso, scaricando nuovamente le bacchette di plastica per terra, per riprendere le proprie e mostrare loro la lunga striscia di vernice blu che, partendo dalla punta lievemente arrotondata, raggiungeva l’estremità inferiore di entrambe le bacchette avvolgendosi attorno all’intera superficie. – Le ho richieste io, proprio così. Ho scelto la qualità del legno, disegnato la forma ed abbozzato la spirale. – sorrise lievemente, lasciando loro addosso un’istintiva ed affettuosa carezza, - Sono cose molto personali. Lo strumento del batterista non sono i tamburi, sono le bacchette.
Il bassista gli sorrise comprensivo, mentre Molko voltava altrove lo sguardo, intrecciando annoiato le braccia sul petto, e la manager annuiva interessata.
- Bene, allora. – disse proprio la donna, accavallando soddisfatta le gambe, - Facci vedere cosa sai fare.
Per far vedere loro ciò che sapeva fare veramente, tanto per cominciare avrebbe avuto bisogno di una batteria più completa, o almeno del doppio pedale, ma non era uno stupido: da ciò che sapeva dei Placebo aveva più o meno inquadrato il loro genere musicale – anche se, sinceramente, non riusciva a ricordare nemmeno un titolo delle due o tre canzoni che doveva comunque avere ascoltato. Non poteva certo uscirsene con un qualche ritmo pesantissimo che li avrebbe portati a fissarlo con disgusto e stabilire non fosse lui ciò di cui avevano bisogno. Doveva far vedere loro qualcosa di speciale, sì, ma senza esagerare.
Gli vennero in mente solo i Rush. O Baterista era una composizione convincente. Abbastanza complessa ma facilmente ascoltabile e, soprattutto, affatto presuntuosa.
Sì, sarebbe andato con quella.
Gli sguardi soddisfatti che riuscì ad intendere di sfuggita sui volti del bassista e della manager, mentre suonava, lo rassicurarono molto, in quel senso: aveva fatto la scelta giusta. Guardò Brian solo per un millisecondo fra un passaggio e l’altro, e vide né più né meno di ciò che si aspettava: un’espressione del tutto indifferente, un paio di braccia strette con palese irritazione su un petto talmente immobile che dava quasi l’impressione il suo possessore non avesse neanche bisogno di respirare per sopravvivere e due sopracciglia esageratamente inarcate a palesare un profondissimo quanto malcelato senso di disturbo che non poteva essere causato solo dal fatto che evidentemente lo sopportasse a stento, ma doveva avere dei motivi più profondi. Doveva partire da chissà quando. Essersi formato per chissà che cosa.
Niente da fare: sarebbero piovute rane, prima che quell’uomo si rassegnasse ad assumerlo.
Poteva anche prendere ed andarsene. Stava solo sprecando tempo.
Fu con una più che giustificata dose di sconfitta rassegnazione che, dopo aver terminato il proprio assolo, si abbatté contro il tamburo, in attesa della condanna.
Neanche i timidi applausi del bassista e della manager lo consolavano più: la loro posizione geografica – con Brian al centro, che pareva perfino più austero di un vecchio magnate di una qualche storica major – così come le loro espressioni incerte e la cura che mettevano nel non sbilanciarsi con i commenti, indicavano palesemente che non erano loro a comandare. E non solo: non comandavano e la loro opinione valeva pure poco.
- Bene. – concesse infine Brian, gelido e impietoso. – Bravo. Ma suppongo tu sappia che non stai facendo un provino per entrare in un gruppo prog. Perciò potevi anche evitare tutto questo sfoggio di presunzione, visto che vogliamo una batteria che serva la nostra musica, non che debba costringere la nostra musica a modificarsi per servire lei.
Serv…!
- Ehi, io non-
- Brian, per favore. – lo interruppe la bionda, voltandosi a guardare il cantante, - Cerca di contenerti. Stava solo cercando di fare buona impressione!
