ACRONIMO
A come angoscia. Come l’angoscia di stare a casa da sola in attesa che la persona che occupa costantemente il centro dei tuoi pensieri torni a casa e provi a far sentire speciale un po’ anche te. Solo per qualche minuto, mentre gli prepari la cena o ti sommerge di parole col resoconto della propria giornata, e poi ti fissa in quel modo divertito e tenero, tutto speciale, e ti chiede “e a te com’è che è andata oggi?”.
M come martirio, nel consapevole e costante sfregio che fai a te stessa e nelle ferite che ti infliggi mentre fai le pulizie in bagno e per un secondo sollevi lo sguardo sullo specchio e ti vedi, e d’istinto sai che se sono le sette di sera e lui non è ancora a casa non è perché sta lavorando come ti dice, ma perché sei orribile e non ti vuole stare intorno. È una consapevolezza che ti brucia negli occhi per un istante e poi si perde nel profumo del detersivo per i sanitari che hai comprato ieri al supermercato con lo sconto, ma fa male come fosse un pensiero fisso da sempre.
O come ossessione. Quando ti guardi attorno e non hai nulla da fare, perciò ti siedi in poltrona – quella che dà verso l’ingresso, quella dalla quale si vede benissimo la porta di casa – e resti semplicemente ad aspettare, contando i minuti i secondi perfino gli attimi dal momento in cui hai cominciato a riposarti a quello in cui lui, finalmente, fa il proprio ingresso in casa vostra, dando un senso a tutta la tua giornata.
R come rimpianto. Che prendi a piccole dosi, perché in dosi maggiori ti ucciderebbe. In piccole dosi, sì, ma costantemente. Minuto dopo minuto. Mentre lavi i piatti. Mentre pensi a cosa mangiare per pranzo e poi, siccome sei sola, lasci perdere. Mentre esci a far compere. Mentre fai il bagnetto al cane. Mentre spolveri le mensole. E sai che potevi essere felice, forse, un giorno, con qualcuno che non era lui. Ma è con lui che sei finita.
E come esasperazione. Il giorno in cui afferri un piatto fra le mani e lo schianti sul pavimento, il rumore ti piace – suona bene fra i singhiozzi, riecheggiando fino al timpano – e allora lo fai ancora, e poi ti lasci andare fra quelle che, a ben vedere, non sono solo macerie di porcellana, ma di qualcosa di decisamente più importante che avresti preferito non dover scoprire mai, e semplicemente piangi fino a sfinirti perché ti rendi conto pure che non c’è assolutamente altro da fare.
Nell’amore non c’è niente di bello. Anche se, per scoprirlo, non c’è bisogno di farne l’acronimo.
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Dall’autrice… Premettendo che non ho la più pallida idea di cosa questa “storia” sia né da dove esca fuori, e che se l’ho pubblicata la colpa è tutta imputabile alla Nai che mi ha detto che non è orrenda e potevo farlo, posso solo dire che è la prima originale che scrivo e completo (meno male. Se non completassi manco le flashfic potrei tranquillamente dirmi alla frutta) da un anno. O forse più. E che quindi la cosa mi scuote parecchio O_ò anche se probabilmente non dovrebbe.
È indecentemente triste. Ed anche vagamente fine a se stessa. Parte da premesse non esattamente originalissime, ma forse potrebbe essere una cosa godibile. Forse O_ò In ogni caso, ringrazio per la lettura e per le recensioni che il vostro buon cuore vi suggerirà di lasciarmi XD