- È la mia band. – rimarcò Brian, fissandola con astio, senza il minimo filtro, - È sempre stato così, abbiamo sempre fatto la mia musica, e non ho intenzione di mettermi alle dipendenze del primo sbarbato di turno solo perché sa suonare i Rush e la cosa lo rende megalomane.
Lui spalancò gli occhi.
- Se avessi voluto vantarmi, avrei fatto ben altro, stronzo! – saltò in piedi, pestando con forza le bacchette sul tamburo, - Ed io che ho anche sprecato due preziosissimi minuti della mia vita a cercare di pensare a qualcosa che potesse farvi contenti! Vaffanculo, non so neanche che ci sto a fare, qui!
- In effetti me lo sto chiedendo anch’io. – ghignò crudele quell’orrore di nano malefico, accavallando oziosamente le gambe, - È evidente che non sei ciò che stiamo cercando.
- Perché è evidente che preferite avere delle merde qua dietro, piuttosto che uno con le palle che sappia dare una direzione alla musica! – s’infuriò lui, calciando con violenza le bacchette di plastica lontano da sé, - La batteria è l’anima del ritmo! Una batteria incerta o priva di personalità è del tutto inutile, anzi, toglie spirito alla musica! Se è questo, quello che volete, allora è ovvio che io non sono la persona più adatta!
Il ghigno di Brian non soffrì della minima incertezza. Si fece, anzi, perfino più ampio e soddisfatto.
- Non so per che tipo di zotici abbia suonato tu fino a questo momento, ma al mio paese non c’è nessuno strumento che regni sugli altri, come cavolo ti chiami.
- Mi chiamo-
- Non mi interessa. – proseguì lui, scuotendo il capo, - Non mi interessava all’inizio quando non sapevo ancora se ti avrei preso o meno, figurati se m’interessa adesso che so per certo che non ti prenderò.
Figlio di puttana!
- Sono io che non lavorerò per te neanche se m’implorerai in ginocchio!
- Perfetto, allora i nostri interessi coincidono. – sorrise più apertamente Brian, socchiudendo gli occhi ed inclinando il capo, - Perché vedi, gli strumenti lavorano assieme. Si chiama armonia per un motivo ben preciso. Non abbiamo bisogno di nessun invasato portatore sano di fanatismo.
- Brian, adesso smettila… - mormorò il bassista al suo fianco.
- Perché? – insistette lui, scrollando le spalle, - Sto mettendo i fatti per quelli che sono. È ovvio che è un fanatico della batteria.
- È lo strumento che suona, Brian, diavolo! – gli fece notare la manager, spalancando gli occhi, - Anche tu sei un fanatico delle chitarre! Ti prego!
Il cantante si limitò a roteare gli occhi e sospirare esasperato, come se nessuno in quella stanza fosse in grado di comprendere ciò che stava dicendo.
- Avevi detto che tutto ciò che avresti fatto sarebbe stato dire che non ti interessava niente. – bisbigliò ancora la donna, delusa, - Non dovevi fare ostruzionismo in questo modo.
- Perdonami se penso al bene della band.
- Ed è quello che stai facendo? – sibilò secco il bassista.
Brian neanche rispose.
Incerto, lui rimase fermo dietro la batteria, ad inumidirsi le labbra e stringere furiosamente le bacchette fra le dita.
Le alternative, a quel punto, erano due: lasciarsi sconfiggere da quella persona orrenda e tornare a casa nel disonore, pronto ad affrontare sua madre, oppure persistere, restare lì e… farsi sbranare sul serio, probabilmente.
Sospirò e tornò a sedersi sullo sgabello, allentando la presa sulle bacchette.
- Ok. – disse incerto, - Abbiamo cominciato col piede sbagliato. Mi dispiace. Mettetemi alla prova, chiedetemi di suonare ciò che volete. Vi assicuro che sono la persona adatta, ve lo giuro.
Suonava patetico. Suonava patetico ed era pure falso, cazzo, lui non stava sbagliando. Aveva fatto tutto per bene. Era quel bastardo che, evidentemente, un batterista non lo voleva proprio.
Sul volto del bassista si aprì un breve sorriso speranzoso, mentre la manager, dall’altro lato, scuoteva lentamente il capo, del tutto sfiduciata. Brian, nel mezzo, lo fissava senza pietà, altero e granitico.
- Bene. – sganciò lì, come una bomba, - Come vuoi. Accennami la batteria di Black Eyed.
…cazzo.
Cazzo, cazzo, cazzo.
Ecco. Quel dannato principe sul pisello sarà pure stato uno stronzo, ma lui era e restava comunque il coglione che s’era presentato al provino senza neanche prepararsi prima. Certe cose si pagano. Si pagano sempre.
Merda.
Sua madre non faceva che ripeterglielo. Il mondo del lavoro – qualsiasi lavoro – è una giungla. O sei perfetto sotto ogni punto di vista o sei fuori. Perché se solo mostri una sbavatura, gli sciacalli che ti concedono di lavorare alle loro dipendenze cominceranno a pensare di poter trovare qualcosa di meglio. E dietro di te la lista è lunga. C’è solo da scegliere.
Cazzo. Cazzo. E cazzo.
- Io… - deglutì forzatamente, - ecco, non è che ce l’abbia molto presente, in questo momento…
Dio, non aveva neanche la più pallida idea di cosa fosse!
- Be’, dai, non è di un album recentissimo… - lo incoraggiò la manager, cercando di sorridere conciliante, - Perché non ci fai One Of A Kind?
Dio! Dio! Andava sempre peggio! Dannazione!
- Non è stato un singolo, magari non l’ha sentito. – biascicò a quel punto il bassista, nell’estremo tentativo di aiutarlo, - Avanti, fai Infra-Red e la chiudiamo qui.
Oh. Eccome se la chiuderemo.
- …non la conosci?
Non poté fare altro che abbassare lo sguardo e scuotere il capo. Ritornato indietro ai tempi del liceo, si sentiva colpevole come quando la McKinsey, la sua professoressa preferita, gli faceva scivolare sotto il naso il questionario di letteratura inglese e scuoteva angosciata il capo, come a dire “eccolo qui, il mio più grande tormento ed il mio più inglorioso fallimento!”.
Cavolo.
Era andato tutto storto.
- Adesso non fai più tanto il presuntuoso, eh? – scoccò la fastidiosissima voce acuta e nasale di quell’uomo intollerabile, - Adesso sono finiti i grandi discorsi, mh?
- Brian, non infierire… - mormorò il bassista, massaggiandosi la fronte.
- Non infierire?! – strepitò lui, furioso, - È lui che sta infierendo! Su quel poco di pazienza che mi è rimasta!
L’intera sala rimase silenziosa come fosse stata vuota, per molti minuti. Imbarazzato ed umiliato, lui non poté che rimanere immobile al proprio posto a fissarsi le punte delle Converse sdrucite, perfette per la testa di cazzo che era. Merda. Era proprio il prototipo perfetto del cazzone. Quel bastardo di Molko doveva averlo intuito subito, ecco tutto. Non sarebbe stato neanche difficile. Trovava addirittura incredibile l’essere riuscito a non sputtanarsi fino a quel momento! Aveva tenuto duro molto più di quanto non ci fosse da aspettarsi!
E adesso, a quello stronzo, aveva dato tutte le ragioni del mondo per continuare a insultarlo per sempre. E probabilmente aveva perso sul serio qualsiasi possibilità di essere assunto. E si sentiva addosso lo sguardo deluso di quel bassista di cui, accidenti, gli sarebbe pure piaciuto riuscire a ricordare il nome, così almeno avrebbe potuto ringraziarlo come meritava, visto che, per parte sua, s’era comportato molto meglio di quanto non dovesse.
- Benissimo. Me ne vado a casa. – disse lapidario Molko dopo un po’, - Tanto è palese che ormai questo coglione è ko. Alex, domani torni alla EMI e pretendi una proroga. Punto.
S’era alzato – aveva sentito la sedia strisciare piano contro il pavimento in marmo misto – ed aveva cominciato a camminare quietamente verso l’uscita – poteva sentire il lieve ticchettio dei tacchi bassi di quelle elegantissime scarpe lucide e nere che indossava – e lui non aveva potuto permetterglielo. Aveva sentito nel profondo che, malgrado tutti gli errori di cui doveva per forza farsi carico, non poteva fargliela passare liscia. Perché l’umiliazione gli bruciava troppo forte sotto la pelle, e pure sotto le ciglia. Pericolosamente.
Non aveva mai pensato di non essere più un ragazzino, in fondo.
Era un’altra cosa che sua madre gli ripeteva spesso. Sua madre, ma anche suo padre, che pure era un po’ più morbido, e perfino i suoi amici, che in teoria avrebbero dovuto essere in tutto e per tutto uguali a lui. Sei infantile. Non sei mai cresciuto. Sei ancora un bambino.
Aveva voglia di piangere, e non riusciva a non vergognarsene. Non riusciva neanche a farsela passare, però.
- Tu… - mormorò, alzandosi finalmente in piedi, - sei una merda. In queste condizioni non è possibile lavorare! Non puoi pretendere che uno si metta a lavorare per te, se lo obblighi a stare sotto pressione fin dal momento in cui ha la sfiga di passarti sotto agli occhi! – cercò di prendere un respiro. Non gli riuscì. Esalò un singhiozzo spaventoso e continuò semplicemente a urlare, - Dovresti… fanculo… chiuderti in una fottuta stanza senza porte e senza finestre e restare lì per sempre, tanto nel mondo civile non hai molte possibilità di essere veramente ascoltato, se ti comporti così! Almeno, se scomparissi e basta non costringeresti le persone a… a doverti per forza tollerare, o a scusarsi per te! – si interruppe ancora. Era sull’orlo delle lacrime. Era disgustoso. Dio!, doveva uscire immediatamente da quella stanza! – Non lo voglio, questo lavoro di merda! Tienitelo pure! Solo, ti conviene imparare a suonare sul serio, perché non troverai proprio nessuno che voglia farlo per te!
Uscì così. Senza salutare. Senza scusarsi. Senza neanche guardarsi indietro.
Improvvisamente, perfino tornare a casa a mani vuote sembrava un’alternativa plausibile.
*
Brian rimase a fissare la porta con le sopracciglia inarcate, come se non riuscisse proprio a capire cosa diavolo fosse preso a quel dannato ragazzino, per una quantità indefinibile di tempo.
Poi tornò semplicemente a sedersi, accavallando le gambe ed intrecciando le braccia.
- Certo, non gli si può dare torto. – commentò a quel punto Alex, sbuffando pesantemente.
- Prego? – scoccò lui, acidissimo, lanciandole un’occhiataccia cattiva.
- Mi hai capita perfettamente. – si limitò a notificare lei, senza neanche degnarsi di ricoprirlo del disappunto che avrebbe meritato, - L’hai trattato peggio di tutti gli altri.
- Probabilmente perché ha visto che era davvero bravo e correvamo davvero il rischio di assumerlo. – scoccò Stefan, sollevandosi in piedi come se il solo stare seduto accanto a Brian lo infastidisse.
- Prego?! – ripeté il cantante, sempre più incredulo.
- È bravo. – rimarcò lo svedese, stringendosi nelle spalle.
- Tu scherzi, forse! – strillò lui, alzandosi a propria volta, - Non sa le canzoni!
- Può sempre impararle.
- Ma soffre di gravi influenze metal, dai! Lo si sentiva chiaramente, anche se ha fatto di tutto per nasconderlo! Non capisco come faccia a piacerti!
- È palesemente un bravo ragazzo, Brian, nonché il migliore fra tutti quelli che abbiamo sentito oggi. Ecco come fa a piacermi. – concluse brevemente l’uomo, infilando le mani nelle tasche.
Brian sbuffò con manifesto fastidio e, dopo aver borbottato qualcosa sull’evidente incompetenza di chiunque lo circondasse nel raggio di cento chilometri, aveva ripreso a pestare i piedi verso la porta, con la chiara intenzione di uscire per non tornare mai più.
Stefan l’aveva afferrato per un braccio e riportato al suo posto con una facilità disarmante. Come fosse stato di carta.
- Non lo troverai un altro che suoni come Steve. – gli scoccò a bruciapelo, fissandolo negli occhi quasi con rabbia, - Un altro con cui far funzionare lo stesso tipo di chimica e la stessa perfetta sincronia, non lo troverai mai.
Brian cominciò a divincolarsi. Sul viso, lo stesso sguardo sconvolto di chi si sente oltraggiato fin nell’onore. Stefan lo trattenne immobile davanti a sé.
- Devi ficcartelo in testa. – insistette, duro e freddissimo esattamente com’era stato Brian fino a quel momento, - È rimasto tanto a lungo proprio per questo, per la chimica. Per il legame strettissimo che c’era fra tutti noi. Ma s’è infranto, Brian. Non c’è più un cazzo. Perciò piantala coi giochini da bambino tradito e datti una regolata. Non hai più quindici anni.
- Stefan-
- Soprattutto, io non sono disposto a tollerare oltre questo tuo atteggiamento. – continuò il bassista, senza lasciargli tempo di rispondere. – Sta a te decidere del futuro dei Placebo. Metti la testa a posto, o vado via anch’io e risolviamo così. Fine.
Brian spalancò gli occhi. Dietro di lui, Alex cercò di farsi invisibile, scomparendo nella gonfissima giacca in piuma d’oca che aveva già indossato.
Doveva essere la prima volta in più di dieci anni che Stefan si facesse sentire in quel modo.
- Mi stai minacciando…? – esalò appena il cantante, fissando sgomento il proprio bassista.
Lui, dal proprio canto, si limitò a sorridere.
- Sì. – rispose sbrigativo, lasciandolo finalmente andare.
Brian si massaggiò distrattamente il braccio, senza interrompere il contatto visivo con Stef – neanche avesse paura che dovesse d’improvviso svanire non appena l’avesse perso di vista.
Poi, d’improvviso, sospirò e puntellò le mani sui fianchi, sporgendo il bacino con aria infantile.
- Suppongo di dover cedere. – borbottò alla fine, seccatissimo, - Non posso mica mandare tutto a monte dopo aver faticato tanto.
Stefan inarcò le sopracciglia, fissandolo un po’ incredulo ed un po’ rassegnato – come se lo fosse aspettato da sempre.
- Inutile. – sbottò Alex, esalando un sospiro di pura rassegnazione, - Ci sono cose delle vostre teste che non riuscirò mai a comprendere.
I due si lasciarono andare ad una breve risatina, voltandosi a guardarla come volessero scusarsi.
- Comunque sia, Brian, hai fatto il casino ed ora lo risolvi. – proseguì perentoria la manager, indicandogli la porta.
- …ovvero? – chiese il cantante, incerto.
- Be’. – annuì Stef, competente, - Tu l’hai buttato fuori. Ora ti tocca riprenderlo. Poco da fare.
- Cosa?! – strillò Brian, spalancando gli occhi, - Mai e poi mai!
Per convincerlo, a Stef bastò inclinare il capo.
*
Pioveva. Dannazione pure al Padreterno che proprio aveva deciso di smontargli l’intera esistenza.
Barricato all’interno dell’ingresso degli studi, si buttò addosso al distributore automatico al quale aveva preso il caffè e continuò a sorseggiare quella schifosissima spremuta di niente che riempiva il bicchierino, provando almeno a riscaldarsi le mani – con poco successo, visto che l’orrida brodaglia era pure inesorabilmente tiepida.
Che schifo di giornata.
Che schifo di vita.
E che schifo di caffè. Fanculo.
- Se hai bisogno di un ombrello, al limite te ne presto uno io.
Merda.
Ma non poteva proprio rassegnarsi a lasciarlo in pace, quel terribile topo da combattimento?!
- Non ti preoccupare. – ringhiò, stringendo il bicchierino fra le dita fino a sentirlo scricchiolare, - Ora me ne vado.
Brian sospirò rassegnato, e lui si voltò a guardarlo col migliore dei suoi pigli infuriati. Era passata perfino la voglia di piangere. Adesso aveva solo un bisogno incredibile di mettergli le mani addosso e lasciarlo pesto e sanguinante sul pavimento. Tanto, non avrebbe potuto nuocere alla sua carriera più di quanto non avesse già fatto fino a quel momento.
Sperò che Brian gli leggesse tutto questo addosso e decidesse saggiamente di abbandonarlo finalmente al proprio destino che, per quanto triste, avrebbe sicuramente preso una notevole piega verso l’alto, quando lui fosse sparito.
Brian, però, non sembrava intenzionato ad andarsene.
- Sembra che invece dovrai tornare indietro. – disse, atono com’era stato sempre da quando l’aveva visto, - E firmare un contratto. Almeno per i prossimi sei mesi.
…ok.
Era un masochista? Gli piaceva farsi maltrattare? O che?
- …eh?
- Sia ben chiaro. – ci tenne a precisare il cantante, piantandogli un indice fastidiosamente puntuto proprio nel centro del petto, - Fosse per me, ti rispedirei a succhiare omogeneizzati da un cucchiaino a forma di pecora. Ma – sospirò teatralmente, - sembra che tu sia piaciuto agli altri. E, in generale, avresti potuto essere peggio di quanto in effetti tu sia. Perciò poche storie e seguimi.
Ancora incredulo, si limitò ad annuire meccanicamente.
Pioveva ancora, sì, ma non erano mica rane.
Perciò poteva essere solo uno scherzo di dubbio gusto. O un dannato miracolo.
Forse, il Padreterno non lo odiava poi così tanto.
All’interno dell’enorme sala dei provini, il bassista e la manager lo attendevano trepidanti, armati di un sorriso incoraggiante che sembrava comunque ancora un po’ incerto.
- Bene! – disse la donna, entusiasta, andandogli incontro con fare condiscendente, - Vedo che Brian ce l’ha fatta a riportarti indietro senza sentire il bisogno di sbranarti per i corridoi. È un buon inizio!
Brian si limitò a sbuffare e lasciarsi ricadere sulla propria sedia, senza la minima grazia.
Il bassista gli si avvicinò, tendendogli conciliante una mano.
- È un piacere averti fra noi…
- …Andrew. – completò lui, deglutendo confuso. Non gli pareva vero essere finalmente riuscito a presentarsi. – Andrew Connelly. Piacere. E grazie mille per tutto quello che hai fatto per me…
- …Stefan. – rispose a propria volta lui, ridendo divertito, - Olsdal. Non lo ricordavi, vero?
Imbarazzato, lui distolse lo sguardo, ma il bassista scosse energicamente il capo e gli concesse una poderosa pacca sulla spalla.
- Non ce l’ho con te, figurati. – lo rassicurò, - Farai un mucchio di sacrifici per adattarti, nei prossimi mesi. Mi considero già abbondantemente ripagato!
Andrew ringraziò con un sorriso mesto, lanciando un’occhiata di sfuggita a Brian, che continuava a ruminare acredine dalla propria scomoda seggiolina nel mezzo della stanza.
Magari non sarebbero piovute rane, ma Dio… per fare funzionare quella cosa ci sarebbe davvero voluto un miracolo.
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